La Herling: «Su Croce, Saviano inventa storie»

La lettera: la nipote del filosofo critica un capitolo di «Vieni via con me» sulla ricostruzione del terremoto del 1883

di Marta Herling
Corriere del Mezzogiorno 8 marzo 2011

Benedetto Croce

Benedetto Croce

Caro direttore,
in uno dei suoi monologhi televisivi ora raccolti nel volume Vieni via con me (Feltrinelli), Roberto Saviano afferma (Il terremoto a L’Aquila, p. 7): «Nel luglio del 1883 il filosofo Benedetto Croce si trovava in vacanza con la famiglia a Casamicciola, a Ischia. Era un ragazzo di diciassette anni. Era a tavola per la cena con la mamma, la sorella e il padre e si accingeva a prendere posto. A un tratto, come alleggerito, vide suo padre ondeggiare e subito sprofondare sul pavimento, mentre sua sorella schizzava in alto verso il tetto. Terrorizzato, cercò con lo sguardo la madre e la raggiunse sul balcone, da cui insieme precipitarono. Svenne e rimase sepolto fino al collo nelle macerie. Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: “Offri centomila lire a chi ti salva”. Benedetto sarà l’unico supersite della sua famiglia massacrata dal terremoto».
Da dove l’autore di Gomorra ha tratto la ricostruzione di quella tragedia? Dalla sua mente di profeta del passato e del futuro, di scrittore la cui celebrità meritata con la sua opera prima, è stata trascinata dall’onda mediatica e del mercato editoriale, al quale è concesso di non verificare la corrispondenza fra le parole e fatti, o come insegnano gli storici, fra il racconto, la narrazione degli eventi, e le fonti, i documenti che ne sono diretta testimonianza. Uno scrittore che vuole riscrivere quello che altri hanno scritto non con le sole parole ma con l’esperienza vissuta: dal terremoto di Casamicciola, ad Auschwitz, al gulag, alla Kolyma. Dove Saviano ha orecchiato la storia che racconta nell’incipit del suo monologo? Certo non dalla lettura del testo del suo protagonista principale poiché sopravvissuto, Benedetto Croce, testo che si è tramandato intatto senza una parola in più di commento o di spiegazione, nella nostra memoria famigliare e nelle biografie del filosofo, che lo riportano a illustrare quella pagina tragica della vita sua e dei suoi cari. Ora lo citiamo integralmente per il rispetto e la considerazione che abbiamo dei milioni di ascoltatori del Saviano in versione televisiva e dei lettori, della sua versione a stampa. E per la dignità del ricordo di chi quella tragedia ha vissuto e potuto testimoniare.
Nelle Memorie della mia vita (10 aprile 1902), Benedetto Croce scrive: «Nel luglio 1883 mi trovavo da pochi giorni, con mio padre, mia madre e mia sorella Maria, a Casamicciola, in una pensione chiamata Villa Verde nell’alto della città, quando la sera del 29 accadde il terribile tremoto. Ricordo che si era finito di pranzare, e stavamo raccolti tutti in una stanza che dava sulla terrazza: mio padre scriveva una lettera, io leggevo di fronte a lui, mia madre e mia sorella discorrevano in un angolo l’una accanto all’altra, quando un rombo si udì cupo e prolungato, e nell’attimo stesso l’edifizio si sgretolò su di noi. Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre; io istintivamente sbalzai sulla terrazza, che mi si aprì sotto i piedi, e perdetti ogni coscienza. Rinvenni a notte alta, e mi trovai sepolto fino al collo, e sul mio capo scintillavano le stelle, e vedevo intorno il terriccio giallo, e non riuscivo a raccapezzarmi su ciò che era accaduto, e mi pareva di sognare. Compresi dopo un poco, e restai calmo, come accade nelle grandi disgrazie. Chiamai al soccorso per me e per mio padre, di cui ascoltavo la voce poco lontano; malgrado ogni sforzo, non riuscii da me solo a districarmi. Verso la mattina, fui cavato fuori da due soldati e steso su una barella all’aperto. Mio cugino fu tra i primi a recarsi da Napoli a Casamicciola, appena giunta notizia vaga del disastro. Ed egli mi fece trasportare a Napoli in casa sua. Mio padre, mia madre e mia sorella, furono rinvenuti solo nei giorni seguenti, morti sotto le macerie: mia sorella e mia madre abbracciate. Io m’ero rotto il braccio destro nel gomito, e fratturato in più punti il femore destro; ma risentivo poco o nessuna sofferenza, anzi come una certa consolazione di avere, in quel disastro, anche io ricevuto qualche danno: provavo come un rimorso di essermi salvato solo tra i miei, e l’idea di restare storpio o altrimenti offeso mi riusciva indifferente» .
Non è necessario, né opportuno, sottoporre i due testi a un confronto per evidenziarne le discrepanze, che balzano agli occhi di chiunque li legga l’uno dopo l’altro. Fra tutti i particolari che riporta Saviano, e che non corrispondono alla testimonianza di Croce, uno colpisce: non solo perché inventato dallo scrittore (licenza inaccettabile quando si parla di fatti realmente accaduti), ma improponibile in sé. «Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: “ Offri centomila lire a chi ti salva”». Quel parlare nell’agonia, separati, soffocati e sepolti dalle macerie…; quella cifra inimmaginabile per l’anno 1883, perché non bisogna essere economisti per sapere che il valore della lira a quell’epoca impedisce di supporre una simile offerta dalla mente e soprattutto dalle tasche degli uomini di allora. Forse Saviano ha orecchiato la testimonianza di un turista tedesco in vacanza a Casamicciola nel 1883, il quale in un libretto di recente pubblicato dichiara di aver ascoltato la voce di chi identifica con Benedetto Croce, dalle macerie, offrire una certa somma per essere liberato? Ma come può essere credibile nella foga del suo monologo? Perché nel messaggio che Saviano ci vuole comunicare e imporre, questo fa intendere: «mazzette» allora per i terremoti, «mazzette» oggi, la storia si ripete e soprattutto si perpetuano i grandi mali del nostro Mezzogiorno, mali atavici dai quali non può essere immune nessuno di noi, che abitiamo queste terre e abbiamo vissuto i loro terremoti — ultimi quelli dell’Irpinia del 1980 e dell’Abruzzo del 2009 — proprio perché non ne sarebbe stato immune, anche se inconsapevolmente per la necessità imposta dalla tragedia, uno dei loro più illustri figli. Caro Saviano, mi dispiace, c’è anche chi non offre e non riceve «le mance e le mazzette»: questa è mistificazione della storia e della memoria.

Link
Saviano in difficolta dopo la polemica su Benedetto Croce
Saviano e il brigatista

Ma dove vuole portarci Saviano

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3 thoughts on “La Herling: «Su Croce, Saviano inventa storie»

  1. C’è una risposta all’articolo della Herling qui:

    http://www.ilprimoamore.com/testo_2205.html

    Su Saviano ho una opinione variegata, molto positiva su Gomorra e sempre più negativa via via che passa il tempo; ma pensare che abbia tirato fuori quell’aneddoto per accostare le centomila di Croce alle mazzette dell’Aquila mi sembra assurdo.

    • La tutela della memoria e dell’immagine di Croce è la ragione che muove le contestazioni, rivelatesi fondate, della signora Herling. Ritengo tuttavia che esista un secondo aspetto molto più rilevante che investe il metodo e l’uso delle fonti. E’ qui che Saviano dimostra di non esserre all’altezza delle ambizioni. Per uno che vorrebbe correggere le “bozze di Dio”, l’errore è grossolano. Le fonti si citano in modo completo e si verificano. Le 100 mila lire che il padre del giovane Croce avrebbe consigliato al figlio di promettere ai soccorritori per farsi tirare fuori dalle macerie prima degli altri, per esempio. Il Papa dell’epoca, Leone XIII, stanziò a nome del Vaticano 20 mila lire per venire in soccorso dei terremotati… E’ evidente che la cifra indicata dalle fonti di Saviano non tiene. C’è un errore. Non solo, ma la storia di De Balzo, citata solo in seconda battuta da Saviano, dopo aver evocato all’inizio Ugo Pirro, che a sua volta citava un cronista anonimo, non porta elementi nuovi che confutino la versione dell’autobiografia di Croce. Ma a tutto voler concedere, un narratore onesto avrebbe quanto meno fatto riferimento alla controversia delle fonti, citandole tutte. Il punto è questo: si può anche romanzare la vicenda riprendendo la fonte narrativamente più efficace; basta precisarlo, senza pretendere di voler in quel modo raccontare la versione storicamente più fedele.
      Ancora una volta si ripropone l’ambiguità originaria del dispositivo narrativo di Saviano già contestato in Gomorra. Aggiungo che il tema vero che sottende questa polemica è quello del rapporto al passato. Per Saviano, e l’apparato che lo sostiene, si tratta di monopolizzare la memoria amministrando il passato ma sottraendosi ai criteri di verifica e confutazione esistenti nella comunità storico-scentifica. Esiste un’altra concezioe che ritiene l’approccio al passato un processo, una costruzione che non può che essere plurale e rispondere a criteri di verifica pubblica.
      Per usare dei paradigmi: da una parte si propone una verità di tipo Orwelliano; dall’altra una verità sul modello galileiano.

      In ogni caso rinvio ai seguenti link per chi volesse approfondire la questione.

      http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/caserta/notizie/arte_e_cultura/2011/17-marzo-2011/saviano-crede-del-balzo-non-crocee-guerra-ultima-fonte-190244067587.shtml?fr=correlati

      http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/arte_e_cultura/2011/15-marzo-2011/croce-fonti-autorevoli-savianoecco-perche-caso-non-affatto-chiuso-190227312941.shtml?fr=correlati

  2. Pingback: “Non c’è diffamazione”. Ex-brigatista in semilibertà – Saviano: 1 – 0 « Polvere da sparo

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