Chi sono! o forse chi ero

Non si capisce chi sei, ha scritto una volta una lettrice del blog. «E chi ho da de esse? Un servaggio», gli ho risposto citando come metafora una bellissima poesia di Cesare Pascarella

Chi so io? E chi ho da esse…?

– E quelli? – Quelli? Je successe questa:
che mentre, lì, frammezzo ar villutello
così arto, p’entrà ne la foresta,
rompevano li rami cor cortello,
veddero un fregno buffo co’ la testa
dipinta come fosse un giocarello,
vestito mezzo ignudo, co’ ‘na cresta
tutta formata di penne d’uccello.
Se fermorno. Se fecero coraggio:
– Ah quell’omo! – je fecero, – chi siete?
– Eh – fece, – chi ho da esse’? So’ un servaggio.

Cesare Pascarella, La discoverta dell’America

Oggi sto in vena di maggiori confidenze. Allora prima che ce ripenso ecco il seguito:

Nei mesi caldi del 1977 non avevo ancora compiuto 15 anni. E il 12 maggio 1977 ero quindicenne da soli sei giorni. Se non sbaglio ero in quarta ginnasio.
Sono nato e cresciuto in una famiglia comunista. Quella di mia madre era fatta di braccianti analfabeti delle montagne abruzzesi che appena gli fu permesso di votare misero la croce sempre sul primo simbolo in alto a sinistra, quello del Pci.
I più giovani abituati ai vari mattarellum e porcellum nemmeno capiranno. Erano gli anni del proporzionale con le preferenze. Alle persone umili, che a mala pena sapevano scrivere il loro nome (i miei nonni nemmeno quello), bisognava dare indicazioni semplici e certe: per decenni la scheda elettorale si è aperta col simbolo del Pci in testa, grazie alla dedizione dei suoi militanti che per avere il primo simbolo in lista cominciavano a presidiare gli uffici elettorali con settimane o mesi di anticipo. E se qualcuno osava intromettersi veniva allontanato con le buone o le cattive.
Quando i miei giunsero a Roma, mio nonno si trasformò in manovale nei cantieri dei palazzinari, mia madre divenne domestica. Da ragazza fece la bonne in alcune famiglie della grande borghesia romana poi, nato il pargoletto, finì ad ore nelle case del ceto medio. Anni dopo divenne infermiera.
Mio padre, invece, era di Ponte mollo. Il periodo d’oro della sua vita è stato quello di “Roma città aperta” e subito dopo l’arrivo delle forze alleate, quando regnava l’anarchia e le strutture basilari dello Stato non erano ancora ripristinate. Poi si è innamorato del Partito, ha creduto che così avrebbe potuto cambiare il mondo. Gli ha dato tutto, è diventato un agit-prop. Autodidatta si è formato in sezione. Negli anni 50 e 60 si è fatto tutto Scelba e la stagione di Tambroni, le campagne elettorali in provincia con la seicento e lo Sputnik sul tettino, ha conosciuto la palestra della caserma di Castro Pretorio, dove finivano i rastrellati dei grandi fermi di massa, e le cariche di Porta San Paolo.
Di lui mi ricordo il giorno, saranno stati i primissimi anni 70, in cui si presentò con un lungo manganello avvolto con del nastro adesivo nero con la scritta Dux in verde. L’aveva strappato dalle mani di un militante missino che aveva partecipato all’assalto della sua sezione, quella del Pci di Ponte Milvio alla quale era iscritto fin dall’apertura.
Anzi era stato tra i fondatori della prima sede occupata nel 1945, quella che era stata la vecchia sede del Fascio, dove oggi si trova ancora (almeno credo) il commissariato di Ps.
Poi, con la normalizzazione, dovettero sloggiare in via degli Orti della Farnesina perché lo Stato si riprese tutto.
Quel giorno i fascisti del Flaminio, di Vigna Clara e della Cassia, avevano tentato di fare irruzione nella sezione ma gli era andata male. Avevano trovato una bella resistenza. Lavoratori, gente abituata alla fatica, che non aveva paura e non si tirava indietro.
Mio padre era un uomo di strada, anzi di mercato, faceva il fruttivendolo (il fruttarolo si dice a Roma), aveva le mani grosse e callose che facevano male.
Il manganello di un fascista, che spiscio! Ridevo come può ridere un ragazzino che si immagina chissà quali battaglie. E poi era vero, il manganello! Fino allora quei cosi li avevo visti solo nei film della marcia su Roma, nelle foto, avevo letto di loro nei racconti. Ma ora ce l’avevo davanti il trofeo della più infame idiozia. Mi sembrò subito una cosa ridicola. Non era una semplice arma contundente rimediata sul momento, considerato un vile strumento utile solo per la bisogna, ma un feticcio. Si capiva dalla cura che gli era stata prestata: la nastratura perfetta, quella scritta, l’impugnatura. Un vero oggetto di culto. Non c’erano ammaccature o graffi. Chissà quanto tempo aveva perso quel tizio a perfezionarlo fin nei dettagli per poi farselo togliere dalle mani con grande disonore. Sorgeva il dubbio che non fosse mai stato usato. Possibile che le ossa fratturate, le teste spaccate non avessero mai lasciato segni?
Più lo guardavo e più mi chiedevo cosa potesse passare nella testa di un fascista.
Qualche anno dopo, alle superiori, sentii le femministe parlare di “fallocrazia”. Quelle vedevano falli dappertutto. Ad un ragazzetto di periferia, ancora poco incline alle raffinatezze intellettuali e pieno di malizia da strada veniva subito da pensare che scopassero poco o male. Un vero sessista! Crescendo quella malizia non l’ho persa però ho imparato che quella era “fallolatria”.
Insomma ho respirato Pci fin da piccolo, sono cresciuto leggendo la stampa comunista, Paese sera, l’Unità della domenica, Rinascita, frequentando le feste dell’Unità, la sottoscrizione per la stampa del partito tra il 1974 e il 1976, gli anni della rivoluzione dei garofani in Portogallo, la morte di Mao, gli ultimi garrotati da Franco.

Di quel periodo ricordo il 1973 come un anno particolare. Ad aprile c’è il rogo di Primavalle, alle case popolari di via Bernardo da Bibbiena, tre fermate di autobus da casa mia. Il mese dopo avrei compiuto 11 anni. Muoiono Stefano e Virgilio Mattei. Stefano era poco più piccolo di me. All’inizio della via, poche decine di metri prima del cortile del loro palazzo, ma sul lato opposto, c’è ancora l’Inam, la mutua. Subito dietro, dove ora sorge un immenso caseggiato Iacp che ha tolto luce a via Federico Borromeo, un tempo via di Primavalle, e ai vecchi lotti dell’edilizia popolare fascista situati di fronte, c’era il campo sportivo Giuseppe Tanas, un edile comunista ucciso dalla polizia durante scontri di piazza del dicembre 1947. Era bello quel posto perché si vedevano i tramonti, all’imbrunire arrivava una luce dalle mille sfumature di rossi, arancione e rosa, non c’era il Bronx attuale con le sue torri (gli Iacp di Torrevecchia) a cancellare la linea dell’orizzonte. C’erano anche le giostre, le macchine a scontro e un chiosco di grattachecche.
Quella mattina avevo una visita medica. Era presto quando arrivammo sul posto. Vidi ciò che restava. I miei ricordi sono a colori, colori bruciati, diversi dal bianco e nero delle immagini d’epoca. A quell’ora non si sapeva ancora cosa era veramente accaduto.
Nel settembre successivo entro in prima media in una scuola nuova di zecca costruita all’incrocio dello stradone e del discesone, davanti alla sfascio (autorottamazione altrimenti detto sfasciacarrozze) tra via Forte Braschi e via Mattia Battistini. Aperta appena da un anno. Facciamo i doppi turni, tre giorni di mattina e tre di pomeriggio. Non c’è posto perché ci sono poche scuole. I democristiani preferivano le chiese. Alle elementari invece si alternavano i mesi. Al ginnasio andrò invece sempre di pomeriggio. Solo in prima liceo, finalmente, terminano i doppi turni anche se la scuola è in uno scantinato che si allaga quando le piogge invernali fanno traboccare le fogne. Ci vollero anni di proteste, autogestioni e occupazioni per avere una scuola vera e non un edificio rimediato, il Montale  di via Bravetta, non mi ricordo più in che anno l’inaugurammo.

A 11 anni divento un tesserato Uisp (Unione italiana sport popolare). Mille lire al mese. Forse meno. All’inizio faccio calcio con il Tanas Primavalle, nel campo in pozzolana che sovrastava via Bibbiena. Poi per fortuna pallamano agonistica e pugilato, sempre nella palestra della scuola media di Forte Braschi, la Giorgio Scalia, che oggi ha cambiato nome ed è diventata un istituto tecnico. Ma non finiva mica lì, occupavamo terreni, spazi verdi, per rivendicare palestre, campi sportivi, parchi: tutto pubblico e a prezzi popolari. Sport per tutti contro le strutture private. Ve l’immaginate oggi?
Sono entrato nella politica correndo (a parte la cellula carbonara con tanto di giuramento trovato sul libro di quinta elementare – vedi i cattivi maestri dove si annidavano! – fondata all’Andrea Baldi). Gare podistiche che servivano a portare ogni domenica migliaia di romani nelle zone verdi della città che facevano gola alla speculazione edilizia. A undici anni giravo per Roma ogni domenica mattina, prendevo tre o quattro autobus, vomitavo spesso, per arrivare a Spinaceto, al parco degli Acquedotti, alla Caffarella, spesso mi perdevo e arrivavo tardi, altre volte per fortuna si correva vicino casa, e lì a rompere le reti che recintavano la Pineta Sacchetti, la valle dell’Inferno, a forzare il cancello di villa Carpegna. Quante zone verdi abbiamo salvato, diventate poi parchi pubblici o zone protette. Oggi ho scoperto che al Pineto ci sono le associazioni di quartiere vicine ai postfascisti che con la scusa di togliere le cartacce danno la caccia alle tende dei migranti dell’Est che si accampano tra le fratte. Sembra che quei parchi siano roba loro da sempre. In fondo è vero, all’epoca i missini facevano gli sgherri armati della Fondiaria del Vaticano in difesa delle recinzioni. Merde!
Poi nell’autunno 1976 la mia prima manifestazione gruppettara, da piazza Irnerio lungo le strade di Boccea. Il motivo del corteo non me lo ricordo. La prima però l’avevo fatta con mia madre molti anni prima. Ero alle elementari. Partiva dallo sterrato di largo Boccea, dove ora c’è il lago d’asfalto che fa da capolinea per gli autobus. Era contro la guerra in Vietnam. Mi ricordo tanti mitra minacciosi e gli anfibi della polizia. Forse perché erano alla mia altezza. Quella di un bambino.

Comincia proprio nel 1976 il distacco lento ma graduale dalla politica che si respirava in famiglia e sorgono i primi dissidi con mio padre che ancora dava retta ai discorsi che sentiva in sezione. Mi ricordo nel febbraio successivo l’arrabbiatura dopo la cacciata di Lama dall’università. Episodio che mi turbò moltissimo. Avevo ancora un’idea molto ecumenica della sinistra. Qualche anno dopo anche lui si allontanò dal Partito. Non rinnovò più la tessera, deluso dal compromesso storico. Iniziò la sua lunga depressione culminata con il mio arresto, un decennio più tardi, e il grande senso di colpa per avermi parlato fin da piccolo di comunismo, per avermi insegnato a pensare con la mia testa, ad essere critico. «A cosa ti è servito? Per finire in carcere?».

Iniziarono frequentazioni multiple e sovrapposte, ma la militanza nella Fgci – come qualcuno ha scritto – proprio no. Mi bastò, sempre in quarta ginnasio, un incontro – nato da un consiglio di mio padre – col segretario figiccino della sezione di via Graziano, vicino alla succursale del Manara, il liceo classico-scantinato per sfigati che frequentavo. Era una brava persona, ma il suo linguaggio era tutto cittadinismo e democrazia, mica tanto diverso da quello di un mio compagno di classe democristiano, che almeno era bravo in greco e latino. Il suo partito era molto diverso da quello di mio padre, infatti seppi nell’81 che era entrato in polizia e faceva il sindacalista del Siulp.
Quelli furono anni di ricerca, di verifiche, di passaggi, di rotture. Poi verranno gli approdi, le separazioni, altri approdi, la lotta armata appena acennata, il carcere, l’incontro con mia sorella e la mia nipotina nel parlatoio di Rebibbia. Un pezzo dell’altra famiglia, quella ufficiale, io appartenevo a quella clandestina. L’unica vera clandestinità della mia vita. Mio padre era bigamo, aveva due famiglie, a noi dedicava la sera poi andava via come faccio io oggi, quando rientro in carcere e spiego al mio bambino che lo devo fare così la mattina può mangiare i cornetti caldi. Una vergognosa bugia escogitata da ton ton Oreste che comincia a traballare. Giorni fa ha chiesto alla mamma: «Perché papà dorme con i poliziotti?». Non capiamo dove possa aver sentito una cosa del genere. Non ha nemmeno tre anni, non posso mica portarlo davanti alla carraia blu. Ma chi glielo ha detto?
Nel 90-91 vengo scarcerato, c’è il casino della Pantera, poi l’esilio, l’incontro con Oreste Scalzone, il migliore dei cattivi maestri, il carcere francese, ancora l’esilio, il lavoro all’università, i libri, l’estradizione, una gigantesca montatura giudiziaria e di nuovo il carcere, in mezzo a tutto ciò tanti affetti frantumati, amori persi per strada, delusioni umane grandissime, i miei nonni, i miei zii e mio padre morti senza poterli salutare, tante cose lasciate e non più ritrovate, salvo mia madre sempre lì, come una montagna, è entrata in tante carceri, ha accettato perquisizioni, silenziosa e dura non si è mai piegata, è venuta a cercarmi lontano, ha imparato le regole della riservatezza, come potrei farne a meno?
Quando mi giro mi accorgo che sono passati 25 anni e non è ancora finita. Superata di un bel pezzo metà della pena è arrivata la semilibertà… una compagna più giovane che sopporta tutto questo, anche il mio disincanto, il bel bambino che sa già dove dormo ma fa finta di credere che il papà esce ogni sera per prendere i cornetti (tra un po’ mi dirà «a papà, mica ci vuole una notte intera per comprarli!»), un altr@ pers@ e scolpit@ sulla carne e per sempre nel cuore.

https://insorgenze.net/2014/10/09/lettera-ad-un-bambino-nato-due-volte/

Lettera ad un bambino nato due volte

Sirio è a casa! sta qui vicino a me nella culla!
Nonostante l’ipotermia il suo viso è molto dolce

1503290_10152085712818429_803803905_nCaro Sirio,

ti scrivo questa lettera con la speranza che un giorno tu possa leggerla, magari condividendola con tuo fratello. Mi piace pensare che tu possa arrivare a farlo con quella voce che ogni tanto ci fai sentire. Ammaliante come un piccolo canto delle sirene, inno di battaglia che annuncia la tua voglia di vivere, forza incredibile che guardiamo con stupefatta ammirazione, imparando da te ogni giorno la fatica dei piccoli gesti, la conquista quotidiana della vita.

Un anno fa, il 4 ottobre 2013, nascevi per la seconda volta. Quel giorno hai conosciuto la morte. Il tuo cuore si è fermato. Non sappiamo perché. Nessun dottore ha saputo dircelo con esattezza. Qualcuno ha parlato di Alte-Sids, la morte improvvisa del lattante (Sudden Infant Death Syndrome), comunemente conosciuta anche come “morte in culla”.
Nei testi scientifici la descrivono come una morte improvvisa e inaspettata del neonato, fino a quel momento sano, che si verifica preferibilmente durante il sonno e che rimane inspiegata anche dopo l’esecuzione di un’indagine completa comprendente l’autopsia, l’esame delle circostanze del decesso e la revisione della storia clinica del caso.
Eri a casa da otto giorni, dopo averne trascorsi 41 in ospedale per la tua “prematurità” che – come dice nonno Oreste, anche lui settimino come te – dovrebbe definirsi immaturità, poiché è prematuro colui che matura prima degli altri, non dopo.
Da appena due giorni avevi superato la prima visita di controllo con un profluvio di elogi che hanno assunto poi il senso della beffa.
Tua madre conosce a memoria le cartelle cliniche. Ha letto ogni particolare dei diari medici e infermieristici decifrando le scritture più incomprensibili. Per alcune settimane hai sofferto di bradicardie, la prima l’hai fatta davanti ai miei occhi, una sera, quando eri ancora in incubatrice. Hai reclinato il capo, come quel mattino, perdendo i sensi. Non volevo più andarmene dall’ospedale. Non volevo più abbandonarti dopo quello che avevo visto. Ti eri spento all’improvviso, tu che ti agitavi come un pesciolino nell’acquario e facevi sentire la tua voce acuta. Rientrato a casa non trovavo le parole per raccontarlo a tua madre.
“Un fatto normale in un immaturo nato a trenta settimane”, spiegarono i soliti dottori. Un disturbo momentaneo, dovuto all’immaturità dei centri nervosi che regolano battito e respirazione. Alla trentaseiesima settimana sarebbe tutto scomparso.
Ed alla fine della trentaseiesima ti hanno mandato a casa, nonostante sei giorni prima avessi avuto ancora una pesantissima bradicardia. Episodio che aveva richiesto un intervento manuale dell’infermiera. Ma a noi, ignari, sembrava una liberazione. Anche tu a casa, finalmente. “La casa di Sirio” non sarebbe stata più il Gianicolo, come era convinto tuo fratello.
1379668_10151721535593429_25546666_nEra un giorno felice dopo il parto anzitempo e la lunga degenza in ospedale. Tua madre sembrava una libellula con quel grembiule verde ancora indosso. Non l’ho mai più vista così felice. E Nilo non si tratteneva dalla gioia quando sei entrato a casa, aveva finalmente il fratellino con cui poter giocare.
Otto giorni dopo la morte si è infilata nel tuo letto.
Oggi il dubbio è un tarlo. La tua vita attuale è dipesa da quella dimissione affrettata e senza ausili protettivi, come un banale ossipulsimetro? Per poche centinaia di euro sei ora costretto a lottare contro una tetraparesi, con una tracheo in gola e un rubinetto nello stomaco?
La domanda ci tormenta perché tra le tante ingiustizie che scolpiscono la vita tu hai subito la peggiore.
Riposavi accanto a mamma. La sera prima ti avevo adagiato sul petto di tuo fratello e ti eri addormentato su una mia spalla mentre lavoravo al computer. Quella mattina ci avevi salutato col pianto del lattante affamato mentre uscivamo per andare a scuola. Allora la morte è venuta, gelida e avida. Ma quel giorno è dovuta ritornarsene a mani vuote.

Questo voglio raccontarti, quell’incredibile catena umana che quel mattino ti ha ridato la vita strappandoti dalle mani di colei che tutto oblia. Voglio raccontarti quella furibonda lotta, la folle corsa verso l’ospedale. Quei tredici interminabili minuti. Anche se quanto avvenuto in quei momenti è niente di fronte al cammino che hai fatto nel frattempo.

Un urlo strozzato mi è entrato nelle ossa all’apertura della porta.
Non avevo risposto alla chiamata di tua madre perché stavo salendo le scale.
“Ma che è morto? E’ morto!”.
Stravolta, tua madre m’è apparsa sull’uscio del corridoio. Eri immobile tra le sue braccia aperte. Una di quelle madonne palestinesi che corrono senza meta nelle strade impolverate per mostrare al mondo il figlio trucidato.
Non ci ho creduto, Sirio. Non ci ho mai creduto. Sono pazzo, lo so!
Ho lasciato cadere le cose che avevo tra le mani e ti ho stretto a me. Ho preso la tua nuca ed ho cominciato insufflarti aria, poi giù per le scale verso l’ospedale. Tua madre dietro seminuda con le scarpe in mano.
Le tue guance perdevano calore ma il tuo viso era dolce, i tuoi occhi addormentati. “Sirio” – gridavo – “respira”. Ma dal tuo naso è uscito solo sangue. Due rivoli di sangue provocati dalla rottura dei capillari, ci hanno poi spiegato i medici. Un sapore portato in bocca per giorni.
1044777_10151679631563429_345110417_nSaltavo gli scalini quattro alla volta, soffiavo aria e tenevo ferma la tua testa. Conquistato il cortile arriviamo al cancello, poi in strada verso la macchina che ci ha subito tradito. Batteria completamente scarica. Tua madre fa un primo tentativo, poi un secondo. Ci guardiamo, “Via, lascia perdere. Andiamo a piedi, fermiamo qualcuno”. Usciamo di corsa, “Prendiamo il motorino” – dice lei, ma di fronte a noi c’è Mimmo, un vicino che sta prendendo la sua autovettura ed ha visto tutta la scena. Ci fa segno, “Salite vi porto io”.
Salgo davanti, mamma monta dietro e si parte. Intanto continuo a soffiarti la vita dentro ma non reagisci. Ti gonfi come un palloncino. Sento il tuo petto riempirsi e poi svuotarsi tra le mie mani.
Ci vuole il massaggio, mi dico. Anche se la posizione non era la migliore, provo a fare pressione sulla cassa toracica ma ho subito paura. Mi sembra di farti solo del male.
Intanto il cuore batte in gola, quello mio. Accade così quello che poteva essere l’irreparabile. La morte trova un alleato sicuro nel traffico. Una lunga fila blocca la strada all’altezza del primo semaforo. Non c’è scampo. Non si può fare inversione, non ci sono vie laterali dove immettersi. Sembra davvero finita.
Ma io non ci credo, non ci ho mai creduto. Dovevo ad ogni costo portarti in ospedale, nulla mi avrebbe fermato, come anni prima quando dovevamo raggiungere un obiettivo.
Apro lo sportello e scendo. Ti tengo sempre stretto a me. Comincio a correre tra le macchine senza smettere di insufflarti. Arrivo al centro dell’incrocio, la gente mi guarda, alcuni non capiscono, altri hanno paura. L’autista di un pulman, che è lì davanti, comprende al volo ed inizia a suonare il clacson. Ora sono in mezzo all’incrocio con un neonato in braccio che insufflo, ricordo una nonnina ferma al semaforo. Lei sì che capisce cosa sta succedendo. Con le mani tra i capelli grida: “corri, corri”. Ma le macchine stanno ferme. Faccio segno di avanzare, di fare largo, ma non si muovono. Allora comincio a dare colpi sul parabrezza. Alla guida c’è una signora che ha paura, è terrorizzata, Forse gli prendo a calci la macchina, alla fine si muove. Inizia un concerto di clacson, le macchine si spostano, si apre un varco, Mimmo ne approfitta e viene avanti. Risalgo e ci lasciamo l’incrocio alle spalle. Gli altri semafori saranno clementi, un’onda verde ci apre la strada, Mimmo fa anche un piccolo contromano. La morte non ha più alleati. Intanto non smetto la respirazione bocca a bocca ma siamo finalmente al san Camilllo. Ci dirigiamo verso il pronto soccorso pediatrico, le tue labbra cominciano a scurirsi, salto dalla macchina che è ancora in movimento e mi precipito all’interno. C’è una mamma col bimbo, mi guarda scioccata, la rivedo dopo che piange a dirotto, tutti intorno capiscono al volo, vedo infermieri che corrono. Irrompo nella stanza delle emergenze e ti poggio sul lettino. Mi allontanano, poi ci fanno domande su cosa è accaduto, nel frattempo arrivano le rianimatrici con un enorme borsone. Sono due ragazze, sono loro che faranno ripartire il tuo cuore.
fotoTua madre piange, io ho solo adrenalina, tanta adrenalina, infinita adrenalina. Si apre la porta, “quanto pesa il bimbo?”. Poi si richiude. Siamo lì che aspettiamo seduti per terra, appoggiati ad un muro. Guardo quella porta chiusa, mi ricorda altre porte, sensazioni già vissute in tribunale, nei processi…. Quando si apre ci sarà il verdetto.
Ancora un po’ e sentiamo dal monitor qualcosa che assomiglia ad un battito. Nessuno esce, forse aspettano che si stabilizzi. Passa ancora del tempo, arriva anche il primario. Poi esce lei, la dottoressa, è giovane, si chiama Chiara. “L’ho salvato – dice – ma non so se gli ho fatto un favore. Dovete esserne coscienti”. Non ci ha illuso, ci ha fatto capire che avevamo l’Everest davanti. Ma io sentivo che eri un grande scalatore. Eri nato di nuovo, il tuo cuore era tornato a battere. Eri intubato. Cominciava la lunga marcia! Come un maratoneta hai iniziato a macinare chilometri. L’ambulanza del Bambin Gesù, la Sten, non ha tardato molto. I dottori avevano deciso di congelarti, rallentare i processi vitali con l’ipotermia serviva a salvaguardare le cellule cerebrali riducendo il danno potenziale dovuto alla lunga ipo-anossia.
Quando si sono aperte le porte abbiamo riconosciuto il viso familiare di un’altra dottoressa. Una delle migliori. Ci ha sorriso, ne avevamo bisogno. Poi sei tornato di nuovo nel posto che tuo fratello pensava fosse la tua prima casa.
Mentre aspettavamo davanti alle porte dell’area rossa ti spogliavano per trasformarti in un ghiacciolino, 33 gradi corporei. Eri ricoperto di cuscinetti ghiacciati, la tua culla aveva la forma di una strana giraffa, eri gonfio, tumefatto dall’insulto, così lo chiamavano quei camici bianchi, sovrastato da macchinari e pompe, tubi ovunque. Ma il viso sempre dolce.
Un posto gelido il Dea, una sorta di Acheronte, con la morte che sta lì in un angolo a guardare chi può prendersi. Tua madre stava impazzendo. Ogni giorno che passava i dottori perdevano la speranza, dicevano che saresti rimasto un vegetale e lei voleva staccare tutto per fuggire via con te, sotto un pino del Gianicolo dove farti sentire l’ultima brezza. Non facevano grande affidamento sul tuo conto, anche se contrastavi il respiratore meccanico hanno voluto farti la tracheo comunque.
fotoIl 15 ottobre hai riaperto gli occhi smentendo tutti, obbligandoli a richiamare persino il primario per riscrivere la diagnosi. Papà già sapeva che da un po’ facevi dei movimenti e una sera li avevi aperti al canto di De André. Hai avuto tanta musica nelle orecchie, dal rock allo zecchino d’oro, ai canti di lotta, alla voce di Nilo che ti raccontava delle storie insieme a mamma fino al giorno che qualcuno rubò tutto. E sì Sirio persino questo ti hanno fatto, il furto di un vecchio ipod e di un mp4 da 19 euro dalla tua culla, quella di un bimbo appena risvegliatosi dal coma. Tu lottavi per restare in vita in un mondo fatto di anime morte.
Poi sono venute loro, delle strane artigiane senza camice bianco che riparano bambini. Li aggiustano, come dice tuo fratello (anche se sostiene di esser più bravo lui), li mettono seduti, li fanno camminare come Geppetto che trasformò un burattino in un bambino.
Continua così Sirio, verrà anche per te il giorno che potrai correre con il tuo amico Lucignolo nel palese dei balocchi.

Papà

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foto nilo mammaMi chiedo spesso se sarà mai possibile liberarmene e penso di no.
Ma non esiste nottata, giorno, riposo o dormita profonda che non si ripresenta per intero.
Dallo scossone che pensavo di ucciderlo, al mio urlo, al telefono che non risponde, alle mie lacrime, ai tuoi piedi sulle scale, il rumore delle chiavi che aprono, il cuore che si ferma per trovare le parole per dirti che accade, la voce che esce che è solo urlo.
Le tue lacrime immediate, il tuo urlo, il tuo “respira ti prego”, le scale, io che metto in moto invano, il traffico sulla Portuense, l’autista dell’autobus, la vecchia sul marciapiede, la macchina verde accanto a noi, i visi all’ingresso dell’ospedale.
La faccia dell’infermiere, le lacrime della mamma seduta, i volti delle rianimatrici, la porta chiusa e la morte che mi ballava intorno.
Le scale, la Tin, la pediatra del parto e i suoi ciondoli uno per ogni figlio felice, il sorriso della Piersigilli, io che le salto al collo, Stefania che mi chiede dell’antipidocchi, gli sguardi su di me come fossi assassina.
Il freddo, che stavo con quella canottiera sporca di latte.
La nuova corsa, il gianicolo che aveva colori diversi da 8 giorni prima, la porta del Dea, la porta del Dea, la porta del Dea, gli occhi bassi di Dotta, la violenza della sua bocca aperta e del suo corpo gonfio.
Il freddo.
Vivo tutto ciò ogni fottuto giorno,
spesse volte come un mantra doloroso e raccapricciante.
Che fatica.

Baruda

47 thoughts on “Chi sono! o forse chi ero

    • Chi so io? E chi ho da esse…?

      – E quelli? – Quelli? Je successe questa:
      che mentre, lì, frammezzo ar villutello
      così arto, p’entrà ne la foresta,
      rompevano li rami cor cortello,
      veddero un fregno buffo co’ la testa
      dipinta come fosse un giocarello,
      vestito mezzo ignudo, co’ ‘na cresta
      tutta formata di penne d’uccello.
      Se fermorno. Se fecero coraggio:
      – Ah quell’omo! – je fecero, – chi siete?
      – Eh – fece, – chi ho da esse’? So’ un servaggio.

      Cesare Pascarella, La discoverta dell’America

  1. Non so chi sei, ma presumo un carcerato.
    Il blog è molto, molto bello; scritto bene e soprattutto molto sentito, quindi profondo.
    L’ho scoperto solo ieri, ora comincerò a leggerti più di frequente. Congratulazioni,
    Andrea

  2. ciao,
    mi ha fatto un gran piacere trovare questo blog, alla domanda chi sei…beh…sorrido…..
    complimenti per questo blog che è davvero interessante, penso che lo visiterò spesso 🙂 !

    baci

    blanka

  3. La rivista che curi è molto intelligente, e molto commovente.
    E fa venire voglia di resistere e di disobbedire.

    Una sola cosa, non ti offendere: la finestrella con le traduzioni automatiche è un pericolo pubblico. Non traduce niente correttamente. Io ho verificato le lingue che conosco bene, per cui fidati!!
    Non credo che serva a niente, in un certo senso è controproducente. Meglio creare un network di volontari che ogni tanto traducano gli articoli più richiesti. Che dici?
    Un abbraccio, chiunque tu sia e
    GRAZIE!

  4. ho letto solo l’articolo su prima linea e proverò a confrontarlo col film quando avrò occasione di vederlo. il sito mi sembra fatto bene. io però ho la tendenza alla critica estrema e puntigliosa, quindi ti chiedo… non trovi quanto meno “in contrasto” con le idee propugnate la foto col tipo che dipinge sul muro la falce e il martello indossando le tiger?! io se avessi una certezza sulle mie idee politiche cercherei di essere il più coerente possibile anche ad esagerare… xò magari è solo una mia mania di perfezionismo… ormai i compagni di oggi sono tutti borghesi con fred perry, nike e angel&devil … 😦

    • Le Tiger sono delle scarpe!? Grazie dell’informazione. Magari il mio è solo un difetto ma in genere non guardo quello che gli altri portano ai piedi, anche perché poi non saprei distinguere. Penso piuttosto a quel che hanno in testa. Guardo le loro facce e se sono fanciulle anche qualcos’altro.
      Fred Perry non l’avevo mai sentito prima, ma se non avessi letto che si tratta di scarpe avrei pensato ad una marca di whisky. Facciamo così:
      lasciamo che uno calzi quel che vuole. La rivoluzione si fa meglio se uno non ha male ai piedi. E poi magari il giovane della foto quelle scarpe le ha “prelevate” da una vetrina… vallo a sapere. Mica sarai contrario all’esproprio di volgari merci?
      In ogni caso l’ascesi non aiuta granché a fare la rivoluzione. Il socialismo ascetico era una delle tante versioni del socialismo utopistico del primo 800. Le pezze al culo non sono un segno di coerenza ma un problema di reddito. Il comunismo non è l’indigenza condivisa ma la ricchezza redistribuita equamente.

  5. Bellissimo tutto, compreso il Pascarella, ma soprattutto la notizia di Manolo Morlacchi e Costantino liberi. A pugno chiuso Cesare

  6. ti leggo e mi sovviene una canzone di De Andrè..una delle tante citabili…
    Certo bisogna farne di strada
    da una ginnastica d’obbedienza
    fino ad un gesto molto più umano
    che ti dia il senso della violenza
    però bisogna farne altrettanta
    per diventare così coglioni
    da non riuscire più a capire
    che non ci sono poteri buoni
    (nella mia ora di libertà)
    grazie e a presto. Blanka

  7. Ciao sono uno studente di giurisprudenza, mi presento mi chiamo Sebastianoi, ti volevo chiedere se potevo fare riferimento ad un paio dei tuoi articoli (Rosarno) per la mia tesi di laurea, in anticipo grazie del tempo dedicatomi, ps fai davvero 1 gran bel lavoro, continua così !!

  8. Belle e 4 parole. Mi piace quello che scrivi e mi piace come lo dici. Ma non ha importanza se non fosse che è un contributo per la Lotta.

    Massimiliano

    (ti linko)

  9. Ho conosciuto il tuo blog cercando sul web un commento condivisibile sulla vicenda di Battisti. Continuerò a seguirti perché vedo che sai di cosa stai parlando. Scusa la mia stupidità: sei Paolo Persichetti?

  10. Navigando fra le onde del web mi sono piacevolmente incagliato in questo bel blog.

    Scrivo per passione con lo pseudonimo di Josè Pascal (figlio del fu Mattia Pascal e Ederì Buendìa discendente del grande colonnello Aureliano Buendía).

    Ti invito a visitare la mia scatola ed eventualmente collaborare.

    Se un giorno vorrai una lettera mi invierai a inparolesemplici@gmail.com

    buona vita e a presto spero

  11. Ciao. Sono Donatella Quattrone. Sul mio blog mi faccio chiamare ColpaMetafisica. Sono quella che ha commetato sul blog di Valentina e vi ha segnalato.
    Ho idee politiche opposte alle tue ma è così con tutti quelli che frequento sul web. Come ora anche tu mi hai fatto simpatia e ho pensato di venire a trovarti qui. Ti linko. Ciao.
    Donatella.
    http://parolenude.splinder.com

  12. potresti essere Mario, Franco, Barbara o Alessandra…la storia e piena di nomi come le lapidi dei cimiteri….le celebrita’ hanno bisogno di un nome, i casellari giudiziari hanno bisogno di nomi, e in un potere dove il diritto non esiste, il nome e solo un dovere. l impoprtante e mettere a nudo realta’che forse non tutti sapevano , o che non volevano vedere e che ancora oggi esistono in tutti i carceri di regime. Nell esperienza non ce nulla di anacronistico ma solo il racconto di una vita cercata profondamente dal proprio essere. Un saluto, ovunque tu sia.

  13. quasi un pacchetto di sigarette e una notte insonne distribuita tra PolvereDaSparo e Insorgenze… ma ne valeva la pena! x___x
    A questo punto non resisto e ti cito l’ultima frase in risposta a Giovanni sul mio blog.

  14. ciao ,penso di aver letto un tuo libro, scritto con Oreste Scalzone, per Odradek se ho capito bene! Il tuo blog è veramente rigoroso e serio, l’ho conosciuto solo oggi. Ma mi spieghi una cosa? Perché quelli di Carmilla si sbracciano tanto per Saviano, tanto che hanno messo in croce Dal Lago in un pezzo? Un saluto

    • La domanda andrebbe girata direttamente a loro. Per quanto ne so credo che sotto ci sia un problema di legami letterari. Il direttore della collana Mondadori o Einaudi, non so esattamente perché come immagini non frequento quei salotti, che ha pubblicato Saviano è legato al giro di Carmilla. Credo proprio ai Wu ming, condivide i loro discorsi sul nuovo genere epico italiano di cui Saviano è ritenuto il più illustre interprete… Che dirti? Lasciamo alla storia dare il suo verdetto!

  15. Pingback: Prospero Gallinari: un passaggio delle memorie del “contadino nella metropoli. icordi di un militante delle Brigate rosse”

  16. Sono anni che leggo questo blog con onesta discontinuità. Qui capito quando mi interrogo sulla qualità della politica e della “giustizia”. Ho trovato nelle tue parole tanti concetti e tanti interrogativi che talvota mi pongo, per poi dimenticarmente dietro i colpi assestati dai ritmi di questo stile di vita perbenista e benpensante.
    Non so quale sia la storia della tua vita, ma per quello che posso comprendere sugli uomini liberi, tu dai l’impressione di esserlo molto più di tanti altri che dormono a casa tutte le notti. Grazie per condividere con noi pasanti tutto questo. Grazie di cuore. Filippo

  17. ma come fa un uomo (o donna) a torturare un altro uomo (o donna)? ma come fa un uomo a torturare un altro uomo? ma come fa un uomo a torturare un altro uomo?…mi dispiace, non riesco a pensare ad altro. Quando mi sforzo di pensare ad altro mi viene solo in mente: ma come fa un uomo a torturare un altro uomo e restare impunito? Penso che nessuno di noi sia libero. Chiunque abbia nel suo bagaglio questa roba e ci pensi la notte, é ancora più vittima di qualcosa che mi terrorizza profondamente. Se qualcuno di voi in questi blog ha una risposta, in particolare su come si fa a restare impuniti, come si fa? Voglio i nomi di chi perpetra e di chi lascia perpetrare! Anche per la storia del G8 di cui sono a conoscenza anche i perbenisti benpensanti…ma come é possibile?? Aiuto.

  18. Sono quelli come te che conservano la libertà, la alimentano e ne amano l’intima natura rivoluzionaria. Nessuna sbarra ferma il pensiero.

  19. a pugni chiusi dalla grecia, da un compagno che non ha fatto tempo di dissociarsi. chiedo scusa per il cattivo italiano , non scrivo ormai da molti anni. Ho militato anche io in autonomia ed alle formazioni combattenti e mi sento ancora vivo e felice che esistono compagni come te. ti ringrazio molto con un abbraccio forte. hasta siempre!

  20. Sono la mamma di Mario. Sono una donna con una storia diversa, sono borghese, avvocato, ho sposato un servitore dello Stato. Sono, potrei essere, la cosa più lontana da te e dalla tua famiglia. Sono la mamma di un bambino morto e rinato. La mamma di un 30 settimane bradicardico, tracheostomizzato, morto e rinato due volte, rianimato alla buona, assistiti solo dalla nostra discreta memoria (“no!! Fai così, la dottoressa faceva così! “) Sono quasi le tre del mattino, il saturimetro mi dice che va tutto bene, io piango e ti ringrazio. Hai parlato per me, hai parlato per mio marito, hai soprattutto parlato per Mario. Grazie perché hai sciolto i nodi di un pianto chiuso, blindato sotto strati di leggerezza forzata, di ironia. La verità è banale, io lo so: il dolore è trasversale, casuale, inappellabile, eppure Sirio, Mario,e tutti i bimbi senza nome sanno meglio di noi che vuol dire “rivoluzione “, ogni volta che reimparano a respirare.

  21. Forza Mario! Un bacio dolce per te. Sirio ha due anni, è un bimbo curioso, sta seduto e si guarda intorno divorando con gli occhi ogni cosa e soprattutto comincia a voler camminare.

  22. Anche Mario ha due anni, anche lui ha ricominciato a camminare dopo tanti mesi di paralisi forzata. Ma loro sono forti, forti, forti! Un abbraccio a tutti voi, che tra mille difficoltà portate avanti l’amore, la dedizione, l’attenzione. Ti leggerò con costanza, sei parte di una storia che varrebbe sempre la pena approfondire.

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