Chiesti 27 anni per il capo del Ros

Milano – (Adnkronos/Ign) – Le accuse sono associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, peculato e falso

Ultimo aggiornamento: 14 aprile, ore 21:09

Milano, 14 apr. (Adnkronos/Ign) – L’accusa è grave. Aver ”promosso, costituito, diretto e organizzato, all’interno del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, un gruppo dedito alla commissione di una serie indeterminata di illecite importazioni, detenzioni e cessioni di ingenti quantitativi di cocaina, eroina e hashish e pasta di cocaina, utilizzando la struttura, i mezzi, le relazioni e l’organizzazione dell’Arma dei Carabinieri, abusando della propria qualità di pubblici ufficiali, avvalendosi in modo strumentale delle norme che regolano la consegna controllata, l’acquisto simulato, il ritardato sequestro e arresto da parte degli operatori di polizia giudiziaria”.
A capo di quella che è stata definita come una “banda in divisa” c’era Giampaolo Ganzer, generale a capo dei Ros. E c’è anche un secondo generale, Mauro Obinu, anche lui ai vertici dei Ros prima di entrare nel Sisde. Per entrambi oggi il pm di Milano Luisa Zanetti ha fatto richieste particolarmente pesanti: 27 anni di carcere per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, peculato, falso. E richieste non meno pesanti, il magistrato le ha fatte nei confronti di altri 16 imputati, soprattutto ex militari dei Ros, per pene comprese tra i 5 e i 27 anni.
Dopo quasi cinque anni di processo, 12 udienze di requisitoria, e anni di indagini e di trasferimenti del fascicolo per mezza Italia, arriva dunque al termine della requisitoria uno dei procedimenti tra i più delicati degli ultimi tempi. Un procedimento nato a Brescia, poi trasferito per competenza a Milano, da qui spostato a Bologna e alla fine, per decisione della Cassazione, approdato definitivamente a Milano nel 2001, quando oramai i termini erano scaduti e bisognava ‘stringere il cerchio’ velocemente.
L’associazione, per l’accusa, comincia ad operare a Bergamo circa una ventina di anni fa, quando gli ufficiali dei Ros avrebbero cominciato ad “instaurare contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione né alla loro denuncia, ordinano quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro”.
Non fanno tutto da soli. Possono contare, per le formalità più evidenti, sulla ‘collaborazione’ di un magistrato, Mario Conte, sostituto procuratore prima a Bergamo, poi a Brescia, anche lui finito a giudizio ma in un procedimento stralciato per motivi di salute dell’imputato.
Il suo ruolo nelle ‘operazioni antidroga’ era fondamentale perché, con la sua firma, sostiene l’accusa, forniva ai Ros la copertura legale. “Con Obinu e Ganzer – si legge nella richiesta di rinvio a giudizio – il sostituto procuratore Conte promuove, costituisce, dirige, organizza l’associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya (colombiano), Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese) e Biagio Rotondo, agevolandone l’attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad interventi operativi”.
La ‘banda’, nel tempo, avrebbe mosso centinaia di migliaia di euro, per un totale di quasi tre miliardi. E chili su chili di droga. Ma non per soldi, più che altro, sostiene l’accusa, per “potere, carriera, visibilità, prestigio” tutto quello che come polizia giudiziaria, a loro giudizio, non avrebbero mai raggiunto o, per dirla con le parole dei magistrati “per pervenire a brillanti operazioni di polizia in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire visibilità e successo”.
Ma non è solo una storia di droga. Secondo l’accusa dagli ufficiali sono anche passate molte armi, come il carico della nave ‘Bisanzio’, giunta Ravenna da Beirut nel dicembre 1993 che, oltre a migliaia di chili di stupefacente trasportava 119 kalashnikov, due lanciamissili, quattro missili e numerose munizioni, venduti in cambio di una somma di denaro di cui si è persa ogni traccia.
Gli imputati avrebbero inoltre utilizzato gli strumenti concessi dalla legislazione vigente in materia di antidroga ”in modo distorto e contrario alla legge, simulando la sussistenza dei presupposti di fatto per introdurre agevolmente e senza controlli la sostanza stupefacente in territorio nazionale, per trasportarla e detenerla, per procedere alla sua eventuale raffinazione e alla successiva vendita ad acquirenti, ricercati dagli stessi associati, e oggetto di intervento e conseguente arresto, per pervenire così a brillanti operazioni di polizia, in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire, tra l’altro, visibilità e successo”. Sotto accusa ci sono, in particolare, sei operazioni condotte tra il 1991 e il 1996 a Bergamo. Terminata la ‘parte’ dell’accusa, dalla prossima udienza toccherà alle difese trarre le loro conclusioni per un processo che, salvo ‘incidenti’ di percorso, potrebbe arrivare a sentenza nell’estate.

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