Brigate Rosse, una storia interna alla violenza operaia degli anni 70

Dal blog Campagna di primavera riprendiamo questa recensione di Ugo Maria Tassinari sul volume “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera”

E ‘ un progetto ambizioso: il volume presentato da uno degli autori, nello spazio autogestito degli studenti di Architettura a Napoli il 18 maggio scorso, è il primo di una trilogia che punta a essere l’opera definitiva sulla storia delle Brigate Rosse. Aspirazione non velleitaria: perché il team è qualificato e ben assortito. Marco Clementi, ricercatore di Storia dell’Europa orientale ad Arcavacata, ha pubblicato già opere sulla “pazzia di Moro” e la “storia delle Brigate rosse”. Elena Santalena insegna presso l’Université Grenoble-Alpes, dove collabora con il Laboratoire Universitaire Histoire Cultures Italie Europe. Studia gli anni della rivolta in italia, la questione carceraria, i movimenti armati e di contestazione. Paolo Persichetti è un ex brigatista di ultimissima generazione: la condanna per le Br-Ucc e l’estradizione dalla Francia (caso più unico che raro) gli hanno stroncato una promettente carriera accademica a Paris 8. I tre hanno combinato sapientemente fonti orali (con interviste esclusive ad alcuni dei leader del principale gruppo armato italiano) e lavoro di archivio (con uno scrupoloso spoglio dei numerosi documenti di polizia e servizi segreti recentemente desecretati) e così facendo parlare “guardie e ladri” sono riusciti a restituirci una potente visione di assieme.
Da questo lavorio emerge un dato interessante: le analisi e le ipotesi investigative elaborate in tempo reale in anni in cui le forze dell’ordine non potevano avvalersi né di infiltrati (l’unico, il pittoresco fratello Mitra, fu bruciato per catturare Curcio e Franceschini) né di pentiti dimostrano una capacità di conoscenza e di comprensione decisamente superiore ai risultati ottenuti sul campo e alle idee correnti sulla qualità della nostra intelligence
Il merito precipuo del primo volume, che tratta gli anni dal 1970 al 1978, dalla nascita all’acme del sequestro Moro, è però un altro. Attraverso una puntuale ricostruzione dell’elaborazione teorica e della pratica militante delle prime Brigate rosse si restituisce al fenomeno la sua realtà effettuale: essere stata cioè non una banda criminale o una spectra agita da chissà quale potenza straniera od oscura ma un’organizzazione nata e cresciuta dentro il conflitto sociale dei primi anni Settanta, in cui la violenza operaia in fabbrica, dai pestaggi dei capi e dei crumiri al sabotaggio della produzione, era diffusa e quotidiana. A differenza degli altri gruppi rivoluzionari, che estendono le lotte dai quartieri alle carceri, dalle caserme ai manicomi, la Brigate rosse concentrano per i primi anni le loro attività nelle fabbriche del triangolo industriale. Poi, “fallite le esperienze dei gruppi politici extraparlamentari nati nel biennio 1968-69, la lotta armata divenne, a metà degli anni Settanta, un’opzione che conquistò larghi settori del movimento. Le Brigate rosse furono, semplicemente, parte di quel processo”.

 

Quella piccola evasione di parole, in ricordo di Sergio Manes

Leggo della morte di Sergio Manes (qui). A lui devo un libro, un libro scritto in carcere. A lui devo quella piccola evasione di parole raccolta in un volumetto di 238 pagine, Esilio e castigo. Restroscena di una estadizione. Sergio dirigeva una piccola casa editrice napoletana, La città del sole. Fu tra i pochi ad avere coraggio, darmi fiducia ed ascoltarmi in quel difficile 2005, insieme a Daniel Bensaïd che mobilitò l’editore francese Textuel. Altri pavidamente girarono le spalle. Dopo undici anni di esilio in Francia mi ritrovavo da tre anni nelle carceri italiane, “straniero in patria”, dopo una rendition avvenuta al coperto del tunnel del Monte Bianco. 
Ora che te ne sei andato, caro Sergio, ho il rammarico di non averti incontrato e abbracciato: il turbinio folle che è stata la vita sotto cronometro passata negli anni della semilibertà, venuta tre anni dopo quelle pagine, e poi quel che è succeso a Sirio mi hanno distolto. Mi angoscia questa mia mancanza, te ne chiedo scusa ora che è troppo tardi. Ciao Sergio!

Per saperne di più
Libri dal carcere e dall’esilio
Recensioni – l’ex brigatista tra esilio e castigo
Erri De Luca, “La fiamma fredda del rancore”
Vedi Paolo…
24 agosto 2002
Il Patto dei bravi
La polizia del pensiero
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Un kidnapping sarkozien
Bologna, l’indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi
Paolo Giovagnoli, quando il pm faceva le autoriduzioni
Paolo Giovagnoli, lo smemorato di Bologna
Negato il permesso all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto 24 agosto 2002

 

La recensione – “Brigate rosse” di Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, 2017, ed. Derive Approdi

 

Sabato 11 marzo 2017
Un nuovo libro sulle Brigate rosse poteva rappresentare, sulla carta, una scommessa ardita per svariate ragioni. Primo, perché nonostante una nota ministeriale del 30 dicembre del 1979 avesse quantificato in ben 269 le sigle di guerriglia armata operanti in quel tempo in Italia, la quasi totalità della pubblicistica editoriale su quegli anni è stata monopolizzata dalle Brigate rosse e in particolare dal sequestro Moro. Ragion per cui, anche se per la gran parte si è trattato di testi di ben modesto valore, e ve lo dice uno che ha dovuto, obtorto collo, “sciropparseli” tutti, non era comunque semplice sottrarsi allo scetticismo del repetita iuvant? Secondo, perché la scelta di scrivere un saggio di tale ponderosa accuratezza scientifica a tre mani, poteva risolversi in un lavoro incompiuto, dove ognuno scrive il suo bravo pezzo, perdendosi così il significato dell’insieme, mai come in questo caso, peraltro, fondamentale. Terzo, perché anche la scelta dei tre autori poteva rivelarsi “rischiosa”. Lo storico Clementi aveva pubblicato qualche anno fa per Odradeck quello che è di gran lunga il testo più esaustivo sulla storia della più longeva organizzazione armata italiana, il giornalista Persichetti si occupa da anni di ricostruire con minuzia e rigore la verità del sequestro Moro in contrasto alle diffuse “dietrologie” che da anni imperversano dalle più parti, e la ricercatrice Santalena ha scritto qualche anno fa per l’Università di Grenoble la più completa ricerca sul contributo delle lotte carcerarie al fenomeno della lotta armata degli anni settanta.
In sintesi, il più esperto di storia delle Br, il più esperto del sequestro Moro e la più esperta delle lotte carcerarie, tutti insieme in uno stesso libro. Sembrava insomma uno di quei “supergruppi” del rock che andavano di moda negli stessi anni settanta, quando alcuni big univano, per qualche fortunato disco, le forze, tipo CSN&Y, Byrds, EL&P ma anche Cream, Yes e Traffic, per citare i primi che vengono in mente, e poi tanti saluti, e ognun per se.
E invece, al termine della sua lettura, possiamo dire che i tre autori sono riusciti a pubblicare non solo un libro che mancava, ma anche un libro che ci voleva, perché fondamentale.
Mancava, perché è totalmente diverso da tutti gli altri in commercio, nel senso che non è né l’ennesimo riepilogo cronologico di fatti e persone dalla fondazione allo scioglimento delle Br, né l’ennesimo racconto di un vissuto personale da una parte o dall’altra della Storia, né l’ennesimo saggio sui cosiddetti “anni di piombo in Italia”, e neppure l’ennesimo resoconto di quel generale movimento politico collettivo con quelle solite tappe di rito che come hanno già detto e scritto in centinaia, con una sintesi discutibile, hanno fatto durare vent’anni, a differenza che nel resto del mondo, il “sessantotto” nostrano.
Ci voleva, perché questo libro, in realtà, proprio perché non è tutte quelle cose dette sopra, è altro.
Ovvero una monumentale e rigorosamente documentata (la consultazione delle fonti è stata di rara serietà) “memoria”, secondo quel termine che usiamo noi avvocati per definire le ricostruzioni che offriamo al giudicante, per convincerlo della fondatezza della nostra tesi, e confutare quella avversa di controparte.
E questo lo si capisce già da quella nota in quarta pagina che comincia espressamente affermando che “le brigate rosse sono nate in fabbrica dentro la crisi della vecchia società fordista”. Nelle 517 pagine (ed è solo il primo di tre previsti volumi) gli autori ricostruiscono quindi, ben dividendosi i compiti, come si sia arrivati, da quella nascita, che reca la data del finale del 1970, a quel clamoroso sequestro di otto anni dopo e che muterà per sempre il corso della storia del nostro paese.
Per fare questo occorreva fare uno sforzo certosino per confutare quelle migliaia di sterili dietrologie di commissioni ministeriali, giudici in pensione, giornalisti, scrittori, politici et similia, che da anni inquinano, agli occhi dell’opinione pubblica, questo pezzo di storia italiana, per le più diverse finalità e motivazioni, che qui poco importa analizzare.
E quindi la metodologia argomentativa seguita dai bravi tre autori qual è?
Per prima cosa ricostruire non solo i primi anni di formazione, potremmo dire, del gruppo armato, ma anche tutto quello che contemporaneamente succedeva intorno a livello politico, culturale e sociale, sia tra i “garantiti” sia tra gli “esclusi”, dalle grandi strategie dei governanti a quelle dei tanti proletari di periferia urbana oppure reclusi nelle carceri medievali ante-riforma. Questo per meglio spiegare come quell’idea iniziale si sia poi implementata ed estesa e dalle grandi città del nord al resto del paese, e come l’innalzamento del livello dello scontro a metà degli anni settanta, abbia portato, per citare i due casi più eclatanti, su cui infatti il libro si sofferma molto, al diverso esito del sequestro del giudice Sossi rispetto a quello di Aldo Moro.
Dopo avere spiegato come si perviene al “attacco al cuore dello stato” e quindi alla sua preparazione, occorreva sgomberare il campo dalle mille bufale che circolano sul 16 marzo in via Fani e per farlo gli autori ricostruiscono con un dettaglio persino pedissequo (ma ci voleva) minuto per minuto tutta l’azione del commando dei brigatisti, e tutti i cambi macchina e tutte le attività dei dieci partecipanti, fino a raggiungere il luogo dove era stata destinata la prigione di Aldo Moro, per dimostrare perché riuscì quel sequestro senza bisogno di altri o di altro.
Quindi si ricostruisce tutta la storia interna del Pci di Berlinguer durante i 55 giorni per dimostrare che l’esito non avrebbe potuto in alcun modo, in una logica di guerriglia rivoluzionaria beninteso, concludersi in modo diverso da come si è concluso, e contemporaneamente si ricostruisce anche tutta l’attività di investigazione fatta durante il sequestro, per dimostrare che sia la mancata individuazione della prigione di Moro sia il mancato arresto degli autori, non fu dovuta ad aiuti o ad altro.
Infine si sgombera anche il campo da ardite strategie politiche che in qualche modo avrebbero, secondo alcuni, trovato un fronte comune tra i guerriglieri e i vertici della politica, per fare fallire la avanzante politica del Pci.
Quindi si racconta nel dettaglio quello che è successo dopo quel sequestro e fino all’anno successivo e a tuti i livelli, ivi compresa la successiva repressione e gli arresti, fino a chiudere dando appuntamento al secondo volume per affrontare il secondo periodo di una storia, che, anche se si concluderà solo 10 anni dopo il sequestro Moro, avrà ancora di fatto altri 2 o 3 anni di vita, prima dell’arrivo dei noti “anni ottanta”.
Ovviamente questo libro è destinato a chi ha davvero voglia di capire quello che è successo in Italia nel finale del “secolo breve”, ed è persino banale che per poterlo riferire gli autori si siano rivolti principalmente a chi aveva fatto quello di cui si stavano occupando.
Se però si preferisce coltivare più “interessanti” misteri, leggere quello che hanno da dire persone che le brigate rosse in quel tempo manco sapevano dove stavano di casa, o sbizzarrirsi nella pratica molto italiana del “io sono più intelligente degli altri e quindi non mi fido di quel che appare”, allora sconsiglio questo libro. In commercio si possono trovare decine di libri-strenna che raccontano una storia italiana tragica e intensa come fosse un libro giallo di Grisham.
Altre recensioni

Rapimento Moro, nuove rivelazioni in un libro sulla storia delle Brigate rosse

La ricostruzione attraverso le voci di chi non si è pentito e le carte dell’Archivio di Stato. Una Renault 6 verde, spostata e portata via quando arrivò la Renault. Sono alcuni particolari nel volume Brigate rosse – Dalle fabbriche alla campagna di primavera, vol. I, DeriveApprodi

L’auto parcheggiata in via Caetani per tenere il posto alla R4 con Moro

Giovanni Bianconi, Corriere della sera 4 marzo 2017

Layout 1Per essere sicuri di non avere problemi di parcheggio al momento di «consegnare» il cadavere di Aldo Moro, al centro di Roma, i brigatisti rossi decisero che uno di loro andasse a occupare il posto la sera prima in via Caetani; con la sua macchina, ché altre a disposizione non ce n’erano in quel momento e rubarne una sarebbe stato rischioso. Una Renault 6 verde, spostata e portata via quando arrivò la Renault 4 rossa con il suo carico di morte. E in via Mario Fani, dove Moro era stato rapito, i terroristi si mossero con una certa sicurezza anche perché alcuni di loro avevano già fatto appostamenti quando, prima di arruolarsi nelle Br, volevano sparare a Pino Rauti, il deputato missino che abitava proprio in quella strada e che la mattina del 16 marzo 1978 fu uno dei primi a dare l’allarme telefonando al 113.

Il furgone «di scorta»
La via di fuga per portare l’ostaggio nella «prigione del popolo» dove restò chiuso per 55 giorni è stata ripercorsa metro dopo metro da uno degli assalitori: vie secondarie e poco frequentate, di cui altri militanti che parteciparono all’azione erano stati frequentatori abituali: una faceva la maestra d’asilo da quelle parti, un altro aveva un negozio di caccia e pesca nella zona. Tutto filò liscio, e non ci fu bisogno di utilizzare un furgone parcheggiato lungo il tragitto, per eventuali emergenze che non si verificarono. Sono alcuni particolari contenuti in Brigate rosse – Dalle fabbriche alla campagna di primavera (DeriveApprodi, pag. 534, euro 28), primo volume di un lavoro condotto da Marco Clementi, Elisa Santalena e Paolo Persichetti, due storici di professione e un «ricercatore indipendente» (Persichetti) che ha la particolarità di aver aderito alle Br-Unione dei comunisti combattenti, e per questo è stato arrestato, condannato e ha scontato la pena dopo essere stato estradato dalla Francia. Gli autori hanno potuto contare sulle testimonianze inedite di alcuni ex brigatisti non pentiti né dissociati, ma soprattutto hanno consultato per mesi le carte trasmesse all’Archivio di Stato dagli apparati di sicurezza in seguito alle direttive degli ex presidenti del Consiglio Prodi e Renzi, che hanno tolto il segreto su molta documentazione relativa ai cosiddetti «anni di piombo». È la prima ricerca di questo tipo, la cui conclusione porta a sostenere che il sequestro Moro fu la logica evoluzione della strategia messa in campo dalle Br all’inizio degli anni Settanta, e il suo epilogo la tragica ma quasi inevitabile conseguenza della contrapposizione frontale fra lo Stato e i partiti che lo rappresentavano da un lato, e i terroristi dall’altro. Senza misteri che nasconderebbero patti segreti, verità indicibili, collaborazioni occulte e inquinamenti dell’azione brigatista. Una sorta di contro-inchiesta rispetto a quella condotta dalla nuova commissione parlamentare incaricata di provare a svelare nuovi segreti del caso Moro, ancora in attività e già foriera di scoperte e ulteriori acquisizioni; ultima in ordine di tempo le modalità dell’esecuzione di Moro la mattina del 9 maggio: con l’ostaggio colpito a morte non quando era già rannicchiato nel bagagliaio della Renault 4, come riferito finora dai terroristi, ma seduto sul pianale e poi caduto all’indietro. Una sorta di fucilazione.

I dossier di dalla Chiesa
Nel libro ci si sofferma su altri aspetti, come la centralità di un altro «covo» romano brigatista rispetto a quello molto noto di via Gradoli scoperto durante i 55 giorni, in via Chiabrera, al quartiere Ostiense, dove si svolse la riunione operativa dell’8 maggio in cui si assegnarono i compiti per l’indomani. E vengono contestati e ribaltati, anche sulla base dei documenti redatti all’epoca dalle forze di polizia, alcuni presunti misteri come quelli relativi al ritrovamento delle macchine utilizzate dai brigatisti per il sequestro, o alla scoperta del corpo di Moro. Dagli atti consegnati dall’Arma dei carabinieri emerge l’attività del Nucleo speciale guidato dal generale dalla Chiesa, ricomposto nell’estate del ’78. Dalle relazioni semestrali inviate al ministro dell’Interno, si evince una vastissima operazione di raccolta dati e schedature a tappeto, con «più di 16.161 fascicoli e circa 19.780 schede personali, che oggi purtroppo non risultano consultabili (potrebbero anche essere andati distrutti), 9.200 servizi fotografici, di cui 7.391 riferentisi a soggetti e 1.451 a luoghi di interesse operativo». La maggior parte dei fascicoli riguardavano attività svolte a Roma (4.916) e Milano (4.200), ma anche a Napoli (2.100), Torino, Genova, Firenze, Padova e altre città. Consultabili sono invece, presso la Fondazione Gramsci, i verbali delle Direzioni del Pci, nelle quali i dirigenti scelsero non solo di sposare da subito la cosiddetta «linea della fermezza», ma di non attribuire alcuna attendibilità a ciò che Moro scriveva dal carcere brigatista in cui era segregato. «Bisogna negare valore alle cose che ha detto e potrà dire, ciò gioverà alla nostra posizione», sintetizzò Emanuele Macaluso nella riunione del 30 marzo. Fu uno dei passaggi chiave del fronte del rifiuto su cui si ritrovarono i partiti di governo, con l’eccezione finale dei socialisti che provarono a smarcarsi. Storie che avvinghiarono l’Italia di 39 anni fa, e oggi si arricchiscono di dettagli e punti di vista di allora su cui ci si continua a interrogare.

La fuga

Dedicato ad Oreste ed ai suoi settant’anni

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Oreste parlava mentre guardavo scorrere veloce una pianura senza fine. Il nero delle ardesie sui tetti spioventi aggiungeva qualcosa di malinconico al cielo già grigio. Era la fine di febbraio. Un tempo alluvionale aveva gonfiato i fiumi, la piena s’era riversata nelle campagne circostanti e le pianure s’erano fatte acquitrinose. Una sinfonia d’inverno accompagnava la fuga. Da molte ore oramai eravamo insieme, dopo esserci incontrati fuori Parigi. La sua presenza complice e allegra era decisiva per tenere a bada la tristezza. Mi sentivo rassicurato. Oreste era particolarmente contento, poteva finalmente evadere dalla costellazione parigina e dal suo ritmo incalzante. L’entusiasmava quella fuga, la sensazione d’immergersi nuovamente nella latitanza.
[…]
I pensieri correvano veloci, il treno anche. L’ascoltavo, mentre osservavo sempre più assorto il filo lontano dell’orizzonte. Eravamo stanchi dopo diverse giornate febbrili perse a collezionare buchi nell’acqua, dinieghi gentili e imbarazzati, e treni, navette e treni, fino a perderne il conto. Come in un film d’azione avevamo dovuto ripiegare saltando in modo rocambolesco da una vettura già in movimento per riparare in modo imprevisto, nel pieno d’una notte tragicomica, sotto un tetto amico. Al mattino fortunatamente le cose si erano messe per il meglio, ridemmo così di quanto era accaduto, miglior modo per non conservare risentimenti e andare avanti.
[…]
Fuori oramai calava la sera, un lungo fiume di parole era trascorso, e una luce dal giallo intenso s’era accesa nello scompartimento. Quell’atmosfera mi ricordava sensazioni familiari: i treni serali che dalla periferia nord di Parigi mi riportavano a casa dopo la lunga giornata passata tra aule di corsi e scaffali di biblioteca dell’università. Quei luoghi, animati da una popolazione studentesca colorata e vivace, erano divenuti per me una seconda casa. Il grigiore cupo del cielo parigino si stemperava nella confusione della grande Hall e dei caffè interni, ritrovi conviviali, luoghi d’incontro tra un corso e l’altro dove discussioni serie e meno serie, politica, deliri e corteggiamenti si mescolavano alla densa coltre di fumo. Il look delle studentesse del dipartimento di cinema e d’arte si confondeva col hijab che alcune ragazze franco-magrebine ostentavano sul capo. Una bellezza dai tratti e dai colori mediterranei disegnava quei visi e quei corpi. Al loro passaggio le discussioni s’interrompevano bruscamente, i tavolini restavano vuoti.
I treni avevano pochi passseggeri a quell’ora, solo qualche pendolare attardato, giovani delle cités mescolati agli studenti che rientravano, poche ragazze dall’aria rapida e diffidente, visi stanchi, sovrapensiero, sovente rinchiusi in quella forma attuale d’autismo sociale che è l’ascolto dei walkman, “baladeurs” come vengono definiti nei dizionari francesi.
Sconsolato vedevo il mio viso riflesso sul finestrino, la fronte inclinata sul vetro. Stavo partendo senza una destinazione chiara. L’importante era stato innanzitutto mettermi fuori portata. «Adesso, spariamo insieme — aveva detto Oreste, e poi con una pausa maliziosa aveva aggiunto — voce del verbo sparire». Ovunque, altrove, sarebbe stato migliore. Mi chiedevo, senza trovare risposte confortanti, se in questa fine di secolo, d’un secolo illusionista, potesse esistere ancora una terra di libertà disposta ad accogliere un uomo, un sovversivo condannato come “terrorista”, scacciato da alcuni e rincorso da altri. La domanda m’assillava. Un senso d’ignoto mi risucchiava. Sentivo la vertigine. La sola certezza veniva dalla caparbia volontà di non arrendermi, di fuggire comunque, dovunque. Quella stessa ragione che m’aveva mosso al momento dello sciopero della fame, intrapreso durante la detenzione, quando oramai tutto sembrava perduto, poco meno di due mesi prima. Una decisione ultima, estrema, e che avevo sentito senza ritorno. Diciotto giorni passati nel piccolo settore “d’haute securité” del reparto d’isolamento punitivo della Santé. Un’esperienza d’ascèsi, dolorosa e fortificante, viaggio solitario, confronto estenuante col corpo che se ne andava lentamente. Nel catabolismo, alla ricerca dei limiti, la misura del dolore fisico e della forza morale. Molta incomprensione ci fu per quel gesto. Alcuni me ne vollero, scorgendovi una sorta di volontà di ricatto verso il loro affetto. Ma il malinteso aveva accresciuto il mio arroccamento, rafforzato il patto con me stesso, l’accettazione della solitudine trasformata in volontà d’andare avanti comunque, anche da solo.
[…]
Tutto ciò era accaduto poco più d’un mese prima, dopo una liberazione strappata in extremis, ma già sembrava un tempo lontano. Non restava ormai che farne un saggio uso. Altre questioni occupavano i miei pensieri. Il rischio che comportava il dover varcare numerose frontiere e poi le domande piene d’inquietudine sul tragitto da fare per arrivare lontano, in un nuovo paese dove ricominciare ancora una volta da zero.
Ma c’era dell’altro: volevo fuggire, questo era certo, ma, oltre le conseguenze penali d’una parte della mia militanza politica, sfuggivo anche qualcosa ch’era dentro me stesso. C’è sempre una ragione esistenziale profonda che muove la vita d’un uomo. Pensavo che i chilometri potessero aiutarmi. Fuggivo un congedo disastroso, pieno d’incomprensione e risentimento. Le parole d’una lettera inavvertitamente crudele d’una donna oramai muta di sentimenti. Fuggivo pensando che la felicità, come la libertà, fosse altrove. Le attribuivo un luogo fisico, uno spazio geografico, dimenticavo ch’essa, come la tristezza, è uno stato psicologico, un moto dei sentimenti, una condizione dell’animo. Correvo su quel treno pensando che la soluzione fosse lontano. In realtà, non facevo che trascinare dietro di me, per intero e nell’affanno, le questioni irrisolte della mia esistenza.
Quella fuga era cominciata con una voce che mi aveva avvertito al telefono, quando la breve vacanza, in attesa del verdetto del Consiglio di Stato, volgeva a termine. Così, rigettato l’ultimo ricorso, dopo una solenne udienza pubblica, non mi restava che sparire. Quel raggio di sole era durato molto poco, neanche un mese, passato «a cento all’ora, senza fissa dimora». Dall’uscita di prigione, in una tarda serata, ancora smagrito e pallido per i postumi dello sciopero della fame, ai festeggiamenti e poi al turbinio d’appuntamenti ed incontri per continuare la battaglia contro l’estradizione e riorganizzare la vita fuori. Il ritorno all’università per ringraziare i compagni e le compagne, gli studenti, i professori e il rettore del sostegno fornitomi, per le centinaia di firme raccolte nelle petizioni e per l’elezione negli organi di rappresentanza studentesca. Una confusione ed un affollamento cosi lontani dalla quiete del carcere. Non avevo più casa e dormivo dove capitava. Camminavo sui marciapiedi di Parigi col sacco dei vestiti in spalla. Non avevo avuto modo di fermarmi, né di pensare. Ero senza fiato che già dovevo ripartire.
Fuori oramai brillavano le luci e la stazione più prossima era vicina. Dovevo separarmi da Oreste che mancava da Parigi oramai da molti giorni. La cosa poteva cominciare a divenire sospetta. Baci e abbracci raccolti in una stretta fortissima con gli occhi umidi d’emozione. La borsa in spalla, un maschera di De Filippo come viso, me lo ricordo sul marciapiede della stazione che mi lanciava l’ultimo saluto. Per un po’ non l’ho più visto, ma avevo portato con me la sua voce calda e roca. Lo sentivo e lo vedevo che mi parlava ancora. Alla prossima volta, compagno e amico.
Estratto da Senza tetto ne legge,1996, inedito

Al festival di DeriveApprodi, gli anni ’70 dalla memorialistica alla storia

Sabato 26 novembre 2016, nell’ambito del festival di DeriveApprodi (Nuovo cinema palazzo – san Lorenzo, Roma), all’interno del laboratorio Gli anni ’70: dalla memorialistica alla storia, verrà presentato il libro di prossima pubblicazione, Storia delle Brigate rosse (3 volumi). A discuterne saranno chiamati i curatori del progetto: Marco Clementi e Paolo Persichetti

manifestino_festivalLa sessione verrà aperta da una relazione di Marco Scavino che affronterà le problematiche della storiografia sui movimenti degli anni ’70, seguita dalle presentazioni di due altri volumi, anch’essi di prossima pubblicazione: Storia di Potere operaio, di Marco Scavino e Donne e violenza politica in Italia tra autobiografia e memoria storica (1970-1985) di Daniela Bini.

Programma
ore 16.00
Laboratorio 2
DeriveApprodi e gli anni ’70: dalla memorialistica alla storia
Relazione di Marco Scavino: Problematiche della storiografia sui movimenti degli anni ’70
Presentazioni dei libri di prossima pubblicazione:
Storia delle Brigate rosse (3 volumi): Marco Clementi, Paolo Persichetti
Storia di Potere operaio: Marco Scavino
Donne e violenza politica in Italia tra autobiografia e memoria storica (1970-1985): Daniela Bini

La serata proseguirà alle 18.00 con una tavola rotonda (Ferrero, Formenti, Giaculli, Marazzi, Somma, Amendola) sulla crisi delle democrazie e l’insorgere di nuovi populismi e si chiuderà alle 21.30 con un performance e reading di Luigi Ananìa, Barbara Balzerani, Sandro Medici, Militant A, Pino Tripodi, Alessandra Perna

Cliccando qui potete trovare l’intero programma delle tre giornate

La nuova commissione Moro vuole il dna dei brigatisti

I vecchi militanti non danno il loro consenso. «Abbiamo già raccontato come sono andate le cose. Sono noti i nomi di chi ha frequentato la base di via Gradoli e Moro è sempre stato in via Montalcini». Intanto la commissione insabbia il capitolo sulle torture

Paolo Persichetti, Il Dubbio, 21 ottobre 2016

134308479-82908f12-a9b3-40e7-b2ed-7c0c297db1ecDa alcuni giorni gli uffici Digos della maggiori città italiane stanno convocando molti ex appartenenti alle Brigate rosse su mandato della commissione parlamentare che indaga ancora, dopo quasi 39 anni, sul rapimento e la morte del presidente della Dc Aldo Moro.
I commissari di san Macuto vogliono sapere se gli ex Br sono disponibili a fornire il proprio profilo genetico per effettuare delle indagini comparative su alcuni reperti sequestrati durante le indagini dell’epoca. Molto probabilmente si tratta di quelli rinvenuti nella base di via Gradoli e nella Fiat 128 giardinetta con targa diplomatica che la mattina del 16 marzo bloccò in via Fani l’auto di Moro e della scorta. La comparazione potrebbe riguardare anche alcune tracce ritrovate nella Renault 4 rossa, dove il presidente della Dc venne ucciso, trasportato e fatto ritrovare in via Caetani, a metà strada tra i palazzi della Dc e del Pci che lo avevano decretato morto dopo le sue prime lettere.
Non tutti i nomi che fino ad ora sono trapelati risultano coinvolti nelle inchieste che in passato hanno riguardato il rapimento e l’uccisione del leader democristiano. Tra questi ci sono Giovanni Senzani e Paolo Baschieri, il che fa pensare al tentativo di dare vita ad una pista toscana. Sono stati convocati anche alcuni membri dell’esecutivo brigatista dell’epoca, come il  semilibero Mario Moretti; l’autista della 132 che caricò Moro in via Fani, Bruno Seghetti; Barbara Balzerani che il 16 marzo controllava la parte inferiore dell’incrocio con via Stresa; il responsabile della tipografia di via Pio Foà, Enrico Triaca, arrestato una settimana dopo il 9 maggio 1978 e torturato la sera stessa dal professor De Tormentis, quel Nicola Ciocia, funzionario dell’Ucigos, esperto di waterboarding, la tortura dell’acqua e sale, a cui nessuno chiederà mai il profilo del dna.

Pare che il presidente della Commissione Giuseppe Fioroni confidi molto nelle indagini scientifiche. Almeno così dichiara in pubblico. Eppure, stando ai risultati prodotti dalla sua commissione, non sembra proprio. Nella relazione sul primo anno di attività, il lavoro svolto dalla polizia scientifica e dal Servizio centrale antiterrorismo non è stato tenuto in grande considerazione. La ricostruzione tridimensionale dell’attacco brigatista in via Fani, i nuovi studi balistici sugli spari avvenuti quel giorno, non sono stati apprezzati dalla stragrande maggioranza dei commissari, che hanno ritenuto il lavoro dei poliziotti troppo “filobrigatista”. Risuonano ancora i commenti sorpresi di fronte alle relazioni dei funzionari Giannini, Tintisona e Boffi: «ma state confermando la ricostruzione fatta dalle Brigate rosse!». Sergio Flamigni, il “grande vecchio” della dietrologia, non riesce a trattenere la stizza per un errore così infantile, a suo avviso commesso dalla Commissione, come quello di aver chiesto nuovi accertamenti; lui che è rimasto affezionato ad un’unica perizia, la prima, quella di Ugolini, la più incerta e inesatta di tutte, la perizia “cieca” per definizione perché fatta quando ancora non erano state recuperate le armi impiegate in via Fani, e dunque la più manipolabile, quella che meglio si addice alle invenzioni dietrologiche del “superkiller” e dello “sparatore da destra”.

In via Gradoli la Commissione non ha trovato tracce biologiche di Moro, con buona pace di chi ha sostenuto (e sostiene ancora) che fosse stato tenuto almeno per un periodo in quella base, ma ha isolato quattro profili di dna: due femminili e due maschili. Non è un mistero che in quella che fu la prima casa delle Br a Roma, hanno risieduto stabilmente almeno tre coppie di militanti: Carla Maria Brioschi e Franco Bonisoli all’inizio, Adriana Faranda e Valerio Morucci dopo, Barbara Balzerani e Mario Moretti fino al 18 aprile 1978. Nella 128 con targa diplomatica vennero trovati ben 39 mozziconi di sigaretta. I responsabili del Ris che hanno in carico le analisi dovranno scoprire chi furono i fumatori: i proprietari effettivi del mezzo rubato dai brigatisti e/o i brigatisti stessi? Quali e quanti? L’informazione, ammesso che giunga, comunque non ci dirà nulla di certo sulla mattina del 16 marzo perché quel mezzo venne usato nelle settimane precedenti. Il dna non ha data e ora.
E dunque a cosa serve tutto questo dispendio di energie e soldi pubblici (l’estrazione del dna e la sua comparazione è una procedura di laboratorio che costa molto) quando sulla vicenda Moro si continua a non vedere la storia politica di quella vicenda, le ragioni che spinsero Dc e Pci a rifiutare la trattativa? Forse più che cercare nuovi brigatisti, con il dna qualcuno sogna in cuor suo di trovare il non brigatista.
Fioroni, che ha auspicato «un contributo alla corretta ricostruzione dei fatti» anche da parte di chi è stato condannato, non troverà la disponibilità degli ex militanti, i più hanno già declinato la richiesta. Perché mai dovrebbero accettare? Nella relazione del dicembre scorso, la Commissione ha dovuto riconoscere, foto alla mano, che nessuna moto sparò al testimone Marini, che il suo parabrezza non venne colpito da proiettili ma si ruppe nei giorni precedenti per una caduta del motorino dal cavalletto, come ammesso dallo stesso teste. Non risulta che Fioroni abbia chiesto alla procura di Roma di attivare la revisione della condanna per tentato omicidio, emessa contro gli imputati del primo processo Moro. Da oltre un anno pende una richiesta di audizione di Enrico Triaca e di Nicola Ciocia per la vicenda delle torture, ma il presidente Fioroni fa ostruzionismo e provocatoriamente manda a chiamare Triaca per chiedergli il dna. Forse vorrà scoprire in quale caserma venne torturato la notte del 17 maggio 1978?
Questa commissione ha ripetutamente dimostrato di non possedere alcuna credibilità, nei due anni che ha avuto per guadagnarsela ha dato spazio solo ai peggiori cialtroni. Per chi dovesse nutrire ancora delle aspettative, vale quanto scrisse Mario Moretti lo scorso anno in risposta ad una missiva inviatagli dal presidente Fioroni: «Esauriti definitivamente da decenni tutti gli aspetti giudiziari – sebbene la mia prigionia perduri  da oltre 34 anni, in mancanza di decisioni liberatorie e conclusive doverose nell’ambito politico – la vicenda delle Brigate rosse appartiene ormai solo alla riflessione storica.[..] In un ambito storico-politico e con quanti si sono accostati all’argomento con onestà intellettuale, la mia disponibilità è stata sempre totale.[…] Per contro, mi sento estraneo e a disagio nell’ambito delle ricostruzioni faziose che hanno la loro giustificazione solo nell’interesse politico di chi pensa di trarne vantaggio».

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2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
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4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
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