Bossnapping: ribellismo 2009 e caccia ai manager, ecco chi soffia sul fuoco

Torna la grande paura

Panorama 20 Aprile 2009
di Giacomo Amadori

blog.panorama.it ribellismo 2009 e caccia ai manager, ecco  chi soffia sul fuoco

“Eat the rich!”, “Mangia il ricco!”, cantava la band londinese dei Motorhead nel 1987. Vent’anni dopo, in piena crisi economica, quel ritornello è diventato un manifesto politico capace di mettere d’accordo soggetti sino a pochi anni fa distanti, dai giovani no global agli operai sull’orlo del licenziamento. Il neonato movimento ha esordito al G20 di Londra squarciando l’aplomb della City.
 Ma il nuovo corso alle barricate in stile G8 genovese preferisce altre forme di lotta. In Francia e Belgio gli operai hanno scelto la via del “bossknapping”, il sequestro dei capi, per riaprire trattative o bloccare i licenziamenti. Un modello di conflitto che preoccupa più delle violenze di piazza, scatenate da frange minoritarie. Il Sole 24 ore, quotidiano di proprietà della Confindustria, ha inquadrato il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa: “Il ribellismo diffuso può assumere venature populistiche e tendere a saltare le stesse organizzazioni sindacali”.
 Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani non esclude fenomeni di emulazione: “Io vedo problemi se venissero messi in discussione, dopo la cassa integrazione, i posti di lavoro”. Un campanello d’allarme che sulla rete ha suscitato un tam-tam di soddisfazione nei siti più radicali, dove uno dei documenti più “allegati” è “Mangiati il ricco!”, sottotitolo: “L’anticapitalismo è all’ordine del giorno”.
Questo clima non viene sottovalutato. Gli 007 dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna, l’ex Sisde) da settimane riattivano contatti o ne cercano di nuovi dentro le fabbriche per capire l’aria che tira. “In Italia i problemi potrebbero arrivare in autunno” prevede un funzionario. Alla sezione Anticrimine dei carabinieri di Roma gli investigatori seguono una pista concreta. Le intercettazioni telefoniche raccontano che qualcuno sta cercando di infettare la protesta operaia. 
Il rischio più temuto è che qualche gruppo eversivo in cerca di consenso possa organizzare sequestri lampo come facevano le Brigate rosse negli anni 70. “Il comparto più in fermento è quello dell’auto. È lì che si concentra la nostra attenzione” precisa un investigatore.
Il 25 febbraio, a Piobesi, nella cintura torinese, è stato preso in ostaggio il capo del personale della Olimpia, azienda tessile del gruppo Benetton, dopo la conferma di 143 licenziamenti.
Giorgio Airaudo, segretario della Fiom torinese, vede nero: “Nella nostra provincia a luglio la Iveco e la New Holland toccheranno le 40 settimane di cassa integrazione e dopo poco potrebbero scattare gli esuberi. Di fronte ai licenziamenti non si può escludere una drammatizzazione del conflitto”. Anche perché su 170 mila metalmeccanici in provincia di Torino 58 mila sono in cassa integrazione.
Nel resto d’Italia a marzo il ricorso a questo ammortizzatore è cresciuto del 925 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. Numeri che potrebbero mettere a rischio la pace sociale. “In verità, la radicalizzazione c’è già” prosegue Airaudo. “Il blocco delle merci, i picchetti davanti ai cancelli e le assemblee permanenti sono forme di lotta già attuate in numerosi stabilimenti”.
 Vivono giornate tese anche i lavoratori della Lombardia. Per esempio all’Omnia, azienda leader nel settore dei call center: il 1° aprile una cinquantina di dipendenti è scesa in cortile e ha costretto l’amministratore delegato a partecipare a un’assemblea straordinaria. I giornali hanno parlato di sequestro. Nell’hinterland milanese sono molte le iniziative di lotta, dai dipendenti della Nokia a quelli della Metalli preziosi, all’Innse, praticamente in autogestione da giugno. In questo clima il 4 aprile si sono riuniti a Sesto San Giovanni un’ottantina di lavoratori “combattivi” (come si autodefiniscono) in rappresentanza di una ventina di fabbriche. Quali?
 L’elenco è il termometro del disagio operaio: Fiat Sata di Melfi, Alfa e Avio di Pomigliano d’Arco, Jabil di Cassina de’ Pecchi, Cabind della Valsusa, Fiat New Holland di Modena, oltre a Falck, Italtractor, Terim, Mangiarotti Nuclear, Innse. I convenuti hanno un obiettivo: fondare un nuovo soggetto politico capace di ingrassare nella pancia della crisi. Sul web  http://www.asloperaicontro.org) si trova il resoconto dell’incontro: “Il Partito operaio nasce ed esiste dove nascono le resistenze operaie contro i padroni”. L’esempio è quello della “Innse di Milano, dove 50 operai stanno lottando da più di 10 mesi con una determinazione incredibile per difendere il lavoro e la loro fabbrica”.
Anche la Francia fa scuola, in particolare le tute blu della Continental: “All’annuncio di chiusura della loro fabbrica hanno reagito, hanno fatto il processo ai loro manager, condannandoli alla pena di morte per alto tradimento e impiccandoli immediatamente, per adesso soltanto simbolicamente con due fantocci”.
Sul web torna di moda la lotta di classe e la ribellione coinvolge anche l’esercito di riserva dei precari, la fascia di lavoratori più debole e indecifrabile, meno sindacalizzata e controllabile. “Non si possono escludere azioni estreme dettate dalla disperazione, soprattutto in mancanza di risposte da parte di governi e amministrazioni locali” avverte Carmela Bonvino, responsabile del settore precariato delle Rappresentanze sindacali di base. “Noi proviamo a organizzare il dissenso in forme legali, però l’attenzione dei mass media per episodi come i sequestri potrebbe far scegliere ai lavoratori scorciatoie controproducenti”.
 Per capire l’umore basta consultare i siti marxisti Il pane e le rose o Autprol.org, che per esempio ospita il comunicato di protesta dei giornalisti della free-press confindustriale 24 minuti. Gli investigatori monitorano anche battaglie e documenti dei precari più qualificati, nel campo della ricerca scientifica e della protezione ambientale.
“Questa è una rivolta popolare non coordinata, spontanea. E molto pericolosa” ha avvertito nei giorni scorsi il sociologo francese Jean-Paul Fitoussi, rispolverando il termine conflitto di classe. In questo clima gli investigatori, dai carabinieri del Ros agli 007, temono una saldatura fra la protesta genuina e qualche cattivo maestro che aspira a cavalcarla.
Nel Torinese gli investigatori tengono sotto osservazione l’area anarco-insurrezionalista. Due settimane fa, dalle frequenze di Radio blackout, uno dei portavoce degli squatter piemontesi ha inneggiato al sequestro dei manager.
Per gli inquirenti i nuovi aspiranti ideologi non ragionano più per compartimenti stagni e fanno proselitismo in realtà anche diversissime. Lo confermano inchieste recenti. Per esempio due anni fa è stato “disarticolato” dagli inquirenti milanesi il Partito comunista politico-militare, presunta formazione terroristica che aveva infiltrato con i suoi esponenti sia il sindacato (Vincenzo Sisi, delegato della Cgil, aveva un kalashnikov in giardino) sia i centri sociali. Qualche fiancheggiatore e molti simpatizzanti sono liberi e continuano il lavoro di propaganda in tutti i settori, dal pubblico impiego al precariato. A febbraio, sette presunti neobrigatisti hanno espresso “vicinanza e solidarietà”, dopo gli scontri con la polizia, “agli operai Fiat di Pomigliano, così come a tutte quelle situazioni che lottando non intendono subire passive gli effetti della crisi del capitalismo”.
Ma i cattivi maestri secondo gli investigatori non sono solo in cella. Qualcuno fa il giornalista. Come Paolo Persichetti, ex brigatista condannato a 22 anni e sei mesi di carcere per concorso nell’omicidio del generale Licio Giorgeri: in Francia, dove è fuggito nel 1991, ha insegnato sociologia politica, oggi scrive sul quotidiano comunista Liberazione e ironizza sul passato. Il “bossknapping”? “La Fiat non ne serba un buon ricordo” annota. “Le azioni non “ortodosse” di francesi e belgi, seppur concepite all’interno di una strategia ancora difensiva, riscontrano consensi e successi. Una lezione utile”.
Interpellato da Panorama, Persichetti dice: “In Francia queste pratiche non vengono considerate eversive e sono accettate dall’opinione pubblica”. In Italia spaventano… “Da noi la lotta armata ha raggiunto livelli sconosciuti in Francia, lasciando in eredità la cultura dell’emergenza e la demonizzazione del conflitto. Lo Stato deve capire che quella stagione è chiusa”. Tuttavia, chi legge i suoi articoli non ha questa sensazione. Una “lezione” di cui forse non c’era bisogno.

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