Se dietro le Br c’erano i servizi, perché Moretti sta ancora in galera?

Frank Cimini, Il Riformista 6 aprile 2021

Mario Moretti fu arrestato il 4 aprile del 1981. Quindi sono 40 anni precisi precisi che dorme in galera da molto tempo semilibero ma comunque detenuto notturno. L’anniversario di quelle manette è l’ennesima occasione che il festival della dietrologia non si lascia scappare. Basta sentire le parole che Gennaro Acquaviva all’epoca del sequestro Moro capo della segreteria di Bettino Craxi ha consegnato in questi giorni a Walter Veltroni che sul Corriere della Sera ci prova sempre a rievocare “i misteri”.
«Non so chi, non so come, ma sono certo che le Brigate Rosse sono state manovrate presentemente dal Kgb. L’infiltrazione sovietica nell’area della protesta violenta era evidente. Nel gruppo romano non lo so non credo, ma nelle Br in genere penso di sì. Bisognerebbe chiedere a Moretti».
Eccoci, un esponente del partito della trattativa insieme a un erede del partito della fermezza per ribadire quello di cui negli atti processuali non si trova traccia. Ma a Mario Moretti tutti o quasi continuano a chiedere la verità quella che lui ha sempre detto a cominciare con il libro intervista a Rossana Rossanda e Carla Mosca che gli chiedevano in che modo lui reagisse al sospetto di ambiguità e trasversalità.
«Ah, con molta serenità e molta tranquillità nel senso che io mi rendo conto che attraverso questa accusa si vuole colpire l’idea dell’autenticità delle Brigate Rosse. La tesi che siano state manovrate dall’esterno è una tesi cara a chi non può sopportare l’idea che in questo paese si siano svolti dei fatti, delle iniziative, si siano giocati dei progetti politici esterni ai giochi di palazzo. Queste illazioni non meritano alcuna considerazione» è la posizione di Moretti che finora nessuno è stato in grado di scalfire concretamente.
Anche se la dietrologia non vuole demordere. Ci sono carriere politiche e giornalistiche costruite sui falsi misteri del caso Moro. Sempre in questi giorni il figlio del capo della scorta di Moro, Domenico Ricci, intervistato da Adnkronos è tornato a intimare a Moretti di “dire la verità”.
Non resta che stare ai fatti. Nel caso Moretti avesse intrallazzato con servizi segreti e potenze straniere non dormirebbe ancora dopo 40 anni in una cella del carcere di Opera.
Il paese anche dopo così tanto tempo rifiuta di fare i conti con quello che fu un fenomeno squisitamente politico perché evidentemente ha paura della propria storia. Al punto da non voler prendere atto che Moretti condannato a sei ergastoli ha pagato per le sue responsabilità e dovrebbe dopo quarant’anni essere scarcerato. Avrebbe pieno diritto alla liberazione condizionata che lui non chiede perché non vuole evidentemente relazionarsi con chi in pratica con la dietrologia gli nega identità politica. Sentirsi rivolgere sempre lo stesso sospetto per uno che sta dentro dal 1981 è se possibile peggio dei sei ergastoli che gli hanno dato i giudici.
In libreria da pochi giorni c’è un saggio “Brigate Rosse: un diario politico” curato dalla ricercatrice Silvia De Bernardinis. Un rendiconto critico e autocritico della storia delle Br a opera di alcuni dirigenti e militanti. Ribadisce il saggio, che dietro le Br c’erano solo le Br.

1 aprile 2008, finisce la lotta di Roberto Silvi per una società senza galere

Per me Roberto Silvi vuol dire l’esilio. L’ho conosciuto poche settimane dopo il mio arrivo a Parigi, quando ancora spaesato mi aggiravo per le vie di quella città. Roberto aveva appena deciso di rientrare in Italia. Rientrare voleva dire consegnarsi e finire in carcere. Da qualche anno aveva scoperto di avere una forma di Sla. Lui, che ogni mattina correva, aveva scoperto di avere un andamento instabile. L’ho salutato una sera d’autunno che stava ancora in piedi. Nonostante la diagnosi e la sedia a rotelle scontò per intero la condanna, piccola per fortuna, pochi anni per reato associativo. Gli chiesero ripetutamente di dissociarsi, il requisito per uscire non era lo stato di salute, la possibilità di avviare da subito cure adeguate che in carcere non erano possibili, ma la presa di distanza dal suo passato militante, lontano decenni. Declinò ogni offerta, come era suo stile. Eppure Roberto quel suo passato lo aveva lungamente rielaborato approdando su posizioni radicalmente nonviolente. Ma le sue nuove convinzioni in nessun modo potevano divenire merce di scambio.
Dopo il carcere fece alcuni viaggi per il mondo nel tentativo di capire qualcosa di più della sua malattia. Soggiornò nella sua amata Napoli ma alla fine ritornò a Parigi. Era quello il suo posto, tra noi fuoriusciti, latitanti, sanspapiers, senza tetto ne legge, senza capo ne coda, un mondo di sospesi. Non te la togli di dosso quella identità, resti sempre a mezz’aria, con «le radici all’insù» come ci disse una donna senegalese che occupava insieme ad altre donne della sua terra una piazza parigina per rivendicare papiers, dignità, diritti, la vita. Eravamo e restiamo così, con le radici rivolte verso quel cielo che provammo un tempo a conquistare.
Roberto era tornato, vederlo scendere con le stampelle dalla macchina di un compagno ci raggelò il sangue. La malattia era avanzata ancora. Tornammo a frequentarci, a litigare di nonviolenza, a stare insieme. Poi Roberto stregò una nostra amica, nacque una lunga storia mentre cominciò a bloccarsi sempre più. Lasciate le stampelle era ormai stabilmente in sedia. Cominciammo a prenderci cura di lui, eravamo caregiver senza saperlo, un giorno a settimana a turno. Quando lei andava al liceo per tenere i suoi corsi di filosofia, andavamo al mattino per alzarlo dal letto, aiutarlo ad andare in bagno, vestirlo, preparargli la colazione. Non dimentico quella mattina che arrivai davanti alla casa di Belleville, sul piano strada, era una vecchia bottega, e non potetti entrare perché avevo dimenticato le chiavi, mentre Roberto era bloccato al letto ed io che imprecavo contro la mia sbadataggine.
Roberto fu il primo che si accorse della mia cattura e diede l’allarme la mattina del 25 agosto di qualche anno dopo. Ma ero già in Italia in quel momento. Dopo una folle corsa nella notte, all’alba mi avevano consegnato all’uscita del tunnel del Monte Bianco.
Sono passati altri anni, nel frattempo la sua malattia avanzava inesorabile. Janie, la sua cara compagna, lo riportò a Napoli. Ho fatto appena in tempo a risentire la sua voce, un soffio di vita leggero, nel mio primo permesso all’inizio del 2008, poi ci ha lasciato

1 Aprile 2020 by Ugo Maria Tassinari

Roberto Silvi, nasce il 31 maggio del 1952 a Napoli dove vive fino al 1977. Consegue il diploma di perito chimico presso l’Istituto Tecnico Leonardo da Vinci e si iscrive alla Facoltà di Scienze presso l’Università Federico II, ma interrompe gli studi al terzo anno a causa del suo crescente impegno nell’attività politica. Si trasferisce a Milano nel 1977 e vi resta fino al 1982. Per sfuggire ai procedimenti giudiziari a suo carico dovuti al suo coinvolgimento nel ciclo della lotta armata, si rifugia in Francia, dove rimane dall’ ’82 al ’92.
A Parigi riprende gli studi, insegna Italiano e studia Letteratura e Linguistica Comparata di italiano e francese. Dopo l’insorgere di una paralisi progressiva, malattia mai precisamente diagnosticata, rientra in Italia nel ’92 per scontare la sua pena detentiva (tre anni) rimanendo in carcere un’anno e mezzo e scontando l’altra metà come lavoro esterno a causa del suo stato di salute. In seguito divide il suo tempo tra Napoli e Parigi dove si trasferisce definitivamente nel 2000. Traduce il libro di psico-meccanica del linguaggio di Gustave Guillaume Principi di linguistica teorica, Liguori, Napoli, 2000. Con Cecilia Calvi scrive il testo drammaturgico Le ragioni dell’altro, Colibri, 2004.
Muore a Parigi il 1 aprile del 2008.
La scheda dell’autore pubblicata da Colibrì, la casa editrice del suo testo postumo “La memoria e l’oblio“, mi riporta alla memoria un particolare che avevo completamente rimosso: Roberto l’avevo conosciuto quasi 50 anni fa. Dal 1971, infatti, io giocavo a rugby nella squadra del suo istituto tecnico, il da Vinci, che dopo aver vinto una serie di campionati provinciali studenteschi aveva deciso di partecipare ai tornei federali. Il boss della squadra era mio padre, vicepreside della scuola. Roberto era uno dei pochi compagni in un istituto tecnico assolutamente marginale nell’onda di piena del movimento di quegli anni. E avevamo subito simpatizzato, perché aveva sin da giovane una cifra di distacco quasi aristocratico (il fisico elegante e slanciato lo aiutava sicuramente) e di autoironia implacabile che lo rendeva unico e irresistibile in un ambiente umano vitalissimo e appassionato ma anche caciarone e approssimativo.
Negli anni seguenti ci incrociammo spesso per evidenti ragioni di prossimità politica: io militante dell’Autonomia nel centro storico, lui vicino al gruppo umano che da Lotta continua promosse l’esperienza dei Nap, amico del cuore di Nicola Pellecchia, ma anche legatissimo ad altri due compagni “morti giovani”: Sergio Romeo e Alberto Buonoconto. Il giornale contro il carcere a cui diede vita quando si trasferì a Milano “Senza galere” era uno strumento prezioso di controinformazione per noi impegnati nelle attività di solidarietà con i detenuti politici.
Ci ritrovammo dieci anno dopo a Parigi, dove si era rifugiato per sfuggire ai mandati di cattura che lo avevano colpito per la militanza nei Pac. In quell’hub straordinario che era casa di Oreste, riconnessi dal comune impegno nella battaglia per l’amnistia. Fu quindi una scelta naturale per me essergli vicino quando lui decise che un passaggio decisivo nella lotta alla malattia che lo aveva colpito (una forma di sclerosi mai precisamente definita) era il chiudere i conti per il passato. Mentre era detenuto a Bellizzi Irpino ci vedevamo tutte le settimane, perché avevo accettato di fare volontariato in carcere e quindi assunsi l’incarico di redattore capo del giornale dei detenuti.
Quando uscì, progressivamente, la frequentazione si diradò. Non reggevo emotivamente il procedere della malattia e lui, che aveva patito ben altri “cedimenti” umani, non me lo fece mai pesare. E fu decisamente contento quando mi vide comparire a una sua festa di compleanno, quando già si era trasferito a Parigi da qualche anno.
Il mio è, in tutta evidenza, un ricordo puramente sentimentale e mi tocca quindi, per provare a restituire la ricchezza umana e politica di Roberto, qualche “traccia di lettura”

  • Le parole e la lotta armata: l’intervento al convegno del 1997 di Roberto Silvi è alle pagine 142 e 143 del volume curato da Primo Moroni e dedicato a “Storia vissuta e sinistra militante in Italia, Germania e Svizzera”. Se il link funziona lo potete leggere qui. Se no vi tocca cercarlo su Google books.
  • La recensione di Sandro Padula, la prefazione di Fred Vargas e la presentazione del convegno su “La memoria e l’oblio” di Antonio Piedimonte

Il saluto di Oreste

Il saluto finale tocca, ovviamente a Oreste, che, pas par hazard, era proprio a Napoli mentre Roberto si spegneva a Parigi. E’ poi toccato a Oreste e a Nicola Pellecchia l’ultimo commiato: la dispersione delle sue ceneri nelle acque di Procida.

Roberto “Roberto senza galere” questo il soprannome che si portava dietro da Napoli, dalle nebbie lombarde da immigrato…- è morto oggi per un ultimo sorriso tra le lacrime, verrebbe da dire che ha “tirato l’anima coi denti” per lasciarci un primo aprile, come tra il serio e il faceto, come lasciare un dubbio, tra realtà e simulazione. Sulla linea d’ombra, crinale di confine tra il vivere comunemente, corporalmente inteso era vissuto gli ultimi 25 anni. Un quarto di secolo, ça fait un bail, nu contratto `e locazione, quasi una vita-di-lavoro, cioè una semi-vita, attendendo il <<parco umano>> dei sopravvissuti, esuberi dal lavoro, che quando sono operai, o nemmeno, muoiono in fretta, che una derisoria “libertà-dal-lavoro”, uno scampolo residuo, una nostalgia di vita intera irrompe nei polmoni come l’aria dolorosa alla nascita e i polmoni dal lavorio salariato sono così avvelenati e “cirrotici” che possono morire di aria fresca, mitridatizzati dal lavoro coatto per forza di bisogno anche quando è giuridicamente “liberamente” cercato, trovato, il prezzo della forza che lo sprigiona, forza creatrice trasmuta in merce, è contrattato.
Roberto, la vita gliela ha mangiata non già il ritmo lavoro / “tempolibero”, cioè scampoli di vita di risulta, (semi-vita affannata e ipotecata dall’ombra dell’altra mezza, come una voce ventriloqua o un fratello siamese crudele, come il controllore di ogni controllato, nell’incubo visionario e reale di Orwell)…
Roberto, la vita gliela era andata mangiando un nome nosologico, nelle cartografie, nelle tassonomie, nomenclature di male di vivere ulteriore, a oltranza, definito “sclerosi multipla bilaterale”, o “amiotrofica”, o “a placche”. Aveva cominciato con l’incespicare, e poi la discesa per questi 25 anni era stata lenta, continua e, come sul dirsi, inesorabile.
La resistenza di Roberto (e da poco dopo l’inizio di questo millennio, con le superstizioni progressiste, o il misto di superstizioni e realtà apocalittiche, che il sommarsi dell’effetto fin-de-siècle e passaggio di millennio propaga, quella “mostruosamente” simbiotica, a due, a noio, di Roberto&Jeanie, Rob&Jany ) era stata, appunto, “mostruosa”, nel senso proprio del monstrum mirabilis.
Ancora dal 24 agosto dell’anno scorso fino a dicembre, non avevano mancato un’udienza della Chambre, una riunione, un sit-in, un volantinaggio a una manifestazione, nella scommessa disperata, con troppo aria di causa persa per strappare la persona demonizzata di turno, Marina Petrella a un’estradizione che sarebbe l’inizio di una traiettoria di agonia vestita da ergastolo.[…]
Come per coincidenza, come per un saluto estremo, già ricordo, nostalgia del presente, ieri mattina a Napoli al banco dei libri di “Sensibili alle foglie” con Renato, Nicola, Nicola, Rafele e un po’ di altri e altre di noialtri “avanzi di galera” o scampativi di misura; ieri sera al Corto Circuito a Roma con Franco e Robertaccio, Barbara, Bruno e poi altri, sopravvenuti più di recente per età, avevamo riparlato di Roberto, di questa sua condizione di recluso nel corpo che tenta e ritenta incessantemente l’evasione, come di una sorta di homo sacer, di un soprassalto della potenza che persiste in nuda vita.
[…] Noi, noi, Orest’&Complici, siamo costretti a interrompere il giro, i canti e i ragionamenti, le chiacchiere, i sussurri e le grida…non serve nemmeno scusarsene, se una qualche ubiquità ce lo permettesse, continueremmo accelerando proprio per Roberto, come fosse la forma migliore di quella che nei rituali (da non irridere perché la consolazione si cerca come l’aria), è abbassare le bandiere, rosse come quelle della Sociale, nere come grembiali da lavoro dei Canuts, operai delle fabbriche tessili della Croix-Rousse a Lione schiacciati nel 31 – milleottocentotrentuno, come in una anticipazione del massacro versagliese di 40 anni dopo contro i comunardi – … bandiere rosse, nere ross&nere de La Comune. Contiamo di ripartire, con una infinita tristezza di più, il 7 prossimo, dallo Ska. Comme par hazard, – e, vorremmo aggiungere – come per caso, Robbè!
Il fiotto delle cose da dire di Roberto è tale che per ora restiamo un lungo attimo senza parole. Lo cominceremo a fare domani e sarà comunque iscritto in una insurrezione di voci, dal profondo. Ci sale alle labbra la banalità del “non ho parole”. Ma un attimo di silenzio è forse il solo adeguato,come l’attimo prima del colpo di inizio di uragano o di coro.
Oreste Scalzone &C 1 aprile 2008
Napoli, Roma, Parigi.

Conversando con Barbara Balzerani su “Brigate rosse, un diario politico. Riflessioni sull’assalto al cielo”

Il ruolo politico, assolutamente centrale, avuto dai militanti prigionieri nella vicenda brigatista, una caratteristica che innova sulla consueta tradizione rivoluzionaria che vedeva invece i prigionieri esclusi dalla vita politica dell’organizzazione esterna; il peso da loro giocato in alcuni passaggi cruciali: dal rapimento Moro, alla successiva contestazione della Direzione esterna con rivendicazione non solo dell’elaborazione della linea politica ma anche della direzione dell’organizzazione, fino alle spinte scissioniste che portano le Br alla spaccatura in più tronconi. La difficoltà di far capire al collettivo dei prigionieri che l’alto livello delle lotte nelle carceri speciali non era riproducibile all’esterno, dove il riflusso aveva travolto i movimenti sociali e negli stabilimenti Fiat prendeva forma la sconfitta della classe operaia. L’incapacità di mettere in pratica una nuova strategia dopo il rapimento Moro, la fine di una elaborazione unitaria con la fuga in avanti di chi credeva fosse maturo il tempo della «guerra civile dispiegata» o riteneva una soluzione rinchiudersi nel recinto della fabbriche, già stravolte dalla ristrutturazione produttiva. Lo smantellamento di intere colonne causato dal fenomeno dei “pentiti”, le torture dispiegate contro gli arrestati e il rifiuto di riconoscerle di una parte importante dei prigionieri, la proposta di «ritirata strategica» che suscitò aspre reazioni e successive scissioni sul modo di interpretarla. Barbara Balzerani riflette sulla sua esperienza all’interno della Brigate rosse a partire dal bilancio elaborato a metà degli anni 80 da un gruppo di militanti, a loro volta confluiti nelle Br-pcc

Silvia De Bernardinis, Venerdì 19 marzo 2021

È uscito da poche settimane il libro che ho curato, Brigate rosse: un diario politico, per DeriveApprodi. Chi lo leggerà si troverà di fronte a un testo, se non distante, sicuramente differente dalle ricostruzioni storiche fatte dagli storici. È un’analisi densa, complessa e non facilmente sintetizzabile se non per linee generali, con una costruzione del testo metodologicamente molto chiara che analizza pezzo per pezzo la storia brigatista: parte dal contesto politico, prende in esame partiti politici, movimento di classe, sinistra rivoluzionaria, guerriglia e antiguerriglia, proposta politico-strategica delle Br e verifica alla prova dei fatti. Una ricostruzione a 360 gradi che è storia delle Br e storia dell’Italia degli anni 70, al di là delle intenzioni degli autori. Più che farti domande ti propongo alcuni temi di carattere generale che emergono dal testo su cui può essere utile spendere qualche parola. Diciamo prima di tutto che i compagni protagonisti del confronto, delle discussioni da cui ha origine il documento che DeriveApprodi ha deciso di pubblicare, sono stati tra quelli con cui hai condiviso sia la fase iniziale della tua esperienza nelle Br, nella colonna romana, sia il periodo successivo, quando ti sei ritrovata a gestire in un ruolo dirigente l’eredità brigatista e la parte finale della sua storia, per usare le tue parole, a cercare di «tradurre in pratica politica e organizzativa quel controverso bilancio». Fa eccezione Carlo Picchiura che hai conosciuto dopo il tuo arresto, nel 1985, durante i processi, uno dei pochi che dal carcere aveva aderito alle Br-Pcc dopo la spaccatura. Si tratta dei compagni politicamente più vicini e di discussioni che hai vissuto direttamente.

Si, ed è difficile parlarne ora che Piero, Gigi, Salvo e Picchio non ci sono più. Mancanze, tra le altre, che hanno reso ancora più vuoti questi anni così difficili da vivere. I legami nelle Br non sono mai stati familistici visto il prevalere su tutto della buona salute dell’Organizzazione e la precarietà della nostra vita a piede libero, ma è indubbio che il sentire i compagni un bene prezioso di cui godere e da preservare, dava forza anche nelle condizioni più dure e compensava la provvisorietà del domani di ciascuno di noi. La fiducia incondizionata è una reciprocità di sguardo che non sempre la politica concede ma che pareggia i conti con le proprie paure e incertezze quando si ha la fortuna di viverla. Cercare di essere all’altezza dell’altro insegna a superare la competizione e i protagonismi. Credo renda migliori.
Questa pubblicazione rende giustizia a una realtà misconosciuta che poco appare nella storia delle Br. Infatti nella vulgata con cui è raccontata emergono pochissimi nomi in confronto ai tanti militanti che l’hanno attraversata e alla loro qualità. Anche questo concorre alla distorsione del suo patrimonio politico e del senso stesso dell’agire in un’organizzazione di comunisti. Come se non fosse un prodotto collettivo in cui ciascuno, per come sa e può, è essenziale a comporre il tutto ma la raffigurazione elitaria di qualche testa pensante nell’insignificanza di tanti anonimi e invisibili, senza nome, faccia e identità. E questo riguarda anche i compagni che hanno lavorato a vario titolo a questo testo dal carcere e che sono stati tra i pochi che ho avuto accanto negli ultimi difficilissimi anni di militanza. La spaccatura di cui parli, quella col Partito della guerriglia, non è stata la sola ma certamente la più devastante sia per l’inconciliabilità dell’analisi, delle tesi politiche e delle pratiche, sia per l’adesione massiccia dei nostri compagni in carcere. Cosa di non poco conto in quel periodo di scarse certezze. Per questo il testo che hai curato è ancora più prezioso, spiragli di luce nella opacità del presente per chi era rimasto fuori a resistere che, purtroppo, sono caduti nel vuoto (forse per un malinteso rigetto di ogni contributo proveniente dal carcere?) e un rimedio di senso nel dilagare di follia che sembrava imperversare tra i seguaci del partito della guerra civile in atto. Una mano tesa nella navigazione rovinosa della nostra crisi politica e del perfezionamento scissionista dei prigionieri del «nucleo storico». Le riflessioni di cui tratta il testo sono quelle che hanno impegnato i compagni prigionieri rimasti nelle Br-Pcc che non potevano che andare all’origine di una storia per poterne valutare i punti di criticità, gli errori, la necessità di adeguare l’analisi e la pratica alle nuove condizioni. Fino all’interrogarsi sulla percorribilità stessa del terreno di lotta per come l’avevamo sempre inteso, in cui l’azione armata costituiva la esemplificazione, il condensato di un programma politico reso possibile dai contenuti presenti nelle punte più avanzate del movimento rivoluzionario di quegli anni e necessario per continuare ad avanzare.
Di quelle lotte interpretavamo l’insito contenuto rivoluzionario, di potere, traducendolo in una strategia politico-militare di guerra di lunga durata. Niente a che vedere con il sindacalismo o i bracci armati dei movimenti, niente con l’insurrezionalismo. Tutte concezioni queste che caratterizzavano molta parte delle altre organizzazioni rivoluzionarie e che verranno riproposte dai diversi spezzoni in cui si è frantumata l’Organizzazione. Si è trattato di uno scontro di idee portato avanti attraverso un intenso lavoro politico all’interno dei movimenti. Questo può spiegare anche la adesione alle Br di molti compagni che avevano animato il movimento del ’77 con la sua radicalità di contenuti, disperso dai carrarmati di Cossiga e la sua impossibilità di tenuta attraverso scontri armati di piazza.

Alcune considerazioni sul testo: il contesto, il fine per cui è stato scritto e il metodo con cui è stato scritto questo documento gli danno alcune qualità: prima di tutto non è un documento ideologico ma politico, il fatto di non dover sostenere una tesi lo mette al riparo dal pericolo di forzare la realtà alla propria tesi. Un’analisi concreta su fatti concreti, marxista. Considerando il momento in cui viene proposto, dominato da un dibattito pressoché ideologico, riflesso della crisi delle Br, mi sembra un dato significativo. Inoltre, sia il fatto che nasce per cercare di risolvere i punti critici e i limiti nella condotta della guerriglia e per capire se e quali fossero gli scenari possibili per la lotta armata, sia il fatto di essere scritto a partita non ancora formalmente conclusa, fa sì che non cada in autogiustificazioni, rischio sempre presente nelle ricostruzioni ex post.

Si, la metodologia adottata dagli estensori è propria di un contributo di analisi politica e non ideologica, né tantomeno programmatica. Non è un caso che quei compagni sostenessero la battaglia politica in corso a fianco delle Br-Pcc anche a partire dal ruolo che i prigionieri avrebbero dovuto assumere nel dibattito interno. Questo è un capitolo importante nella nostra storia e ne riflette luci e ombre. I nostri prigionieri avevano sempre avuto una grande importanza nelle dinamiche interne dell’Organizzazione. Erano la nostra faccia pubblica, erano tra i fondatori dell’Organizzazione, avevano grandi capacità politiche, erano i magnifici protagonisti del processo guerriglia e delle lotte in carcere. Ma, forse anche a causa della contraddittorietà dei nostri dispositivi interni, bisogna concludere che hanno negativamente condizionato le nostre scelte e, da un certo punto in poi, esasperato i nostri problemi politici. Soprattutto quando si è evidenziata la crisi di superamento della fase della propaganda armata e l’impasse della nostra capacità di elaborazione programmatica, le forzature da parte loro non hanno certo contribuito a dipanare la nostra inadeguatezza. In questa strettoia si è materializzato l’intervento a gamba tesa della maggior parte dei prigionieri coagulati intorno alle tesi del «nucleo storico». Non si è trattato di un contributo politico teso ad affrontare le nuove condizioni dello scontro a cavallo degli anni ’80 tutto da verificare nella pratica ma dell’elaborazione di un dettagliato programma valido per tutta l’organizzazione. Nonostante i tentativi di mediazione e di limatura degli eccessi di un’analisi completamente sballata circa le condizioni dello scontro, le tesi di una rivoluzione alle porte, mutuata dalle condizioni delle lotte in carcere, hanno cortocircuitato il già squilibrato rapporto dentro-fuori facendolo deragliare su un capovolgimento delle cause-effetto. Secondo quei compagni le difficoltà dell’Organizzazione non erano di carattere politico a fronte di una difficile transizione in una fase di offensiva del nemico e di deciso rallentamento di passo della conflittualità di classe, ma derivavano da una cattiva conduzione da parte della sua direzione. Fino al precipitare di questa bufera intestina in mozioni formali di sfiducia nei confronti dell’esecutivo e operazioni scissioniste di pezzi dell’organizzazione. Va sottolineata la varietà di tesi politiche delle varie fazioni in cui s’è frantumata la compagine Br, dal sindacalismo armato, allo scioglimento nel movimento, alla centralità dei settori emarginati e del carcere, tutte però confluenti nel chiedere legittimità ai prigionieri. Su tutto è emersa la velleità di superamento della crisi attraverso la decapitazione della direzione nazionale ritenuta un freno alle potenzialità rivoluzionarie delle masse nel presente. Sta di fatto che la debolezza dell’organizzazione ha reso possibile l’impensabile, ossia la pretesa di una sua direzione dall’interno del carcere. E se questo, nei fatti, ha dimostrato tutta la sua non praticabilità ha anche avuto tutto l’agio di aumentarne le difficoltà. In tutta evidenza la qualità e le finalità del contributo del testo in esame è di tutt’altra natura e rispondeva al compito da parte dei prigionieri di dare un supporto all’organizzazione nella lettura della fase più difficile della sua storia, senza interloquire nella linea politica. Contributo politico senza sconti e reticenze che quei compagni assolvevano nella consapevolezza di avere come compiti fondamentali non essere di intralcio all’Organizzazione esterna, di tenere conto dei rapporti di forza per non creare condizioni di detenzione invivibili e, all’occasione, segare le sbarre e raggiungerci. Nella consapevolezza di essere ostaggi del nemico, sottoposti a un incessante controllo e impossibilitati a verificare nella pratica le loro tesi. Nella assunzione di una responsabilità collettiva e non personalistica di cui rendere conto. E nonostante il minoritarismo, il ritardo e la scarsa efficacia nel riuscire a contenere la frana sotto cui è rimasta seppellita persino la memoria del nostro tentativo di «assalto al cielo», resta un documento decisivo per chiunque voglia comprenderne la complessità, al di là delle celebrazioni o della svendita. Soprattutto perché quei nodi politici su cui anche le Br si sono incagliate sono rimasti irrisolti. In primis dai fuoriusciti che, va sottolineato, a decenni di distanza non si sono curati di fare un bilancio delle loro scelte e renderne conto, come le Br hanno sempre fatto.

Il testo, proprio per come è costruito, fa emergere con grande chiarezza il significato di lotta armata come strategia politica, un concetto molto ben definito nella storia delle Br, come hai appena chiarito sopra, e che anche all’interno delle Br nel periodo della crisi è stato confuso con altro, e di cui oggi ancor di più, per il modo in cui è stata divulgata nel senso comune non solo la storia delle Br ma tutto il contesto degli anni ’70, si è persa traccia. Le Br nascono dalle lotte del 1968-69 e attraversano tutto il ciclo di lotte degli anni 70, e anzi si spingono anche oltre. Si trovano ad agire in due contesti diversi, e in condizioni diverse, e cioè, in un lasso di tempo brevissimo, tra il 1974 e il 1978-79, passano dall’esercitare un certo peso all’interno delle fabbriche, a esercitare un peso politico a livello nazionale. Un passaggio che avviene in un contesto diverso da quello che ne ha segnato la nascita e coincide con un processo di ristrutturazione mondiale in corso, da una situazione che vede la classe operaia all’offensiva ad un quadro che si fa sempre più resistenziale. Vi trovate in un groviglio di contraddizioni.

Il progetto politico delle Br nasce sulla concezione guerrigliera di dimostrare la fattibilità oltre che la necessità di assunzione di una mentalità e una strategia offensive. Nelle migliori tradizioni del movimento rivoluzionario non si trattava di concepire la legittimità della lotta armata come reazione difensiva alla violenza dello Stato in una dinamica a perdere di rincorsa della repressione né tantomeno giustizialista. Era il livello e la qualità dello scontro di classe che la motivavano. Credo che le lotte operaie che avevano conquistato l’autonomia di classe ne fornissero un inequivocabile esempio nella prassi di guadagnare terreno e strappare conquiste sul campo stando sempre un passo avanti alla mediazione contrattuale. Nei graduali aggiustamenti della linea politica nel vivo dello scontro, attenzione massima era rivolta a una analisi in grado di esaminare i piani strategici del capitalismo per poterne anticipare le mosse. Questo in un quadro di belligeranza di una parte significativa del movimento operaio e rivoluzionario e di rafforzamento del campo rivoluzionario internazionale. La focalizzazione del processo di perdita dell’autonomia nazionale dei paesi capitalistici (nascita dello Sim) ne è una esemplificazione a fronte di una progettualità del nemico di governo della crisi del modello fordista, globalizzando i mercati e accentrando il capitale finanziario, delocalizzando le fabbriche, ristrutturando la produzione, precarizzando il lavoro e le condizioni di vita di vasti settori proletari. E, su tutto, dichiarando guerra alla conflittualità, condizione sine qua non per garantire i profitti delle aziende multinazionali. Al grande capitale occorreva stabilire nuovi margini della democrazia parlamentare che potevano contenere sia colpi di stato e dittature (come in Cile e in Argentina) sia l’autoritarismo «ferreo» di governi alla Thatcher. Da questo punto di vista si rende comprensibile il salto all’attacco al cuore dello Stato come scelta strategica delle Br per rinsaldare e dare prospettiva ai rapporti di forza favorevoli conquistati nelle fabbriche e nei territori. Questo il quadro ed è indubbio che, almeno in Italia, i progetti della ristrutturazione liberista della produzione e dei rapporti sociali non hanno avuto vita facile grazie al movimento rivoluzionario e alla lotta armata. Quadro che cambia con l’arretramento di quel movimento e le modificazioni a livello internazionale a favore del fronte imperialista.
Che la tendenza dei programmi del grande capitale fossero quelli analizzati è da tempo sotto gli occhi di tutti nella loro piena realizzazione. Negli anni in cui le Br l’hanno teorizzata erano appunto una tendenza, un processo e non un dato di fatto, soprattutto nell’«anello debole della catena» come l’Italia. Dentro questo quadro contraddittorio abbiamo oscillato tra una visione materialistica dello stato delle cose presenti e la sballata convinzione di un precipitare all’ordine del giorno delle dinamiche di rinnovamento/riorganizzazione della politica e dell’economia. Per questo nella testa di qualcuno si era formata la convinzione che non rimanesse che armare le masse essendosi esaurito ogni spazio di tutela dei loro interessi materiali immediati. Ammesso che le condizioni di una rottura rivoluzionaria ci fossero, i tempi in politica non sono un accidente che si possono dilatare o accorciare a proprio piacimento e i nostri sono stati decisamente sfasati mancando la periodizzazione della «lunga durata» e il suo andamento affatto lineare. Fino a che tutto è diventato una rincorsa a fiato corto nel tentativo di rimediare agli errori. Fuori tempo massimo.

C’è un dato che sembra essere costante nella storia delle Br, contraddittorio perché al tempo stesso ne costituisce la forza e l’originalità ma anche uno dei punti deboli e dei limiti, e cioè il carattere sperimentale, che discende dalla loro eterodossia. Il non avere modelli di riferimento gli dà la libertà e le mette in condizione di dover sperimentare. Come si dice nel testo, si parte «da una base progettuale che tende a precisare, per approssimazioni successive, la propria proposta politico-strategica, come anche le soluzioni tattiche».

Ma la sperimentazione non è sempre stata la caratteristica dei processi rivoluzionari? A quale modello si è ispirata la Cina di Mao, la Cuba di Castro o le guerriglie dell’America latina? A quale la rivoluzione dei curdi del PKK, dei greci del «17 novembre», dei compagni dell’Eta, degli zapatisti e quella guidata da Sankara? È certo esistito un paradigma rivoluzionario novecentesco che ne ha dettato i caratteri generali ma sul terreno della pratica ciascuno ha dovuto fare i conti con la propria composizione di classe, con la storia e le tradizioni sociali del proprio paese, con la propria collocazione in ambito internazionale, con il grado di consenso/controllo del potere e, soprattutto, con il livello dello scontro di classe. Se il Partito comunista cinese avesse dovuto considerare la classe operaia il soggetto centrale del processo rivoluzionario, avrebbe dovuto inventarsela. E non è forse vero che certe direttive da Mosca abbiano «ingessato» l’andamento delle rivoluzioni specie nei paesi in via di decolonizzazione? Noi siamo stati il frutto di una fuoriuscita dal modello insurrezionale, partito-esercito, ormai impraticabile nelle situazioni metropolitane al livello di maturazione del conflitto rivoluzione/controrivoluzione. Troppi i dispositivi di controllo, non ultimi quelli di partiti e sindacati. Troppi i livelli di differenziazione e relativa mediazione. Al contrario la guerriglia offriva un modello di possibilità di attacco anche ad alto livello con una forza militare ridotta. Quello che conferiva incisività non era la sua endemicità. Ossia non era decisiva la quantità e il livello delle azioni messe in campo quanto la capacità di cogliere il maturare delle contraddizioni di classe, i piani del nemico, i punti deboli del suo schieramento, il livello del peso politico della guerriglia nel movimento rivoluzionario. Questo ha comportato la necessità di affinare le armi dell’analisi di contesto e compiere i salti necessari per non perdere la capacità offensiva e disperdere i rapporti di forza conquistati. Ossia sperimentare sul campo la validità delle proprie analisi.

Diversamente da altre organizzazioni combattenti le Br hanno sempre identificato nella Dc il nemico principale. Ma il ciclo di lotte di quegli anni vede anche lo scontro tra due vie e due concezioni presenti all’interno del movimento operaio: da una parte la tradizione terzinternazionalista e il progetto di integrazione della classe operaia nello Stato e dall’altra la centralità del conflitto capitale/lavoro, la guerra di classe, la distruzione dello Stato. Compromesso storico e attacco al cuore dello Stato.

Si, nonostante il peso dell’azione controrivoluzionaria del partito e del sindacato comunisti le Br hanno condotto una battaglia politica nel movimento per affermare la centralità della Democrazia cristiana nel campo nemico. Tra noi e i comunisti c’era una contrapposizione di altra natura. Proprio perché si trattava del conflitto tra due anime interne alla classe, per dirla alla cinese, si trattava di una «contraddizione in seno al popolo» e come tale andava trattata. La presenza negativa del più grande partito comunista d’occidente in questo paese non è certo stata secondaria nel procedere dello scontro, ma questo nulla toglie al fatto che si trattasse di contraddizioni reali che vivevano all’interno della classe operaia. La Dc deteneva il potere e non lo avrebbe mai ceduto ai comunisti, nonostante la loro forza elettorale e la loro fattiva collaborazione. Proprio le vicende legate alla «campagna di primavera» ne sono una dimostrazione: il governo sarebbe rimasto ed è sempre rimasto saldamente in mano alla Dc mentre i loro «alleati» perfezionavano la loro deriva socialdemocratica. Ai comunisti sono andati incarichi di «lavori sporchi» di contenimento e repressione e per questo sono stati particolarmente invisi nell’ambito dei movimenti. Non senza qualche ragione. Ma per arrivare al governo hanno dovuto cancellare il peccato della loro origine nel campo comunista, mai del tutto amnistiato nell’occidente capitalistico, sconfessare ideologia e alleanze, cambiare nome e cognome. Nel conflitto degli anni ’70, secondo la nostra visione, erano sì lo Stato ma quello interno alla classe operaia. Nei loro confronti andava usato il bisturi più affilato. La gestione autocritica dell’azione contro Guido Rossa ne è l’esempio più appropriato, come anche la fotografia di quanto lo scontro fosse interno alla classe operaia.

Stando ad una verifica dei fatti, la presenza della guerriglia non ha rappresentato un ostacolo né allo sviluppo del movimento, né alle conquiste del movimento operaio degli anni 70, al contrario, ha contribuito a spostare i rapporti di forza e ha rallentato il processo di ristrutturazione.

Su questo non ci dovrebbero essere dubbi. La forza dei movimenti in quegli anni era un concerto polifonico che andava ben oltre le differenze. E il travaso reciproco di forza funzionava almeno quanto era in grado di ottenere conquiste che mai sono state tanto rilevanti. Come è evidente, soprattutto oggi, quella sul piano sanitario. E questo al di là della autorappresentazione dei diversi soggetti in campo che, nella sconfitta, è diventata uno scarico di responsabilità da imputare alle Br. Persino le battaglie per i diritti civili non subivano danni nonostante le tesi cospirazioniste dei pacifisti impegnati nella battaglia per il divorzio mentre le Br sferravano il primo «attacco al cuore dello stato» con il processo al giudice Sossi. Ma, aspetto ancora più importante, basterebbe analizzare le vicende legate allo scontro che ha riguardato la Fiat per rendersi pienamente conto di quanto sia stata determinante la crisi della guerriglia nell’accelerazione della ristrutturazione e nell’attacco alle avanguardie interne alla fabbrica.

Ritorniamo su un punto cui accennavi sopra, e cioè il peso del «nucleo storico» in carcere. Se è vero che dal carcere non si può dirigere la guerriglia, la si condiziona, o almeno nel vostro caso sembra averla condizionata. Ribaltando il principio guida delle Br dove la pratica ha sempre preceduto la teoria, finite – parlo delle Br fuori dal carcere – per cercare di adattare la realtà alla teoria. Il documento restituisce questo processo in termini politici e in termini politici dà anche una spiegazione che ha portato alla centralità del «nucleo storico». Sintetizzando, dopo la «campagna di primavera» la fase della propaganda armata si esaurisce e le Br cercano, senza trovarlo, il passaggio alla fase successiva che il nucleo storico identifica, teorizzandolo sull’esperienza concreta delle lotte in carcere, nel passaggio alla guerra civile. Siamo nel 1979 e la Direzione Br si scontra con una realtà che al contrario non è in alcun modo assimilabile o generalizzabile con il contesto carcerario. Basti solo pensare alla vicenda Fiat. Il nodo della crisi, che non si risolverà, è che dopo la propaganda armata e in un contesto di lotte resistenziali la guerriglia – o almeno l’esperienza delle Brigate rosse – non trova soluzioni. Su questo nodo politico avviene la spaccatura all’interno delle Br.



n verità questo precipitato ha una lunga incubazione e attraversa le tappe che hanno portato a maturità la crescita politica e organizzativa delle Br. A un’analisi a posteriori si possono rilevare i chiaroscuri di un rapporto dentro/fuori che non necessariamente doveva avere un epilogo tanto negativo. E questo ha messo in evidenza errori, malintesi, incertezze progettuali e inadeguato governo delle contraddizioni interne. Esemplificativo è il passaggio del processo di Torino. Alla sbarra praticamente l’interezza del quadro dirigente originario. Si trattava del primo processo in cui lo Stato intendeva dimostrare la forza di seppellire i comunisti armati sotto secoli di galera e celebrare la sua vittoria sull’eversione. Non è andata così. La stretta dialettica tra i compagni prigionieri e l’Organizzazione all’esterno rendeva possibile dimostrare nella pratica che «la rivoluzione non si processa». Di più, che a essere processato era lo Stato. Quel processo ha visto rimandi successivi a causa della difficoltà di costituzione della giuria popolare, proprio per la politicità che aveva conquistato grazie alla conduzione in aula dei compagni e l’attacco esterno dell’organizzazione.
L’esemplificazione di «chi processa chi» con un iter giudiziario bloccato (fino all’intervento persuasivo extragiudiziale del Pci a sanare la riluttanza dei giurati) e il sequestro di Aldo Moro rendeva palese la forza dell’attacco al cuore dello stato nella disarticolazione degli assetti di potere. Fuor di polemica, non capire e rifiutare questo passaggio non spiega come si potesse sviluppare un processo rivoluzionario endemicizzando lo scontro senza tentare di individuare e anticipare il progetto controrivoluzionario della borghesia. Organizzarsi sul terreno della lotta armata per agire sul piano dei bisogni credo sia una partita persa in partenza.
Il processo di Torino ha contribuito enormemente ad aumentare la visibilità dei prigionieri all’esterno e il loro prestigio nell’Organizzazione, anche per il livello del loro contributo teorico. Col senno di poi si può dire che tutto questo avesse già in nuce l’esito negativo che ha avuto? Certo è che, come sostengono i compagni del testo in esame, l’Organizzazione, sia pur recalcitrante, ha scelto di adottare in toto la produzione programmatica proveniente dal carcere in una vistosa virata economicista del suo progetto. E la contraddittorietà con cui è stata agita non è stata sufficiente a evitare il capovolgimento di un caposaldo dei suoi fondamenti nel tentativo di adattamento della realtà alla teoria. Nonostante il suo avanzare incerto il «dopo Moro» ha significato una stagione di crescita e grande vitalità dell’Organizzazione in un contesto nazionale che ha toccato il massimo dello sviluppo dei gruppi armati. L’interpretazione che i prigionieri hanno dato di questa situazione è stato il precipitare qui e ora della «conquista delle masse sul terreno della lotta armata». I programmi «immediati» dovevano costituirne il viatico, traducendo meccanicamente la capacità di organizzare delle rivolte in carcere con il precipitato in termini di condizioni sociali talmente contrapposte al sistema vigente da poter essere soddisfatte solo armi alla mano a livello di massa. Naturalmente la pratica dell’Organizzazione non poteva essere all’altezza di tale aspettativa e il dissenso è andato crescendo fino a sfociare nella rottura. La spinta decisiva è stata un progetto di evasione dall’Asinara che ovviamente aveva come condizione imprescindibile il supporto dell’Organizzazione. Per noi si trattava di un attacco dal mare con un allestimento logistico del tutto diverso da quello metropolitano a cui eravamo abituati. Le forze impegnate erano notevoli e anche di più le difficoltà di portare a termine l’operazione senza danni. Ma non ci siamo tirati indietro. La preparazione è durata tanto da consumare tutti i mesi estivi. Basti pensare alla difficoltà di una via di fuga fino all’entroterra o alla scarsa propensione del luogo al furto di veicoli tanto che le macchine necessarie le abbiamo dovute portare dal “continente”. Alla fine dell’estate abbiamo dovuto desistere data la rarefazione della popolazione locale con la partenza dei turisti. Per noi si trattava di un rinvio, per i compagni in carcere di un tradimento. Secondo loro non è che non avevamo potuto ma non avevamo voluto. Questa la sostanza della loro accusa. Lo sviluppo dello scontro è andato verso la deriva scissionista dopo la richiesta di dimissioni dell’esecutivo, in seguito reiterata dai separatisti della colonna milanese. Finalmente dall’interno del carcere era stato costruito un gruppo all’esterno che rispondeva pienamente alle aspettative dei teorici della guerra sociale totale. In tutta evidenza, in questo bilancio, le responsabilità personali non sono state secondarie.

Un altro aspetto portato in luce dal documento è questo: benché le Br ponessero sin dal 1975 come obiettivo strategico quello di staccare l’Italia “anello debole della catena imperialista” per una collocazione nell’area dei paesi non allineati, nella visione strategica brigatista, secondo quanto è scritto nel documento, si sottolinea l’assenza di un collegamento della guerriglia all’interno di un fronte antimperialista, in una strategia globale antimperialista, che era al contrario una questione importante e molto presente nel contesto che aveva determinato l’origine stessa della guerriglia. Si tratta di una linea di combattimento che le Br-Pcc tentano di riprendere negli anni ’80 con la costruzione del Fronte combattente antimperialista. Per la prima volta le Br escono dall’ambito nazionale e attaccano direttamente la Nato con l’azione Dozier e in seguito con l’azione che colpisce Leamon Hunt. L’appunto critico che viene mosso, in particolare su Dozier, è che si tratta di un mutamento importante all’interno delle Br che non viene compreso fino in fondo teoricamente, manca di un impianto strategico.

Tutto vero. Nei nostri documenti il riferimento strategico alla questione internazionale è ricorrente, anche perché lo scenario che si era aperto con le rotture rivoluzionarie delle «zone di influenza» dopo la Seconda guerra mondiale sono state uno degli elementi che hanno favorito anche l’insorgenza degli anni ’70. Ma è come se il sottinteso fosse internazionalisti sì ma «ognuno a casa sua». La nostra storia è strettamente legata a quella del soggetto rivoluzionario da cui le Br sono nate, ossia gli operai del polo industriale del nord di cui hanno seguito anche la sorte. Certo «provincialismo» brigatista è andato in parallelo con la particolare forza della guerriglia e del movimento rivoluzionario nel nostro paese che, paradossalmente, non ha facilitato la costruzione di battaglie comuni con altre forze antimperialiste di diversa cultura politica. Al di là di relazioni di scambio e sostegno il capitolo «internazionale» è rimasto vacante nella nostra agenda. Ci sentivamo nello stesso flusso rivoluzionario ma, come anche altre forze combattenti, in un contesto internazionale caratterizzato dalla autodeterminazione delle singole esperienze. La vicinanza con le altre forze guerrigliere in Europa si è limitata alle analogie riscontrabili in alcune battaglie (vedi sequestro di Martin Schleyer), ma gli obiettivi comuni delle organizzazioni combattenti, come la liberazione dei prigionieri, non sono stati sufficienti a colmare le distanze strategiche. A dispetto di quanto andavamo teorizzando circa la necessità di un fronte comune delle forze guerrigliere e con il campo dei paesi non allineati nei fatti ha prevalso la nostra specificità alla «fatica» di individuare e percorrere i terreni propri di un fronte antimperialista. Alla fine degli anni ’70 e anche in coincidenza con la sconfitta del soggetto politico che avevamo messo al centro del nostro progetto, diventava non più rinviabile colmare il vistoso vuoto di progetto, anche in presenza della ripresa di movimenti contro le basi Nato e contro la guerra. In extremis abbiamo cercato di recuperare il terreno perduto su un programma di «guerra alla guerra» che andasse a rafforzare l’attacco alla tecnocrazia neoliberista. Veramente troppo tardi per elaborare una strategia all’altezza del compito anche alla luce della crisi di credibilità che aveva scavato a fondo al nostro interno e non solo.

La ritirata strategica: riprendendo quanto dicevo sopra, anche in questo caso il dato sperimentale mi sembra quello più evidente, con un concetto tra l’altro estraneo alla tradizione Br.

Beh, fare come se nulla fosse stato dopo il fallimento dell’operazione Dozier e la costatazione di quanto fosse profonda la crisi interna non espressa prima, sarebbe stato il massimo. Certo è che abbiamo dovuto cercare una via d’uscita sotto i colpi del contrattacco nemico e quella di ricorrere a ripieghi buoni solo in termini ideali (ritirarsi nelle masse) e per altri lidi e condizioni ha prevalso. Abbiamo cercato di capire come organizzare la resistenza per contenere le perdite, analizzare le cause del tracollo e verificare la possibilità di riprendere a combattere. Non ultima la verifica dello stato di salute della nostra credibilità e della rete di sostegno.
A differenza delle altre «ritirate» compiute dall’Organizzazione l’ultima avveniva alla fine della lunga stagione di offensiva dei movimenti e nel pieno delle nostre lacerazioni. Occorreva perciò addestrarsi per capire quale fosse un difficile «che fare» non escludendo la verifica che ce ne fosse ancora uno praticabile. Nella consapevolezza che una guerriglia urbana non può ritirarsi per un tempo indefinito senza perdere fisionomia, riferimenti di classe e affidabilità. In quella situazione il dato sperimentale è stato fortemente condizionato dal contrastare un nemico che, grazie alle informazioni dei «pentiti», aveva deciso in tutta evidenza di sferrare il suo attacco finale. Mentre i nostri compagni continuavano a cadere, mentre i conflitti a fuoco per strada si moltiplicavano, i buontemponi della «rivoluzione alle porte» completavano la loro operazione denigratoria alimentando il coretto che ci voleva arresi a un passo dalla rivoluzione e trascinandoci in uno scontro frontale contro la follia della loro guerra ai compagni che avevano dato informazioni sotto tortura. Solo dopo l’esaurirsi dell’effetto e della disponibilità alla collaborazione di quanti si andavano «pentendo» abbiamo potuto riprendere l’attività, a fiato corto per risorse e lucidità. C’erano ancora compagni che si univano a noi per percorrere una strada mai tanto incerta. Nella scomparsa di tutte le altre ipotesi di lotta armata praticate.

Negli ultimi tempi ha preso forma un corpus storiografico, prodotto soprattutto da chi non ha avuto esperienza diretta degli anni ’70, che riporta alla luce produzione teorica ed esperienze pratiche di quegli anni e che ragiona, questa dovrebbe essere la regola ma sappiamo che così non è, sulle fonti nel loro contesto. Per quanto riguarda le Br, il dato che emerge è che, diversamente da ciò che per decenni si è affermato, la produzione teorica delle Br esisteva, e che rispetto ai temi in discussione a livello internazionale non era affatto marginale (il concetto di globalizzazione nel 1970, lo stato imperialista delle multinazionali). Questa produzione teorica ha una caratteristica fondamentale: nasce nella fabbrica, è tutta interna alla dinamica di classe e capisce perfettamente, proprio perché lo vive nella praxis della fabbrica, come si muove il capitale. Comparandola con quel che viene prodotto negli stessi anni dai centri di studio dei partiti della sinistra o anche in ambito accademico, che avevano ben più potenti mezzi a disposizione, il dato è di grande interesse. E apre a una riflessione sul fatto che l’esistenza di un «sapere di classe» è sistematicamente rimosso – e qui non parlo esclusivamente di Br ovviamente.

Ormai questo dovrebbe essere acclarato. E non tanto per spirito autocelebrativo ma perché il «sapere di classe», contrapposto alla presunta neutralità della tecnica produttivistica, costituisce l’impalcatura che ha sostenuto e continua a sostenere la possibilità di liberazione dal capitalismo. E questo è un dato che non è cambiato per quanti tentativi di sua applicazione possano essere stati fallimentari anche perché il conflitto di classe non si è certo esaurito nel ‘900.

Chi leggerà non avendo familiarità con il linguaggio brigatista noterà che ci si riferisce alle Br come «Organizzazione», un concetto e un principio che mi pare colgano essenza e sostanza di ciò che sono state le Br.

Si, non ci siamo mai sentiti né definiti «partito». Abbiamo sempre pensato di essere un’avanguardia in stretta dialettica con altre avanguardie armate e non. Non eravamo la guida di grandi masse all’assalto di un palazzo, ma una forza politico/militare che sul lungo periodo sperimentava la capacità di disarticolazione dei progetti nemici con l’obiettivo di impedirne la realizzazione e favorire e riempire di prospettiva rivoluzionaria l’opposizione di classe. L’unità del politico/militare si rifletteva nel singolo militante che incarnava un principio fondante dell’Organizzazione, la caratteristica della sua formazione politica e la ricomposizione tra lavoro manuale e intellettuale. Non è un caso che le biografie dei militanti fossero tanto simili per estrazione sociale e cattivi maestri di se stessi.

Un tuo compagno ha detto che avete fatto una straordinaria apologia del potere, cioè gli avete attribuito una «lucidità strategica» che non aveva. In Compagna Luna e Perché io perché non tu mi sembra che anche tu faccia, con un linguaggio diverso, la stessa considerazione.

Alla luce dei fatti è così. Nello sforzo di comprenderne la natura abbiamo confuso le linee di elaborazione strategica del potere, per esempio le direttive della scuola di Chicago, con la capacità politica di traduzione da parte dei soggetti preposti. (Ma ex post a capire sono buoni tutti!). Se si pensa al tempo che si è reso necessario perché la gestione tecnocratica in campo economico prevalesse e trasformasse la stessa natura della politica istituzionale; se si pensa a quanto sia comunque contraddittoria questa realtà, si può capire quanto poca cosa fosse quella «lucidità». Le mie considerazioni a cui fai riferimento sono state in relazione a come sono andate le cose soprattutto durante il sequestro Moro. L’insensatezza della «fermezza» mentre la casa bruciava, la svalutazione dell’ostaggio («non è lui»!), l’immobilismo dei veti incrociati tra Dc e Pci, i controlli di polizia in sostituzione di qualsiasi iniziativa del governo, non erano una risposta ma la fotografia di una classe dirigente alla «Todo modo». Quelle mie riflessioni hanno trovato in seguito qualche oggettiva conferma. Infatti di recente sono stati resi noti i verbali delle riunioni dei democristiani e dei comunisti durante i 55 giorni del sequestro. Altro che statisti. Da una parte una congerie di gruppi di potere e feudi elettorali ognuno per sé e dall’altra un grande partito operaio ridotto a garante dello status quo del potere altrui. Nero su bianco si possono trovare nel volume Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla campagna di primavera. Una lettura veramente molto istruttiva.

The most up-to-date historiographical research about the Red Brigades

Marco Clementi, Paolo Persichetti, and Elisa Santalena. Brigate rosse: Dalle fabbriche alla «campagna di primavera». Volume I. Roma: DeriveApprodi, 2017. 512 pp; 23.80 €. ISBN: 978-88-6548-177-6

Acknowledgement: the Version of Record of this Manuscript has been published and is available in Terrorism and Political Violence, 7 January 2021, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/09546553.2021.1864972

Reviewed by Marco Gabbas, University of Milan, Milan, Italy
gabbas_marco@alumni.ceu.edu

With this volume – which is only the first of a multi-volume work – Marco Clementi, Paolo Persichetti and Elisa Santalena gave a crucial contribution to the understanding of a topic as difficult and complex as the history of the Italian Red Brigades (or BR). The three authors consulted a quantitively and qualitatively impressive amount of sources, which go from court records to the records of public investigating commissions; from police and carabinieri sources to those of the secret services; from memoires to interviews to those directly involved. This fundamental volume is certainly bound to remain the definite text on the topic for the forthcoming years.
The merits of this work are evident since the setting the authors clarify in the introduction. One first, important merit is giving Italian “armed struggle the dignity of a study subject.” This dignity, as the authors highlight, has been often denied especially in the cultural area of the Italian Communist Party (PCI). This cultural area has in fact produced over the years many “pamphlets written by essayists with a more than dubious methodology” (6). A second important merit is certainly giving a strong blow to the many conspiracy theories which are sadly still frequent in the discussion of the history of the Italian Red Brigades. In this case also, the authors underline the responsibility of the PCI in giving legitimacy to these theories, which go from labelling the BR “fascist provocateurs” to alleging the involvement of foreign secret services (KGB, CIA or Mossad, depending on taste). In fact, even though such theories existed since the beginning of leftist armed struggle in Italy, there was a “watershed in 1984, when the PCI [, which was] in a strategical crisis after the failure of the historical compromise [with the Christian Democratic Party] […] distanced itself from the majority motion” of the Parliamentary Investigating Commission on the abduction of Aldo Moro. The authors highlight that fighting against conspiracy theories is a lost battle since the beginning. However, they concretely help those who wish to tackle the matter seriously, from a historical point of view.
One third important merit is the authors’ courageous interpretation of the BR phenomenon. In fact, the three authors avoid comfortable explanations, and clarify that the Italian Red Brigades were not “the illegitimate child but an integral part – though a minority – of a decade-long clash whose existence few have admitted in Italy” (12). The authors painstakingly scanned the history of the birth of the Red Brigades, highlighting that they were born in large Northern Italian factories, and reconsidered the importance of the intellectual contributions coming from Trento and Reggio Emilia. The BR were an organization, then, which was born in factories and which could grow thanks to “workers’ opacity,” a concept developed by the British scholar Edward P. Thompson which the three authors relevantly apply to the case of the Red Brigades. Remarkably, this concept was used even by Giuliano Ferrara – who at the time was a leader of the Turin section of the PCI – to describe this phenomenon (56). The authors paint a realistic and merciless portrait of the Italian extra-parliamentary Left, which was fluid and magmatic. The BR were only one of many organizations – though it certainly was the most dangerous and long-lasting – which could be an arrival or a starting point for many militants, who were strongly convinced violence was necessary.
Fourthly, the authors give us new insights on the abduction of Aldo Moro by painstakingly analysing the stance of the PCI. According to the authors, Moro was not insane while being held by the BR, but sought a rational and strategic way to reach a compromise between the BR and the state, so that his life could be spared. The solution was not found, because Moro clashed against a rubber wall in which the PCI had a fundamental importance. The authors talk about “rigor mortis” (436-440) referring to the opposition of the PCI to any negotiation. They sketch a party which was prey of a rigid realpolitik, and which was more interested in saving its presence in the government than in saving Moro’s life. Certainly, the PCI acted in a certain way also because it was anxious to be recognised as a credible interlocutor by the Italian business world and by the United States. PCI representative Giorgio Napolitano played a crucial role in building links with “American friends” (417-435).
Fifthly, the authors make an incredibly detailed description of anti-BR strategies, highlighting a crucial factor which has been largely neglected so far, that is the fundamental use of torture which helped the Italian state to defeat the BR. In fact, the use of torture – which was at first episodic, but which became more and more systematic after the Moro case – was fundamental to extort information on locations and individuals which fundamentally contributed to the state’s victory. In particular, the book tells the case of Enrico Triaca, one printmaker of the BR who was subject to waterboarding (500-511).
By way of conclusion, all scholars and concerned readers cannot but thank the authors for their excellent work. We all wait for the second volume.

Pour et autour de Sante Notarnicola (1938-2021)

lundimatin#281, le 29 mars 2021

Sante est décédé le 22 mars 2021 suite à une infection post-Covid. Son livre l’Evasione impossibile dans ses premières éditions, Feltrinelli pour l’Italie en 1972 et les éditions d’en bas pour une version francophone en 1977 sous le titre La révolte à perpétuité, nous avait bouleversés, mais les retombées en France furent minces pour plusieurs raisons. La composition sociale des prisons s’avérait fort différente entre les deux pays, alors pourtant qu’ils formaient l’épicentre de la plus récente tentative d’insubordination prolétarienne, tout en n’étant pas limités par cette stricte dimension puisqu’elle revêtait déjà des caractères de ce qu’on pourrait appeler une révolution à titre humain.

En effet, en France, la plupart des participants à Mai 68 échappèrent à la prison ou, quand ils furent arrêtés pour des faits de droit commun, ne se déclarèrent pas prisonniers politiques (cf. le procès de la « bande des Tables Claudiennes » à Lyon où le procès de Raton et Munch, « trimards » accusés d’avoir conduit le camion qui aurait tué le commissaire Lacroix à Lyon le 24 mai sur le pont Lafayette). D’une façon générale, au début des années soixante-dix, la question du banditisme social ne se pose pas en France. Les maoïstes de la Gauche prolétarienne ou les trotskystes de la JCR arrêtés sont des militants politiques qui se revendiquent comme tel et même dans le milieu issu de « l’ultra gauche » les positions sont peu claires comme on a pu le voir au moment du soutien (ou non) au MIL de Puig Antich et de ses camarades. Pendant que certains soutenaient une défense nécessairement politique, quelle que soit la position qu’on puisse avoir vis-à-vis de la lutte armée, et publiaient une brochure [1]

[1]  – Cf. « La guerre civile en Espagne, 1973 : Violence… pour l’expliquer, d’autres, plus que réservés, tenaient le discours comme quoi il n’y avait pas plus de raison de les défendre eux particulièrement plus que les autres prisonniers (de « droit commun ») condamnés tout aussi lourdement. En France les luttes dans les prisons et particulièrement sur les QHS virent bien émerger quelques figures (Charly Bauer, Jacques Lesage de La Haye, Roger Knobelspiess), mais ces dernières restèrent quelque peu isolées. Malgré des révoltes sporadiques, la formation du CAP et l’action d’individus comme Serge Livrozet, elles ne prirent pas une dimension véritablement collective. Et ainsi elles sont restées tributaires de la résonance que leur donnaient des « avant-gardes externes », pour parler comme les italiens, plus ou moins spécialisées surla question des prisons. Pendant ce temps, il en était tout autrementen Italie avec l’entrée incessante dans les prisons de protagonistes d’une insubordination de plus en plus criminalisée, qu’elle provienne des jeunes ouvriers ou étudiants ou encore des emarginatiet autres disocupati. Cela produisait un brassage et une nouvelle composition sociale de la prison qui posait concrètement et non pas simplement sur le plan des principes, la caducité de la distinction entre prisonniers politiques et prisonniers de droit commun. Par là même, elle offrait la possibilité d’une lutte autonome dans les prisons venant s’insérer dans le mouvement plus large de « l’autonomie italienne », en lien avec elle donc, mais sans que le sens du lien soit univoque. Sante en fut une des expressions, les NAP une autre. C’est de cette expérience que nous avons essayé de rendre compte ici en quatre fragments dans cet hommage à une figure marquante des luttes de l’époque.

JW

La révolte à perpétuité

Outre l’intérêt intrinsèque de l’expérience prolétarienne et révolutionnaire racontée par Sante Notarnicola, c’est sans doute la première fois qu’était posée concrètement l’indistinction entre prisonniers de droit commun et prisonniers politiques qui allait imprégner les vingt années qui suivent en Italie. Était questionnée aussi la question de ce que Marx appelait le lumpenprolétariat, mais qui, dans les années 1950-1960 en Europe, relevait plutôt d’un sous-prolétariat auquel il n’y avait aucune raison d’appliquer le vocable méprisant de Marx. Le lumpen principalement composé au XIXe siècle de ceux qui, individuellement, ne voulaient pas devenir prolétaires avait en effet laissé place au siècle suivant à la masse de ceux qui ne pouvaient éviter de « tomber » massivement dans le prolétariat. Ce fut par exemple le cas des immigrés de l’intérieur et particulièrement ceux du sud de l’Italie, dont Notarnicola (né près de Tarente, dans les Pouilles) était un exemple parmi d’autres. Sante se mêle très tôt à la vie turinoise contrairement à certains Méridionaux fonctionnant en vase clos. Il y écrit ses premières poésies : Aujourd’hui l’été s’en est allé ; des douces couleurs seul demeure le jaune violent des feuilles moribondes. Tu t’en es allé avec l’été et je suis resté seul à compter les feuilles qui tombent.

Il vit ensuite la vie des militants ouvriers de base sans formation particulière autre que trois livres de littérature imposés, dont Le talon de fer de Jack London et Histoire du parti bolchévique de l’URSS de Staline. Aucun écrit de Marx, mais une formation forgée dans les réunions et discussions. C’est là que naît son amertume par rapport aux fonctionnaires du Parti sans rapport à la base, mais sans qu’aucune alternative ne lui apparaisse. Clairement, la révolution était remise à plus tard et même la lutte quotidienne contre les fascistes était mise sous le boisseau. Fonder un autre parti à la fin des années cinquante apparaissait impossible, restaient les actions exemplaires de résistance en référence à Cafiero (« La plus grande infamie est l’inaction » (p. 61) et sur le modèle des GAP (groupes d’action patriotique) de la Résistance (Danilo, l’un des membres du groupe y avait participé). Un petit groupe s’est formé à Turin qui entre peu ou prou dans la clandestinité et se procure des armes rudimentaires. La haine contre les gardiens de la Fiat cristallise la haine de classe de l’époque et l’usine devient la cible. Les actions à venir constituant les prémisses de la future lutte armée, mais pour Piero Cavallero, autre membre du groupe, il s’agissait dans l’immédiat de produire « l’éclat du défi » (op. cit., p. 68). Dès la première attaque (le 15 mai 1959) pour s’emparer de la paye du tour de nuit, les journalistes et politologues notent un changement stratégique avec ce qu’ils appellent la naissance d’un banditisme social, d’une guérilla nouvelle. L’action avait aussi produit un choc, aussi bien parmi les camarades qui s’y opposaient — pour le parti communiste italien et les syndicats qui ont participé aux gouvernements d’unité nationale dès la Libération, il n’était pas question de tolérer des comportements qu’on dirait aujourd’hui inappropriés — que parmi ceux qui étaient convaincus de son bien-fondé.

La révolte de Piazza Statuto en juillet 1962 va produire un deuxième coup de semonce d’une tout autre ampleur. Elle voit l’affrontement violent entre ouvriers et policiers d’une part et ouvriers et syndicats d’autre part (un local de l’UIL, l’équivalent de FO est attaqué). Toute la gauche traite alors de fascistes les manifestants. Pour Notarnicola, la désillusion est telle que s’impose à nouveau le passage à l’action individuelle. Ce ne sera plus la Fiat l’objectif principal, mais les banques qui « sont le symbole du capitalisme financier, des monstres anonymes et puissants » (p. 102). Mais peu à peu le groupe s’effrite du fait de motivations très différentes entre ceux qui, finalement, à travers les hold-up veulent faire de l’argent et ceux pour qui ce n’est qu’un moyen de financement pour s’organiser politiquement. Et même cette dernière motivation va avoir tendance à se perdre en route quand, pendant les quatre années suivantes, ce fut « cette activité frénétique et illégale qui nous fit perdre à tous le projet initial, qui nous amena petit à petit à tout réduire à un défi mortel entre la police et nous, qui nous poussa dans une clandestinité confinant à la paranoïa et nous détacha des amis et de nos camarades » (p. 112). Après une énième attaque de banque (la vingt-troisième) à Milan en 1967, les membres du groupe sont arrêtés. Après quelques mois de prison Sante participe à sa première mutinerie au son de « À bas les codes fascistes » (le code Rocco) et est aussitôt désigné comme délégué par les mutins pour discuter avec l’administration. Le modèle est l’unité ouvrière qu’il propose d’appliquer pour les prisons en reprenant Bandiera Rossa. C’est à ce moment qu’il rencontre Riccardo d’Este, ancien de Classe operaia, puis de Ludd et Comontismo [2]

[2]  – … et enfin de Temps critiques dans les années 90… , Eddy Ginosa libertaire à la fois proche des situationnistes et de la revue Invariance et Andrea Valcarenghi qui allait fonder la revue underground Re Nudo. Avec l’automne chaud et les nombreux emprisonnements qui s’ensuivent se pose concrètement la question de la distinction politiques/droits communs or devant un gouvernement qui, en 1970, décide l’amnistie pour les politiques, les droits communs de plusieurs prisons se lancent dans des mouvements de grève de la faim et tout à trac se déclarent « prisonniers politiques » puisque l’État et l’administration pénitentiaire ne veulent pas céder. « Le mouvement des prisons était en train de naître » (p. 163). Les liens se tissent avec Lotta Continua qui commence, à l’époque,son travail spécifique sur les « damnés de la terre ». Le mot d’ordre est aussi bien à l’intérieur qu’à l’extérieur : « On ne change pas la prison, on la détruit (p. 176). Un slogan qui inspirera aussi les Noyaux armés prolétariens (NAP) actifs à partir de 1974.

Les élections de 1972 approchant, une initiative politique est prise pour une campagne pour le droit de vote en prison. Elle provoque la critique de certains groupes des « avant-gardes externes [3]

[3]  – Dans sa lettre du 8 avril 1972 de la prison de Lecce…  », mais son sens était à la fois symbolique et pragmatique en tant que soutien à Pietro Valpreda alors détenu et qui se présentait sur les listes du parti radical.

À son procès en appel, il resitue son parcours dans une sorte d’autocritique : « Pour ma part je me suis rebellé contre cet état de choses dès l’âge de quatorze ans. À un certain moment de mon existence, quand j’ai accepté de faire le bandit, j’ai donné à cette rébellion une forme erronée, j’ai confondu lutte révolutionnaire et révolte individuelle en faisant ainsi le jeu de la classe dominante à qui appartient la logique de la violence et de l’oppression… » (p. 188). C’est cette « révolte à perpétuité » qu’il faut retenir, par delà ce retour à une certaine orthodoxie militante, l’absence de critique de la Chine quand, à son procès en appel, Sante énonce qu’il n’y a que cinq cents prisonniers en Chine maoïste ou encore quand il fait référence de façon laudative au Que faire de Lénine dans son texte sur les « damnés de la terre ».

JW

Un livre indispensable [4]  – Introduction d’Erri de Luca à la seconde édition de…

Ce livre de Sante Notarnicola est paru en 1972 édité par Gian Giacomo Feltrinelli. Cette année-là, l’un a explosé accroché à un pylône, l’autre était en prison depuis 1967.
Ce livre est encore une narration, mais déjà un document d’histoire.

Il commence dans les années cinquante et se termine dans les années soixante-dix, celles qui ont longtemps été ignorées, contournées par l’histoire, officielle et réticente. Les années soixante-dix correspondent à la tête des tempêtes, que les navires contournent en les tenant à distance. Réduites à l’actualité criminelle, ce furent des années politiques où la parole politique venait d’en bas et avait de la dignité. Aujourd’hui, cette histoire tue est recouverte dans la mémoire publique par la musique pop, par Battisti, Celentano et le chanteur de la compagnie. Les années soixante-dix ? Celles du garçon de la via Gluck [5]

[5]  – Il ragazzo della via Gluck est une chanson d’Adriano… . En ces années de rébellion, nous ne vivions pas dans la Via Gluck, ni parmi les blocs d’immeubles et les garçons de la Via Paal [6]

[6]  – Les Garçons de la rue Paul, roman de Ferenc Molnár… . Nous étions dans une Italie qui publiait des livres de révolutionnaires prisonniers, des librairies qui les distribuaient et aucune critique dans les pages culturelles ni interviews de l’auteur emprisonné. La nouvelle passait directement par le bouche-à-oreille, rapidement au travers des cortèges surchauffés, des assemblées plantées au milieu du temps officiel pour l’arrêter, dans une école, au milieu d’un atelier, sur un chantier. Le cri : « Assemblée, Assemblée » arrêtait les horloges. Les secondes, les minutes, l’heure entière se détachaient du cadran par leur propre poids, c’était le temps hors du compte, le temps inventé, libre de déborder au-delà du temps.

Dans les bistrots, dans les tramways, on échangeait des nouvelles fraîches, non seulement des arrestations et des libérations, mais aussi des sorties de livres. L’évasion impossible passait de main en main, démontrant qu’il était possible de faire sortir des livres et des histoires des cages. Il coûtait deux mille lires, un prix élevé l’année même où le quotidien Lotta Continua sortait au prix de cinquante lires. Feltrinelli savait faire des affaires, mais parallèlement il diffusait une littérature politique urgente pour cette jeunesse sortie de ses gonds et des rangs.

Sante écrivait dans sa cinquième année derrière les barreaux. 68, il l’avait entendu derrière et à l’intérieur des murs de l’isolement. Mais même dans le vide de la réclusion, le vacarme lui parvenait. Aucun mur n’était suffisant pour assourdir 68. La fureur rebelle que Sante, né en 38, avait attendue tout au long de sa jeunesse communiste et turinoise, qui était apparue en flash de magnésium, en noir et blanc, dans les révoltes de Gênes en 60 et de Turin en 62, était finalement arrivée et se propageait. Elle grandissait sans parti et sans syndicat, il n’y avait pas d’intermédiaires entre elle et tous les pouvoirs établis.

Ce n’était pas seulement l’Italie. C’est venu des quatre vents, de l’orient asiatique de l’Indochine qui a pu battre et renvoyer chez eux les soldats habituels, venus là pour protéger les intérêts occidentaux ; des Black Panthers qui mordaient le racisme de la société américaine ; d’Amérique du Sud qui a appris et enseigné la petite guerre, la guérilla ; de l’Afrique qui secouait des siècles de colonies ; d’Irlande avec son Ulster écrasé par l’armée anglaise.

Les quatre vents soufflaient la tempête. Sante les a écoutés de la part des camarades qui sont entrés par vagues, pour peupler les prisons et changer la donne dans les rangs des prisonniers. Des jeunes bien éduqués sont venus avec des livres et les ont lus à haute voix pour ceux qui n’avaient pas eu d’école. Une autre jeunesse remplissait à nouveau de causes politiques les cellules des préfectures de police, les couloirs des pénitenciers.

C’est ainsi que sont reparties, par rebond et contagion, les révoltes même aux endroits les plus écrasés et les plus humiliés de la chaîne de commandement. Là, au dernier degré, au-dessous du niveau de la rue et de l’éducation, là, la fraternité se pratiquait horizontalement, prête à tous les sacrifices. À l’époque, on l’appelait communisme, il avait une histoire de révolutions et de défaites, et était le premier mot politique né au XXe siècle. Il venait d’un manifeste du siècle précédent, mais c’était l’émergence du siècle suivant. Si l’on enlève la queue et la tête, le communisme, comme lorsqu’on distille l’eau-de-vie pour ne garder que le cœur, reste la plus ancienne ressource de l’humanité : la fraternité. Sans prévenir, elle s’est plantée là, dans les prisons, sous la répression la plus féroce, parmi ceux que l’on donne pour morts parce que divisés et vaincus. La révolte des prisons est une page distincte de cette période de luttes révolutionnaires en Italie dans la troisième partie du vingtième siècle. Cette révolte arrache et obtient des choses. L’Italie de l’extérieur fait quelque chose, change les règles, la réforme de la peine. De même qu’il est possible de faire pression pour une réforme du service militaire, de même des victoires dans les usines émergent avec le samedi férié, la réduction à huit heures dont une demi-heure de cantine, de meilleures conditions sanitaires dans les établissements.

Une jeunesse révolutionnaire a produit des réformes payant en détention un prix qui aurait été raisonnable si elles avaient été extorquées à une tyrannie, mais exorbitant en démocratie. L’Italie de la plus belle Charte constitutionnelle la gardait accrochée au mur à côté du crucifix et ne permettait ni à l’une ni à l’autre d’en descendre. Trente ans d’un parti unique aux commandes [7]

[7]  – Le parti de la démocratie chrétienne… avaient transformé la statue de la démocratie en statue de sel. Les jeunes révolutionnaires de l’époque se sont mis à écraser leur record d’emprisonnement politique. Ils avaient cessé de demander. Leur intransigeance s’est heurtée à toutes les autorités, les a affaiblies, les a obligées à conclure des pactes qui ont ensuite été signés par les partis sociaux-démocrates siégeant au Parlement.

Sante raconte. Sa voix est libre des défenses d’office, c’était un révolutionnaire sans parti. Il a rencontré Lotta Continua, les Brigades rouges, mais est resté Sante, un compagnon à part. Sa voix de l’époque ne porte aucune trace de cette dose de volonté de puissance qui se cache dans toute forme organisée. Un jour, il est le représentant d’une mutinerie carcérale, le lendemain, il est à nouveau submergé par les représailles, le réduit à zéro que les autorités déplacent sans cesse. Les trous, les fossés, les catacombes criminelles de notre pays, il les a tous traversés, vagabond aux fers entre barreaux et escortes. La voix de Sante conserve l’honnêteté de ceux qui ne se sont jamais retrouvés à devoir défendre leur propre sigle, un éclat, quand ça dérapait, il s’arrachait. Aujourd’hui, il est quelqu’un qui a payé sa dette criminelle. En tant que tel, il est un citoyen rare, qui ne doit rien à l’État. Dans un pays d’évadés fiscaux et de tricheurs réglementaires, il est la figure du débiteur qui paie sa facture jusqu’au dernier centime des jours. D’autres personnes de cette génération ont payé et paient jusqu’à l’outrance la facture pour nous tous de cet âge politique. Ce sont eux qui ont été les derniers à se lever de table en courant, ce sont eux qui ont été rattrapés par l’aubergiste, complètement rincés jusqu’à la vieillesse. Qui veut connaître l’Italie du XXe siècle doit feuilleter les années soixante-dix. Ce livre est indispensable sur cette étagère-là.

Erri De Luca
,
traduction EP pour Temps critiques

Les damnés de la terre et la révolte des prisons

Camarades, permettez-moi avec les débuts de ces travaux d’envoyer notre salut aux camarades emprisonnés. Aux camarades exilés, spécialement ceux pour lesquels l’exil est difficile, notre salut va aux exilés qui ne jouissent pas de faveurs particulières, ou parce qu’ils manquent de moyens personnels, ou parce que leur cohérence politique les exposent, dans un cycle chargé de méfiance et de contrôle qui les contraignent à une vie de marginaux.

Et rappelant l’exil de beaucoup, un souvenir plein d’émotion va au camarade avocat Sergio Spazzali qui a donné beaucoup aux prisonniers et n’a rien eu en échange, sinon l’affection et l’estime de beaucoup de révolutionnaires. Sergio est allé augmenter la liste de ces camarades qui ont donné tout, totalement tout.

Aux camarades emprisonnés en ce moment, outre notre salut nous tenons à dire que durant ce travail, nous poserons au centre la question de leur libération.

Nous voulons développer une action politique d’une ample portée pour dépasser la fragmentation des initiatives qui ont caractérisé ces deux dernières années.

C’est à nous de faire en sorte que soient dépassés les obstacles qui empêchent aussi sur ce terrain délicat, un apport unitaire du mouvement. Comment nous espérons sortir de cet échange.

Les obstacles sont de diverses natures, quelques-uns liés à de vieux travaux aujourd’hui très dépassables, étant donné le temps écoulé (je me réfère aux divisions des années 70 qui ont caractérisé la vie du mouvement révolutionnaire). D’autres obstacles, à l’inverse sont actuels et pour cela insidieux. Par rapport à ces derniers, le maximum de clarté a été fait, pour donner des instruments ultérieurs aux camarades piovani (″pluvieux″ ?) vers lesquels nous sentons le poids de la responsabilité qui en dérive de par le poids de notre histoire. Nous voulons aussi rappeler aux « oublieux » quelle pesante responsabilité politique et humaine ils assument en termes de révision historique, omettant, minimisant ou même théorisant des choix déshonorants sur le plan personnel, outre que politique. Des choix et des comportements qui ont pesé beaucoup dans les années qui se sont succédé et qui ont empêché la reprise du mouvement, tout ce qui a échoué sur les décombres de la rupture de la solidarité.

Un salut non formel va aux femmes et aux hommes, enfermés ici à la Dozza.

C’est un salut à étendre aux détenus qui sont enfermés avec des « bracelets » (ils ont proliféré ces derniers temps), aux détenus qui subissent une peine inhumaine comme celle de la perpétuité et, enfin, aux détenus malades. Et ici nous ne pouvons pas ne pas rappeler avec émotion et préoccupation : Prospero Gallinari, Salvatore Ricciardi, Salvatore Cirincione, la camarade Silvia Baraldini et tant d’autres qui vivent, outre la prison, des maladies dévastatrices.

Camarades, dans l’histoire du mouvement ouvrier de tout ce siècle, le PCI, a toujours agité le drapeau du vieux camarade Terracini qui, sous le régime fasciste fut le dirigent qui purgea 18 ans de détention. Sous le régime « démocratique » né par la résistance, Paolo Maurizio Ferrari, communiste et militant des Brigades Rouges, au prochain mois de mai il aura purgé vingt ans de prison, et ainsi les frères Abatangelo Giovani Gentile Schiavone, Maria Pia Vianale. Des dizaines et dizaines d’autres communistes sont en prison depuis plus de quinze ans. Ce sont des données. Ceci est le dur prix à payer à la propre cohérence de communistes. Il n’y a pas la discontinuité plaisante tant attendue… La répression continue à fonctionner avec une parfaite continuité !

La continuité des prisons spéciales où sont enfermés avec le même traitement des temps d’urgence, des dizaines de camarades. Ce sont ceux dont on ne parle jamais, même entre nous et qui se taisent et ne demandent rien. Ce sont les camarades qui par pures convictions politiques, ont fait de leur vie un militantisme granitique, dans les conditions les plus difficiles que l’on puisse imaginer. Dans les années passées, grâce à l’urgence, nombreuses ont été les fortunes politiques ainsi qu’économiques qui se sont formées sur la peau des camarades. Dans des temps plus récents, à défaut des raisons qui l’avait généré, des écrivains d’un certain type n’ont pas renoncé à s’engraisser et ont créé de fausses urgences. Il suffit de se rappeler les livres des Flamigni, des Cipriani, etc. où tout en soutenant des thèses complotistes chères au vieux PCI, ils violent leur intelligence (mais en ont-ils ?) sans se sentir ridicule. Nous discutons donc de cette période, tenant présents les coûts humains qu’elle a eus et les difficultés de ceux qui ont osé de façon autonome l’escalade pour le communisme.

Encore une fois, je suis invité à une initiative de mouvement comme témoin d’une longue époque de lutte qui souvent a vu au centre aussi les problèmes de la prison.

Je reste toujours dans l’idée qu’une reconstruction historique et politique de nos histoires doit nécessairement avoir un caractère collectif. Même si désormais, les contributions sont nombreuses, pour que cette reconstruction puisse être achevée, il est indispensable que tous les camarades soient en dehors des prisons et les exilés rentrés. Ceci parce que, entre les plis de cette histoire, il peut y avoir des tuiles de nature judiciaires : la dernière arrestation sur le cas Moro a eu lieu il y a quelques mois.

Chaque fois que j’ai affronté publiquement les problèmes de la prison, j’ai toujours divisé en deux phases ces histoires. Une première phase qui commence avec mon arrestation et va jusqu’en 1977 et une seconde phase, celle des prisons spéciales qui est toujours en cours.

Je suis fortement lié à cette histoire, celle du mouvement des « damnés de la terre », que je juge exemplaire du point d’une lutte de masse, de l’acquisition d’une forte dignité collective de milliers de détenus, et de la croissance d’une identité politique qui a impliqué des centaines de personnes, quelques-unes parmi lesquelles, avec le temps, ont assumé des rôles de responsabilité politique à l’intérieur du mouvement révolutionnaire.

J’y suis lié aussi par une veille culture que je suis en train de raviver en dehors des prisons dans ces années de semi-liberté infinie…

Cette époque de lutte eut d’incroyables résultats dont on devrait se rappeler, ou mieux, analyser. Pour tous, je veux rappeler la force de ce mouvement qui sut créer, à l’intérieur des plus grandes prisons, un vrai et propre « territoire libéré » qui géra d’une manière révolutionnaire, posant à l’ordre du jour le lien politique avec le mouvement externe, l’étude, la croissance politique de la masse des détenus et des individus. On créa un très fort sens de solidarité, afin de préparer le saut de qualité qui pour beaucoup signifie la libération pratique à travers des évasions individuelles et de masse qui, en ces années furent nombreuses et sensationnelles.

Certains de ceux qui se sont échappés, ne retournèrent pas aux veilles activités extra-légales, mais allèrent grossir les rangs du mouvement révolutionnaire, portant une contribution de courage, cohérence et toute la richesse acquise dans les luttes de ces années. Pour tous, je veux rappeler Martino Zicchitella, qui paya de sa vie sa cohérence, durant une action des Noyaux Armés Prolétaires (Nuclei Armati Proletari).

Très souvent, quelques camarades m’ont demandé comment pouvoir faire une intervention aujourd’hui dans les prisons. J’ai dit et je répète que la réponse nous vient de ces lointaines expériences. Le mouvement des « damnés » pourrait décoller si les conditions favorables étaient réunies. En attendant celles-ci en prison, sont plus proches du Moyen Âge que de nos jours et donc plus proche du point de rupture. Mais, la chose la plus importante était le changement de la composition sociale dans la prison. L’irruption de figures prolétarisées, peut-être avec des expériences fugaces dans le monde du travail, ou qui en vivaient la problématique en famille, fit faire un saut qualitatif dans la manière de traiter d’énormes problèmes que la prison posait jour après jour. Ce ne fut pas simple, de convaincre rapidement tous à la nécessité d’une lutte collective, là où il y avait des individualités très fortes, dans une réalité dans laquelle, c’était justement la résistance isolée, la culture la plus appréciée.

Un autre aspect, le plus important, est que dans la même période en dehors de la prison, un puissant mouvement de masse s’est formé, surtout de la jeunesse, pour la première fois en dehors du contrôle des partis, au contraire contre les partis et contre tous les types d’autoritarisme. Un mouvement qui pourrait vivre longtemps grâce à la soudure qui se fit entre monde de l’école et monde du travail. Les références idéales de l’époque étaient le Che, les guerres de libération du tiers-monde, la révolution culturelle chinoise, la lutte des noirs américains contre la discrimination raciale et surtout, la lutte du peuple vietnamien.

Thématique qui eurent une grosse influence aussi parmi les détenus qui commençaient en étroit contact avec ce mouvement, à former et construire leur conscience politique.

À Irene Invernizzi, une militante de Lotta Continua qui avec cette organisation eut un rôle essentiel pour la formation politique des détenus, nous écrivions en 1971 que « la prison peut être définie comme le miroir de la société qui le contient et les prisonniers comme son image ».

Cette définition ouvre le fameux livre la prison comme école de révolution qui eut à l’époque un gros succès à l’intérieur et en dehors et qui devrait être lus par des camarades piovani (″pluvieux″ ?). Merci à cette camarade, et à son organisation pour la première fois, fut donnée la parole aux détenus.

Si la prison est donc le miroir de la société, on comprend pourquoi aujourd’hui malgré les conditions de surpeuplement qui rendent invivables le quotidien, un mouvement ne décolle pas. Les mutations ont été profondes ; 15-20 pour cent de la population des détenus est formée d’extra-communautaires, c’est à dire de personnes venant de cultures diverses et comme dehors, elles entrent souvent en contradiction, en collision et il vient à manquer un support faisant autorité que seuls les camarades pourraient apporter. Puis la drogue, la toxicodépendance, un pourcentage très élevé qui pour survivre a également provoqué des dégâts incurables qui ont certainement facilités, comme dehors, par engourdir les forces et les consciences, ce qui a déterminé aussi un double contrôle.

La composition des détenus est donc profondément modifiée et ainsi la force et la présence du mouvement ; c’est seulement quand celui-ci redeviendra protagoniste dans la vie sociale, qu’on pourra recréer des conditions car on peut intervenir aussi dans les prisons.

En revenant un instant sur ces années là, sur les liens désormais solides crées entre les mouvements externes et internes, sur le climat et le débat de ces années-là, je me souviens qu’à l’extérieur des prisons, une série d’avant-gardes avait mis à l’ordre du jour la question de la lutte armée et la manière de la développer. Nous, dans les prisons en tant que personne ordinaire nous ne nous sommes pas sentis exclus, au contraire… Après quelques épisodes : le massacre dans la prison d’Alessandria, l’assassinat de Venanzio Marchetti par les agents de la garde pendant un soulèvement, la fusillade contre les prisonniers à la Marate de Florence, presque toute l’avant garde de la prison avait rompu ses liens avec Lotta Continua qui pendant des années avait eu un rapport privilégié avec les prisonniers, et déversait ses sympathies sur les organisations armées, ce qui en ce qui nous concerne posait aussi le problème de la rédemption totale et de la démolition des prisons. Plus personne ne croyait à une prison humanisée, réformée.

De plus, grande était l’influence des premiers militants arrêtés de ces organisations ; ils entraient en contact direct avec nous et nous rapportaient le niveau du débat qui existait au sein du mouvement. C’est ainsi qu’a eu lieu une soudure idéologique, politique et pratique qui allait durer de nombreuses années. Naturellement, grâce aussi à l’action des NAP, qui s’étaient organisés pour défendre les luttes des prisonniers, cette soudure d’idéologies, de politiques et de pratiques allait durer de nombreuses années ; cette soudure inquiéta fortement la direction du Ministère de la Justice, qui commença par créer quelques quartiers d’isolement pour individus et petits groupes à Porto Azzurro, Alghero, Favignana et dans quelques autres prisons et, en 1977, dans le plus grand secret, créa cinq prisons spéciales.

Il serait toutefois peu généreux à l’égard de tant d’avant-gardes carcérales de prétendre que leur choix de la lutte armée n’a été dicté que par l’influence des militants des organisations armées. Ces avant-gardes, rappelons-le, avaient leur propre particularité : elles se sont formées au fil des ans dans le feu des révoltes, elles ont souvent subi des répressions indescriptibles et leur militantisme, leur formation, s’est déroulé entièrement « aux mains de l’ennemi », au sein de l’institution la plus fermée et la plus « jalouse » de la bourgeoisie. L’adhésion était également dictée par une réflexion politique : seule la révolution pouvait donner, peut donner, la vraie liberté. Cela s’applique évidemment à tout le monde, mais pour un prisonnier, le mot liberté a mille significations de plus.

Ces camarades ont donc pris cette responsabilité non seulement pour tenter une sorte de rédemption personnelle, mais pour entraîner tous les autres, pour transformer cette masse « délinquante » en une véritable strate de classe.

Tous les soulèvements prolétariens historiques, au plus fort de leur développement, ont agrégé de multiples figures extérieures à la classe : même la petite et moyenne bourgeoisie. Cela s’est également produit dans les années 1970. Puis, régulièrement, lorsque la crise a explosé, chacun est rentré dans les rangs… la petite et moyenne bourgeoisie au sein de sa propre classe. Ceux qui n’ont pas ce genre de choix sont les prolétaires et…. les incarcérés.

Comme je le disais, en 1977, cinq prisons spéciales ont été créées, avec des caractéristiques hautement destructives et un isolement absolu.

La gestion de ces prisons passait, pour la première fois, sous la dépendance directe de l’exécutif, c’est-à-dire du gouvernement, et le contrôle externe était confié aux carabiniers.

Les objectifs de cette révolution du système pénitentiaire étaient multiples : d’une part, il s’agissait de redonner confiance à la direction et aux gardiens de prison, éprouvés et découragés par une lutte de dix ans qui les avait vus sur la défensive ; d’autre part, il s’agissait d’isoler les militants des organisations armées et les avant-gardes de la lutte de la masse des prisonniers et d’envoyer un message précis au mouvement extérieur.

Les mois qui ont suivi l’institution des prisons spéciales ont été difficiles, également parce qu’à l’extérieur, les NAP avaient terminé leur parabole et ceux qui sont restés ont rejoint d’autres organisations combattantes et celles-ci, si je me souviens bien, ont commencé à subir d’importantes pertes en termes de profondeur politique et de nombre. Un moment de faiblesse dont l’ennemi a profité, déployant sa force sur les prisonniers. Malgré cette phase très dure, il n’y a pas eu de défection de la part des prisonniers qui, au contraire, se sont réorganisés par la suite, se dotant des structures nécessaires à leur survie politique et physique.

Une nouvelle saison de luttes a commencé, qui au début étaient particulièrement difficiles parce qu’elles se faisaient en petits groupes. Parfois, elles ressemblaient à des luttes désespérées. Mais grâce à la contribution de l’Organisation communiste combattante (OCC) et de l’ensemble du mouvement, les prisonniers ont réussi à regagner l’espace vital et à maintenir le corps des prisonniers compact et solide.

Je tiens à souligner que pendant de longues années, malgré la dureté de la répression, le corps des prisonniers est resté compact et uni, et cette solidité morale a donné beaucoup de confiance dans l’avenir et donc dans le dépassement des crises cycliques.

Les espaces politiques étaient évidemment privilégiés par rapport à tout le reste, et je crois que le rôle et l’influence des prisonniers sur le sort du mouvement révolutionnaire pesaient lourd, pour le meilleur et pour le pire.

Il faut aussi admettre qu’il n’y a pas toujours eu beaucoup d’équilibre, il y a eu des excès de subjectivisme qui, à la longue, ont usé les prisonniers. À certains moments, il aurait été nécessaire de conserver la force, de donner moins de place à la subjectivité. Ce n’est un secret pour personne que les cadres les plus préparés étaient en prison et que leur influence politique était très forte, en raison des élaborations théoriques qui étaient souvent pensées et expérimentées par les prisonniers eux-mêmes.

Certes, de nombreuses erreurs de subjectivisme et de sectarisme, malédiction historique de la gauche, ont été commises, et cette dernière a contribué, à terme, à l’effilochement du mouvement révolutionnaire.

Mais cela ne doit être une excuse pour personne, surtout pour ceux qui, en difficulté dans les prisons, ont brisé la solidarité, éludé les contradictions et choisi le dialogue avec les juges et autres.

Zones homogènes… dissociation… sont des termes incompréhensibles ou vagues pour certains, et il est peut-être bon de préciser que derrière ces mots, la qualité matérielle de votre vie de prisonnier a changé. Pour ceux qui ont fait un choix différent du vôtre, leur vie quotidienne a été changée, ils ont été récompensés par le traitement de prisonniers-hôtes, après une déclaration publique d’abjuration publiée presque toujours dans Il Manifesto qui, rappelons-le, non seulement se prêtait, mais soutenait la création de zones homogènes et donc la dissociation ; une position bizarre pour quelqu’un qui occupe le marché éditorial en tant que « journal communiste ». C’était une sorte d’accordéon obscène : à mesure que leurs espaces s’élargissaient, les nôtres se refermaient. Les exemples sont nombreux, et il n’est pas inutile d’en mentionner quelques-uns ici. Les zones homogènes ont été formés dans les prisons appropriées, pas trop loin des lieux de résidence pour faciliter les choses aux membres de la famille, mais en tenant compte des besoins de la nouvelle politique. La Rebibbia était idéale de ce point de vue, on pouvait même se présenter au parlement et en sortir en tant qu’honorable député… Nos compagnons, nos familles, en revanche, devaient continuer à parcourir les 2000 kilomètres habituels pour une heure de parloir, avec des vitres de séparation. De plus, ils devaient souvent se déshabiller et subir des fouilles humiliantes. Lorsque les partisans des zones homogènes et des zones dissociées ont reçu des ordinateurs, pour se tenir au courant des nouvelles technologies, tous nos livres ont été emportés. Nous ne pouvions en garder que trois à la fois et je me souviens encore de mon indécision quant à savoir s’il fallait privilégier le vocabulaire ou un texte qui m’intéressait particulièrement. Lorsque ceux qui se trouvaient dans les zones homogènes ont eu plus d’espace pour se socialiser avec le monde extérieur, pour nous la censure du courrier est devenue plus féroce et l’application de l’articla 90, qui suspendait tous les droits constitutionnels du prisonnier, est devenue plus féroce.

Camarades, pendant deux bonnes années, j’ai eu la chance de partager toutes mes journées, sans interruption, avec trois autres prisonniers. Toujours les mêmes. Il faut être très bien armé pour résister à de telles conditions et ne pas perdre la tête. Il y a eu des passages d’une telle férocité que, par orgueil, par modestie, je n’en ai même pas parlé à Severina, la compagne avec qui j’ai partagé tout cela.

Les zones homogènes, les dissociés, ont fait plus de dégâts que les traîtres, car ils ont brisé la solidarité politique et semé la méfiance non seulement dans le corps des prisonniers, mais aussi au sein de la classe.

À cet égard, je voudrais vous lire un extrait d’un document qui a récemment traité des problèmes des exilés :

Les dégâts sociaux produits par les repentis sont circonscrits, se limitant à démanteler une organisation clandestine et à pénaliser les membres qui la constituent. La désolidarisation, au contraire, est une mesure de plus grande portée sociale, dans la mesure où elle crée un précédent idéologique, produit de la désaffection et du découragement, non pas dans les rangs d’une organisation spécifique, mais à l’intérieur des mouvements sociaux en général. La dissociation vise donc un très grand nombre d’individus et est potentiellement plus insidieuse en ce qu’elle transcende la simple défaite militaire. La repentance adopte le langage des militaires, tandis que la dissociation puise dans le vocabulaire communicatif de la société civile.

Ceux qui ont pris de la distance avec leur passé ont, le plus souvent, eu l’occasion de reprendre ou de commencer une profession. Leur « autocritique » prend de l’importance non pas parce qu’elle a mûri dans les profondeurs des convictions personnelles, mais parce qu’elle se prête à être reproduite et transmise à d’autres individus et groupes. Les dissociés sont invités à agir en tant que témoins d’une défaite générationnelle, à promouvoir une mémoire de la défaite qui ne s’épuise pas dans le passé et le présent, mais qui conserve également un impact significatif par rapport à l’avenir. Il est un fait que, pour ceux qui ont été impliqués dans les processus politiques, la désolidarisation a également signifié la réintégration et souvent le travail. Beaucoup d’autres ont dû émigrer. Parmi les premiers, le statut public des dissociés s’est incarné dans des messages et des appels clairs et sans équivoque lancés depuis les pages des journaux ou les écrans de télévision.

Pour ceux qui voudraient en savoir plus sur l’histoire et le rôle de la dissociation, je recommande le livre Il proletariato non si pentito, Maj Editore, où vous trouverez toute la documentation de ces années sur le problème.

Bien sûr, je suis d’accord avec ce que le camarade a écrit. Je ne comprends donc pas la superficialité des secteurs de ce mouvement qui donnent de la crédibilité à ceux qui, au lieu de démontrer leur cohérence, ont fui et cherchent maintenant à se reproposer comme un sujet politique « renouvelé ». Même les démocrates-chrétiens ne sont plus autorisés à se « recycler ».

Je pense que la cohérence est essentielle pour les communistes, et par cohérence j’entends aussi le fait de toujours défendre sa propre classe. Sinon, non seulement nous perdons notre crédibilité, mais nous faisons reculer les mouvements, et nous savons combien il est difficile de s’en remettre.

Je me souviens quand les communistes, dans les salles d’audience, revendiquaient leur militantisme ou que les camarades des Brigades rouges revendiquaient leur appartenance à l’organisation et toutes les actions qu’elles menaient. C’était la fierté d’appartenir à un parti ou à une organisation qui portait le projet le plus élevé : la fin de l’exploitation de l’homme par l’homme.

Aujourd’hui, en prison, il nous reste ceux qui se sont « sali les mains », les prolétaires. Les professeurs, les enfants de la bourgeoisie et de la petite-bourgeoisie, les néo-parents, après avoir suivi des cours accélérés dans ces zones homogènes, ont repris leur place dans la « société ».

Il nous reste deux problèmes, parmi d’autres : la reconstitution de notre mémoire et le retissage du fil rouge de la solidarité de classe avec des contributions plus substantielles que celles que je peux apporter, et le sort des prisonniers politiques et des exilés. En outre, le problème urgent des prisonniers dans un état de santé grave : Prospero Gallinari, Salvatore Ricciardi, Salvatore Cirincione, Silvia Baraldini et d’autres …

Deux problèmes qui doivent être développés ensemble, même si l’état de santé des camarades nous impose un délai serré si nous voulons leur donner la possibilité de survivre à la détention.

Prospero n’a jamais voulu, en raison de ses convictions et de sa cohérence personnelle, donner la priorité à sa maladie pour résoudre son cas personnel. C’est nous, les camarades, qui avons fait pression sur son avocat pour qu’il demande un report de sa peine, ce qui a été rejeté deux fois. Comme vous le savez, Prospero a subi une opération du cœur et a trois pontages. Il y a quelques jours, il a été hospitalisé pour une attaque et, selon les différents médecins qui l’ont examiné, chaque crise pourrait être la dernière.

Il faut savoir que le régime fasciste libère Gramsci en octobre 1934 pour qu’il puisse se faire soigner. Gramsci meurt environ deux ans plus tard, en avril 1937. Mais nous sommes tous d’accord pour dire que le fascisme est le meurtrier de Gramsci. Nous sommes tous d’accord pour dire que ce pouvoir chrétien-démocrate (et autres) tue notre camarade.

Je pense donc que toutes les initiatives possibles doivent être prises pour exiger la libération de Prospero et des autres camarades gravement malades et pour éviter que ne tombe un voile de silence qui serait fatal.

Encore une considération personnelle.

Lorsque je suis sorti de prison, ce mouvement m’a en quelque sorte adopté. Je vous en suis reconnaissant. J’ai trouvé du soutien, de l’humanité et de la chaleur.

J’ai fait un effort pour vous comprendre et souvent vous avez fait le même effort. Bien sûr, pour la plupart d’entre nous, nous avons des expériences différentes, mais c’est uniquement parce que j’ai vécu des vies politiques différentes. Ce que j’apprécie chez vous, c’est que vous avez vécu l’un des moments les plus difficiles de l’histoire du mouvement. C’est ce que nous vous avons laissé. Mais ne soyez pas naïfs, malgré les échecs, il reste l’exemple, le nôtre, d’une génération qui a osé.

J’espère que ces travaux dans lesquels nous sommes engagés pourront vous apporter les éléments de connaissance utiles à la compréhension des lumières et des ombres produites. Personnellement, je continue à croire que ce que Lénine a écrit dans Que faire ?

Un petit groupe compact, nous marchons sur une route raide et difficile, en nous tenant fermement par la main. Nous sommes de tous côtés entourés d’ennemis et devons presque toujours marcher sous leur feu. Nous nous sommes unis, en vertu d’une décision librement prise, précisément pour combattre nos ennemis et ne pas glisser dans le bourbier voisin.

C’est ce que Lénine a écrit…

Pour ce faire, nous avons besoin de points fixes : la garde jalouse de la mémoire, le dépassement des contradictions qui peuvent avoir une certaine validité dans les grands nombres et qui sont au contraire insensées dans une situation comme la nôtre. La politique pratiquée avec un sens constructif et agrégatif. De plus près, les centres sociaux ont peut-être satisfait de nombreux besoins, mais ils risquent de devenir une sorte de réserve. Au contraire, nous devons abattre tous les murs, y compris celui de notre cerveau. Il est essentiel, aujourd’hui plus que jamais, de se mêler aux gens et à tous leurs problèmes.

Sante Notarnicola, mars 1994, à la conférence de Bologne « Qui n’a pas de mémoire n’a pas de futur », organisée par le Centre Lorusso,

traduction BS pour Temps critiques

La nostalgia e la memoria (extrait) [8] [8]  – Extrait de La nostalgia e la memoria, PGreco…

Parfois
j’aimerais parcourir à nouveau
les rues de mon quartier
et j’aimerais retrouver
cette génération
qui s’est formée
avec le testament de Julius Fucik [9]

[9]  – Julius Fucik, symbole de la résistance contre les…
celui qui sous la potence
écrivit à nous et pour nous.

La génération
qui manifestait en rangs serrés
pour consoler papa Cervi [10]

[10]  – Alcide Cervi est une figure légendaire de la…
et pour se consoler.

Cette génération
qui désarmée
a recueilli le drapeau de la Résistance
avant que la bourgeoisie
ne l’agite de manière obscène.

Je voudrais me retrouver
avec les ouvriers pourchassés
par Scelba et Valetta
ceux de l’Officina Stella Rossa [11]

[11]  – Officina Stella Rossa (atelier Étoile rouge) est le…
les licenciés qui surent tenir.
Je voudrais me souvenir ici
des années cinquante
toutes une par une
jour après jour.

Rappeler les tourments
rappeler la faim
rappeler le froid,
le charbon
acheté par cinq kilos
et la cabane avec les pâtes trop cuites
et rien d’autre.

Puis les affrontements
juillet 60
et les gars violents
de la Piazza Statuto
avec des pavés dans les mains.

Je voudrais reparcourir
toute la via Cuneo
traverser la Stura, la Dora
et tout mon quartier
Je voudrais voir
une fois de plus
la vieille maison
avec les toilettes sur la coursive
Retrouver un instant seulement
mes vingt ans
avec celui qui pour la première fois
m’ appelé terrone
et m’a ensuite appris
que faire le jaune
était le plus grand crime.

Enfin, je voudrais me pencher
absorbé
par la liste angoissante
de ceux qui ne sont plus là
et je voudrais me cacher
dans la via Chiusella
la plus laide des rues
de mon quartier.

Me souvenir aussi des adieux
violents et féroces, de la colère.

Mais aussi
retrouver mes racines
dans ce quartier
plat comme l’âme
aussi vaste que l’orgueil
aimé et vécu
par cette génération
la plus malheureuse
la plus dure
la plus chère.

Sante Notarnicola,
traduction BS pou Temps critiques

[1]  – Cf. « La guerre civile en Espagne, 1973 : Violence et mouvement social », in Le mouvement communiste (MC), no 6, octobre 1973, p. 5-19 et la réponse en question : L’antifascisme dans un verre d’eau de Vichy, Ajax, Bériou, Brisset, Cicero, Will. Puis en nouveau contrepoint, celui de Jacques Barrot de 1974 « Violence et solidarité révolutionnaires. Le procès des communistes de Barcelone » dans la ligne de celui du MC.

[2]  – … et enfin de Temps critiques dans les années 90 jusqu’à son décès.

[3]  – Dans sa lettre du 8 avril 1972 de la prison de Lecce (op. cit., p. 200-5), Notarnicola répond à un camarade de ces groupes externes où il exprime la nécessité d’une organisation autonome des prisonniers, alors que dans sa lettre du 5 février 1972 du pénitencier de Noto au journal Il Manifesto, il insista plutôt, par principe, sur l’unité de classe par le fait que la majorité des prisonniers font partie de la classe des prolétaires.

[4]  – Introduction d’Erri de Luca à la seconde édition de L’Evasione impossibile, Odradek, 2005.

[5]  – Il ragazzo della via Gluck est une chanson d’Adriano Celentano, parue en 1966 et écoutée en boucle par une bonne partie de la jeunesse italienne de l’époque.

[6]  – Les Garçons de la rue Paul, roman de Ferenc Molnár (François Molnár) et film éponyme de Zoltán Fábri (sorti en 1969), tous deux adressés à la jeunesse.

[7]  – Le parti de la démocratie chrétienne (DC).

[8]  – Extrait de La nostalgia e la memoria, PGreco Edizioni, Milano, 2019. Ce titre a été interprété par le groupe Assalti Frontali dans l’album Terra di nessuno (1992).

[9]  – Julius Fucik, symbole de la résistance contre les nazis, écrivit Écrit sous la potence en prison avant d’être exécuté par les nazis en 1943.

[10]  – Alcide Cervi est une figure légendaire de la Résistance italienne, ses 7 fils participaient à ces mêmes actions et furent fusillés par les fascistes en 1943, Cervi fut surnommé « papa Cervi ». Décédé en mars 1970, une course cycliste, se déroulant chaque 1er mai, lui rend hommage depuis 1971 : le Trophée Papà Cervi, Coupe du 1er mai. Un film — sorti en 1968 après avoir longtemps été bloqué par la censure italienne — est consacré aux derniers jours de cette fratrie : I sette fratelli Cervi (les sept frères Cervi).

[11]  – Officina Stella Rossa (atelier Étoile rouge) est le nom, rebaptisé par les ouvriers de Fiat, d’un atelier de l’une des usines Fiat.

La verità di Sante Notarnicola

Le spine di Sante – Ostuni 2020

di Paolo Persichetti

Quattro anni fa, qualche tempo dopo l’uscita del primo volume sulla storia delle Brigate rosse (Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi marzo 2017), scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena, ho ricevuto una telefonata di Sante Notarnicola. Nel volume, dove un intero capitolo curato da Elisa si occupava della realtà carceraria (la grande stagione delle lotte dei detenuti, le commissioni interne, le proteste sui tetti, la dura repressione alle Murate e ad Alessandria, la riforma subito bloccata, la parabola dei Nap, la differenziazione, lo stato d’eccezione carcerario e le carceri speciali), inevitabilmente il nome di Sante, protagonista decisivo di quella stagione, tornava più volte. Raccontavamo anche lo scambio epistolare che ebbe con Primo Levi, riportando in particolare il passaggio in cui lo scrittore motivava il suo disaccordo sull’uso del termine «lager» (in una lettera del 5 settembre 1979), ampiamente in uso in quegli anni nel linguaggio e nelle pubblicazioni del movimento dei prigionieri e delle organizzazioni comuniste combattenti quando descrivevano le terribili condizioni di vita e il sistema detentivo messo in piedi nelle carceri speciali di massima sicurezza. Ad avviso di Primo Levi quel termine non era estensibile a realtà diverse da quelle esistenti nei campi nazisti, come Auschwitz. L’obiezione di Levi forte della sua sensibilità di reduce dell’olocausto sovrapponeva la realtà dei campi di sterminio ai campi di concentramento, un modello di internamento totale precedente l’esperienza del nazismo. Il grande scrittore successivamente si soffermava sull’opera poetica che Notarnicola aveva realizzato in carcere: «le tue poesie – scriveva – (alcune, come sai, le conoscevo già) sono belle, quasi tutte: alcune bellissime, altre strazianti. Mi sembra che, nel loro insieme, costituiscano una specie di teorema, e ne siano anzi la dimostrazione: cioè, che è poeta solo chi ha sofferto o soffre, che perciò la poesia costa cara» (p. 132).
Sante aveva chiamato per raccontarmi un fatto che lo aveva amareggiato molto. Il professor Agostino Giovagnoli, in un passo del volume dedicato al rapimento Moro, Il caso Moro, una tragedia repubblicana, aveva realizzato un falso storico nei suoi confronti. Nel raccontare le reazioni suscitate dal comunicato numero otto della Brigate rosse, nel quale in cambio della liberazione di Aldo Moro si chiedeva la scarcerazione di tredici prigionieri politici tra i quali figurava in testa alla lista il nome di Notarnicola, aveva scritto: «Sante Notarnicola si dissociò subito dalla richiesta brigatista», (p. 202). Non era affatto vero, per altro l’articolo di Giuliano Zincone, riportato in nota dal professore, non confermava affatto la circostanza mentre molti quotidiani di quei giorni, tra cui lo stesso Corriere della sera, avevano correttamente riportato la posizione di Notarnicola. Sante aveva cercato in ogni modo di raggiungere Giovagnoli per spiegargli l’errore e ottenere la correzione, ma non aveva mai ottenuto risposta. Mi raccontò i fatti e mi chiese di tornare su quell’episodio appena possibile, magari in una nuova edizione del libro, chiarendo come erano andate veramente le cose in quelle ore concitate nel supercarcere di Nuoro, dove era rinchiuso.

Oggi, che ci ha lasciato, voglio saldare la promessa che gli feci.
Dopo la diffusione del comunicato brigatista, il 30 aprile 1978, fu chiamato dal Direttore del carcere, che – circostanza davvero incredibile – lo lasciò solo nel suo ufficio davanti ad un telefono, «prendi tutto il tempo che vuoi e telefona a chi vuoi, se necessario», gli disse chiudendosi la porta alle spalle. Erano arrivati ordini ben precisi dai piani alti del ministero dove qualcuno sperava in questo modo di ottenere una presa di distanza, molto potente sul piano simbolico, da parte di Notarnicola.
All’altro capo del filo Sante riconobbe la voce di Valentino Parlato del manifesto che tentò in tutti i modi di convincerlo a prendere le distanze da quella richiesta di scambio, confidando sul lungo rapporto di stima e collaborazione costruito negli anni delle lotte carcerarie. La pressione fu notevole, e per Sante suonò come un ricatto dei sentimenti che ancora sembrava gli pesasse, ma disse no. La stessa cosa, raccontano le cronache dei quotidiani, avvenne poco dopo con Paolo Brogi, che chiamava per conto del quotidiano Lotta continua, giornale che più di ogni altro aveva dato voce alla stagione delle lotte e rivolte contro le condizioni di vita nelle carceri. Attraverso l’avvocato Giannino Guiso, il giorno successivo Notarnicola diffuse una breve dichiarazione che metteva fine ad ogni tentativo di separare i prigionieri dalla richiesta di liberazione avanzata dalle Brigate rosse: «L’unica soluzione è lo scambio, anche perché questo Stato l’unica riforma carceraria che sa fare è quella delle carceri speciali e l’unico modo per liberare i compagni prigionieri è quello portato avanti dalle Brigate rosse»1.

Chiudo queste righe con un altro racconto di Sante: l’arrivo di Franca Salerno a  Badu ’e Carros, il carcere speciale di Nuoro. Raccolsi la sua testimonianza per Liberazione alla morte di Franca, storica militante dei Nap. Sante parlava come un libro stampato, era una grande narratore di storie, ancora sento i brividi:
«Franca arrivò col suo bambino di pochi giorni. Occupava una sezione isolata, la vedevamo e la sentivamo. Ci fu subito la corsa a prendere le celle che davano sul suo lato. La sera si spegnevano tutte le televisioni e sul carcere calava un silenzio surreale. Cominciava così il dialogo. Anche se ero uno dei pochi compagni, e quindi avevo con lei un rapporto privilegiato, Franca era ben attenta a non trascurare nessuno. Il piccino fu subito adottato da tutta la comunità carceraria e così i pacchi di cibo che arrivavano dalle famiglie venivano mandati a lei. Una mattina, fatto insolito, mi urlò dalla cella. Improvvisamente il carcere si ammutolì. Il bambino stava male e le guardie non facevano niente. Franca mi chiese di chiamare il capo delle guardie. Quel silenzio totale risuonò per loro come una minaccia. Il maresciallo arrivò di corsa chiedendoci di restare tranquilli che il medico sarebbe arrivato entro 5 minuti. Una macchina era stata spedita a prenderlo. “Avete rischiato molto – gli dissi -, siete feroci ma non potete immaginare quanto potremmo diventarlo noi per una cosa del genere”». Sante si ferma, è commosso. «Quanta forza venne dai Nap, organizzazione fatta di studenti e detenuti. Di fronte allo sfacelo che c’è oggi nelle carceri, a Franca vorrei dire “avevate ragione voi”».

Ciao Sante!

  1. Corriere della sera, 1 maggio 1978; Tutto quotidiano, 1 maggio 1978.

Sante Notarnicola, ritratto dal vivo


di Francesco Piccioni, Contropiano 23 Marzo 2021

Non so da dove cominciare. Avevo, come tutti, divorato il suo libro L’evasione impossibile. E dopo aver letto pensavo di aver capito, se non proprio di conoscerlo. Ero giovane, a quel tempo. Non avevo molta esperienza da confrontare. E senza quella, è meglio stare zitti. Sempre, anche oggi.
Pochi anni dopo ero già uno “vecchio”, ossia uno che ne aveva passate parecchie, e dunque sapevo che tra il fare e il raccontare la differenza è tanta. E che, se sei una persona seria, le cose più importanti spesso ti restano nella penna.
Quando sono arrivato nelle carceri speciali, però, ho visto che anche l’essenziale era in qualche modo sgocciolato dalla penna di Sante. Sarà che l’Asinara era proprio come te l’aspettavi, dopo due traghetti e un’ora di viaggio in jeep verso Fornelli, al capo opposto di Cala d’Oliva. Tra un mare che non si vede da nessun’altra parte e facce da bruti in divisa. Senza manette, “perché tanto, ‘ndo vai?
Nelle carceri speciali c’erano solo compagni arrestati per “cose serie”, come sempre divisi per gruppi organizzati differenti. Oppure “detenuti comuni” che erano in genere davvero fuori dal comune. A quel tempo le rapine erano affare di piccole “batterie”, gruppi di amici nati come noi nei quartieri e poi cresciuti insieme. I sequestri di persona avvenivano a decine, anche contemporaneamente, e chi li faceva – una volta preso – finiva lì, mica nella “casa circondariale” vicino casa.
Tutta gente che pensava alla fuga, e ne era capace. Che “si pesava” per quel che aveva dimostrato di saper fare, non per le chiacchiere. Se non sai fare, stai zitto. E impari.
Pochi i mafiosi, e minori; pochi quelli della ‘ndrangheta. Ancora non erano diventati “nemici” da combattere. E anche di camorristi, nel 1980, non ce n’erano tantissimi. Niente spacciatori, nix papponi.
Tanti gruppi, tante “etiche”, tante appartenenze diverse. Sante viaggiava a un altro livello. Si era guadagnato negli anni il rispetto di tutti, a prescindere dal “reato” e dal “giro”.

L’epopea della “banda Cavallero” era finita da oltre un decennio. Ci aveva fatto un film Carlo Lizzani, a metà strada tra il riconoscimento e la condanna (neanche il Pci, allora, poteva ignorare che quei “banditi” erano nati a Mirafiori, tra i suoi militanti che sognavano la Rivoluzione). E non era già più il tempo in cui qualche attrice famosa “chiedeva i colloqui” per conoscerlo.
Non era per quello che tutti lo salutavano. Era quello che aveva fatto dentro il carcere che girava di bocca in bocca, di generazione in generazione di detenuti. Grandi e piccole cose, magari solo la certezza che – se arrivavi a tarda sera, dopo cena, dove c’era lui – ti sarebbe arrivato un piatto di pasta, un caffè, qualche sigaretta. Sei qui, sei dei nostri, non sei solo in mezzo alle guardie. E non devi dare nulla in cambio.
C’era stato il periodo delle rivolte, quando “i dannati della terra” erano stati capaci di rivendicare una dignità che la “società perbene” negava loro. E lui era stato tra i maestri silenziosi, senza strepiti e “coatteria”. Seminava consapevolezza, coscienza, conoscenza, attenzione al vicino di cella, previsione delle mosse del nemico, cura nel racconto per far capire “fuori” cosa succedeva “dentro”.
Aveva insegnato, insomma, a superare il “paradosso del prigioniero”, che porta all’isolamento e all’inazione; a scoprirsi simili in quella condizione, quindi con interessi comuni e diritti da rivendicare. Cose da fare insieme, costruendo fiducia reciproca nell’universo più individualista che c’è.
A lui, spesso, i detenuti affidavano le trattative rognose. Quelle da fare con i direttori e gli sbirri durante una rivolta. Quando devi essere calmo, lucido, sapere dove vuoi andare e capire “il nemico” cosa intende fare. “Piccolo grande uomo”, proprio come nel film di Arthur Penn…
Lo avevano chiamato, per questo, anche a Favignana, un’Asinara di Sicilia, con le celle nel fossato di un vecchio castello sulla collina. Un detenuto comune, uno qualsiasi che chissà cosa voleva, aveva “sequestrato” il giovane magistrato di sorveglianza con cui aveva “chiesto udienza”.

Erano anni strani, questi gesti avvenivano spesso, anche per obbiettivi individuali (un trasferimento più vicino casa, un colloquio negato, ecc). Ma i carabinieri di Dalla Chiesa a volte intervenivano quasi motu proprio, in quelle situazioni. Facendo strage “imparzialmente”, di detenuti e ostaggi. Senza remore, come ad Alessandria, nel 1974.
La “trattativa” da fare in quel caso era semplice ma definitiva. Bisognava convincere il detenuto a lasciar libero il magistrato, entro poco tempo. Le teste di cuoio stavano già scalpitando al portone d’ingresso.
Chiamarono Sante e non altri, perché solo da lui quel povero matto di prigioniero avrebbe potuto forse accettare un consiglio. E salvarsi la vita.
Sante lo convinse e a chi lo ringraziava – il direttore, qualche impiegato civile – rispose che lo aveva fatto solo perché gli interessava la vita del suo compagno di galera.
Lo ringraziò anche il magistrato, che sapeva quanto lui cosa sarebbe successo in caso contrario. Era destinato a una grande carriera, quel giovanissimo giudice, Giovanni Falcone…
La grandezza di Sante era nel saper stare da solo, se necessario, in un mondo dove è importante – spesso decisivo – “stare in gruppo”. Fuori da ogni organizzazione, “batteria”, gruppo omogeneo. Poteva parlare con tutti, e tutti lo ascoltavano. Restando ognuno quel che era, trovando il modo per farlo.
Era stato inserito nella lista dei 13 prigionieri di cui le Brigate Rosse, ad un certo punto, chiesero la libertà in cambio della vita di Aldo Moro. Un “grande”, insomma, di cui si parlava in ogni carcere d’Italia.
E lui scriveva poesie, quando la porta veniva chiusa sbattendo e le due mandate di serratura ti auguravano la buonanotte. Cercava di mantenere l’irrequietezza della vita tra muri di cemento armato. E ci riusciva.
Se le scambiava, nel cortile, con gli altri poeti prigionieri. Con Horst Fantazzini, Agrippino Costa, con chiunque provasse la stessa inquietudine.
Quando pubblicò la sua prima raccolta di versi, finì che una copia venne fatta arrivare a Primo Levi. Oggi un intellettuale “affermato”, che magari vale un’unghia dell’autore di “Se questo è un uomo”, griderebbe alla provocazione, chiamerebbe carabinieri e giornalisti per levarsi di dosso l’ombra del sospetto di una simpatia verso un prigioniero di quelle “dimensioni”.
Il partigiano che era sopravvissuto ad Aushwitz rispose. Apprezzando, commentando, consigliando, “entrando nel merito”. La grandezza si riconosce reciprocamente, a prima vista. Se hai visto certe cose, parli la stessa lingua. E non la può capire nessun altro.
Visse con noi, ex ragazzi di un’altra generazione, la nostra sconfitta, le divisioni, i tradimenti, le dissociazioni. In una “sezione” di carcere li vedevi trasformarsi di giorno in giorno, mutare lo sguardo, svuotare di vita gli occhi, assumere la postura di chi simula qualcosa che non è più. E poi una mattina, o una sera, venivano portati via, verso carceri più accoglienti.
Quando comunque si scherzava, quasi ogni giorno, lo potevi sentir rivendicare il paese dov’era nato, Castellaneta, vicino Taranto. Perché c’era nato pure Rodolfo Valentino, e dunque…

Qualche anno dopo, nella solita alternanza tra periodi durissimi e momenti di “allentamento”, qualcuno decise che poteva cominciare ad uscire. Dopo “venti anni, otto mesi e un giorno”, come scrisse in una delle prime poesie da semilibero. Perché anche quel singolo giorno, lui, se lo ricordava.
Ci salutò, nello “speciale” di Cuneo, quasi scusandosi di lasciarci lì mentre lui andava a riveder le stelle e a dilatare finalmente gli occhi per raggiungere un orizzonte più lontano del muro di cinta. Noi gli facevamo festa, lo spingevamo fuori, “che cazzo stai a fare ancora qui?”. A parole, certo, ognuno dalla sua cella. Sante era libero, o quasi.
Trovò un altro mondo. Tra sbirri in borghese che ne scrutavano ogni passo e compagni disperatamente ingenui, generosi e casinisti. Restò fuori da ogni “giro” organizzato, anche questa volta. Preferendo la libertà di parlare solo se voleva e come sapeva. Di raccontare per far sapere, non per indottrinare. Scegliendo gli amici con cura, per carattere e per prudenza. Non gli piaceva restare deluso dalle persone che accoglieva.
Preferì rischiare anche con il lavoro. Invece di restare nelle pieghe e nelle piaghe del “privato sociale”, delle cooperative più o meno dipendenti dalla mangiatoia del Pds-Pd o come si chiama adesso, aprì il Mutenye, pub del Pratello subito meta della compagneria bolognese. Un luogo dello spirito, finché ebbe le forze per stare dietro il bancone tutte le sere.
La sua militanza si concentrò sulla Storia e le storie. Non c’è stato professore decente, dalle sue parti, che non finisse a parlare con lui, a impostare una ricerca, un’idea. La Resistenza sui colli era stata dura, cruenta e dimenticata nel solito modo della “sinistra” di merda. Rendendola un’icona da tirar fuori una volta l’anno, facendo l’opposto per 364 giorni.
Mi portò, pochi anni fa – perché i meno vecchi di lui uscirono anche loro dopo “venti anni…” e più – ai Sabbioni, sull’orlo del piccolo abisso dove i nazisti avevano fucilato un mucchio di partigiani. Mi portò a Monte Sole, sulle colline di Marzabotto, a stare in silenzio in quel dannato cortile di una strage di massa, coi buchi delle pallottole ancora sui muri e la tomba di Giuseppe Dossetti davanti ai piedi.
A misurare l’enormità delle contraddizioni rivelate quel prete tra i fondatori della Democrazia Cristiana e persino presidente (un altro…), che era stato fascista e poi partigiano e alla fine aveva voluto essere seppellito lì.
La ricerca su Monte Sole si trova ancora, da qualche parte. Io la farei leggere a tanti…
Non so come finire. Una vita così lunga, ricca, faticosa, piena, un compagno e un amico… è quasi un’offesa rinchiuderla in così poche battute. Spero che non me vorrai. Tu sei più bravo a dire molto con poche parole. Ciao, Sante.

Quando Moro chiese aiuto alla Cia per contrastare le Brigate rosse

Aldo Moro e l’ambasciatore Usa Richard Gardner

Aldo Moro era convinto che il terrorismo non avesse solo un carattere politico ma anche una dimensione internazionale. Pochi mesi prima del suo rapimento, in un incontro avvenuto nello studio di via Savoia con l’ambasciatore degli Stati Uniti Richard Gardner, affrontò la questione sostenendo che il fenomeno della lotta armata era «probabilmente sostenuto dall’Est, forse dalla Cecoslovacchia». Aggiunse che il terrorismo italiano e tedesco erano «profondamente legati» e mossi da un medesimo disegno: «minare le società democratiche sulla frontiere Est-Ovest». Contrariamente a quel che si ritiene oggi, Moro era convinto che lo sviluppo delle azioni dei gruppi armati avrebbe rafforzato gli obiettivi di governo del Pci: «un’escalation incontrollata dell’ordine pubblico» – affermava lo statista democristiano – avrebbe reso impossibile ogni opposizione alle richieste, che provenivano dalle «public demands», di «inclusione» e «partecipazione del Pci al governo per porre fine alla violenza» e «ristabilire l’ordine pubblico». Argomenti che spinsero Moro ad esortare gli Stati Uniti affinché assumessero «un ruolo attivo nel combattere il terrorismo», chiedendo a Gardner una «maggiore assistenza e cooperazione» da parte dell’intelligence statunitense con i servizi di sicurezza italiani» (1). A scriverlo è lo storico Giovanni Mario Ceci nel volume, La Cia e il terrorismo italiano. Dalla strage di piazza Fontana agli anni Ottanta (1969-1986), Carocci 2019. I report dell’agenzia di Langley, dell’ambasciata Usa a Roma e di altri attori dell’amministrazione statunitense, che l’autore cita nel libro, ribaltano l’attuale vulgata mainstream sulle ragioni complottiste che avrebbero portato al rapimento del leader democristiano da parte delle Brigate rosse, sgretolando la convinzione stratificata da decenni di un sequestro sponsorizzato e supervisionato, addirittura con l’apporto diretto di forze esterne al mondo brigatista, per impedire l’alleanza tra Dc e Pci e l’entrata di quest’ultimo nel governo. Nell’incontro del 4 novembre del 1977, lo statista democristiano fece capire agli americani che l’unico vero modo che avevano per arrestare la progressione elettorale del Pci e le sue ambizioni governative era intervenire su quelle che, a suo avviso, erano le matrici della sovversione interna italiana, ovvero la strategia di destabilizzazione della società che avrebbe trovato sostegno nelle interferenze sovietiche. Attività che, secondo Moro, non era finalizzata a sabotare l’avvicinamento del Pci all’area di governo ma semmai a favorirla rafforzando la sua immagine di unica forza politica in grado di salvare le istituzioni calmierando le spinte antisistema dei movimenti sociali ed esercitando la sua capacità di forza d’ordine. Questa personale convinzione di Moro, che per altro mutò drasticamente quando dalla prigione del popolo nella prima lettera a Cossiga scrisse di trovarsi «sotto un dominio pieno e incontrollato», era opinione diffusa negli ambienti politici moderati e conservatori italiani e trovava ispirazione in alcune precedenti veline dei Servizi italiani che chiamavano in causa l’operato dei Paesi dell’Est. Anche il Pci riteneva, ma solo in sede riservata, che vi fosse una qualche interferenza oltre cortina, in particolare dei cecoslovacchi. Sono note le lamentele di Cacciapuoti e di Amendola sui “fratelli cecoslovacchi” che sdegnosamente rigettavano l’accusa. I sospetti, dimostratisi infondati, dei dirigenti di Botteghe oscure erano dovuti all’ospitalità che nell’immediato dopoguerra Praga aveva fornito a diversi esponenti delle milizie partigiane comuniste e dell’organizzazione Volante rossa che non avevano deposto le armi dopo la fine della guerra civile e per questo erano stati perseguiti dalla magistratura. Questo bacino di militanti, il più delle volte coinvolti in azioni di rappresaglia contro ex gerarchi ed esponenti fascisti, nonostante fosse stato esfiltrato dall’apparato riservato del Pci era maltollerato dalla nuova dirigenza di fede togliattiana. Un atteggiamento proiettivo che spinse la dirigenza di questo partito ad avviare una ossessiva campagna, divenuta vincente nei decenni successivi, che ribaltava lo schema complottista attribuendo ogni responsabilità del sequestro Moro all’azione dei Servizi segreti occidentali.

Terrorismo interno o internazinale?
L’amministrazione statunitense prese sul serio le richieste di Moro e G.M.Ceci ne ricostruisce attentamente tutti i passaggi: Gardner volato a Washington riferì la richiesta al segretario di Stato Vance ed al consigliere per la sicurezza Brzezinski, la questione venne introdotta in un memorandum inviato ai membri dell’European Working Group, che si riunì il 9 dicembre 1977, dove ci si chiedeva «che aiuto stiamo fornendo all’Italia in relazione al terrorismo (sia interno sia, se ve ne è, Internationally-inspired)? (2). Tuttavia emerse subito un grosso ostacolo dovuto alla presenza della nuova dottrina di «non interferenza non indifferenza» emanata dall’amministrazione Carter ed alle limitazioni, introdotte dal Congresso statunitense a metà degli anni 70, che impedivano al governo Usa di intervenire nelle attività di polizia interna di altri paesi. Dopo le polemiche scatenate dai ripetuti interventi diretti della Cia, come fu per il colpo di Stato contro Allende in Cile, le azioni coperte dell’Agenzia d’intelligence furono sottoposte a restrizioni salvo nei casi in cui vi era un manifesto pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi interessi. Situazione che si prefigurava solo nel caso fosse stato dimostrato che quanto avveniva in Italia avesse una matrice internazionale. L’assenza di questa prova, più volte richiesta alle autorità italiane, impedì un intervento diretto e immediato della Cia, i cui analisti per altro in un report della Cia “centrale” ritenevano di non condividere «la tesi, alquanto popolare in Italia, che il terrorismo sia alimentato all’estero, né tantomeno il suo corollario, ossia che scomparirebbe se malvagi potenze straniere smettessero di immischiarsi», mentre un’analisi di Arthur Brunetti, capocentro della Cia a Roma, realizzata nei giorni precedenti il sequestro Moro ribadiva che le Br «sono un fenomeno nato e cresciuto interamente in Italia» e che «nulla indicava che l’Unione sovietica, i suoi satelliti nell’Europa dell’Est, la Cina o Cuba avessero avuto un ruolo diretto nella creazione o nella crescita delle Br». (3)
Nel bel mezzo di questo lavorìo diplomatico giunse come un lampo notizia del rapimento del leader democristiano. Le prime analisi portarono Washington a temere che l’azione delle Br potesse estendersi anche ad obiettivi statunitensi, successivamente i numerosi report prodotti dall’intelligence Usa durante il sequestro focalizzarono l’attenzione verso le possibili ricadute sul quadro politico italiano. Gli analisti osservarono con molta finezza le mutazioni intervenute all’interno della Dc e il profondo cinismo che muoveva la rinnovata «rivalità» e le diverse manovre di riposizionamento dei leader democristiani che ambivano alla successione di Moro come capi del partito per «assumere il ruolo di front runner nelle elezioni presidenziali di dicembre». Secondo la Cia, il governo italiano nel corso del sequestro aveva «riportato una vittoria negativa rimanendo fermo», senza tuttavia essere riuscito a colpire militarmente le Br. Alla fine, concludevano gli analisti di Langley sbagliando completamente previsione, era il partito comunista la forza politica uscita rafforzata dall’esito del sequestro, poiché la linea della fermezza l’aveva collocata – a loro avviso – in una «posizione forte», che avrebbe reso impossibile la nascita di governi senza la sua partecipazione. Sul piano operativo, nonostante una richiesta di top priority da parte italiana, la Cia non andò oltre lo scambio di informazioni. Sotto la pressante insistenza di Roma il governo americano si limitò ad inviare un funzionario del Dipartimento di Stato (non un membro della Cia), Steven R. Pieczenik, psicologo esperto di guerra psicologica che operò su mandato del ministro dell’Interno Cossiga all’interno di un “comitato di esperti”, dove erano presenti figure analoghe.

Settembre 1978, la Cia si mobilità contro le Brigate rosse
Alla fine l’ostacolo venne superato con un espediente burocratico: riclassificare le Brigate rosse all’interno della categoria del “terrorismo internazionale”. L’8 maggio, il giorno prima della esecuzione di Moro, lo Special Coordinating Comitee del Consiglio nazionale della sicurezza, Nsc, diede finalmente semaforo verde, ritenendo che si potesse «offrire aiuto all’Italia per combattere il terrorismo internazionale», ma quando la decisione venne comunicata alle autorità italiane il corpo di Moro era già stato ritrovato in via Caetani. La circostanza tuttavia non arrestò i propositi statunitensi che in settembre giunsero a Roma con l’obiettivo di svolgere un’attività unilaterale di intelligence contro le Br, attivando operazioni di infiltrazione all’interno questa organizzazione. L’ambasciatore Gardner si oppose, raccogliendo le resistenze italiane, sostenendo che questo tipo di attività sarebbe stata compito delle autorità di Roma. Alla fine si raggiunse un compromesso: l’ambasciata americana «avrebbe considerato caso per caso le proposte di reclutamento di persone da infiltrare nelle Br» con la possibilità di decidere autonomamente se «andare avanti da soli o dopo un accordo con gli italiani». Gardner ricorda nel suo libro di memorie che in effetti si registrò davvero «un caso di questo genere» e «la decisone fortunatamente fu di condurre l’operazione in accordo con il governo italiano». (4) L’unico tentativo conosciuto, per altro del tutto infruttuoso, è quello di Ronald Stark, un cittadino americano arrestato nel 1975 per traffico di stupefacenti e scarcerato nel 1979, che all’interno delle carceri avrebbe dovuto avvicinare alcuni brigatisti detenuti. L’operazione non produsse risultati anche perché nel 1977 i Br vennero trasferiti nel carceri speciali e Stark non finì mai in questo circuito. Oltretutto – stando alla testimonianza di Gardner – l’operazione di infiltrazione sarebbe stata avviata alla fine del 1978, quando ormai per Stark era impossibile avvicinarli. I documenti ci dicono che l’unica persona caduta nella rete di questo agente fu Enrico Paghera, militante di Azione Rivoluzionaria. L’altro aspetto degno di nota riguarda i funzionari del ministero dell’Interno italiano che ebbero ripetuti incontri con Stark nel carcere di Matera, tra questi spicca il nome di Nicola Ciocia, il famoso professor De Tormentis specialista del waterboarding, torturatore dei Br Enrico Triaca, Ennio di Rocco, Stefano Petrella e di diversi componenti della colonna napoletana.

Note
1. Nella nota 26, p. 69, del suo volume, GM Ceci indica come fonte un report inviato dall’ambasciata Usa di Roma, Ambassador’s Meeting with Christian Democrat President, from Amembassy Rome to SecState, 7 November 1977, DN:1977ROME18056. Anche lo storico G. Formigoni, ricorda sempre GM Ceci, aveva riferito su questo incontro e sulla posizione di Moro in, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, il Mulino, 2016, pp.325-6.
2. GM. Ceci, p. 69, nota 27, Memorandum from Robert Hunter and Richard Vine to Members of European Working Group, Agenda for Meeting, December 9, 1977, in DDRS.
3. Giovanni Maria Ceci, La Cia e il terrorismo italiano. Dalla strage di piazza Fontana agli anni Ottanta (1969-1986), Carocci 2019, p. 84.
4. Richard N. Gardner, Mission: Italy. Mission: Italy. Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma.1977-1981, Mondadori, 2004, p. 234.

Rapimento Moro, il Gip ordina test del Dna sui brigatisti già condannati per via Fani

A 43 anni dal rapimento, il gip romano Patrone ha autorizzato la richiesta di prelievo del dna avanzata dal pm Albamonte per i Br già condannati per il sequestro del dirigente democristiano ma anche per alcuni militanti estranei ai fatti. Per il brigatista Azzolini, già membro del comitato esecutivo si tratta di una decisione: «pretestuosa e fuorviante». Per Enrico Triaca, il tipografo delle Br romane arrestato e torturato nel maggio 1978: «questo continuo cercare fantasmi è un tentativo per distrarre l’attenzione dalle vere verità, come le torture».
La commisssione d’inchiesta sul sequestro e l’uccisione del presidente del Consiglio nazionale della Dc, Aldo Moro, presieduta dall’ex Dc Giuseppe Fioroni, prima di chiudere la propria fallimentare missione (leggi qui) consegnò alla procura di Roma alcune richieste di accertamento che hanno condotto alla apertura di nuovi filoni di inchiesta. Oltre a quello preesistente sulla moto Honda (leggi qui) avocato dalla procura generale dopo un tormentato iter di archiviazioni, e quello sul ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani, costato all’artificiere VitoAntonio Raso una iscrizione nel registro degli indagati per aver tentato di depistare con le sue dichiarazioni fuorvianti fatti già accertati, anche la procura della repubblica ha avviato una serie di verifiche. Nuovi approfondimenti sono stati condotti sulle dichiarazioni del consulente americano Steve Pieczenik, chiamato dal ministro degli Interni Cossiga durante il sequestro, su via dei Massimi, sul tentativo di depistaggio messo in piedi con un falso documento intestato a Casimirri (leggi qui), sulle armi impiegate in via Fani e in via Caetani e sull’eventuale presenza di altre persone nel commando che attaccò il convoglio dove si trovava Aldo Moro. Nasce da qui la richiesta di prelievo del dna: all’interno dell’abitacolo del Fiat 128 giardinetta, targata corpo diplomatico, condotta da Mario Moretti e che la mattina del 16 marzo 1978 bloccò allo stop con via Stresa la Fiat 130 su cui viaggiava lo statista democristiano e l’alfetta della scorta, la scientifica rinvenne 39 mozziconi di sigarette. Recuperati i reperti nel deposito dei corpi di reato del tribunale di Roma, la commisssione Fioroni ne dispose l’estrazione del dna, tecnica forense che nel 1978 non esisteva. Dalle analisi sono stati estratti 8 profili diversi, uno dei quali compatibile con il proprietario del mezzo. Secondo i dietrologi della commissisone la comparazione del dna con quello dei brigatisti si sarebbe dimostrato necessario per accertare la presenza di un’altra figura che si sarebbe trovata accanto a Moretti al momento dell’agguato. Presenza che secondo l’ampia pubblicistica complottista non sarebbe da indentificare in un eventuale brigatista ma in un misterioso professionista di qualche servizio segreto. Sulla decisione della procura e del gip di dare seguito ai deliri della Commissione si possono sollevare numerose obiezioni: la presenza di tracce di sigarette risalenti al proprietario del mezzo rubato dalle Br dimostra che la 128 non venne pulita dai brigatisti, il che lascia supporre che quei mozziconi fossero nell’abitacolo fin dal momento del furto; inoltre il dna non ha una data, i mozziconi possono essere stati lasciati in fasi diverse e lontane dal periodo dell’inchiesta e dell’agguato in via Fani. Come spiega il gip, la convocazione di ieri, venerdì 26 febbraio 2021, negli uffici Digos di diverse questure d’Italia ha riguardato quegli ex brigatisti che si rifiutarono di fornire nel 2018 il proprio dna alla Commissione Fioroni, da loro ritenuta un organismo inaffidabile che ricorrendo a tutti gli artifici possibili ha tentato di cambiare la storia del sequetro Moro sostituendola con una verità politica. Motivo che li portò a rifiutare l’invito (leggi qui). Tra i convocati c’è addirittura Corrado Alunni, che uscì dalle Brigate rosse quattro anni prima del rapimento per dare vita ad un’altra rganizzazione, le Formazioni comuniste combattenti. Ci sono anche Giovanni Senzani e Paolo Baschieri, estranei al sequestro, il primo nemmeno fumatore e all’epoca dei fatti entrambi prestanome del comitato rivoluzionario toscano. C’è anche Tommaso Casimirri, che brigatista non è mai stato, convocato per consentire di ricavare dal suo materiale bilogico il dna del fratello Alessio, riparato in Nicaragua. Gli altri, fatta eccezione per Rita Algranati assolta ma di cui sul piano storico è noto id ruolo avuto nella vicenda, sono già stati tutti condannati in via definitiva per il sequestro di Aldo Moro. A differenza della richiesta della Commisssione d’inchiesta, la convocazione del gip ha forza di legge ed implica, se rifiutata, l’estrazione coatta del dna. Gli ex Br si sono recati in questura per i prelievi, ma alcuni di loro hanno chiesto di mettere agli atti delle dichiarazioni che potete leggere in integrale in fondo all’articolo di Frank Cimini.

Frank Cimini, Il Riformista, 27 febbraio 2021

Moro senza fine. Ieri mattina a 43 anni dai fatti a Mario Moretti è stato prelevato il Dna per confrontarlo con i mozziconi di sigarette trovati nella Fiat 128 Giardinetta con targa diplomatica, una delle auto utilizzate il 16 marzo del 1978 per sequestrare Aldo Moro. Il gip romano Fracesco Patrone accogliendo la richiesta della procura ha autorizzato il prelievo di reperti biologici per tutti i condannati in relazione al caso Moro e anche per militanti del gruppo estranei ai fatti come Giovanni Senzani, Paolo Bascheri e Corrado Alunni. «E’ dunque necessario procedere alla comparazione dei profili del Dna in tal modo acquisiti con quelli delle persone coinvolte nella strage di via Fani allo scopo di consentire l’individuazione di profili appartenenti a persone diverse da quelle di cui ad oggi è nota la partecipazione criminale», scrive il gip nel provvedimento.
Nell’elenco dei nomi ci sono Franco Bonisoli, Lauro Azzolini, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Bruno Seghetti, Anna Laura Braghetti, Enrico Triaca, Rita Algranati, Corrado Alunni, Rocco MIcaletto e Paolo Baschieri.
Lauro Azzolini replica parlando di «strumento pretestuoso e fuorviante che vuole gettare ombre su una realtà che è già stata ampiamente chiarita in ripetute circostanze dentro e fuori i processi e che appartengono alla storia politica e sociale di questo paese. C’è che ne ha fatto un lucroso mestiere costruendoci sopra carriere politiche e giornalistiche».
L’idea dei prelievi era partita dalla commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, affascinata da sempre dalla dietrologia. Gli imputati già condannati per la strage di via Fani ricordano che la procura di Roma nulla ha fatto nei confronti cel testimone Alessandro Marini il quale smentito dalle indagini sosteneva che il parabrezza del suo scooter era stato colpito da diversi proiettili sparati dalle Br. Gli imputati sono stati condannati anche per il tentato omicidio del teste Marini, fatto mai avvenuto. Si tratta di un testimone falso mai perseguito.
Enrico Triaca ricorda di essere già stato convocato tre anni fa e di essersi al pari di altri rifiutato di partecipare alla “caccia alle streghe”. «Non è forse questo cercare fantasmi inesistenti un tentativo di distrarre l’attenzione dalle vere verità sicuramente molto più scomode per voi?». E’ la conclusione di Triaca che all’epoca aveva denunciato torture e fu condannato pure per diffamazione. Successivamente il tribunale di Perugia in sede di revisione pronunciò sentenza di assoluzione. Triaca era stato torturato.
La magistratura dunque non demorde sollecitata da una commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo che formalmente non esiste più perché non è stata rinnovata ma che continua a far sentire il suo peso politico e mediatico. C’è una ben precisa fazione erede di un partito che non c’è più pronta a proseguire la campagna dietrologia con una dedizione particolare e degna di miglior causa.
E la magistratura asseconda questa “voglia” aumentando i rischi per la sua credibilità già messa a dura prova da avvenimenti recenti e molto lontani dall’essere chiariti.

La dichiarazione di Lauro Azzolini

La dichiarazione di Enrico Triaca

Sullo stesso argomento
La nuova commissione Moro vuole il dna dei brigatisti
La commissione Moro inciampa ancora, falso il documento di Casimirri
La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro
Le bugie della commisssione Fioroni sul sequestro Moro
Gero Grassi querelato per le fake news sul sequestro Moro
Il complottismo malattia perenne del discorso pubblico sul caso Moro

Il segreto di Guido Rossa

L’appartenenza all’apparato riservato del Pci e il lavoro informativo all’interno della fabbrica

Il 24 gennaio 1979 Guido Rossa, militante del Pci e sindacalista della Fiom-Cgil all’interno degli stabilimenti dell’Italsider di Genova-Cornigliano, rimase ucciso in un’azione della colonna genovese delle Brigate rosse che inizialmente prevedeva soltanto il suo ferimento. Tre mesi prima della sua uccisione, il 25 ottobre 1978, Rossa aveva denunciato un operaio dell’Italsider, Francesco Berardi, scoperto mentre diffondeva all’interno della fabbrica volantini della Brigate rosse (leggi qui il verbale della denuncia).
Rossa era una figura importante all’interno della fabbrica, portavoce della linea ufficiale del Pci all’interno dell’azienda, svolgeva per conto del suo partito anche un incarico molto speciale. Ecco il ritratto che ne fece un suo compagno di lavoro:
«In fabbrica rappresentava il potere sindacale. Di indole schiva e modesta, non voleva apparire uomo di comando, pur esercitandolo con molta fermezza e autorità. Era conosciuto molto dagli addetti ai lavori, i dipendenti politicizzati e sindacalizzati, ma non dalla massa delle maestranze, stando poco in mostra. Non prendeva mai la parola nelle assemblee generali. Ma dentro il Consiglio di fabbrica, tra i delegati, era un numero Uno; dettava legge, incuteva quasi soggezione ai delegati che lo consideravano portatore del verbo di Enrico Berlinguer e Luciano Lama. Il reparto dove Rossa svolgeva il suo lavoro, l’officina di manutenzione, era la Stalingrado dello stabilimento. Il reparto più rosso, dominatondagli attivisti del Pci. Come una nicchia protetta, nel suo seno, in un sottoscala stava il piccolo laboratorio di riparazione degli strumenti di precisione. Lì, Guido Rossa operava con molta libertà».1

I taccuini
Nel libro che ricostruisce la storia di suo padre, Sabina Rossa racconta una scoperta importante: il ritrovamento di alcuni taccuini che un suo compagno di lavoro e di sindacato aveva conservato per anni: «Ecco, sono tutte cose di Guido. Ero presente nello spogliatoio della fabbrica il giorno in cui, subito dopo l’attentato, la polizia aprì il suo armadietto. Trovarono questi documenti, avevo paura che andassero perduti e li presi in custodia. Li ho conservati fino ad oggi, per quasi trent’anni. Ma adesso è giusto che li abbia tu».2
I notes erano cinque, enormi – scrive Sabina Rossa – «E sulla copertina di ognuno era segnato un anno: sul primo il 1974, sull’ultimo 1978. Per cinque anni, anno per anno, con la sua grafia pulita e ordinata, papà aveva annotato con estrema precisione tutti i fatti sindacali dell’Italsider, con tanto di tabelle zeppe di dati ed elenchi di nomi… […] Per cinque anni aveva annotato, quasi giorno per giorno, con maniacale pignoleria, ogni cosa che avesse a che fare con l’attività sindacale all’interno della fabbrica. Organici. Livelli di avanzamento e anzianità. Qualifiche. Mansioni. Orari di lavoro. Paga. Nuovi assunti, loro provenienza e inquadramento. Ferie. Assenze giornaliere e richieste di rimpiazzo… In cinque anni papà aveva ricostruito il quadro della situazione, dipendente per dipendente. E di ognuno conosceva anche numeri di matricola e di patente, e di alcuni persino l’esito di «visite psicoterapeutiche». Non c’era nulla che fosse sfuggito alla sua attenzione. Ho pensato – prosegue ancora Sabina Rossa – che forse quei notes potevano essere riletti anche da un altro punto di vista. Non dovevo cercare grandi rivelazioni che sarebbe stato impossibile trovare fra quegli appunti. Ma dovevo capire perché mio padre aveva fatto quel lavoro, per cinque anni, con pazienza certosina e metodo scientifico».3

Intelligences di fabbrica, Guido Rossa e la struttura riservata del Pci
Proseguendo il suo coraggioso lavoro di scoperta della attività riservate del padre, Sabina Rossa incontra prima il generale dei Carabinieri Nicolò Bozzo che ebbe un ruolo importante nei nuclei speciali creati dal generale Alberto Dalla Chiesa di cui fu uno stretto collaboratore:
«Dalla Chiesa – spiega il generale Bozzo – mi aveva incaricato di tenere i rapporti con il Pci. Dal Pci abbiamo avuto tutta la collaborazione possibile e immaginabile. Su questo non può esserci nemmeno un’ombra di dubbio. Io avevo rapporti con Lovrano Bisso, allora segretario provinciale del Pci: ci aiutò in ogni modo».4
La successiva testimonianza di Bisso, raccolta sempre da Sabina Rossa, è rivelatrice della speciale missione che Guido Rossa conduceva in fabbrica:
«[…] Quell’esperienza si rivelò utile anche di fronte alla minaccia brigatista. Fu un lavoro particolarmente difficile e pericoloso. Per diverse ragioni. Innanzitutto le Brigate rosse avevano una struttura fortemente centralizzata e compartimentata, con una base di sostegno non particolarmente ampia. Quindi non erano facilmente penetrabili. Inoltre, i loro gruppi di fuoco, che applicavano la tattica del “mordi e fuggi”, erano assai efficaci; mentre le forze dell’ordine, pur disponendo di personale di livello, per tutta una fase diedero l’impressione di brancolare nel buio. Tutto questo rendeva assai spregiudicata l’azione delle Br. Per la natura delle difficoltà, quindi decidemmo di concentrare l’attenzione piuttosto su ciò che stava dietro alla produzione del materiale di propaganda brigatista. Vale a dire: chi scriveva volantini e documenti, dove si stampavano, chi li trasportava, come entravano in fabbrica, chi li distribuiva. E poi, su un piano più strettamente politico, dovevamo capire quale grado di consenso quei documenti fossero in grado di suscitare fra i lavoratori. Posso dire questo, che il lavoro di Guido Rossa ci portò assai vicino all’individuazione di gran parte della catena di produzione della propaganda brigatista. Il contributo di tuo padre fu davvero eccellente. Mi aveva parlato di Berardi già alcuni mesi prima di quel 25 ottobre 1978. Lo aveva già individuato e lo teneva d’occhio».5

Note
1 Intervento di Pierluigi Baglioni, impiegato dell’Italsider, in Guido Rossa mio padre, Giovanni Fasanella e Sabina Rossa, Bur, pp.149-150, 2006.
2 Ivi, p. 145.
3 Ivi, pp. 145-148.
4 Ivi, p. 141.
5 Ivi, pp. 158-159.