Quella piccola evasione di parole, in ricordo di Sergio Manes

Leggo della morte di Sergio Manes (qui). A lui devo un libro, un libro scritto in carcere. A lui devo quella piccola evasione di parole raccolta in un volumetto di 238 pagine, Esilio e castigo. Restroscena di una estadizione. Sergio dirigeva una piccola casa editrice napoletana, La città del sole. Fu tra i pochi ad avere coraggio, darmi fiducia ed ascoltarmi in quel difficile 2005, insieme a Daniel Bensaïd che mobilitò l’editore francese Textuel. Altri pavidamente girarono le spalle. Dopo undici anni di esilio in Francia mi ritrovavo da tre anni nelle carceri italiane, “straniero in patria”, dopo una rendition avvenuta al coperto del tunnel del Monte Bianco. 
Ora che te ne sei andato, caro Sergio, ho il rammarico di non averti incontrato e abbracciato: il turbinio folle che è stata la vita sotto cronometro passata negli anni della semilibertà, venuta tre anni dopo quelle pagine, e poi quel che è succeso a Sirio mi hanno distolto. Mi angoscia questa mia mancanza, te ne chiedo scusa ora che è troppo tardi. Ciao Sergio!

Per saperne di più
Libri dal carcere e dall’esilio
Recensioni – l’ex brigatista tra esilio e castigo
Erri De Luca, “La fiamma fredda del rancore”
Vedi Paolo…
24 agosto 2002
Il Patto dei bravi
La polizia del pensiero
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Un kidnapping sarkozien
Bologna, l’indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi
Paolo Giovagnoli, quando il pm faceva le autoriduzioni
Paolo Giovagnoli, lo smemorato di Bologna
Negato il permesso all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto 24 agosto 2002

 

La recensione – “Brigate rosse” di Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, 2017, ed. Derive Approdi

 

Sabato 11 marzo 2017
Un nuovo libro sulle Brigate rosse poteva rappresentare, sulla carta, una scommessa ardita per svariate ragioni. Primo, perché nonostante una nota ministeriale del 30 dicembre del 1979 avesse quantificato in ben 269 le sigle di guerriglia armata operanti in quel tempo in Italia, la quasi totalità della pubblicistica editoriale su quegli anni è stata monopolizzata dalle Brigate rosse e in particolare dal sequestro Moro. Ragion per cui, anche se per la gran parte si è trattato di testi di ben modesto valore, e ve lo dice uno che ha dovuto, obtorto collo, “sciropparseli” tutti, non era comunque semplice sottrarsi allo scetticismo del repetita iuvant? Secondo, perché la scelta di scrivere un saggio di tale ponderosa accuratezza scientifica a tre mani, poteva risolversi in un lavoro incompiuto, dove ognuno scrive il suo bravo pezzo, perdendosi così il significato dell’insieme, mai come in questo caso, peraltro, fondamentale. Terzo, perché anche la scelta dei tre autori poteva rivelarsi “rischiosa”. Lo storico Clementi aveva pubblicato qualche anno fa per Odradeck quello che è di gran lunga il testo più esaustivo sulla storia della più longeva organizzazione armata italiana, il giornalista Persichetti si occupa da anni di ricostruire con minuzia e rigore la verità del sequestro Moro in contrasto alle diffuse “dietrologie” che da anni imperversano dalle più parti, e la ricercatrice Santalena ha scritto qualche anno fa per l’Università di Grenoble la più completa ricerca sul contributo delle lotte carcerarie al fenomeno della lotta armata degli anni settanta.
In sintesi, il più esperto di storia delle Br, il più esperto del sequestro Moro e la più esperta delle lotte carcerarie, tutti insieme in uno stesso libro. Sembrava insomma uno di quei “supergruppi” del rock che andavano di moda negli stessi anni settanta, quando alcuni big univano, per qualche fortunato disco, le forze, tipo CSN&Y, Byrds, EL&P ma anche Cream, Yes e Traffic, per citare i primi che vengono in mente, e poi tanti saluti, e ognun per se.
E invece, al termine della sua lettura, possiamo dire che i tre autori sono riusciti a pubblicare non solo un libro che mancava, ma anche un libro che ci voleva, perché fondamentale.
Mancava, perché è totalmente diverso da tutti gli altri in commercio, nel senso che non è né l’ennesimo riepilogo cronologico di fatti e persone dalla fondazione allo scioglimento delle Br, né l’ennesimo racconto di un vissuto personale da una parte o dall’altra della Storia, né l’ennesimo saggio sui cosiddetti “anni di piombo in Italia”, e neppure l’ennesimo resoconto di quel generale movimento politico collettivo con quelle solite tappe di rito che come hanno già detto e scritto in centinaia, con una sintesi discutibile, hanno fatto durare vent’anni, a differenza che nel resto del mondo, il “sessantotto” nostrano.
Ci voleva, perché questo libro, in realtà, proprio perché non è tutte quelle cose dette sopra, è altro.
Ovvero una monumentale e rigorosamente documentata (la consultazione delle fonti è stata di rara serietà) “memoria”, secondo quel termine che usiamo noi avvocati per definire le ricostruzioni che offriamo al giudicante, per convincerlo della fondatezza della nostra tesi, e confutare quella avversa di controparte.
E questo lo si capisce già da quella nota in quarta pagina che comincia espressamente affermando che “le brigate rosse sono nate in fabbrica dentro la crisi della vecchia società fordista”. Nelle 517 pagine (ed è solo il primo di tre previsti volumi) gli autori ricostruiscono quindi, ben dividendosi i compiti, come si sia arrivati, da quella nascita, che reca la data del finale del 1970, a quel clamoroso sequestro di otto anni dopo e che muterà per sempre il corso della storia del nostro paese.
Per fare questo occorreva fare uno sforzo certosino per confutare quelle migliaia di sterili dietrologie di commissioni ministeriali, giudici in pensione, giornalisti, scrittori, politici et similia, che da anni inquinano, agli occhi dell’opinione pubblica, questo pezzo di storia italiana, per le più diverse finalità e motivazioni, che qui poco importa analizzare.
E quindi la metodologia argomentativa seguita dai bravi tre autori qual è?
Per prima cosa ricostruire non solo i primi anni di formazione, potremmo dire, del gruppo armato, ma anche tutto quello che contemporaneamente succedeva intorno a livello politico, culturale e sociale, sia tra i “garantiti” sia tra gli “esclusi”, dalle grandi strategie dei governanti a quelle dei tanti proletari di periferia urbana oppure reclusi nelle carceri medievali ante-riforma. Questo per meglio spiegare come quell’idea iniziale si sia poi implementata ed estesa e dalle grandi città del nord al resto del paese, e come l’innalzamento del livello dello scontro a metà degli anni settanta, abbia portato, per citare i due casi più eclatanti, su cui infatti il libro si sofferma molto, al diverso esito del sequestro del giudice Sossi rispetto a quello di Aldo Moro.
Dopo avere spiegato come si perviene al “attacco al cuore dello stato” e quindi alla sua preparazione, occorreva sgomberare il campo dalle mille bufale che circolano sul 16 marzo in via Fani e per farlo gli autori ricostruiscono con un dettaglio persino pedissequo (ma ci voleva) minuto per minuto tutta l’azione del commando dei brigatisti, e tutti i cambi macchina e tutte le attività dei dieci partecipanti, fino a raggiungere il luogo dove era stata destinata la prigione di Aldo Moro, per dimostrare perché riuscì quel sequestro senza bisogno di altri o di altro.
Quindi si ricostruisce tutta la storia interna del Pci di Berlinguer durante i 55 giorni per dimostrare che l’esito non avrebbe potuto in alcun modo, in una logica di guerriglia rivoluzionaria beninteso, concludersi in modo diverso da come si è concluso, e contemporaneamente si ricostruisce anche tutta l’attività di investigazione fatta durante il sequestro, per dimostrare che sia la mancata individuazione della prigione di Moro sia il mancato arresto degli autori, non fu dovuta ad aiuti o ad altro.
Infine si sgombera anche il campo da ardite strategie politiche che in qualche modo avrebbero, secondo alcuni, trovato un fronte comune tra i guerriglieri e i vertici della politica, per fare fallire la avanzante politica del Pci.
Quindi si racconta nel dettaglio quello che è successo dopo quel sequestro e fino all’anno successivo e a tuti i livelli, ivi compresa la successiva repressione e gli arresti, fino a chiudere dando appuntamento al secondo volume per affrontare il secondo periodo di una storia, che, anche se si concluderà solo 10 anni dopo il sequestro Moro, avrà ancora di fatto altri 2 o 3 anni di vita, prima dell’arrivo dei noti “anni ottanta”.
Ovviamente questo libro è destinato a chi ha davvero voglia di capire quello che è successo in Italia nel finale del “secolo breve”, ed è persino banale che per poterlo riferire gli autori si siano rivolti principalmente a chi aveva fatto quello di cui si stavano occupando.
Se però si preferisce coltivare più “interessanti” misteri, leggere quello che hanno da dire persone che le brigate rosse in quel tempo manco sapevano dove stavano di casa, o sbizzarrirsi nella pratica molto italiana del “io sono più intelligente degli altri e quindi non mi fido di quel che appare”, allora sconsiglio questo libro. In commercio si possono trovare decine di libri-strenna che raccontano una storia italiana tragica e intensa come fosse un libro giallo di Grisham.
Altre recensioni

Rapimento Moro, nuove rivelazioni in un libro sulla storia delle Brigate rosse

La ricostruzione attraverso le voci di chi non si è pentito e le carte dell’Archivio di Stato. Una Renault 6 verde, spostata e portata via quando arrivò la Renault. Sono alcuni particolari nel volume Brigate rosse – Dalle fabbriche alla campagna di primavera, vol. I, DeriveApprodi

L’auto parcheggiata in via Caetani per tenere il posto alla R4 con Moro

Giovanni Bianconi, Corriere della sera 4 marzo 2017

Layout 1Per essere sicuri di non avere problemi di parcheggio al momento di «consegnare» il cadavere di Aldo Moro, al centro di Roma, i brigatisti rossi decisero che uno di loro andasse a occupare il posto la sera prima in via Caetani; con la sua macchina, ché altre a disposizione non ce n’erano in quel momento e rubarne una sarebbe stato rischioso. Una Renault 6 verde, spostata e portata via quando arrivò la Renault 4 rossa con il suo carico di morte. E in via Mario Fani, dove Moro era stato rapito, i terroristi si mossero con una certa sicurezza anche perché alcuni di loro avevano già fatto appostamenti quando, prima di arruolarsi nelle Br, volevano sparare a Pino Rauti, il deputato missino che abitava proprio in quella strada e che la mattina del 16 marzo 1978 fu uno dei primi a dare l’allarme telefonando al 113.

Il furgone «di scorta»
La via di fuga per portare l’ostaggio nella «prigione del popolo» dove restò chiuso per 55 giorni è stata ripercorsa metro dopo metro da uno degli assalitori: vie secondarie e poco frequentate, di cui altri militanti che parteciparono all’azione erano stati frequentatori abituali: una faceva la maestra d’asilo da quelle parti, un altro aveva un negozio di caccia e pesca nella zona. Tutto filò liscio, e non ci fu bisogno di utilizzare un furgone parcheggiato lungo il tragitto, per eventuali emergenze che non si verificarono. Sono alcuni particolari contenuti in Brigate rosse – Dalle fabbriche alla campagna di primavera (DeriveApprodi, pag. 534, euro 28), primo volume di un lavoro condotto da Marco Clementi, Elisa Santalena e Paolo Persichetti, due storici di professione e un «ricercatore indipendente» (Persichetti) che ha la particolarità di aver aderito alle Br-Unione dei comunisti combattenti, e per questo è stato arrestato, condannato e ha scontato la pena dopo essere stato estradato dalla Francia. Gli autori hanno potuto contare sulle testimonianze inedite di alcuni ex brigatisti non pentiti né dissociati, ma soprattutto hanno consultato per mesi le carte trasmesse all’Archivio di Stato dagli apparati di sicurezza in seguito alle direttive degli ex presidenti del Consiglio Prodi e Renzi, che hanno tolto il segreto su molta documentazione relativa ai cosiddetti «anni di piombo». È la prima ricerca di questo tipo, la cui conclusione porta a sostenere che il sequestro Moro fu la logica evoluzione della strategia messa in campo dalle Br all’inizio degli anni Settanta, e il suo epilogo la tragica ma quasi inevitabile conseguenza della contrapposizione frontale fra lo Stato e i partiti che lo rappresentavano da un lato, e i terroristi dall’altro. Senza misteri che nasconderebbero patti segreti, verità indicibili, collaborazioni occulte e inquinamenti dell’azione brigatista. Una sorta di contro-inchiesta rispetto a quella condotta dalla nuova commissione parlamentare incaricata di provare a svelare nuovi segreti del caso Moro, ancora in attività e già foriera di scoperte e ulteriori acquisizioni; ultima in ordine di tempo le modalità dell’esecuzione di Moro la mattina del 9 maggio: con l’ostaggio colpito a morte non quando era già rannicchiato nel bagagliaio della Renault 4, come riferito finora dai terroristi, ma seduto sul pianale e poi caduto all’indietro. Una sorta di fucilazione.

I dossier di dalla Chiesa
Nel libro ci si sofferma su altri aspetti, come la centralità di un altro «covo» romano brigatista rispetto a quello molto noto di via Gradoli scoperto durante i 55 giorni, in via Chiabrera, al quartiere Ostiense, dove si svolse la riunione operativa dell’8 maggio in cui si assegnarono i compiti per l’indomani. E vengono contestati e ribaltati, anche sulla base dei documenti redatti all’epoca dalle forze di polizia, alcuni presunti misteri come quelli relativi al ritrovamento delle macchine utilizzate dai brigatisti per il sequestro, o alla scoperta del corpo di Moro. Dagli atti consegnati dall’Arma dei carabinieri emerge l’attività del Nucleo speciale guidato dal generale dalla Chiesa, ricomposto nell’estate del ’78. Dalle relazioni semestrali inviate al ministro dell’Interno, si evince una vastissima operazione di raccolta dati e schedature a tappeto, con «più di 16.161 fascicoli e circa 19.780 schede personali, che oggi purtroppo non risultano consultabili (potrebbero anche essere andati distrutti), 9.200 servizi fotografici, di cui 7.391 riferentisi a soggetti e 1.451 a luoghi di interesse operativo». La maggior parte dei fascicoli riguardavano attività svolte a Roma (4.916) e Milano (4.200), ma anche a Napoli (2.100), Torino, Genova, Firenze, Padova e altre città. Consultabili sono invece, presso la Fondazione Gramsci, i verbali delle Direzioni del Pci, nelle quali i dirigenti scelsero non solo di sposare da subito la cosiddetta «linea della fermezza», ma di non attribuire alcuna attendibilità a ciò che Moro scriveva dal carcere brigatista in cui era segregato. «Bisogna negare valore alle cose che ha detto e potrà dire, ciò gioverà alla nostra posizione», sintetizzò Emanuele Macaluso nella riunione del 30 marzo. Fu uno dei passaggi chiave del fronte del rifiuto su cui si ritrovarono i partiti di governo, con l’eccezione finale dei socialisti che provarono a smarcarsi. Storie che avvinghiarono l’Italia di 39 anni fa, e oggi si arricchiscono di dettagli e punti di vista di allora su cui ci si continua a interrogare.

La fuga

Dedicato ad Oreste ed ai suoi settant’anni

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Oreste parlava mentre guardavo scorrere veloce una pianura senza fine. Il nero delle ardesie sui tetti spioventi aggiungeva qualcosa di malinconico al cielo già grigio. Era la fine di febbraio. Un tempo alluvionale aveva gonfiato i fiumi, la piena s’era riversata nelle campagne circostanti e le pianure s’erano fatte acquitrinose. Una sinfonia d’inverno accompagnava la fuga. Da molte ore oramai eravamo insieme, dopo esserci incontrati fuori Parigi. La sua presenza complice e allegra era decisiva per tenere a bada la tristezza. Mi sentivo rassicurato. Oreste era particolarmente contento, poteva finalmente evadere dalla costellazione parigina e dal suo ritmo incalzante. L’entusiasmava quella fuga, la sensazione d’immergersi nuovamente nella latitanza.
[…]
I pensieri correvano veloci, il treno anche. L’ascoltavo, mentre osservavo sempre più assorto il filo lontano dell’orizzonte. Eravamo stanchi dopo diverse giornate febbrili perse a collezionare buchi nell’acqua, dinieghi gentili e imbarazzati, e treni, navette e treni, fino a perderne il conto. Come in un film d’azione avevamo dovuto ripiegare saltando in modo rocambolesco da una vettura già in movimento per riparare in modo imprevisto, nel pieno d’una notte tragicomica, sotto un tetto amico. Al mattino fortunatamente le cose si erano messe per il meglio, ridemmo così di quanto era accaduto, miglior modo per non conservare risentimenti e andare avanti.
[…]
Fuori oramai calava la sera, un lungo fiume di parole era trascorso, e una luce dal giallo intenso s’era accesa nello scompartimento. Quell’atmosfera mi ricordava sensazioni familiari: i treni serali che dalla periferia nord di Parigi mi riportavano a casa dopo la lunga giornata passata tra aule di corsi e scaffali di biblioteca dell’università. Quei luoghi, animati da una popolazione studentesca colorata e vivace, erano divenuti per me una seconda casa. Il grigiore cupo del cielo parigino si stemperava nella confusione della grande Hall e dei caffè interni, ritrovi conviviali, luoghi d’incontro tra un corso e l’altro dove discussioni serie e meno serie, politica, deliri e corteggiamenti si mescolavano alla densa coltre di fumo. Il look delle studentesse del dipartimento di cinema e d’arte si confondeva col hijab che alcune ragazze franco-magrebine ostentavano sul capo. Una bellezza dai tratti e dai colori mediterranei disegnava quei visi e quei corpi. Al loro passaggio le discussioni s’interrompevano bruscamente, i tavolini restavano vuoti.
I treni avevano pochi passseggeri a quell’ora, solo qualche pendolare attardato, giovani delle cités mescolati agli studenti che rientravano, poche ragazze dall’aria rapida e diffidente, visi stanchi, sovrapensiero, sovente rinchiusi in quella forma attuale d’autismo sociale che è l’ascolto dei walkman, “baladeurs” come vengono definiti nei dizionari francesi.
Sconsolato vedevo il mio viso riflesso sul finestrino, la fronte inclinata sul vetro. Stavo partendo senza una destinazione chiara. L’importante era stato innanzitutto mettermi fuori portata. «Adesso, spariamo insieme — aveva detto Oreste, e poi con una pausa maliziosa aveva aggiunto — voce del verbo sparire». Ovunque, altrove, sarebbe stato migliore. Mi chiedevo, senza trovare risposte confortanti, se in questa fine di secolo, d’un secolo illusionista, potesse esistere ancora una terra di libertà disposta ad accogliere un uomo, un sovversivo condannato come “terrorista”, scacciato da alcuni e rincorso da altri. La domanda m’assillava. Un senso d’ignoto mi risucchiava. Sentivo la vertigine. La sola certezza veniva dalla caparbia volontà di non arrendermi, di fuggire comunque, dovunque. Quella stessa ragione che m’aveva mosso al momento dello sciopero della fame, intrapreso durante la detenzione, quando oramai tutto sembrava perduto, poco meno di due mesi prima. Una decisione ultima, estrema, e che avevo sentito senza ritorno. Diciotto giorni passati nel piccolo settore “d’haute securité” del reparto d’isolamento punitivo della Santé. Un’esperienza d’ascèsi, dolorosa e fortificante, viaggio solitario, confronto estenuante col corpo che se ne andava lentamente. Nel catabolismo, alla ricerca dei limiti, la misura del dolore fisico e della forza morale. Molta incomprensione ci fu per quel gesto. Alcuni me ne vollero, scorgendovi una sorta di volontà di ricatto verso il loro affetto. Ma il malinteso aveva accresciuto il mio arroccamento, rafforzato il patto con me stesso, l’accettazione della solitudine trasformata in volontà d’andare avanti comunque, anche da solo.
[…]
Tutto ciò era accaduto poco più d’un mese prima, dopo una liberazione strappata in extremis, ma già sembrava un tempo lontano. Non restava ormai che farne un saggio uso. Altre questioni occupavano i miei pensieri. Il rischio che comportava il dover varcare numerose frontiere e poi le domande piene d’inquietudine sul tragitto da fare per arrivare lontano, in un nuovo paese dove ricominciare ancora una volta da zero.
Ma c’era dell’altro: volevo fuggire, questo era certo, ma, oltre le conseguenze penali d’una parte della mia militanza politica, sfuggivo anche qualcosa ch’era dentro me stesso. C’è sempre una ragione esistenziale profonda che muove la vita d’un uomo. Pensavo che i chilometri potessero aiutarmi. Fuggivo un congedo disastroso, pieno d’incomprensione e risentimento. Le parole d’una lettera inavvertitamente crudele d’una donna oramai muta di sentimenti. Fuggivo pensando che la felicità, come la libertà, fosse altrove. Le attribuivo un luogo fisico, uno spazio geografico, dimenticavo ch’essa, come la tristezza, è uno stato psicologico, un moto dei sentimenti, una condizione dell’animo. Correvo su quel treno pensando che la soluzione fosse lontano. In realtà, non facevo che trascinare dietro di me, per intero e nell’affanno, le questioni irrisolte della mia esistenza.
Quella fuga era cominciata con una voce che mi aveva avvertito al telefono, quando la breve vacanza, in attesa del verdetto del Consiglio di Stato, volgeva a termine. Così, rigettato l’ultimo ricorso, dopo una solenne udienza pubblica, non mi restava che sparire. Quel raggio di sole era durato molto poco, neanche un mese, passato «a cento all’ora, senza fissa dimora». Dall’uscita di prigione, in una tarda serata, ancora smagrito e pallido per i postumi dello sciopero della fame, ai festeggiamenti e poi al turbinio d’appuntamenti ed incontri per continuare la battaglia contro l’estradizione e riorganizzare la vita fuori. Il ritorno all’università per ringraziare i compagni e le compagne, gli studenti, i professori e il rettore del sostegno fornitomi, per le centinaia di firme raccolte nelle petizioni e per l’elezione negli organi di rappresentanza studentesca. Una confusione ed un affollamento cosi lontani dalla quiete del carcere. Non avevo più casa e dormivo dove capitava. Camminavo sui marciapiedi di Parigi col sacco dei vestiti in spalla. Non avevo avuto modo di fermarmi, né di pensare. Ero senza fiato che già dovevo ripartire.
Fuori oramai brillavano le luci e la stazione più prossima era vicina. Dovevo separarmi da Oreste che mancava da Parigi oramai da molti giorni. La cosa poteva cominciare a divenire sospetta. Baci e abbracci raccolti in una stretta fortissima con gli occhi umidi d’emozione. La borsa in spalla, un maschera di De Filippo come viso, me lo ricordo sul marciapiede della stazione che mi lanciava l’ultimo saluto. Per un po’ non l’ho più visto, ma avevo portato con me la sua voce calda e roca. Lo sentivo e lo vedevo che mi parlava ancora. Alla prossima volta, compagno e amico.
Estratto da Senza tetto ne legge,1996, inedito

Al festival di DeriveApprodi, gli anni ’70 dalla memorialistica alla storia

Sabato 26 novembre 2016, nell’ambito del festival di DeriveApprodi (Nuovo cinema palazzo – san Lorenzo, Roma), all’interno del laboratorio Gli anni ’70: dalla memorialistica alla storia, verrà presentato il libro di prossima pubblicazione, Storia delle Brigate rosse (3 volumi). A discuterne saranno chiamati i curatori del progetto: Marco Clementi e Paolo Persichetti

manifestino_festivalLa sessione verrà aperta da una relazione di Marco Scavino che affronterà le problematiche della storiografia sui movimenti degli anni ’70, seguita dalle presentazioni di due altri volumi, anch’essi di prossima pubblicazione: Storia di Potere operaio, di Marco Scavino e Donne e violenza politica in Italia tra autobiografia e memoria storica (1970-1985) di Daniela Bini.

Programma
ore 16.00
Laboratorio 2
DeriveApprodi e gli anni ’70: dalla memorialistica alla storia
Relazione di Marco Scavino: Problematiche della storiografia sui movimenti degli anni ’70
Presentazioni dei libri di prossima pubblicazione:
Storia delle Brigate rosse (3 volumi): Marco Clementi, Paolo Persichetti
Storia di Potere operaio: Marco Scavino
Donne e violenza politica in Italia tra autobiografia e memoria storica (1970-1985): Daniela Bini

La serata proseguirà alle 18.00 con una tavola rotonda (Ferrero, Formenti, Giaculli, Marazzi, Somma, Amendola) sulla crisi delle democrazie e l’insorgere di nuovi populismi e si chiuderà alle 21.30 con un performance e reading di Luigi Ananìa, Barbara Balzerani, Sandro Medici, Militant A, Pino Tripodi, Alessandra Perna

Cliccando qui potete trovare l’intero programma delle tre giornate

La nuova commissione Moro vuole il dna dei brigatisti

I vecchi militanti non danno il loro consenso. «Abbiamo già raccontato come sono andate le cose. Sono noti i nomi di chi ha frequentato la base di via Gradoli e Moro è sempre stato in via Montalcini». Intanto la commissione insabbia il capitolo sulle torture

Paolo Persichetti, Il Dubbio, 21 ottobre 2016

134308479-82908f12-a9b3-40e7-b2ed-7c0c297db1ecDa alcuni giorni gli uffici Digos della maggiori città italiane stanno convocando molti ex appartenenti alle Brigate rosse su mandato della commissione parlamentare che indaga ancora, dopo quasi 39 anni, sul rapimento e la morte del presidente della Dc Aldo Moro.
I commissari di san Macuto vogliono sapere se gli ex Br sono disponibili a fornire il proprio profilo genetico per effettuare delle indagini comparative su alcuni reperti sequestrati durante le indagini dell’epoca. Molto probabilmente si tratta di quelli rinvenuti nella base di via Gradoli e nella Fiat 128 giardinetta con targa diplomatica che la mattina del 16 marzo bloccò in via Fani l’auto di Moro e della scorta. La comparazione potrebbe riguardare anche alcune tracce ritrovate nella Renault 4 rossa, dove il presidente della Dc venne ucciso, trasportato e fatto ritrovare in via Caetani, a metà strada tra i palazzi della Dc e del Pci che lo avevano decretato morto dopo le sue prime lettere.
Non tutti i nomi che fino ad ora sono trapelati risultano coinvolti nelle inchieste che in passato hanno riguardato il rapimento e l’uccisione del leader democristiano. Tra questi ci sono Giovanni Senzani e Paolo Baschieri, il che fa pensare al tentativo di dare vita ad una pista toscana. Sono stati convocati anche alcuni membri dell’esecutivo brigatista dell’epoca, come il  semilibero Mario Moretti; l’autista della 132 che caricò Moro in via Fani, Bruno Seghetti; Barbara Balzerani che il 16 marzo controllava la parte inferiore dell’incrocio con via Stresa; il responsabile della tipografia di via Pio Foà, Enrico Triaca, arrestato una settimana dopo il 9 maggio 1978 e torturato la sera stessa dal professor De Tormentis, quel Nicola Ciocia, funzionario dell’Ucigos, esperto di waterboarding, la tortura dell’acqua e sale, a cui nessuno chiederà mai il profilo del dna.

Pare che il presidente della Commissione Giuseppe Fioroni confidi molto nelle indagini scientifiche. Almeno così dichiara in pubblico. Eppure, stando ai risultati prodotti dalla sua commissione, non sembra proprio. Nella relazione sul primo anno di attività, il lavoro svolto dalla polizia scientifica e dal Servizio centrale antiterrorismo non è stato tenuto in grande considerazione. La ricostruzione tridimensionale dell’attacco brigatista in via Fani, i nuovi studi balistici sugli spari avvenuti quel giorno, non sono stati apprezzati dalla stragrande maggioranza dei commissari, che hanno ritenuto il lavoro dei poliziotti troppo “filobrigatista”. Risuonano ancora i commenti sorpresi di fronte alle relazioni dei funzionari Giannini, Tintisona e Boffi: «ma state confermando la ricostruzione fatta dalle Brigate rosse!». Sergio Flamigni, il “grande vecchio” della dietrologia, non riesce a trattenere la stizza per un errore così infantile, a suo avviso commesso dalla Commissione, come quello di aver chiesto nuovi accertamenti; lui che è rimasto affezionato ad un’unica perizia, la prima, quella di Ugolini, la più incerta e inesatta di tutte, la perizia “cieca” per definizione perché fatta quando ancora non erano state recuperate le armi impiegate in via Fani, e dunque la più manipolabile, quella che meglio si addice alle invenzioni dietrologiche del “superkiller” e dello “sparatore da destra”.

In via Gradoli la Commissione non ha trovato tracce biologiche di Moro, con buona pace di chi ha sostenuto (e sostiene ancora) che fosse stato tenuto almeno per un periodo in quella base, ma ha isolato quattro profili di dna: due femminili e due maschili. Non è un mistero che in quella che fu la prima casa delle Br a Roma, hanno risieduto stabilmente almeno tre coppie di militanti: Carla Maria Brioschi e Franco Bonisoli all’inizio, Adriana Faranda e Valerio Morucci dopo, Barbara Balzerani e Mario Moretti fino al 18 aprile 1978. Nella 128 con targa diplomatica vennero trovati ben 39 mozziconi di sigaretta. I responsabili del Ris che hanno in carico le analisi dovranno scoprire chi furono i fumatori: i proprietari effettivi del mezzo rubato dai brigatisti e/o i brigatisti stessi? Quali e quanti? L’informazione, ammesso che giunga, comunque non ci dirà nulla di certo sulla mattina del 16 marzo perché quel mezzo venne usato nelle settimane precedenti. Il dna non ha data e ora.
E dunque a cosa serve tutto questo dispendio di energie e soldi pubblici (l’estrazione del dna e la sua comparazione è una procedura di laboratorio che costa molto) quando sulla vicenda Moro si continua a non vedere la storia politica di quella vicenda, le ragioni che spinsero Dc e Pci a rifiutare la trattativa? Forse più che cercare nuovi brigatisti, con il dna qualcuno sogna in cuor suo di trovare il non brigatista.
Fioroni, che ha auspicato «un contributo alla corretta ricostruzione dei fatti» anche da parte di chi è stato condannato, non troverà la disponibilità degli ex militanti, i più hanno già declinato la richiesta. Perché mai dovrebbero accettare? Nella relazione del dicembre scorso, la Commissione ha dovuto riconoscere, foto alla mano, che nessuna moto sparò al testimone Marini, che il suo parabrezza non venne colpito da proiettili ma si ruppe nei giorni precedenti per una caduta del motorino dal cavalletto, come ammesso dallo stesso teste. Non risulta che Fioroni abbia chiesto alla procura di Roma di attivare la revisione della condanna per tentato omicidio, emessa contro gli imputati del primo processo Moro. Da oltre un anno pende una richiesta di audizione di Enrico Triaca e di Nicola Ciocia per la vicenda delle torture, ma il presidente Fioroni fa ostruzionismo e provocatoriamente manda a chiamare Triaca per chiedergli il dna. Forse vorrà scoprire in quale caserma venne torturato la notte del 17 maggio 1978?
Questa commissione ha ripetutamente dimostrato di non possedere alcuna credibilità, nei due anni che ha avuto per guadagnarsela ha dato spazio solo ai peggiori cialtroni. Per chi dovesse nutrire ancora delle aspettative, vale quanto scrisse Mario Moretti lo scorso anno in risposta ad una missiva inviatagli dal presidente Fioroni: «Esauriti definitivamente da decenni tutti gli aspetti giudiziari – sebbene la mia prigionia perduri  da oltre 34 anni, in mancanza di decisioni liberatorie e conclusive doverose nell’ambito politico – la vicenda delle Brigate rosse appartiene ormai solo alla riflessione storica.[..] In un ambito storico-politico e con quanti si sono accostati all’argomento con onestà intellettuale, la mia disponibilità è stata sempre totale.[…] Per contro, mi sento estraneo e a disagio nell’ambito delle ricostruzioni faziose che hanno la loro giustificazione solo nell’interesse politico di chi pensa di trarne vantaggio».

Per saperne di più
Via Fani, l’invenzione del mistero Casimirri
Rapimento Moro nuove carte mostrano che l’allarme lanciato dai palestinesi non riguardava il presidente della Dc /11a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro


Via Fani, l’invenzione del «mistero Casimirri»

Seminare confusione, sollevare polveroni, diffondere una narrazione complottistica – poco importa se zeppa di contraddizioni e assurdità – che allontani dalla discussione dei nodi storico-politici che la vicenda Moro ancora racchiude in sé, è l’ultimo disperato compito che si è data la commissione Moro presieduta da Giuseppe Fioroni. Da diversi mesi i suoi consulenti si stanno occupando di Alessio Casimirri, militante della colonna romana delle Br, presente in via Fani il 16 marzo alla guida della 128 bianca che fece da cancelletto superiore, allontanatosi dalla organizzazione nel 1980, riparato successivamente in Francia e poi in Nicaragua, dove ormai vive da decenni. Intense indagini, conferite alle forze di polizia, si stanno sviluppando da diversi mesi attorno alla storia di Casimirri, la sua famiglia, gli ambienti vaticani (il padre era un importante funzionario della Santa Sede).
Il blog La pattumiera della Storia ha da poco pubblicato una fulminante decostruzione (subito rilanciata dal giornale comunista online Contropiano) di una (presunta, a questo punto) intervista ad Alessio Casimirri, apparsa sulle colonne del magazine Sette, allegato del venerdì al Corriiere della Sera, che ci aiuta a comprendere come il «caso Casimirri» sia stato negli anni artificialmente costruito e ingigantito per dare vita all’ennesima puntata del serial dietrologico sugli anni 70

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Come t’intervisto il brigatista

Fanelli

Un nuovo mistero nel caso Moro
Il caso Moro è divenuto ormai quasi per antonomasia un coacervo di ‘misteri’. Malgrado i numerosi processi, che hanno condannato tutti i responsabili delle Brigate Rosse a decine di ergastoli, viene sistematicamente presentato come un ‘cold case’, un caso irrisolto e sul quale va indagato. I misteri vengono enumerati dagli ‘esperti’, che, a piacere, ne possono scegliere ed esporre pubblicamente uno secondo le necessità del momento.
Gli esperti sono un insieme di professionisti che, nel corso dei quasi quattro decenni trascorsi dal fatto, si sono profilati come conoscitori del caso, per averne scritto e discusso pubblicamente. Sono magistrati in funzione o in pensione, giornalisti, politici di ogni tendenza che hanno partecipato a Commissioni d’inchiesta o ancora ‘consulenti’.
Sotto questa élite, che sul caso ha sviluppato una piccola industria, si trovano gli aspiranti esperti, tra cui spiccano una frazione di vecchi pentiti e dissociati brigatisti – Franceschini, Etro, Morucci, Faranda – che pur vantando conoscenze dirette, possono essere messi a tacere quando dicono cose non conformi al mantenere vivo il mistero del momento.
Del momento, perché il sistema si auto-riproduce; a turno si spara una ‘rivelazione’ sul caso, un articolo accompagnato da lanci di agenzia cui seguono i commenti dei politici. Di fatto però, quando non si tratta di vere e proprie bufale, si tratta di ri-rivelazioni, affermazioni note e fatte anni addietro, spesso più volte, ciclicamente, che sono riproposte come nuove ed amputate degli elementi che in epoche passate le avevano chiarite o contraddette. Un tale vecchiume che neppure più l’autorità giudiziaria italiana, nota per aprire inchieste con la massima facilità, prende in considerazione.
Alla base della piramide c’è però un vasto pubblico, una massa crescente di gente affascinata da complotti di ogni genere, cui l’internet facilita l’illusione di poter dire la loro e di partecipare a svelarli, con il solo risultato di moltiplicare la produzione di misteri e di hoaks. Una cultura che si estende rapidamente, poiché attraversa tutti i campi dello scibile, e particolarmente tra le giovani generazioni. Se n’è reso conto il governo francese, che ha lanciato una campagna contro il complottismo, con tanto di sito web munito di qualche indicazione metodologica.

In Italia, il rubinetto di scoop, rivelazioni e misteri è sempre tenuto aperto dalla stampa mainstream. In un caso recente, la rivelazione del momento sembrava davvero nuova. Uno dei misteri più quotati del caso Moro è la presenza in via Fani, al momento del sequestro, di altri attori oltre alla squadra di brigatisti rossi in azione, e dunque all’intervento diretto di ‘servizi segreti’ nel fatto.

I fautori dei misteri si appoggiano su diverse teorie del complotto, e in Italia vengono chiamati -o addirittura si definiscono essi stessi- ‘dietrologi.’ Il neologismo viene da «chi c’è dietro?», ed ha la sua origine politica nella domanda che era sistematicamente usata dal Partito Comunista Italiano (P.C.I.) per denigrare la sinistra extraparlamentare negli anni ’70. Seguendo l’adagio staliniano (‘pas d’ennemis à gauche’) ed il suo metodo, il P.C.I. chiedeva retoricamente a chi giovasse tale o tal’altra azione di lotta, per concludere che ‘in ultima analisi’ era di destra: sicché le Brigate Rosse erano semplicemente fasciste, o comunque strumenti di quel potere che dicevano di combattere.
Appare dunque sul settimanale Oggi del 18.6.2014 un articolo, preceduto da un battage pubblicitario che lo lancia come scoop, intitolato «In via Fani non eravamo soli» e che riporta un’intervista a Raffaele Fiore.
La novità era che per la prima volta un ex-brigatista condannato per il sequestro Moro e non pentito affermava che vi fossero altri partecipanti all’azione, e quindi in qualche modo confermava la teoria del complotto.
Senonché, un articolo dell’avvocato Steccanella apparso su Il Garantista del 21.6.2014 (cfr. blog Satisfiction) rivelava la manipolazione: l’intervistato aveva parlato di due brigatisti che erano sul luogo ma che lui non conosceva personalmente; persone note e condannate ormai da anni, non ‘esterni’ o ‘terzi’ rispetto alle BR. In risposta, l’autrice dell’intervista, Raffaella Fanelli, cita in giudizio l’autore della critica.

La nuova brigatologa
Come è diventata una ‘esperta’, accolta nell’élite degli specialisti in misteri brigatisti, la Fanelli?
Dal suo sito, appare che, lavorando come free-lance, si sia specializzata nell’intervistare delinquenti e condannati per vari tipi di crimine. Raffaele Fiore l’aveva già intervistato nel 2009, senza risultati capaci di produrre clamore.
Nel 2010 però ha pubblicato su Sette, il magazine del Corriere della Sera, un’intervista ad Alessio Casimirri, che per diversi motivi un certo rilievo l’aveva. Casimirri è stato condannato, in contumacia, per il sequestro Moro, ma non è mai stato arrestato.
E per alcuni è egli stesso un ‘mistero del caso Moro’: per esempio su Il Sole 24 ore del 15.3.2008, ‘I dieci misteri irrisolti del caso Moro‘, Daniele Biacchessi classifica la ‘latitanza di Alessio Casimirri’ al decimo posto.
E non c’è soltanto la hit-parade, in precedenza Casimirri aveva rilasciato solo due interviste a giornali italiani, e sono ormai datate.
La prima è apparsa il 17.11.1988 sul settimanale Famiglia Cristiana, la seconda fu rilasciata a Maurizio Valentini e pubblicata il 23.4.1998 sul settimanale L’Espresso.
Questi due testi sono stati, nel corso degli anni, oggetto di attenzione da parte di inquirenti come di Commissioni d’inchiesta, che ne ne hanno approfondito alcuni dettagli -come le modalità di contatto, o il pagamento di una somma alla famiglia dell’intervistato. (All’intervista di Famiglia Cristiana sono dedicate le ultime tre pagine del rapporto del marzo 2005 su Casimirri alla Commissione d’inchiesta sul caso Mithrokin).
In passato, Casimirri ha risposto anche a giornalisti del suo paese, il Nicaragua, con due interviste, una a Joaquín Tórrez A. su El Nuevo Diario del 1.2.2004 ed un’altra sul Magazine di La Prensa del 12.8.2007. In precedenza, la stampa nicaraguense, come La Tribuna e il sandinista Barricada, che nel frattempo hanno chiuso i battenti, aveva pubblicato anche altri pezzi, articoli e dichiarazioni.
Sulla stampa italiana si trovano inoltre diversi pezzi che contengono dichiarazioni senza fonte, pseudo-interviste e narrazioni di incontri falliti col terribile latitante che gestisce un noto ristorante. Già dai tempi del primo ristorante di Casimirri in città (il Magica Roma a Managua), gli impavidi giornalisti italiani alla ricerca del brividino si mettevano a tavola facendo finta di nulla. Uno della RAI addirittura con una videocamera nascosta.
Una pratica mai cambiata, e benché il racconto che ne risulti sia quello delle proprie frustrazioni, si può sempre implementare con un titolo folkloristico o con qualche commento che nessuno contesterà. Un paio di esempi.
Panorama il 29.1.2004 titola ‘Nel covo di Primula Rossa‘. Giacomo Amadori e Gianluca Ferraris si dedicano calla ‘caccia al latitante’ (sic nel testo), vanno in Guatemala a vedere l’ex-moglie di Casimirri, poi un ‘ex capitano dei servizi d’informazione sandinisti’ e i ‘tassisti di Managua’ che dicono loro quel che i periodistas stranieri amano sentire (‘è un uomo pericoloso’), e da brave spie dilettanti ‘si arrampicano su una collinetta’.
La Stampa 8.3.2010 titola ‘Cena a Managua con Camillo, l’ultimo latitante di via Fani‘: Andrea Colombari e Raphael Zanotti riportano le chiacchiere di Casimirri, cui si sono presentati come semplici clienti. ‘Ma non appena si tocca l’argomento Moro, si chiude a riccio’, scrivono, appena tre mesi prima dell’intervista della Fanelli, uscita il 17.6.2010.
Per La Repubblica, Alessandro Oppes riferisce di un primo tentativo miseramente fallito di parlare con Casimirri il 18.1.2004 (‘Managua, l’ultimo dei vecchi Br tra ricette, squali e misteri‘), e raddoppia l’anno dopo, il 18.2.2005 (‘È nella terra dei sandinisti il paradiso dei fuoriusciti‘) racconta di aver ‘sbirciato’ nel cortile del ristorante attraverso una fessura.

Dunque il servizio pubblicato da Sette-Corriere della Sera ed intitolato ‘L’ultimo di via Fani – Parla Alessio Casimirri‘ ha intrinsecamente il suo peso, visto che dalle precedenti interviste italiane sono trascorsi rispettivamente 12 e 22 anni, e che nei numerosi altri articoli di stampa ci sono solo frasi rubate e discorsi basati su fonti sconosciute o dubbie.
Chiunque voglia capire qualcosa di più sul personaggio non può che basarsi sulle sole interviste ‘certificate’, a maggior ragione quando da un lato non esistono suoi verbali, lettere o comunicati e dall’altro le stesse sentenze di condanna sono state pronunciate in absentia, cioè senza che l’accusato abbia potuto esprimersi.
La produzione di informazioni si è sviluppata in occasioni diverse (quali per esempio le missioni del SISDE in Nicaragua, la extraordinary rendition dall’Egitto di Rita Algranati, ex-compagna di Casimirri, o le domande di estradizione italiane al Nicaragua) e quindi l’analisi deve contestualizzarne la lettura, ma è chiaro che il pezzo della Fanelli appartenga per così dire al rango superiore, e vada confrontato con le altre due interviste autentiche che l’hanno preceduto.
L’intervista è accompagnata da una colonna di commento di un autorevole esperto brigatologo. Giovanni Bianconi, giornalista ed autore di diversi libro sul mondo brigatista, vi esprime una condanna morale fondata sul lavoro della Fanelli, consacrandone così il valore giornalistico e documentario.

C’è del marcio in Nicaragua? o piuttosto in Italia?
Una seconda lettura non porta molto più che a deprecare la povertà di meta-informazioni, sul contesto che porta all’intervista stessa non c’è una parola.
Le altre interviste esclusive erano dovute a circostanze e contatti particolari: l’ambiente vaticano della famiglia Casimirri Labella per Famiglia Cristiana, e l’amicizia d’infanzia con Maurizio Valentini per L’Espresso. L’intervista di Valentini (qui sotto) era inoltre esplicitamente motivata dalla volontà di chiarire alcuni aspetti in difesa di Adriano Sofri nel caso Calabresi.

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Clicca qui per leggere l’intera intervista (L’Espresso Il signor X del delitto Moro)

Quella della Fanelli non lascia trasparire né perché né come sia stata decisa e realizzata.
Gli inviati in un paese lontano spesso offrono al lettore qualche tratto di colore locale accennando al clima, al luogo, al traffico, alla gente o a qualcosa che colpisce per la sua diversità. Qui niente del genere, la presentazione dell’intervistato è separata dal testo principale, che d’entrata catapulta il lettore direttamente a casa di quello che è definito «l’ultimo dei sicari Br di via Fani ancora in libertà». Sarà questione di stile.
Comunque si finisce per concentrarsi ed interrogarsi sulle risposte dell’intervistato, senza peraltro riuscire ad intuire perché abbia accettato di combinare l’intervista.
Allora, tanto vale chiederne ragione al diretto interessato.
-Alessio, che cosa intendevi dire in quell’intervista…
-Quale intervista?
-L’ultima, quella al Corriere della Sera del 2010…
-Io agli italiani ho dato solo due interviste, anni fa, una a uno che da bambini giocavamo insieme, che lavorava per l’Espresso…
-Sì, quelle del secolo scorso, la prima a Famiglia Cristiana
-Quella me l’aveva chiesta mio padre
-Sto parlando di quella più recente, con una certa Fanelli
-Con la stampa nicaraguense anche, è ovvio, e non solo quella sandinista, anche altri giornali mi hanno difeso.
-No, italiana, il Corriere
-Mai data un’intervista a quel giornale.
-Ma questa è stata in casa tua, ci sono dettagli, fotografie…?
-No, proprio no.
-Tra l’altro le tue risposte sono verosimili. Magari è venuta al ristorante e si è messa a chiacchierare…
-Io parlo con tutti i clienti, è il mio mestiere; ci sono spesso italiani, ma quando il discorso gira su quello, io chiudo. No, ti dico. E una donna poi, me la ricorderei.
-Quindi mi confermi che non si è presentata come giornalista e non ti ha poi sottoposto il testo, o almeno il virgolettato, prima di pubblicare?
-Certo. Non so chi sia.

Sul momento, viene da pensare alle regole deontologiche della professione, spesso calpestate in Italia. Ma i dubbi non se ne vanno.
La questione è semplice ma grossa: com’è possibile? Ci si può inventare un’intervista?
Per rispondere, l’unica è fare un lungo ed acribico lavoro di debunking, cercando e controllando la possibile fonte di ogni dettaglio. Si tratta di capire se le informazioni portate dal reportage di Sette fossero pubblicamente note o altrimenti accessibili prima del giugno 2010.
Quella che segue è la sintesi dei risultati d’analisi per il testo principale (introduzione, corpo domande/risposte, conclusioni), le fotografie, il riquadro ed il commento.
Prima ancora, il testo completo, così come impaginato:

corriere

 

Clicca qui per leggere l’intervista su Sette Corriere Della Sera

L’Insieme
L’intervista firmata da Raffaella Fanelli è composta da una dozzina di domande e risposte abbastanza stringate ed è accompagnata, oltre che dalla colonna di commento di Bianconi, da numerose fotografie, nonché da un riquadro informativo siglato dalla stessa autrice. Gli elementi sono strettamente collegati tra loro, le didascalie delle foto rimandano al testo e viceversa, ad esempio avvertendo che era possibile fotografare l’esterno del ristorante «soltanto alle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso».
Un copyright sigla i testi, ma non le immagini, le cui didascalie non menzionano l’origine né accreditano l’autore delle foto.
L’insieme produce un forte effetto di verità; al più ci si può chiedere come mai così poche domande, visto che le pagine sono occupate per la maggior parte da immagini.

L’introduzionecasimir
L’incipit descrive Casimirri «Seduto in poltrona, in jeans e camicia azzurra…». Non che questa sia un’informazione cruciale, Casimirri è un uomo pubblico e vederlo in un tale abbigliamento non ha niente di particolare.
Il buffo è che è esattamente come se lo immagina chiunque abbia visto la foto pubblicata da Repubblica nel 2004 (vedi qui accanto).
Si passa poi alla «casa grande con pareti gialle e infissi in legno, situata al dodicesimo chilometro della
Carretera sur, quella che dalla capitale, Managua, porta a El Crucero, cento metri a sud del Monte abor.»
L’indirizzo non solo è pubblico e facilmente reperibile (già da Facebook), ma è noto da molto tempo ed è menzionato – e anche commentato nelle sue varianti- da molti articoli italiani. Già nell’intervista di Valentini (L’Espresso 1998) figura come incipit.
Se poi si cerca l’indirizzo su google maps, si troverà una foto (Panoramio) con una casa gialla. Non è affatto detto che sia quella giusta, ma è l’unica immagine che c’è in prossimità dell’indirizzo, uno se la può immaginare così.
Se invece per ‘pareti gialle’ s’ha da intendere quelle interne, la cosa è ancora più semplice, risulta da una immagine, menzionata in seguito nel paragrafo fotografie.

Il corpo di domande/risposte
1 e 2 Era in via Fani? –R.: No, quel giorno ero a scuola come insegnante. Le stesse affermazioni Casimirri le ha fatte più volte; figura addirittura nel titolo dell’intervista al Nuevo Diario del 2004.

3 Morucci ha descritto il suo ruolo –R.: Morucci «Confermò che nell’azione di via Fani c’erano anche due esponenti del gruppo Fronte della controinformazione.» Casimirri non ha mai fatto in precedenza tale affermazione. In effetti un «gruppo Fronte della controinformazione» non risulta mai essere esistito in Italia, né dentro né fuori le BR.

4 Ci sono altre dichiarazioni che… –R.: Etro, la frase sui due in moto, non ho mai detto niente del genere. Questa smentita non ha un precedente specifico noto. Nell’intervista all’Espresso (1998) si legge: “Etro lo ricordo come il compagno più giovane, un po’ il cucciolo della colonna romana delle Br, caratterialmente chiuso, non godeva di grande stima e considerazione. Era un br, certo, ma non di prima categoria. Insomma uno a cui non si facevano confidenze del genere.”

5 Lei sa guidare una moto? –R.: So ballare, so cucinare… Che Casimirri sappia ballare lo si sa dal Magazine La Prensa (2007), che con le parole «Eccellente ballerino…» apre il suo servizio.

6 Etro ha mentito anche su Calabresi? –R.: «Certo.» Casimirri ha fatto questa smentita nel 1998, Valentini andò a intervistarlo per L’Epresso proprio per sentirlo in proposito.

7 Allora perché si è rifiutato di rispondere ai magistrati di Milano? –R.: «È stato il governo del Nicaragua a respingere la richiesta di rogatoria». Casimirri non sembra aver fatto tale dichiarazione in precedenza. L’affermazione è però storicamente corretta, che la domanda di rogatoria fosse stata respinta dal governo cui era stata indirizzata venne riportato più volte dalla stampa (ad es. AGI 30.1.2003). Quando un governo decide di non entrare nel merito, per motivi costituzionali, della domanda di un altro governo, la persona interessata non è neppure interpellata.

8 Lei ha mai lavorato per i servizi segreti? – R.: Mai conosciuto Delfino, mai fatto parte del Sismi e mai collaborato con i servizi. Volevano invece sequestrarmi… Una smentita precedente sotto la medesima forma non risulta; sulla medesima sostanza, senza i nomi Delfino e SISMI invece sì: Casimirri ha menzionato di essere stato considerato come colluso con un generale dei Carabinieri che lo avrebbe poi protetto e i tentativi di sequestro nell’intervista (2007) a Magazine La Prensa.

Il sequestro con narcosi e pulmino era già stato ricordato più volte, così ad esempio Giuseppe Rolli sull’Unità del 3.5.2004: “Non dimentico – aveva detto al quotidiano El Nuevo Diario – quello che ho passato negli ultimi undici anni: molti tentativi da parte della autorità italiane e diplomatici di questo paese, alcuni dei quali corrotti, di mettere in atto azioni contro la legge. Come il tentativo di sequestrarmi, narcotizzarmi mettermi in una cesta e portarmi con un pulmino alla frontiera. Ho i nomi di coloro che organizzarono questo nel 1996.”

9 Per questo ci sono guardie armate fuori dalla sua casa? –R.: «Managua non è una città sicura …» Casimirri non conferma esplicitamente l’esistenza di guardie armate. Lo afferma la Fanelli, presentandola come una (sua) osservazione diretta. (su questo punto si ritorna in seguito)

10 Ma lei può contare su potenti amicizie, anche su quella con Daniel Ortega. -–R.: «Ho lavorato per il governo, e con Humberto Ortega, imprenditore in Costa Rica» Non risulta che Casimirri abbia dichiarato in precedenza di aver lavorato con Humberto Ortega. Questi, ex-ministro della difesa e fratello di Daniel Ortega capo del governo, è noto invece che abbia attività imprenditoriali in Costa Rica. Viene indicato come ‘prospero imprenditore in Costa Rica’ da Wikipedia come da diversi media (cfr. bitacora, nacion.com, el Nuevo Diario).

11 Qualcuno dice che lei ha addestrato le teste di cuoio del Nicaragua. –R.: Ho addestrato i sommozzatori della Croce Rossa.
La fonte della domanda (‘qualcuno dice’) si ritrova nel Corriere della Sera del 9.4.1996 ‘Esilio dorato per ex brigatisti’, dove si legge che è un “vicino di casa” a dire che Casimirri “ha addestrato le nostre teste di cuoio”.

Domanda e risposta, ben più precise e chiare, figuravano nell’intervista dell’Espresso (1998): «Per addestrare le truppe speciali sandiniste? È vero che lei è stato istruttore degli incursori dell’ex presidente Daniel Ortega? Io sono un istruttore di sommozzatori. È stato un lavoro volontario che ha riguardato prevalentemente i sub della Croce Rossa e dei pompieri. Fra gli altri allievi, confermo che ho avuto alcuni uomini del ministero dell’Interno di Managua. Non credo che ci sia nulla di scandaloso. Lo ripeto: ho molti amici fra i sandinisti, per ragioni politiche e umane, ma non sono mai stato un agente sandinista. Pensi che come cittadino nicaraguense – sono stato naturalizzato nel 1988 – debbo ancora fare il servizio militare. La coscrizione, qui, è obbligatoria fino a 60 anni: io ne compio 47 il prossimo 2 agosto, e prima o poi mi toccherà andare sotto le armi. Ricordo anche che ormai in Nicaragua i sandinisti sono all’opposizione: hanno avuto la meglio le forze moderate, e io sono lealmente obbediente ai governi di destra che hanno vinto le elezioni.»

12 Adesso mi dirà che ha fatto il volontario tra i poveri e non ha mai fatto parte delle BR? –R.: Ho chiesto asilo politico ed ho comunicato all’Immigrazione la mia appartenenza alle Brigate Rosse; perseguitato per 10 anni; mi hanno offerto 300mila dollari per accusare altri.

L’asilo, l’ottenimento della cittadinanza, l’uso del nome Guido Di Giambattista, sono notizie già ripetute spesso dalla stampa, poiché sono, almeno dal 1993, al centro delle contese legali e non, sfociate nel 2004 in una decisione della Corte Costituzionale nicaraguense. L’offerta di 300mila dollari appare nell’intervista del 2007 sul Magazine La Prensa.

In conclusione del testo
—«…a pochi chilometri dalla sua casa bunker, a sud di San Juan, ha un’altra residenza costruita direttamente sulla spiaggia».
L’informazione è nota e diffusa da tempo, compare in diversi articoli pubblicati in Italia dal 2004 in poi, tra cui i pezzi menzionati sopra, di Amadori per Panorama e di Colombari per La Stampa, oltre che nell’intervista al Nuevo Diario (2004, tradotta in italiano da ReporterAssociati, cfr. Carmillaonline).
—«da anni ha aperto un ristorante, La Cueva del Buzo (la grotta del sub), un caseggiato in mattoni rossi che è possibile fotografare solo alle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso…»
Quella del ristorante, è una notizia talmente nota da non dover essere ricercata. È però seguita dalla frase sul gruppetto di uomini armati, che si ritrova anche alla domanda 9 e nella didascalia delle foto. Maurizio Blondet, ufologo e massonologo, racconta (4.2.2010 effedieffe.com) che nel 2004 tentò di intervistare Casimirri: «Ovviamente non potei vederlo neppure in faccia, fui respinto al cancello della villa da certi individui».

La Newsletter Misteri d’Italia del 13.4.2005 scriveva che Casimirri «E’ difeso da un doppio sistema: guardie armate e gente del posto pronta a difenderlo».

Le fotografie

La foto pubblicata su Sette

La foto pubblicata su Sette

La giornalista racconta di essere stata accolta in casa dall’anziana madre di Casimirri, «Madre e figlio si assomigliano…», scrive, e lì accanto possiamo vedere una fotografia dei due nel giardino di casa.
Sembra la prova provata dell’incontro. Se è vero che sul web si trovano foto della madre ad un tavolo -fatte da clienti del ristorante che ne scrivono un commento- questa ha però un carattere particolarmente privato, quasi intimo. Sembra proprio mostrare i due nel momento dell’incontro con la giornalista.
Sembra, perché non è così. La foto è stata pubblicata sul Magazine settimanale di un altro quotidiano, La Prensa, il 12 agosto 2007.
Corredava quella intervista insieme a molte altre immagini chiaramente tratte dall’album privato dei Casimirri e quindi evidentemente concesse dagli interessati. Il giornale nicaraguense (2007) precisava che la madre aveva 80 anni e che viveva col figlio.

La foto originale su Magazine La Prensa

La foto originale su Magazine La Prensa

Da quella pubblicazione sono tratte altre immagini pubblicate su
Sette.
Il ritratto a busto di Alessio in maglietta rossa, che riempe una pagina ed è ripresa in un occhiello sulla copertina di Sette, è esattamente quella che compariva sulla copertina di La Prensa Magazine. È un’immagine in posa, che implica che il soggetto voglia farsi ritrarre, e proprio per questo i due magazine la riproducono a piena pagina: il messaggio al lettore è ‘eccolo qui come ha accettato di esporsi’.

La pRensa

Clicca qui per leggere l’articolo in integrale (Magazine La Prensa)

Ce n’è poi una in cui egli, in tenuta da sub, ha in spalla un pesce gigantesco; fa parte di una serie, altre immagini simili sono diffuse sul web (basti vedere i profili Facebook o google). Il giornale italiano ha però usato proprio quella uscita sul giornale nicaraguense e non altrove. Se ne può arguire che la Fanelli conosca bene quella pubblicazione.

l'originale su La Prensa Magazine

l’originale su La Prensa Magazine

La copia su Sette

La copia su Sette

Nella quale, in un’altra foto non ripresa da Sette, si vede l’interno dell’abitazione, con «pareti gialle ed infissi in legno» alle spalle di Alessio che ha in braccio il piccolo figlio adottivo colpito da sindrome di Down ed è seduto accanto a moglie e figlia.
Il servizio di Sette si apre con una foto di repertorio di via Fani dopo il sequestro Moro, e comprende, oltre alle quattro immagini citate prima, ancora due foto dell’esterno del ristorante, ed infine l’immagine bizzarramente intitolata ‘Scene da un matrimonio dal carcere’, che non ha alcuna relazione col servizio e pare essere stata aggiunta per semplice morbosità.
In una delle due foto di strada è visibile l’insegna ‘La cueva del buzo’, e l’immagine potrebbe effettivamente essere stata presa ‘prima delle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso’, come spiega la Fanelli in chiusura. Benchè vi appaia un gruppetto di tre uomini, si possono notare sulla strada le ombre lunghe degli alberi, come si producono dopo l’alba o prima del tramonto.

Il riquadro informativo
Occupa circa un terzo di pagina, ed intende riassumere gli eventi «Dall’attacco di via Fani alla condanna del processo Moro-ter». In apertura, afferma che Casimirri «vive in Nicaragua dal 1983, dopo un periodo trascorso in Libia e a Cuba.»
Questa di Libia e a Cuba è stata riprodotta, verosimilmente via dispaccio d’agenzia, da tutta la stampa italiana nel gennaio 2004, vedi ad.es. Corriere della Sera 14.1.2004, il Tempo 15.1.2004, La Provincia 15.1.2004, ADNkronos 16.1.2004.
Non è una notizia, ma un’affermazione gratuita, generica e senza fonte. Ripeti una bugia cento volte, e diviene una verità, diceva Goebbels. È quello che è accaduto, i giornalisti fanno del copia-incolla e nessuno si sogna di controllare, approfondire, verificare. Neppure la Fanelli, che a differenza degli altri aveva occasione di chiederlo direttamente a Casimirri.
Perché non è un dettaglio marginale: nella Libia di Gheddafi e nella Cuba di Fidel Castro non risulta essere mai sbarcato nessun ex-militante della sinistra armata italiana degli anni ’70 in esilio, quindi questo sarebbe l’unico caso, e per ben due paesi. Il periodo di cui si tratta sono gli anni 1980, un’epoca in cui gli Stati Uniti avevano dichiarato la ‘guerra ai terroristi’: proprio così Ronald Reagan, ben prima della «guerra al terrorismo» di Bush; gli stati-canaglia, allora, erano Libia, Cuba, Iran e Nicaragua.
Nella ricerca di una fonte ‘originaria’ della dis-informazione, si trova qualche articolo che fa riferimento alla Libia – data come luogo di rifugio di Rita Algranati, ex-moglie di Casimirri, che invece era in Algeria – e l’opzione Cuba la certifica il magistrato Rosario Priore, all’agenzia ADNkronos il 24.10.2000: «Si seppe che lasciò l’Europa su un aereo russo diretto a l’Havana e di lì si sarebbe rifugiato, ovviamente protetto dal regime sandinista, in Nicaragua.»
Nel 1994, sul Los Angeles Times, Tracy Wilkinson citava un ‘ex-membro dell’intelligence sandinista’ per affermare che Casimirri era arrivato nel 1983 dalla Libia. Questo tipo di fonte appare assai probabile, proprio perché si tratta di una falsa pista. Quando si vede menzionato un ‘agente segreto’ come fonte di una notizia, è chiaro che la notizia stessa non offre garanzia di fondatezza. Un agente segreto, quasi per definizione, non potrà essere sottoposto a verifica, poiché già il rivelarne l’identità lo esporrebbe al pericolo.
È quindi a priori una fonte che può dire, o alla quale si può attribuire, qualsiasi cosa. V’è solo il giornalista che può valutarne la credibilità, e che si prende la responsabilità di smerciare la notizia. Perché quel tipo di fonte non è mai qualificabile come disinteressata. Una qualche ragione per divulgare al pubblico una informazione segreta la deve avere, salvo si voglia credere che lo faccia in nome della verità e senza interesse alcuno. Sta dunque al giornalista prenderla con le pinze e non fondarci sopra il proprio discorso (il pezzo della Wilkinson, sia detto per inciso, non lo fa).
Si può ritenere che l’origine della falsa notizia di Casimirri in Libia rimonti al periodo turbolento del 1993, quando il governo di destra decise di ‘rivedere’ le cittadinanze concesse dal governo sandinista, e tentò di espellere e deportare verso l’Italia Casimirri, con una delle operazioni combinate con gli agenti italiani.
La notizia è falsa poiché Casimirri sbarcò a Managua provenendo da Mosca. Lo ha raccontato lui stesso nell’intervista all’Espresso, e questo è bastato ad alcuni per dire che ‘quindi’, era protetto dal KGB o dal GRU, i servizi segreti sovietici. Il fatto è che all’epoca per andare in Nicaragua non c’erano molte opzioni dall’Europa. L’Aereoflot, la compagnia di bandiera russa, aveva un volo diretto, che come tutti i suoi voli, partiva da Mosca. Non si poteva montare su un volo Aeroflot solo per una tratta esterna all’Unione Sovietica; niente di strano per chi volava verso Managua di arrivare a Mosca, e restare in transito – senza bisogno di visa – fino all’imbarco, come fece appunto Casimirri.
Dire che egli fosse stato prima in Libia aveva un valore di stigmatizzazione, allora la Libia di Gheddafi era vista come la patria dei peggiori terroristi del mondo, e come s’è detto, assieme a Cuba era considerato uno stato-canaglia, nemico mortale.

Il riquadro informativo della Fanelli conclude ricordando che a parte Casimirri, «Di tutti gli altri brigatisti, almeno undici, presenti in via Fani quel 16 marzo1978 nessuno è oggi ancora in carcere.»
I nomi non li fa, ma se non si devono contare Rita Algranati e Mario Moretti, che invece in galera ci stavano e ci stanno ancora oggi, siamo nel flou aritmetico.

La colonna di commento
L’opinione sull’intervista è intitolata ‘Parole insincere e senza rispetto per le vittime’ ed è firmata da Bianconi. Le vittime, nel corso di tutta l’intervista, non sono mai nominate, neppure indirettamente. Ma forse è proprio questo il rimprovero: ciò che le ferirebbe e indignerebbe, secondo l’autore, è ‘il modo sbrigativo col quale liquida quell’esperienza’. Eppure, nell’intervista non c’è ombra di domanda sull’esperienza passata.
Dopo un passaggio in cui si dichiara intristito per ‘il destino piccolo borghese nel quale s’è rifugiato l’ex brigatista’ (una critica proletaria?) l’illustre commentatore ritorna sul quello che Casimirri potrebbe dire, potrebbe raccontare, potrebbe spiegare. Certo, ma se la giornalista non lo chiede?
In basso, scrive che Casimirri ‘mostra di vivere senza troppe preoccupazioni’; due centimetri a sinistra, la didascalia delle immagini è intitolata ‘Vita super-blindata’. Sarebbe quella del latitante timoroso che si fa scortare, la bella vita ai tropici?
Bianconi conclude il suo sermone dicendo che da uno come Casimirri ‘ci si aspettava qualcosa di più’. Su questo ha senz’altro ragione. Ma allora perché inviare una giornalista che preferisce chiedergli se sa guidare una moto?
L’intervista precedente, all’Espresso, 12 anni prima, si conclude con una domanda sulle vittime ed il rimorso. Questa la risposta: «Un luogo comune italiano vuole che sia meglio vivere di rimorsi che di rimpianti. Io credo di essere la prova provata che non è vero. Preferirei sentire il rimpianto di non aver partecipato a un movimento politico che rispondeva alle mie ansie rivoluzionarie giovanili, e non essere alle prese con il rimorso che mi attanaglia oggi».
È dunque chiaro che Bianconi (che non è parte della schiera di dietrologi) fonda il suo discorso – un severo giudizio morale su Casimirri – sulle sole parole della Fanelli, e così facendo ne conferma la veridicità.

Considerazioni e commenti
Dopo aver raccolto così tante pulci, è tempo di dare una pettinata. Anticipando la conclusione, la risposta alla domanda d’origine, ‘è possibile che l’intervista sia stata fatta in casa?’, è un netto sì.
Il servizio di Raffaella Fanelli pubblicato da Sette non contiene un solo elemento di novità.
E l’effetto di verità, una volta scoperto che anche le foto non sono originali, si trasforma nel suo contrario. ‘ESCLUSIVO’, campeggia in rosso sull’apertura del servizio: eppure ben che vada è minestra riscaldata, i lettori di Sette si son visti servire informazioni già pubblicate da almeno tre anni, e la sola cosa che hanno in esclusiva è la scrittura dell’autrice.
Quanto alla qualità del servizio, anche se non è questo il punto centrale, è decisamente bassa. Errori e svarioni denotano una documentazione e una conoscenza approssimative.
L’intervista in senso stretto è risicata e minimalista, e colpisce proprio per la sua pochezza: domande e risposte coprono un paio di minuti al massimo, e davvero sembra uno scambio di battute al bar.
Le ‘domande scritte in fondo al nostro block notes, quelle più imbarazzanti che per giorni ci hanno tormentato sul come porle senza creare diffidenza’ (così la Fanelli, che usa il plurale majestatis) sono una dozzina, di cui tre ridondanti senza che producano approfondimenti, almeno un paio cui si può rispondere con un sì o un no, e l’ultima apertamente polemica.
Imbarazzante come domanda è certo la quinta, ‘Lei sa guidare una moto?’ Pare proprio che l’autrice si sia immaginata Casimirri come pilota della misteriosa Honda segnalata a via Fani da pochi testimoni, e che secondo tutti i brigatisti partecipanti all’azione non esisteva o comunque non era dei loro. Altrimenti perché una domanda così irrilevante, quando di questioni ce ne sarebbero ben altre, ad esempio quelle menzionate da Bianconi nel suo commento?

Alla domanda 8, sembra che il riferimento al capitano dei Carabinieri Delfino (morto da generale nel 2012) venga spontaneamente da Casimirri. Va ricordato che l’accusa di essere stato un infiltrato utilizzato da quel personaggio, assieme ad un mafioso calabrese, nasce nel 1995, dalle parole del magistrato italiano Antonio Marini. Questi disse che si trattava di una ‘ipotesi investigativa’ basata sulle dichiarazioni di Saverio Morabito, pentito della n’drangheta, ma da allora evitò sistematicamente di ricordare che l’ipotesi investigativa non aveva trovato nessun riscontro. La notizia, rilanciata dall’Unità il 16.4.1998, ha i tratti del depistaggio ed è stata regolarmente riprodotta come verità, atto fondativo di uno dei misteri del caso Moro.
Questo tipo di notizie, oltre a denigrare gli interessati che poi sono chiamati a difendersi senza sapere da cosa, serve anche ad altro: lo stesso magistrato Marini, ha raccontato alla Commissione parlamentare d’inchiesta che, grazie al fatto che «sulla stampa queste cose avevano avuto una risonanza eccezionale», gli erano servite per mettere sotto pressione i brigatisti (ovviamente non pronti a vedersi confusi con i mafiosi) e convincere Anna Laura Braghetti e Barbara Balzarani a testimoniare in aula. Nella stessa occasione, il 5.3.2015, il magistrato ha infine riconosciuto che quelle indagini «si sono concluse con un
nulla di fatto, perché erano del tutto infondate le dichiarazioni sulla presenza di Antonio Nirta.»

Alla domanda 9, sulle guardie armate, sono collegati altri elementi, nella parte finale del testo e nel legenda delle foto, e questo leit-motiv che attraversa tutto il servizio intende dipingere Casimirri come una sorta di boss mafioso con scorta armata, addirittura al plurale: ‘gruppi di uomini armati’. Poiché il buonsenso non sembra pesare (il livello di violenza in America Centrale è forse maggiore di quello in Europa, magari bastava guardarsi intorno, come Casimirri invitava a fare) procediamo di logica.
Casimirri ha subito un’aggressione (tempo dopo l’intervista) da una banda di 8 falsi poliziotti, che sono stati in seguito arrestati e processati per rapina; nel riferirne, il giornale Hoy del 1.5.2014, scrive che il ‘vigilante’ del locale venne immobilizzato per primo da un rapinatore armato di Kalashnikov. Sappiamo quindi da fonte sicura che c’era una guardia al locale, e di notte. Fa decisamente senso che se ci si deve organizzare una protezione, questa sia per la notte: quando c’è più pericolo, perché fa buio, e perché il locale è aperto. A che pro invece ‘schierare un drappello’ alle 7 di mattina? Casomai a quell’ora il turno di sorveglianza finisce. Cosa abbia visto la Fanelli non è chiaro, né è provato dalle fotografie.

Un’ultima nota sulle domande: la risposta alla domanda 3, s’è detto che Casimirri non può averla data. Controinformazione era una rivista degli anni ’70 che pubblicava anche materiali delle Brigate Rosse, ma non dipendeva da esse. Le BR avevano un ‘Fronte della controrivoluzione’ (o della controguerriglia) e delle ‘brigate’, non dei ‘gruppi’. La giornalista mette invece in bocca a Casimirri un inesistente «gruppo Fronte della controinformazione». Che Casimirri sia oltretutto anche incompetente sulla sua propria storia? Che lo abbia detto apposta per confondere? o piuttosto scempiaggine dell’autrice, errore dovuto all’approssimazione?

Bilancio
Dalla ricerca non è emerso alcun tipo prova, anche intrinseca ma definitiva, che la giornalista abbia fatto l’intervista, né che abbia incontrato Casimirri, e neppure che sia stata in Nicaragua.
Manca anche una prova definitiva del contrario, malgrado i molti elementi concorrenti che lo indicano.
Il servizio non comprende alcun contributo originale dell’autrice, come si è visto il contenuto riprende in particolare quello delle interviste dei giornali nicaraguensi, il Magazine di La Prensa del 12.8.2007 e El Nuevo Diario del 1.2.2004, rispettivamente della stampa italiana citata. Dal Magazine di La Prensa – che, si noti, corrisponde al magazine Sette del Corriere della Sera, poiché i due giornali sono paragonabili per importanza e posizione politica nei rispettivi paesi – sono state copiate tutte le fotografie più significative.
Che poi il Corriere le abbia comprate o piratate, non si sa, ma in ogni caso non ne menziona né l’autore né la fonte. Risulta possibile e verosimile che l’intervista sia stata composta. Tutti gli elementi repertoriati sopra sono stati raccolti con mezzi minimi -internet, posta e telefono – senza uscire di casa: un’operazione che chiunque può fare. Disponendo di maggiori risorse – mobilità, rete di contatti, denaro, accessi a redazioni, archivi ed emeroteche – la cosa sarebbe stata ancora più facile, e molto probabilmente avrebbe permesso di chiarire anche quei dettagli rimasti incerti.

declaracion(1)Ciò significa che, con la secca smentita di Casimirri, che ha fornito pure una dichiarazione firmata, risulta assai probabile che l’intervista non sia mai stata realmente fatta.
Finalmente, non cambia molto che la giornalista non sia mai andata in Nicaragua, o che ci sia stata senza intervistare Casimirri, o ancora che ci sia stata e come tanti suoi colleghi italiani abbia provato ad attaccar bottone al ristorante, la sostanza rimane. E del resto qui non è mai stata questione di giudicare Raffaella Fanelli, ma di passare sotto la lente d’osservazione una pubblicazione, sì che ogni lettore possa farsene un’idea.
Il mistero è (quasi) svelato.

L’impressione generale prodotta dall’excursus di letture è che l’incompetenza ed il pressapochismo abbiano gioco facile nelle memorie costruite su miti e misteri.
La buona notizia è che quelle memorie non saranno mai condivise. Appartengono solo a chi le produce e le usa.

da http://lapattumieradellastoria.blogspot.it/