La nuova questione meridionale: il lavoro schiavile dei migranti

Migrazioni a Sud Italia: è troppo tardi per le scuse

Elisabetta Dellacorte

Ci sono migliaia di lavoratori immigrati che, da un decennio e oltre, mandano avanti il settore agricolo al Sud d’Italia, in luoghi che nella storia recente, dopo la seconda guerra mondiale, videro insorgere contro i latifondisti i braccianti agricoli che rivendicavano il diritto alla proprietà della terra. Passano gli anni e per lavorare quelle terre che gli italiani non vogliono più curare arrivano migliaia di migranti, pronti a sfacchinare per noi, per far arrivare sulle nostre tavole frutta e verdura. Questo il primo apparente paradosso, un trabocchetto cognitivo che avvolge il Meridione: il lamento sul ritardo del Sud,  le emergenze ambientali sempre un po’ misteriose, pentiti, complotti, partiti defunti che continuano ad eleggere i loro finti rappresentanti, grande penuria di posti di lavoro per gli autoctoni e un fiume di soldi pubblici sprecati per tamponare la finta emergenza della disoccupazione. Sulla scena di questo teatrino il Sud fa il suo corso, i giovani disoccupati a differenza delle generazioni precedenti hanno studiato, si sono laureati non sono più disposti ad accettare lavori faticosi e sottopagati, si muovono tra lavori precari, protetti in ogni caso dalle relazioni parentali.  Così, resasi indisponibile la forza-lavoro locale, l’avvento dei migranti è stata una vera manna per gli imprenditori meridionali: i migranti costano di meno, lavorano di più, accettano lavori pesanti, si ingaggiano a giornata dribblando oneri sociali e assicurativi. Ad oliare il modello dell’Italia meridionale- che si rispecchia in quello più largo dell’Europa del Sud (King, 2000, Kasismis 2006) – contribuiscono: l’illegalità diffusa, acuita da leggi comunitarie restrittive e pacchetti sicurezza nazionali; la diversità dei luoghi di provenienza dei migranti che facilitano la concorrenza al ribasso tra persone provenienti dai paesi dell’est Europa e l’Africa;  dalla compresenza, a cui si accennava, di migranti e di altri tassi di disoccupazione o sotto-occupazione per gli autoctoni; dall’assenza di politiche di accoglienza a livello locale.
Per molti anni il sistema agricolo meridionale ha succhiato sangue da queste vite senza nome, anche se  molti sapevano delle condizioni disumane di vita dei migranti del Maghreb nel ghetto di san Nicola Varco vicino Eboli, di quelle degli africani alla Cartiera di Rosarno andata in fumo un anno fa, così come di dominio pubblico sono le notizie dei migranti presi a pistolettate, sempre a Rosarno, da due teste calde locali, o ancora gli  omicidi di Castelvolturno, senza contare le angherie quotidiane, quelle meno veicolate dai media. Inattese, invece, sono state  le rivolte dei migranti, i roghi, i cortei che hanno fatto seguito ai fatti di sangue, poi il can can mediatico, le molte promesse,  e infine di nuovo come nel gioco dell’oca il ritorno alla casella di partenza: ghetti, sfruttamento, e cattiva vita.http://www.insutv.it/blog/wp-content/uploads/2008/09/immigrati-castelvolturno-2.jpg

Tutti sanno molti non agiscono
Anche prima delle rivolte queste realtà non erano sconosciute a politici, amministratori, sindacalisti, associazioni di vario tipo, solo che per anni si è deciso di non decidere rimpallando di volta in volta le responsabilità e gli interventi, fino allo sgombro del ghetto di san Nicola Varco che, per quanto sgangherato e inadeguato, pieno di spazzatura e rifiuti, era il luogo dove questi lavoratori, dopo una giornata di  fatica, trovavano un giaciglio per dormire, un fornello per cucinare, un posto per incontrarsi a prescindere dai permessi di soggiorno. Lì, a San Nicola Varco, pochi mesi prima del recente sgombero, si  parlava di un intervento di ristrutturazione del ghetto, un gesto minimo sfumato dinanzi agli interessi economici ed imprenditoriali del ceto politico-affaristico che su quell’area intende costruire un nuovo enorme centro commerciale, l’ennesimo outlet, ovvero, un parco giochi per consumatori, il risultato di un modello di sviluppo insensato, un’ideuzza da beoti che invece di valorizzare le risorse locali, dall’agricoltura alla riconversione “sostenibile” dell’infausto settore turistico, preferisce l’outlet che in termini concreti vuol dire ingorgare ancora di più di camion, auto, merci, imballaggi la piana del Sele.
Per fare questo devono far sparire il ghetto e i migranti. Nella seconda settimana di novembre 2009 interviene la polizia sulla base della dubbia motivazione dell’emergenza ambientale, ma il raid non riesce poiché  la maggior parte delle potenziali prede si dilegua.
Le centinaia di lavoratori migranti, circa millequattrocento, per non farsi trovare all’incontro con i celerini e la carcerazione scappano; e vengono spinti così al vagabondaggio nelle fredde notti novembrine alla ricerca di alloggi di fortuna nei campi o nelle serre. Paradossalmente, per risolvere un’emergenza se ne crea un’altra, che presenta tratti ben più feroci delle temute epidemie,  utili ai politici e ai prefetti per argomentare lo sgombero. A distanza di due settimane, chi è stato o vive in zona sa che i  migranti continuano a lavorare come sempre, anche perché sono indispensabili, poiché senza di loro il settore agricolo entra in crisi nel giro di pochi giorni; certo sono più timorosi, si fanno vedere meno in giro perché la caccia al migrante continua, tanto che gli imprenditori per imbrigliarli nuovamente hanno raddoppiato il salario giornaliero da 25 a 45 euro. Per assurdo l’operazione di sgombro ha fatto temporaneamente levitare i magri salari.

La piana del Sele
Spostandoci dalla piana del Sele a Rosarno, nella Calabria meridionale, la situazione non cambia di molto. Nella piana tra Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando, circa duemila migranti vivono in condizioni disumane; altri crocifissi viventi, per dirla con l’efficace immagine usata da don Vitaliano della Sala. Anche a Rosarno la presenza dei migranti indispensabili al settore agricolo non è un fenomeno recente, non sono arrivati ieri, ma negli anni ’90, quindi di tempo per riflettere e agire ce n’è stato, ma  visitando i posti in cui vivono, ad esempio le Rognette in centro a Rosarno o gli stabili Arssa sulla statale di fronte all’inceneritore, si apre uno scenario inquietante: centinaia di persone  accampate in stabili che cadono a pezzi; alcuni dormono in piccole tende, altri direttamente nei silos e altri ancora in quel che resta dei magazzini. Alle Rognette, invece, i migranti hanno occupato un vecchio edificio senza tetto e lì vivono in baracche di legno e cartone coperte dalla plastica, tra fango e rifiuti. Sia nel ghetto dell’Arssa che alle Rognette i bagni sono stati costruiti dai migranti all’aperto: una fossa circondata da grossi pneumatici. “Meglio la vita in Africa”- dice un ganese che ci abita. Certo la forza della disperazione non manca e quindi a partire da quelle condizioni inumane, rispetto alle quali chi dovrebbe e potrebbe intervenire ha deciso di chiudere gli occhi, i migranti si sono organizzati, qualcuno ha messo su un recinto per le pecore e uno per  i polli, un piccolo negozietto che vende cibi in scatola e cose per la vita quotidiana. Ma detto questo, dopo aver elogiato la capacità di resistenza di queste persone, rimane il fatto che la situazione di Rosarno in Calabria, come pure quella di Eboli in Campania, mostrano la volontà istituzionale di non intervenire, di lasciare tra color che son sospesi migliaia di persone.

Il mercato delle braccia a Rosarno e la concorrenza tra poveri
Al mattino, tra le cinque e le sei, i migranti si fanno trovare sulla strada che da Rosarno porta a Gioia Tauro, aspettando che qualcuno passi per dargli una giornata di lavoro, 25 euro al giorno per 8 o più ore a secondo del caso, oppure a cottimo 1 euro a cassetta – 3 euro li pagano a chi li accompagna in auto o pullman sul posto di lavoro. Altri, invece, quelli più fortunati finiscono nel settore edile, ma da alcuni anni, dopo l’ingresso della Romania in Europa, gli uomini rumeni sono diventati i diretti competitori degli africani sia in agricoltura che nelle costruzioni. Per le donne provenienti dall’Europa dell’est le cose vanno meglio: sono presenti nei lavori di cura alle persone anziane e alle famiglie, senza competizione, almeno per adesso. “Not work” è il refrain che molti ripetono, ed è anche il conto che la crisi presenta,  alcuni hanno perso il lavoro al Nord d’Italia e non riescono a trovarne un altro al Sud. L’Italia l’hanno girata per anni nei circuiti stagionali della raccolta nel settore agricolo o in quello edile e continuano a muoversi tra  le difficoltà e le possibilità che di volta in volta si aprono. Alle spalle hanno lasciato i loro paesi e le loro vite di prima, alcuni sono rifugiati per motivi umanitari; sulla loro pelle i segni delle torture fisiche e nei ricordi di alcuni la vita lasciata alle spalle, i percorsi universitari interrotti: matematica, letteratura inglese, conoscenze riposte ai margini di questa nuova condizione di vita che li “accoglie” solo come lavoratori manuali, artigiani totali, utili sì, ma ospitati in modo ostile e degradante. Certo la storia, come si sa, procede dal lato del male, e da qui in poi le responsabilità sono comuni.

Il danno e la beffa dei fondi pubblici
Al danno si somma la beffa se si pensa che a Rosarno non è stata ancora trovata una soluzione abitativa decente per i lavoratori stagionali che, così come quelli del tavoliere delle Puglie, della piana del Sele e di Scafati in Campania, da anni vivono nei ghetti del disprezzo.  Intanto, qui la beffa – a segnalarlo è Antonello Mangano in un articolo disponibile on line “Migranti, Rosarno schiavi in un  mare di soldi”- c’è un giro di fondi pubblici già destinato o da destinare all’accoglienza, in uno scenario in cui a beneficiare degli interventi non sono i migranti bensì gli autoctoni, in competizione, anche loro, per la spartizione delle risorse. Gli effetti sono nulli dal momento che le condizioni abitative e di vita dei presunti beneficiari non cambiano.  Quando si cerca di capire quali origini ha l’immobilismo rispetto a situazioni come la Roghetta o il ghetto dell’Arssa, spesso dal cappello dell’interlocutore sbuca il vecchio ritornello della malavita: se non si fa nulla è per la ‘ndrangheta, la camorra, e via così, si tratta di un paravento comodo per ogni stagione o fazione politica: se mancano acqua, luce e bagni è colpa del potere mafioso non di quello istituzionale.
Ma dopo aver fatto un giro tra Eboli e Rosarno ci si dovrebbe confrontare con il principio di realtà. Gli errori percettivi non sono una colpa, tutti a volte possiamo innamoraci o nasconderci dietro un’idea sbagliata credendo che sia quella giusta, quella che mette meglio in luce la situazione, ma dopo il confronto con la realtà, quella fatta di carne e sangue, di presenza e non di virtualità, ci si accorge che  forse quelle analisi sono leggermente sfuocate; e in questo non c’è niente di male, basta non impuntarsi, confrontarsi e rivederle. Dal confronto con il reale emerge bene la grande capacità adattiva di chi gira da un campo all’altro nelle stagioni di raccolta; e un’ostinata abilità nel tirar sangue dalle rape. Questo in presenza di una politica governativa che continua a produrre clandestini utili per il lavoro nero. Se da decenni, in particolare al Sud, i comuni non sono stati in grado di pianificare e organizzare dei sistemi di accoglienza dignitosi per questi utili lavoratori non è per colpa della malavita ma per la brutta abitudine di decidere di non decidere, usando di volta in volta l’alibi dei poteri mafiosi o della clandestinità: “si può  fare qualcosa solo per quelli regolari” è l’altro refrain istituzionale. Così come non mancano altre fandonie più creative, come quelle dell’assessore alle politiche sociali della ricca Cosenza che, per giustificare la totale assenza d’invertenti in un campo rom, dove tra cumuli di spazzatura e topi, senza luce, acqua e bagni vivono circa 250 persone, ha detto che stava aspettando l’apertura di una sede del consolato rumeno in città, ma come si sa il consolato non ha competenze di tipo territoriale, per cui parlare con l’assessora è stato come andare al pronto soccorso con un principio d’infarto per  sentirsi dire dal cardiologo aspettiamo che passi il giro d’Italia, un non senso.

Dal  White Christmas al Big Hug
Certo, in questo giro di vite non mancano le anime belle, quelle che senza chieder niente in cambio ogni domenica si danno da fare per offrire un pasto caldo, o un piccolo riparo affettivo; quelli che nel vedere vite ridotte in sofferenza si rivoltano, ma rimane il fatto che per decenni la logica è stata quella dell’emergenza, dei raid punitivi e degli allontanamenti. In questi giorni a Rosarno, comune che come Gioia Tauro e San Ferdinando, è commissariato per infiltrazioni mafiose, i prefetti stanno pensando l’ennesimo intervento tampone, fatto di container, bagni chimici e un po’ di soldi da spendere per rattoppare un sistema al collasso. E’ l’ennesima ipocrisia della politica del rifiuto che sotto Natale distribuisce qualche coperta, ma non assicura l’assistenza sanitaria, l’acqua calda, la luce, un’abitazione che si possa dire tale e, soprattutto, la libertà di restare o andare. Eppure di soluzioni ce ne sarebbero, la Calabria è punteggiata da paesini spopolati; e allora si potrebbe fare come a Riace in Calabria, o come stanno cercando di fare a Sicignano, Laviano, Contursi in Campania dove la soluzione proposta è stata quella di mettere a disposizione alcune case vuote per rifugiati e i migranti, utilizzando i fondi in modo sensato. Ancora, sul fronte delle università si potrebbero facilitare e non osteggiare la ripresa dei percorsi universitari interrotti.  Come dire, contrapporre al folle White Christmas – il bianco natale dei bianchi che coglie l’occasione per  allontanare i clandestini così come vuole il sindaco leghista di Boccaglio – un Big Hug, un grosso abbraccio solidale dal caldo Sud, per cambiare il corso di una brutta storia fatta di esclusione e disagio, che negli anni a venire pagheremo con odio e disprezzo. Per chiudere senza concludere tocca segnalare che tra pochi giorni, lunedì 30 novembre, si terrà a Cosenza la prima Conferenza regionale sulle migrazioni, a cui parteciperanno Perugini, il sindaco di Cosenza, Oliverio, il presidente della Provincia, e Loiero, il governatore della Regione, insieme ad altri studiosi, analizzeranno il caso migrazioni e chissà come potranno giustificare i ritardi e le omissioni quando è già troppo tardi per le scuse.

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