Mentre in carcere si muore il Parlamento tergiversa

Nuovo suicidio al Bassone di Como. Il ddl sui domiciliari ancora al palo

Paolo Persichetti
Liberazione 7 maggio 2010


Mentre in carcere si continua a morire governo e parlamento proseguono il loro balletto attorno al provvedimento legislativo che dovrebbe consentire un parziale sfollamento degli istituti di pena prima che l’arrivo del caldo estivo scateni situazioni ingovernabili. In dodici regioni – secondo i dati forniti dal sindacato autonomo di polizia penitenziaria – le carceri hanno già fatto registrare il tutto esaurito superando non solo il limite massimo di presenze previsto ma anche la stessa soglia di «tollerabilità», espediente che aveva permesso di estendere questo limite.
In Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, oltre che in Emilia Romagna, Friuli, Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Marche, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Veneto siamo armai all’intollerabile. Col passar delle settimane tuttavia, tra effetti d’annuncio, retromarce, rinvii e polemiche, c’è sempre maggiore incertezza sul contenuto effettivo delle norme che saranno varate. Intanto nell’attesa siamo arrivati al ventiquattresimo suicidio dall’inizio dell’anno. Ieri si è appreso da fonti penitenziarie che nella casa circondariale Bassone di Como un altro detenuto si è ucciso impiccandosi con i lacci delle scarpe. Si chiamava Erando De Magro, era nato a Cosenza ed aveva 57 anni. L’uomo aveva problemi di tossicodipendenza. Con quest’ultimo decesso salgono a 100 i detenuti suicidi negli ultimi 18 mesi.

La truffa dei domiciliari
La farsa sul ddl Alfano è cominciata subito dopo l’ultima tornata elettorale. Forte della vittoria alle regionali, di fronte alla prospettiva di un ciclo di tre anni di governo senza scadenze elettorali alle porte, sotto la pressione dei vertici del Dap e il malumore dei sindacati penitenziari timorosi d’affrontare un’estate con oltre settantamila detenuti, di fronte all’allarme lanciato da tutti gli operatori del settore carcerario, a ridosso della rivolta che in quei giorni si era scatenata nel carcere di Fossano, presso Cuneo, il governo ha rilanciato in commissione Giustizia della Camera il ddl che consente l’ammissione alla detenzione domiciliare per i condannati con una pena residua inferiore ai dodici mesi, con l’ormai consueta esclusione dei reati con pene più pesanti (mafia, violenza sessuale, omicidio, estorsione, rapina e di natura politica, terrorismo internazionale, associazione sovversiva, banda armata e altre infrazioni gravate dall’articolo 1 della legge Cossiga), e la sospensione del procedimento penale in cambio della “messa in prova” in attività socialmente utili per chi è accusato di un reato punibile con una pena fino a tre anni di reclusione.
Il sottosegretario Caliendo aveva snocciolato le cifre, «10.741 detenuti presenti in carcere per scontare pene inferiori ai 12 mesi così suddivisi: 5.694 italiani, 790 stranieri comunitari, 3.987 extracomunitari di cui 2.936 in possesso di una residenza o domicilio». La richiesta di approvazione della legge direttamente in commissione riunita in sede deliberante è subito saltata a causa dell’opposizione dei giustizialisti dell’Idv, della Lega e del pavido collaborazionismo del Pd.
Il 18 aprile, durante una conferenza stampa, il presidente del consiglio Berlusconi è ricorso ad uno dei suoi consueti effetti d’annuncio promettendo un provvedimento d’urgenza tramite decreto legge per introdurre da subito almeno la norma sulla detenzione domiciliare. Da allora sono passati due consigli dei ministri senza che sia accaduto nulla. Nel frattempo il Pd sembra aver corretto la sua posizione e la commissione ha proseguito consultando gli operatori del settore: camere penali, magistrature di sorveglianza, prefetti.
Ma col passar dei giorni i circa undicimila detenuti che avrebbero dovuto usufruire del provvedimento si sono via via assottigliati a causa dei sempre nuovi limiti introdotti. Non è più chiaro quanti potranno usufruire realmente della legge, quando e se verrà mai approvata. Le cifre si accavallano, meno di 4 mila, forse 8 mila. Ognuno spara la sua. Certo è che i detenuti stranieri avranno difficoltà a presentare un domicilio. Addirittura c’è chi ha ipotizzato l’invio nei Cie. Praticamente tutto si risolverebbe in un cambio di cella dove la permanenza sarebbe assicurata per altri sei mesi, come prevede la legge Maroni. E proprio Maroni ha attaccato duramente «l’indulto camuffato». Il ddl Alfano sembra ostaggio delle divisioni interne al centrodestra. Peggio ancora hanno fatto le magistrature di sorveglianza opponendosi drasticamente ad ogni meccanismo di concessione automatica dei domiciliari, rivendicando a se ogni decisione. Se questa obiezione venisse accolta, il provvedimento diverrebbe inutile.
I tribunali disapplicano da tempo le norme della Gozzini, fornendo il loro significativo contributo al sovraffollamento. Giovanardi, coautore con Fini di una delle leggi che sono a causa del sovraffollamento carcerario, aveva proposto il ripristino della prevalenza delle attenuanti per ridurre l’entità della condanne contro i tossicodipendenti. Non se ne è saputo più nulla. Ieri ha proposto l’invio in comunità invece che in carcere. Ma non ci sono posti.
La verità è che la tossicodipendenza non dovrebbe essere un reato.

Link
Cronache carcerarie
Detenzione domiciliare, tutto il potere ai giudici
Carceri, la truffa dei domiciliari: usciranno in pochi

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