Esilio e castigo (uno), rubrica contro le estradizioni

Parigi 1992

La retata degli esuli dei giorni scorsi e il grande battage mediatico che l’ha seguita mi ha riportato in mente numerosi episodi della mia esperienza personale indissolubilmente legata agli undici anni vissuti a Parigi come rifugiato. Conosco personalmente sette delle dieci persone per cui è stata richiesta l’estradizione, tanti momenti ho condiviso con loro. Capirete quanto voglia loro bene, quanto sia legato alla loro sorte. Questa vicenda mi ha riportato alla mente diversi episodi. Oggi ve ne racconto uno legato agli anni di carcere seguiti alla consegna straordinaria alle autorità italiane dell’agosto 2002.
Quando maturò il tempo dell’accesso ai primi permessi che ovviamente non ottenni, il magistrato di sorveglianza del carcere di Viterbo per prima cosa chiese informazioni a varie questure d’Italia per sapere cosa avessi fatto negli anni, per lei oscuri, di «sottrazione alla pena» – come li definiva.
Ovviamente avevo spiegato agli operatori del trattamento, quelli che secondo quanto recita l’ordinamento portano a termine «l’osservazione scientifica della personalità» (non ridete e non vi impressionate), quello che era stata la mia vita in Francia. L’avvocato aveva raccolto anche la documentazione sugli anni di lavoro in una scuola di formazione continua, dove facevo alfabetizzazione della lingua italiana, l’unico permesso di soggiorno ottenuto, valido un solo anno e il percorso universitario fino al dottorato e al posto di ricercatore e insegnamento raggiunto nel 2001 a Paris 8.
Il magistrato tuttavia non era persuaso, non ci credeva, era molo diffidente. Non era possibile che non avessi commesso reati, che so, fatto rapine, sequestri, traffici o altri illeciti per vivere. Così pensò di chiedere alle questure di mezza Italia informazioni sulla mia persona. Domandò a quella di Torino, dove avevo sostato poche ore quando venni ricondotto in Italia. A Torino c’ero stato ventenne, qualche giorno a trovare una ragazza con cui avevo avuto una breve storia. Poi Bologna, perché in Italia ero stato riportato proprio per iniziativa di quella procura che mi voleva implicato nella vicenda Biagi. Anche lì c’ero stato a sedici anni grazie ad una vacanza di scuola. Niente, nessuna di queste questure aveva notizie sulla mia persona. Vuoto assoluto. Il giudice si innervosì molto, ma come? Allora chiese tramite Interpol informazioni alla polizia francese. Uscì fuori solo la notizia che avevo partecipato ad una iniziativa pubblica nella quale veniva presentato un libro scritto insieme a Oreste Scalzone e niente più. Il giudice non si capacitava proprio. Com’è possibile che non risultino informazioni. Chiese ancora e l’Interpol non rispose più. L’attesa inutile di una risposta che non poteva venire fu un ottimo espediente per bloccare l’iter del permesso e ritardare la risposta, che alla fine dopo un paio di anni fu – come era scontato – negativa.
Per quel magistrato l’assenza di rilievi della polizia sulla mia persona non era una informazione rassicurante ma l’esatto contrario. Si trattava ai suoi occhi di una prova della mia clandestinità, di una esistenza celata, di chissà quali rapporti e contati oscuri che andavano disvelati. Dovevo parlare, dovevo raccontare, dovevo chiarire il mistero che circondava la latitanza. Nella sua testa si agitavano fantasmi.

Se dietro le Br c’erano i servizi, perché Moretti sta ancora in galera?

Frank Cimini, Il Riformista 6 aprile 2021

Mario Moretti fu arrestato il 4 aprile del 1981. Quindi sono 40 anni precisi precisi che dorme in galera da molto tempo semilibero ma comunque detenuto notturno. L’anniversario di quelle manette è l’ennesima occasione che il festival della dietrologia non si lascia scappare. Basta sentire le parole che Gennaro Acquaviva all’epoca del sequestro Moro capo della segreteria di Bettino Craxi ha consegnato in questi giorni a Walter Veltroni che sul Corriere della Sera ci prova sempre a rievocare “i misteri”.
«Non so chi, non so come, ma sono certo che le Brigate Rosse sono state manovrate presentemente dal Kgb. L’infiltrazione sovietica nell’area della protesta violenta era evidente. Nel gruppo romano non lo so non credo, ma nelle Br in genere penso di sì. Bisognerebbe chiedere a Moretti».
Eccoci, un esponente del partito della trattativa insieme a un erede del partito della fermezza per ribadire quello di cui negli atti processuali non si trova traccia. Ma a Mario Moretti tutti o quasi continuano a chiedere la verità quella che lui ha sempre detto a cominciare con il libro intervista a Rossana Rossanda e Carla Mosca che gli chiedevano in che modo lui reagisse al sospetto di ambiguità e trasversalità.
«Ah, con molta serenità e molta tranquillità nel senso che io mi rendo conto che attraverso questa accusa si vuole colpire l’idea dell’autenticità delle Brigate Rosse. La tesi che siano state manovrate dall’esterno è una tesi cara a chi non può sopportare l’idea che in questo paese si siano svolti dei fatti, delle iniziative, si siano giocati dei progetti politici esterni ai giochi di palazzo. Queste illazioni non meritano alcuna considerazione» è la posizione di Moretti che finora nessuno è stato in grado di scalfire concretamente.
Anche se la dietrologia non vuole demordere. Ci sono carriere politiche e giornalistiche costruite sui falsi misteri del caso Moro. Sempre in questi giorni il figlio del capo della scorta di Moro, Domenico Ricci, intervistato da Adnkronos è tornato a intimare a Moretti di “dire la verità”.
Non resta che stare ai fatti. Nel caso Moretti avesse intrallazzato con servizi segreti e potenze straniere non dormirebbe ancora dopo 40 anni in una cella del carcere di Opera.
Il paese anche dopo così tanto tempo rifiuta di fare i conti con quello che fu un fenomeno squisitamente politico perché evidentemente ha paura della propria storia. Al punto da non voler prendere atto che Moretti condannato a sei ergastoli ha pagato per le sue responsabilità e dovrebbe dopo quarant’anni essere scarcerato. Avrebbe pieno diritto alla liberazione condizionata che lui non chiede perché non vuole evidentemente relazionarsi con chi in pratica con la dietrologia gli nega identità politica. Sentirsi rivolgere sempre lo stesso sospetto per uno che sta dentro dal 1981 è se possibile peggio dei sei ergastoli che gli hanno dato i giudici.
In libreria da pochi giorni c’è un saggio “Brigate Rosse: un diario politico” curato dalla ricercatrice Silvia De Bernardinis. Un rendiconto critico e autocritico della storia delle Br a opera di alcuni dirigenti e militanti. Ribadisce il saggio, che dietro le Br c’erano solo le Br.

The most up-to-date historiographical research about the Red Brigades

Marco Clementi, Paolo Persichetti, and Elisa Santalena. Brigate rosse: Dalle fabbriche alla «campagna di primavera». Volume I. Roma: DeriveApprodi, 2017. 512 pp; 23.80 €. ISBN: 978-88-6548-177-6

Acknowledgement: the Version of Record of this Manuscript has been published and is available in Terrorism and Political Violence, 7 January 2021, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/09546553.2021.1864972

Reviewed by Marco Gabbas, University of Milan, Milan, Italy
gabbas_marco@alumni.ceu.edu

With this volume – which is only the first of a multi-volume work – Marco Clementi, Paolo Persichetti and Elisa Santalena gave a crucial contribution to the understanding of a topic as difficult and complex as the history of the Italian Red Brigades (or BR). The three authors consulted a quantitively and qualitatively impressive amount of sources, which go from court records to the records of public investigating commissions; from police and carabinieri sources to those of the secret services; from memoires to interviews to those directly involved. This fundamental volume is certainly bound to remain the definite text on the topic for the forthcoming years.
The merits of this work are evident since the setting the authors clarify in the introduction. One first, important merit is giving Italian “armed struggle the dignity of a study subject.” This dignity, as the authors highlight, has been often denied especially in the cultural area of the Italian Communist Party (PCI). This cultural area has in fact produced over the years many “pamphlets written by essayists with a more than dubious methodology” (6). A second important merit is certainly giving a strong blow to the many conspiracy theories which are sadly still frequent in the discussion of the history of the Italian Red Brigades. In this case also, the authors underline the responsibility of the PCI in giving legitimacy to these theories, which go from labelling the BR “fascist provocateurs” to alleging the involvement of foreign secret services (KGB, CIA or Mossad, depending on taste). In fact, even though such theories existed since the beginning of leftist armed struggle in Italy, there was a “watershed in 1984, when the PCI [, which was] in a strategical crisis after the failure of the historical compromise [with the Christian Democratic Party] […] distanced itself from the majority motion” of the Parliamentary Investigating Commission on the abduction of Aldo Moro. The authors highlight that fighting against conspiracy theories is a lost battle since the beginning. However, they concretely help those who wish to tackle the matter seriously, from a historical point of view.
One third important merit is the authors’ courageous interpretation of the BR phenomenon. In fact, the three authors avoid comfortable explanations, and clarify that the Italian Red Brigades were not “the illegitimate child but an integral part – though a minority – of a decade-long clash whose existence few have admitted in Italy” (12). The authors painstakingly scanned the history of the birth of the Red Brigades, highlighting that they were born in large Northern Italian factories, and reconsidered the importance of the intellectual contributions coming from Trento and Reggio Emilia. The BR were an organization, then, which was born in factories and which could grow thanks to “workers’ opacity,” a concept developed by the British scholar Edward P. Thompson which the three authors relevantly apply to the case of the Red Brigades. Remarkably, this concept was used even by Giuliano Ferrara – who at the time was a leader of the Turin section of the PCI – to describe this phenomenon (56). The authors paint a realistic and merciless portrait of the Italian extra-parliamentary Left, which was fluid and magmatic. The BR were only one of many organizations – though it certainly was the most dangerous and long-lasting – which could be an arrival or a starting point for many militants, who were strongly convinced violence was necessary.
Fourthly, the authors give us new insights on the abduction of Aldo Moro by painstakingly analysing the stance of the PCI. According to the authors, Moro was not insane while being held by the BR, but sought a rational and strategic way to reach a compromise between the BR and the state, so that his life could be spared. The solution was not found, because Moro clashed against a rubber wall in which the PCI had a fundamental importance. The authors talk about “rigor mortis” (436-440) referring to the opposition of the PCI to any negotiation. They sketch a party which was prey of a rigid realpolitik, and which was more interested in saving its presence in the government than in saving Moro’s life. Certainly, the PCI acted in a certain way also because it was anxious to be recognised as a credible interlocutor by the Italian business world and by the United States. PCI representative Giorgio Napolitano played a crucial role in building links with “American friends” (417-435).
Fifthly, the authors make an incredibly detailed description of anti-BR strategies, highlighting a crucial factor which has been largely neglected so far, that is the fundamental use of torture which helped the Italian state to defeat the BR. In fact, the use of torture – which was at first episodic, but which became more and more systematic after the Moro case – was fundamental to extort information on locations and individuals which fundamentally contributed to the state’s victory. In particular, the book tells the case of Enrico Triaca, one printmaker of the BR who was subject to waterboarding (500-511).
By way of conclusion, all scholars and concerned readers cannot but thank the authors for their excellent work. We all wait for the second volume.

Pour et autour de Sante Notarnicola (1938-2021)

lundimatin#281, le 29 mars 2021

Sante est décédé le 22 mars 2021 suite à une infection post-Covid. Son livre l’Evasione impossibile dans ses premières éditions, Feltrinelli pour l’Italie en 1972 et les éditions d’en bas pour une version francophone en 1977 sous le titre La révolte à perpétuité, nous avait bouleversés, mais les retombées en France furent minces pour plusieurs raisons. La composition sociale des prisons s’avérait fort différente entre les deux pays, alors pourtant qu’ils formaient l’épicentre de la plus récente tentative d’insubordination prolétarienne, tout en n’étant pas limités par cette stricte dimension puisqu’elle revêtait déjà des caractères de ce qu’on pourrait appeler une révolution à titre humain.

En effet, en France, la plupart des participants à Mai 68 échappèrent à la prison ou, quand ils furent arrêtés pour des faits de droit commun, ne se déclarèrent pas prisonniers politiques (cf. le procès de la « bande des Tables Claudiennes » à Lyon où le procès de Raton et Munch, « trimards » accusés d’avoir conduit le camion qui aurait tué le commissaire Lacroix à Lyon le 24 mai sur le pont Lafayette). D’une façon générale, au début des années soixante-dix, la question du banditisme social ne se pose pas en France. Les maoïstes de la Gauche prolétarienne ou les trotskystes de la JCR arrêtés sont des militants politiques qui se revendiquent comme tel et même dans le milieu issu de « l’ultra gauche » les positions sont peu claires comme on a pu le voir au moment du soutien (ou non) au MIL de Puig Antich et de ses camarades. Pendant que certains soutenaient une défense nécessairement politique, quelle que soit la position qu’on puisse avoir vis-à-vis de la lutte armée, et publiaient une brochure [1]

[1]  – Cf. « La guerre civile en Espagne, 1973 : Violence… pour l’expliquer, d’autres, plus que réservés, tenaient le discours comme quoi il n’y avait pas plus de raison de les défendre eux particulièrement plus que les autres prisonniers (de « droit commun ») condamnés tout aussi lourdement. En France les luttes dans les prisons et particulièrement sur les QHS virent bien émerger quelques figures (Charly Bauer, Jacques Lesage de La Haye, Roger Knobelspiess), mais ces dernières restèrent quelque peu isolées. Malgré des révoltes sporadiques, la formation du CAP et l’action d’individus comme Serge Livrozet, elles ne prirent pas une dimension véritablement collective. Et ainsi elles sont restées tributaires de la résonance que leur donnaient des « avant-gardes externes », pour parler comme les italiens, plus ou moins spécialisées surla question des prisons. Pendant ce temps, il en était tout autrementen Italie avec l’entrée incessante dans les prisons de protagonistes d’une insubordination de plus en plus criminalisée, qu’elle provienne des jeunes ouvriers ou étudiants ou encore des emarginatiet autres disocupati. Cela produisait un brassage et une nouvelle composition sociale de la prison qui posait concrètement et non pas simplement sur le plan des principes, la caducité de la distinction entre prisonniers politiques et prisonniers de droit commun. Par là même, elle offrait la possibilité d’une lutte autonome dans les prisons venant s’insérer dans le mouvement plus large de « l’autonomie italienne », en lien avec elle donc, mais sans que le sens du lien soit univoque. Sante en fut une des expressions, les NAP une autre. C’est de cette expérience que nous avons essayé de rendre compte ici en quatre fragments dans cet hommage à une figure marquante des luttes de l’époque.

JW

La révolte à perpétuité

Outre l’intérêt intrinsèque de l’expérience prolétarienne et révolutionnaire racontée par Sante Notarnicola, c’est sans doute la première fois qu’était posée concrètement l’indistinction entre prisonniers de droit commun et prisonniers politiques qui allait imprégner les vingt années qui suivent en Italie. Était questionnée aussi la question de ce que Marx appelait le lumpenprolétariat, mais qui, dans les années 1950-1960 en Europe, relevait plutôt d’un sous-prolétariat auquel il n’y avait aucune raison d’appliquer le vocable méprisant de Marx. Le lumpen principalement composé au XIXe siècle de ceux qui, individuellement, ne voulaient pas devenir prolétaires avait en effet laissé place au siècle suivant à la masse de ceux qui ne pouvaient éviter de « tomber » massivement dans le prolétariat. Ce fut par exemple le cas des immigrés de l’intérieur et particulièrement ceux du sud de l’Italie, dont Notarnicola (né près de Tarente, dans les Pouilles) était un exemple parmi d’autres. Sante se mêle très tôt à la vie turinoise contrairement à certains Méridionaux fonctionnant en vase clos. Il y écrit ses premières poésies : Aujourd’hui l’été s’en est allé ; des douces couleurs seul demeure le jaune violent des feuilles moribondes. Tu t’en es allé avec l’été et je suis resté seul à compter les feuilles qui tombent.

Il vit ensuite la vie des militants ouvriers de base sans formation particulière autre que trois livres de littérature imposés, dont Le talon de fer de Jack London et Histoire du parti bolchévique de l’URSS de Staline. Aucun écrit de Marx, mais une formation forgée dans les réunions et discussions. C’est là que naît son amertume par rapport aux fonctionnaires du Parti sans rapport à la base, mais sans qu’aucune alternative ne lui apparaisse. Clairement, la révolution était remise à plus tard et même la lutte quotidienne contre les fascistes était mise sous le boisseau. Fonder un autre parti à la fin des années cinquante apparaissait impossible, restaient les actions exemplaires de résistance en référence à Cafiero (« La plus grande infamie est l’inaction » (p. 61) et sur le modèle des GAP (groupes d’action patriotique) de la Résistance (Danilo, l’un des membres du groupe y avait participé). Un petit groupe s’est formé à Turin qui entre peu ou prou dans la clandestinité et se procure des armes rudimentaires. La haine contre les gardiens de la Fiat cristallise la haine de classe de l’époque et l’usine devient la cible. Les actions à venir constituant les prémisses de la future lutte armée, mais pour Piero Cavallero, autre membre du groupe, il s’agissait dans l’immédiat de produire « l’éclat du défi » (op. cit., p. 68). Dès la première attaque (le 15 mai 1959) pour s’emparer de la paye du tour de nuit, les journalistes et politologues notent un changement stratégique avec ce qu’ils appellent la naissance d’un banditisme social, d’une guérilla nouvelle. L’action avait aussi produit un choc, aussi bien parmi les camarades qui s’y opposaient — pour le parti communiste italien et les syndicats qui ont participé aux gouvernements d’unité nationale dès la Libération, il n’était pas question de tolérer des comportements qu’on dirait aujourd’hui inappropriés — que parmi ceux qui étaient convaincus de son bien-fondé.

La révolte de Piazza Statuto en juillet 1962 va produire un deuxième coup de semonce d’une tout autre ampleur. Elle voit l’affrontement violent entre ouvriers et policiers d’une part et ouvriers et syndicats d’autre part (un local de l’UIL, l’équivalent de FO est attaqué). Toute la gauche traite alors de fascistes les manifestants. Pour Notarnicola, la désillusion est telle que s’impose à nouveau le passage à l’action individuelle. Ce ne sera plus la Fiat l’objectif principal, mais les banques qui « sont le symbole du capitalisme financier, des monstres anonymes et puissants » (p. 102). Mais peu à peu le groupe s’effrite du fait de motivations très différentes entre ceux qui, finalement, à travers les hold-up veulent faire de l’argent et ceux pour qui ce n’est qu’un moyen de financement pour s’organiser politiquement. Et même cette dernière motivation va avoir tendance à se perdre en route quand, pendant les quatre années suivantes, ce fut « cette activité frénétique et illégale qui nous fit perdre à tous le projet initial, qui nous amena petit à petit à tout réduire à un défi mortel entre la police et nous, qui nous poussa dans une clandestinité confinant à la paranoïa et nous détacha des amis et de nos camarades » (p. 112). Après une énième attaque de banque (la vingt-troisième) à Milan en 1967, les membres du groupe sont arrêtés. Après quelques mois de prison Sante participe à sa première mutinerie au son de « À bas les codes fascistes » (le code Rocco) et est aussitôt désigné comme délégué par les mutins pour discuter avec l’administration. Le modèle est l’unité ouvrière qu’il propose d’appliquer pour les prisons en reprenant Bandiera Rossa. C’est à ce moment qu’il rencontre Riccardo d’Este, ancien de Classe operaia, puis de Ludd et Comontismo [2]

[2]  – … et enfin de Temps critiques dans les années 90… , Eddy Ginosa libertaire à la fois proche des situationnistes et de la revue Invariance et Andrea Valcarenghi qui allait fonder la revue underground Re Nudo. Avec l’automne chaud et les nombreux emprisonnements qui s’ensuivent se pose concrètement la question de la distinction politiques/droits communs or devant un gouvernement qui, en 1970, décide l’amnistie pour les politiques, les droits communs de plusieurs prisons se lancent dans des mouvements de grève de la faim et tout à trac se déclarent « prisonniers politiques » puisque l’État et l’administration pénitentiaire ne veulent pas céder. « Le mouvement des prisons était en train de naître » (p. 163). Les liens se tissent avec Lotta Continua qui commence, à l’époque,son travail spécifique sur les « damnés de la terre ». Le mot d’ordre est aussi bien à l’intérieur qu’à l’extérieur : « On ne change pas la prison, on la détruit (p. 176). Un slogan qui inspirera aussi les Noyaux armés prolétariens (NAP) actifs à partir de 1974.

Les élections de 1972 approchant, une initiative politique est prise pour une campagne pour le droit de vote en prison. Elle provoque la critique de certains groupes des « avant-gardes externes [3]

[3]  – Dans sa lettre du 8 avril 1972 de la prison de Lecce…  », mais son sens était à la fois symbolique et pragmatique en tant que soutien à Pietro Valpreda alors détenu et qui se présentait sur les listes du parti radical.

À son procès en appel, il resitue son parcours dans une sorte d’autocritique : « Pour ma part je me suis rebellé contre cet état de choses dès l’âge de quatorze ans. À un certain moment de mon existence, quand j’ai accepté de faire le bandit, j’ai donné à cette rébellion une forme erronée, j’ai confondu lutte révolutionnaire et révolte individuelle en faisant ainsi le jeu de la classe dominante à qui appartient la logique de la violence et de l’oppression… » (p. 188). C’est cette « révolte à perpétuité » qu’il faut retenir, par delà ce retour à une certaine orthodoxie militante, l’absence de critique de la Chine quand, à son procès en appel, Sante énonce qu’il n’y a que cinq cents prisonniers en Chine maoïste ou encore quand il fait référence de façon laudative au Que faire de Lénine dans son texte sur les « damnés de la terre ».

JW

Un livre indispensable [4]  – Introduction d’Erri de Luca à la seconde édition de…

Ce livre de Sante Notarnicola est paru en 1972 édité par Gian Giacomo Feltrinelli. Cette année-là, l’un a explosé accroché à un pylône, l’autre était en prison depuis 1967.
Ce livre est encore une narration, mais déjà un document d’histoire.

Il commence dans les années cinquante et se termine dans les années soixante-dix, celles qui ont longtemps été ignorées, contournées par l’histoire, officielle et réticente. Les années soixante-dix correspondent à la tête des tempêtes, que les navires contournent en les tenant à distance. Réduites à l’actualité criminelle, ce furent des années politiques où la parole politique venait d’en bas et avait de la dignité. Aujourd’hui, cette histoire tue est recouverte dans la mémoire publique par la musique pop, par Battisti, Celentano et le chanteur de la compagnie. Les années soixante-dix ? Celles du garçon de la via Gluck [5]

[5]  – Il ragazzo della via Gluck est une chanson d’Adriano… . En ces années de rébellion, nous ne vivions pas dans la Via Gluck, ni parmi les blocs d’immeubles et les garçons de la Via Paal [6]

[6]  – Les Garçons de la rue Paul, roman de Ferenc Molnár… . Nous étions dans une Italie qui publiait des livres de révolutionnaires prisonniers, des librairies qui les distribuaient et aucune critique dans les pages culturelles ni interviews de l’auteur emprisonné. La nouvelle passait directement par le bouche-à-oreille, rapidement au travers des cortèges surchauffés, des assemblées plantées au milieu du temps officiel pour l’arrêter, dans une école, au milieu d’un atelier, sur un chantier. Le cri : « Assemblée, Assemblée » arrêtait les horloges. Les secondes, les minutes, l’heure entière se détachaient du cadran par leur propre poids, c’était le temps hors du compte, le temps inventé, libre de déborder au-delà du temps.

Dans les bistrots, dans les tramways, on échangeait des nouvelles fraîches, non seulement des arrestations et des libérations, mais aussi des sorties de livres. L’évasion impossible passait de main en main, démontrant qu’il était possible de faire sortir des livres et des histoires des cages. Il coûtait deux mille lires, un prix élevé l’année même où le quotidien Lotta Continua sortait au prix de cinquante lires. Feltrinelli savait faire des affaires, mais parallèlement il diffusait une littérature politique urgente pour cette jeunesse sortie de ses gonds et des rangs.

Sante écrivait dans sa cinquième année derrière les barreaux. 68, il l’avait entendu derrière et à l’intérieur des murs de l’isolement. Mais même dans le vide de la réclusion, le vacarme lui parvenait. Aucun mur n’était suffisant pour assourdir 68. La fureur rebelle que Sante, né en 38, avait attendue tout au long de sa jeunesse communiste et turinoise, qui était apparue en flash de magnésium, en noir et blanc, dans les révoltes de Gênes en 60 et de Turin en 62, était finalement arrivée et se propageait. Elle grandissait sans parti et sans syndicat, il n’y avait pas d’intermédiaires entre elle et tous les pouvoirs établis.

Ce n’était pas seulement l’Italie. C’est venu des quatre vents, de l’orient asiatique de l’Indochine qui a pu battre et renvoyer chez eux les soldats habituels, venus là pour protéger les intérêts occidentaux ; des Black Panthers qui mordaient le racisme de la société américaine ; d’Amérique du Sud qui a appris et enseigné la petite guerre, la guérilla ; de l’Afrique qui secouait des siècles de colonies ; d’Irlande avec son Ulster écrasé par l’armée anglaise.

Les quatre vents soufflaient la tempête. Sante les a écoutés de la part des camarades qui sont entrés par vagues, pour peupler les prisons et changer la donne dans les rangs des prisonniers. Des jeunes bien éduqués sont venus avec des livres et les ont lus à haute voix pour ceux qui n’avaient pas eu d’école. Une autre jeunesse remplissait à nouveau de causes politiques les cellules des préfectures de police, les couloirs des pénitenciers.

C’est ainsi que sont reparties, par rebond et contagion, les révoltes même aux endroits les plus écrasés et les plus humiliés de la chaîne de commandement. Là, au dernier degré, au-dessous du niveau de la rue et de l’éducation, là, la fraternité se pratiquait horizontalement, prête à tous les sacrifices. À l’époque, on l’appelait communisme, il avait une histoire de révolutions et de défaites, et était le premier mot politique né au XXe siècle. Il venait d’un manifeste du siècle précédent, mais c’était l’émergence du siècle suivant. Si l’on enlève la queue et la tête, le communisme, comme lorsqu’on distille l’eau-de-vie pour ne garder que le cœur, reste la plus ancienne ressource de l’humanité : la fraternité. Sans prévenir, elle s’est plantée là, dans les prisons, sous la répression la plus féroce, parmi ceux que l’on donne pour morts parce que divisés et vaincus. La révolte des prisons est une page distincte de cette période de luttes révolutionnaires en Italie dans la troisième partie du vingtième siècle. Cette révolte arrache et obtient des choses. L’Italie de l’extérieur fait quelque chose, change les règles, la réforme de la peine. De même qu’il est possible de faire pression pour une réforme du service militaire, de même des victoires dans les usines émergent avec le samedi férié, la réduction à huit heures dont une demi-heure de cantine, de meilleures conditions sanitaires dans les établissements.

Une jeunesse révolutionnaire a produit des réformes payant en détention un prix qui aurait été raisonnable si elles avaient été extorquées à une tyrannie, mais exorbitant en démocratie. L’Italie de la plus belle Charte constitutionnelle la gardait accrochée au mur à côté du crucifix et ne permettait ni à l’une ni à l’autre d’en descendre. Trente ans d’un parti unique aux commandes [7]

[7]  – Le parti de la démocratie chrétienne… avaient transformé la statue de la démocratie en statue de sel. Les jeunes révolutionnaires de l’époque se sont mis à écraser leur record d’emprisonnement politique. Ils avaient cessé de demander. Leur intransigeance s’est heurtée à toutes les autorités, les a affaiblies, les a obligées à conclure des pactes qui ont ensuite été signés par les partis sociaux-démocrates siégeant au Parlement.

Sante raconte. Sa voix est libre des défenses d’office, c’était un révolutionnaire sans parti. Il a rencontré Lotta Continua, les Brigades rouges, mais est resté Sante, un compagnon à part. Sa voix de l’époque ne porte aucune trace de cette dose de volonté de puissance qui se cache dans toute forme organisée. Un jour, il est le représentant d’une mutinerie carcérale, le lendemain, il est à nouveau submergé par les représailles, le réduit à zéro que les autorités déplacent sans cesse. Les trous, les fossés, les catacombes criminelles de notre pays, il les a tous traversés, vagabond aux fers entre barreaux et escortes. La voix de Sante conserve l’honnêteté de ceux qui ne se sont jamais retrouvés à devoir défendre leur propre sigle, un éclat, quand ça dérapait, il s’arrachait. Aujourd’hui, il est quelqu’un qui a payé sa dette criminelle. En tant que tel, il est un citoyen rare, qui ne doit rien à l’État. Dans un pays d’évadés fiscaux et de tricheurs réglementaires, il est la figure du débiteur qui paie sa facture jusqu’au dernier centime des jours. D’autres personnes de cette génération ont payé et paient jusqu’à l’outrance la facture pour nous tous de cet âge politique. Ce sont eux qui ont été les derniers à se lever de table en courant, ce sont eux qui ont été rattrapés par l’aubergiste, complètement rincés jusqu’à la vieillesse. Qui veut connaître l’Italie du XXe siècle doit feuilleter les années soixante-dix. Ce livre est indispensable sur cette étagère-là.

Erri De Luca
,
traduction EP pour Temps critiques

Les damnés de la terre et la révolte des prisons

Camarades, permettez-moi avec les débuts de ces travaux d’envoyer notre salut aux camarades emprisonnés. Aux camarades exilés, spécialement ceux pour lesquels l’exil est difficile, notre salut va aux exilés qui ne jouissent pas de faveurs particulières, ou parce qu’ils manquent de moyens personnels, ou parce que leur cohérence politique les exposent, dans un cycle chargé de méfiance et de contrôle qui les contraignent à une vie de marginaux.

Et rappelant l’exil de beaucoup, un souvenir plein d’émotion va au camarade avocat Sergio Spazzali qui a donné beaucoup aux prisonniers et n’a rien eu en échange, sinon l’affection et l’estime de beaucoup de révolutionnaires. Sergio est allé augmenter la liste de ces camarades qui ont donné tout, totalement tout.

Aux camarades emprisonnés en ce moment, outre notre salut nous tenons à dire que durant ce travail, nous poserons au centre la question de leur libération.

Nous voulons développer une action politique d’une ample portée pour dépasser la fragmentation des initiatives qui ont caractérisé ces deux dernières années.

C’est à nous de faire en sorte que soient dépassés les obstacles qui empêchent aussi sur ce terrain délicat, un apport unitaire du mouvement. Comment nous espérons sortir de cet échange.

Les obstacles sont de diverses natures, quelques-uns liés à de vieux travaux aujourd’hui très dépassables, étant donné le temps écoulé (je me réfère aux divisions des années 70 qui ont caractérisé la vie du mouvement révolutionnaire). D’autres obstacles, à l’inverse sont actuels et pour cela insidieux. Par rapport à ces derniers, le maximum de clarté a été fait, pour donner des instruments ultérieurs aux camarades piovani (″pluvieux″ ?) vers lesquels nous sentons le poids de la responsabilité qui en dérive de par le poids de notre histoire. Nous voulons aussi rappeler aux « oublieux » quelle pesante responsabilité politique et humaine ils assument en termes de révision historique, omettant, minimisant ou même théorisant des choix déshonorants sur le plan personnel, outre que politique. Des choix et des comportements qui ont pesé beaucoup dans les années qui se sont succédé et qui ont empêché la reprise du mouvement, tout ce qui a échoué sur les décombres de la rupture de la solidarité.

Un salut non formel va aux femmes et aux hommes, enfermés ici à la Dozza.

C’est un salut à étendre aux détenus qui sont enfermés avec des « bracelets » (ils ont proliféré ces derniers temps), aux détenus qui subissent une peine inhumaine comme celle de la perpétuité et, enfin, aux détenus malades. Et ici nous ne pouvons pas ne pas rappeler avec émotion et préoccupation : Prospero Gallinari, Salvatore Ricciardi, Salvatore Cirincione, la camarade Silvia Baraldini et tant d’autres qui vivent, outre la prison, des maladies dévastatrices.

Camarades, dans l’histoire du mouvement ouvrier de tout ce siècle, le PCI, a toujours agité le drapeau du vieux camarade Terracini qui, sous le régime fasciste fut le dirigent qui purgea 18 ans de détention. Sous le régime « démocratique » né par la résistance, Paolo Maurizio Ferrari, communiste et militant des Brigades Rouges, au prochain mois de mai il aura purgé vingt ans de prison, et ainsi les frères Abatangelo Giovani Gentile Schiavone, Maria Pia Vianale. Des dizaines et dizaines d’autres communistes sont en prison depuis plus de quinze ans. Ce sont des données. Ceci est le dur prix à payer à la propre cohérence de communistes. Il n’y a pas la discontinuité plaisante tant attendue… La répression continue à fonctionner avec une parfaite continuité !

La continuité des prisons spéciales où sont enfermés avec le même traitement des temps d’urgence, des dizaines de camarades. Ce sont ceux dont on ne parle jamais, même entre nous et qui se taisent et ne demandent rien. Ce sont les camarades qui par pures convictions politiques, ont fait de leur vie un militantisme granitique, dans les conditions les plus difficiles que l’on puisse imaginer. Dans les années passées, grâce à l’urgence, nombreuses ont été les fortunes politiques ainsi qu’économiques qui se sont formées sur la peau des camarades. Dans des temps plus récents, à défaut des raisons qui l’avait généré, des écrivains d’un certain type n’ont pas renoncé à s’engraisser et ont créé de fausses urgences. Il suffit de se rappeler les livres des Flamigni, des Cipriani, etc. où tout en soutenant des thèses complotistes chères au vieux PCI, ils violent leur intelligence (mais en ont-ils ?) sans se sentir ridicule. Nous discutons donc de cette période, tenant présents les coûts humains qu’elle a eus et les difficultés de ceux qui ont osé de façon autonome l’escalade pour le communisme.

Encore une fois, je suis invité à une initiative de mouvement comme témoin d’une longue époque de lutte qui souvent a vu au centre aussi les problèmes de la prison.

Je reste toujours dans l’idée qu’une reconstruction historique et politique de nos histoires doit nécessairement avoir un caractère collectif. Même si désormais, les contributions sont nombreuses, pour que cette reconstruction puisse être achevée, il est indispensable que tous les camarades soient en dehors des prisons et les exilés rentrés. Ceci parce que, entre les plis de cette histoire, il peut y avoir des tuiles de nature judiciaires : la dernière arrestation sur le cas Moro a eu lieu il y a quelques mois.

Chaque fois que j’ai affronté publiquement les problèmes de la prison, j’ai toujours divisé en deux phases ces histoires. Une première phase qui commence avec mon arrestation et va jusqu’en 1977 et une seconde phase, celle des prisons spéciales qui est toujours en cours.

Je suis fortement lié à cette histoire, celle du mouvement des « damnés de la terre », que je juge exemplaire du point d’une lutte de masse, de l’acquisition d’une forte dignité collective de milliers de détenus, et de la croissance d’une identité politique qui a impliqué des centaines de personnes, quelques-unes parmi lesquelles, avec le temps, ont assumé des rôles de responsabilité politique à l’intérieur du mouvement révolutionnaire.

J’y suis lié aussi par une veille culture que je suis en train de raviver en dehors des prisons dans ces années de semi-liberté infinie…

Cette époque de lutte eut d’incroyables résultats dont on devrait se rappeler, ou mieux, analyser. Pour tous, je veux rappeler la force de ce mouvement qui sut créer, à l’intérieur des plus grandes prisons, un vrai et propre « territoire libéré » qui géra d’une manière révolutionnaire, posant à l’ordre du jour le lien politique avec le mouvement externe, l’étude, la croissance politique de la masse des détenus et des individus. On créa un très fort sens de solidarité, afin de préparer le saut de qualité qui pour beaucoup signifie la libération pratique à travers des évasions individuelles et de masse qui, en ces années furent nombreuses et sensationnelles.

Certains de ceux qui se sont échappés, ne retournèrent pas aux veilles activités extra-légales, mais allèrent grossir les rangs du mouvement révolutionnaire, portant une contribution de courage, cohérence et toute la richesse acquise dans les luttes de ces années. Pour tous, je veux rappeler Martino Zicchitella, qui paya de sa vie sa cohérence, durant une action des Noyaux Armés Prolétaires (Nuclei Armati Proletari).

Très souvent, quelques camarades m’ont demandé comment pouvoir faire une intervention aujourd’hui dans les prisons. J’ai dit et je répète que la réponse nous vient de ces lointaines expériences. Le mouvement des « damnés » pourrait décoller si les conditions favorables étaient réunies. En attendant celles-ci en prison, sont plus proches du Moyen Âge que de nos jours et donc plus proche du point de rupture. Mais, la chose la plus importante était le changement de la composition sociale dans la prison. L’irruption de figures prolétarisées, peut-être avec des expériences fugaces dans le monde du travail, ou qui en vivaient la problématique en famille, fit faire un saut qualitatif dans la manière de traiter d’énormes problèmes que la prison posait jour après jour. Ce ne fut pas simple, de convaincre rapidement tous à la nécessité d’une lutte collective, là où il y avait des individualités très fortes, dans une réalité dans laquelle, c’était justement la résistance isolée, la culture la plus appréciée.

Un autre aspect, le plus important, est que dans la même période en dehors de la prison, un puissant mouvement de masse s’est formé, surtout de la jeunesse, pour la première fois en dehors du contrôle des partis, au contraire contre les partis et contre tous les types d’autoritarisme. Un mouvement qui pourrait vivre longtemps grâce à la soudure qui se fit entre monde de l’école et monde du travail. Les références idéales de l’époque étaient le Che, les guerres de libération du tiers-monde, la révolution culturelle chinoise, la lutte des noirs américains contre la discrimination raciale et surtout, la lutte du peuple vietnamien.

Thématique qui eurent une grosse influence aussi parmi les détenus qui commençaient en étroit contact avec ce mouvement, à former et construire leur conscience politique.

À Irene Invernizzi, une militante de Lotta Continua qui avec cette organisation eut un rôle essentiel pour la formation politique des détenus, nous écrivions en 1971 que « la prison peut être définie comme le miroir de la société qui le contient et les prisonniers comme son image ».

Cette définition ouvre le fameux livre la prison comme école de révolution qui eut à l’époque un gros succès à l’intérieur et en dehors et qui devrait être lus par des camarades piovani (″pluvieux″ ?). Merci à cette camarade, et à son organisation pour la première fois, fut donnée la parole aux détenus.

Si la prison est donc le miroir de la société, on comprend pourquoi aujourd’hui malgré les conditions de surpeuplement qui rendent invivables le quotidien, un mouvement ne décolle pas. Les mutations ont été profondes ; 15-20 pour cent de la population des détenus est formée d’extra-communautaires, c’est à dire de personnes venant de cultures diverses et comme dehors, elles entrent souvent en contradiction, en collision et il vient à manquer un support faisant autorité que seuls les camarades pourraient apporter. Puis la drogue, la toxicodépendance, un pourcentage très élevé qui pour survivre a également provoqué des dégâts incurables qui ont certainement facilités, comme dehors, par engourdir les forces et les consciences, ce qui a déterminé aussi un double contrôle.

La composition des détenus est donc profondément modifiée et ainsi la force et la présence du mouvement ; c’est seulement quand celui-ci redeviendra protagoniste dans la vie sociale, qu’on pourra recréer des conditions car on peut intervenir aussi dans les prisons.

En revenant un instant sur ces années là, sur les liens désormais solides crées entre les mouvements externes et internes, sur le climat et le débat de ces années-là, je me souviens qu’à l’extérieur des prisons, une série d’avant-gardes avait mis à l’ordre du jour la question de la lutte armée et la manière de la développer. Nous, dans les prisons en tant que personne ordinaire nous ne nous sommes pas sentis exclus, au contraire… Après quelques épisodes : le massacre dans la prison d’Alessandria, l’assassinat de Venanzio Marchetti par les agents de la garde pendant un soulèvement, la fusillade contre les prisonniers à la Marate de Florence, presque toute l’avant garde de la prison avait rompu ses liens avec Lotta Continua qui pendant des années avait eu un rapport privilégié avec les prisonniers, et déversait ses sympathies sur les organisations armées, ce qui en ce qui nous concerne posait aussi le problème de la rédemption totale et de la démolition des prisons. Plus personne ne croyait à une prison humanisée, réformée.

De plus, grande était l’influence des premiers militants arrêtés de ces organisations ; ils entraient en contact direct avec nous et nous rapportaient le niveau du débat qui existait au sein du mouvement. C’est ainsi qu’a eu lieu une soudure idéologique, politique et pratique qui allait durer de nombreuses années. Naturellement, grâce aussi à l’action des NAP, qui s’étaient organisés pour défendre les luttes des prisonniers, cette soudure d’idéologies, de politiques et de pratiques allait durer de nombreuses années ; cette soudure inquiéta fortement la direction du Ministère de la Justice, qui commença par créer quelques quartiers d’isolement pour individus et petits groupes à Porto Azzurro, Alghero, Favignana et dans quelques autres prisons et, en 1977, dans le plus grand secret, créa cinq prisons spéciales.

Il serait toutefois peu généreux à l’égard de tant d’avant-gardes carcérales de prétendre que leur choix de la lutte armée n’a été dicté que par l’influence des militants des organisations armées. Ces avant-gardes, rappelons-le, avaient leur propre particularité : elles se sont formées au fil des ans dans le feu des révoltes, elles ont souvent subi des répressions indescriptibles et leur militantisme, leur formation, s’est déroulé entièrement « aux mains de l’ennemi », au sein de l’institution la plus fermée et la plus « jalouse » de la bourgeoisie. L’adhésion était également dictée par une réflexion politique : seule la révolution pouvait donner, peut donner, la vraie liberté. Cela s’applique évidemment à tout le monde, mais pour un prisonnier, le mot liberté a mille significations de plus.

Ces camarades ont donc pris cette responsabilité non seulement pour tenter une sorte de rédemption personnelle, mais pour entraîner tous les autres, pour transformer cette masse « délinquante » en une véritable strate de classe.

Tous les soulèvements prolétariens historiques, au plus fort de leur développement, ont agrégé de multiples figures extérieures à la classe : même la petite et moyenne bourgeoisie. Cela s’est également produit dans les années 1970. Puis, régulièrement, lorsque la crise a explosé, chacun est rentré dans les rangs… la petite et moyenne bourgeoisie au sein de sa propre classe. Ceux qui n’ont pas ce genre de choix sont les prolétaires et…. les incarcérés.

Comme je le disais, en 1977, cinq prisons spéciales ont été créées, avec des caractéristiques hautement destructives et un isolement absolu.

La gestion de ces prisons passait, pour la première fois, sous la dépendance directe de l’exécutif, c’est-à-dire du gouvernement, et le contrôle externe était confié aux carabiniers.

Les objectifs de cette révolution du système pénitentiaire étaient multiples : d’une part, il s’agissait de redonner confiance à la direction et aux gardiens de prison, éprouvés et découragés par une lutte de dix ans qui les avait vus sur la défensive ; d’autre part, il s’agissait d’isoler les militants des organisations armées et les avant-gardes de la lutte de la masse des prisonniers et d’envoyer un message précis au mouvement extérieur.

Les mois qui ont suivi l’institution des prisons spéciales ont été difficiles, également parce qu’à l’extérieur, les NAP avaient terminé leur parabole et ceux qui sont restés ont rejoint d’autres organisations combattantes et celles-ci, si je me souviens bien, ont commencé à subir d’importantes pertes en termes de profondeur politique et de nombre. Un moment de faiblesse dont l’ennemi a profité, déployant sa force sur les prisonniers. Malgré cette phase très dure, il n’y a pas eu de défection de la part des prisonniers qui, au contraire, se sont réorganisés par la suite, se dotant des structures nécessaires à leur survie politique et physique.

Une nouvelle saison de luttes a commencé, qui au début étaient particulièrement difficiles parce qu’elles se faisaient en petits groupes. Parfois, elles ressemblaient à des luttes désespérées. Mais grâce à la contribution de l’Organisation communiste combattante (OCC) et de l’ensemble du mouvement, les prisonniers ont réussi à regagner l’espace vital et à maintenir le corps des prisonniers compact et solide.

Je tiens à souligner que pendant de longues années, malgré la dureté de la répression, le corps des prisonniers est resté compact et uni, et cette solidité morale a donné beaucoup de confiance dans l’avenir et donc dans le dépassement des crises cycliques.

Les espaces politiques étaient évidemment privilégiés par rapport à tout le reste, et je crois que le rôle et l’influence des prisonniers sur le sort du mouvement révolutionnaire pesaient lourd, pour le meilleur et pour le pire.

Il faut aussi admettre qu’il n’y a pas toujours eu beaucoup d’équilibre, il y a eu des excès de subjectivisme qui, à la longue, ont usé les prisonniers. À certains moments, il aurait été nécessaire de conserver la force, de donner moins de place à la subjectivité. Ce n’est un secret pour personne que les cadres les plus préparés étaient en prison et que leur influence politique était très forte, en raison des élaborations théoriques qui étaient souvent pensées et expérimentées par les prisonniers eux-mêmes.

Certes, de nombreuses erreurs de subjectivisme et de sectarisme, malédiction historique de la gauche, ont été commises, et cette dernière a contribué, à terme, à l’effilochement du mouvement révolutionnaire.

Mais cela ne doit être une excuse pour personne, surtout pour ceux qui, en difficulté dans les prisons, ont brisé la solidarité, éludé les contradictions et choisi le dialogue avec les juges et autres.

Zones homogènes… dissociation… sont des termes incompréhensibles ou vagues pour certains, et il est peut-être bon de préciser que derrière ces mots, la qualité matérielle de votre vie de prisonnier a changé. Pour ceux qui ont fait un choix différent du vôtre, leur vie quotidienne a été changée, ils ont été récompensés par le traitement de prisonniers-hôtes, après une déclaration publique d’abjuration publiée presque toujours dans Il Manifesto qui, rappelons-le, non seulement se prêtait, mais soutenait la création de zones homogènes et donc la dissociation ; une position bizarre pour quelqu’un qui occupe le marché éditorial en tant que « journal communiste ». C’était une sorte d’accordéon obscène : à mesure que leurs espaces s’élargissaient, les nôtres se refermaient. Les exemples sont nombreux, et il n’est pas inutile d’en mentionner quelques-uns ici. Les zones homogènes ont été formés dans les prisons appropriées, pas trop loin des lieux de résidence pour faciliter les choses aux membres de la famille, mais en tenant compte des besoins de la nouvelle politique. La Rebibbia était idéale de ce point de vue, on pouvait même se présenter au parlement et en sortir en tant qu’honorable député… Nos compagnons, nos familles, en revanche, devaient continuer à parcourir les 2000 kilomètres habituels pour une heure de parloir, avec des vitres de séparation. De plus, ils devaient souvent se déshabiller et subir des fouilles humiliantes. Lorsque les partisans des zones homogènes et des zones dissociées ont reçu des ordinateurs, pour se tenir au courant des nouvelles technologies, tous nos livres ont été emportés. Nous ne pouvions en garder que trois à la fois et je me souviens encore de mon indécision quant à savoir s’il fallait privilégier le vocabulaire ou un texte qui m’intéressait particulièrement. Lorsque ceux qui se trouvaient dans les zones homogènes ont eu plus d’espace pour se socialiser avec le monde extérieur, pour nous la censure du courrier est devenue plus féroce et l’application de l’articla 90, qui suspendait tous les droits constitutionnels du prisonnier, est devenue plus féroce.

Camarades, pendant deux bonnes années, j’ai eu la chance de partager toutes mes journées, sans interruption, avec trois autres prisonniers. Toujours les mêmes. Il faut être très bien armé pour résister à de telles conditions et ne pas perdre la tête. Il y a eu des passages d’une telle férocité que, par orgueil, par modestie, je n’en ai même pas parlé à Severina, la compagne avec qui j’ai partagé tout cela.

Les zones homogènes, les dissociés, ont fait plus de dégâts que les traîtres, car ils ont brisé la solidarité politique et semé la méfiance non seulement dans le corps des prisonniers, mais aussi au sein de la classe.

À cet égard, je voudrais vous lire un extrait d’un document qui a récemment traité des problèmes des exilés :

Les dégâts sociaux produits par les repentis sont circonscrits, se limitant à démanteler une organisation clandestine et à pénaliser les membres qui la constituent. La désolidarisation, au contraire, est une mesure de plus grande portée sociale, dans la mesure où elle crée un précédent idéologique, produit de la désaffection et du découragement, non pas dans les rangs d’une organisation spécifique, mais à l’intérieur des mouvements sociaux en général. La dissociation vise donc un très grand nombre d’individus et est potentiellement plus insidieuse en ce qu’elle transcende la simple défaite militaire. La repentance adopte le langage des militaires, tandis que la dissociation puise dans le vocabulaire communicatif de la société civile.

Ceux qui ont pris de la distance avec leur passé ont, le plus souvent, eu l’occasion de reprendre ou de commencer une profession. Leur « autocritique » prend de l’importance non pas parce qu’elle a mûri dans les profondeurs des convictions personnelles, mais parce qu’elle se prête à être reproduite et transmise à d’autres individus et groupes. Les dissociés sont invités à agir en tant que témoins d’une défaite générationnelle, à promouvoir une mémoire de la défaite qui ne s’épuise pas dans le passé et le présent, mais qui conserve également un impact significatif par rapport à l’avenir. Il est un fait que, pour ceux qui ont été impliqués dans les processus politiques, la désolidarisation a également signifié la réintégration et souvent le travail. Beaucoup d’autres ont dû émigrer. Parmi les premiers, le statut public des dissociés s’est incarné dans des messages et des appels clairs et sans équivoque lancés depuis les pages des journaux ou les écrans de télévision.

Pour ceux qui voudraient en savoir plus sur l’histoire et le rôle de la dissociation, je recommande le livre Il proletariato non si pentito, Maj Editore, où vous trouverez toute la documentation de ces années sur le problème.

Bien sûr, je suis d’accord avec ce que le camarade a écrit. Je ne comprends donc pas la superficialité des secteurs de ce mouvement qui donnent de la crédibilité à ceux qui, au lieu de démontrer leur cohérence, ont fui et cherchent maintenant à se reproposer comme un sujet politique « renouvelé ». Même les démocrates-chrétiens ne sont plus autorisés à se « recycler ».

Je pense que la cohérence est essentielle pour les communistes, et par cohérence j’entends aussi le fait de toujours défendre sa propre classe. Sinon, non seulement nous perdons notre crédibilité, mais nous faisons reculer les mouvements, et nous savons combien il est difficile de s’en remettre.

Je me souviens quand les communistes, dans les salles d’audience, revendiquaient leur militantisme ou que les camarades des Brigades rouges revendiquaient leur appartenance à l’organisation et toutes les actions qu’elles menaient. C’était la fierté d’appartenir à un parti ou à une organisation qui portait le projet le plus élevé : la fin de l’exploitation de l’homme par l’homme.

Aujourd’hui, en prison, il nous reste ceux qui se sont « sali les mains », les prolétaires. Les professeurs, les enfants de la bourgeoisie et de la petite-bourgeoisie, les néo-parents, après avoir suivi des cours accélérés dans ces zones homogènes, ont repris leur place dans la « société ».

Il nous reste deux problèmes, parmi d’autres : la reconstitution de notre mémoire et le retissage du fil rouge de la solidarité de classe avec des contributions plus substantielles que celles que je peux apporter, et le sort des prisonniers politiques et des exilés. En outre, le problème urgent des prisonniers dans un état de santé grave : Prospero Gallinari, Salvatore Ricciardi, Salvatore Cirincione, Silvia Baraldini et d’autres …

Deux problèmes qui doivent être développés ensemble, même si l’état de santé des camarades nous impose un délai serré si nous voulons leur donner la possibilité de survivre à la détention.

Prospero n’a jamais voulu, en raison de ses convictions et de sa cohérence personnelle, donner la priorité à sa maladie pour résoudre son cas personnel. C’est nous, les camarades, qui avons fait pression sur son avocat pour qu’il demande un report de sa peine, ce qui a été rejeté deux fois. Comme vous le savez, Prospero a subi une opération du cœur et a trois pontages. Il y a quelques jours, il a été hospitalisé pour une attaque et, selon les différents médecins qui l’ont examiné, chaque crise pourrait être la dernière.

Il faut savoir que le régime fasciste libère Gramsci en octobre 1934 pour qu’il puisse se faire soigner. Gramsci meurt environ deux ans plus tard, en avril 1937. Mais nous sommes tous d’accord pour dire que le fascisme est le meurtrier de Gramsci. Nous sommes tous d’accord pour dire que ce pouvoir chrétien-démocrate (et autres) tue notre camarade.

Je pense donc que toutes les initiatives possibles doivent être prises pour exiger la libération de Prospero et des autres camarades gravement malades et pour éviter que ne tombe un voile de silence qui serait fatal.

Encore une considération personnelle.

Lorsque je suis sorti de prison, ce mouvement m’a en quelque sorte adopté. Je vous en suis reconnaissant. J’ai trouvé du soutien, de l’humanité et de la chaleur.

J’ai fait un effort pour vous comprendre et souvent vous avez fait le même effort. Bien sûr, pour la plupart d’entre nous, nous avons des expériences différentes, mais c’est uniquement parce que j’ai vécu des vies politiques différentes. Ce que j’apprécie chez vous, c’est que vous avez vécu l’un des moments les plus difficiles de l’histoire du mouvement. C’est ce que nous vous avons laissé. Mais ne soyez pas naïfs, malgré les échecs, il reste l’exemple, le nôtre, d’une génération qui a osé.

J’espère que ces travaux dans lesquels nous sommes engagés pourront vous apporter les éléments de connaissance utiles à la compréhension des lumières et des ombres produites. Personnellement, je continue à croire que ce que Lénine a écrit dans Que faire ?

Un petit groupe compact, nous marchons sur une route raide et difficile, en nous tenant fermement par la main. Nous sommes de tous côtés entourés d’ennemis et devons presque toujours marcher sous leur feu. Nous nous sommes unis, en vertu d’une décision librement prise, précisément pour combattre nos ennemis et ne pas glisser dans le bourbier voisin.

C’est ce que Lénine a écrit…

Pour ce faire, nous avons besoin de points fixes : la garde jalouse de la mémoire, le dépassement des contradictions qui peuvent avoir une certaine validité dans les grands nombres et qui sont au contraire insensées dans une situation comme la nôtre. La politique pratiquée avec un sens constructif et agrégatif. De plus près, les centres sociaux ont peut-être satisfait de nombreux besoins, mais ils risquent de devenir une sorte de réserve. Au contraire, nous devons abattre tous les murs, y compris celui de notre cerveau. Il est essentiel, aujourd’hui plus que jamais, de se mêler aux gens et à tous leurs problèmes.

Sante Notarnicola, mars 1994, à la conférence de Bologne « Qui n’a pas de mémoire n’a pas de futur », organisée par le Centre Lorusso,

traduction BS pour Temps critiques

La nostalgia e la memoria (extrait) [8] [8]  – Extrait de La nostalgia e la memoria, PGreco…

Parfois
j’aimerais parcourir à nouveau
les rues de mon quartier
et j’aimerais retrouver
cette génération
qui s’est formée
avec le testament de Julius Fucik [9]

[9]  – Julius Fucik, symbole de la résistance contre les…
celui qui sous la potence
écrivit à nous et pour nous.

La génération
qui manifestait en rangs serrés
pour consoler papa Cervi [10]

[10]  – Alcide Cervi est une figure légendaire de la…
et pour se consoler.

Cette génération
qui désarmée
a recueilli le drapeau de la Résistance
avant que la bourgeoisie
ne l’agite de manière obscène.

Je voudrais me retrouver
avec les ouvriers pourchassés
par Scelba et Valetta
ceux de l’Officina Stella Rossa [11]

[11]  – Officina Stella Rossa (atelier Étoile rouge) est le…
les licenciés qui surent tenir.
Je voudrais me souvenir ici
des années cinquante
toutes une par une
jour après jour.

Rappeler les tourments
rappeler la faim
rappeler le froid,
le charbon
acheté par cinq kilos
et la cabane avec les pâtes trop cuites
et rien d’autre.

Puis les affrontements
juillet 60
et les gars violents
de la Piazza Statuto
avec des pavés dans les mains.

Je voudrais reparcourir
toute la via Cuneo
traverser la Stura, la Dora
et tout mon quartier
Je voudrais voir
une fois de plus
la vieille maison
avec les toilettes sur la coursive
Retrouver un instant seulement
mes vingt ans
avec celui qui pour la première fois
m’ appelé terrone
et m’a ensuite appris
que faire le jaune
était le plus grand crime.

Enfin, je voudrais me pencher
absorbé
par la liste angoissante
de ceux qui ne sont plus là
et je voudrais me cacher
dans la via Chiusella
la plus laide des rues
de mon quartier.

Me souvenir aussi des adieux
violents et féroces, de la colère.

Mais aussi
retrouver mes racines
dans ce quartier
plat comme l’âme
aussi vaste que l’orgueil
aimé et vécu
par cette génération
la plus malheureuse
la plus dure
la plus chère.

Sante Notarnicola,
traduction BS pou Temps critiques

[1]  – Cf. « La guerre civile en Espagne, 1973 : Violence et mouvement social », in Le mouvement communiste (MC), no 6, octobre 1973, p. 5-19 et la réponse en question : L’antifascisme dans un verre d’eau de Vichy, Ajax, Bériou, Brisset, Cicero, Will. Puis en nouveau contrepoint, celui de Jacques Barrot de 1974 « Violence et solidarité révolutionnaires. Le procès des communistes de Barcelone » dans la ligne de celui du MC.

[2]  – … et enfin de Temps critiques dans les années 90 jusqu’à son décès.

[3]  – Dans sa lettre du 8 avril 1972 de la prison de Lecce (op. cit., p. 200-5), Notarnicola répond à un camarade de ces groupes externes où il exprime la nécessité d’une organisation autonome des prisonniers, alors que dans sa lettre du 5 février 1972 du pénitencier de Noto au journal Il Manifesto, il insista plutôt, par principe, sur l’unité de classe par le fait que la majorité des prisonniers font partie de la classe des prolétaires.

[4]  – Introduction d’Erri de Luca à la seconde édition de L’Evasione impossibile, Odradek, 2005.

[5]  – Il ragazzo della via Gluck est une chanson d’Adriano Celentano, parue en 1966 et écoutée en boucle par une bonne partie de la jeunesse italienne de l’époque.

[6]  – Les Garçons de la rue Paul, roman de Ferenc Molnár (François Molnár) et film éponyme de Zoltán Fábri (sorti en 1969), tous deux adressés à la jeunesse.

[7]  – Le parti de la démocratie chrétienne (DC).

[8]  – Extrait de La nostalgia e la memoria, PGreco Edizioni, Milano, 2019. Ce titre a été interprété par le groupe Assalti Frontali dans l’album Terra di nessuno (1992).

[9]  – Julius Fucik, symbole de la résistance contre les nazis, écrivit Écrit sous la potence en prison avant d’être exécuté par les nazis en 1943.

[10]  – Alcide Cervi est une figure légendaire de la Résistance italienne, ses 7 fils participaient à ces mêmes actions et furent fusillés par les fascistes en 1943, Cervi fut surnommé « papa Cervi ». Décédé en mars 1970, une course cycliste, se déroulant chaque 1er mai, lui rend hommage depuis 1971 : le Trophée Papà Cervi, Coupe du 1er mai. Un film — sorti en 1968 après avoir longtemps été bloqué par la censure italienne — est consacré aux derniers jours de cette fratrie : I sette fratelli Cervi (les sept frères Cervi).

[11]  – Officina Stella Rossa (atelier Étoile rouge) est le nom, rebaptisé par les ouvriers de Fiat, d’un atelier de l’une des usines Fiat.

La verità di Sante Notarnicola

Le spine di Sante – Ostuni 2020

di Paolo Persichetti

Quattro anni fa, qualche tempo dopo l’uscita del primo volume sulla storia delle Brigate rosse (Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi marzo 2017), scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena, ho ricevuto una telefonata di Sante Notarnicola. Nel volume, dove un intero capitolo curato da Elisa si occupava della realtà carceraria (la grande stagione delle lotte dei detenuti, le commissioni interne, le proteste sui tetti, la dura repressione alle Murate e ad Alessandria, la riforma subito bloccata, la parabola dei Nap, la differenziazione, lo stato d’eccezione carcerario e le carceri speciali), inevitabilmente il nome di Sante, protagonista decisivo di quella stagione, tornava più volte. Raccontavamo anche lo scambio epistolare che ebbe con Primo Levi, riportando in particolare il passaggio in cui lo scrittore motivava il suo disaccordo sull’uso del termine «lager» (in una lettera del 5 settembre 1979), ampiamente in uso in quegli anni nel linguaggio e nelle pubblicazioni del movimento dei prigionieri e delle organizzazioni comuniste combattenti quando descrivevano le terribili condizioni di vita e il sistema detentivo messo in piedi nelle carceri speciali di massima sicurezza. Ad avviso di Primo Levi quel termine non era estensibile a realtà diverse da quelle esistenti nei campi nazisti, come Auschwitz. L’obiezione di Levi forte della sua sensibilità di reduce dell’olocausto sovrapponeva la realtà dei campi di sterminio ai campi di concentramento, un modello di internamento totale precedente l’esperienza del nazismo. Il grande scrittore successivamente si soffermava sull’opera poetica che Notarnicola aveva realizzato in carcere: «le tue poesie – scriveva – (alcune, come sai, le conoscevo già) sono belle, quasi tutte: alcune bellissime, altre strazianti. Mi sembra che, nel loro insieme, costituiscano una specie di teorema, e ne siano anzi la dimostrazione: cioè, che è poeta solo chi ha sofferto o soffre, che perciò la poesia costa cara» (p. 132).
Sante aveva chiamato per raccontarmi un fatto che lo aveva amareggiato molto. Il professor Agostino Giovagnoli, in un passo del volume dedicato al rapimento Moro, Il caso Moro, una tragedia repubblicana, aveva realizzato un falso storico nei suoi confronti. Nel raccontare le reazioni suscitate dal comunicato numero otto della Brigate rosse, nel quale in cambio della liberazione di Aldo Moro si chiedeva la scarcerazione di tredici prigionieri politici tra i quali figurava in testa alla lista il nome di Notarnicola, aveva scritto: «Sante Notarnicola si dissociò subito dalla richiesta brigatista», (p. 202). Non era affatto vero, per altro l’articolo di Giuliano Zincone, riportato in nota dal professore, non confermava affatto la circostanza mentre molti quotidiani di quei giorni, tra cui lo stesso Corriere della sera, avevano correttamente riportato la posizione di Notarnicola. Sante aveva cercato in ogni modo di raggiungere Giovagnoli per spiegargli l’errore e ottenere la correzione, ma non aveva mai ottenuto risposta. Mi raccontò i fatti e mi chiese di tornare su quell’episodio appena possibile, magari in una nuova edizione del libro, chiarendo come erano andate veramente le cose in quelle ore concitate nel supercarcere di Nuoro, dove era rinchiuso.

Oggi, che ci ha lasciato, voglio saldare la promessa che gli feci.
Dopo la diffusione del comunicato brigatista, il 30 aprile 1978, fu chiamato dal Direttore del carcere, che – circostanza davvero incredibile – lo lasciò solo nel suo ufficio davanti ad un telefono, «prendi tutto il tempo che vuoi e telefona a chi vuoi, se necessario», gli disse chiudendosi la porta alle spalle. Erano arrivati ordini ben precisi dai piani alti del ministero dove qualcuno sperava in questo modo di ottenere una presa di distanza, molto potente sul piano simbolico, da parte di Notarnicola.
All’altro capo del filo Sante riconobbe la voce di Valentino Parlato del manifesto che tentò in tutti i modi di convincerlo a prendere le distanze da quella richiesta di scambio, confidando sul lungo rapporto di stima e collaborazione costruito negli anni delle lotte carcerarie. La pressione fu notevole, e per Sante suonò come un ricatto dei sentimenti che ancora sembrava gli pesasse, ma disse no. La stessa cosa, raccontano le cronache dei quotidiani, avvenne poco dopo con Paolo Brogi, che chiamava per conto del quotidiano Lotta continua, giornale che più di ogni altro aveva dato voce alla stagione delle lotte e rivolte contro le condizioni di vita nelle carceri. Attraverso l’avvocato Giannino Guiso, il giorno successivo Notarnicola diffuse una breve dichiarazione che metteva fine ad ogni tentativo di separare i prigionieri dalla richiesta di liberazione avanzata dalle Brigate rosse: «L’unica soluzione è lo scambio, anche perché questo Stato l’unica riforma carceraria che sa fare è quella delle carceri speciali e l’unico modo per liberare i compagni prigionieri è quello portato avanti dalle Brigate rosse»1.

Chiudo queste righe con un altro racconto di Sante: l’arrivo di Franca Salerno a  Badu ’e Carros, il carcere speciale di Nuoro. Raccolsi la sua testimonianza per Liberazione alla morte di Franca, storica militante dei Nap. Sante parlava come un libro stampato, era una grande narratore di storie, ancora sento i brividi:
«Franca arrivò col suo bambino di pochi giorni. Occupava una sezione isolata, la vedevamo e la sentivamo. Ci fu subito la corsa a prendere le celle che davano sul suo lato. La sera si spegnevano tutte le televisioni e sul carcere calava un silenzio surreale. Cominciava così il dialogo. Anche se ero uno dei pochi compagni, e quindi avevo con lei un rapporto privilegiato, Franca era ben attenta a non trascurare nessuno. Il piccino fu subito adottato da tutta la comunità carceraria e così i pacchi di cibo che arrivavano dalle famiglie venivano mandati a lei. Una mattina, fatto insolito, mi urlò dalla cella. Improvvisamente il carcere si ammutolì. Il bambino stava male e le guardie non facevano niente. Franca mi chiese di chiamare il capo delle guardie. Quel silenzio totale risuonò per loro come una minaccia. Il maresciallo arrivò di corsa chiedendoci di restare tranquilli che il medico sarebbe arrivato entro 5 minuti. Una macchina era stata spedita a prenderlo. “Avete rischiato molto – gli dissi -, siete feroci ma non potete immaginare quanto potremmo diventarlo noi per una cosa del genere”». Sante si ferma, è commosso. «Quanta forza venne dai Nap, organizzazione fatta di studenti e detenuti. Di fronte allo sfacelo che c’è oggi nelle carceri, a Franca vorrei dire “avevate ragione voi”».

Ciao Sante!

  1. Corriere della sera, 1 maggio 1978; Tutto quotidiano, 1 maggio 1978.

Sante Notarnicola, ritratto dal vivo


di Francesco Piccioni, Contropiano 23 Marzo 2021

Non so da dove cominciare. Avevo, come tutti, divorato il suo libro L’evasione impossibile. E dopo aver letto pensavo di aver capito, se non proprio di conoscerlo. Ero giovane, a quel tempo. Non avevo molta esperienza da confrontare. E senza quella, è meglio stare zitti. Sempre, anche oggi.
Pochi anni dopo ero già uno “vecchio”, ossia uno che ne aveva passate parecchie, e dunque sapevo che tra il fare e il raccontare la differenza è tanta. E che, se sei una persona seria, le cose più importanti spesso ti restano nella penna.
Quando sono arrivato nelle carceri speciali, però, ho visto che anche l’essenziale era in qualche modo sgocciolato dalla penna di Sante. Sarà che l’Asinara era proprio come te l’aspettavi, dopo due traghetti e un’ora di viaggio in jeep verso Fornelli, al capo opposto di Cala d’Oliva. Tra un mare che non si vede da nessun’altra parte e facce da bruti in divisa. Senza manette, “perché tanto, ‘ndo vai?
Nelle carceri speciali c’erano solo compagni arrestati per “cose serie”, come sempre divisi per gruppi organizzati differenti. Oppure “detenuti comuni” che erano in genere davvero fuori dal comune. A quel tempo le rapine erano affare di piccole “batterie”, gruppi di amici nati come noi nei quartieri e poi cresciuti insieme. I sequestri di persona avvenivano a decine, anche contemporaneamente, e chi li faceva – una volta preso – finiva lì, mica nella “casa circondariale” vicino casa.
Tutta gente che pensava alla fuga, e ne era capace. Che “si pesava” per quel che aveva dimostrato di saper fare, non per le chiacchiere. Se non sai fare, stai zitto. E impari.
Pochi i mafiosi, e minori; pochi quelli della ‘ndrangheta. Ancora non erano diventati “nemici” da combattere. E anche di camorristi, nel 1980, non ce n’erano tantissimi. Niente spacciatori, nix papponi.
Tanti gruppi, tante “etiche”, tante appartenenze diverse. Sante viaggiava a un altro livello. Si era guadagnato negli anni il rispetto di tutti, a prescindere dal “reato” e dal “giro”.

L’epopea della “banda Cavallero” era finita da oltre un decennio. Ci aveva fatto un film Carlo Lizzani, a metà strada tra il riconoscimento e la condanna (neanche il Pci, allora, poteva ignorare che quei “banditi” erano nati a Mirafiori, tra i suoi militanti che sognavano la Rivoluzione). E non era già più il tempo in cui qualche attrice famosa “chiedeva i colloqui” per conoscerlo.
Non era per quello che tutti lo salutavano. Era quello che aveva fatto dentro il carcere che girava di bocca in bocca, di generazione in generazione di detenuti. Grandi e piccole cose, magari solo la certezza che – se arrivavi a tarda sera, dopo cena, dove c’era lui – ti sarebbe arrivato un piatto di pasta, un caffè, qualche sigaretta. Sei qui, sei dei nostri, non sei solo in mezzo alle guardie. E non devi dare nulla in cambio.
C’era stato il periodo delle rivolte, quando “i dannati della terra” erano stati capaci di rivendicare una dignità che la “società perbene” negava loro. E lui era stato tra i maestri silenziosi, senza strepiti e “coatteria”. Seminava consapevolezza, coscienza, conoscenza, attenzione al vicino di cella, previsione delle mosse del nemico, cura nel racconto per far capire “fuori” cosa succedeva “dentro”.
Aveva insegnato, insomma, a superare il “paradosso del prigioniero”, che porta all’isolamento e all’inazione; a scoprirsi simili in quella condizione, quindi con interessi comuni e diritti da rivendicare. Cose da fare insieme, costruendo fiducia reciproca nell’universo più individualista che c’è.
A lui, spesso, i detenuti affidavano le trattative rognose. Quelle da fare con i direttori e gli sbirri durante una rivolta. Quando devi essere calmo, lucido, sapere dove vuoi andare e capire “il nemico” cosa intende fare. “Piccolo grande uomo”, proprio come nel film di Arthur Penn…
Lo avevano chiamato, per questo, anche a Favignana, un’Asinara di Sicilia, con le celle nel fossato di un vecchio castello sulla collina. Un detenuto comune, uno qualsiasi che chissà cosa voleva, aveva “sequestrato” il giovane magistrato di sorveglianza con cui aveva “chiesto udienza”.

Erano anni strani, questi gesti avvenivano spesso, anche per obbiettivi individuali (un trasferimento più vicino casa, un colloquio negato, ecc). Ma i carabinieri di Dalla Chiesa a volte intervenivano quasi motu proprio, in quelle situazioni. Facendo strage “imparzialmente”, di detenuti e ostaggi. Senza remore, come ad Alessandria, nel 1974.
La “trattativa” da fare in quel caso era semplice ma definitiva. Bisognava convincere il detenuto a lasciar libero il magistrato, entro poco tempo. Le teste di cuoio stavano già scalpitando al portone d’ingresso.
Chiamarono Sante e non altri, perché solo da lui quel povero matto di prigioniero avrebbe potuto forse accettare un consiglio. E salvarsi la vita.
Sante lo convinse e a chi lo ringraziava – il direttore, qualche impiegato civile – rispose che lo aveva fatto solo perché gli interessava la vita del suo compagno di galera.
Lo ringraziò anche il magistrato, che sapeva quanto lui cosa sarebbe successo in caso contrario. Era destinato a una grande carriera, quel giovanissimo giudice, Giovanni Falcone…
La grandezza di Sante era nel saper stare da solo, se necessario, in un mondo dove è importante – spesso decisivo – “stare in gruppo”. Fuori da ogni organizzazione, “batteria”, gruppo omogeneo. Poteva parlare con tutti, e tutti lo ascoltavano. Restando ognuno quel che era, trovando il modo per farlo.
Era stato inserito nella lista dei 13 prigionieri di cui le Brigate Rosse, ad un certo punto, chiesero la libertà in cambio della vita di Aldo Moro. Un “grande”, insomma, di cui si parlava in ogni carcere d’Italia.
E lui scriveva poesie, quando la porta veniva chiusa sbattendo e le due mandate di serratura ti auguravano la buonanotte. Cercava di mantenere l’irrequietezza della vita tra muri di cemento armato. E ci riusciva.
Se le scambiava, nel cortile, con gli altri poeti prigionieri. Con Horst Fantazzini, Agrippino Costa, con chiunque provasse la stessa inquietudine.
Quando pubblicò la sua prima raccolta di versi, finì che una copia venne fatta arrivare a Primo Levi. Oggi un intellettuale “affermato”, che magari vale un’unghia dell’autore di “Se questo è un uomo”, griderebbe alla provocazione, chiamerebbe carabinieri e giornalisti per levarsi di dosso l’ombra del sospetto di una simpatia verso un prigioniero di quelle “dimensioni”.
Il partigiano che era sopravvissuto ad Aushwitz rispose. Apprezzando, commentando, consigliando, “entrando nel merito”. La grandezza si riconosce reciprocamente, a prima vista. Se hai visto certe cose, parli la stessa lingua. E non la può capire nessun altro.
Visse con noi, ex ragazzi di un’altra generazione, la nostra sconfitta, le divisioni, i tradimenti, le dissociazioni. In una “sezione” di carcere li vedevi trasformarsi di giorno in giorno, mutare lo sguardo, svuotare di vita gli occhi, assumere la postura di chi simula qualcosa che non è più. E poi una mattina, o una sera, venivano portati via, verso carceri più accoglienti.
Quando comunque si scherzava, quasi ogni giorno, lo potevi sentir rivendicare il paese dov’era nato, Castellaneta, vicino Taranto. Perché c’era nato pure Rodolfo Valentino, e dunque…

Qualche anno dopo, nella solita alternanza tra periodi durissimi e momenti di “allentamento”, qualcuno decise che poteva cominciare ad uscire. Dopo “venti anni, otto mesi e un giorno”, come scrisse in una delle prime poesie da semilibero. Perché anche quel singolo giorno, lui, se lo ricordava.
Ci salutò, nello “speciale” di Cuneo, quasi scusandosi di lasciarci lì mentre lui andava a riveder le stelle e a dilatare finalmente gli occhi per raggiungere un orizzonte più lontano del muro di cinta. Noi gli facevamo festa, lo spingevamo fuori, “che cazzo stai a fare ancora qui?”. A parole, certo, ognuno dalla sua cella. Sante era libero, o quasi.
Trovò un altro mondo. Tra sbirri in borghese che ne scrutavano ogni passo e compagni disperatamente ingenui, generosi e casinisti. Restò fuori da ogni “giro” organizzato, anche questa volta. Preferendo la libertà di parlare solo se voleva e come sapeva. Di raccontare per far sapere, non per indottrinare. Scegliendo gli amici con cura, per carattere e per prudenza. Non gli piaceva restare deluso dalle persone che accoglieva.
Preferì rischiare anche con il lavoro. Invece di restare nelle pieghe e nelle piaghe del “privato sociale”, delle cooperative più o meno dipendenti dalla mangiatoia del Pds-Pd o come si chiama adesso, aprì il Mutenye, pub del Pratello subito meta della compagneria bolognese. Un luogo dello spirito, finché ebbe le forze per stare dietro il bancone tutte le sere.
La sua militanza si concentrò sulla Storia e le storie. Non c’è stato professore decente, dalle sue parti, che non finisse a parlare con lui, a impostare una ricerca, un’idea. La Resistenza sui colli era stata dura, cruenta e dimenticata nel solito modo della “sinistra” di merda. Rendendola un’icona da tirar fuori una volta l’anno, facendo l’opposto per 364 giorni.
Mi portò, pochi anni fa – perché i meno vecchi di lui uscirono anche loro dopo “venti anni…” e più – ai Sabbioni, sull’orlo del piccolo abisso dove i nazisti avevano fucilato un mucchio di partigiani. Mi portò a Monte Sole, sulle colline di Marzabotto, a stare in silenzio in quel dannato cortile di una strage di massa, coi buchi delle pallottole ancora sui muri e la tomba di Giuseppe Dossetti davanti ai piedi.
A misurare l’enormità delle contraddizioni rivelate quel prete tra i fondatori della Democrazia Cristiana e persino presidente (un altro…), che era stato fascista e poi partigiano e alla fine aveva voluto essere seppellito lì.
La ricerca su Monte Sole si trova ancora, da qualche parte. Io la farei leggere a tanti…
Non so come finire. Una vita così lunga, ricca, faticosa, piena, un compagno e un amico… è quasi un’offesa rinchiuderla in così poche battute. Spero che non me vorrai. Tu sei più bravo a dire molto con poche parole. Ciao, Sante.

Cesare Battisti inizia lo sciopero della fame

Da martedì 8 settembre 2020 Cesare Battisti ha iniziato lo sciopero della fame. In una lettera inoltrata al suo legale, l’avvocato Davide Steccanella, spiega: «Avendo esaurito ogni altro mezzo per far valere i miei diritti, mi trovo costretto a ricorrere allo sciopero della fame totale e al rifiuto della terapia». Battisti, ricorda il suo legale, è da oltre un anno e mezzo in isolamento nel carcere di Oristano, un isolamento «di fatto del tutto illegittimo». La pena accesoria dell’isolamento diurno, a suo tempo inflitta, era infatti di sei mesi, ed è terminatia nel giugno 2019. Nonostante le sue imputazioni non rientrino per ragioni cronologiche nella fascia dei reati ostativi, Battisti è rinchiuso in una cella all’interno di una sezione del carcere di Oristano adibita per lui e di cui è l’unico ospite. Una sorta di “area riservata del 41 bis” del tutto abusiva, realizzata aggirando le norme dell’ordinamento penitenziario

 

«La morsa del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) – scrive Battisti nella lettera – messa puntigliosamente in esecuzione dalla autorità del carcere di Oristano, ha resistito provocatoriamente a tutti i miei tentativi di far ripristinare la legalità, e la dovuta concessione dei diritti previsti in legge, ma sempre ostinatamente negati. A nulla sono valse le mie rimostranze scritte o orali rivolte a questa Direzione, al Magistrato di Sorveglianza, all’opinione pubblica. A Cesare Battisti – scrive ancora lo stesso Battisti, condannato all’ergastolo per 4 omicidi e arrestato nel 2019 dopo 37 anni di latitanza – non è nemmeno consentito sorprendersi se nel suo caso alcune leggi sono sospese: è quanto mi è stato fatto capire, senza mezzi termini, da differenti autorità».
«Pretendere un trattamento uguale a quello di qualsiasi altro detenuto – si legge ancora nella missiva – è una contesa continua, estenuante e che coinvolge gli atti più ordinari del mio quotidiano: l’ora d’aria; l’isolamento forzato e ingiustificato; l’insufficiente attendimento medico; la ritensione arbitraria di testi letterari; le domandine sistematicamente ignorate; oggetti di varia utilità e strumenti di lavoro negati, anche se previsti dall’ordinamento penitenziario, ecc». Da qui l’annuncio dello sciopero della fame e del rifiuto delle terapie per malattie di cui soffre.
Il tutto, scrive ancora Battisti, «affinché sia disposto il mio trasferimento in una Casa di Reclusione dove mi siano facilitate le relazioni con i familiari e con le istanze esterne previste dall’ordinamento nonché i rapporti professionali atti al sostentamento e al reinserimento. Chiedo – conclude – inoltre che sia rivista la mia classificazione nel regime di Alta Sicurezza (AS2) per terroristi, in quanto non esistono più di fatto le condizioni di rischio che la giustificherebbero».

Per saperne di più
Cronache dall’esilio
L’autodafé di Cesare Battisti
Carcere, ostriche e champagne, la vita a 5 stelle dei detenuti italiani
Battisti esibito come un trofeo da caccia
Cesare Battisti a été éxhibé comme un trophée de chasse
Estradizioni, l’Italia ha sempre aggirato regole
Dietro la caccia ai rifugiati degli anni 70 la fragilità di uno Stato che ha vinto sul piano militare ma non politico

“Carcere, ostriche e champagne”, la vita a 5 stelle dei detenuti italiani

La permanenza in carcere di un detenuto costa all’amministrazione circa 137 euro al giorno, ma solo 20 euro vengono destinati al suo mantenimento (vitto alloggio e trattamento), il resto serve per coprire le spese della custodia e dell’amministrazione civile. La colazione costa all’erario €. 0,27, il pranzo €. 1,09, la cena €. 1,37, per un totale di €. 2,73, interamente rimborsati allo Stato dallo stesso detenuto. A queste si aggiungono le spese per il corredo, pari a €. 0,89 giornaliere, per un totale di €. 3,62. Gli altri 16 e rotti euro vanno per il trattamento. Quando la Francia della terza repubblica progettava il suo nuovo sistema penitenziario, il padre della sociologia Émile Durkheim dava consigli affinché le condizioni di vita del detenuto non si allontanassero molto dalla durezza spartana della vita di strada condotta da un normale clochard. È passato molto più di un secolo da allora, ma la mentalità dei funzionari della punizione dell’amministrazione penitenziaria non è cambiata

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di Cesare Battisti, Carcere di Oristano, 30 luglio 2020

Essere perseguitato da un povero di spirito come Salvini mette più tristezza che rabbia. Tristezza per quelle persone, disgraziatamente troppe, che gioiscono delle abili bassezze di un uomo che, sfortunatamente per la Repubblica, siede tra i banchi del Senato. Tristezza ancora per l’ignoranza generalizzata circa le reali condizioni di vita del detenuto. Per gli scempi del giustizialismo ipocrita e degli scellerati che spopolano sugli schermi televisivi o sulle pagine di alcuni giornali nazionali. Si dovrebbe stare attenti alle parole che si dicono, parlano i saggi, perché esse uccidono. E allora non basterà più essere dal lato buono delle sbarre per ritenersi in salvo dal massacro. Ci pensino coloro che, anche se giustamente saturi di inganni e colmi d’insoddisfazione, trovano facile adottare il linguaggio improprio dei soliti sciacalli a caccia di voti. E’ triste constatare come sia diffusa l’espressione dell’hotel a 5 stelle per i detenuti: «lo ha detto la televisione, perbacco, deve essere vero». C’è da augurare a costoro di non avere la sfortuna di capitare in galera. Tempi tristi, dove le disinformazioni aggrediscono in tal modo da venire assorbite prima ancora che il senso critico abbia il tempo di reagire. Succede che non basta più lasciare il detenuto in carcere a marcire, bisogna anche togliergli il diritto di parola. Non si sa mai, potrebbe avere qualcosa di importante da esternare o un sentimento da esprimere. Gli si tappa la bocca e il cuore, mentre si lasciano blaterare coloro che del carcere ne hanno fatto una miniera d’oro.

Niente di nuovo a Ovest, la fabbrica di delinquenza c’è sempre stata, ed oggi produce a pieno ritmo. E chi si riempie le tasche sono spesso i primi a gridare al ladro. Non è una novità, lo dovremmo sapere tutti come vanno le cose nel paese dei faccendieri. Eppure sentiamo gente onesta che lavora, quelli da sempre ingannati dal potere, gridare al lupo insieme agli ingannatori. Che ne è della buona saggezza popolare? E’ finito il tempo in cui si diceva che quando tutti sono contro uno, vale la pena sentire le ragioni di chi è rimasto solo. Possibile che siamo entrati a marcia indietro nell’epoca in cui è d’obbligo prendersela sempre con i più sfigati? E’ così difficile da capire il perché anche un Papa è costretto a ricordarci che siamo tutti sulla stessa barca? Oppure queste parole perderebbero valore, se a ripeterle fosse il prossimo emigrante a morire in mare, o un detenuto condannato alla gogna popolare? Nel contempo, anche persone insospettabili si mettono a fare eco a falsi profeti che venderebbero il paese pur di restare in sella alla politica predatoria.

Ma torniamo alla questione carceraria, quella trasformata in laboratorio di raggiri da politicanti mascalzoni e mercanti di parole. Se non sono i richiami alla compassione, chissà che non siano i numeri ad essere ascoltati.

I dati che seguono sono del Decreto Ministeriale del 07 agosto 2015: un detenuto costa allo Stato circa €. 137,00 al giorno. Questa spesa però, non serve a coprire solamente le esigenze personali del detenuto. Oltre l’80% di questi €. 137,00 è destinato a spese per personale civile e polizia penitenziaria. Le spese inerenti ad ogni detenuto sono in pratica meno di €. 20,00. Questi venti euro dovrebbero coprire le spese di igiene, lavanderia, sanità, vitto, area trattamentale , corredo e una voce non ben specificata di mantenimento. Non abbiamo percentuali relative ad ognuna di queste voci, salvo per il vitto e il corredo, così ripartite: colazione €. 0,27, pranzo €. 1,09, cena €. 1,37, per un totale di €. 2,73, interamente rimborsati allo Stato dallo stesso detenuto. Per il corredo, risulterebbe una spesa di €. 0,89 al giorno, ci si chiede a cosa si riferisce questa voce poiché di vestiario dell’Amministrazione non c’è traccia. Gli €. 2,73 per il vitto giornaliero si commentano da soli, sono una vergogna. Senza contare il contorsionismo dell’Impresa rifornitrice e delle Amministrazioni locali per abbattere ancor più i costi, servendosi di prodotti spesso destinati ai rifiuti e, comunque, preparando meno della metà di pasti, sapendo che i detenuti si arrangeranno col solito piatto di pasta, comprato al sopravitto fornito dalla stessa impresa. I prezzi del quale sono notevolmente superiori alla media nazionale. Non si sa quanti di quei meno di €. 20,00 siano destinati all’igiene. Per dare un’idea, in questo carcere il detenuto riceve una volta al mese: quattro rotoli di carta igienica, una saponetta, uno straccio e un litro di disinfettante diluito. Ma veniamo alla voce che dovrebbe costituire l’asse portante, la missione (sic) per eccellenza di tutto il sistema penitenziario: l’area trattamentale. Abbiamo detto che degli €. 137,00 al giorno stanziati dallo Stato, solo meno di €. 20,00 sono destinati al detenuto. Ma quanti di questi quasi €. 20,00 sono destinati all’obiettivo imprescindibile di un sistema che si dice rieducativo? Non lo sa nessuno. Oppure, tutti i fattori che dovrebbero intervenire nella complessità del sistema di rieducazione e al reinserimento del detenuto nella società sono talmente sparsi e indefiniti da rendere impossibile un calcolo preciso. Faremo prima a dire che, salvo rari Istituti che si sono notoriamente distinti nel compimento della loro missione, l’area trattamentale nel carcere esiste appena sulla carta come forma di appannaggio. Il detenuto è lasciato in balia di se stesso o affidato alla Polizia Penitenziaria, il cui compito, non è colpa loro, è quello di sorvegliare e punire. Questo è solo un aspetto, il più ovvio della squallida situazione che regna nelle carceri italiane.

Abbandonati dalla società civile disinformata, vittime della vendetta e della incapacità dello Stato di amministrare giustizie e democrazia, i detenuti si ripiegano su se stessi per sopravvivere alla pena impietosa e agli improperi. Si organizzano tra loro, affinché anche i più sventurati abbiano di che sfamarsi e resistere alle deficienze del sistema. E alla corruzione generalizzata, che alimenta l’animosità di chi sta pagando per tutti ed è pubblicamente insultato. Il detenuto cerca riparo nei codici ancestrali, perché non gli è dato conoscere strumenti diversi per affrontare con dignità la vita. La popolazione detenuta soffre in silenzio, mentre i fabbricanti di opinione pubblica brandiscono figure terrificanti. Grandi nemici della società, dicono con la bava alla bocca, grazie ai quali si giustificherebbero anche le torture. Sono sempre gli stessi ad essere mostrati alla folla inferocita. Si amplifica il loro ruolo criminale dando fiato agli sciacalli di ogni colore, che hanno rimosso il tempo in cui banchettavano tutti assieme allo stesso tavolo.

Questo è il mondo marcio del detenuto, altro che hotel a cinque stelle! Dire che neanche le bestie sono trattate allo stesso modo sarebbe fare un torto all’orso M49 che proprio in questi giorni sta passando in mezzo alle forche umane.

Avere vent’anni nel luglio 60. Storia di Salvatore Ricciardi

Salvo bandieraSessant’anni di lotta politica e battaglie sociali, è stata questa la vita di Salvatore Ricciardi. Nato a Roma nel 1940, cresciuto nel quartiere di Porta san Paolo quando la città veniva bombardata dagli angloamericani, Salvatore appartiene a quella generazione che ha traversato per intero la storia del secondo Novecento italiano sapendo andare oltre, valicando il millennio.
Avere vent’anni nel luglio 60. Parte da questa data fatidica, gli scontri di Porta san Paolo del 6 luglio 1960, la traiettoria politica di Salvatore che lui stesso ha raccontato: «In quei giorni scoprimmo il sampietrino e la «breccola»… Scoprimmo una cosa ancora più importante: non eravamo soli. C’erano tanti gruppi di ragazzi nelle strade di Roma, che come noi avevano attraversato quel dopoguerra accumulando un malessere e una rabbia contro chi li condannava a una difficile esistenza. Come noi avevano quella sorta di ripulsa per la politica che sapeva troppo di schede elettorali, di “mozioni” e “ordini del giorno”, e sapeva poco di vita reale. Come noi avevano accumulato un’infinità di domande, ma, fin lì, nessuna risposta. Come noi volevano fare qualcosa» (leggi qui).
Lavoratore edile nei primi anni sessanta, dopo la prematura scomparsa del padre diventa ferroviere, attivista sindacale nella Cgil a cui segue l’ingresso nel Psiup (Partito socialista di unità proletaria, formazione che si collocava alla sinistra del Pci), sezione di Garbatella, quartiere popolare e proletario della Capitale, segue – a metà degli anni 60 – il lavoro politico nelle fabbriche di Pomezia, «un territorio – come si legge nella presentazione del suo blog (leggi qui) – che  rappresentava, nei voleri dei governi, il polo industriale di Roma e offriva notevoli facilitazioni agli imprenditori. Nel 1967 incontriamo davanti ai cancelli di queste fabbriche le compagne e i compagni del Potere Operaio di Pomezia (di cui si è persa memoria, eppure era frequentato da compagni/e molto capaci, in rapporto con Quaderni Rossi). Agli inizi dei movimenti del ’68 studentesco e operaio, proponiamo al Psiup di “sciogliersi nel movimento” per ridefinire le proposte politiche e anche gli assetti organizzativi; ritenevamo quel partito “vecchio” come gli altri e volevamo esplorare e moltiplicare i percorsi dell’autorganizzazione. Perdemmo il congresso provinciale su questa proposta (dicembre ’68), per pochissimi voti a causa dei “funzionari” che non volevano perdere il “posto di lavoro”. Usciamo dal Psiup e proponiamo alle assemblee del movimento di gettarsi nella costruzione degli organismi autorganizzati moltiplicando una tendenza che dilagava non solo in questo paese e di cui il Cub (Comitato unitario di base) dei lavoratori della Pirelli Bicocca era il punto di riferimento. La Fatme, la Sacet, la CocaCola, e tante altre realtà lavorative. Nel 1971 con altri ferrovieri diamo vita al Cub dei ferrovieri di Roma (leggi qui), che blocca il traffico ferroviario nei primi giorni di agosto 1971 e apre la sua sede nel quartiere di San Lorenzo (storico insediamento di ferrovieri) in Via dei Volsci 2-4. Che ospiterà, di lì a poco, gli aggregati di lavoratori che si muovono sul terreno dell’autorganizzazione, per primi l’assemblea lavoratori/trici del Policlinico e il Comitato politico Enel; poi, via via, tutti gli altri».
L’instancabile lavoro politico di Salvatore prosegue con la fondazione del Comitato politico ferrovieri (Cpf), «con un carattere più politico e più agile. Prendemmo la sede nel quartiere di San Lorenzo, in via di Porta Labicana 12, a pochi metri da quella che era stata la prima sede del Cub, in via dei Volsci».
Il Cpf fu parte integrante dell’Assemblea cittadina che si riuniva in via dei Volsci negli anni dal 1974 al 1976 e raccoglieva gran parte dei comitati politici territoriali romani, percorso che giunse a un bivio quando al suo interno alcune componenti decisero di entrare nel percorso di fondazione della colonna romana delle Brigate rosse. Convinto che bisognasse fare di più, che servisse un altro livello di scontro e di organizzazione per rispondere ai pesanti processi di ristrutturazione, nel 1977 anche Salvatore decise di entrare nelle Brigate rosse, nonostante avesse lasciato a casa una figlia piccola, un’esperienza vissuta intensamente, senza sconti. Diede vita alla Brigata ferrovieri (leggi qui), per poi dirigere alcune brigate territoriali, come quella di Primavalle, ed entrare nella Direzione di colonna, fino all’arresto del 20 maggio 80, in piazza Cesarini Sforza.
L’ingresso in carcere inizia con una evasione mancata per un soffio da Regina coeli e poi con la rivolta di Trani a fine dicembre 1980. Seguono anni di carcere speciale, il rifiuto della dissociazione, la patologia cardiaca che si palesa, la chiusura del ciclo politico della lotta armata. Nel 1990 comincia, insieme a Prospero Gallinari, la battaglia per la sospensione pena e la possibilità di operarsi all’esterno che ottiene nel 1995. Nel marzo 1998 viene nuovamente reincarcerato. Tornerà fuori con il lavoro esterno (art. 21) come redattore di radio Onda Rossa e la collaborazione nella Fondazione Basso, riallacciando rapporti bruscamente interrotti ai tempi dell’ingresso nelle Brigate rosse. Venne quindi la semilibertà fino alla conclusione della pena nel 2010. Ai microfoni di Onda rossa era la voce, oltre che delle sue storiche rassegne stampa e del lavoro redazionale, di due trasmissioni tematiche “Parole contro” e “La conta”, che non a caso si svolgeva nell’ora della conta carceraria, dalle 15 alle 16, quando i detenuti, in tutte le carceri italiane, vengo chiusi in cella per la conta e il cambio turno della custodia. L’impegno contro il carcere è stato il filo conduttore dell’ultima parte della sua vita con l’esperienza di Scarceranda, Odio il carcere, e i libri, Solo un tratto di strada, brevi cenni sulle lotte e il dibattito nel ciclo di lotte 68-69, Supplemento a Stampa alternativa, maggio 1989, Che cos’è il carcere. Vademecum di resistenza, (Deriveapprodi 2015) (qui) e Esclusi dal consorzio sociale (qui), senza dimenticare Maelstrom, Scene di lotta di classe in Italia dal 1960 al 1980, Deriveapprodi 2011 (qui) e l’intervista biografica di Ottone Ovidi, Salvatore Ricciardi, Bordeaux 2018 (qui).
Nel frattempo non aveva smesso di sperimentare terreni nuovi, confrontarsi con generazioni lontane anni luce dalla sua storia e dal suo vissuto, alla ricerca di ogni nuova contraddizione o accenno di lotta, come l’impegno profuso per sostenere le recenti lotte della logistica, con l’umiltà e pedagogia dei vecchi comunisti, convinto che ogni scintilla potesse essere l’occasione per dare nuovamente fuoco alla prateria. Una curiosità insaziabile che negli anni 60 e primi anni 70 l’aveva portato a vagare insieme a Gabriella, sua moglie, per l’Europa con la loro Cinquecento: a Praga per vedere da vicino cosa era stata quella «Primavera», o in Algeria per conoscere da vicino l’esperienza della lotta anticoloniale, o il grande amore per la Palestina, purtroppo mai attraversata, che l’aveva portato a studiare l’arabo in carcere fino ed entrare in contatto con tanti docenti arabisti. Lo salutiamo con le parole di un giovane compagno, perché Salvatore, Salvo per noi tutti, era questo: «Supermariobros delle autogestioni delle nostre scuole, spacciatore di Smemorande, instancabile divulgatore dell’abolizionismo tra noi ancora adolescenti, seminatore di fondi di pipa, procacciatore di introvabili numeri di dimenticate riviste. Il racconto della via prima che fosse la via, di Trani prima e dopo Trani, la spiegazione paziente della centralità della contraddizione capitale-lavoro ai nostri sguardi ebeti. Il rifiuto di sentirsi reduce, l’umiltà di sentirsi sempre un compagno tra i compagni, la curiosità incomprensibile per le nostre farneticazioni. Grazie».
Un abbraccio alle sue donne, la figlia Nicoletta, Gabriella, le sorelle Mariolina e Cloti, la sua compagna Tania. Un ricordo alla sua mamma, Claudia, morta mentre Salvo era in carcere e il permesso per assistere al funerale arrivò, come una beffa, solo il giorno dopo.

Ciao Salvatore

Storia di Salvatore
Brigate rosse, una storia che viene da lontano. Maelstrom, Scene di lotta di classe in Italia dal 1960 al 1980, il libro di Salvatore Ricciardi
Dai Cub alla Brigata ferrovieri
Contromaelstrom.com, il blog di Salvatore Ricciardi
Radiocane.info/ Salvatore Ricciardi

L’autodafé de Cesare Battisti

Paru dans lundimatin#185, le 2 avril 2019

 

ITALY-CRIME-POLITICS-HISTORY-BATTISTI

/ AFP / Alberto PIZZOLI

Durant l’inquisition espagnole, se tenaient de solennelles cérémonies publiques au cours desquelles on donnait lecture des jugements de condamnation et on célébrait les abjurations. Y participaient juges, fonctionnaires, ordres religieux, condamnés et public rassemblé sur une place où était érigé une estrade. L’issue de ces autodafés pouvaient être heureuse ou malheureuse, et dans le pire des cas le fait d’avoir sauvé son âme obligeait le coupable à remercier ses propres bourreaux.

L’autodafé de Cesare Battisti s’est tenu, comme il convient en ces temps ultramodernes et postdémocratiques, dans une salle de tribunal de Milan devant un public de journalistes et de télévisions. Il y avait les juges mais il manquait le coupable qui était passé aux aveux dans la prison d’Oristano deux jours plus tôt. Pour Battisti, le supplice public avait déjà eu lieu le jour de son arrivée en Italie. Dans les procès acutels, le coupable entre seulement nominativement dans le tribunal parce que son lieu prédestiné est la prison, bien avant la condamnation, d’où il peut se connecter – s’il le souhaite – par vidéoconférence. Une présence virtuelle résiduelle pour empêcher qu’on crie à l’abolition définitive des droits de la défense. Pour Battisti, les choses ont été encore plus simples : durant le procès, il n’était pas présent, on l’a condamné au maximum de la peine et 40 ans plus tard, il a avoué au fond de ce puits de 3 mètres sur 4 qu’est sa cellule isolée dans la prison d’Oristano. Ainsi s’est refermé le cercle de la justice !C’est ce qu’a écrit pour Repubblica, avec une grande satisfaction, le procureur Armando Spataro, responsable à la fin des années 70, de l’enquête contre les PAC, groupe dans lequel militait Battisti, d’après lequel il serait faux « que le système judiciaire ne soit pas en mesure de garantir les droits des accusés de terrorisme », au point que « le système italien est étudié comme un modèle vers lequel tendre ». Cette dernière affirmation est sans doute vraie : la « leçon italienne », en fait, a été un laboratoire qui a enseigné au monde comment constitutionnaliser l’urgence, en transformant en règle générale ce qui n’était jusque-là la suspension de la norme dans un espace et un temps donné. Discours repris aussi dans Libération, par Laurent Joffrin qui, sans réussir à éviter une prose percluse d’incessants oxymores, a reconnu à la démocratie italienne d’avoir « traversé l’épreuve sans renoncer, en substance, aux principes de l’Etat de droit.(…) Les membres des groupes terroristes ont été poursuivis avec énergie, mais condamnés la plupart du temps au terme de procès en bonne et due forme ». En réalité, à côté du maintien des « formes », c’est précisément la « substance » de l’Etat de droit qui a subi des modifications. S’il est vrai qu’on n’a pas créé de juridictions spéciales, et que les procès, même devenus « maxi-procès », ont été conduits devant des cours d’assises normales, il est tout aussi vrai que celles-ci ont invoqué des lois spéciales, des exceptions procédurales, des critères de faveurs et de différentiation : en somme un vaste arsenal d’exception qui a doublé les peines, étendue de manière démesurée la notion de complicité jusqu’à des formules elliptiques comme celle de « complicité morale ou psychique », inexistantes dans les autres codes européens, et à plusieurs reprises condamnées par les tribunaux français, multiplié les détentions préventives, renversé la charge de la preuve, érigé la parole intéressées des repentis en fondement des accusations. Sans oublier les tortures du professeur De Tormentis, désormais reconnues même par les tribunaux. Mais l’oxymore à la fin renverse la prose du directeur der Libération qui ajoute : « La « guerre » déclenchée là-bas par les activistes d’extrême gauche s’appuyait sur une analyse en partie juste, mais au bout du compte fausse, de la démocratie en Italie. »

En 1990, ce fut la magistrature française et non pas la doctrine Mitterrand qui déclara Battisti inextradable

Ce qu’on raconte dans la presse italo-française n’est pas vrai : Battisti ne s’est pas toujours déclaré innocent. En 1990, quand il fut visé par une première demande d’extradition provenant de l’Italie, la magistrature française considéra comme irrecevable la requête italienne parce que son procès conclu sur une condamnation, s’était tenu par contumace. A la différence de l’Italie, quand en France un accusé a été condamné en son absence, il a le droit à un nouveau procès une fois revenu à disposition de la justice. Ce fut donc la cour d’appel de Paris qui déclara Battisti inextradable. Décision juridique qui renforçait la politique d’asile de fait résumée dans la formule « doctrine Mitterrand ».Pendant 23 ans, du moment de sa fuite de l’Italie jusqu’à sa seconde arrestation en 2004, réalisée en violation du principe de l’autorité de la chose jugée, Battisti n’avait jamais recouru à la stratégie innocentiste. Le changement survint quand, sous la pression de certains milieux intellectuels et éditoriaux français qui l’avaient adopté, il décida de s’éloigner du cabinet De Félice-Terrel, qui avait historiquement défendu une grande partie des exilés italiens.

La campagne innocentiste

Présentée comme un changement radical après sa libération en mars 2004, la décision soudaine et brutale de faire recours à la catégorie de l’innocence fut assumée dès le début aux dépens de ses compagnons de destin, comme pour souligner que la distance intervenue avec sa vieille communauté serait devenue une valeur ajoutée. Les autres réfugiés furent accusés de l’avoir mis sous pression, carrément bâillonné, le tout sans épargner les jugements dénigrants à l’égard des autres formations politiques armées des années 70 différentes de celles de son petit groupe d’appartenance. Tandis que ses vieux avocats et compagnons d’exil le mettaient en garde, devant le risque que représentait ce choix, en lui rappelant que la procédure d’extradition n’était pas une anticipation du jugement du procès, ni un dernier degré du procès, mais une instance juridique où les requêtes provenant d’Italie étaient évaluées en fonction de leur conformité aux normes internationales et internes, certains de ses soutiens laissaient entendre que la défense nécessaire n’avait pas été développée auparavant parce qu’elle aurait pu « nuire à la protection collective accordée sans distinction des actes commis », à la « petite communauté des réfugiés italiens, protégée pendant plus de 20 ans par la parole de la France » (Le Monde du 23 novembre 2004). En plus d’insinuer, devant l’opinion publique, que la communauté des exilés était une communauté de « coupables » qui empêchaient l’unique « innocent » de se défendre, on leur attribuait un rôle de censeurs jusqu’à dépeindre les exilés comme une bande de cyniques inquisiteurs qui lançaient des excommunications.L’offensive médiatique massive menée par de nombreux et éminents défenseurs de son innocence revint à offrir des prétextes inespérés et des appuis objectifs aux partisans de l’urgence judiciaires, la plupart du temps avec des arguments inadaptés, superficiels et caricaturaux, alors même que le parquet antiterroriste italien n’avait que des arguments mystificateurs de la réalité historique et des vicissitudes judiciaires de ces années-là (rappelons que Spataro lui-même, contredisant le jugement, soutint longtemps que Battisti était directement impliqué dans dans l’assassinat de Torregiani.)

L’exil brésilien

Après que le gouvernement français eut concédé l’extradition et qu’il se fut réfugié au Brésil, l’affaire Battisti se poursuivit sur deux trajectoires : tandis que la campagne publique réitérait la ligne innocentiste, l’affrontement juridique devant le tribunal suprême fédéral et au niveau politique se centra sur l’urgence judiciaire qui avait caractérisé les enquêtes et les procès en Italie, et sur la peine de la perpétuité, sanction absente du code pénal brésilien, jusqu’au refus de l’extradition par le président Lula au terme de son mandat, le 31 décembre 2010.Une fois Delma Roussef, successeuse de Lula à la présidence, destituée, et après le coup d’Etat judiciaire du duo Moro-Bolsonaro, le premier procureur et le second candidat présidentiel, qui s’est concrétisé par l’arrestation de Lula, le destin de Battisti paraissait scellé. Arrêté, après s’être réfugié en Bolivie, il a été conduit en Italie dans le plus total vide juridique, par un pur acte de force, sans mesure régulière d’expulsion du pays, comme en témoigne le fait qu’il a été initialement pris en charge par la police brésilienne et ensuite arrêté sur la passerelle de l’avion qui devait le ramener à Sao Paulo, pour être remis à une équipe italienne arrivée en toute hâte sur les lieux. Artifice mis au point pour empêcher l’application de la clause de commutation de la peine de perpétuité à une peine de 30 ans, sur laquelle l’Italie et le Brésil s’étaient mis d’accord en octobre 2017, et indiquée dans la mesure d’extradition signée par le président Michel Temer, qui avait succédé à Dilma Roussef.

Extraordinary rendition et réclusion spéciale

Après l’arrivée en Italie et l’obscène cérémonie de Ciampino, Battisti a été soumis à un régime de détention extraordinaire qui va bien au-delà de la peine de six mois d’isolement diurne prévue par le jugement. Isolement que la cour d’Assises de Milan, entre temps, n’a pas retenu comme prescrit, malgré l’évidence des décennies passées, parce que – selon ses mots – l’imprescribilité de la perpétuité se « reflète » sur le segment de peine autonome de l’isolement diurne qui, rappelons-le, n’est pas une modalité d’exécution de la détention, mais une peine supplémentaire. Bien que les délits qui lui sont attribués n’entrent pas dans le cadre de ceux impliquant ce régime, Battisti est enfermé dans une cellule d’une section de la prison d’Oristano aménagée pour lui et dont il restera l’hôte unique une fois la période d’isolement diurne terminée. Une sorte de « zone réservée du 41bis » (régime spécial d’isolement total réservé aux mafieux et à quelques « terroristes » NdT) , réalisée en contournant les normes de l’organisation pénitentiaire. Un régime de détention conçu pour extorquer des déclarations au même titre que le 41bis officiel et qui a poussé Battisti à avouer des crimes sans avoir jamais pris part à son propre procès.

Les aveux

Dans le système judiciaire italien, la notion de culpabilité a été renversée par l’imposant arsenal législatif des récompenses. Le discriminant essentiel est devenu de fait le comportement du prévenu, la démonstration de sa soumission, le degré de repentir ou de collaboration. A égalité de délit et de responsabilité pénale, sont rendus des jugements et des traitements pénitentiaires très différents. La logique des récompenses a modifié les frontières de la culpabilité et de l’innocence. On peut être coupable et récompensé, innocent et puni. Ce que l’on est compte plus que ce qui a été fait. Battisti, malheureusement, n’a pas eu la force de se battre contre cette situation.