«La Pantera sono io»

Il racconto psicadelico e la testimonianza sopra le righe di un partecipante della Pantera

Quando trasformammo la Sapienza in un luna park

Marco “Duka” Anastasi
Liberazione 13 giugno 2010

A Roma il 27 dicembre, durante la notte, un ragazzo vede apparire inaspettatamente una pantera nera che si aggira lungo un marciapiede, il giovane fugge e darà l’allarme. Il giorno seguente inizia la caccia al felino che si protrarrà per tutto il mese di gennaio 1990 in tutta la metropoli. Per tutto il mese sarà un susseguirsi di avvistamenti, l’animale lasciava sul terreno le orme del suo passaggio ma era imprendibile, non fu mai catturato e scomparì nel nulla da dove era arrivato. Nel frattempo la pantera era diventata leggenda. 
Nel mese di gennaio, sempre a Roma, entra in occupazione la facoltà di lettere, gli studenti se ne impossessano. Se nell’occupazione del ’77 gli studenti flipparono con le fotocopiatrici, e da una di queste macchine rubate a lettere nacque, secondo la leggenda tramandataci da Stefano Tamburini, Ranxerox il coatto sintetico, nel movimento del ’90 gli studenti impazzirono per i fax e iniziarono a spedire messaggi che invitavano all’occupazione. Come un virus, in pochi giorni, la parola d’ordine “occupare” contagia le altre facoltà della Sapienza e gli altri atenei della nazione, il movimento studentesco aveva rotto gli argini degli anni ’80 come un fiume in piena. Gli studenti e i giovani, perché tanti occupanti non erano studenti, erano tornati di nuovo protagonisti delle proprie vite e il conflitto era di nuovo nell’agenda della politica. 
Mi ricordo che per noi, che venivamo dai centri sociali – ai tempi solo delle isole dove, come dei pirati, organizzavamo gli arrembaggi – l’occupazione delle facoltà era stata una manna dal cielo… Il giorno stesso dell’occupazione io e Luchino (Militant A) dell’Onda Rossa Posse c’eravamo guardati dicendoci «Finchè dura fa verdura…». All’inizio del movimento noi eravamo una sparuta minoranza, accusata di portare dentro l’occupazione la deriva luna park. Noi portammo in dono alle occupazioni i nostri linguaggi e contenuti: la socializzazione dei saperi, le reti informatiche e l’attitudine cyberpunk, l’autoproduzione e il do it yorself del punk, la cultura hip hop con il rap e i graffiti, la nostra capacità di organizzare concerti e feste. Gli studenti ci venivano sempre più dietro, attratti dal free festival permanente in cui si era trasformata l’occupazione della Sapienza, in poco tempo eravamo diventati maggioranza, avevamo trasformato la lotta contro il decreto ministeriale e le privatizzazioni in un vero movimento con tutti i suoi aspetti libidinali. Finalmente si usciva dal bad trip degli anni Ottanta, certamente un decennio oscuro, ma la resistenza, nata durante la decade dell’opportunismo e del disincanto, con i centri sociali, aveva prodotto tutto quello che ci siamo sciroppati dalla Pantera a Seattle.
 Anche il logo del movimento, preso dal gruppo rivoluzionario afroamericano Black Panther Party, fu un regalo involontario della cultura dei centri sociali e non un dono di uno studio grafico che faceva i manifesti per i giovani di Democrazia Proletaria come raccontavano i giornali. Io e Luchino eravamo andati il 12 dicembre 1989 a Milano per il corteo nazionale dei centri sociali, ci eravamo conservati una copia di un volantino firmato Cox18 che era stato distribuito durante il corteo dai compagni della storica occupazione di via Conchetta. Sul volantino c’era il testo tradotto del brano “Fight the Power” dei Public Enemy e come immagine la pantera nera del BPP. Pochi giorni dopo l’inizio dell’occupazione ci presentammo alla prima assemblea di ateneo, dopo averlo fotocopiato a scrocco a Scienze politiche, lo distribuimmo. Il foglio da noi volantinato, con sopra il simbolo delle Pantere Nere finì tra le mani di Mauro un demoproletario che lo rigirò allo studio grafico che lavorava per loro, e si limitò ad aggiungere solo lo slogan “La pantera siamo noi”. Avevamo sfondato senza nessuna strategia, nonostane non contavamo un cazzo, perché fino a quel momento, come ho scritto sopra, eravamo minoranza. Furono la magia del caos e la potenza del concatenamento che ci permisero di sfondare, per questo motivo non abbiamo rivendicato il copyright sul logo, la pantera da nostra era diventata di tutti, non più un simbolo conosciuto da pochi centro socialisti, in fissa con i movimenti afroamericani, ma un logo riproducibile condiviso da tutti. 
Una delle giornate memorabili del movimento, fu la manifestazione nazionale degli studenti medi, a cui avevano aderito tutte le facoltà occupate. Lo sfortunato protagonista della giornata, e per giunta per colpa mia, fu il Lupo. Mi era venuto in mente di fare un drago come quello dei capodanni cinesi, però con la testa della pantera, un lungo serpentone di stoffa nera a capo dello spezzone. Quando lo stavamo costruendo, il Lupo si era fatto sotto dicendomi che ero uno stronzo, perché tranne lui nessuno, visto che eravamo tutti rachitici, aveva il fisico per stare dentro il testone della pantera. Dalla convocazione alle otto del mattino davanti lettere, fino alle tredici a piazza del Popolo, il Lupo, dando prova di grande senso del dovere, era stato stoicamente, nonostante la strana calda giornata invernale, dentro il capoccione della pantera. 
Alla fine del corteo, rosso in faccia, il Lupo aveva urlato contro di me “Pezzo di merda”. Nel frattempo sul palco in piazza del Popolo c’era una cosa terrificante, un cantautore scrauso portato sul palco dai figicciotti, che faceva cover di Joan Baez, cantava come se gli stessero strizzando le palle. Centomila partecipanti alla manifestazione si stavano ammorbando. Il nostro spezzone aveva un camion scoperto con sopra l’Onda Rossa Posse e il mitico Lampadread ai controlli. A quei tempi, l’efficenza dei centri sociali lasciava a desiderare, l’impianto musicale si era fuso durante il corteo. Giunti a fatica sotto al palco, non potevamo reggere quella musica… Era troppo, se a quel punto non avessimo fatto gli autonomi, quelli rozzi in stile Volsci, saremmo capitolati davanti alla reazione della Vandea. Ancora una volta eravamo costretti ad assaltare un palco, anche se il microfono ci serviva per cantare e non per arringare le masse. Nell’attimo in cui Militant A e Castro X urlarono al microfono “Batti il tuo tempo!” l’intera piazza si alzò al grido “Per fottere il potere”.
Quel giorno l’egemonia politica passò attraverso il groove e la parola. Oggi della Pantera resta la sua portata storica, che significò la fine della cultura remissiva degli anni Ottanta e l’entrata in scena di un nuovo soggetto politico: i centri sociali.

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