Pantera, il movimento che cercò uno spazio tra cesura e cerniera con gli anni ’70

“C’era un’onda chiamata Pantera” di Carmelo Albanese, edizioni manifestolibri, descrive la trasformazione antropologica di quella stagione

Paolo Persichetti
Liberazione 13 giugno 2010

Pantera, dicasi «Movimento politico informale ascrivibile all’area antagonista di sinistra che a cavallo del 1990 animò proteste in ambito universitario in numerose città italiane. Mutuò il nome dall’omonimo felino che venne visto vagare imprendibile nelle campagne romane durante la primavera del 1990. La localizzazione principale delle attività fu a Roma dove, oltre alle manifestazioni, affissioni di manifesti, assemblee e occupazioni di locali e mense, verificatesi anche in numerose altre città italiane, si ebbero scontri tra studenti e polizia. Le proteste si appuntarono soprattutto sugli effetti dell’autonomia statutaria degli Atenei, prevista da una legge del 1989 e criticata come foriera di “privatizzazione” del sapere, sull’inadeguatezza delle strutture, sull’aumento delle tasse universitarie e su questioni tradizionalmente importanti nella vita degli studenti. Forti furono anche le connotazioni antimilitariste e di politica generale. Il movimento a Bologna ebbe vasto seguito e coinvolse anche gli studenti Medi. In questo capoluogo 26 persone furono indagate per danneggiamenti a proprietà dell’Università».
Questa definizione è contenuta in una nota, n° 3424/03-21, redatta nel febbraio 2004 dalla Digos di Bologna nel corso di un’indagine diretta dal sostituto procuratore Paolo Giovagnoli. Cosa c’entra la Pantera con un’inchiesta condotta a 14 anni di distanza? Assolutamente nulla. Ma forse, proprio per questo, c’entra molto se è vero che una delle domande più ricorrenti nei dibattiti che stanno accompagnando il suo ventennale pone il problema di “cosa è rimasto”?
Un grande rimosso, rispondono più o meno tutti al di là delle appartenenze, se ancora esistono, e delle differenze. Un rimosso, questo è il punto, che rischia di essere riempito solo dall’interesse retrospettivo delle Forze di polizia per le genealogie dei movimenti e le biografie di chi vi partecipò. Interesse malsano che contribuisce unicamente a quella riscrittura poliziesca della storia, oggi tanto in voga. Ma da dove nasce questo rimosso? Davide Vender, un passato nel “Rosa Luxemburg”, laboratorio politico interno all’università la Sapienza che precedette e accompagnò l’esperienza della Pantera nel momento in cui si realizava il passaggio da ciò che restava dell’Autonomia romana, erede degli anni 70, alla nascita della prima area Antagonista, esprime in proposito un giudizio lapidario. «Non è vero – dice – che il movimento della Pantera è stato rimosso. Molto più semplicemente non viene ricordato come gli altri movimenti che lo hanno preceduto perché non è riuscito a modificare di una virgola i rapporti di forza rispetto alla riforma Ruberti che apriva la strada alla privatizzazione della ricerca». Per «Davidino», che oggi gestisce a Roma la libreria Odradek dopo aver sbattuto la porta di Rifondazione ben prima dell’ultima scissione (era diventato il responsabile per l’organizzazione della federazione romana), «il movimento della Pantera ha prodotto dal punto di vista della forza lavoro due soggetti: uno dei peggiori ceti politici che la sinistra, cosiddetta radicale, abbia mai avuto e molti personaggi oggi in vista nella sfera della comunicazione che in quel movimento giocarono un ruolo da protagonisti». Una critica che assomiglia molto al rimprovero rivolto al ’68. «Ma l’onda lunga del 68-69 – replica ancora Davide – ha prodotto molte conquiste incidendo sui rapporti materiali del Paese: statuto lavoratori, divorzio, aborto…. La Pantera cosa ha fatto, se non addestrare un nuovo ceto politico?».
Che la Pantera sia stata l’inevitabile culla di un nuovo personale politico della sinistra lo sostiene, sia pur con accenti diversi, anche Ermanno Taviani, oggi docente di storia presso l’università di Catania ma all’epoca militante dell’ala movimentista della Fgci che molto s’investì in quella esperienza. «Tanti ci criticavano da sinistra accusandoci di essere teleguitati dal Pci e per questo di voler frenare il movimento. Non solo non era vero ma il bello è che molti di quelli che ci accusavano di essere istituzionali e riformisti sono poi finiti per diventare assessori o deputati». A differenza di Vender, Taviani legge in modo positivo questo processo d’«integrazione istituzionale» della sinistra radicale. Fenomeno che per lui rappresenta anche un motivo di rivalsa verso quei dirigenti del Pci, come Folena (anche lui finito più tardi tra i banchi parlamentari di Rifondazione), che più di una volta intimarono agli esponenti della Fgci di sciogliere l’occupazione e «rompere» con gli autonomi come se il contesto fosse ancora quello della cacciata di Lama nel 1977. Pagine di storia ancora aperte continuavano a chiedere il conto alle generazioni successive. L’atteggiamento di ostilità del Pci fu eloquente, infastidito come sempre da ogni protagonismo sociale che esprimeva la propria autonomia. Favorevoli in gran parte alla riforma Ruberti, i docenti del Pci – racconta ancora Taviani – si tennero tutti in disparte. Dopo un’iniziale quanto strumentale simpatia verso le prime occupazioni delle facoltà, che oggettivamente mettevano in difficoltà la maggioranza di governo del “CAF”, Craxi-Andreotti-Forlani, Botteghe oscure cambiò presto comportamento. Ma di nemici ce ne furono anche altri. Illuminante un retroscena rivelato sempre da Taviani, «ai margini di un’assemblea a Lettere si avvicinò un personaggio che si rivelò essere un probabile emissario del ministero degli Interni. “Noi abbiamo in comune gli stessi nemici”, mi disse, “dobbiamo collaborare. Aiutateci ad isolarli”. Il nostro rifiuto fu netto».
Il peso del passato, l’ipoteca repressiva che la macchina dell’emergenza antiterrorismo con le sue culture di sostegno riversava su ogni nuova forma d’azione collettiva, pesò non poco sulle spalle di quei giovani. La Pantera fu messa a dura prova da apparati di polizia e mezzi d’informazione (Repubblica in testa) che, ossessionati dal fantasma degli anni 70, volevano “uccidere il pulcino nell’uovo”. Quel movimento tentò di conquistare un proprio spazio tra novità e continuità, momento di cesura e al tempo stesso cerniera con gli anni 70. Diede il via ad una stagione di nuovi movimenti approdati alla fine del decennio nell’altermondialismo, al tempo stesso fu l’ultimo movimento sociale della sinistra non inquinato dal giustizialismo. Non mancò d’interrogarsi sul passato più recente convinto che «la memoria non è una colpa», come recitava un documento della facoltà di scienze politiche occupata (Il Circo e la Pantera, Loredana Colace e Susanna Ripamonti, Led 1990, pagina 38). Eppure la Pantera non fu solo politica assoluta. Come ogni ciclo d’azione collettiva sperimentò nuove culture ed espressioni artistiche, lo racconta molto bene il libro di Carmelo Albanese, C’era un’onda chiamata Pantera, con allegato Dvd, edizioni manifestolibri. Albanese sostiene l’importanza antropologica prima ancora che politica dei movimenti, emerge così una descrizione corale, anche se circoscritta all’esperienza romana e nonostante tutto priva ancora di molte voci (femminili, ma non solo) che rende tuttavia la ricchezza di quei giorni. Si fusero insieme anime diverse, moderate e radicali, giovani alla loro prima esperienza e militanti esperti, culture della strada, hip hop, rappers, breakers e writers, Onda rossa posse, 00199, musicisti russi e francesi, tra cui un giovanissimo MC Solar. Non è vero che il movimento fu violento. Solo alcune aggressioni poliziesche macchiarono tre mesi di mobilitazione che al suo apice raggiunse le 150 facoltà occupate in tutta Italia. Migliaia di concerti, performances, manifestazioni teatrali, cortei circensi e assemblee segnarono il risveglio di una nuova generazione dopo il torpore legalitario degli anni 80. Fu una palestra per chi cercava di uscire dal decennio dell’ideologia della fine delle ideologie, anche se le identità restavano fragili e facili a smarrirsi, colmate spesso da un’ossessione procedurale e un sorprendente approccio burocratico che generò una superfetazione di “commissioni”, con le quali gli occupanti pensavano di difendere la propria autonomia. Una formula trinitaria risolveva la babele dei “chi siamo”: «democratici, non violenti e antifascisti». Nonostante la difesa dell’università pubblica e di massa contro l’ingresso dei capitali privati e la forte critica della società commerciale modellata dalle tv berlusconiane, ci vorrà Seattle, nel 1999, per dirsi pienamente antiliberisti e forse un po’ anticapitalisti. Venti anni dopo si può dire che l’intuito più importante fu l’incontro con i migranti che cominciavano a popolare le città, avviato a Roma con i volantinaggi nel piazzale antistante la stazione Termini e la scoperta di uomini con valigie piene di storie che parlavano più lingue di un qualsiasi studente, continuata con gli inviti serali alle iniziative nelle facoltà occupate, le feste e le cene di solidarietà, e approdata nella lotta della Pantanella, un ex-pastificio non lontano dall’università divenuto il riparo di migliaia di migranti e luogo simbolo della lotta per i loro diritti. Nel libro di Albanese brillano i ricordi delicati di chi se n’è andato prima del tempo: i sorrisi di Paoletta, la Cheecky P. degli 00199, gli occhi di Silvia Bernardini, struggente bellezza dai capelli rossi, la passione di Antonio Russo, ucciso in Cecenia. Manca il nome di Bianca, tanto piccola quanto onnipresente.

Link
I seminari sugli anni 70 della Pantera, “La memoria non è una colpa”

«La Pantera sono io»

Il racconto psicadelico e la testimonianza sopra le righe di un partecipante della Pantera

Quando trasformammo la Sapienza in un luna park

Marco “Duka” Anastasi
Liberazione 13 giugno 2010

A Roma il 27 dicembre, durante la notte, un ragazzo vede apparire inaspettatamente una pantera nera che si aggira lungo un marciapiede, il giovane fugge e darà l’allarme. Il giorno seguente inizia la caccia al felino che si protrarrà per tutto il mese di gennaio 1990 in tutta la metropoli. Per tutto il mese sarà un susseguirsi di avvistamenti, l’animale lasciava sul terreno le orme del suo passaggio ma era imprendibile, non fu mai catturato e scomparì nel nulla da dove era arrivato. Nel frattempo la pantera era diventata leggenda. 
Nel mese di gennaio, sempre a Roma, entra in occupazione la facoltà di lettere, gli studenti se ne impossessano. Se nell’occupazione del ’77 gli studenti flipparono con le fotocopiatrici, e da una di queste macchine rubate a lettere nacque, secondo la leggenda tramandataci da Stefano Tamburini, Ranxerox il coatto sintetico, nel movimento del ’90 gli studenti impazzirono per i fax e iniziarono a spedire messaggi che invitavano all’occupazione. Come un virus, in pochi giorni, la parola d’ordine “occupare” contagia le altre facoltà della Sapienza e gli altri atenei della nazione, il movimento studentesco aveva rotto gli argini degli anni ’80 come un fiume in piena. Gli studenti e i giovani, perché tanti occupanti non erano studenti, erano tornati di nuovo protagonisti delle proprie vite e il conflitto era di nuovo nell’agenda della politica. 
Mi ricordo che per noi, che venivamo dai centri sociali – ai tempi solo delle isole dove, come dei pirati, organizzavamo gli arrembaggi – l’occupazione delle facoltà era stata una manna dal cielo… Il giorno stesso dell’occupazione io e Luchino (Militant A) dell’Onda Rossa Posse c’eravamo guardati dicendoci «Finchè dura fa verdura…». All’inizio del movimento noi eravamo una sparuta minoranza, accusata di portare dentro l’occupazione la deriva luna park. Noi portammo in dono alle occupazioni i nostri linguaggi e contenuti: la socializzazione dei saperi, le reti informatiche e l’attitudine cyberpunk, l’autoproduzione e il do it yorself del punk, la cultura hip hop con il rap e i graffiti, la nostra capacità di organizzare concerti e feste. Gli studenti ci venivano sempre più dietro, attratti dal free festival permanente in cui si era trasformata l’occupazione della Sapienza, in poco tempo eravamo diventati maggioranza, avevamo trasformato la lotta contro il decreto ministeriale e le privatizzazioni in un vero movimento con tutti i suoi aspetti libidinali. Finalmente si usciva dal bad trip degli anni Ottanta, certamente un decennio oscuro, ma la resistenza, nata durante la decade dell’opportunismo e del disincanto, con i centri sociali, aveva prodotto tutto quello che ci siamo sciroppati dalla Pantera a Seattle.
 Anche il logo del movimento, preso dal gruppo rivoluzionario afroamericano Black Panther Party, fu un regalo involontario della cultura dei centri sociali e non un dono di uno studio grafico che faceva i manifesti per i giovani di Democrazia Proletaria come raccontavano i giornali. Io e Luchino eravamo andati il 12 dicembre 1989 a Milano per il corteo nazionale dei centri sociali, ci eravamo conservati una copia di un volantino firmato Cox18 che era stato distribuito durante il corteo dai compagni della storica occupazione di via Conchetta. Sul volantino c’era il testo tradotto del brano “Fight the Power” dei Public Enemy e come immagine la pantera nera del BPP. Pochi giorni dopo l’inizio dell’occupazione ci presentammo alla prima assemblea di ateneo, dopo averlo fotocopiato a scrocco a Scienze politiche, lo distribuimmo. Il foglio da noi volantinato, con sopra il simbolo delle Pantere Nere finì tra le mani di Mauro un demoproletario che lo rigirò allo studio grafico che lavorava per loro, e si limitò ad aggiungere solo lo slogan “La pantera siamo noi”. Avevamo sfondato senza nessuna strategia, nonostane non contavamo un cazzo, perché fino a quel momento, come ho scritto sopra, eravamo minoranza. Furono la magia del caos e la potenza del concatenamento che ci permisero di sfondare, per questo motivo non abbiamo rivendicato il copyright sul logo, la pantera da nostra era diventata di tutti, non più un simbolo conosciuto da pochi centro socialisti, in fissa con i movimenti afroamericani, ma un logo riproducibile condiviso da tutti. 
Una delle giornate memorabili del movimento, fu la manifestazione nazionale degli studenti medi, a cui avevano aderito tutte le facoltà occupate. Lo sfortunato protagonista della giornata, e per giunta per colpa mia, fu il Lupo. Mi era venuto in mente di fare un drago come quello dei capodanni cinesi, però con la testa della pantera, un lungo serpentone di stoffa nera a capo dello spezzone. Quando lo stavamo costruendo, il Lupo si era fatto sotto dicendomi che ero uno stronzo, perché tranne lui nessuno, visto che eravamo tutti rachitici, aveva il fisico per stare dentro il testone della pantera. Dalla convocazione alle otto del mattino davanti lettere, fino alle tredici a piazza del Popolo, il Lupo, dando prova di grande senso del dovere, era stato stoicamente, nonostante la strana calda giornata invernale, dentro il capoccione della pantera. 
Alla fine del corteo, rosso in faccia, il Lupo aveva urlato contro di me “Pezzo di merda”. Nel frattempo sul palco in piazza del Popolo c’era una cosa terrificante, un cantautore scrauso portato sul palco dai figicciotti, che faceva cover di Joan Baez, cantava come se gli stessero strizzando le palle. Centomila partecipanti alla manifestazione si stavano ammorbando. Il nostro spezzone aveva un camion scoperto con sopra l’Onda Rossa Posse e il mitico Lampadread ai controlli. A quei tempi, l’efficenza dei centri sociali lasciava a desiderare, l’impianto musicale si era fuso durante il corteo. Giunti a fatica sotto al palco, non potevamo reggere quella musica… Era troppo, se a quel punto non avessimo fatto gli autonomi, quelli rozzi in stile Volsci, saremmo capitolati davanti alla reazione della Vandea. Ancora una volta eravamo costretti ad assaltare un palco, anche se il microfono ci serviva per cantare e non per arringare le masse. Nell’attimo in cui Militant A e Castro X urlarono al microfono “Batti il tuo tempo!” l’intera piazza si alzò al grido “Per fottere il potere”.
Quel giorno l’egemonia politica passò attraverso il groove e la parola. Oggi della Pantera resta la sua portata storica, che significò la fine della cultura remissiva degli anni Ottanta e l’entrata in scena di un nuovo soggetto politico: i centri sociali.