Abruzzo, arrestato l’assessore alla Sanità. Viene a galla il sistema Chiodi

Scoperchiato il sistema di potere berlusconiano.
Perquisita la Regione, altri dodici indagati per tangenti, peculato, corruzione, abuso d’ufficio

Paolo Persichetti
Liberazione 23 settembre 2010

L'immondizia al potere

Si squarcia il velo sul sistema di potere berlusconiano in Abruzzo. L’assessore alla Sanità della regione, Lanfranco Venturoni (Pdl), e Rodolfo Zio, proprietario della DeCo, azienda che opera nel settore dei rifiuti sono stati arrestati ieri mattina con l’accusa di corruzione, peculato e abuso d’ufficio, per la realizzazione senza gara d’appalto di un termovalorizzatore vicino Teramo. Ai due sono stati subito concessi gli arresti domiciliari. Nell’inchiesta, condotta dalla procura della repubblica di Pescara, risultano indagate altre 12 persone, tra cui il sindaco di Teramo, Maurizio Brucchi, e i senatori del Pdl Paolo Tancredi e Fabrizio Di Stefano, oltre all’ex assessore regionale alla Protezione civile e Ambiente, Daniela Stati.
Questi ultimi arresti nascono dagli sviluppi dell’inchiesta che nell’agosto scorso aveva portato allo smantellamento della cosiddetta “cricca abruzzese”. Un comitato d’affari capeggiato da Ezio Stati, ex tesoriere della Dc in Abruzzo, che ha piazzato la figlia Daniela nel Pdl ottenendo per questa il posto di assessore nella Giunta regionale presieduta da Gianni Chiodi. Gli altri membri della combriccola erano Vincenzo Angeloni e Sabatino Stornelli, entrambi legati al gruppo Finmeccanica. La Stasi ispirata dal padre, ritenuto dai pm il vero referente occulto della rete politico- affaristica, si sarebbe adoperata per avvantaggiare alcune società, riconducibili agli «amici» Angeloni e Stornelli, nella concessione degli appalti per la ricostruzione del dopoterremoto in cambio di doni e favori. L’appalto teleguidato si sarebbe aggirato attorno al milione e mezzo di euro. Alla stregua della sua collega, l’assessore alla sanità Venturoni non sarebbe stato da meno. Tra il 2006 e il 2009 si sarebbe attivato affinché il padrone dei rifiuti dell’Abruzzo, Rodolfo Di Zio, ottenesse in deroga a tutte le procedure d’appalto l’incarico per la costruzione e la gestione di un impianto di bioessiccazione di rifiuti in località Carapollo, nel teramano, in cambio di finanziamenti politici e tangenti. Sempre secondo gli inquirenti, Venturoni, che prima di ottenere la poltrona di assessore in Regione era presidente della Team, società pubblica di gestione dei rifiuti teramana, avrebbe messo a disposizione la società e i suoi terreni per la realizzazione del progetto in cambio di denaro, con diversi importi versati in più occasioni, e di una quota dei profitti che l’affare avrebbe generato. I Di Zio, in ballo ci sarebbe anche un fratello di Rodolfo, con la loro società di smaltimento emergono da tutta la vicenda come i grandi elemosinieri del Pdl abruzzese. Nell’inchiesta, infatti, spuntano fuori soldi per le campagne dei candidati sindaco alle elezioni del giugno 2009. Versamenti per decine di migliaia di euro sollecitati dai senatori Paolo Tancredi e Fabrizio Di Stefano (quest’ultimo vice coordinatore del Pdl abruzzese). Beneficiari dei contributi elettorali occulti, sarebbero stati Maurizio Brucchi, eletto poi sindaco a Teramo, e Luigi Albore Mascia, divenuto primo cittadino di Pescara. Altra singolare coincidenza venuta fuori dall’inchiesta è la proprietà dei locali dove si trova la sede regionale del Pdl a Pescara. Ancora una volta spunta il nome della società società appartenente ai Di Zio. Come se non bastasse risulta anche che l’affitto non sarebbe stato corrisposto per un determinato periodo. Circostanza che alla luce dei fatti accertati è ritenuta dai pm un’altra forma di scambio occulto piuttosto che un finanziamento indiretto. Sempre dalle indagini è venuto fuori che il senatore Di Stefano avrebbe chiesto a Rodolfo Di Zio la somma di 20 mila euro. Le verifiche bancarie hanno appurato che la cifra sarebbe stata accreditata con due bonifici distinti (il 29 maggio e il 3 giugno 2009) al candidato Pdl per il parlamento europeo, Crescenzio Rivellini, che ne girava 5 mila con proprio assegno personale a Di Stefano, il quale incassava la somma il 4 giugno 2009.
La radiografia del potere che questa inchiesta mette in luce mostra qualcosa che va oltre la semplice ruberia messa in pratica da un ceto politico. Saltate le figure tradizionali della mediazione politica presenti nella Prima repubblica, semplificate le linee di comando, ridotte le zone intermedie, non solo vi è stato un accesso diretto alla politica dei nuovi quadri direttamente espressi dal mercato e dalla società commerciale, ma gli interessi economici forti si organizzano direttamente sul territorio attraverso dei propri cartelli elettorali che una volta eletti devono rendere fruttuoso l’investimento economico che li ha fatti salire sulle poltrone di comando.

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