Boia che non mollano: Cina e Stati uniti in testa alle classiche della pena di morte

Il Rapporto annuale di “Nessuno tocchi Caino”: aumentano le esecuzioni anche se calano i Paesi che ricorrono alla pena capitale

Paolo Persichetti
Liberazione 5 agosto 2011

Nel 2010 le esecuzioni capitali sono aumentate rispetto ai due anni precedenti. I giustiziati sono stati 5.837. Ben 96 in più rispetto al 2009 e 102 rispetto al 2008. L’aumento, secondo quanto spiega il rapporto sulla pena di morte nel mondo pubblicato dall’associazione “Nessuno tocchi Caino”, sarebbe dovuto all’escalation di pene capitali eseguite in Iran: passate dalle almeno 402 del 2009 alle almeno 546 del 2010. Quell’«almeno» sta a significare che i dati riportati peccano, semmai, per “difetto”. E che dunque c’è da dubitare che le morti di Stato, gli omicidi per legge, sono molti di più.
L’incremento delle uccisioni legali contrasta tuttavia con un altro dato, questa volta più confortante: i Paesi che continuano a praticare la pena di morte sono scesi di numero: 42 a fronte dei 45 del 2009. Un decremento che conferma una tendenza graduale in atto da alcuni anni. Dodici Paesi hanno abbandonato la pena di morte dal 2005 e oggi.
Gli Stati o territori che hanno abolito per legge le esecuzioni capitali sono 155. All’interno di questi, 97 risultano totalmente abolizionisti, altri 8 sono parzialmente abolizionisti, cioè hanno eliminato la pena capitale solo per i crimini ordinari mantenendola per crimini politici, terroristici o nei codici di guerra. Una moratoria sulle esecuzioni vige in 6 Stati, mentre 44 sono i Paesi che di fatto non eseguono più sentenze capitali da almeno 10 anni o che si sono impegnati a livello internazionale ad abolire la pena di morte tuttora in vigore nei loro ordinamenti penali.
Dei 42 Paesi che mantengono la pena capitale, 35 sono catalogati come «dittatoriali, autoritari o illiberali». Il grosso delle esecuzioni, 5.784, circa il 99% del totale mondiale, viene praticato in 18 di questi Paesi. A guidare la classifica sono Cina, Iran e Corea del Nord. Peccato che il rapporto fornisca le cifre solo in termini assoluti. Sarebbe stato interessante osservare l’incidenza anche rispetto alla densità di popolazione.
Tra i Paesi che mantengono in vigore la pena capitale, 7 di loro vengono classificati tra i sistemi politici a «democrazia liberale», sulla base – spiegano sempre gli autori del rapporto – «non solo del sistema politico del Paese, ma anche del sistema dei diritti umani, del rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello stato di diritto». Le democrazie liberali che hanno applicato la pena di morte nel 2010 sono state 4 ed hanno effettuato 53 esecuzioni. Il fatto che si tratti dell’appena 1% del totale mondiale ci dice ancora poco senza un raffronto basato sul tasso percentuale delle esecuzioni. In ogni caso svettano gli Stati uniti con 46 giustiziati, uno ogni 680mila cittadini. Un bel record negativo per la più grande democrazia del pianeta, culla del populismo penale. Il resto sono briciole: Taiwan 4, Giappone 2 e Botswana 1. Anche qui si segnala un calo rispetto alle 60 uccisioni legali del 2009. Le Americhe sarebbero un territorio incontaminato dalla pena di morte se non ci fossero proprio gli Stati uniti, unico Paese del continente a praticare la pena capitale. Bisognerebbe ricordarsene un po’ più spesso.
In Europa solo la Bielorussia continua a giustiziare i suoi detenuti: 2 uccisi nel 2010. Nel continente Africano martoriato dalle guerre sono state registrate almeno 43 esecuzioni capitali legali, meno degli Stati uniti. L’Asia, a causa della Cina che vanta circa 5 mila esecuzioni (una ogni 267mila cittadini), è il continente nero (non più giallo) della giustizia capitale. Il rapporto non ci offre uno studio comparato sulla natura dei reati colpiti dalla pena di morte: quali sono presenti nei codici penali e quali sono quelli contestati con più frequenza.

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Cronache carcerarie

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