Quel sorriso che li seppellirà

DoinaDopo nove anni passati all’interno di uno spazio recluso fatto di cemento e acciaio un corpo che torna ad avere dei momenti di libertà risente emozioni intense. Poter nuovamente camminare a piedi nudi sull’erba, sentire sulla propria pelle le carezze della sabbia, guardare l’orizzonte fino a quella linea che si confonde con il cielo, sentire la brezza del vento che arriva dal mare, provoca una gioia profonda, brividi e commozione. E lì che ti accorgi che le cose più belle sono quelle più semplici, come il contatto diretto con gli elementi della natura. C’era questa gioia nel sorriso di Doina Matei ritratto nella foto che gli è stata rubata sul suo profilo facebook. Un momento di felicità che è proprio della nostra specie vivente: qualsiasi essere umano avrebbe sorriso dopo anni di cattività. Lo fanno tutti gli altri mammiferi: avete mai visto immagini di animali rimessi in libertà dopo anni di prigionia in recinti o stalle? Corrono e giocano scalciando in preda ad una euforia incontenibile. Questa qualità della nostra specie è stata rimproverata a Doina Matei. La sua colpa? Essersi dimostrata umana sorridendo di fronte al mare. Chi lo ha fatto evidentemente umano non è, ma non può essere nemmeno considerato una bestia, anche loro avrebbero gioito. E poiché anche il modo vegetale reagisce agli elementi della natura, a questi moralisti da strapazzo non resta altro che condividere la coscienza minerale di un fossile.

La vicenda giudiziaria di Doina Matei è partita male fin dall’inizio. 16 anni di reclusione per un omicidio preterintenzionale è una sanzione abnorme, pari al doppio di quelle più alte comminante per questo tipo di reato. Pene del genere vengono attribuite per omicidi volontari le cui circostanze portano i giudici ad applicare solo il minimo della sanzione prevista con il riconoscimento delle attenuanti o il ricorso al rito abbreviato. A Doina invece sono state applicate solo aggravanti in un contesto di allarme politico, dove il tema della immigrazione veniva sovrapposto a quello della sicurezza urbana avviando le prime campagne d’odio razzista. L’episodio tragico e banale al tempo stesso scaturisce da un litigio dentro un vagone della metropolitana a causa della calca. Una serie di spinte scatena un alterco con un’altra ragazza, Vanessa Russo, di poco più grande. Scrivono alcune cronache dell’epoca che sarebbe volato anche un sonoro ceffone, forse preso da Doina fisicamente più gracile, che reagisce con un gesto inconsulto. Quel giorno minacciava di piovere e la giovanissima rumena, già madre di due bambini e che viveva prostituendosi, aveva portato con sé l’ombrello: prima tragica fatalità. Doina lo impugna nella parte alta dell’asta e con un gesto dal basso verso l’alto raggiunge al volto l’altra ragazza. La punta dell’ombrello entra nell’occhio e va in profondità tranciando l’aorta. Vanessa morirà di emorragia. Doina, che era in compagnia di una sua amica minorenne, si allontana nella confusione della folla, probabilmente inconsapevole delle conseguenze mortali di quel colpo. D’altronde a riprovarci altre cento volte difficilmente sarebbe riuscita a raggiungere ancora quel punto. Il suo volto, rimasto impresso nelle telecamere interne della metro, permetterà agli inquirenti di rintracciarla ed arrestarla rapidamente.
Nonostante le circostanze che hanno portato alla morte di Vanessa Russo siano frutto di una maledetta catena sfortunata di eventi, Doina viene incriminata fin da subito per omicidio volontario. Alla fine il giudice riconosce la natura preterintenzionale dell’omicidio ma infligge una condanna molto pesante. Un compromesso che salva il processo dalla cassazione.
Che si tratti di un giudizio sommario nel quale Doina è stata inchiodata a recitare la parte del mostro, lo prova un altro episodio accaduto sempre a Roma tre anni più tardi: un giovane, stavolta romano, dopo un litigio ai tornelli all’interno della metropolitana di Anagnina colpisce con un pugno una infermiera di nazionalità rumena, Maricica Hahaianu, madre di un bambino. Dopo un coma di una settimana la donna muore. Nonostante il ragazzo abbia tentato immediatamente la fuga (verrà bloccato da un testimone) si vedrà riconoscere le attenuanti generiche (era incensurato) ed una condanna sostanziosa ad 8 anni. Dopo averne scontati 4, e maturati 5 per la buona condotta, rientra legittimamente nei termini di legge per l’affidamento in prova che ottiene senza suscitare polemiche da parte dei moralisti a geometria variabile.
Una disparità di trattamento che trova spiegazione solo nella logica discriminatoria che ha subito Doina Matei, a causa delle sue origini e della sua condizione sociale di giovane sbandata.

C’è una ulteriore circostanza che è passata inosservata in questi giorni. Una volta diffusa la notizia sulla semilibertà ottenuta da Doina, dopo ben oltre la metà della pena (9 anni scontati ed 11 maturati con la buona condotta), qualcuno ha ossessivamente iniziato la caccia sul web per trovare tracce della giovane donna fino a rubare la foto postata sul suo profilo fb. Immagine poi finita su un quotidiano romano che ha scatenato la polemica. E’ lecito che una immagine privata sia stata rubata e pubblicata su un giornale? E le ingiurie e le minacce ricevute da Doina sulla sua bacheca non sono un reato come prescrive il codice penale? Non solo Doina non è stata tutelata, come avrebbe avuto diritto, ma è stata penalizzata con la sospensione della semilibertà decisa da un giudice di sorveglianza che – sembra – gli ha rimproverato di frequentare i social network esponendosi mediaticamente. Divieto fino ad oggi inesistente nei trattamenti (una specie di contratto) che si firmano all’avvio della semilibertà. Alcune Direzioni carcerarie in passato vietavano o limitavano l’uso dei portatili per i semiliberi, fin quando gli è stato fatto notare che i cellulari sono vere e proprie spie elettroniche che permettono un controllo senza precedenti degli spostamenti e comportamenti del detenuto. Insomma il rimprovero del magistrato di sorveglianza non solo è privo di fondamento ma non ha tenuto conto del fatto che la parte lesa in questa vicenda e proprio Doina.
I famigliari di Vanessa Russo hanno invocato la pena di morte e protestato contro la foto che ritraeva Doina sorridente. Nessuno di noi può sapere come reagirebbe di fronte ad una scomparsa così tragica e insensata della propria figlia. Ma esiste una prova del nove: a parti rovesciate avrebbero invocato al pena di morte? Questo è il punto: la giustizia non è un fatto privato di una parte. Processo e esecuzione penale non possono essere lasciate in balia del vittimismo. Ma ancora una volta il peggio viene da chi cavalca dolore ed emozioni anche quando raggiungono dimensioni patologiche.
Il carcere non redime, indurisce ed inasprisce. Ma in taluni casi, quando a finirvi sono persone senza legame sociale, che vivono ai margini, può diventare paradossalmente una occasione. Parlo ovviamente di chi si trova a scontarlo in sezioni di media sicurezza, dove è permesso con maggiore facilità di incontrare operatori esterni, docenti, gente di cultura, teatro, persone ricche di esperienze che possono dare molto. Chi, tra i detenuti sa approfittare di questi incontri, che mai la vita precedente gli avrebbe procurato, può senza dubbio trarne profitto: acquisire fiducia in se stessi, scoprire di avere potenzialità prima inespresse. Ogni esperienza anche negativa alla fine può essere maestra di vita.
Per questo mi auguro che Doina Matei non molli ma continui a sorridere. Quel suo sorriso ci serve contro i fautori dell’odio. Perché un giorno li seppellirà.

Docente punito perché si oppose ad un rastrellamento poliziesco all’interno di una scuola

Cani antidroga in classe, un docente dice “No” e viene sospeso per 12 giorni dall’insegnamento e dallo stipendio

Oltre ad esprimere la nostra solidarietà al professor Franco Coppoli segnaliamo i recapiti fax e email dell’Itis di Terni invitando chiunque voglia ad inviare messaggi di sostegno al docente e di protesta contro la misura punitiva.

Istituto Istruzione Superiore Tecnico Industriale e Geometri
“Lorenzo Allievi” – “Antonio da Sangallo” Sezione Geometri
VIA BENEDETTO CROCE, 16 – 05100  TERNI   –    TELEFONO: 0744/285255   FAX: 0744/221091
sito  internet www.itisterni.it           e-mail:  tris004002@istruzione.it

Ci auguriamo che gli studenti e i docenti che non condividono questa punizione diano vita ad una autogestione dell’Istituto della durata di 12 giorni scolastici nei quali invitare il professor Coppoli a tenere lezione ed andare in corteo sotto le finestre del Provveditorato.

Se non ora quando?

153627017-69091923-a1ff-4064-b428-cbf823dc5de5Stato di polizia – Terni, 5 aprile 2014, Istituto per Geometri «Sangallo» classe 5 C. Mentre è in corso la lezione si apre improvvisamente la porta della classe. Sull’uscio si affaccia un cane poliziotto insieme ad un gruppo di operatori delle forze dell’ordine. Vogliono perquisire gli studenti. Il docente, Franco Coppoli, insegnante di lettere, chiede se per caso abbiano con sé un mandato di perquisizione autorizzato dalla magistratura. Sorpresi dalla richiesta, i poliziotti rispondono di no. «Allora non potete entrare», risponde il professore. «L’ingresso in Istituto è stato richiesto dalla preside», replicano gli esponenti delle forze dell’ordine sempre più innervositi. 
La preside può autorizzare l’ingresso in Istituto ma solo negli spazi comuni, nei bagni o nei corridoi, «dentro le classi – ribatte il docente – siamo responsabili noi e siccome non avete alcun mandato della magistratura se provate ad entrate sono costretto a denunciarvi per interruzione di pubblico servizio».
 Basiti per essere stati rimessi in riga di fronte al rispetto di quella legge di cui sarebbero i tutori, i poliziotti hanno richiuso la porta e se ne sono andati. 
Lo stesso controllo antidroga ha interessato quel giorno altre 4 scuole superiori di Terni che su richiesta della questura hanno aperto le loro porte alle forze di polizia con l’accordo dei rispettivi dirigenti scolastici.
 C’è voluto il coraggio e soprattutto la prontezza di riflessi del professor Coppoli per impedire che i principi che fondano l’autonomia e la didattica scolastica non venissero stravolti e soprattutto si venisse a conoscenza di quanto è accaduto.
 Ovviamente il Dirigente scolastico non ha affatto apprezzato avviando un procedimento disciplinare contro il professore. L’Iter punitivo è giunto a termine ed alla riapertura del nuovo anno scolastico Franco Coppoli è stato sanzionato con 12 giorni di sospensione dalle lezioni e dallo stipendio per aver difeso il diritto di insegnare in piena autonomia ed un’idea di scuola dove gli studenti siano considerati persone a pieno titolo, titolari dei loro diritti non dei minus habens o dei potenziali criminali e le aule scolastiche qualcosa di molto diverso e profondamente opposto da una cella di prigione o da un riformatorio.
La polizia avrebbe potuto esercitare i propri controlli all’esterno dell’Istituto scolastico senza dover ricorrere ad un rastrellamento di massa all’interno delle classi, controlli per giunta del tutto gratuiti poiché gli attuali mezzi investigativi (microcamere e microfoni) consentono intercettazioni molto più efficaci e puntuali. Se il problema era quello del microtraffico di stupefacienti (sic!) non c’era certo bisogno di una tale messa in scena della forza muscolare dello Stato.

Di seguito potete leggere il comunicato dei Cobas Umbria che ha reso nota la notizia e un precedente comunicato che nel quale si descriveva l’accaduto

L’UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE SCEGLIE LA SCUOLA-RIFORMATORIO:SOSPESO 12 GIORNI DALL’INSEGNAMENTO E DALLO STIPENDIO IL DOCENTE CHE HA SCELTO DI CONTINUARE AD INSEGNARE OPPONENDOSI AI CONTROLLI ANTIDROGA DURANTE L’ORARIO DI LEZIONE
Sospendere un insegnante perché si rifiuta di interrompere la lezione sembra un paradosso degno di Lewis Carroll, l’autore di Alice nel paese delle meraviglie, ma a Terni succede proprio questo: il dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale, Domenico Petruzzo, irroga il provvedimento disciplinare della sospensione per 12 giorni dal servizio e dallo stipendio a un docente per essersi rifiutato di interrompere la lezione per controlli con cani antidroga in classe. L’insegnante è Franco Coppoli, referente provinciale della Confederazione Cobas. L’esecutivo nazionale dei Cobas della scuola ha deciso di patrocinare il ricorso davanti al giudice che verrà presentato al Tribunale di Terni al termine del periodo di sospensione. A fine marzo 2014 il docente, all’irruzione dei poliziotti in classe, senza alcun mandato del magistrato, si era rifiutato di interrompere la lezione minacciando gli agenti di denuncia per interruzione di pubblico servizio. L’U.S.R. a luglio ha formalizzato il provvedimento che decorre dall’inizio dell’a.s.. dal 15 al 27 settembre.
Quello di interrompere la normale attività didattica da parte della polizia (senza alcun mandato di magistrati) per controlli con cani antidroga è un atto grave, indice del clima sociale e politico nel nostro paese. Vengono alla mente gli stati di polizia, le irruzioni nelle scuole dopo il colpo di stato in Cile o in Argentina o in quei luoghi dove le forze di polizia si arrogano prassi autoritarie che ledono profondamente i diritti civili, la libertà di insegnamento, le prerogative democratiche, nonché la persona degli studenti. Infatti interrompere le lezioni per imporre umilianti controlli antidroga non porta risultati quantitativi tali che possano far pensare che l’operazione serva a debellare spaccio o consumi. In realtà queste sono operazioni repressive con connotazioni mediatico-intimidatorie: servono a “insegnare” agli studenti che sono tutti potenziali criminali, controllabili e perquisibili in ogni momento. Educare al controllo ed alla subalternità ecco l’intento, neppure troppo nascosto, di queste operazioni-spettacolo che attaccano profondamente l’essenza stessa del fare scuola: dell’educare in modo critico e non certamente reprimere, sorvegliare e punire. Se infatti ci fossero (e non c’erano in questo caso) comportamenti collegati all’uso di sostanze psicotrope, che fanno parte dei processi comportamentali dell’adolescenza, quale dovrebbe essere la risposta della scuola? Intervenire, anche tramite esperti, cercando di affrontare il problema in un’ottica educativa oppure riempire gli istituti di polizia e cani arrestando o prelevando adolescenti in possesso di qualche spinello? E’ quello che Susanna Ronconi di Forum Droghe chiama un suicidio educativo: la scuola ed i docenti così abdicano al proprio ruolo, alla propria professionalità per passare dall’educazione alla repressione. Che senso ha proporre la scuola-carcere, la scuola- riformatorio (come avviene già negli USA) in un momento in cui alcuni stati liberalizzano o legalizzano l’uso terapeutico o ricreativo delle droghe leggere, in cui alcune sentenze della Corte costituzionale attaccano la ormai ventennale e fallimentare “lotta alla droga” e hanno smantellato la legge Fini-Giovanardi che ha solo riempito le carceri di tossicodipendenti garantendo ampi profitti alle mafie. I COBAS si mobilitano a fianco di Franco Coppoli, patrocinano il ricorso in tribunale, organizzeranno iniziative di formazione dei docenti, auspicano la solidarietà dei colleghi, operatori del settore e genitori e la mobilitazione degli studenti per il rispetto dei loro diritti.
La scuola è un contesto educativo, non è un riformatorio dove si possono interrompere le attività didattiche per il triste ed inutile spettacolo delle repressione.
COBAS, COMITATI DI BASE DELLA SCUOLA UMBRIA

LE SCUOLE NON SONO CASERME, NO ALLA POLIZIA A SCUOLA
I COBAS A FIANCO DI FRANCO COPPOLI

Un dirigente scolastico avvia un procedimento disciplinare contro Franco Coppoli, un docente dell’Istituto per Geometri di Terni che la settimana scorsa ha impedito l’irruzione in classe a una squadra di poliziotti con cane antidroga che pretendevano di interrompere le lezioni e controllare gli studenti e l’aula come se si trattasse del Bronx. L’insegnante, dopo aver accertato che non ci fosse alcun mandato della magistratura, alla notizia che la polizia era stata “autorizzata” dal dirigente scolastico ha espresso la sua totale opposizione all’interruzione dell’attività didattica e  annunciando agli agenti che -in caso di violazione dell’aula e della lezione- li avrebbe denunciati per interruzione di pubblico servizio, è riuscito ad ottenerne l’allontanamento dall’aula in nome della libertà di insegnamento.
Qualche giorno dopo la dirigente scolastica pro tempore, Cinzia Fabrizi, ha iniziato un procedimento disciplinare contro il prof. Franco Coppoli, trasmettendo gli atti all’Ufficio scolastico provinciale di Terni e alla Direzione dell’Ufficio scolastico Regionale dell’Umbria. Questo significa che la sanzione disciplinare pretesa è superiore ai dieci giorni di sospensione. Siamo in attesa di ricevere le contestazioni di addebito per capire cosa sia contestato al docente, a cui va la solidarietà dei Cobas. (Qui il link con un’intervista al docente)
Il caso non è isolato ma si inquadra all’interno di una operazione mediatico-intimidatoria più vasta a livello nazionale, in quanto la presenza della polizia nelle scuole viene segnalata in molte cìttà, indice di una strategia mediatico, repressiva ede intimidatoria. La scorsa settimana in quattro istituti superiori di Terni le lezioni, le verifiche, la normale attività didattica sono state interrotte da poliziotti accompagnati da un cane antidroga che hanno fatto irruzione nelle aule scolastiche, facendo uscire gli studenti, controllandoli, perquisendoli e fermando qualche ragazzo.
E’ la prima volta che si è assistito, dentro le nostre scuole,  a scene che ricordano gli stati di polizia più che le democrazie moderne o uno Stato di diritto. I comunicati stampa della Questura di Terni affermano che durante il controllo sono state sequestrate (sic!) “20 dosi di hascisc e marijuana”, quindi in totale dovrebbe trattarsi di 4 o 5 grammi al massimo su migliaia di adolescenti. La quantità è irrisoria e non comprendiamo questo spiegamento di forze che ci sembra  inopportuno, e gravissimo. Siamo sicuri che un controllo su migliaia amministratori delegati di aziende, banchieri o politici (ricordiamo l’inchiesta delle Iene di qualche anno fa) avrebbe dato ben altri risultati, ma quello che rimane e vogliamo denunciare, è un operazione senza alcun senso educativo, che viola gli spazi che i ragazzi dovrebbero vivere come propri, che tenta di criminalizzare i giovani e che contro gli auspicabili interventi di prevenzione e riduzione del danno propone la sola opzione repressiva.
L’irruzione nelle classi e l’interruzione dell’attività didattica si configura infatti come una pesante violazione degli spazi educativi, come un tentativo di disciplinamento dei giovani, cercando di far passare un messaggio che criminalizza ed intimidisce gli studenti e distrugge o attacca pesantemente la specificità e l’autonomia degli edifici scolastici.
Questo spettacolo della forza e della repressione avviene inoltre a poche settimane dal pronunciamento della Corte Costituzionale che ha sancito la totale incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi, quella che ha riempito le carceri di consumatori e piccoli spacciatori proprio equiparando le droghe leggere a quelle pesanti. Mentre in Uruguay ed in molti stati USA ormai hascisc e marijuana vengono legalizzati per scopi terapeutici o ricreativi a Terni si scatena un’operazione mediatica di forza e potenza contro le giovani generazioni, cercando di affibbiare agli adolescenti l’etichetta di drogati. Ci chiediamo infatti quale sia la ratio educativa che sta dietro questa operazione chiaramente intimidatoria, se non quella dell’educare alla disciplina ed alla subordinazione prefigurando uno stato di polizia in cui i diritti diventano un optional.
Invitiamo i dirigenti scolastici ad evitare di far entrare, durante l’attività didattica, la polizia a scuola, attivando eventualmente, con operatori professionali, progetti di prevenzione e riflessione sui comportamenti adolescenziali.
Invitiamo i docenti a lottare per difendere la libertà di insegnamento e l’autonomia della scuola (quella vera…) e a rifiutarsi di interrompere le lezioni, visto che l’operazione -a meno che non sia su mandato di un magistrato- si configura come interruzione di pubblico servizio. Invitiamo i colleghi ad intervenire nei casi critici attraverso strumenti educativi e relazionali e non certamente con comportamenti repressivi che potrebbero rovinare il futuro, già nero, dei nostri studenti.
Invitiamo gli studenti a mobilitarsi contro la repressione ed ii tentativo di criminalizzarli ed intimidirli in massa.
Le nostre scuole non sono caserme o discariche sociali, difendiamo la libertà di insegnamento, la libertà degli spazi educativi contro l’intrusione della polizia nelle nostre aule.
LA CONFEDERAZIONE COBAS
COBAS-COMITATI DI BASE DELLA SCUOLA

Articoli correlati
I grembiulini della Gelmini
Gelmini: “I precari sono troppi e strumentalizzati”
I ricercatori “Non cediamo al ricatto, difendiamo l’università pubblica”

Chi ha paura dell’amnistia? L’antiberlusconismo che sacrifica tutto sull’altare del nemico

Marco Bascetta
il manifesto, 29 agosto 2013

Il più cospicuo risultato politico conseguito dal ventennio berlusconiano è il suo apparente antagonista: l’«antiberlusconismo». In nome del quale il merito di ogni questione può essere sacrificato, o meglio misurato sul danno o l’utilità di questa o quella scelta per il cavaliere. Che si tratti delle politiche di austerità o di una progressiva sostituzione della logica tecnocratica a quella democratica, non importa come e quanto colpiranno le condizioni di vita e i diritti dei cittadini, ma solo fino a che punto favorirebbero o meno l’uscita di scena del cavaliere.
Un punto di vista alquanto paradossale quando a sostenerlo sono i fautori di quel governo di larghe intese che sul partito di Berlusconi poggia e che fatica dunque a neutralizzare la sua influenza. Governo che sancisce definitivamente la conclamata incapacità, quasi ventennale, di battere politicamente il berlusconismo nell’unica forma in cui si è dato e si darà e che è quella che vediamo (con buona pace di chi vagheggia anche in Italia una destra ponderata ed europea). Se si fosse davvero voluto abbattere il potere di Berlusconi, dopo averlo salvaguardato in numerose occasioni, bisognava evitare di mandare i suoi uomini al governo. Se doveva esserci un «punto fermo» non poteva essere che questo. E non è stato.
La questione dell’amnistia (che non si farà, perché la legge che ne regola la promulgazione la rende dal ’92, con la complicità di tutti, quasi impossibile) ricade in maniera esemplare entro questo ordine del discorso.
Senza entrare nelle contorsioni tecnico-giuridiche e nelle astuzie politiche che infestano l’argomento, mi limiterò a una domanda e a una ipotesi «per assurdo». La domanda è: cosa è un principio? L’ipotesi, certamente estrema, è invece la seguente: supponiamo che in uno stato in cui vige la pena di morte dieci persone vi vengano condannate, più una, detestabile e responsabile di gran parte dei mali che affliggono quello stesso stato, ma che ancora dispone di una rete di potere in grado di fare abolire la pena capitale per sé e, in conseguenza, anche per gli altri dieci. Come dovrebbe orientarsi in questo frangente un convinto avversario della pena di morte? Per costui quale sarebbe il principio più importante da difendere? L’intangibilità della vita o l’applicazione della legge, poiché essa esiste e tutti i condannati, quelli senza nome come quello «eccellente», la hanno infranta? E dunque scegliere di sacrificarne dieci per colpirne uno.
Le condizioni in cui versano le carceri italiane non sono ancora la pena di morte, ma per molti, quelli che si suicidano, lo sono diventate e, per altri ancora, le si avvicinano sempre di più. È un discorso che, nella contingenza, favorisce il cavaliere? Non v’è dubbio, ma pazienza: ubi maior minor cessat. Certo, uno storico sostenitore dell’autonomia del politico dirà che si tratta di una questione morale che dalla politica deve essere tenuta ben alla larga. Tuttavia, sulla base di questa separazione buona parte dell’ideologia antiberlusconiana franerebbe miserevolmente o si rivelerebbe per quello che è sempre stata, il tentativo di contrattare con il cavaliere, o di sottrargli, il favore dei poteri forti, le leve del controllo sociale e delle «compatibilità» economiche. Sulla cui natura, spesso iniqua e oppressiva, l’antiberlusconismo vieta di pronunciarsi. Non sia mai che la critica e il conflitto possano giovare a Silvio Berlusconi e rivelare che la «legalità» vigente non risolve tutti i problemi e spesso li aggrava.

No tav, No muos, sindacati di base e centri sociali lanciano la campagna per l’amnistia sociale. Aderisci anche tu!

manifesto 20130721nazionale-1Ormai siamo all’emergenza. L’intensità e la capillarità degli attacchi repressivi e preventivi mossi contro il semplice dissenso sociale crescono ogni giorno di più. Tutto ciò avviene mentre al deficit di legittimazione delle rappresentanze istituzionali si aggiunge anche la loro desovranizzazione di fronte all’azione di organismi sovranazionali come la Troika o le agenzie di rating che programmano il “pilota automatico”. Quanto più gli esecutivi sono svuotati di poteri reali (i parlamenti fanno parte del decoro da tempo), tanto più si incrementano i margini di intolleranza dei governi e si riducono gli spazi di agibilità politica per chiunque è costretto a dover subire le conseguenze di drastiche politiche economiche e sociali supportate da minacciose politiche penali. Sì, perché a quanto pare l’unica materia sovrana rimasta nelle mani dei governi è lo strumento della penalità. Perseguo, giudico e condanno, ergo come Stato nazionale esisto ancora.
E’ chiaro che di fronte ad una situazione del genere ogni forma di azione collettiva dovrà misurarsi, volente o nolente, con questo tipo di problema. Lo sa bene persino uno come Beppe Grillo che fresco di un 25% di consensi elettorali, cioè 2/3 di quelli espressi, ha dovuto rinunciare ad un presidio davanti a Montecitorio, vivamente sconsigliato dai vertici del Viminale. Un disegno di legge depositato in parlamento mira a sanzionare pesantemente ogni forma di contestazione sonora di piazza. Quanto basta per capire qual è il clima.
Se si vuole tornare a far respirare la società bisogna allargare il più possibile le maglie che la contengono. Non c’è critica dell’attuale società capitalista che possa aver successo senza una contemporanea rimessa in discussione dell’apparato penale che la sostiene. Riassorbire la legislazione d’emergenza nella quale si annidano le tipologie di reato più insidiose, ma ancor di più la forma mentis che ispira l’azione della magistratura, ovvero l’idea che la materia sociale, l’azione collettiva, sia una questione di ordine pubblico se non di chiara eversione. Per farlo bisogna scardinare l’impalcatura giustizialista costruita negli ultimi decenni. Da qui l’esigenza, condivisa oggi, di aprire una vertenza per l’indulto e l’amnistia in favore dei reati politici, sociali e per sfollare le carceri.

Clicca qui per il testo del manifesto che lancia la campagna per l’amnistia sociale

Chi è su facebook la può trovare cliccando qui
Qui sotto le condivisioni pervenute fino al 16 agosto 2013

Adesioni collettive
ACAD, Associazione contro abusi in divisa onlus, Acoustic Impact, gruppo musicale, Action Diritti in Movimento, Assalti Frontali, gruppo musicale, Assemblea Aversana per l’Autonomia, Associazione Senzaconfine, Roma, Associazione Solidarietà Proletaria (ASP), Astroestella Senza Fini e… Confini, ATTAC Italia, Azione antifascista Teramo, Banda Bassotti, gruppo musicale, Banda Jorona, gruppo musicale Baracca Sound, Blocchi Precari Metropolitani Roma, Centro Donato Renna-Liguria, Centro sociale 28 maggio, Rovato (BS), Circolo Che Guevara PRC Roma, COBAS PT – CUB, Collettivo Militant Roma, Comitato 3e32 L’Aquila, Comitato Amici e Familiari Davide Rosci, Comitato Antirazzista, COBAS – Palermo, Comitato di Quartiere Torbellamonaca Roma, Comitato Pace di Robassomero (TO), Comitato Piazza Carlo Giuliani Genova, Communia, Spazio di mutuo soccorso Roma, Confederazione dei Comitati di Base (COBAS), Confederazione COBAS Perugia, Confederazione COBAS Pisa, Confederazione COBAS Terni, Confederazione Unitaria di Base (CUB) Piemonte, Consiglio Metropolitano di Roma, Coordinamento regionale dei Comitati NoMuos, Coordinamento Regionale USB Umbria, CPOA Rialzo Cosenza, CSA Depistaggio Benevento, CSA Germinal Cimarelli, Terni, CSA Jan Assen (ex Asilo politico) Salerno, CSOA Angelina Cartella Reggio Calabria, CSOA La Strada Roma, CUB Scuola Università Ricerca, Ex Colorificio Liberato/Progetto Rebeldia Pisa, Fuori binario-giornale di Strada dei Senza Dimora di Firenze, Ginko (Villa Ada Posse) & Shanty Band gruppo musicale, ISM – Italia, Ital Noiz Dub System, gruppo musicale, L@p Asilo 31- Laboratorio per l’Autorganizzazione Popolare Asilo 31 Benevento, Lavoratori Autorganizzati Ministero dell’Economia e delle Finanze, Legal Team Italia, Liberi dall’ergastolo, LOA Acrobax, Roma, Madri per Roma città aperta, Movimento Disoccupati Autorganizzati, CSOA Ex Macello Acerra (NA), Movimento No Tav, Movimento No Tem, Occupazioni Precari Studenti OPS area Castelli romani, Officina Rebelde Castell’Umberto (ME), Oltremedia news, Osservatorio sulla repressione, P-Carc, PMLI, Radici nel cemento, gruppo musicale, Radio Maroon, gruppo musicale, RAT-Rete Antifascista Ternana, Redazione di Zeroviolenzadonne.it, Redgoldgreen, gruppo musicale, Rete Antirazzista Catanese, Rete Bresciana Antifascista, Rete 28 aprile Fiom-opposizione Cgil, Riscossa proletaria per il comunismo Torino, Romattiva.org, Senza calma di vento Perugia, Sindacato Lavoratori in Lotta (SLL), Spazio Popolare Occupato S. Ermete Pisa, Terradunione, gruppo musicale,Tribù Acustica, gruppo musicale, Unione Sindacale di Base (USB), USB Bergamo, Wu Ming – scrittori, 99 Posse gruppo musicale

Adesioni individuali
Agrippino Gervasio (archeologo Napoli), Alessandra Magrini (AttriceContro Roma), Alessandra Schia (studentessa Napoli), Alessandro Dal Lago (Università di Genova), Alessia Montuori (Roma), Alfredo Tradardi (coordinatore ISM-Italia), Alfonso Di Stefano Comitato di base NoMuos/NoSigonella (Ct), Alfonso Perrotta (Roma), Amedeo Ciaccheri (Consigliere Municipio VIII Roma), Andrea Bianco (impiegato Napoli), Andrea Bitonto, Andrea Di Frenna (Napoli), Angela Scicchitano Villa San Giovanni (RC), Anna Balderi Ladispoli (RM), Anna Giannattasio (insegnante, Napoli), Anna Maria Bruni (giornalista, Roma), Anna Maria Liggeri (educatrice, Milano), Antimo Padula Casandrino (NA), Antonino Campenni (ricercatore Università della Calabria), Antonio Esposito (Napoli), Antonio Gentile Torre del Greco (NA), Antonio Molino (Napoli), Antonio Musella (giornalista Napoli), Assia Petricelli, Barbara Breyhan (danzatrice Sesto Fiorentino (FI), Barbara Chiocca (ambulante Napoli), Beppe Corioni, Bianca «la Jorona» Giovannini musicista, Carlo Bachschmidt (consulente tecnico processi G8), Carlo Curti (Lugano Svizzera), Carlo Giampetraglia (Napoli), Carlo Pellegrino (medico chirurgo Roma), Carlo Tompetrini, Carlotta Pappalardo studentessa Castellammare di Stabia (NA), Carmelo Eramo (insegnante), Carmine Lettieri Acerra (NA), Caterina Calia (avvocato Roma), Caterina Elendu (Napoli), Cesare Antetomaso (Giuristi Democratici), Checchino Antonini (giornalista di Liberazione), Chiara Morello (educatore professionale), Cinzia Ponticiello insegnante S. Antimo (NA), Ciro Polverino (operaio Napoli), Claudia Soprano (studentessa Napoli), Claudia Urzi (insegnante), Claudio Dionesalvi (insegnante), Claudio Guidotti (Roma), Claudio Infantino (insegnante), Cosimo Maio (Benevento), Cristiano Armati (scrittore), Cristiano Carloni (studente Università di Urbino), Cristiano Petricciolo (studente Napoli), Cristina Povoledo (Roma), Daniela Frascati (scrittrice), Daniela Pantaloni Comitato pace Robassomero (TO), Daniele Catalano, Daniele Sepe (musicista), Danilo Bianconi (Roma), Dario Rossi (avvocato Genova), David Augscheller (insegnante Merano), Davide Gennaro, Davide Rosci (detenuto per i fatti del 15 ottobre 2011), Davide Steccanella (avvocato Milano), Demetrio Conte (Counselor ed educatore Milano), Diana Lepre (disoccupata Napoli), Don Vitaliano Della Sala (parroco), Donatella Quattrone (blogger), Egle Piccinini (Asti), Elena Giuliani (sorella di Carlo Giuliani), Emanuela Donat Cattin (Milano), Emanuela Sangermano (studentessa Caserta), Emanuele Di Giulio Cesare (operaio Napoli), Emanuele Fiore (studente Napoli), Emidia Papi (USB), Enrico Contenti (ISM-Italia), Enrico Di Cola, Enrico Triaca, Roma (torturato dallo Stato nel 1978 e condannato per calunnia alle “forze dell’ordine”), Ermanno Gallo, scrittore, cittadino, Erri De Luca (scrittore), Fabio Giovannini (scrittore e autore televisivo), Federica Limpani Frattamaggiore (NA), Federico Mariani (Roma), Federico Micali, Francesca Panarese (Benevento), Francesco Barilli (coordinatore reti-invisibili.net), Francesco Caruso (ricercatore Università della Calabria), Francesco De Angelis (artigiano Napoli), Francesco De Vita (Roma), Francesco Giordano (Milano), Francesco Romeo (avvocato Roma), Francesco Verrengia (studente Napoli), Franca Gareffa (Dipartimento sociologia Università della Calabria), Franco Coppoli (COBAS Terni), Franco Iachetta (anarchico), Franco Piperno (docente di Fisica Università della Calabria), Fulvia Alberti (regista), Gabriella Grasso (Milano), Gennaro Massimino (infermiere COBAS Sanità Università e Ricerca), Gianni Piazza (ricercatore universitario), Gianpiero Bonvicino (Coordinatore PRC valli Brembana e Imagna), Gigi Malabarba, Gilberto Pagani (avvocato presidente Legal Team Italia), Giorgia Listì (Palermo), Giovanni Chirichella (Napoli), Giovanni Croce (studente, Napoli), Giovanni Russo Spena (responsabile giustizia PRC), Giulia Inverardi (scrittrice), Giulio Bass (musicista), Giulio Laurenti (scrittore), Giulio Mojo (studente Portici (NA), Giuseppe Rinforzi (operaio, Quarto (NA), Giuseppina Massaiu (avvocato Roma), Gualtiero Alunni (portavoce Comitato No Corridoio Roma-Latina), Guido Lutrario (USB Roma), Haidi Gaggio Giuliani (Comitato Piazza Carlo Giuliani), Igor Papaleo (Partito dei Carc, Napoli), Italo Di Sabato (Osservatorio sulla repressione), Jenni Caselli (disoccupata, Napoli), Laura Donati, Laura Rasero, Lello Voce (poeta), Letizia Romeo (Lucca), Livia Fenaroli, Lorenzo Guadagnucci (giornalista Comitato Verità e Giustizia per Genova), Lorenzo Santinelli (impiegato, Genova), Luca Fontana (segretario circolo PRC Che Guevara), Luca Merlino (Torre Del Greco (NA), Luciana De Pascale (Napoli), Luciano  Muhlbauer, Ludovica Formoso (praticante avvocato, Roma), Luigi Brambillaschi (Melzo (MI), Luigi Fucchi (coordinamento regionale USB Umbria), Luigi Lubrano (studente, Napoli), Luigi Oliva (Torre del Greco (NA), Luigia Pasi (Milano), Luisella Consumi (RSU Università degli studi di Firenze) Manlio Calafrocampano (musicista), Manuela Masi (studentessa, Napoli), Mara Nerbano (docente ABA, Carrara), Marco Arturi (Rete 28 Aprile, Torino), Marco Bersani ()Attac Italia, Marco Calabria (giornalista), Marco Chianese (disoccupato, Napoli), Marco Clementi (storico), Marco Di Renzo (Roma), Marco Grimaldi (studente, Napoli), Marco Rovelli (scrittore e musicista), Marco Spezia (Tecnico della sicurezza su lavoro, Sarzana (SP), Mario Battisti (Roma), Mario Pompeo, Mario Pontillo (responsabile carceri PRC), Marina Farina (docente, Napoli), Martina Grifoni (Narni), Massimo Cappitti (insegnante), Massimo Carlotto (scrittore), Massimo Lo Sciuto, operaio informatico, Matteo Squadrani (studente, Università di Urbino), Mattia Pellegrini (artista), Mattia Serafino (disoccupato Brescia), Mauro Gentile (detenuto politico per gli scontri del 15 ottobre 2011, Mauro Manola (Napoli), Mc Shark (Terradunione musicista), Michele Baronio (attore), Michele Capuano (regista-scrittore), Michele Clemente (referente nodo ALBA (Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente), Asti, Michele Vollaro (storico e giornalista), Mingo Fante, brigante (Torricella Peligna (CH), Mino Massimei (Presidente Circolo ARCI Montefortino 93 Artena (RM), Miriam Lombardo (studentessa, Napoli), Miriam Marino (scrittrice Rete ECO, AMLRP), Nando Grassi (insegnante Palermo), Niccolò Benvenuti (disoccupato Grosseto), Nicola D’Agosto (Napoli), Nicoletta Bernardi (Passignano sul Trasimeno), Nicoletta Crocella (responsabile edizioni Stelle Cadenti), Nunzio D’Erme (Roma), Paola Staccioli (Osservatorio sulla repressione Roma), Paolo Caputo (ricercatore Università della Calabria), Paolo Di Vetta (Blocchi Precari Metropolitani), Paolo Persichetti (insorgenze.wordpress.com), Paolo “Pesce” Nanna (comico periferico), Pasquale Vilardo (avvocato Roma), Pierpaolo Surbera (Napoli), Pietro Saitta (ricercatore in Sociologia Università di Messina), Pino Cacucci (scrittore), Rasta Blanco (musicista), Renato Rizzo (segreteria romana Unione Inquilini), Riccardo Infantino (insegnante),Roberta Fusco (Napoli), Roberta Rivieccio (Torre del Greco (NA), Roberto Colarullo (Comitato pace Robassomero (TO), Roberto Ferrucci (scrittore), Roberto Giardelli, Roberto Niro, Roberto Vassallo (Direttivo CGIL Milano RSU FIOM Almaviva Milano), Rodolfo Graziani (Terni), Rosandra Papaleo, Ruggero D’Alessandro (Lugano Breganzona, Svizzera), Salvatore Chiosi (Napoli), Salvatore Palidda (Università di Genova), Serge Gaggiotti (Rossomalpelo), cantautore, Sergio Bellavita (portavoce nazionale Rete 28 aprile Fiom), Sergio Bianchi (casa editrice DeriveApprodi), Sergio Riccardi (Roma), Silvia Baraldini (Roma), Silvio Arcolesse (Campobasso), Simona Musolino (scrittrice), Simonetta Crisci (avvocato Roma), Sonia Verzegnassi (Roma), Stefania Di Liddo (operatrice sociale Bisceglie (BA), Stefano Ciccantelli (coordinatore circolo SEL Pineto (TE), Stefano Guazzo (disoccupato Napoli), Stefano Poloni (Milano), Stefano Ulliana (insegnante scuola pubblica Codroipo (UD), Tamara Bartolini (attrice), Tatiana Montella (avvocato), Tiziano Loreti (Bologna), Ugo Giannangeli (avvocato penalista Milano), Valentina Bucci, libraia (Ancona), Valentina Perniciaro (blogger baruda.net), Valentino Bombardieri (Brescia), Valeria Nocera (Napoli), Valerio Evangelisti (scrittore Bologna), Valerio Mastandrea (attore), Valerio Monteventi, Bologna, Vincenzo Brandi (ingegnere ISM-Italia), Vincenzo Miliucci (COBAS Roma), Vittorio Agnoletto, Wsw Wufer (musicista)

Un’amnistia per i reati sociali

manifesto 20130721nazionale-1Biblioteca dell’amnistia
Amedeo Santosuosso e Floriana Colao, Politici e Amnistia, Tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità ad oggi, Bertani editore, Verona 1986, pp. 278
Stéphan Gacon, L’Amnistie, Seuil, Paris 2002, pp. 424
L’Amnistia Togliatti, Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2006, pp. 392
Une histoire politique de l’amnistie, a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, pp. 263

Articoli correlati
No Tav, No Muos, sindacati di base e centri sociali lanciano la campagna per l’amnistia sociale. Aderisci anche tu!
Un’amnistia per i reati sociali, il manifesto dei movimenti pubblicato dal manifesto
Amnistia per le lotte sociali. Il manifesto dei movimenti
Parte il censimento in vista della campagna per l’amnistia sociale
Violante contro Trasibulo e la democrazia ateniese. Per l’ex magistrato l’lamnistia è pià fascista che democratica

«Non tutti hanno il diritto di essere vittime. Non tutte le vittime sono vittime allo stesso modo»

Al centro di tutto la “vittima meritevole”. Come l’uso politico della nozione di vittima ha trasformato l’azione penale e l’idea di giustizia

Paolo Persichetti
Gli Altri 17 maggio 2013

Per lungo tempo l’idea di giustizia corredava il tentativo di raggiungere obiettivi universali in grado di ripercuotersi nel miglioramento delle condizioni di vita materiali e spirituali di ciascuno. Al concetto di giustizia si associavano l’idea di eguaglianza e fraternità (oggi diremmo anche sorellanza), di libero sviluppo dell’esistenza umana, oppure la salvezza. Insomma qualcosa che contribuiva al bene collettivo (tanto per stare al mutamento dei linguaggi, ora si pronuncia “bene comune”).
Oggi il concetto di giustizia non è semplicemente sovrapposto a quello di diritto, ma indica un diritto tutto particolare, il diritto di punire. Il desiderio di migliorare le sorti collettive è sopravanzato da una visione penitenziale del mondo che vede nell’azione penale, concepita come un paradiso incontaminato contrapposto alla realtà impura dell’agire politico, lo strumento per intervenire sulla realtà.
Questo nuovo senso comune, interamente immerso all’interno di una visione manichea del mondo che non offre scampo, o si è interamente vittime o totalmente colpevoli, ha proiettato la figura della vittima tra gli status sociali più ambiti, rendendola un’«autentica incarnazione dell’individuo meritevole: quasi un modello ideale di cittadino».
In una società dove sempre più viene meno ogni capacità inclusiva e prevalgono al suo posto dispositivi predatori, risultato della «tensione tra ideologia neoliberale del libero mercato e autoritarismo morale neoconservatore», le contraddizioni, i malesseri sociali, la fatica di vivere assumono l’aspetto di un viluppo confuso di sentimenti, di grumi di rancore che intrecciando la paura per l’avvenire e l’ossessione per il declino sociale accentuano i processi d’identificazione vittimistica.
Se c’è una vittima deve esserci per forza un carnefice, ciò preclude per definizione la possibilità che vi possa essere una comune condivisione vittimaria. Non potendo essere tutti vittime ecco che presto si apre la competizione. L’investitura legittimante offerta dallo status di vittima, infatti, resta caratterizzato da un accesso limitato e diseguale. Non tutti hanno il diritto di essere vittime e non tutte le vittime sono vittime allo stesso modo.
La postura vittimaria – spiegano gli studi che si occupano del fenomeno – è riconosciuta unicamente sulla base di selezionati requisiti di ordine sociale, economico, politico, culturale ed etnico; criteri che variano secondo le latitudini. Per i gruppi sociali stigmatizzati in partenza, nei confronti dei quali si presume una contiguità originaria con l’universo criminale o la genealogia del male, non vi è alcuna possibilità di accedere alla santità vittimaria.
In effetti, più della vittima in sé è la nozione di “vittima meritevole” che trova affermazione e legittimazione. La vittima forte non lascia scampo alla vittima debole. Non basta aver subito un torto o un danno per poter essere riconosciuti come tale, occorre innanzitutto entrare a far parte della categoria legittimata ad esserlo, un pantheon esclusivo.
Proiettata dall’ombra lunga d’Auschwitz, l’immagine della vittima trae la sua superiorità etica dalla figura dell’inerme, colui che è oggetto di un’aggressione totale di fronte ad una passività assoluta. Questa asimmetria originaria è tuttavia ben diversa dall’intricato groviglio di conflitti presenti nelle società attuali e che inevitabilmente rende spurio e controverso ciò che si tende a collocare tra le vittime odierne, difficili da districare nell’intreccio spesso simmetrico dei contrasti, delle tensioni e delle violenze.
Più che un giudizio di fatto, lo status di vittima è il risultato di un giudizio di valore talmente significativo, poiché fonte immediata di legittimazione politica, da essere divenuto esso stesso il luogo della disputa. Un terreno di battaglia innescato da quella «esaltazione narcisistica della sofferenza», di cui ha scritto Zigmunt Bauman in Modernità e olocausto, e che alla fine – come sosteneva Hannah Arendt – genera solo altre vittime, negando quel riconoscimento dell’altro che nel dispositivo agonistico del conflitto è il nemico, mentre in quello vittimario diventa l’assolutamente diabolico, il male universale, l’extraumano da bandire, colui che per definizione è fuori da ogni consesso civile.
Lungi dall’aver rafforzato il riconoscimento della dignità umana, la competizione vittimaria si è prestata ad una facile strumentalizzazione che è servita a rafforzare il potere dei Leviatani. Sul piano internazionale, grazie al pretesto dell’ingerenza umanitaria, il paradigma vittimario ha favorito il passaggio dall’etica guerriera alle guerre etiche, alimentando la grande ipocrisia della giustizia penale internazionale che ha permesso ai vincitori di processare i vinti. Come diceva Pascal, «non riuscendo a fare della ragione una forza, hanno fatto della forza l’unica ragione», abolendo ogni capacità di discernimento tra i crimini di lesa umanità universalmente riconosciuti, come tortura, schiavitù, genocidio, misfatti coloniali e le infrazioni commesse da chi ha esercitato il diritto di resistenza.
Sul piano interno, l’ideologia vittimaria ha accompagnato la deriva giustizialista e la controriforma del processo penale, trasformato da luogo di accertamento delle prove a teatro di una cerimonia catartica che dovendo offrire riparazione simbolica alla vittima anticipa anzitempo un giudizio senza scampo per il reo.
Infine, sul piano sociale passivizza i soggetti vittimizzati, amputandone l’interezza umana e la complessità politica e civile, così ridotta all’aspetto monodimensionale di chi esprime solo dolore e sofferenza e domanda una riparazione. Richiesta che non trovando l’appagamento promesso dal processo penale precipita spesso nella spirale del risentimento infinito.

Approfondimenti
Il paradigma vittimario

“Nei secoli fedele”, il docu-film sulla morte di Giuseppe Uva

Nel film “Nei secoli fedele – Il caso di Giuseppe Uva” (di Adriano Chiarelli, regia di Francesco Menghini. Produzione Soulcrime), si racconta la morte violenta di Giuseppe Uva, un quarantaduenne di Varese deceduto in seguito a un brutale arresto. Dopo aver trascorso tre ore in una caserma dell’Arma, in balia di otto tra poliziotti e carabinieri, Giuseppe Uva viene trasportato in ospedale in condizioni critiche.
Nel volgere della notte l’uomo troverà la morte, le cui cause tuttavia restano tutte da chiarire. L’unico processo celebrato finora ha riguardato l’ipotesi di decesso per colpe mediche, ma è stato dimostrato – con sentenza di primo grado – che i medici che hanno tenuto in cura Uva dopo l’arresto non hanno alcuna colpa.
Dopo un supplemento di perizia, sempre disposto dal giudice, è stato scientificamente provato che le cause del decesso coincidono con un complesso di fattori esterni che hanno scatenato un collasso cardiaco: stato di ebbrezza, stress emotivo, lesioni. Chi lo ha ridotto così?
Allo stato attuale nessun nuovo processo è in corso, ma il giudice estensore della sentenza ha disposto ulteriori indagini sull’arco di tempo che la vittima ha trascorso in caserma e sulle reali cause di morte.
In quelle ore è racchiusa la verità.

Da Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, da Aldo Bianzino a Giuseppe Uva, la lunga lista dei morti ammazzati dalle forze dell’ordine dopo brutali pestaggi

Paolo Persichetti
Liberazione 21 marzo 2010

E’ stato rincorso e poi picchiato prima di essere caricato su una macchina delle forze dell’ordine. Giunto in caserma è stato pestato di nuovo. Un testimone racconta di un lasso di tempo lunghissimo nel quale si sentivano distintamente le urla del malcapitato provenire da un’altra stanza. Stiamo parlando del fermo di Giuseppe Uva morto il 14 giugno 2008 dopo le percosse subite in una stazione dei carabinieri e il ricovero coatto in una struttura psichiatrica. La vicenda è stata resa nota ieri da Luigi Manconi dopo che l’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha seguito il caso di Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, ha assunto il patrocinio legale a nome della famiglia. Giuseppe Uva aveva 43 anni e la sera del fermo aveva fatto le ore piccole. Alle tre di notte forse era un po’ brillo mentre si aggirava per le strade di Varese a fare “bischerate”, come in Amici miei. Ricordate il film di Mario Monicelli, girato nel 1975, dove cinque amici ormai cinquantenni si divertono a organizzare scherzi goliardici in giro per la città? Una delle ultime pellicole della commedia all’italiana dove si descriveva un paese ancora in grado di ridere di sé. Una risata piena e disperata, consapevole di una condizione umana ormai persa in un mondo senza grandi prospettive. Le «zingarate» dell’allegra brigata erano una fuga per non morire di tristezza. Un tentativo d’annegare la disillusione in un riso intriso di malinconia. In quell’Italia lì si poteva finire in caserma o in carcere per tante ragioni, spesso politiche, ma non ancora per ridere. Non erano tempi terribili e cupi come quelli dell’Italia attuale, dove un ragazzo che rientra da un concerto, com’è accaduto a Federico Aldovrandi, viene fermato sul ciglio del marciapiede di una strada di Ferrara e massacrato da alcuni poliziotti. Dove un artigiano mite che lavorava il legno come Aldo Bianzino, uno che viveva nel suo casolare umbro senza dare disturbo a nessuno, viene arrestato perché nel suo orto crescevano delle piante di marijuana che consumava solo per sé. Portato in carcere lo ritroveranno morto in cella. L’autopsia segnalerà la presenza di traumi interni, lacerazioni del fegato e degli altri organi dell’addome, manifesta conseguenza di percosse subite. A Riccardo Asman non è andata meglio. Affetto da problemi psichiatrici, mostra segni di forte euforia spogliandosi e tirando petardi dalla finestra di casa, da dove fuoriesce anche musica ad alto volume. L’intervento del 113 finisce in tragedia. L’uomo muore soffocato con le caviglie legate da fil di ferro, le pareti dell’abitazione sporche di sangue e il corpo devastato da brutali percosse praticate con oggetti contundenti. Stefano Cucchi invece è morto disidratato, segnalano i referti, nell’indifferenza e l’incuria di un ospedale penitenziario. Il suo corpo era martoriato da lesioni, fratture ed ematomi. Traumi subiti dopo il suo fermo mentre era nelle mani di chi doveva assicurarne la custodia.
Giuseppe Uva pare avesse spostato delle transenne in mezzo alla via. Non aveva commesso reati, al massimo una violazione al codice della strada. Per questa bischerata è morto. Il suo decesso ricorda quello di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico di Castelnuovo Cilento anche lui fermato per futili motivi e condotto nell’ospedale di Vallo della Lucania dove è deceduto durante un Tso. L’autopsia ha rivelato la presenza di un edema polmonare. Mastrogiovanni era rimasto legato per giorni su un letto di contenzione, lacci ai polsi, contro ogni regola. Qualcosa del genere è accaduta anche a Giuseppe Casu, l’ambulante cagliaritano fermato e poi ricoverato a forza perché non voleva lasciare la sua bancarella vicino al municipio. Sette giorni di letto di contenzione, farmaci somministrati contemporaneamente e in dosi elevate l’hanno ucciso. Queste morti hanno tutte un filo comune: colpiscono piccoli consumatori di droghe, persone con disagi psichiatrici o individui percepiti dalla comunità come “diversi”, troppo originali. Insomma segnalano un problema d’intolleranza e disprezzo verso popolazioni stigmatizzate, fasce considerate immeritevoli di rispetto e diritti. Sollevano poi l’irrisolto problema degli apparati di polizia pervasi da culture sopraffattrici, specchio di un’epoca dove la spoliticizzazione ha aumentato a dismisura il grado di violenza che pervade i rapporti sociali. Infine sollevano un paradosso: una legalità eretta a tabù che si rovescia nel suo esatto contrario.

Link
Quelle zone d’eccezione dove la vita perde valore
Violenza di Stato? Non suona nuova

Per saperne di più sul caso Uva
Caso Giuseppe Uva: dopo tre anni finalmente la superperizia
Morte di Uva, la telefonata che accusa i carabinieri
Perché Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto?
Le sevizie contro Giuseppe Uva: parla il legale Fabio Anselmo
La vendetta dei carabinieri contro Giuseppe Uva: “Il racconto choc dell’amico”