I Ravveduti

Libri – stralci da Esilio e Castigo di Paolo Persichetti,
La città del sole edizioni 2005

Capitolo XII

Una recensione ragionata dei libri di
Valerio Morucci, La peggio Gioventù. Una vita nella lotta armata, Rizzoli, Milano 2004
Sergio Segio, Miccia corta. Una storia di Prima linea, DeriveApprodi, Roma 2005

Qualche tempo dopo l’uccisione di Massimo D’Antona, la redazione del Manifesto promosse una tavola rotonda alla quale vennero invitati, per fornire una risposta pubblica agli autori dell’attentato, Mario Moretti insieme a persichetti017a0dinu Prospero Gallinari e Piero Bertolazzi, membri del nucleo storico delle Brigate rosse. In quella circostanza i tre, oltre a ricordare il mutato contesto sociale e la decisiva discontinuità con l’epoca precedente, spiegarono come la lotta armata fosse già largamente in crisi nei primi anni 80, ma che «fu la dissociazione che impedì all’epoca una riflessione seria». Benché inizialmente contrastata dagli ambienti più ottusi dell’emergenza, che concepivano l’antiterrorismo unicamente come confronto militare, l’operazione dissociazione fu presto recepita e appoggiata da quei settori più avvertiti dello Stato, proprio per sferzare un decisivo colpo politico contro i movimenti sovversivi. Il suo effetto su un’area politica in piena crisi si rivelò devastante, poiché sanzionava qualunque approccio critico al bilancio della lotta armata che mantenesse fermi e chiari dei requisiti d’autonomia e indipendenza e che, in ultima istanza, non risultasse recuperabile dall’antiterrorismo. Tolse così ai prigionieri rinchiusi nelle carceri speciali ogni residuo spazio di riflessione poiché immediatamente percepito come una forma di cedimento. 9782845971431
Quell’incontro non piacque affatto a Sergio Segio, anzi deve essergli andato decisamente di traverso, se è vero che ne parla ancora nel suo libro, Miccia corta. Una storia di Prima linea, DeriveApprodi, 2005. Alla fine del testo, vengono infatti riprodotti diversi materiali d’epoca, tra cui un articolo apparso sulla Repubblica del 1 luglio 1999. Insieme a Susanna Ronconi e Cecco Bellosi, Segio vi critica la mancata «assunzione dell’errore politico e di un’etica della responsabilità» da parte dei tre brigatisti che avevano preso parte al dibattito. Gli argomenti che lì vengono esposti ruotano però attorno ad una insanabile aporia, ovvero un ragionamento ad imbuto secondo il quale non può aversi analisi critica e autocritica degli anni 70 senza approdare alla dissociazione, cioè iscrivendo la propria riflessione all’interno di un dispositivo statuale che ne legittimi la valenza etica e politica, ricevendo in cambio cospicui sconti di pena e vantaggi penitenziari di natura premiale e differenziale. Tant’è che Segio e colleghi, poche righe dopo, definiscono la dissociazione: «l’unico percorso collettivo dei detenuti per gli anni settanta».

Che cosa è stata la dissociazione?

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Piuttosto che un’etica della responsabilità, qualcuno, in realtà, potrebbe intravedervi l’assenza assoluta d’etica e morale, ovvero un atteggiamento di mero opportunismo. Il problema però non è quello del processo alle intenzioni, quanto l’assunto concettuale. La dissociazione non è stata un gesto equanime dello Stato nei confronti dei suoi nemici sconfitti, ma un proseguimento dello scontro. Un diritto di guerra, una clemenza concessa al nemico in cambio della sua sottomissione, un passaggio alla guerra civile fredda per completare quella calda. La dissociazione è stata la forma moderna del “processo connivenza”, grazie al quale l’impiego della convenzione giuridica si è trasformata da copertina-miccia-corta strumento di difesa a mezzo per la contrattazione e lo scambio politico. Una scelta priva di libero arbitrio, poiché direttamente legata alla necessità di un riconoscimento da parte dell’autorità giudiziaria e penitenziaria. Non solo, ma come in ogni forma di rendita parassitaria, essa ha tratto e trae senso e forza contrattuale solo dal protrarsi (reale o fittizio) del fenomeno da cui ha preso cinicamente le distanze: “la lotta armata per il comunismo”. Per questo è un qualcosa d’assolutamente opposto al divenire politico del fenomeno stesso, al suo approdare altrove, al suo oltrepassarsi attraverso un tragitto sottratto a qualsiasi forma di connivenza, intelligenza o compiacenza col potere. L’effetto finale che un tale dispositivo ha introdotto è stato quello di trasformare l’intero arco della punizione in un processo permanente, rivolto a dei parametri soggettivi che si insinuano nella coscienza del singolo, soppesandone le idee, la visione del mondo, le intenzioni (spesso supposte o attribuite). In effetti, la dissociazione ha contribuito a riportare in auge quella vecchia tipologia d’autore copertina-unavitache, soffermandosi sull’identità del soggetto, trasforma quest’aspetto nel vero oggetto della sanzione finale. Non si resta più imprigionati per delle responsabilità che molti anni prima una corte di giustizia ha ritenuto di poter individuare, ma per quello che si è o si è diventati e che non piace al singolo arbitrario giudizio di un giudice, o di un collegio di magistrati, divenuti i sovrani assoluti di ciò che è legittimo e corretto pensare. Negli anni passati non si è mai voluto seriamente riflettere sui danni giuridici e sullo sfarinamento della cultura critica che l’assunzione del modello dissociativo ha contribuito a diffondere, facendo della repentance un paradigma sempre più alla moda, insieme alla delegittimazione della radicalità, alla mistificazione della storia. Dispositivo infido, poiché non opera minimamente il superamento filosofico del problema, ma unicamente un’esportazione della responsabilità altrove.

La dissociazione dalla lotta armata
Nella dissociazione ostentata da Segio s’intravede la rivendicazione di una sorta di primato: l’aver in precedenza commesso l’errore giusto, distinto dall’errore ingiusto che egli ritualmente annovera tra i brigatisti, ed in seguito l’aver ripudiato nel modo più giusto, la giustezza dell’errore passato. Ne emerge un desiderio di primazìa etica, una sorta d’eccellenza assoluta che, al di là delle stagioni della vita, resta sempre la stessa, immutata. Per il personaggio la-peggio-gioventu-copertina l’importante è mantenere, quali che siano state le posture, le pieghe, gli inchini, i valzer, i veri e propri strisciamenti assunti nel tempo, l’ambìto status di persona non comune che un tempo si diceva persino comunista. In fondo, chi sfoggia biasimo per se stesso, più che umiltà esprime una giubilazione del negativo. Come spiegava Nietzsche, chi disprezza se stesso continua pur sempre ad apprezzarsi come disprezzatore. Vittima dunque o piuttosto infermo dell’ipertrofia di un super-io, il cui crollo ha provocato la messa in scena del lamento, della derelizione e del risentimento.

La dissociazione della lotta armata
Sulla stessa linea si pone Valerio Morucci con, La peggio Gioventù. Una vita nella lotta armata, Rizzoli, 2004. Va comunque riconosciuto ai due d’aver quantomeno tentato un’argomentazione, sia pur inevitabilmente vulnerabile. Ma c’è chi ha fatto di peggio, come nel caso di Toni Negri che la dissociazione l’ha concepita, coniata e teorizzata, ma una volta tornato libero, completamente rimossa. Né rivendicata, né rinnegata, tanto meno criticata o superata, semplicemente nascosta. Lui non c’entra con quella storia. Parlava d’altro. C’è poi l’abominio di chi è passato in un batter di ciglia dalla firma in calce alle sentenze di morte, pronunciate nei “Kampi” (lager come il carcere speciale di Nuoro) contro i “traditori”, colpevoli di essere stati torturati, e gli “arresi”, colpevoli di pensarla diversamente, alla mesta firma della letterina al giudice in cui dichiarava di «prendere le distanze dal metodo della violenza politica». Tra questi, Alberto Franceschini, aspirante ministro degli Interni del futuro governo rivoluzionario. Fu grazie all’azione di killeraggio di personaggi della sua natura che s’ingrossarono le fila della dissociazione e persino della collaborazione, per giungere ad uno strabiliante paradosso che vedeva riuniti nello stesso fronte, e magari sotto il tetto di una medesima “area omogenea”, figure da sempre in odio tra loro e che poco tempo prima si sarebbero fatte la pelle vicendevolmente.
Morucci ricorda che nel 1982, all’inizio del primo processo Moro, si erano create le condizioni minime per avviare un’iniziativa politica dalle carceri che, partendo da una dichiarazione unilaterale di «cessate il fuoco», avrebbe potuto aprire un varco per una trattativa politica. E, in effetti, la partita si giocò nell’arco dei quattro anni che vanno dall’82 all’86. Tant’è – spiega sempre Morucci – «poiché i topi avevano già cominciato a saltare giù dalla barca. Ed essendo surmolotti, lo facevano in modo assai velenoso, scaricandosi il morbo della peste», bisognava fare qualcosa. Che cosa? La risposta ch’egli fornisce non si discosta da quella adottata da Segio: rincorrere i topi. La questione viene riproposta allo stesso modo, lasciando intendere che tra dissociazione e amnistia vi fosse una sorta d’equivalenza, attenuata solo da qualche sfumatura, come se la prima fosse l’anticamera dell’altra, uno suo stadio incompiuto, e quindi fosse naturale che in assenza dell’amnistia, a seguito di colpe e ritardi degli altri prigionieri e delle organizzazioni esterne, allora tanto valeva optare per la dissociazione. Ma la dissociazione non era l’anticamera dell’amnistia e viceversa. Non si trattava d’ipotesi intercambiabili o solubili l’una nell’altra, ma di due opposti inconciliabili. Più che la ricerca di una soluzione politica, allora par di capire che il vero problema fosse quello di non perdere l’ultimo treno disponibile, perché – come afferma senza grandi giri di parole Morucci – «Toni Negri, visto l’appiattimento del codice penale, tra i suoi reati e quelli delle Br, aveva pensato bene di creare dei distinguo». Distinzioni – sia ben chiaro – fondate politicamente, anche se entrambe violavano il codice penale e l’una non era meno sovversiva o più innocente dell’altra. Si trattava però d’organizzazioni diverse con concezioni e pratiche della violenza politica differenti e che all’inizio il famoso “teorema Calogero”, dal nome pubblico ministero dell’inchiesta 7 aprile, negava esplicitamente, attribuendo addirittura al professore dell’università di Padova il ruolo di capo occulto delle Br e di telefonista del sequestro Moro. Ma non erano queste le diversità intese da Negri, il quale, con la sua operazione operava «un serrato sillogismo politico». Isolate le Br come uniche artefici della lotta armata, identificate come i «terroristi», trasformate in icona del male assoluto, bastava dire: «Noi dell’Autonomia ci dissociamo dalle Br», per decretare furbescamente ogni estraneità alla lotta armata, solo perché la loro lotta armata si poggiava su scelte organizzative che escludevano la clandestinità strategica, ma riprendevano la tradizione kominternista dei doppi livelli, uno di massa e legale, l’altro occulto. Questa doppiezza, l’assenza di un’immediata evidenza tra dire e fare, tra testa politica e braccio militare, consentiva a Negri di designare le Br nel ruolo dei cattivi e se stesso in quello del buono. Quindi i brigatisti potevano essere serviti «in un piatto d’argento. Isolati e impacchettati. In cambio di un occhio di riguardo», il che voleva dire un trattamento giudiziario e carcerario differenziato e avvantaggiato.
Insomma, veniva proposta una subdola lettura manichea, fondata su una interpretazione binaria del decennio Settanta, che tanto successo ha avuto in seguito e continua ad avere, perché ha consentito una declinazione infinita d’adattamenti e comodi escamotage generazionali e personali. Da quella fondata su una distinzione temporale e che, con buona pace di Calabresi e Ramelli, ritiene gli anni precedenti al 75-76 emanazione di un movimento sociale e quelli successivi solo terrorismo. Ma ce ne sono, in realtà, molte altre: come quella che oppone le trasgressioni colorate, festose e irriverenti degli alternativo-libertari-creativi, ai violenti senza distinzioni di sorta tra autonomi, brigatisti e piellini. I primi “vero movimento”, i secondi estranei. C’è poi la lettura che antepone l’irruenza magmatica degli autonomi e dei creativi, questa volta saldati in un unico movimento di massa, dunque vera questione sociale che per questo implicava un trattamento politico e non giudiziario, ai clandestini lottarmisti, nei confronti dei quali si potevano opporre risposte anche solo poliziesche. Negri ne fu uno dei massimi propugnatori, riusciendo nella mirabile impresa di farsi rifardito e sceriffo al tempo stesso, accondiscendente e connivente con lo Stato, ma pur sempre detentore del monopolio della corretta linea rivoluzionaria. Con ciò dimostrava di non essersi mai arreso, ma di aver solo consegnato i rivali al nemico, liquidando i sostenitori di una linea politica sbagliata e sgomberando finalmente il campo da deviazionismi pericolosi. Qualcuno chiamerebbe tutto ciò stalinismo e forse non avrebbe torto. Ma conviene lasciar perdere simili etichette fin troppo abusate, anche perché chi troppo le usa vuol dire che le ha di molto frequentate.
Infine, da non dimenticare, la pittoresca posizione della caleidoscopica area piellina e dintorni: i poeti armati, l’esercito scapigliato, la tribù del “mucchio selvaggio”, gli sturm und drang del settantasette nostrano, come essi stessi amano tanto dipingersi. Bohémiens e cultori del calibro ben oliato, militaristi ma anche sognatori impazienti, adepti del carpe diem, «i nostri attimi sono eterni e ci ripagano di tutto». Quelli del nonostante tutto, fiori appassiti più che fiori del male, maledetti mancati ma redenti riusciti. Quelli che narrano di se l’appartenenza «al novero dei destinati alla sconfitta, che non scelgono l’esilio ma di andare sino in fondo, pagando quel che bisogna pagare al sogno a lungo coltivato». Esteti del combattimento, ma anche «anime capaci di tenerezza» che sceglievano «di morire non nella lenta emorragia della vita ma di fretta, senza risparmio, come candele accese dai due lati[…] non per malattia del corpo ma per quella della coerenza, per un’inguaribile infezione dell’anima». Anche se poi a morire non toccava sempre a loro, ma che importa, quel che conta era il rimirar la poesia del gesto, la metrica dell’intenzione, lasciandosi trasportare, inebriati da bottiglie di Veuve Cliquot e Brut valdo, da quell’eroico «andar incontro alla bella morte» di saloina memoria, cercando di recitare un ingiallito copione dannunziano ma con l’inevitabile lieto fine holliwoodiano, che li ha visti inesorabilmente condannati a vivere ravveduti e contenti.
Anche per Prima linea, o quanto meno secondo l’opinione di quello che fu un loro capo, si ripropone più che mai lo schema binario. Come degli Enrico Toti di massa lanciati all’assalto dalle affollate trincee del movimento, condivise con creativi, libertari, anarchici, femministe e quant’altro, essi si auto-rappresentavano come «la linea di combattimento più avanzata» di quel vasto schieramento. Fuori restavano soltanto le tanto odiate, quanto imitate, Brigate rosse. Ma la memoria e la storia successiva non ne hanno tenuto conto, oscurando l’impresa dell’armata brancaleone, almeno così lamenta Segio con grande disappunto (una volta tanto gli si può dar ragione. In termini relativi, ovvero proporzionali alla durata del gruppo, 1976-1981, pari a meno di un terzo della vita della famiglia brigatista, Prima linea ha avuto un numero superiore di militanti inquisiti), spiegando ciò come l’ennesimo malefico frutto del brigatismo, troppo speculare ai suoi avversari nel modo di pensare e concepire il potere e quindi da questi meglio riconoscibile. Magari, però, ad averli messi in ombra non è stata solo la vicenda Moro e l‘effetto dirompente che essa ha avuto nell’immaginario nazionale, ma anche la storia della dissociazione, nata come un’operazione di smarcamento proprio dalle Brigate rosse, designate così – non solo dall’avversario – come interpreti assolute e nefaste della lotta armata. Ma «l’eresia comporta il non avere patria e chiese» , chiosa in fine Segio, col tono un po’ depresso di chi è consapevole della propria sfiga. Ma che eretico è chi si concede all’abbraccio dell’inquisitore, fino ad indossare l’abito domenicano del sacro censore? Apostata ma convertito, apatride ma nazionalizzato, eretico ma ravveduto, egli appare sempre in bilico, consumato dall’eterno dilemma del “vorrei ma non posso”. 8879289888g
Potremmo proseguire a lungo questa disamina perché lo schema binario è facilmente intercambiabile, almeno fino all’esaurimento delle combinazioni possibili. Ci premeva, in realtà, sottolineare ciò che sottende l’astuta volontà di negare il carattere poliedrico e sfaccettato delle insorgenze che traversarono quegli anni, ovvero il tentativo di precostituirsi sempre un quadro negoziale, attraverso una differenziazione sistematica che offrisse valore aggiunto alla propria posizione. La dissociazione, come le riscritture del passato, hanno seguito questa china. Inutile constatare come esse abbiano rappresentato l’opposto di una soluzione unitaria e collettiva, per tutti e per ciascuno, ma cercato unicamente dei capri espiatori su cui esportare ogni responsabilità. Non a caso – chiarisce Morucci – «Il nostro ripensamento andava accelerato per contrastare il progetto pernicioso di Negri». Per questo, la soluzione fu «passare dalla sua dissociazione dal terrorismo», detta anche «dissociazione degli innocenti», alla «nostra dissociazione del terrorismo», ovvero «la dissociazione dei colpevoli». Non cambiava soltanto la preposizione ma soprattutto il soggetto che veniva a dissociarsi. Non più chi si dichiarava estraneo alla lotta armata, ma anche chi se ne era dichiarato totalmente partecipe. Un’abile sortita che consentì d’acquisire una notevole utilità marginale, capace di accrescere il potere negoziale nel mercato dei benefici e delle indulgenze. E così, davanti allo specchio di quella che fu un tempo la loro vita, cominciarono a sputare tutti i giorni, sulla faccia di quel che erano stati, lo scaracchio di ciò che sono diventati.

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