Se dietro le Br c’erano i servizi, perché Moretti sta ancora in galera?

Frank Cimini, Il Riformista 6 aprile 2021

Mario Moretti fu arrestato il 4 aprile del 1981. Quindi sono 40 anni precisi precisi che dorme in galera da molto tempo semilibero ma comunque detenuto notturno. L’anniversario di quelle manette è l’ennesima occasione che il festival della dietrologia non si lascia scappare. Basta sentire le parole che Gennaro Acquaviva all’epoca del sequestro Moro capo della segreteria di Bettino Craxi ha consegnato in questi giorni a Walter Veltroni che sul Corriere della Sera ci prova sempre a rievocare “i misteri”.
«Non so chi, non so come, ma sono certo che le Brigate Rosse sono state manovrate presentemente dal Kgb. L’infiltrazione sovietica nell’area della protesta violenta era evidente. Nel gruppo romano non lo so non credo, ma nelle Br in genere penso di sì. Bisognerebbe chiedere a Moretti».
Eccoci, un esponente del partito della trattativa insieme a un erede del partito della fermezza per ribadire quello di cui negli atti processuali non si trova traccia. Ma a Mario Moretti tutti o quasi continuano a chiedere la verità quella che lui ha sempre detto a cominciare con il libro intervista a Rossana Rossanda e Carla Mosca che gli chiedevano in che modo lui reagisse al sospetto di ambiguità e trasversalità.
«Ah, con molta serenità e molta tranquillità nel senso che io mi rendo conto che attraverso questa accusa si vuole colpire l’idea dell’autenticità delle Brigate Rosse. La tesi che siano state manovrate dall’esterno è una tesi cara a chi non può sopportare l’idea che in questo paese si siano svolti dei fatti, delle iniziative, si siano giocati dei progetti politici esterni ai giochi di palazzo. Queste illazioni non meritano alcuna considerazione» è la posizione di Moretti che finora nessuno è stato in grado di scalfire concretamente.
Anche se la dietrologia non vuole demordere. Ci sono carriere politiche e giornalistiche costruite sui falsi misteri del caso Moro. Sempre in questi giorni il figlio del capo della scorta di Moro, Domenico Ricci, intervistato da Adnkronos è tornato a intimare a Moretti di “dire la verità”.
Non resta che stare ai fatti. Nel caso Moretti avesse intrallazzato con servizi segreti e potenze straniere non dormirebbe ancora dopo 40 anni in una cella del carcere di Opera.
Il paese anche dopo così tanto tempo rifiuta di fare i conti con quello che fu un fenomeno squisitamente politico perché evidentemente ha paura della propria storia. Al punto da non voler prendere atto che Moretti condannato a sei ergastoli ha pagato per le sue responsabilità e dovrebbe dopo quarant’anni essere scarcerato. Avrebbe pieno diritto alla liberazione condizionata che lui non chiede perché non vuole evidentemente relazionarsi con chi in pratica con la dietrologia gli nega identità politica. Sentirsi rivolgere sempre lo stesso sospetto per uno che sta dentro dal 1981 è se possibile peggio dei sei ergastoli che gli hanno dato i giudici.
In libreria da pochi giorni c’è un saggio “Brigate Rosse: un diario politico” curato dalla ricercatrice Silvia De Bernardinis. Un rendiconto critico e autocritico della storia delle Br a opera di alcuni dirigenti e militanti. Ribadisce il saggio, che dietro le Br c’erano solo le Br.

1 aprile 2008, finisce la lotta di Roberto Silvi per una società senza galere

Per me Roberto Silvi vuol dire l’esilio. L’ho conosciuto poche settimane dopo il mio arrivo a Parigi, quando ancora spaesato mi aggiravo per le vie di quella città. Roberto aveva appena deciso di rientrare in Italia. Rientrare voleva dire consegnarsi e finire in carcere. Da qualche anno aveva scoperto di avere una forma di Sla. Lui, che ogni mattina correva, aveva scoperto di avere un andamento instabile. L’ho salutato una sera d’autunno che stava ancora in piedi. Nonostante la diagnosi e la sedia a rotelle scontò per intero la condanna, piccola per fortuna, pochi anni per reato associativo. Gli chiesero ripetutamente di dissociarsi, il requisito per uscire non era lo stato di salute, la possibilità di avviare da subito cure adeguate che in carcere non erano possibili, ma la presa di distanza dal suo passato militante, lontano decenni. Declinò ogni offerta, come era suo stile. Eppure Roberto quel suo passato lo aveva lungamente rielaborato approdando su posizioni radicalmente nonviolente. Ma le sue nuove convinzioni in nessun modo potevano divenire merce di scambio.
Dopo il carcere fece alcuni viaggi per il mondo nel tentativo di capire qualcosa di più della sua malattia. Soggiornò nella sua amata Napoli ma alla fine ritornò a Parigi. Era quello il suo posto, tra noi fuoriusciti, latitanti, sanspapiers, senza tetto ne legge, senza capo ne coda, un mondo di sospesi. Non te la togli di dosso quella identità, resti sempre a mezz’aria, con «le radici all’insù» come ci disse una donna senegalese che occupava insieme ad altre donne della sua terra una piazza parigina per rivendicare papiers, dignità, diritti, la vita. Eravamo e restiamo così, con le radici rivolte verso quel cielo che provammo un tempo a conquistare.
Roberto era tornato, vederlo scendere con le stampelle dalla macchina di un compagno ci raggelò il sangue. La malattia era avanzata ancora. Tornammo a frequentarci, a litigare di nonviolenza, a stare insieme. Poi Roberto stregò una nostra amica, nacque una lunga storia mentre cominciò a bloccarsi sempre più. Lasciate le stampelle era ormai stabilmente in sedia. Cominciammo a prenderci cura di lui, eravamo caregiver senza saperlo, un giorno a settimana a turno. Quando lei andava al liceo per tenere i suoi corsi di filosofia, andavamo al mattino per alzarlo dal letto, aiutarlo ad andare in bagno, vestirlo, preparargli la colazione. Non dimentico quella mattina che arrivai davanti alla casa di Belleville, sul piano strada, era una vecchia bottega, e non potetti entrare perché avevo dimenticato le chiavi, mentre Roberto era bloccato al letto ed io che imprecavo contro la mia sbadataggine.
Roberto fu il primo che si accorse della mia cattura e diede l’allarme la mattina del 25 agosto di qualche anno dopo. Ma ero già in Italia in quel momento. Dopo una folle corsa nella notte, all’alba mi avevano consegnato all’uscita del tunnel del Monte Bianco.
Sono passati altri anni, nel frattempo la sua malattia avanzava inesorabile. Janie, la sua cara compagna, lo riportò a Napoli. Ho fatto appena in tempo a risentire la sua voce, un soffio di vita leggero, nel mio primo permesso all’inizio del 2008, poi ci ha lasciato

1 Aprile 2020 by Ugo Maria Tassinari

Roberto Silvi, nasce il 31 maggio del 1952 a Napoli dove vive fino al 1977. Consegue il diploma di perito chimico presso l’Istituto Tecnico Leonardo da Vinci e si iscrive alla Facoltà di Scienze presso l’Università Federico II, ma interrompe gli studi al terzo anno a causa del suo crescente impegno nell’attività politica. Si trasferisce a Milano nel 1977 e vi resta fino al 1982. Per sfuggire ai procedimenti giudiziari a suo carico dovuti al suo coinvolgimento nel ciclo della lotta armata, si rifugia in Francia, dove rimane dall’ ’82 al ’92.
A Parigi riprende gli studi, insegna Italiano e studia Letteratura e Linguistica Comparata di italiano e francese. Dopo l’insorgere di una paralisi progressiva, malattia mai precisamente diagnosticata, rientra in Italia nel ’92 per scontare la sua pena detentiva (tre anni) rimanendo in carcere un’anno e mezzo e scontando l’altra metà come lavoro esterno a causa del suo stato di salute. In seguito divide il suo tempo tra Napoli e Parigi dove si trasferisce definitivamente nel 2000. Traduce il libro di psico-meccanica del linguaggio di Gustave Guillaume Principi di linguistica teorica, Liguori, Napoli, 2000. Con Cecilia Calvi scrive il testo drammaturgico Le ragioni dell’altro, Colibri, 2004.
Muore a Parigi il 1 aprile del 2008.
La scheda dell’autore pubblicata da Colibrì, la casa editrice del suo testo postumo “La memoria e l’oblio“, mi riporta alla memoria un particolare che avevo completamente rimosso: Roberto l’avevo conosciuto quasi 50 anni fa. Dal 1971, infatti, io giocavo a rugby nella squadra del suo istituto tecnico, il da Vinci, che dopo aver vinto una serie di campionati provinciali studenteschi aveva deciso di partecipare ai tornei federali. Il boss della squadra era mio padre, vicepreside della scuola. Roberto era uno dei pochi compagni in un istituto tecnico assolutamente marginale nell’onda di piena del movimento di quegli anni. E avevamo subito simpatizzato, perché aveva sin da giovane una cifra di distacco quasi aristocratico (il fisico elegante e slanciato lo aiutava sicuramente) e di autoironia implacabile che lo rendeva unico e irresistibile in un ambiente umano vitalissimo e appassionato ma anche caciarone e approssimativo.
Negli anni seguenti ci incrociammo spesso per evidenti ragioni di prossimità politica: io militante dell’Autonomia nel centro storico, lui vicino al gruppo umano che da Lotta continua promosse l’esperienza dei Nap, amico del cuore di Nicola Pellecchia, ma anche legatissimo ad altri due compagni “morti giovani”: Sergio Romeo e Alberto Buonoconto. Il giornale contro il carcere a cui diede vita quando si trasferì a Milano “Senza galere” era uno strumento prezioso di controinformazione per noi impegnati nelle attività di solidarietà con i detenuti politici.
Ci ritrovammo dieci anno dopo a Parigi, dove si era rifugiato per sfuggire ai mandati di cattura che lo avevano colpito per la militanza nei Pac. In quell’hub straordinario che era casa di Oreste, riconnessi dal comune impegno nella battaglia per l’amnistia. Fu quindi una scelta naturale per me essergli vicino quando lui decise che un passaggio decisivo nella lotta alla malattia che lo aveva colpito (una forma di sclerosi mai precisamente definita) era il chiudere i conti per il passato. Mentre era detenuto a Bellizzi Irpino ci vedevamo tutte le settimane, perché avevo accettato di fare volontariato in carcere e quindi assunsi l’incarico di redattore capo del giornale dei detenuti.
Quando uscì, progressivamente, la frequentazione si diradò. Non reggevo emotivamente il procedere della malattia e lui, che aveva patito ben altri “cedimenti” umani, non me lo fece mai pesare. E fu decisamente contento quando mi vide comparire a una sua festa di compleanno, quando già si era trasferito a Parigi da qualche anno.
Il mio è, in tutta evidenza, un ricordo puramente sentimentale e mi tocca quindi, per provare a restituire la ricchezza umana e politica di Roberto, qualche “traccia di lettura”

  • Le parole e la lotta armata: l’intervento al convegno del 1997 di Roberto Silvi è alle pagine 142 e 143 del volume curato da Primo Moroni e dedicato a “Storia vissuta e sinistra militante in Italia, Germania e Svizzera”. Se il link funziona lo potete leggere qui. Se no vi tocca cercarlo su Google books.
  • La recensione di Sandro Padula, la prefazione di Fred Vargas e la presentazione del convegno su “La memoria e l’oblio” di Antonio Piedimonte

Il saluto di Oreste

Il saluto finale tocca, ovviamente a Oreste, che, pas par hazard, era proprio a Napoli mentre Roberto si spegneva a Parigi. E’ poi toccato a Oreste e a Nicola Pellecchia l’ultimo commiato: la dispersione delle sue ceneri nelle acque di Procida.

Roberto “Roberto senza galere” questo il soprannome che si portava dietro da Napoli, dalle nebbie lombarde da immigrato…- è morto oggi per un ultimo sorriso tra le lacrime, verrebbe da dire che ha “tirato l’anima coi denti” per lasciarci un primo aprile, come tra il serio e il faceto, come lasciare un dubbio, tra realtà e simulazione. Sulla linea d’ombra, crinale di confine tra il vivere comunemente, corporalmente inteso era vissuto gli ultimi 25 anni. Un quarto di secolo, ça fait un bail, nu contratto `e locazione, quasi una vita-di-lavoro, cioè una semi-vita, attendendo il <<parco umano>> dei sopravvissuti, esuberi dal lavoro, che quando sono operai, o nemmeno, muoiono in fretta, che una derisoria “libertà-dal-lavoro”, uno scampolo residuo, una nostalgia di vita intera irrompe nei polmoni come l’aria dolorosa alla nascita e i polmoni dal lavorio salariato sono così avvelenati e “cirrotici” che possono morire di aria fresca, mitridatizzati dal lavoro coatto per forza di bisogno anche quando è giuridicamente “liberamente” cercato, trovato, il prezzo della forza che lo sprigiona, forza creatrice trasmuta in merce, è contrattato.
Roberto, la vita gliela ha mangiata non già il ritmo lavoro / “tempolibero”, cioè scampoli di vita di risulta, (semi-vita affannata e ipotecata dall’ombra dell’altra mezza, come una voce ventriloqua o un fratello siamese crudele, come il controllore di ogni controllato, nell’incubo visionario e reale di Orwell)…
Roberto, la vita gliela era andata mangiando un nome nosologico, nelle cartografie, nelle tassonomie, nomenclature di male di vivere ulteriore, a oltranza, definito “sclerosi multipla bilaterale”, o “amiotrofica”, o “a placche”. Aveva cominciato con l’incespicare, e poi la discesa per questi 25 anni era stata lenta, continua e, come sul dirsi, inesorabile.
La resistenza di Roberto (e da poco dopo l’inizio di questo millennio, con le superstizioni progressiste, o il misto di superstizioni e realtà apocalittiche, che il sommarsi dell’effetto fin-de-siècle e passaggio di millennio propaga, quella “mostruosamente” simbiotica, a due, a noio, di Roberto&Jeanie, Rob&Jany ) era stata, appunto, “mostruosa”, nel senso proprio del monstrum mirabilis.
Ancora dal 24 agosto dell’anno scorso fino a dicembre, non avevano mancato un’udienza della Chambre, una riunione, un sit-in, un volantinaggio a una manifestazione, nella scommessa disperata, con troppo aria di causa persa per strappare la persona demonizzata di turno, Marina Petrella a un’estradizione che sarebbe l’inizio di una traiettoria di agonia vestita da ergastolo.[…]
Come per coincidenza, come per un saluto estremo, già ricordo, nostalgia del presente, ieri mattina a Napoli al banco dei libri di “Sensibili alle foglie” con Renato, Nicola, Nicola, Rafele e un po’ di altri e altre di noialtri “avanzi di galera” o scampativi di misura; ieri sera al Corto Circuito a Roma con Franco e Robertaccio, Barbara, Bruno e poi altri, sopravvenuti più di recente per età, avevamo riparlato di Roberto, di questa sua condizione di recluso nel corpo che tenta e ritenta incessantemente l’evasione, come di una sorta di homo sacer, di un soprassalto della potenza che persiste in nuda vita.
[…] Noi, noi, Orest’&Complici, siamo costretti a interrompere il giro, i canti e i ragionamenti, le chiacchiere, i sussurri e le grida…non serve nemmeno scusarsene, se una qualche ubiquità ce lo permettesse, continueremmo accelerando proprio per Roberto, come fosse la forma migliore di quella che nei rituali (da non irridere perché la consolazione si cerca come l’aria), è abbassare le bandiere, rosse come quelle della Sociale, nere come grembiali da lavoro dei Canuts, operai delle fabbriche tessili della Croix-Rousse a Lione schiacciati nel 31 – milleottocentotrentuno, come in una anticipazione del massacro versagliese di 40 anni dopo contro i comunardi – … bandiere rosse, nere ross&nere de La Comune. Contiamo di ripartire, con una infinita tristezza di più, il 7 prossimo, dallo Ska. Comme par hazard, – e, vorremmo aggiungere – come per caso, Robbè!
Il fiotto delle cose da dire di Roberto è tale che per ora restiamo un lungo attimo senza parole. Lo cominceremo a fare domani e sarà comunque iscritto in una insurrezione di voci, dal profondo. Ci sale alle labbra la banalità del “non ho parole”. Ma un attimo di silenzio è forse il solo adeguato,come l’attimo prima del colpo di inizio di uragano o di coro.
Oreste Scalzone &C 1 aprile 2008
Napoli, Roma, Parigi.

Conversando con Barbara Balzerani su “Brigate rosse, un diario politico. Riflessioni sull’assalto al cielo”

Il ruolo politico, assolutamente centrale, avuto dai militanti prigionieri nella vicenda brigatista, una caratteristica che innova sulla consueta tradizione rivoluzionaria che vedeva invece i prigionieri esclusi dalla vita politica dell’organizzazione esterna; il peso da loro giocato in alcuni passaggi cruciali: dal rapimento Moro, alla successiva contestazione della Direzione esterna con rivendicazione non solo dell’elaborazione della linea politica ma anche della direzione dell’organizzazione, fino alle spinte scissioniste che portano le Br alla spaccatura in più tronconi. La difficoltà di far capire al collettivo dei prigionieri che l’alto livello delle lotte nelle carceri speciali non era riproducibile all’esterno, dove il riflusso aveva travolto i movimenti sociali e negli stabilimenti Fiat prendeva forma la sconfitta della classe operaia. L’incapacità di mettere in pratica una nuova strategia dopo il rapimento Moro, la fine di una elaborazione unitaria con la fuga in avanti di chi credeva fosse maturo il tempo della «guerra civile dispiegata» o riteneva una soluzione rinchiudersi nel recinto della fabbriche, già stravolte dalla ristrutturazione produttiva. Lo smantellamento di intere colonne causato dal fenomeno dei “pentiti”, le torture dispiegate contro gli arrestati e il rifiuto di riconoscerle di una parte importante dei prigionieri, la proposta di «ritirata strategica» che suscitò aspre reazioni e successive scissioni sul modo di interpretarla. Barbara Balzerani riflette sulla sua esperienza all’interno della Brigate rosse a partire dal bilancio elaborato a metà degli anni 80 da un gruppo di militanti, a loro volta confluiti nelle Br-pcc

Silvia De Bernardinis, Venerdì 19 marzo 2021

È uscito da poche settimane il libro che ho curato, Brigate rosse: un diario politico, per DeriveApprodi. Chi lo leggerà si troverà di fronte a un testo, se non distante, sicuramente differente dalle ricostruzioni storiche fatte dagli storici. È un’analisi densa, complessa e non facilmente sintetizzabile se non per linee generali, con una costruzione del testo metodologicamente molto chiara che analizza pezzo per pezzo la storia brigatista: parte dal contesto politico, prende in esame partiti politici, movimento di classe, sinistra rivoluzionaria, guerriglia e antiguerriglia, proposta politico-strategica delle Br e verifica alla prova dei fatti. Una ricostruzione a 360 gradi che è storia delle Br e storia dell’Italia degli anni 70, al di là delle intenzioni degli autori. Più che farti domande ti propongo alcuni temi di carattere generale che emergono dal testo su cui può essere utile spendere qualche parola. Diciamo prima di tutto che i compagni protagonisti del confronto, delle discussioni da cui ha origine il documento che DeriveApprodi ha deciso di pubblicare, sono stati tra quelli con cui hai condiviso sia la fase iniziale della tua esperienza nelle Br, nella colonna romana, sia il periodo successivo, quando ti sei ritrovata a gestire in un ruolo dirigente l’eredità brigatista e la parte finale della sua storia, per usare le tue parole, a cercare di «tradurre in pratica politica e organizzativa quel controverso bilancio». Fa eccezione Carlo Picchiura che hai conosciuto dopo il tuo arresto, nel 1985, durante i processi, uno dei pochi che dal carcere aveva aderito alle Br-Pcc dopo la spaccatura. Si tratta dei compagni politicamente più vicini e di discussioni che hai vissuto direttamente.

Si, ed è difficile parlarne ora che Piero, Gigi, Salvo e Picchio non ci sono più. Mancanze, tra le altre, che hanno reso ancora più vuoti questi anni così difficili da vivere. I legami nelle Br non sono mai stati familistici visto il prevalere su tutto della buona salute dell’Organizzazione e la precarietà della nostra vita a piede libero, ma è indubbio che il sentire i compagni un bene prezioso di cui godere e da preservare, dava forza anche nelle condizioni più dure e compensava la provvisorietà del domani di ciascuno di noi. La fiducia incondizionata è una reciprocità di sguardo che non sempre la politica concede ma che pareggia i conti con le proprie paure e incertezze quando si ha la fortuna di viverla. Cercare di essere all’altezza dell’altro insegna a superare la competizione e i protagonismi. Credo renda migliori.
Questa pubblicazione rende giustizia a una realtà misconosciuta che poco appare nella storia delle Br. Infatti nella vulgata con cui è raccontata emergono pochissimi nomi in confronto ai tanti militanti che l’hanno attraversata e alla loro qualità. Anche questo concorre alla distorsione del suo patrimonio politico e del senso stesso dell’agire in un’organizzazione di comunisti. Come se non fosse un prodotto collettivo in cui ciascuno, per come sa e può, è essenziale a comporre il tutto ma la raffigurazione elitaria di qualche testa pensante nell’insignificanza di tanti anonimi e invisibili, senza nome, faccia e identità. E questo riguarda anche i compagni che hanno lavorato a vario titolo a questo testo dal carcere e che sono stati tra i pochi che ho avuto accanto negli ultimi difficilissimi anni di militanza. La spaccatura di cui parli, quella col Partito della guerriglia, non è stata la sola ma certamente la più devastante sia per l’inconciliabilità dell’analisi, delle tesi politiche e delle pratiche, sia per l’adesione massiccia dei nostri compagni in carcere. Cosa di non poco conto in quel periodo di scarse certezze. Per questo il testo che hai curato è ancora più prezioso, spiragli di luce nella opacità del presente per chi era rimasto fuori a resistere che, purtroppo, sono caduti nel vuoto (forse per un malinteso rigetto di ogni contributo proveniente dal carcere?) e un rimedio di senso nel dilagare di follia che sembrava imperversare tra i seguaci del partito della guerra civile in atto. Una mano tesa nella navigazione rovinosa della nostra crisi politica e del perfezionamento scissionista dei prigionieri del «nucleo storico». Le riflessioni di cui tratta il testo sono quelle che hanno impegnato i compagni prigionieri rimasti nelle Br-Pcc che non potevano che andare all’origine di una storia per poterne valutare i punti di criticità, gli errori, la necessità di adeguare l’analisi e la pratica alle nuove condizioni. Fino all’interrogarsi sulla percorribilità stessa del terreno di lotta per come l’avevamo sempre inteso, in cui l’azione armata costituiva la esemplificazione, il condensato di un programma politico reso possibile dai contenuti presenti nelle punte più avanzate del movimento rivoluzionario di quegli anni e necessario per continuare ad avanzare.
Di quelle lotte interpretavamo l’insito contenuto rivoluzionario, di potere, traducendolo in una strategia politico-militare di guerra di lunga durata. Niente a che vedere con il sindacalismo o i bracci armati dei movimenti, niente con l’insurrezionalismo. Tutte concezioni queste che caratterizzavano molta parte delle altre organizzazioni rivoluzionarie e che verranno riproposte dai diversi spezzoni in cui si è frantumata l’Organizzazione. Si è trattato di uno scontro di idee portato avanti attraverso un intenso lavoro politico all’interno dei movimenti. Questo può spiegare anche la adesione alle Br di molti compagni che avevano animato il movimento del ’77 con la sua radicalità di contenuti, disperso dai carrarmati di Cossiga e la sua impossibilità di tenuta attraverso scontri armati di piazza.

Alcune considerazioni sul testo: il contesto, il fine per cui è stato scritto e il metodo con cui è stato scritto questo documento gli danno alcune qualità: prima di tutto non è un documento ideologico ma politico, il fatto di non dover sostenere una tesi lo mette al riparo dal pericolo di forzare la realtà alla propria tesi. Un’analisi concreta su fatti concreti, marxista. Considerando il momento in cui viene proposto, dominato da un dibattito pressoché ideologico, riflesso della crisi delle Br, mi sembra un dato significativo. Inoltre, sia il fatto che nasce per cercare di risolvere i punti critici e i limiti nella condotta della guerriglia e per capire se e quali fossero gli scenari possibili per la lotta armata, sia il fatto di essere scritto a partita non ancora formalmente conclusa, fa sì che non cada in autogiustificazioni, rischio sempre presente nelle ricostruzioni ex post.

Si, la metodologia adottata dagli estensori è propria di un contributo di analisi politica e non ideologica, né tantomeno programmatica. Non è un caso che quei compagni sostenessero la battaglia politica in corso a fianco delle Br-Pcc anche a partire dal ruolo che i prigionieri avrebbero dovuto assumere nel dibattito interno. Questo è un capitolo importante nella nostra storia e ne riflette luci e ombre. I nostri prigionieri avevano sempre avuto una grande importanza nelle dinamiche interne dell’Organizzazione. Erano la nostra faccia pubblica, erano tra i fondatori dell’Organizzazione, avevano grandi capacità politiche, erano i magnifici protagonisti del processo guerriglia e delle lotte in carcere. Ma, forse anche a causa della contraddittorietà dei nostri dispositivi interni, bisogna concludere che hanno negativamente condizionato le nostre scelte e, da un certo punto in poi, esasperato i nostri problemi politici. Soprattutto quando si è evidenziata la crisi di superamento della fase della propaganda armata e l’impasse della nostra capacità di elaborazione programmatica, le forzature da parte loro non hanno certo contribuito a dipanare la nostra inadeguatezza. In questa strettoia si è materializzato l’intervento a gamba tesa della maggior parte dei prigionieri coagulati intorno alle tesi del «nucleo storico». Non si è trattato di un contributo politico teso ad affrontare le nuove condizioni dello scontro a cavallo degli anni ’80 tutto da verificare nella pratica ma dell’elaborazione di un dettagliato programma valido per tutta l’organizzazione. Nonostante i tentativi di mediazione e di limatura degli eccessi di un’analisi completamente sballata circa le condizioni dello scontro, le tesi di una rivoluzione alle porte, mutuata dalle condizioni delle lotte in carcere, hanno cortocircuitato il già squilibrato rapporto dentro-fuori facendolo deragliare su un capovolgimento delle cause-effetto. Secondo quei compagni le difficoltà dell’Organizzazione non erano di carattere politico a fronte di una difficile transizione in una fase di offensiva del nemico e di deciso rallentamento di passo della conflittualità di classe, ma derivavano da una cattiva conduzione da parte della sua direzione. Fino al precipitare di questa bufera intestina in mozioni formali di sfiducia nei confronti dell’esecutivo e operazioni scissioniste di pezzi dell’organizzazione. Va sottolineata la varietà di tesi politiche delle varie fazioni in cui s’è frantumata la compagine Br, dal sindacalismo armato, allo scioglimento nel movimento, alla centralità dei settori emarginati e del carcere, tutte però confluenti nel chiedere legittimità ai prigionieri. Su tutto è emersa la velleità di superamento della crisi attraverso la decapitazione della direzione nazionale ritenuta un freno alle potenzialità rivoluzionarie delle masse nel presente. Sta di fatto che la debolezza dell’organizzazione ha reso possibile l’impensabile, ossia la pretesa di una sua direzione dall’interno del carcere. E se questo, nei fatti, ha dimostrato tutta la sua non praticabilità ha anche avuto tutto l’agio di aumentarne le difficoltà. In tutta evidenza la qualità e le finalità del contributo del testo in esame è di tutt’altra natura e rispondeva al compito da parte dei prigionieri di dare un supporto all’organizzazione nella lettura della fase più difficile della sua storia, senza interloquire nella linea politica. Contributo politico senza sconti e reticenze che quei compagni assolvevano nella consapevolezza di avere come compiti fondamentali non essere di intralcio all’Organizzazione esterna, di tenere conto dei rapporti di forza per non creare condizioni di detenzione invivibili e, all’occasione, segare le sbarre e raggiungerci. Nella consapevolezza di essere ostaggi del nemico, sottoposti a un incessante controllo e impossibilitati a verificare nella pratica le loro tesi. Nella assunzione di una responsabilità collettiva e non personalistica di cui rendere conto. E nonostante il minoritarismo, il ritardo e la scarsa efficacia nel riuscire a contenere la frana sotto cui è rimasta seppellita persino la memoria del nostro tentativo di «assalto al cielo», resta un documento decisivo per chiunque voglia comprenderne la complessità, al di là delle celebrazioni o della svendita. Soprattutto perché quei nodi politici su cui anche le Br si sono incagliate sono rimasti irrisolti. In primis dai fuoriusciti che, va sottolineato, a decenni di distanza non si sono curati di fare un bilancio delle loro scelte e renderne conto, come le Br hanno sempre fatto.

Il testo, proprio per come è costruito, fa emergere con grande chiarezza il significato di lotta armata come strategia politica, un concetto molto ben definito nella storia delle Br, come hai appena chiarito sopra, e che anche all’interno delle Br nel periodo della crisi è stato confuso con altro, e di cui oggi ancor di più, per il modo in cui è stata divulgata nel senso comune non solo la storia delle Br ma tutto il contesto degli anni ’70, si è persa traccia. Le Br nascono dalle lotte del 1968-69 e attraversano tutto il ciclo di lotte degli anni 70, e anzi si spingono anche oltre. Si trovano ad agire in due contesti diversi, e in condizioni diverse, e cioè, in un lasso di tempo brevissimo, tra il 1974 e il 1978-79, passano dall’esercitare un certo peso all’interno delle fabbriche, a esercitare un peso politico a livello nazionale. Un passaggio che avviene in un contesto diverso da quello che ne ha segnato la nascita e coincide con un processo di ristrutturazione mondiale in corso, da una situazione che vede la classe operaia all’offensiva ad un quadro che si fa sempre più resistenziale. Vi trovate in un groviglio di contraddizioni.

Il progetto politico delle Br nasce sulla concezione guerrigliera di dimostrare la fattibilità oltre che la necessità di assunzione di una mentalità e una strategia offensive. Nelle migliori tradizioni del movimento rivoluzionario non si trattava di concepire la legittimità della lotta armata come reazione difensiva alla violenza dello Stato in una dinamica a perdere di rincorsa della repressione né tantomeno giustizialista. Era il livello e la qualità dello scontro di classe che la motivavano. Credo che le lotte operaie che avevano conquistato l’autonomia di classe ne fornissero un inequivocabile esempio nella prassi di guadagnare terreno e strappare conquiste sul campo stando sempre un passo avanti alla mediazione contrattuale. Nei graduali aggiustamenti della linea politica nel vivo dello scontro, attenzione massima era rivolta a una analisi in grado di esaminare i piani strategici del capitalismo per poterne anticipare le mosse. Questo in un quadro di belligeranza di una parte significativa del movimento operaio e rivoluzionario e di rafforzamento del campo rivoluzionario internazionale. La focalizzazione del processo di perdita dell’autonomia nazionale dei paesi capitalistici (nascita dello Sim) ne è una esemplificazione a fronte di una progettualità del nemico di governo della crisi del modello fordista, globalizzando i mercati e accentrando il capitale finanziario, delocalizzando le fabbriche, ristrutturando la produzione, precarizzando il lavoro e le condizioni di vita di vasti settori proletari. E, su tutto, dichiarando guerra alla conflittualità, condizione sine qua non per garantire i profitti delle aziende multinazionali. Al grande capitale occorreva stabilire nuovi margini della democrazia parlamentare che potevano contenere sia colpi di stato e dittature (come in Cile e in Argentina) sia l’autoritarismo «ferreo» di governi alla Thatcher. Da questo punto di vista si rende comprensibile il salto all’attacco al cuore dello Stato come scelta strategica delle Br per rinsaldare e dare prospettiva ai rapporti di forza favorevoli conquistati nelle fabbriche e nei territori. Questo il quadro ed è indubbio che, almeno in Italia, i progetti della ristrutturazione liberista della produzione e dei rapporti sociali non hanno avuto vita facile grazie al movimento rivoluzionario e alla lotta armata. Quadro che cambia con l’arretramento di quel movimento e le modificazioni a livello internazionale a favore del fronte imperialista.
Che la tendenza dei programmi del grande capitale fossero quelli analizzati è da tempo sotto gli occhi di tutti nella loro piena realizzazione. Negli anni in cui le Br l’hanno teorizzata erano appunto una tendenza, un processo e non un dato di fatto, soprattutto nell’«anello debole della catena» come l’Italia. Dentro questo quadro contraddittorio abbiamo oscillato tra una visione materialistica dello stato delle cose presenti e la sballata convinzione di un precipitare all’ordine del giorno delle dinamiche di rinnovamento/riorganizzazione della politica e dell’economia. Per questo nella testa di qualcuno si era formata la convinzione che non rimanesse che armare le masse essendosi esaurito ogni spazio di tutela dei loro interessi materiali immediati. Ammesso che le condizioni di una rottura rivoluzionaria ci fossero, i tempi in politica non sono un accidente che si possono dilatare o accorciare a proprio piacimento e i nostri sono stati decisamente sfasati mancando la periodizzazione della «lunga durata» e il suo andamento affatto lineare. Fino a che tutto è diventato una rincorsa a fiato corto nel tentativo di rimediare agli errori. Fuori tempo massimo.

C’è un dato che sembra essere costante nella storia delle Br, contraddittorio perché al tempo stesso ne costituisce la forza e l’originalità ma anche uno dei punti deboli e dei limiti, e cioè il carattere sperimentale, che discende dalla loro eterodossia. Il non avere modelli di riferimento gli dà la libertà e le mette in condizione di dover sperimentare. Come si dice nel testo, si parte «da una base progettuale che tende a precisare, per approssimazioni successive, la propria proposta politico-strategica, come anche le soluzioni tattiche».

Ma la sperimentazione non è sempre stata la caratteristica dei processi rivoluzionari? A quale modello si è ispirata la Cina di Mao, la Cuba di Castro o le guerriglie dell’America latina? A quale la rivoluzione dei curdi del PKK, dei greci del «17 novembre», dei compagni dell’Eta, degli zapatisti e quella guidata da Sankara? È certo esistito un paradigma rivoluzionario novecentesco che ne ha dettato i caratteri generali ma sul terreno della pratica ciascuno ha dovuto fare i conti con la propria composizione di classe, con la storia e le tradizioni sociali del proprio paese, con la propria collocazione in ambito internazionale, con il grado di consenso/controllo del potere e, soprattutto, con il livello dello scontro di classe. Se il Partito comunista cinese avesse dovuto considerare la classe operaia il soggetto centrale del processo rivoluzionario, avrebbe dovuto inventarsela. E non è forse vero che certe direttive da Mosca abbiano «ingessato» l’andamento delle rivoluzioni specie nei paesi in via di decolonizzazione? Noi siamo stati il frutto di una fuoriuscita dal modello insurrezionale, partito-esercito, ormai impraticabile nelle situazioni metropolitane al livello di maturazione del conflitto rivoluzione/controrivoluzione. Troppi i dispositivi di controllo, non ultimi quelli di partiti e sindacati. Troppi i livelli di differenziazione e relativa mediazione. Al contrario la guerriglia offriva un modello di possibilità di attacco anche ad alto livello con una forza militare ridotta. Quello che conferiva incisività non era la sua endemicità. Ossia non era decisiva la quantità e il livello delle azioni messe in campo quanto la capacità di cogliere il maturare delle contraddizioni di classe, i piani del nemico, i punti deboli del suo schieramento, il livello del peso politico della guerriglia nel movimento rivoluzionario. Questo ha comportato la necessità di affinare le armi dell’analisi di contesto e compiere i salti necessari per non perdere la capacità offensiva e disperdere i rapporti di forza conquistati. Ossia sperimentare sul campo la validità delle proprie analisi.

Diversamente da altre organizzazioni combattenti le Br hanno sempre identificato nella Dc il nemico principale. Ma il ciclo di lotte di quegli anni vede anche lo scontro tra due vie e due concezioni presenti all’interno del movimento operaio: da una parte la tradizione terzinternazionalista e il progetto di integrazione della classe operaia nello Stato e dall’altra la centralità del conflitto capitale/lavoro, la guerra di classe, la distruzione dello Stato. Compromesso storico e attacco al cuore dello Stato.

Si, nonostante il peso dell’azione controrivoluzionaria del partito e del sindacato comunisti le Br hanno condotto una battaglia politica nel movimento per affermare la centralità della Democrazia cristiana nel campo nemico. Tra noi e i comunisti c’era una contrapposizione di altra natura. Proprio perché si trattava del conflitto tra due anime interne alla classe, per dirla alla cinese, si trattava di una «contraddizione in seno al popolo» e come tale andava trattata. La presenza negativa del più grande partito comunista d’occidente in questo paese non è certo stata secondaria nel procedere dello scontro, ma questo nulla toglie al fatto che si trattasse di contraddizioni reali che vivevano all’interno della classe operaia. La Dc deteneva il potere e non lo avrebbe mai ceduto ai comunisti, nonostante la loro forza elettorale e la loro fattiva collaborazione. Proprio le vicende legate alla «campagna di primavera» ne sono una dimostrazione: il governo sarebbe rimasto ed è sempre rimasto saldamente in mano alla Dc mentre i loro «alleati» perfezionavano la loro deriva socialdemocratica. Ai comunisti sono andati incarichi di «lavori sporchi» di contenimento e repressione e per questo sono stati particolarmente invisi nell’ambito dei movimenti. Non senza qualche ragione. Ma per arrivare al governo hanno dovuto cancellare il peccato della loro origine nel campo comunista, mai del tutto amnistiato nell’occidente capitalistico, sconfessare ideologia e alleanze, cambiare nome e cognome. Nel conflitto degli anni ’70, secondo la nostra visione, erano sì lo Stato ma quello interno alla classe operaia. Nei loro confronti andava usato il bisturi più affilato. La gestione autocritica dell’azione contro Guido Rossa ne è l’esempio più appropriato, come anche la fotografia di quanto lo scontro fosse interno alla classe operaia.

Stando ad una verifica dei fatti, la presenza della guerriglia non ha rappresentato un ostacolo né allo sviluppo del movimento, né alle conquiste del movimento operaio degli anni 70, al contrario, ha contribuito a spostare i rapporti di forza e ha rallentato il processo di ristrutturazione.

Su questo non ci dovrebbero essere dubbi. La forza dei movimenti in quegli anni era un concerto polifonico che andava ben oltre le differenze. E il travaso reciproco di forza funzionava almeno quanto era in grado di ottenere conquiste che mai sono state tanto rilevanti. Come è evidente, soprattutto oggi, quella sul piano sanitario. E questo al di là della autorappresentazione dei diversi soggetti in campo che, nella sconfitta, è diventata uno scarico di responsabilità da imputare alle Br. Persino le battaglie per i diritti civili non subivano danni nonostante le tesi cospirazioniste dei pacifisti impegnati nella battaglia per il divorzio mentre le Br sferravano il primo «attacco al cuore dello stato» con il processo al giudice Sossi. Ma, aspetto ancora più importante, basterebbe analizzare le vicende legate allo scontro che ha riguardato la Fiat per rendersi pienamente conto di quanto sia stata determinante la crisi della guerriglia nell’accelerazione della ristrutturazione e nell’attacco alle avanguardie interne alla fabbrica.

Ritorniamo su un punto cui accennavi sopra, e cioè il peso del «nucleo storico» in carcere. Se è vero che dal carcere non si può dirigere la guerriglia, la si condiziona, o almeno nel vostro caso sembra averla condizionata. Ribaltando il principio guida delle Br dove la pratica ha sempre preceduto la teoria, finite – parlo delle Br fuori dal carcere – per cercare di adattare la realtà alla teoria. Il documento restituisce questo processo in termini politici e in termini politici dà anche una spiegazione che ha portato alla centralità del «nucleo storico». Sintetizzando, dopo la «campagna di primavera» la fase della propaganda armata si esaurisce e le Br cercano, senza trovarlo, il passaggio alla fase successiva che il nucleo storico identifica, teorizzandolo sull’esperienza concreta delle lotte in carcere, nel passaggio alla guerra civile. Siamo nel 1979 e la Direzione Br si scontra con una realtà che al contrario non è in alcun modo assimilabile o generalizzabile con il contesto carcerario. Basti solo pensare alla vicenda Fiat. Il nodo della crisi, che non si risolverà, è che dopo la propaganda armata e in un contesto di lotte resistenziali la guerriglia – o almeno l’esperienza delle Brigate rosse – non trova soluzioni. Su questo nodo politico avviene la spaccatura all’interno delle Br.



n verità questo precipitato ha una lunga incubazione e attraversa le tappe che hanno portato a maturità la crescita politica e organizzativa delle Br. A un’analisi a posteriori si possono rilevare i chiaroscuri di un rapporto dentro/fuori che non necessariamente doveva avere un epilogo tanto negativo. E questo ha messo in evidenza errori, malintesi, incertezze progettuali e inadeguato governo delle contraddizioni interne. Esemplificativo è il passaggio del processo di Torino. Alla sbarra praticamente l’interezza del quadro dirigente originario. Si trattava del primo processo in cui lo Stato intendeva dimostrare la forza di seppellire i comunisti armati sotto secoli di galera e celebrare la sua vittoria sull’eversione. Non è andata così. La stretta dialettica tra i compagni prigionieri e l’Organizzazione all’esterno rendeva possibile dimostrare nella pratica che «la rivoluzione non si processa». Di più, che a essere processato era lo Stato. Quel processo ha visto rimandi successivi a causa della difficoltà di costituzione della giuria popolare, proprio per la politicità che aveva conquistato grazie alla conduzione in aula dei compagni e l’attacco esterno dell’organizzazione.
L’esemplificazione di «chi processa chi» con un iter giudiziario bloccato (fino all’intervento persuasivo extragiudiziale del Pci a sanare la riluttanza dei giurati) e il sequestro di Aldo Moro rendeva palese la forza dell’attacco al cuore dello stato nella disarticolazione degli assetti di potere. Fuor di polemica, non capire e rifiutare questo passaggio non spiega come si potesse sviluppare un processo rivoluzionario endemicizzando lo scontro senza tentare di individuare e anticipare il progetto controrivoluzionario della borghesia. Organizzarsi sul terreno della lotta armata per agire sul piano dei bisogni credo sia una partita persa in partenza.
Il processo di Torino ha contribuito enormemente ad aumentare la visibilità dei prigionieri all’esterno e il loro prestigio nell’Organizzazione, anche per il livello del loro contributo teorico. Col senno di poi si può dire che tutto questo avesse già in nuce l’esito negativo che ha avuto? Certo è che, come sostengono i compagni del testo in esame, l’Organizzazione, sia pur recalcitrante, ha scelto di adottare in toto la produzione programmatica proveniente dal carcere in una vistosa virata economicista del suo progetto. E la contraddittorietà con cui è stata agita non è stata sufficiente a evitare il capovolgimento di un caposaldo dei suoi fondamenti nel tentativo di adattamento della realtà alla teoria. Nonostante il suo avanzare incerto il «dopo Moro» ha significato una stagione di crescita e grande vitalità dell’Organizzazione in un contesto nazionale che ha toccato il massimo dello sviluppo dei gruppi armati. L’interpretazione che i prigionieri hanno dato di questa situazione è stato il precipitare qui e ora della «conquista delle masse sul terreno della lotta armata». I programmi «immediati» dovevano costituirne il viatico, traducendo meccanicamente la capacità di organizzare delle rivolte in carcere con il precipitato in termini di condizioni sociali talmente contrapposte al sistema vigente da poter essere soddisfatte solo armi alla mano a livello di massa. Naturalmente la pratica dell’Organizzazione non poteva essere all’altezza di tale aspettativa e il dissenso è andato crescendo fino a sfociare nella rottura. La spinta decisiva è stata un progetto di evasione dall’Asinara che ovviamente aveva come condizione imprescindibile il supporto dell’Organizzazione. Per noi si trattava di un attacco dal mare con un allestimento logistico del tutto diverso da quello metropolitano a cui eravamo abituati. Le forze impegnate erano notevoli e anche di più le difficoltà di portare a termine l’operazione senza danni. Ma non ci siamo tirati indietro. La preparazione è durata tanto da consumare tutti i mesi estivi. Basti pensare alla difficoltà di una via di fuga fino all’entroterra o alla scarsa propensione del luogo al furto di veicoli tanto che le macchine necessarie le abbiamo dovute portare dal “continente”. Alla fine dell’estate abbiamo dovuto desistere data la rarefazione della popolazione locale con la partenza dei turisti. Per noi si trattava di un rinvio, per i compagni in carcere di un tradimento. Secondo loro non è che non avevamo potuto ma non avevamo voluto. Questa la sostanza della loro accusa. Lo sviluppo dello scontro è andato verso la deriva scissionista dopo la richiesta di dimissioni dell’esecutivo, in seguito reiterata dai separatisti della colonna milanese. Finalmente dall’interno del carcere era stato costruito un gruppo all’esterno che rispondeva pienamente alle aspettative dei teorici della guerra sociale totale. In tutta evidenza, in questo bilancio, le responsabilità personali non sono state secondarie.

Un altro aspetto portato in luce dal documento è questo: benché le Br ponessero sin dal 1975 come obiettivo strategico quello di staccare l’Italia “anello debole della catena imperialista” per una collocazione nell’area dei paesi non allineati, nella visione strategica brigatista, secondo quanto è scritto nel documento, si sottolinea l’assenza di un collegamento della guerriglia all’interno di un fronte antimperialista, in una strategia globale antimperialista, che era al contrario una questione importante e molto presente nel contesto che aveva determinato l’origine stessa della guerriglia. Si tratta di una linea di combattimento che le Br-Pcc tentano di riprendere negli anni ’80 con la costruzione del Fronte combattente antimperialista. Per la prima volta le Br escono dall’ambito nazionale e attaccano direttamente la Nato con l’azione Dozier e in seguito con l’azione che colpisce Leamon Hunt. L’appunto critico che viene mosso, in particolare su Dozier, è che si tratta di un mutamento importante all’interno delle Br che non viene compreso fino in fondo teoricamente, manca di un impianto strategico.

Tutto vero. Nei nostri documenti il riferimento strategico alla questione internazionale è ricorrente, anche perché lo scenario che si era aperto con le rotture rivoluzionarie delle «zone di influenza» dopo la Seconda guerra mondiale sono state uno degli elementi che hanno favorito anche l’insorgenza degli anni ’70. Ma è come se il sottinteso fosse internazionalisti sì ma «ognuno a casa sua». La nostra storia è strettamente legata a quella del soggetto rivoluzionario da cui le Br sono nate, ossia gli operai del polo industriale del nord di cui hanno seguito anche la sorte. Certo «provincialismo» brigatista è andato in parallelo con la particolare forza della guerriglia e del movimento rivoluzionario nel nostro paese che, paradossalmente, non ha facilitato la costruzione di battaglie comuni con altre forze antimperialiste di diversa cultura politica. Al di là di relazioni di scambio e sostegno il capitolo «internazionale» è rimasto vacante nella nostra agenda. Ci sentivamo nello stesso flusso rivoluzionario ma, come anche altre forze combattenti, in un contesto internazionale caratterizzato dalla autodeterminazione delle singole esperienze. La vicinanza con le altre forze guerrigliere in Europa si è limitata alle analogie riscontrabili in alcune battaglie (vedi sequestro di Martin Schleyer), ma gli obiettivi comuni delle organizzazioni combattenti, come la liberazione dei prigionieri, non sono stati sufficienti a colmare le distanze strategiche. A dispetto di quanto andavamo teorizzando circa la necessità di un fronte comune delle forze guerrigliere e con il campo dei paesi non allineati nei fatti ha prevalso la nostra specificità alla «fatica» di individuare e percorrere i terreni propri di un fronte antimperialista. Alla fine degli anni ’70 e anche in coincidenza con la sconfitta del soggetto politico che avevamo messo al centro del nostro progetto, diventava non più rinviabile colmare il vistoso vuoto di progetto, anche in presenza della ripresa di movimenti contro le basi Nato e contro la guerra. In extremis abbiamo cercato di recuperare il terreno perduto su un programma di «guerra alla guerra» che andasse a rafforzare l’attacco alla tecnocrazia neoliberista. Veramente troppo tardi per elaborare una strategia all’altezza del compito anche alla luce della crisi di credibilità che aveva scavato a fondo al nostro interno e non solo.

La ritirata strategica: riprendendo quanto dicevo sopra, anche in questo caso il dato sperimentale mi sembra quello più evidente, con un concetto tra l’altro estraneo alla tradizione Br.

Beh, fare come se nulla fosse stato dopo il fallimento dell’operazione Dozier e la costatazione di quanto fosse profonda la crisi interna non espressa prima, sarebbe stato il massimo. Certo è che abbiamo dovuto cercare una via d’uscita sotto i colpi del contrattacco nemico e quella di ricorrere a ripieghi buoni solo in termini ideali (ritirarsi nelle masse) e per altri lidi e condizioni ha prevalso. Abbiamo cercato di capire come organizzare la resistenza per contenere le perdite, analizzare le cause del tracollo e verificare la possibilità di riprendere a combattere. Non ultima la verifica dello stato di salute della nostra credibilità e della rete di sostegno.
A differenza delle altre «ritirate» compiute dall’Organizzazione l’ultima avveniva alla fine della lunga stagione di offensiva dei movimenti e nel pieno delle nostre lacerazioni. Occorreva perciò addestrarsi per capire quale fosse un difficile «che fare» non escludendo la verifica che ce ne fosse ancora uno praticabile. Nella consapevolezza che una guerriglia urbana non può ritirarsi per un tempo indefinito senza perdere fisionomia, riferimenti di classe e affidabilità. In quella situazione il dato sperimentale è stato fortemente condizionato dal contrastare un nemico che, grazie alle informazioni dei «pentiti», aveva deciso in tutta evidenza di sferrare il suo attacco finale. Mentre i nostri compagni continuavano a cadere, mentre i conflitti a fuoco per strada si moltiplicavano, i buontemponi della «rivoluzione alle porte» completavano la loro operazione denigratoria alimentando il coretto che ci voleva arresi a un passo dalla rivoluzione e trascinandoci in uno scontro frontale contro la follia della loro guerra ai compagni che avevano dato informazioni sotto tortura. Solo dopo l’esaurirsi dell’effetto e della disponibilità alla collaborazione di quanti si andavano «pentendo» abbiamo potuto riprendere l’attività, a fiato corto per risorse e lucidità. C’erano ancora compagni che si univano a noi per percorrere una strada mai tanto incerta. Nella scomparsa di tutte le altre ipotesi di lotta armata praticate.

Negli ultimi tempi ha preso forma un corpus storiografico, prodotto soprattutto da chi non ha avuto esperienza diretta degli anni ’70, che riporta alla luce produzione teorica ed esperienze pratiche di quegli anni e che ragiona, questa dovrebbe essere la regola ma sappiamo che così non è, sulle fonti nel loro contesto. Per quanto riguarda le Br, il dato che emerge è che, diversamente da ciò che per decenni si è affermato, la produzione teorica delle Br esisteva, e che rispetto ai temi in discussione a livello internazionale non era affatto marginale (il concetto di globalizzazione nel 1970, lo stato imperialista delle multinazionali). Questa produzione teorica ha una caratteristica fondamentale: nasce nella fabbrica, è tutta interna alla dinamica di classe e capisce perfettamente, proprio perché lo vive nella praxis della fabbrica, come si muove il capitale. Comparandola con quel che viene prodotto negli stessi anni dai centri di studio dei partiti della sinistra o anche in ambito accademico, che avevano ben più potenti mezzi a disposizione, il dato è di grande interesse. E apre a una riflessione sul fatto che l’esistenza di un «sapere di classe» è sistematicamente rimosso – e qui non parlo esclusivamente di Br ovviamente.

Ormai questo dovrebbe essere acclarato. E non tanto per spirito autocelebrativo ma perché il «sapere di classe», contrapposto alla presunta neutralità della tecnica produttivistica, costituisce l’impalcatura che ha sostenuto e continua a sostenere la possibilità di liberazione dal capitalismo. E questo è un dato che non è cambiato per quanti tentativi di sua applicazione possano essere stati fallimentari anche perché il conflitto di classe non si è certo esaurito nel ‘900.

Chi leggerà non avendo familiarità con il linguaggio brigatista noterà che ci si riferisce alle Br come «Organizzazione», un concetto e un principio che mi pare colgano essenza e sostanza di ciò che sono state le Br.

Si, non ci siamo mai sentiti né definiti «partito». Abbiamo sempre pensato di essere un’avanguardia in stretta dialettica con altre avanguardie armate e non. Non eravamo la guida di grandi masse all’assalto di un palazzo, ma una forza politico/militare che sul lungo periodo sperimentava la capacità di disarticolazione dei progetti nemici con l’obiettivo di impedirne la realizzazione e favorire e riempire di prospettiva rivoluzionaria l’opposizione di classe. L’unità del politico/militare si rifletteva nel singolo militante che incarnava un principio fondante dell’Organizzazione, la caratteristica della sua formazione politica e la ricomposizione tra lavoro manuale e intellettuale. Non è un caso che le biografie dei militanti fossero tanto simili per estrazione sociale e cattivi maestri di se stessi.

Un tuo compagno ha detto che avete fatto una straordinaria apologia del potere, cioè gli avete attribuito una «lucidità strategica» che non aveva. In Compagna Luna e Perché io perché non tu mi sembra che anche tu faccia, con un linguaggio diverso, la stessa considerazione.

Alla luce dei fatti è così. Nello sforzo di comprenderne la natura abbiamo confuso le linee di elaborazione strategica del potere, per esempio le direttive della scuola di Chicago, con la capacità politica di traduzione da parte dei soggetti preposti. (Ma ex post a capire sono buoni tutti!). Se si pensa al tempo che si è reso necessario perché la gestione tecnocratica in campo economico prevalesse e trasformasse la stessa natura della politica istituzionale; se si pensa a quanto sia comunque contraddittoria questa realtà, si può capire quanto poca cosa fosse quella «lucidità». Le mie considerazioni a cui fai riferimento sono state in relazione a come sono andate le cose soprattutto durante il sequestro Moro. L’insensatezza della «fermezza» mentre la casa bruciava, la svalutazione dell’ostaggio («non è lui»!), l’immobilismo dei veti incrociati tra Dc e Pci, i controlli di polizia in sostituzione di qualsiasi iniziativa del governo, non erano una risposta ma la fotografia di una classe dirigente alla «Todo modo». Quelle mie riflessioni hanno trovato in seguito qualche oggettiva conferma. Infatti di recente sono stati resi noti i verbali delle riunioni dei democristiani e dei comunisti durante i 55 giorni del sequestro. Altro che statisti. Da una parte una congerie di gruppi di potere e feudi elettorali ognuno per sé e dall’altra un grande partito operaio ridotto a garante dello status quo del potere altrui. Nero su bianco si possono trovare nel volume Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla campagna di primavera. Una lettura veramente molto istruttiva.

The most up-to-date historiographical research about the Red Brigades

Marco Clementi, Paolo Persichetti, and Elisa Santalena. Brigate rosse: Dalle fabbriche alla «campagna di primavera». Volume I. Roma: DeriveApprodi, 2017. 512 pp; 23.80 €. ISBN: 978-88-6548-177-6

Acknowledgement: the Version of Record of this Manuscript has been published and is available in Terrorism and Political Violence, 7 January 2021, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/09546553.2021.1864972

Reviewed by Marco Gabbas, University of Milan, Milan, Italy
gabbas_marco@alumni.ceu.edu

With this volume – which is only the first of a multi-volume work – Marco Clementi, Paolo Persichetti and Elisa Santalena gave a crucial contribution to the understanding of a topic as difficult and complex as the history of the Italian Red Brigades (or BR). The three authors consulted a quantitively and qualitatively impressive amount of sources, which go from court records to the records of public investigating commissions; from police and carabinieri sources to those of the secret services; from memoires to interviews to those directly involved. This fundamental volume is certainly bound to remain the definite text on the topic for the forthcoming years.
The merits of this work are evident since the setting the authors clarify in the introduction. One first, important merit is giving Italian “armed struggle the dignity of a study subject.” This dignity, as the authors highlight, has been often denied especially in the cultural area of the Italian Communist Party (PCI). This cultural area has in fact produced over the years many “pamphlets written by essayists with a more than dubious methodology” (6). A second important merit is certainly giving a strong blow to the many conspiracy theories which are sadly still frequent in the discussion of the history of the Italian Red Brigades. In this case also, the authors underline the responsibility of the PCI in giving legitimacy to these theories, which go from labelling the BR “fascist provocateurs” to alleging the involvement of foreign secret services (KGB, CIA or Mossad, depending on taste). In fact, even though such theories existed since the beginning of leftist armed struggle in Italy, there was a “watershed in 1984, when the PCI [, which was] in a strategical crisis after the failure of the historical compromise [with the Christian Democratic Party] […] distanced itself from the majority motion” of the Parliamentary Investigating Commission on the abduction of Aldo Moro. The authors highlight that fighting against conspiracy theories is a lost battle since the beginning. However, they concretely help those who wish to tackle the matter seriously, from a historical point of view.
One third important merit is the authors’ courageous interpretation of the BR phenomenon. In fact, the three authors avoid comfortable explanations, and clarify that the Italian Red Brigades were not “the illegitimate child but an integral part – though a minority – of a decade-long clash whose existence few have admitted in Italy” (12). The authors painstakingly scanned the history of the birth of the Red Brigades, highlighting that they were born in large Northern Italian factories, and reconsidered the importance of the intellectual contributions coming from Trento and Reggio Emilia. The BR were an organization, then, which was born in factories and which could grow thanks to “workers’ opacity,” a concept developed by the British scholar Edward P. Thompson which the three authors relevantly apply to the case of the Red Brigades. Remarkably, this concept was used even by Giuliano Ferrara – who at the time was a leader of the Turin section of the PCI – to describe this phenomenon (56). The authors paint a realistic and merciless portrait of the Italian extra-parliamentary Left, which was fluid and magmatic. The BR were only one of many organizations – though it certainly was the most dangerous and long-lasting – which could be an arrival or a starting point for many militants, who were strongly convinced violence was necessary.
Fourthly, the authors give us new insights on the abduction of Aldo Moro by painstakingly analysing the stance of the PCI. According to the authors, Moro was not insane while being held by the BR, but sought a rational and strategic way to reach a compromise between the BR and the state, so that his life could be spared. The solution was not found, because Moro clashed against a rubber wall in which the PCI had a fundamental importance. The authors talk about “rigor mortis” (436-440) referring to the opposition of the PCI to any negotiation. They sketch a party which was prey of a rigid realpolitik, and which was more interested in saving its presence in the government than in saving Moro’s life. Certainly, the PCI acted in a certain way also because it was anxious to be recognised as a credible interlocutor by the Italian business world and by the United States. PCI representative Giorgio Napolitano played a crucial role in building links with “American friends” (417-435).
Fifthly, the authors make an incredibly detailed description of anti-BR strategies, highlighting a crucial factor which has been largely neglected so far, that is the fundamental use of torture which helped the Italian state to defeat the BR. In fact, the use of torture – which was at first episodic, but which became more and more systematic after the Moro case – was fundamental to extort information on locations and individuals which fundamentally contributed to the state’s victory. In particular, the book tells the case of Enrico Triaca, one printmaker of the BR who was subject to waterboarding (500-511).
By way of conclusion, all scholars and concerned readers cannot but thank the authors for their excellent work. We all wait for the second volume.

La verità di Sante Notarnicola

Le spine di Sante – Ostuni 2020

di Paolo Persichetti

Quattro anni fa, qualche tempo dopo l’uscita del primo volume sulla storia delle Brigate rosse (Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi marzo 2017), scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena, ho ricevuto una telefonata di Sante Notarnicola. Nel volume, dove un intero capitolo curato da Elisa si occupava della realtà carceraria (la grande stagione delle lotte dei detenuti, le commissioni interne, le proteste sui tetti, la dura repressione alle Murate e ad Alessandria, la riforma subito bloccata, la parabola dei Nap, la differenziazione, lo stato d’eccezione carcerario e le carceri speciali), inevitabilmente il nome di Sante, protagonista decisivo di quella stagione, tornava più volte. Raccontavamo anche lo scambio epistolare che ebbe con Primo Levi, riportando in particolare il passaggio in cui lo scrittore motivava il suo disaccordo sull’uso del termine «lager» (in una lettera del 5 settembre 1979), ampiamente in uso in quegli anni nel linguaggio e nelle pubblicazioni del movimento dei prigionieri e delle organizzazioni comuniste combattenti quando descrivevano le terribili condizioni di vita e il sistema detentivo messo in piedi nelle carceri speciali di massima sicurezza. Ad avviso di Primo Levi quel termine non era estensibile a realtà diverse da quelle esistenti nei campi nazisti, come Auschwitz. L’obiezione di Levi forte della sua sensibilità di reduce dell’olocausto sovrapponeva la realtà dei campi di sterminio ai campi di concentramento, un modello di internamento totale precedente l’esperienza del nazismo. Il grande scrittore successivamente si soffermava sull’opera poetica che Notarnicola aveva realizzato in carcere: «le tue poesie – scriveva – (alcune, come sai, le conoscevo già) sono belle, quasi tutte: alcune bellissime, altre strazianti. Mi sembra che, nel loro insieme, costituiscano una specie di teorema, e ne siano anzi la dimostrazione: cioè, che è poeta solo chi ha sofferto o soffre, che perciò la poesia costa cara» (p. 132).
Sante aveva chiamato per raccontarmi un fatto che lo aveva amareggiato molto. Il professor Agostino Giovagnoli, in un passo del volume dedicato al rapimento Moro, Il caso Moro, una tragedia repubblicana, aveva realizzato un falso storico nei suoi confronti. Nel raccontare le reazioni suscitate dal comunicato numero otto della Brigate rosse, nel quale in cambio della liberazione di Aldo Moro si chiedeva la scarcerazione di tredici prigionieri politici tra i quali figurava in testa alla lista il nome di Notarnicola, aveva scritto: «Sante Notarnicola si dissociò subito dalla richiesta brigatista», (p. 202). Non era affatto vero, per altro l’articolo di Giuliano Zincone, riportato in nota dal professore, non confermava affatto la circostanza mentre molti quotidiani di quei giorni, tra cui lo stesso Corriere della sera, avevano correttamente riportato la posizione di Notarnicola. Sante aveva cercato in ogni modo di raggiungere Giovagnoli per spiegargli l’errore e ottenere la correzione, ma non aveva mai ottenuto risposta. Mi raccontò i fatti e mi chiese di tornare su quell’episodio appena possibile, magari in una nuova edizione del libro, chiarendo come erano andate veramente le cose in quelle ore concitate nel supercarcere di Nuoro, dove era rinchiuso.

Oggi, che ci ha lasciato, voglio saldare la promessa che gli feci.
Dopo la diffusione del comunicato brigatista, il 30 aprile 1978, fu chiamato dal Direttore del carcere, che – circostanza davvero incredibile – lo lasciò solo nel suo ufficio davanti ad un telefono, «prendi tutto il tempo che vuoi e telefona a chi vuoi, se necessario», gli disse chiudendosi la porta alle spalle. Erano arrivati ordini ben precisi dai piani alti del ministero dove qualcuno sperava in questo modo di ottenere una presa di distanza, molto potente sul piano simbolico, da parte di Notarnicola.
All’altro capo del filo Sante riconobbe la voce di Valentino Parlato del manifesto che tentò in tutti i modi di convincerlo a prendere le distanze da quella richiesta di scambio, confidando sul lungo rapporto di stima e collaborazione costruito negli anni delle lotte carcerarie. La pressione fu notevole, e per Sante suonò come un ricatto dei sentimenti che ancora sembrava gli pesasse, ma disse no. La stessa cosa, raccontano le cronache dei quotidiani, avvenne poco dopo con Paolo Brogi, che chiamava per conto del quotidiano Lotta continua, giornale che più di ogni altro aveva dato voce alla stagione delle lotte e rivolte contro le condizioni di vita nelle carceri. Attraverso l’avvocato Giannino Guiso, il giorno successivo Notarnicola diffuse una breve dichiarazione che metteva fine ad ogni tentativo di separare i prigionieri dalla richiesta di liberazione avanzata dalle Brigate rosse: «L’unica soluzione è lo scambio, anche perché questo Stato l’unica riforma carceraria che sa fare è quella delle carceri speciali e l’unico modo per liberare i compagni prigionieri è quello portato avanti dalle Brigate rosse»1.

Chiudo queste righe con un altro racconto di Sante: l’arrivo di Franca Salerno a  Badu ’e Carros, il carcere speciale di Nuoro. Raccolsi la sua testimonianza per Liberazione alla morte di Franca, storica militante dei Nap. Sante parlava come un libro stampato, era una grande narratore di storie, ancora sento i brividi:
«Franca arrivò col suo bambino di pochi giorni. Occupava una sezione isolata, la vedevamo e la sentivamo. Ci fu subito la corsa a prendere le celle che davano sul suo lato. La sera si spegnevano tutte le televisioni e sul carcere calava un silenzio surreale. Cominciava così il dialogo. Anche se ero uno dei pochi compagni, e quindi avevo con lei un rapporto privilegiato, Franca era ben attenta a non trascurare nessuno. Il piccino fu subito adottato da tutta la comunità carceraria e così i pacchi di cibo che arrivavano dalle famiglie venivano mandati a lei. Una mattina, fatto insolito, mi urlò dalla cella. Improvvisamente il carcere si ammutolì. Il bambino stava male e le guardie non facevano niente. Franca mi chiese di chiamare il capo delle guardie. Quel silenzio totale risuonò per loro come una minaccia. Il maresciallo arrivò di corsa chiedendoci di restare tranquilli che il medico sarebbe arrivato entro 5 minuti. Una macchina era stata spedita a prenderlo. “Avete rischiato molto – gli dissi -, siete feroci ma non potete immaginare quanto potremmo diventarlo noi per una cosa del genere”». Sante si ferma, è commosso. «Quanta forza venne dai Nap, organizzazione fatta di studenti e detenuti. Di fronte allo sfacelo che c’è oggi nelle carceri, a Franca vorrei dire “avevate ragione voi”».

Ciao Sante!

  1. Corriere della sera, 1 maggio 1978; Tutto quotidiano, 1 maggio 1978.

Quando Moro chiese aiuto alla Cia per contrastare le Brigate rosse

Aldo Moro e l’ambasciatore Usa Richard Gardner

Aldo Moro era convinto che il terrorismo non avesse solo un carattere politico ma anche una dimensione internazionale. Pochi mesi prima del suo rapimento, in un incontro avvenuto nello studio di via Savoia con l’ambasciatore degli Stati Uniti Richard Gardner, affrontò la questione sostenendo che il fenomeno della lotta armata era «probabilmente sostenuto dall’Est, forse dalla Cecoslovacchia». Aggiunse che il terrorismo italiano e tedesco erano «profondamente legati» e mossi da un medesimo disegno: «minare le società democratiche sulla frontiere Est-Ovest». Contrariamente a quel che si ritiene oggi, Moro era convinto che lo sviluppo delle azioni dei gruppi armati avrebbe rafforzato gli obiettivi di governo del Pci: «un’escalation incontrollata dell’ordine pubblico» – affermava lo statista democristiano – avrebbe reso impossibile ogni opposizione alle richieste, che provenivano dalle «public demands», di «inclusione» e «partecipazione del Pci al governo per porre fine alla violenza» e «ristabilire l’ordine pubblico». Argomenti che spinsero Moro ad esortare gli Stati Uniti affinché assumessero «un ruolo attivo nel combattere il terrorismo», chiedendo a Gardner una «maggiore assistenza e cooperazione» da parte dell’intelligence statunitense con i servizi di sicurezza italiani» (1). A scriverlo è lo storico Giovanni Mario Ceci nel volume, La Cia e il terrorismo italiano. Dalla strage di piazza Fontana agli anni Ottanta (1969-1986), Carocci 2019. I report dell’agenzia di Langley, dell’ambasciata Usa a Roma e di altri attori dell’amministrazione statunitense, che l’autore cita nel libro, ribaltano l’attuale vulgata mainstream sulle ragioni complottiste che avrebbero portato al rapimento del leader democristiano da parte delle Brigate rosse, sgretolando la convinzione stratificata da decenni di un sequestro sponsorizzato e supervisionato, addirittura con l’apporto diretto di forze esterne al mondo brigatista, per impedire l’alleanza tra Dc e Pci e l’entrata di quest’ultimo nel governo. Nell’incontro del 4 novembre del 1977, lo statista democristiano fece capire agli americani che l’unico vero modo che avevano per arrestare la progressione elettorale del Pci e le sue ambizioni governative era intervenire su quelle che, a suo avviso, erano le matrici della sovversione interna italiana, ovvero la strategia di destabilizzazione della società che avrebbe trovato sostegno nelle interferenze sovietiche. Attività che, secondo Moro, non era finalizzata a sabotare l’avvicinamento del Pci all’area di governo ma semmai a favorirla rafforzando la sua immagine di unica forza politica in grado di salvare le istituzioni calmierando le spinte antisistema dei movimenti sociali ed esercitando la sua capacità di forza d’ordine. Questa personale convinzione di Moro, che per altro mutò drasticamente quando dalla prigione del popolo nella prima lettera a Cossiga scrisse di trovarsi «sotto un dominio pieno e incontrollato», era opinione diffusa negli ambienti politici moderati e conservatori italiani e trovava ispirazione in alcune precedenti veline dei Servizi italiani che chiamavano in causa l’operato dei Paesi dell’Est. Anche il Pci riteneva, ma solo in sede riservata, che vi fosse una qualche interferenza oltre cortina, in particolare dei cecoslovacchi. Sono note le lamentele di Cacciapuoti e di Amendola sui “fratelli cecoslovacchi” che sdegnosamente rigettavano l’accusa. I sospetti, dimostratisi infondati, dei dirigenti di Botteghe oscure erano dovuti all’ospitalità che nell’immediato dopoguerra Praga aveva fornito a diversi esponenti delle milizie partigiane comuniste e dell’organizzazione Volante rossa che non avevano deposto le armi dopo la fine della guerra civile e per questo erano stati perseguiti dalla magistratura. Questo bacino di militanti, il più delle volte coinvolti in azioni di rappresaglia contro ex gerarchi ed esponenti fascisti, nonostante fosse stato esfiltrato dall’apparato riservato del Pci era maltollerato dalla nuova dirigenza di fede togliattiana. Un atteggiamento proiettivo che spinse la dirigenza di questo partito ad avviare una ossessiva campagna, divenuta vincente nei decenni successivi, che ribaltava lo schema complottista attribuendo ogni responsabilità del sequestro Moro all’azione dei Servizi segreti occidentali.

Terrorismo interno o internazinale?
L’amministrazione statunitense prese sul serio le richieste di Moro e G.M.Ceci ne ricostruisce attentamente tutti i passaggi: Gardner volato a Washington riferì la richiesta al segretario di Stato Vance ed al consigliere per la sicurezza Brzezinski, la questione venne introdotta in un memorandum inviato ai membri dell’European Working Group, che si riunì il 9 dicembre 1977, dove ci si chiedeva «che aiuto stiamo fornendo all’Italia in relazione al terrorismo (sia interno sia, se ve ne è, Internationally-inspired)? (2). Tuttavia emerse subito un grosso ostacolo dovuto alla presenza della nuova dottrina di «non interferenza non indifferenza» emanata dall’amministrazione Carter ed alle limitazioni, introdotte dal Congresso statunitense a metà degli anni 70, che impedivano al governo Usa di intervenire nelle attività di polizia interna di altri paesi. Dopo le polemiche scatenate dai ripetuti interventi diretti della Cia, come fu per il colpo di Stato contro Allende in Cile, le azioni coperte dell’Agenzia d’intelligence furono sottoposte a restrizioni salvo nei casi in cui vi era un manifesto pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi interessi. Situazione che si prefigurava solo nel caso fosse stato dimostrato che quanto avveniva in Italia avesse una matrice internazionale. L’assenza di questa prova, più volte richiesta alle autorità italiane, impedì un intervento diretto e immediato della Cia, i cui analisti per altro in un report della Cia “centrale” ritenevano di non condividere «la tesi, alquanto popolare in Italia, che il terrorismo sia alimentato all’estero, né tantomeno il suo corollario, ossia che scomparirebbe se malvagi potenze straniere smettessero di immischiarsi», mentre un’analisi di Arthur Brunetti, capocentro della Cia a Roma, realizzata nei giorni precedenti il sequestro Moro ribadiva che le Br «sono un fenomeno nato e cresciuto interamente in Italia» e che «nulla indicava che l’Unione sovietica, i suoi satelliti nell’Europa dell’Est, la Cina o Cuba avessero avuto un ruolo diretto nella creazione o nella crescita delle Br». (3)
Nel bel mezzo di questo lavorìo diplomatico giunse come un lampo notizia del rapimento del leader democristiano. Le prime analisi portarono Washington a temere che l’azione delle Br potesse estendersi anche ad obiettivi statunitensi, successivamente i numerosi report prodotti dall’intelligence Usa durante il sequestro focalizzarono l’attenzione verso le possibili ricadute sul quadro politico italiano. Gli analisti osservarono con molta finezza le mutazioni intervenute all’interno della Dc e il profondo cinismo che muoveva la rinnovata «rivalità» e le diverse manovre di riposizionamento dei leader democristiani che ambivano alla successione di Moro come capi del partito per «assumere il ruolo di front runner nelle elezioni presidenziali di dicembre». Secondo la Cia, il governo italiano nel corso del sequestro aveva «riportato una vittoria negativa rimanendo fermo», senza tuttavia essere riuscito a colpire militarmente le Br. Alla fine, concludevano gli analisti di Langley sbagliando completamente previsione, era il partito comunista la forza politica uscita rafforzata dall’esito del sequestro, poiché la linea della fermezza l’aveva collocata – a loro avviso – in una «posizione forte», che avrebbe reso impossibile la nascita di governi senza la sua partecipazione. Sul piano operativo, nonostante una richiesta di top priority da parte italiana, la Cia non andò oltre lo scambio di informazioni. Sotto la pressante insistenza di Roma il governo americano si limitò ad inviare un funzionario del Dipartimento di Stato (non un membro della Cia), Steven R. Pieczenik, psicologo esperto di guerra psicologica che operò su mandato del ministro dell’Interno Cossiga all’interno di un “comitato di esperti”, dove erano presenti figure analoghe.

Settembre 1978, la Cia si mobilità contro le Brigate rosse
Alla fine l’ostacolo venne superato con un espediente burocratico: riclassificare le Brigate rosse all’interno della categoria del “terrorismo internazionale”. L’8 maggio, il giorno prima della esecuzione di Moro, lo Special Coordinating Comitee del Consiglio nazionale della sicurezza, Nsc, diede finalmente semaforo verde, ritenendo che si potesse «offrire aiuto all’Italia per combattere il terrorismo internazionale», ma quando la decisione venne comunicata alle autorità italiane il corpo di Moro era già stato ritrovato in via Caetani. La circostanza tuttavia non arrestò i propositi statunitensi che in settembre giunsero a Roma con l’obiettivo di svolgere un’attività unilaterale di intelligence contro le Br, attivando operazioni di infiltrazione all’interno questa organizzazione. L’ambasciatore Gardner si oppose, raccogliendo le resistenze italiane, sostenendo che questo tipo di attività sarebbe stata compito delle autorità di Roma. Alla fine si raggiunse un compromesso: l’ambasciata americana «avrebbe considerato caso per caso le proposte di reclutamento di persone da infiltrare nelle Br» con la possibilità di decidere autonomamente se «andare avanti da soli o dopo un accordo con gli italiani». Gardner ricorda nel suo libro di memorie che in effetti si registrò davvero «un caso di questo genere» e «la decisone fortunatamente fu di condurre l’operazione in accordo con il governo italiano». (4) L’unico tentativo conosciuto, per altro del tutto infruttuoso, è quello di Ronald Stark, un cittadino americano arrestato nel 1975 per traffico di stupefacenti e scarcerato nel 1979, che all’interno delle carceri avrebbe dovuto avvicinare alcuni brigatisti detenuti. L’operazione non produsse risultati anche perché nel 1977 i Br vennero trasferiti nel carceri speciali e Stark non finì mai in questo circuito. Oltretutto – stando alla testimonianza di Gardner – l’operazione di infiltrazione sarebbe stata avviata alla fine del 1978, quando ormai per Stark era impossibile avvicinarli. I documenti ci dicono che l’unica persona caduta nella rete di questo agente fu Enrico Paghera, militante di Azione Rivoluzionaria. L’altro aspetto degno di nota riguarda i funzionari del ministero dell’Interno italiano che ebbero ripetuti incontri con Stark nel carcere di Matera, tra questi spicca il nome di Nicola Ciocia, il famoso professor De Tormentis specialista del waterboarding, torturatore dei Br Enrico Triaca, Ennio di Rocco, Stefano Petrella e di diversi componenti della colonna napoletana.

Note
1. Nella nota 26, p. 69, del suo volume, GM Ceci indica come fonte un report inviato dall’ambasciata Usa di Roma, Ambassador’s Meeting with Christian Democrat President, from Amembassy Rome to SecState, 7 November 1977, DN:1977ROME18056. Anche lo storico G. Formigoni, ricorda sempre GM Ceci, aveva riferito su questo incontro e sulla posizione di Moro in, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, il Mulino, 2016, pp.325-6.
2. GM. Ceci, p. 69, nota 27, Memorandum from Robert Hunter and Richard Vine to Members of European Working Group, Agenda for Meeting, December 9, 1977, in DDRS.
3. Giovanni Maria Ceci, La Cia e il terrorismo italiano. Dalla strage di piazza Fontana agli anni Ottanta (1969-1986), Carocci 2019, p. 84.
4. Richard N. Gardner, Mission: Italy. Mission: Italy. Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma.1977-1981, Mondadori, 2004, p. 234.

Rapimento Moro, il Gip ordina test del Dna sui brigatisti già condannati per via Fani

A 43 anni dal rapimento, il gip romano Patrone ha autorizzato la richiesta di prelievo del dna avanzata dal pm Albamonte per i Br già condannati per il sequestro del dirigente democristiano ma anche per alcuni militanti estranei ai fatti. Per il brigatista Azzolini, già membro del comitato esecutivo si tratta di una decisione: «pretestuosa e fuorviante». Per Enrico Triaca, il tipografo delle Br romane arrestato e torturato nel maggio 1978: «questo continuo cercare fantasmi è un tentativo per distrarre l’attenzione dalle vere verità, come le torture».
La commisssione d’inchiesta sul sequestro e l’uccisione del presidente del Consiglio nazionale della Dc, Aldo Moro, presieduta dall’ex Dc Giuseppe Fioroni, prima di chiudere la propria fallimentare missione (leggi qui) consegnò alla procura di Roma alcune richieste di accertamento che hanno condotto alla apertura di nuovi filoni di inchiesta. Oltre a quello preesistente sulla moto Honda (leggi qui) avocato dalla procura generale dopo un tormentato iter di archiviazioni, e quello sul ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani, costato all’artificiere VitoAntonio Raso una iscrizione nel registro degli indagati per aver tentato di depistare con le sue dichiarazioni fuorvianti fatti già accertati, anche la procura della repubblica ha avviato una serie di verifiche. Nuovi approfondimenti sono stati condotti sulle dichiarazioni del consulente americano Steve Pieczenik, chiamato dal ministro degli Interni Cossiga durante il sequestro, su via dei Massimi, sul tentativo di depistaggio messo in piedi con un falso documento intestato a Casimirri (leggi qui), sulle armi impiegate in via Fani e in via Caetani e sull’eventuale presenza di altre persone nel commando che attaccò il convoglio dove si trovava Aldo Moro. Nasce da qui la richiesta di prelievo del dna: all’interno dell’abitacolo del Fiat 128 giardinetta, targata corpo diplomatico, condotta da Mario Moretti e che la mattina del 16 marzo 1978 bloccò allo stop con via Stresa la Fiat 130 su cui viaggiava lo statista democristiano e l’alfetta della scorta, la scientifica rinvenne 39 mozziconi di sigarette. Recuperati i reperti nel deposito dei corpi di reato del tribunale di Roma, la commisssione Fioroni ne dispose l’estrazione del dna, tecnica forense che nel 1978 non esisteva. Dalle analisi sono stati estratti 8 profili diversi, uno dei quali compatibile con il proprietario del mezzo. Secondo i dietrologi della commissisone la comparazione del dna con quello dei brigatisti si sarebbe dimostrato necessario per accertare la presenza di un’altra figura che si sarebbe trovata accanto a Moretti al momento dell’agguato. Presenza che secondo l’ampia pubblicistica complottista non sarebbe da indentificare in un eventuale brigatista ma in un misterioso professionista di qualche servizio segreto. Sulla decisione della procura e del gip di dare seguito ai deliri della Commissione si possono sollevare numerose obiezioni: la presenza di tracce di sigarette risalenti al proprietario del mezzo rubato dalle Br dimostra che la 128 non venne pulita dai brigatisti, il che lascia supporre che quei mozziconi fossero nell’abitacolo fin dal momento del furto; inoltre il dna non ha una data, i mozziconi possono essere stati lasciati in fasi diverse e lontane dal periodo dell’inchiesta e dell’agguato in via Fani. Come spiega il gip, la convocazione di ieri, venerdì 26 febbraio 2021, negli uffici Digos di diverse questure d’Italia ha riguardato quegli ex brigatisti che si rifiutarono di fornire nel 2018 il proprio dna alla Commissione Fioroni, da loro ritenuta un organismo inaffidabile che ricorrendo a tutti gli artifici possibili ha tentato di cambiare la storia del sequetro Moro sostituendola con una verità politica. Motivo che li portò a rifiutare l’invito (leggi qui). Tra i convocati c’è addirittura Corrado Alunni, che uscì dalle Brigate rosse quattro anni prima del rapimento per dare vita ad un’altra rganizzazione, le Formazioni comuniste combattenti. Ci sono anche Giovanni Senzani e Paolo Baschieri, estranei al sequestro, il primo nemmeno fumatore e all’epoca dei fatti entrambi prestanome del comitato rivoluzionario toscano. C’è anche Tommaso Casimirri, che brigatista non è mai stato, convocato per consentire di ricavare dal suo materiale bilogico il dna del fratello Alessio, riparato in Nicaragua. Gli altri, fatta eccezione per Rita Algranati assolta ma di cui sul piano storico è noto id ruolo avuto nella vicenda, sono già stati tutti condannati in via definitiva per il sequestro di Aldo Moro. A differenza della richiesta della Commisssione d’inchiesta, la convocazione del gip ha forza di legge ed implica, se rifiutata, l’estrazione coatta del dna. Gli ex Br si sono recati in questura per i prelievi, ma alcuni di loro hanno chiesto di mettere agli atti delle dichiarazioni che potete leggere in integrale in fondo all’articolo di Frank Cimini.

Frank Cimini, Il Riformista, 27 febbraio 2021

Moro senza fine. Ieri mattina a 43 anni dai fatti a Mario Moretti è stato prelevato il Dna per confrontarlo con i mozziconi di sigarette trovati nella Fiat 128 Giardinetta con targa diplomatica, una delle auto utilizzate il 16 marzo del 1978 per sequestrare Aldo Moro. Il gip romano Fracesco Patrone accogliendo la richiesta della procura ha autorizzato il prelievo di reperti biologici per tutti i condannati in relazione al caso Moro e anche per militanti del gruppo estranei ai fatti come Giovanni Senzani, Paolo Bascheri e Corrado Alunni. «E’ dunque necessario procedere alla comparazione dei profili del Dna in tal modo acquisiti con quelli delle persone coinvolte nella strage di via Fani allo scopo di consentire l’individuazione di profili appartenenti a persone diverse da quelle di cui ad oggi è nota la partecipazione criminale», scrive il gip nel provvedimento.
Nell’elenco dei nomi ci sono Franco Bonisoli, Lauro Azzolini, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Bruno Seghetti, Anna Laura Braghetti, Enrico Triaca, Rita Algranati, Corrado Alunni, Rocco MIcaletto e Paolo Baschieri.
Lauro Azzolini replica parlando di «strumento pretestuoso e fuorviante che vuole gettare ombre su una realtà che è già stata ampiamente chiarita in ripetute circostanze dentro e fuori i processi e che appartengono alla storia politica e sociale di questo paese. C’è che ne ha fatto un lucroso mestiere costruendoci sopra carriere politiche e giornalistiche».
L’idea dei prelievi era partita dalla commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, affascinata da sempre dalla dietrologia. Gli imputati già condannati per la strage di via Fani ricordano che la procura di Roma nulla ha fatto nei confronti cel testimone Alessandro Marini il quale smentito dalle indagini sosteneva che il parabrezza del suo scooter era stato colpito da diversi proiettili sparati dalle Br. Gli imputati sono stati condannati anche per il tentato omicidio del teste Marini, fatto mai avvenuto. Si tratta di un testimone falso mai perseguito.
Enrico Triaca ricorda di essere già stato convocato tre anni fa e di essersi al pari di altri rifiutato di partecipare alla “caccia alle streghe”. «Non è forse questo cercare fantasmi inesistenti un tentativo di distrarre l’attenzione dalle vere verità sicuramente molto più scomode per voi?». E’ la conclusione di Triaca che all’epoca aveva denunciato torture e fu condannato pure per diffamazione. Successivamente il tribunale di Perugia in sede di revisione pronunciò sentenza di assoluzione. Triaca era stato torturato.
La magistratura dunque non demorde sollecitata da una commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo che formalmente non esiste più perché non è stata rinnovata ma che continua a far sentire il suo peso politico e mediatico. C’è una ben precisa fazione erede di un partito che non c’è più pronta a proseguire la campagna dietrologia con una dedizione particolare e degna di miglior causa.
E la magistratura asseconda questa “voglia” aumentando i rischi per la sua credibilità già messa a dura prova da avvenimenti recenti e molto lontani dall’essere chiariti.

La dichiarazione di Lauro Azzolini

La dichiarazione di Enrico Triaca

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Il segreto di Guido Rossa

L’appartenenza all’apparato riservato del Pci e il lavoro informativo all’interno della fabbrica

Il 24 gennaio 1979 Guido Rossa, militante del Pci e sindacalista della Fiom-Cgil all’interno degli stabilimenti dell’Italsider di Genova-Cornigliano, rimase ucciso in un’azione della colonna genovese delle Brigate rosse che inizialmente prevedeva soltanto il suo ferimento. Tre mesi prima della sua uccisione, il 25 ottobre 1978, Rossa aveva denunciato un operaio dell’Italsider, Francesco Berardi, scoperto mentre diffondeva all’interno della fabbrica volantini della Brigate rosse (leggi qui il verbale della denuncia).
Rossa era una figura importante all’interno della fabbrica, portavoce della linea ufficiale del Pci all’interno dell’azienda, svolgeva per conto del suo partito anche un incarico molto speciale. Ecco il ritratto che ne fece un suo compagno di lavoro:
«In fabbrica rappresentava il potere sindacale. Di indole schiva e modesta, non voleva apparire uomo di comando, pur esercitandolo con molta fermezza e autorità. Era conosciuto molto dagli addetti ai lavori, i dipendenti politicizzati e sindacalizzati, ma non dalla massa delle maestranze, stando poco in mostra. Non prendeva mai la parola nelle assemblee generali. Ma dentro il Consiglio di fabbrica, tra i delegati, era un numero Uno; dettava legge, incuteva quasi soggezione ai delegati che lo consideravano portatore del verbo di Enrico Berlinguer e Luciano Lama. Il reparto dove Rossa svolgeva il suo lavoro, l’officina di manutenzione, era la Stalingrado dello stabilimento. Il reparto più rosso, dominatondagli attivisti del Pci. Come una nicchia protetta, nel suo seno, in un sottoscala stava il piccolo laboratorio di riparazione degli strumenti di precisione. Lì, Guido Rossa operava con molta libertà».1

I taccuini
Nel libro che ricostruisce la storia di suo padre, Sabina Rossa racconta una scoperta importante: il ritrovamento di alcuni taccuini che un suo compagno di lavoro e di sindacato aveva conservato per anni: «Ecco, sono tutte cose di Guido. Ero presente nello spogliatoio della fabbrica il giorno in cui, subito dopo l’attentato, la polizia aprì il suo armadietto. Trovarono questi documenti, avevo paura che andassero perduti e li presi in custodia. Li ho conservati fino ad oggi, per quasi trent’anni. Ma adesso è giusto che li abbia tu».2
I notes erano cinque, enormi – scrive Sabina Rossa – «E sulla copertina di ognuno era segnato un anno: sul primo il 1974, sull’ultimo 1978. Per cinque anni, anno per anno, con la sua grafia pulita e ordinata, papà aveva annotato con estrema precisione tutti i fatti sindacali dell’Italsider, con tanto di tabelle zeppe di dati ed elenchi di nomi… […] Per cinque anni aveva annotato, quasi giorno per giorno, con maniacale pignoleria, ogni cosa che avesse a che fare con l’attività sindacale all’interno della fabbrica. Organici. Livelli di avanzamento e anzianità. Qualifiche. Mansioni. Orari di lavoro. Paga. Nuovi assunti, loro provenienza e inquadramento. Ferie. Assenze giornaliere e richieste di rimpiazzo… In cinque anni papà aveva ricostruito il quadro della situazione, dipendente per dipendente. E di ognuno conosceva anche numeri di matricola e di patente, e di alcuni persino l’esito di «visite psicoterapeutiche». Non c’era nulla che fosse sfuggito alla sua attenzione. Ho pensato – prosegue ancora Sabina Rossa – che forse quei notes potevano essere riletti anche da un altro punto di vista. Non dovevo cercare grandi rivelazioni che sarebbe stato impossibile trovare fra quegli appunti. Ma dovevo capire perché mio padre aveva fatto quel lavoro, per cinque anni, con pazienza certosina e metodo scientifico».3

Intelligences di fabbrica, Guido Rossa e la struttura riservata del Pci
Proseguendo il suo coraggioso lavoro di scoperta della attività riservate del padre, Sabina Rossa incontra prima il generale dei Carabinieri Nicolò Bozzo che ebbe un ruolo importante nei nuclei speciali creati dal generale Alberto Dalla Chiesa di cui fu uno stretto collaboratore:
«Dalla Chiesa – spiega il generale Bozzo – mi aveva incaricato di tenere i rapporti con il Pci. Dal Pci abbiamo avuto tutta la collaborazione possibile e immaginabile. Su questo non può esserci nemmeno un’ombra di dubbio. Io avevo rapporti con Lovrano Bisso, allora segretario provinciale del Pci: ci aiutò in ogni modo».4
La successiva testimonianza di Bisso, raccolta sempre da Sabina Rossa, è rivelatrice della speciale missione che Guido Rossa conduceva in fabbrica:
«[…] Quell’esperienza si rivelò utile anche di fronte alla minaccia brigatista. Fu un lavoro particolarmente difficile e pericoloso. Per diverse ragioni. Innanzitutto le Brigate rosse avevano una struttura fortemente centralizzata e compartimentata, con una base di sostegno non particolarmente ampia. Quindi non erano facilmente penetrabili. Inoltre, i loro gruppi di fuoco, che applicavano la tattica del “mordi e fuggi”, erano assai efficaci; mentre le forze dell’ordine, pur disponendo di personale di livello, per tutta una fase diedero l’impressione di brancolare nel buio. Tutto questo rendeva assai spregiudicata l’azione delle Br. Per la natura delle difficoltà, quindi decidemmo di concentrare l’attenzione piuttosto su ciò che stava dietro alla produzione del materiale di propaganda brigatista. Vale a dire: chi scriveva volantini e documenti, dove si stampavano, chi li trasportava, come entravano in fabbrica, chi li distribuiva. E poi, su un piano più strettamente politico, dovevamo capire quale grado di consenso quei documenti fossero in grado di suscitare fra i lavoratori. Posso dire questo, che il lavoro di Guido Rossa ci portò assai vicino all’individuazione di gran parte della catena di produzione della propaganda brigatista. Il contributo di tuo padre fu davvero eccellente. Mi aveva parlato di Berardi già alcuni mesi prima di quel 25 ottobre 1978. Lo aveva già individuato e lo teneva d’occhio».5

Note
1 Intervento di Pierluigi Baglioni, impiegato dell’Italsider, in Guido Rossa mio padre, Giovanni Fasanella e Sabina Rossa, Bur, pp.149-150, 2006.
2 Ivi, p. 145.
3 Ivi, pp. 145-148.
4 Ivi, p. 141.
5 Ivi, pp. 158-159.

Carrero Blanco come Moro, la fine della dittatura franchista spiegata dai cospirazionisti

Il 20 dicembre 1973 era un giovedì. Verso le 9,30 del mattino il reverendo padre Turpin stava leggendo come suo solito il breviario nel convento dei gesuiti situato sulla calle Claudio Coello a Madrid, quando improvvisamente dalla sua finestra, collocata in uno dei piani alti del palazzo, vide salire verso il cielo una macchina nera. Era la Dodge Dart blindata dell’ammiraglio Louis Carrero Blanco, capo del governo e fedelissimo del dittatore Francisco Franco. Una esplosione di circa ottanta chili di Goma 2 (miscela gelatinosa largamente impiegata nelle miniere spagnole) collocato da un commando dell’Eta in un tunnel scavato sotto la strada l’avevano proiettato con la sua automobile e le due guardie del corpo verso il cielo, a 35 metri di altezza oltre il tetto del convento, facendolo atterrare su una terrazza posta sul lato opposto del palazzo. Inizialmente Carrero Blanco doveva essere rapito per chiedere uno scambio di prigionieri ma un incidente mise in pericolo la sicurezza della casa dove doveva essere nascosto. I proprietari dell’appartamento si accorsero che l’affittuario era basco, circostanza che spinse il commando a rinunciare al progetto (qui potete leggere il racconto dell’azione).
Quella mattina si apriva il processo (passato alla storia come Processo 1001) contro nove sindacalisti delle Comisiones obreras (il sindacato d’ispirazione comunista), accusati di «attività sovversive». L’udienza venne subito interrotta appena giunse la notizia.
Carrero Blanco, soprannominato “Ogro”, per il suo aspetto, era una figura chiave della dittatura franchista, come scrisse l’Eta nel comunicato ufficiale di rivendicazione diffuso verso le 21 dello stesso giorno: «Luis Carrero Blanco (…) era una figura chiave del sistema franchista, il garante della sua continuità e della sua stabilità; con la sua scomparsa le tensioni che opponevano le diverse tendenze del regime fascista di Franco si accentueranno mettendo a rischio il potere». L’Eta aveva ragione, l’assunzione in cielo di Carrero Blanco fu un colpo durissimo per il regime franchista che ne accelerò il declino.

Le tesi cospirazioniste
Molti nella destra spagnola tramortita dal colpo al cuore ricevuto, ma anche – come vedremo più avanti – nella sinistra italiana, non si arresero all’idea che gli indipendentisti della sinistra basca dell’Eta avessero potuto portare a termine un colpo del genere. Cominciarono così a proliferare diverse teorie dietrologiche che chiamavano in causa il ruolo della Cia o del Kgb per la realizzazione di un attentato ritenuto troppo sofisticato per i mezzi impiegati e gli obiettivi politici ricercati. Secondo l’estrema destra spagnola l’eliminazione di Carrero Blanco conduceva ad una responsabilità diretta degli Stati Uniti che in questo modo contavano di riportare la Spagna nell’alveo della Nato. Anche la presenza dell’ambasciata Usa sul tragitto compiuto ogni mattina da Carrero Blanco per raggiungere il palazzo del governo divenne per i complottisti una circostanza che provava il coinvolgimento statunitense. Tuttavia – come ha riportato Le journal du Pays Basque in un articolo che prendeva in esame le narrazioni cospirazioniste sulla morte dell’ammiraglio1 – i documenti apparsi su Wikileaks hanno dimostrato la sorpresa delle autorità Usa davanti alla notizia dell’attentato. Non solo, secondo l’Eta era proprio Carrero Blanco che «stava giocando un ruolo essenziale nella realizzazione di accordi per l’istallazione di basi militari Usa sul territorio iberico», circostanza che esclude alla radice il movente agitato dai cospirazionisti.
Lo stesso giornale basco citava anche l’intervista di un ex responsabile dei servizi segreti spagnoli, Ángel Ugarte, apparsa su El Pais il 15 dicembre 2013, secondo il quale «l’attentato contro Carrero Blanco fu realizzato dall’Eta con il supporto logistico di comunisti spagnoli»2. In effetti ad aiutare il commando Eta giunto a Madrid fu Eva Forest, militante del partito comunista spagnolo che fornì ad Argala, nome di battaglia di José Miguel Beñarán, il ventiquattrenne capo del commando dell’Eta, le informazioni necessarie per individuare Carrero Blanco. Eva Forest giocò un ruolo prezioso anche nei movimenti del commando basco a Madrid, fece da staffetta e favorì la loro fuga dopo l’azione. Nel 1974, sotto lo pseudonimo di Julien Agirre, la Forest scrisse Operación Ogro: Cómo y por qué ejecutamos a Carrero Blanco, edito in clandestinità in Francia e pubblicato in Italiano nel 1975 (Operazione Ogro. Come e perché abbiamo giustiziato Carrero Blanco, Alfani, Firenze 1975 [1974]). Successivamente il governo spagnolo tentò di ottenere l’estradizione dei militanti baschi coinvolti nell’attentato e della stessa Forest, ma la Francia dove erano riparati non rispose .Le autorità spagnole non ebbero mai alcun dubbio sulla paternità dell’attentato, tanto che durante la cosiddetta (sic) «transizione democratica», diedero vita a degli “squadroni della morte”, composti da ex membri delle forze speciali spagnole e membri dell’estrema destra, che operavano in territorio francese per eliminare i rifugiati dell’Eta. Il 21 dicembre 1978 una di queste squadre, il «Battaglione basco-spagnolo», uccise Argala facendo esplodere la vettura dove era appena salito.

«Operazione Ogro», il film politicamente scorretto di Gillo Pontecorvo
L’attentato a Carrero Blanco ha sempre avuto vita difficile in Italia. Un esempio di tirannicidio la cui vicinanza geografica e temporale lo sovrapponeva pericolosamente con le vicende italiane di quegli anni. Il film girato nelle settimane del rapimento Moro anche se narrava un episodio di lotta armata contro un regime dittatoriale evocava l’ombra lunga degli avvenimenti italiani col rischio di legittimarli. Almeno questo era il timore dell’intellighenzia di sinistra, e non solo, con la quale Pontecorvo dovette fare i conti nel tentativo di portare a termine, dopo La Battaglia di Algeri del 1966 e Queimada del 1969, la sua trilogia sulle lotte di liberazione anticoloniali e antiautoritarie. Per rendere il film politicamente corretto, Pontecorvo dovette allontanarsi dal libro della Forest che narrava la vicenda introducendo una discontinuità pedagogica: un prima che racconta la dittatura e l’attentato e un dopo, la “transizione democratica”, i cui limiti e complessità nel film nemmeno vengono sfiorati, dove i protagonisti si dividono sul proseguimento della lotta armata e la clandestinità, ritenuta non più giustificata e dunque un grave errore politico. Questa «cattiva coscienza», come la definirà lo stesso autore, minò alla radice il film trasformandolo in un confronto tra tesi avverse che gli tolse la forza dei due film precedenti, anch’essi realizzati quando i fatti narrati erano conclusi ma senza il ricatto di un presente che non doveva più legittimare forme di lotta ritenute non più giustificate. Ed anche se alla fine Pontecorvo realizzò un film che narrando l’attentato a Carrero Blanco in realtà stava condannando il rapimento di Moro, la sorte dell’opera cinematografica risultò comunque segnata. La forza evocatrice delle immagini del grande salto di Carrero Blanco erano troppo forti, valga in questo caso un ricordo personale, quando il film proiettato nella sala romana dell’Augustus vide il cinema deflagrare al momento dell’ascensione della vettura di Carrero Blanco: applausi, slogan, cori di consenso, urla liberatorie interruppero la proiezione per alcuni minuti, tanto che si accesero le luci. Alla spicciolata mezzo movimento romano si era radunato in quel cinema senza essersi dato appuntamento. Nel’Italia del 1979, Operazione Ogro era un film troppo scorretto, e se ai dirigenti del Pci metteva inquietudine preoccupati erano anche i carabinieri.

I timori per il «cinema sovversivo»
In un appunto del secondo reparto, stato maggiore, ufficio operazione del comando generale dell’arma dei carabinieri, datato 2 dicembre 1981, dedicato a «Terrorismo, cinema e televisione», si affermava che l’esame dei documenti prodotti dalle formazioni eversive aveva consentito di delineare con «sufficiente chiarezza» l’importanza «da esse attribuite ai mezzi di informazione». Questi non erano visti come veicoli di notizie, ma come vero «palcoscenico sul quale recitare il tragico spettacolo del terrorismo rivoluzionario». Concetti come la propaganda armata erano divenuti di comune accezione, ma più di recente si registrava il fatto che il terrorismo si era trasformato anche in «soggetto cinematografico e televisivo di crescente peso e diffusione». La prima pellicola girata era ritenuta il film “Ogro” sull’attentato a Carrero Blanco, fino a giungere a “Maledetti vi amerò” e “La caduta degli angeli ribelli”. Pellicole che non avevano registrato grande afflusso di pubblico ma destato una certa curiosità, così come il lungometraggio della regista tedesca Margareth Von Trotta “Anni di Piombo” sulla storia di Gudrun Eslin. Si citava anche il film “La festa perduta”, che tendeva a dimostrare che una delle cause del terrorismo era la repressione dello Stato. Tra i registi che in un futuro avrebbero potuto continuare il soggetto del terrorismo nei loro film erano citati Renzo Rossellini e Petri: «il rischio è che l’informazione-violenza del terrorismo e sul terrorismo, specie se trasmessa in televisione, rappresenti una funzione di incitamento e di potenziale contagio». Si chiedeva attenzione da parte della Commissione parlamentare di vigilanza sulle trasmissioni radiotelevisive e del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti.3

Carrero Blanco come Moro, la tesi dei dietrologi italiani
L’ex senatore del Pci Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro 1 e in più legislature della Commissione stragi, nel volume La tela del ragno (p. 165) scrive che l’attentato dinamitardo contro Louis Carrero Blanco «causò una strage» (sic!) oltre all’uccisione del generale nel centro di Madrid. Come è noto non ci fu alcuna strage, ma solo la morte dell’ammiraglio, del suo autista e dell’uomo di scorta, membri della guardia civil. Tecnicamente si trattò di un omicidio plurimo, non di una strage. Secondo Flamigni, in base al piano iniziale che prevedeva il sequestro di Carrero Blanco, poi abbandonato come abbiamo visto sopra, «la prigione destinata all’ostaggio era stata approntata nel centro della città all’interno di un “insospettabile” edificio appartenente a un generale della “Falange” al potere». Insomma sulla base di un copione ampiamente abusato per le vicende italiane, anche l’attentato contro Carrero Blanco era sospetto, inquinato, frutto di una congiura interna al potere più che risultato di un’azione di guerriglia armata.
A mettere in dubbio la paternità dell’Eta è intervenuto anche l’ex giudice istruttore Rosario Priore, magistrato che si è occupato di molte istruttorie su fatti di lotta armata. In una audizione tenutasi il 17 dicembre 2014, davanti alla commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, ha proposto un parallelo tra la morte di Carrero Blanco e quella di Moro: «Moltissimi Paesi erano interessati alla morte di Moro. Era un periodo in cui c’era una sorta – è brutto dirlo – di politica del far sparire tutti coloro che seguivano un certo orientamento. Ricordiamoci che il caso Moro avviene quasi in coincidenza con il l’uccisione del capo del governo spagnolo, l’ammiraglio Carrero Blanco, a Madrid. Fu un attentato clamorosissimo, in quanto erano riusciti a piazzare una carica di esplosivo eccezionale in un determinato tombino sopra il quale doveva passare l’auto di Carrero Blanco. Tutti dicevano sempre che erano stati soltanto quelli dell’ETA, ma io non ci ho mai creduto, poiché è stato un attentato raffinato, in un certo senso organizzato bene (anche se è brutto dire che un attentato è organizzato bene, potrebbe sembrare cinico). Quello che a me ha fatto impressione è che Carrero Blanco seguiva una politica che si avvicinava molto a quella di Moro. Era un filoarabo, forse come il suo superiore, il Caudillo: lo stesso Francisco Franco infatti aveva tendenze filoarabe».

Note
1. «Il y a quarante ans, ETA faisait “voler” le franquisme», 20 dicembre 2013.
2. https://elpais.com/politica/2013/12/13/actualidad/1386951906_963822.html.
3. AISE 2-50-6 f.0213 c0004 d0040. Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, II Reparto, SM Ufficio Operazioni, protocollo 5/249-4 R, «Appunto; Terrorismo, cinema e televisione. 2 dicembre 1981»

Il complottismo, malattia perenne del discorso pubblico sul caso Moro

Si sa, l’utilizzo pubblico della storia è spesso cosa ben diversa dalla storia come disciplina scientifica. Ciò perché da sempre la politica (soprattutto quella al potere) tende a volersene appropriare, distorcendo, occultando, inventando eventi, situazioni, contesti, per fini di preservazione dello status quo. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, nella primavera del 1978 è forse l’evento del secondo dopoguerra italiano a essere oggetto di una continua campagna basata su ricostruzioni senza alcuna aderenza documentaria e su interpretazioni fantasiose e mistificatorie. La scorsa estate gruppo di storici e storiche, ricercatori e ricercatrici, studiosi e studiose della storia politica italiana del tempo recente hanno redatto un appello teso non solo a demistificare l’alone di complottismo che avvolge il discorso pubblico sul caso Moro, ma anche a ripristinare il dibattito e il confronto sul piano della rigorosità metodologica. Sul tema abbiamo deciso di intervistare uno degli estensori della lettera aperta, lo scrittore e giornalista Paolo Persichetti

Machina-Deriveapprodi.com, 25 novembre 2020
Intervista di Alberto Pantaloni a Paolo Persichetti

1. Com’è possibile che a distanza di oltre quarant’anni dai fatti di via Fani e via Caetani, in un contesto politico enormemente mutato, ci sia ancora chi è ossessionato dai complotti e dalle dietrologie?
Il passato, quando è ritenuto scomodo, subisce in genere un processo di rimozione: viene dimenticato, seppellito per poi riemergere qui e là se ne è rimasta traccia. Nel caso della lotta armata degli anni ’70 è avvenuto un processo radicalmente diverso: quella vicenda è stata sottoposta a una ipermemorizzazione fabbricata dai poteri pubblici. Sappiamo che la memoria è un impasto di ricordo e oblio che nel caso delle memorie private risponde a dei processi di selezione psichica legati alla singola storia del soggetto. Nella memoria pubblica, invece, i processi di selezione sono politici.

2. Spiegaci in che modo ha preso forma questo uso pubblico del passato.
Tra i momenti decisivi ci sono certamente i ripetuti interventi del presidente della repubblica Giorgio Napolitano, per altro uno dei protagonisti della linea della fermezza che volò negli Usa proprio nelle settimane del sequestro Moro. In più occasioni tra il 2007 e il 2008, fino all’editto pronunciato dal Quirinale il 9 maggio di quell’anno, decretò il divieto di parola pubblica degli ex appartenenti delle formazioni armate degli anni ’70, i quali – sosteneva – «non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni». Al tempo stesso l’istituzione nel 2007 di una giornata nazionale della memoria delle vittime del terrorismo che si tenne la prima volta il 9 maggio dell’anno successivo, data significativa che relegava lo stragismo con le sue complicità statali negli sgabuzzini della memoria ponendo al centro dei rituali commemorativi il sequestro Moro, mischiando e confondendo l’iperviolenza statuale e atlantica delle stragi con le insorgenze armate provenienti da gruppi sociali oppressi. Un altro aspetto importante è stata l’attribuzione di un ruolo di amministrazione della memoria pubblica all’associazionismo che si era visto riconosciuto lo status di vittima legittima. Da qui l’elaborazione di discorsi fondati sulla stigmatizzazione etica, l’anatema morale a scapito di un approccio fondato sull’impiego delle discipline dell’analisi sociale, politica ed economica. La conseguenza è stata l’oblio dei fatti e delle condizioni sociali che determinarono quegli eventi, per altro figli di un modello di società e di produzione nel frattempo superati e dimenticati. Questa memoria svuotata dalle sue matrici causali ha assunto le sembianze di un spettro che si proietta ancora oggi, oltre il millennio, un po’ come lo spettro marxiano, rinviandoci sbiadite immagini in bianco e nero di una violenza politica irragionevole e manipolata che cancella i colori della storia. L’eredità, il condensato di questa chimica della memoria statuale sono stati il complottismo (la dietrologia) e il vittimismo.

3. Alla fine di agosto una serie di esponenti (sessanta) del mondo della ricerca storica e dell’inchiesta politica hanno firmato un documento di denuncia del crescente peso che la visione complottistica sul rapimento e l’uccisione del Presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro da parte delle Brigate rosse ha nel discorso pubblico, dalle dichiarazioni della politica agli editoriali degli organi d’informazione. Lo storico Marco Clementi, fra i firmatari, ha affermato che questa presa di posizione costringe tutti «a misurarsi con il principio di realtà». È il vecchio problema della contraddizione fra verità storica e uso pubblico (cioè politico) della storia. Un problema che non riguarda solo gli anni Settanta della nostra storia (si pensi alle polemiche sulla Resistenza o sulle Foibe nel nostro Paese, o a quelle sulla Guerra Civile americana negli Usa). Come mai siete usciti con questo documento ad agosto scorso? L’offensiva complottista è cosa che va avanti da diversi decenni…
L’innesco è stato l’ennesimo fake che accostava le vicende legate alla strage di Bologna dell’agosto 1980, che stando alle sentenze della magistratura hanno una matrice di destra, in ogni caso opposta per movente, obiettivi e pratiche operative al fare dei gruppi della sinistra rivoluzionaria armata e delle Brigate rosse, geneticamente antistragiste. Ma aldilà della ragione specifica, credo che sia stato un segnale importante di cambiamento, la prova di una maturazione del mondo della ricerca, di una nuova consapevolezza e anche della presenza di un maggiore coraggio degli studiosi dovuto forse all’arrivo di nuove generazioni non più embedded, slegate cioè da vincoli e condizionamenti che potevano esercitare fino a ieri le vecchie baronie legate culturalmente al catechismo dell’emergenza e della fermezza tramandato dalla Prima Repubblica. C’è un clima nuovo a cui ha certamente contribuito la maggiore socializzazione delle fonti di provenienza statale. Recenti aggiornamenti normativi hanno reso più democratico l’accesso agli archivi. Oggi è possibile consultare quei documenti che un tempo erano appannaggio solo della magistratura, delle commissioni parlamentari e dei loro consulenti. Una circostanza che in passato ha favorito una certa opacità e anche la manipolazione delle fonti stesse. È accaduto che carte scomode venissero ignorate o citate solo in parte. Quel tempo è finito! C’è una nuova generazione di studiosi che non è più disposta ad accettare narrazioni che ignorano i canoni storiografici: la confusione di tempi e luoghi, l’uso dei de relato spesso attribuiti a defunti, le correlazioni arbitrarie, le affermazioni ipotetiche, i sillogismi e le false equazioni, le suggestioni e molto altro ancora condito con un approccio paranoico che rifugge ogni confutazione. Per decenni l’accesso riservato alle carte è stato un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, per tracciare una narrazione ostile alla storia dal basso, con l’obiettivo di negare la capacità dei soggetti di muoversi e pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale. Così si è finiti in una sorta di nuovo negazionismo storiografico.

4. Diversi studi sui documenti delle Commissioni Moro avevano già evidenziato in passato la natura assolutamente endogena del fenomeno brigatista e dell’operazione Moro, penso ai volumi di Clementi e Satta, che sono stati i pionieri del ristabilimento della verità storica… Insomma la situazione era già chiara decenni fa…
Senza dubbio «La pazzia di Aldo Moro» di Marco Clementi e «L’odissea nel caso Moro» di Vladimiro Satta, apparsi rispettivamente nel 2001 e nel 2003, hanno segnato una svolta metodologica decisiva. Finalmente due studiosi, per altro di matrice culturale diversa, riportavano sui dei corretti binari storiografici l’analisi del sequestro Moro. Quanto a dire che quei due lavori furono sufficienti per rendere la situazione chiara, ce ne corre. I loro studi hanno senza dubbio aperto una nuova strada, seguita poi da altre pubblicazioni e altri autori cresciuti negli ultimi anni ma in misura sempre inferiore rispetto alla mole della pubblicistica complottista, al peso delle narrazioni dietrologiche diffuse sulla stampa, nel cinema e nei grandi format televisivi. Non c’è competizione: l’industria editoriale è orientata sul tema del cold case,anche perché paga in termini di mercato. Cerca testi sensazionalistici spacciati per inchieste che promettono scoop, garantiscono rivelazioni, spacciano soluzioni agli eterni misteri che per definizione restano insolubili, inarrivabili altrimenti il gioco finisce e il circo chiude. I grandi format televisivi, se osserviamo quel che è accaduto in occasione del quarantennale del sequestro Moro, hanno riprodotto questo schema. La lettera firmata dai sessanta storici e ricercatori è stata un sasso lanciato in questo stagno putrido, un acquitrino insalubre dove hanno trovato la loro ragion d’essere una pletora di cialtroni, un circo Barnum di pagliacci e mitomani dietro cui si celano figure senza scrupoli.

5. Esponenti di area Pci (penso a Sergio Flamigni e a Miguel Gotor) continuano imperterriti nella loro crociata sulla presunta «verità»: Flamigni è arrivato addirittura ad accusare Giuseppe Fioroni, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro del Presidente Dc dal 2014 al 2017, di avere gestito i lavori della Commissione in modo «autocratico e disordinato» per nascondere la verità.
Anche la dietrologia non è più quella di una volta. I lavori dell’ultima commissione Moro presieduta dal democristiano Giuseppe Fioroni, oggetto ora di diverse querele rivolte contro uno dei suoi ex membri (l’ex commissario Gero Grassi), hanno scatenato la balcanizzazione della dietrologia, una sorta di tutti contro tutti. Rivalità, concorrenza nel mercato delle fake news, logica mercantile dello scoop, di chi la spara più grossa tanto poi nessuno verifica e nessuno risponde (ma anche qui le querele ci dicono che qualcosa sta cambiando e un principio di realtà e responsabilità sta per essere introdotto), fiorire di tesi complottiste che si annullano a vicenda divorandosi tra loro, hanno condotto al parossismo il discorso dietrologico. Una iperbole che lo mette al passo con gli altri cospirazionismi che traversano il pianeta in questo momento e mobilitano le interiora della destra più conservatrice e reazionaria. A Flamigni, che ha campato per decenni sul monopolio dell’accesso ai documenti e su risultanze peritali incerte, non va giù che questa commissione abbia disposto ingenuamente nuove perizie scientifiche su via Fani, via Gradoli e via Montalcini. Accertamenti che hanno definitivamente sepolto ogni possibilità di utilizzare imprecisioni, limiti ed errori che in passato consentivano di insinuare ricostruzioni complottiste. La commissione Fioroni, convinta che le acquisizioni storiografiche, le testimonianze dei protagonisti e le ricostruzioni cui erano giunte le cinque precedenti inchieste giudiziarie sulla vicenda Moro fossero inesatte, fuorvianti o patteggiate, con l’enfasi supponente di chi avrebbe finalmente disvelato la verità a tutti nascosta, ha disposto nuove perizie che si avvalevano delle moderne tecniche forensi inesistenti quando vennero condotte le prime indagini. Da un presupposto errato è scaturito così un risultato virtuoso che oggi è a disposizione di tutti i ricercatori ma che ha scandalizzato Fioroni e gli altri commissari (meno uno), i quali totalmente spiazzati hanno cercato in tutti i modi di ridimensionarle. In fondo la commissione ha lavorato tre anni per cercare di smontare quello che involontariamente le risultanze scientifiche andavano accertando. Uno spettacolo surreale che tuttavia non è riuscito a cancellare la conferma che in via Fani le cose sono andate come hanno sempre raccontato i brigatisti: nessun attacco è stato mosso da destra, non c’erano superkiller professionisti, agenti segreti, motociclette coinvolte nell’operazione, nessuno ha sparato contro il parabrezza del teste Marini. Abbiamo anche la certezza genetica che sfata la leggenda di Moro tenuto o passato in via Gradoli e sappiamo che l’esecuzione del presidente Dc all’interno del box di via Montalcini è compatibile con il luogo, le risultanze balistiche, l’analisi splatter (le gocce di sangue) e audiometrica degli spari. Insomma è calato il sipario sulla dietrologia in via Fani.

6. Miguel Gotor, lo storico delle eresie membro della commissione, ha parlato nel suo ultimo libro di «Verità “concordate” tra poteri dello Stato e i militanti armati». Polemica che forse verrà rinfocolata dopo la pubblicazione di stralci del carteggio fra l’ex Presidente della repubblica Cossiga e alcuni esponenti delle Brigate rosse…
ll «patto di omertà», come lo ha chiamato Flamigni, il «patto segreto» tra «complici» come hanno scritto altri competitor dell’arcigno custode della verità politica del Pci sul sequestro Moro è una costruzione finalizzata a esportare la parte di responsabilità politica che pesa sui partiti che sostennero la linea della fermezza. A quarant’anni di distanza invece di interrogare le ragioni che spinsero Dc e Pci a rifiutare la trattativa, sacrificando un uomo per non perdere lo Stato, come recitava il famoso editoriale di Scalfari apparso su «la Repubblica» del 21 ottobre 1978, si insinua l’esistenza di un accordo sotterraneo tra prigionieri delle Br e vertice democristiano suggellato dal cosiddetto memoriale Morucci-Faranda. Nulla ci dicono sulla dimensione psicologica e culturale che mosse i dirigenti dei due maggiori partiti, come riuscirono a dire che le lettere di Moro erano manipolate, circostanza smentita dall’ultimo lavoro scientifico curato da Michele Di Sivo. Resta ancora inspiegato il silenzio di Fanfani che venendo meno ad accordi presi non pronunciò il discorso di apertura promesso. Perché tacque? Fu bloccato? Questioni che si cerca di occultare inventando un patto attorno a un memoriale che raccoglie le deposizioni di Morucci e Faranda davanti alla magistratura e a cui i due dissociati, poi divenuti collaboratori, per ottenere l’accesso ai benefici penitenziari aggiunsero i nomi dei partecipanti all’azione di via Fani prima indicati solo con dei numeri. Un resoconto che nella parte politica valorizza la loro dissidenza contro la dirigenza brigatista. Non si capisce quale interesse avrebbero avuto gli esponenti delle Br a fare proprio un testo a loro ostile. Non solo, oggi sappiamo che del memoriale vennero messi al corrente Pecchioli e Cossiga che sulla questione si consultarono. Se anche il Pci era della partita, perché il patto occulto riguarderebbe solo la Dc? Inoltre i fautori di questa tesi non sono in grado di fornire informazioni essenziali sui tempi e i luoghi dell’accordo oltre che sull’oggetto dello scambio: Morucci e Faranda erano nel carcere per pentiti di Paliano mentre Moretti e compagni si trovavano sparpagliati nelle prigioni speciali. Inesistenti i rapporti tra loro, segnati da rotture traumatiche (Morucci e Faranda rubarono armi e soldi della colonna romana) e ostilità per la scelte dissociative e collaborative. Flamigni, consapevole di questo vulnus, si inventa che l’accordo si sarebbe materializzato nei giorni finali del sequestro, così la toppa è peggiore del buco. Il rifiuto della trattativa per liberare Moro si sarebbe materializzato nell’accordo per farlo sopprimere: come, dove, quando? E il vantaggio ricavato? I secoli di carcere ricevuti nelle sentenze? Un abisso logico senza risposta.

7. Richiami spesso la responsabilità del Pci nella costruzione delle tesi complottiste.
È senza dubbio la forza politica che grazie al suo importante bacino culturale ha più di ogni altra contribuito a costruire e consolidare questa narrazione. Il 1984 è stato un anno di svolta per il Pci. La prematura scomparsa di Enrico Berlinguer precipita il partito in uno stallo politico. In crisi di strategia dopo il naufragio del compromesso storico, il Pci imprime una svolta anche sulla vicenda Moro. Con una mozione presentata il 9 maggio 1984 alla Camera e al Senato prende le distanze dalla relazione di maggioranza che aveva appoggiato l’anno precedente in chiusura dei lavori della prima commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro, e dal primo processo in corte d’assise che si era concluso nel 1983. La stampa del partito e i suoi intellettuali si mobilitano per produrre da quel momento una intensa letteratura che darà vita a categorie come quella di «doppio Stato», «Stato parallelo» anche sulla scia di un precedente lavoro sui «poteri invisibili» di Bobbio. Nasce la stagione del complottismo. Il nodo storico-politico che tormenta il Pci è dimostrare che la vita di Moro non venne sacrificata in nome della ragion di Stato, cioè di una linea di fermezza che avrebbe precluso ogni possibilità di trattativa con le Br. Il Pci tenta di tirarsi fuori dalla responsabilità di aver contribuito, sacrificando Moro, alla disfatta della propria strategia. Una consapevolezza che spinge i dirigenti di Botteghe oscure ad avviare la lunga stagione vittimista e recriminatoria della dietrologia: la neolingua del complotto. Un paradigma consolatorio che ha creato una vera malattia del pensiero.

8. Non ti sembra che in questa epoca di teoria debole c’è spesso confusione tra esercizio della critica e letture complottiste della realtà.
L’idea che la realtà sia qualcosa su cui si deve gettare luce perché dominata dall’ombra e dall’invisibile, è divenuto il nuovo modo di giustificare una sorta di contronarrazione che si pretende autonoma, libera e indipendente dai «poteri».È sconcertante questa idea di un passato fatto di misteri e segreti anziché di processi, rotture, trasformazioni: uno schema cognitivo che riporta all’epoca dell’inquisizione, ai paradigmi interpretativi che i frati domenicani impiegavano individuando il disegno del maligno nei fenomeni incompresi o inaspettati che la società presentava. L’idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che dai tumulti che attraversano le strade, i luoghi di lavoro, lì dove scorre la vita e si tessono e scontrano le relazioni sociali, economiche e politiche, è il segno tragico di una malattia della conoscenza. Una sorta di incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali, siano essi grandi o piccoli, possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una via rivoluzionaria. La dietrologia, il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, pensare in piena autonomia. Il complottismo è un nuovo instrumentum regni che favorisce una visione delle cose perfettamente congeniale alla perpetuazione degli assetti di potere del capitalismo attuale. Attraverso la dietrologia si vuole veicolare l’idea che dietro ogni ribellione non c’è l’agire sociale e politico di gruppi umani ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere.

* Su questi argomenti si vedano le pubblicazioni di DeriveApprodi:
Sergio Bianchi e Raffaella Perna (a cura di), Le polaroid di Moro, 2012
Andrea Casazza, Gli imprendibili. Storia della colonna simbolo delle Brigate rosse, 2013
Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, Brigate rosse. Dalle fabbriche alla «campagna di primavera», 2017
Barbara Balzerani, Perché io perché non tu, 2009
Barbara Balzerani, Compagna luna, 2013
Salvatore Ricciardi, Maelstrom, 2011