Roma di piombo “diario di una lotta” (Sky TV)

Recensione – Un documentario di cinque puntate trasmesso da Sky ricostruisce l’attività di contrasto condotta dal giugno 1978 fino al 1989 da parte della Sezione speciale dei carabinieri della Capitale contro la colonna romana delle Brigate rosse

Davide Steccanella

Documentario in 5 puntate (ideato da Paolo Colangeli, scritto da Michele Cassiani con Egilde Verì e regia di Francesco Di Giorgio), tratto dal libro “Il lungo assedio” (Melampo editore) scritto dall’ex colonnello dei carabinieri Domenico Di Petrillo per ricostruire con interviste e immagini d’epoca come il Nucleo speciale, istituito dopo il sequestro Moro su indicazione del Generale Dalla Chiesa, riuscì ad arrestare la gran parte dei brigatisti rossi della colonna romana in un periodo che va dal 1980 al 1989.
Si apprende così, dalla viva voce dei protagonisti diretti di quella storia, che tutto partì a seguito dell’omicidio genovese di Guido Rossa del 24 gennaio 1979 allorché l’allora PCI di Berlinguer decise di collaborare attivamente con le forze dell’ordine per combattere più efficacemente quella che, visti i numeri e il senno di poi, può essere definita una vera e propria guerra in corso e che infatti ci vorranno altri dieci anni per poterla dichiarare storicamente chiusa con l’arresto (o la fuga all’estero) di tutte le migliaia di militanti armati di quegli anni.
Fu il Colonnello Bonaventura del Nucleo di Milano a fornire ai colleghi romani, che ai tempi – va detto – brancolavano nel buio più totale, una sorta di “infiltrato” sui generis, che verrà soprannominato “Fontanone”, il quale aveva contatti con alcuni militanti del movimento romano, e che venne fotografato da un furgone camuffato in vari incontri con diversi soggetti dell’estrema sinistra capitolina, fino a quello con un tizio corpulento che nella primavera del 1980 il noto pentito Patrizio Peci individuò come “un judoka della colonna romana”.
Ricercando negli elenchi delle varie palestre romane si arrivò ad identificarlo in Francesco Piccioni, seguendo il quale venne fotografato un incontro in un ristorante periferico con altri tre militanti importanti della colonna (Laura Braghetti, Salvatore Ricciardi e Renato Arreni). Nel maggio del 1980 scattò dunque un blitz in cui il 27 venero arrestati Braghetti e Ricciardi in un Bar nel centro di Roma (insieme a Gianantonio Zanetti, ex militante delle Formazioni Comuniste combattenti di Corrado Alunni) e il 10 giugno Piccioni nella base di via Silvani 7. Fra pedinamenti falliti e interventi talvolta intempestivi alternati ad arresti significativi che si protrarranno per poco meno di 10 anni – mentre nel frattempo l’intero Paese metteva da parte un periodo storico ventennale socialmente, prima ancora che politicamente, concluso ancora agli inizi degli Ottanta “da bere” – il documentario si sofferma in particolare su quattro importanti operazioni di polizia ripartite nel tempo. 1) l’arresto nel 1987 (fotografando Paolo Persichetti vicino a una cabina telefonica) di tutti i militanti che nel 1984/85 avevano formato un nuovo gruppo armato (Unione Comunisti Combattenti) che si era reso responsabile il 21 febbraio 1986 dell’attentato a Antonio Da Empoli – nel corso del quale era stata uccisa la militante Wilma Monaco -, nato in dissenso dalle BR del Partito Comunista combattente (a sua volta divisosi dal Partito Guerriglia fondato nel 1981 da Giovanni Senzani e che era stato interamente sgominato nel 1982), 2) l’arresto il 19 giugno del 1985 a Ostia di Barbara Balzerani (fotografata mentre si incontrava con il pedinato Gianni Pelosi), 3) l’arresto il 25 gennaio 1988 di Antonino Fosso, ritenuto uno dei principali dirigenti della colonna che aveva compiuto gli omicidi Tarantelli, Conti e la sanguinosa rapina del 14 febbraio 1987 in via Prati di papa in cui erano morti due agenti e infine 4) il blitz del 7 settembre del 1988 contro i militanti ritenuti responsabili dell’ultimo omicidio targato BR, quello del senatore democristiano Ruffilli a Forli del 12 maggio 1988, che determinerà una pubblica dichiarazione del 23 ottobre dei brigatisti in carcere in un documento a più firme (tra cui quelle di Gallinari, Piccioni e Seghetti), dove si afferma che le Brigate Rosse coincidono con i prigionieri politici delle Brigate Rosse, perché spiega nel documentario Piccioni: “Non potevamo lasciare, in un Paese abituato ai complotti e ai misteri, che altri che non c’entravano con la nostra storia usassero quel ‘marchio’”, anche se l’anno dopo verrà effettuata, il 5 settembre 1989, un’ultima operazione in Francia coordinata con la locale gendarmeria con l’arresto dei brigatisti residui.

I principali membri di quel nucleo speciale raccontano a distanza di 40 anni quel periodo vissuto, dicono, in clandestinità come i loro obiettivi, e i disagi familiari che tutto ciò ha comportato anche attraverso il ricordo delle loro mogli, e a mitigare la ricostruzione palesemente fatta da una parte sola delle due in contesa, il documentario offre lunghe interviste anche a due ex brigatisti, Francesco Piccioni e Paolo Persichetti, che hanno modo così di raccontare anche la loro storia dall’altra parte. La scelta dei due, probabilmente dettata anche dal fatto che altri si sono rifiutati di partecipare, si rivela azzeccata e in certo senso spiazzante, immagino, per chi dovesse vedere il documentario senza una adeguata preparazione storica su quel periodo oppure condizionato dalla “vulgata” che ce lo ha raccontato, perché i due ex sbaragliano ogni ritratto tipo che fino ad oggi ci era stato tramandato sul “terrorista, feroce assassino”. Piccioni è un interlocutore di rara empatia e arguzia romana che tutto sembra tranne che un mostro impunito e Persichetti ha una pacatezza da intellettuale e storico nel raccontare, e soprattutto spiegare, i fatti, che è impossibile non riflettere su quanto dice anche se non necessariamente condividerlo. Anche il finale è un po’ spiazzante, perché dopo avere decantato per 5 puntate i meriti di quei carabinieri oggi in pensione, comprensibilmente orgogliosi di quanto a suo tempo fatto “per servire il proprio paese”, si coglie in loro una certa amarezza di fondo nelle dichiarazioni conclusive su quanto poi è accaduto nei successivi 40 anni in Italia “Un Paese che oggi non mi rappresenta molto”, dice uno di loro e persino i coniugi Di Petrillo si lasciano andare a riflessioni tipo “era uno scontro generazionale anche noi avevamo la loro età ed eravamo come loro pieni di ideali”, dice lui, e “molti dei loro ideali li condividevo anche io”, dice lei.
Insomma, l’onore delle armi riconosciuto agli sconfitti al termine di una guerra vinta e questo credo sia il messaggio più importante di questo lavoro perché, come dice Piccioni “quando c’è una guerra il nemico o lo uccidi durante il conflitto o dopo che si è conclusa trovi una soluzione per i tanti prigionieri per dichiarare chiusa una fase di Storia”, e invece, come si è potuto vedere anche in casi recenti di assurde polemiche sul regime di cella di detenuti anziani per fatti commessi oltre 40 anni fa, l’Italia quella guerra non l’ha mai voluta chiudere, preferendo semplicemente negare che ci fosse stata.

«Il Tipografo», Le torture della repubblica in un film di Stefano Pasetto

«Il Tipografo», il lungometraggio realizzato da Stefano Pasetto che racconta le torture praticate contro le persone arrestate per fatti di lotta armata tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, in particolare la storia di Enrico Triaca arrestato il 1978 maggio 1978 perché gestiva una tipografia delle Brigate rosse, vince il premio Miglior Lungometraggio Italiano Visioni dal Mondo 2022 con la motivazione: «è un’opera molto interessante sia come testimonianza che come occasione di riflessione su un periodo complesso della nostra storia recente anche perché quanto accaduto viene presentato con una molteplicità di testimonianze non necessariamente univoche».
Una scelta coraggiosa quella della giuria che non ha avuto paura di porre all’attenzione pubblica un tema da sempre occultato, quello della tortura. Recentemente anche Sky ha messo in onda una docuserie di quattro puntate sul sequestro Dozier in cui si ricostruisce senza censure l’attività svolta tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80 da un apparato del Ministero dell’Interno specializzato nella pratica del waterboarding per estorcere dichiarazioni agli arrestati. Un segnale importante che si spera spinga a fare piena luce su quegli anni sfatando la narrazione ufficiale che racconta l’insorgenza politica e sociale di quel periodo sconfitta solo con gli strumenti dello Stato di diritto.

https://www.rai.it/raicinema/news/2022/09/I-vincitori-dell8-Festival-Internazionale-del-Documentario-Visioni-dal-Mondo-c9c1a341-e7b4-4368-ab96-3c7bee2ff0bf.html?fbclid=IwAR1igkb2pVuSigiuzEOKaZFdIXIFljfr1CY-TUyCazl1al7LN9wt4Rulrd4

La proposta indecente: verità sulle torture solo se gli irriducibili vengono in commissione Moro

La morte dell’ex ministro dell’Interno Virginio Rognoni che nel 1982 diede il via libera all’uso della tortura contro le persone arrestate per fatti di lotta armata, decisione deliberata dopo una riunione del Comitato interministeriale per l’informazione e la sicurezza dell’8 gennaio 1982, rimette al centro dell’attenzione un episodio accaduto durante i lavori della Commissione Moro 2. Un baratto fu proposto da alcuni esponenti di rilievo della Commisssione parlamentare d’inchiesta che stava nuovamente indagando sul sequestro e l’uccisione dello statista democristiano: l’organo parlamentare d’inchiesta si sarebbe occupato per la prima volta delle torture inferte a Enrico Triaca, il tipografo delle Brigate rosse romane arrestato il 17 maggio 1978, e della struttura del ministero dell’Interno guidata da Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, che praticò in maniera sistematica il waterboarding e altre violenza durante gli interrogatori contro gli inquisiti per lotta armata arrestati nel corso del 1982. In cambio si chiedeva agli ex brigatisti «irriducibili» (non dissociati e non collaboranti) che in passato avevano rifiutato ogni contatto con le commisssioni parlamentari d’inchiesta di mutare atteggiamento accetando le convocazioni. La proposta appariva tanto più ipocrita perché formulata proprio da quei settori politici che con più forza denunciavano l’esistenza di un patto di omertà stipulato in passato tra brigatisti e settori dello Stato, accordo che avrebbe «tombato la verità sul sequestro Moro».
La vicenda è stata raccontata nei dettagli nel volume La polizia della storia, la fabbrica delle fake news nell’affaire Moro. pp. 209-219.

La proposta indecente

ll 21 gennaio 2016 il deputato Fabio Lavagno depositò in Commissione una richiesta di audizione di undici testimoni sul tema delle torture. «Come anticipato in varie sedi – scriveva Lavagno – ritengo che il tema delle torture sia d’interesse per la Commissione». Nel testo si chiedeva la convocazione dell’ex tipografo Enrico Triaca, torturato il 17 maggio 1978 nell’ambito delle indagini sul sequestro Moro. Si indicava il nome di Nicola Ciocia, che in diverse circostanze ammise di essere stato il torturatore di Triaca: ex funzionario dell’Ucigos in pensione, conosciuto col soprannome di «De Tormentis», titolo di un trattato medievale che regolamentava l’uso delle torture per realizzare gli interrogatori.(1) Il nomignolo gli era stato attribuito da Umberto Improta, (anch’egli importante dirigente dell’Ucigos, protagonista delle inchieste contro i gruppi armati), per le indiscutibili competenze dimostrate da Ciocia in materia di interrogatori non ortodossi. Immortalato alle spalle di Cossiga, in via Caetani, davanti al cadavere di Moro rannicchiato nel portabagagli della Renault 4 color amaranto, Ciocia era un indubbio personaggio: di simpatie dichiaratamente fasciste, nel gennaio 2001 su un mensile massonico, «Il razionale», aveva esaltato le tesi del giurista del regime mussoliniano Giorgio Del Vecchio, elogiando lo Stato etico («il diritto è il concentrato storico della morale»), rivendicando per la polizia i «poteri di fermo, interrogatorio e autonomia investigativa». Nel 2004 aveva avuto rapporti con Fiamma tricolore di cui era stato commissario per la Federazione provinciale di Napoli e, dulcis in fundo, aveva partecipato come difensore di un funzionario di polizia, tra il 1986-87, ai processi contro la colonna napoletana delle Br-Partito guerriglia, che non molto tempo prima aveva lui stesso smantellato senza risparmio di metodi “speciali”. Una singolare commistione di ruoli tra funzione investigativa, emanazione del potere esecutivo, e funzioni di tutela all’interno di un iter che appartiene al sistema giudiziario, che solo in uno stato di eccezione, come quello italiano, si è arrivati a consentire. Su Ciocia raccolsi uno sconcertante aneddoto dalla voce di Massimo Bordin, compianto conduttore della rassegna stampa di Radio radicale e memoria storica dei maxi processi dell’emergenza antiterrorismo. Massimo mi spiegò che l’ex questore, divenuto avvocato, Nicola Ciocia aveva tenuto la difesa di un poliziotto, suo subordinato quando era ancora in servizio, nel processo sul rapimento Cirillo: «Come si può dimenticare quel personaggio!», esclamò quando gli chiesi di lui. Ciocia – mi raccontò Bordin – «aveva iniziato il controinterrogatorio di un imputato che lui stesso aveva interrogato durante le indagini. Con fare aggressivo lo incalzava dicendogli: – ma come, non ti ricordi quando con le lacrime agli occhi mi dicevi queste cose? E l’imputato: – Avvoca’ ma quelle non erano lacrime, erano i suoi sputi!». (2) In una intervista parlando delle torture inflitte ai brigatisti, Ciocia dichiarò: «la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un’operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti». (3) Tra le richieste di convocazione c’erano anche tre giornalisti: Matteo Indice, Nicola Rao e Fulvio Bufi, che avevano svolto un importante lavoro d’inchiesta sulle torture; (4) altri due poliziotti, Carlo De Stefano e Michele Finocchi, che gestirono Triaca prima e dopo il waterboarding; (5) il magistrato Imposimato che ignorò le sue denunce. C’erano, inoltre, il nome dell’avvocato Romeo, che si era occupato di far riconoscere dalla Corte di appello di Perugia l’uso della «tecnica dell’annegamento simulato», impiegato contro Triaca durante l’interrogatorio realizzato nella notte del 17 maggio 1978; (6) infine Marco Pannella, che aveva denunciato, in Parlamento e fuori, la stagione delle torture e raccolto le ammissioni del Ministro dell’Interno dell’epoca, Virginio Rognoni: «Ricordo – aveva scritto Pannella – la mattina in cui, dinanzi al tabaccaio di noi deputati, a Montecitorio, incontrai il Ministro dell’Interno e “amico” Virginio Rognoni. Gli dissi che avevamo registrato la sera prima una tribuna autogestita, con Emma Bonino che aveva dietro di sé una gigantografia, che la sovrastava, con il membro torturato di Cesare Di Leonardo, un brigatista arrestato e torturato nelle ultime ore del rapimento del generale americano Dozier. Gli chiesi se fosse a conoscenza del fatto, e dei documenti che noi in tal modo rendevamo televisavamente “pubblici”. Virginio mi ascoltava rabbuiato e attento, e dopo un istante sbottò: “Questa è una guerra. E il primo dovere, per difendere la legge e lo Stato, è quello di coprire, di difendere i nostri uomini…”. La tribuna autogestita andò in onda. Nessuno, ripeto nessuno, sulla grande stampa, in Parlamento, nella magistratura, a sinistra e a destra, sembrò accorgersene». (7) Nicola Ciocia era sfuggito alle poche inchieste della magistratura che si erano occupate delle violenze contro i fermati e gli arrestati. Nelle maglie degli ingranaggi processuali finirono invece Salvatore Genova, un commissario della Digos genovese che aveva contribuito alle indagini e alcuni agenti dei Nocs che avevano direttamente partecipato alla liberazione del generale James Lee Dozier, il 28 gennaio 1982. Il generale americano vicecapo della Fatse, il Comando delle forze terrestri della Nato per il Sud Europa, era stato rapito dalla colonna veneta delle Brigate rosse il 17 dicembre 1981. L’inchiesta accertò le violenze commesse contro Cesare Di Lenardo, catturato insieme a Emanuela Frascella, Emilia Libèra, Giovanni Ciucci e Antonio Savasta, all’interno della base di via Pindemonte 2 a Padova, dove era tenuto prigioniero il generale statunitense. Di Lenardo, che ha raggiunto il suo quarantesimo anno di detenzione in una struttura di Massima sicurezza, fu portato all’esterno della caserma della celere di Padova, dove era trattenuto con gli altri quattro coimputati, e sottoposto a una finta fucilazione, a un tentativo di waterboarding che gli causò una rottura del timpano, a ripetute bruciature di sigaretta e posizionamento di elettrodi sul corpo e sui genitali in particolare. (8)
Salvatore Genova nel 2007 ruppe il si lenzio sulla vicenda e iniziò a raccontare quanto era accaduto durante le indagini che portarono alla liberazione di Dozier: rivelò nel corso del tempo l’esistenza di un apparato del Ministero dell’Interno dedito agli interrogatori non ortodossi, ricostruì alcuni episodi precedenti la liberazione del generale Usa. Le torture vennero impiegate a largo raggio durante i rastrellamenti negli ambienti dell’Autonomia veneta per raccogliere informazioni che portassero sulla pista giusta. In un villino, un residence tra Cisano e Bardolino, vicino al lago di Garda, di proprietà del parente di un poliziotto (lo ha rivelato al quotidiano «L’Arena» del 12 febbraio 2012 l’ex ispettore capo della Digos di Verona, Giordano Fainelli, circostanza confermata dallo stesso Genova) furono condotti e «trattati» Nazzareno Mantovani e successivamente Ruggero Volinia, che aveva svolto il ruolo di autista nel sequestro del generale Dozier. A condurrre l’interrogatorio a base di acqua e sale Nicola Ciocia e la sua fedelissima squadra della Mobile napoletana, detti nell’ambiente gli «acquaiuoli». Volinia, dopo il waterboarding condusse la polizia sotto la base-prigione di via Pindememonte dove era tenuto Dozier. Si torturava anche all’ultimo piano della questura di Verona, requisita dalla struttura speciale coordinata da Umberto Improta, diretta dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci, su mandato del capo della Polizia Giovanni Coronas che rispondeva al Ministro dell’Interno Virginio Rognoni. Qui – ha raccontato sempre Salvatore Genova – fu seviziata da Oscar Fiorolli la brigatista Elisabetta Arcangeli. Ultimamente, anche alcuni degli agenti dei Nocs, il reparto speciale delle Polizia di Stato che fece irruzione nell’appartamento dove era trattenuto Dozier, hanno abbandonato il riserbo e iniziato raccontare nuovi particolari sulle violenze praticate contro i brigatisti catturati. Si è venuto a sapere che le torture realizzate contro Ennio Di Rocco e Stefano Petrella, appartenenti al Partito guerriglia, arrestati in via della Vite nel centro di Roma, dove da alcuni giorni erano appostati per tentare di rapire Cesare Romiti, Amministratore delegato della Fiat, avvennero all’interno di una caserma di Monterotondo.La commissione avrebbe potuto offrire un importante servizio alla storia italiana se avesse squarciato la cortina di silenzio calata su questi aspetti della lotta contro le formazioni della sinistra armata. Una rimozione che ha visto la complicità estesa della magistratura, salvo rare eccezioni, la copertura del sistema politico e il bavaglio messo ai media che provarono a denunciare gli episodi venuti alla luce e che assomigliò pericolosamente, in alcuni momenti, a quanto succedeva nello stesso momento in Argentina.Si arrivò addirittura all’arresto di due giornalisti, PierVittorio Buffa e Luca Villoresi, che in due articoli apparsi su «l’Espresso» del 28 febbraio 1982 dal titolo evocativo, «Il rullo confessore», e su «Repubblica» del 18 marzo successivo, «Ma le torture ci sono state? Viaggio nelle segrete stanze. Quei giorni dell’operazione Dozier», avevano raccolto da fonti interne alla Polizia indisponibili ad accettare il ricorso alla tortura le informazioni per denunciare quanto stava accadendo.

Il baratto della verità
Inizialmente la richiesta delle audizioni sulla tortura non sortì reazioni, poi trapelò una singolare offerta di scambio: la Commissione avrebbe convocato Triaca e Ciocia se i brigatisti «irriducibili» avessero accettato di venire a testimoniare. La responsabilità di avviare finalmente il riconoscimento della stagione delle torture ricadeva dunque sulle loro spalle, non sul mandato istituzionale che la Commissione d’indagine parlamentare si era dato. L’offerta che arrivò, a me e a Marco Clementi perché ce ne facessimo carico e la comunicassimo agli ex brigatisti, con cui eravamo in contatto nel periodo di preparazione del volume sulla storia delle Brigate rosse, era ovviamente irricevibile. Né io, né Clementi, riferimmo la proposta. Approfondire la vicenda delle torture, convocare Triaca e Ciocia, interrogarli e ricostruire quel periodo, fare luce sugli organigrammi, risalire la scala delle responsabilità, oltretutto ormai penalmente prescritte, per sapere da dove venne l’ordine di impiegare anche mezzi illeciti di interrogatorio, perché fu presa quella scelta, il ruolo e le connivenze col mondo politico e la magistratura, il peso avuto dagli Stati Uniti, spettava alla Commissione. Prevalse invece la cultura del sotterfugio, l’anima torbida di un potere che si percepisce al disopra del bene e del male. Nel gennaio 2020 Nicola Ciocia è deceduto portando con se i segreti di quella stagione: «Non sono segreti che riguardano la mia persona – aveva spiegato a Nicola Rao nel 2011 – sono segreti che riguardano qualcosa di ben più grande e di molto più importante: sono segreti che riguardano lo Stato […] Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti […] non sono cose mie, ma sono cose che riguardano lo Stato, non posso dire nulla di più di quello che ho detto. Me le porterò nella tomba».

Note
1 P. Persichetti, «Liberazione», 11 dicembre 2011, Nicola Ciocia, alias professor “De Tormentis”, è venuto il momento di farti avanti, in https://insorgenze.net/2011/12/10/de-tormentis-e-venuto-il-momento-di-farsi-avanti/.
2 P. Persichetti in, https://insorgenze.net/2019/04/18/massimo-bordin-e-quel-ricordo-di-un-torturatore/.
3 M. Indice, «Il Secolo XIX», Così ai tempi delle Br dirigevo i torturatori, 24 giugno 2007.
4 M. Indice, «Il Secolo XIX», interviste a Salvatore Genova, 17 giugno 2007; De Tormentis, 24 giugno 2007; Virginio Rognoni, 25 giugno 2007; N. Rao, Colpo al cuore, Sperling & Kupfer, Milano 2011; F. Bufi, Sono io l’uomo della squadra speciale anti Br, «il Corriere della Sera», 10 febbraio 2012. Tutte queste interviste e altro materiale sulla storia delle torture si possono trovare nella rubrica «Le torture della repubblica» in, https://insorgenze.net/la-polizia-della-storia/.
5 P. Persichetti, https://insorgenze.net/2012/03/29/le-bugie-del-governo-le-torture-possibili-del-sottosegretario-allinterno-prefetto-carlo-de-stefano/.
6 Corte di appello del Tribunale di Perugia, numero sentenza 1130/13. Reg. 70/2013 rev. del 15 ottobre 2013. Si può leggere in, https://insorgenze.net/2014/01/17/gli-anni-spezzati-dalla-tortura-per-la-seconda-volta-una-sentenza-della-magistratura-riconosce-luso-della-tortura-contro-gli-arrestati-per-fatti-di-lotta-armata/.
7 M. Turco, S. D’Elia, Prefazione di M. Pannella, Tortura democratica – Inchiesta sulla comunità del 41 bis reale, Marsilio 2002.
8 Per una esposizione completa delle torture contro Cesare Di Leonardo si rinvia a Le torture affiorate, Sensibili alle foglie pp. 275-308, (Prima edizione ottobre 1998, seconda edizione febbraio 2002), dove sono presenti alcuni atti istruttori del procedimento penale n. 1040/82A PM e 253/82A GI, tra questi la perizia e il supplemento di perizia medio legale, la requisitoria dl Pm Vittorio Borraccetti e la sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio del Gi Mario Fabiani.

Il rapimento Moro e l’uso pubblico della storia

Una recensione a La polizia della storia di Anna Di Gianantonio apparsa su http://www.pulplibri.it – L’uso politico della memoria serve dunque a dimostrare che nessuna strategia, nessuna organizzazione, nessuna motivazione politica che nasce dal basso può esprimersi senza essere manipolata e resa inefficace dalla presenza dei poteri dello Stato. In questo modo gli anni Settanta sono diventati anni di piombo da cui siamo usciti grazie all’azione determinata della politica della fermezza e della difesa della legalità (Paolo Persichetti, La polizia della storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, Derive Approdi, pp. 240)

Anna Di Gianantonio 15 luglio 2022
https://www.pulplibri.it/paolo-persichetti-la-dietrologia-sul-caso-moro-e-le-domande-a-cui-non-ce-risposta/

Il libro di Paolo Persichetti spiega il disagio di chi, appassionato alle vicende degli anni Sessanta e Settanta, legge i numerosi lavori usciti recentemente – grazie alla desecretazione delle carte decisa dal governo Renzi – sulla cosiddetta “strategia della tensione” e osserva che molte pubblicazioni, invece di chiarire, talvolta complicano il contesto. Per quanto riguarda le stragi di Ordine Nuovo si conoscono i nomi degli esecutori, ma su quelli dei mandanti vi sono molte e diverse ipotesi. Con il passare del tempo e con la produzione di inchieste televisive, film e nuove ricerche, il lettore ha la sensazione di trovarsi alle prese non tanto con pubblicazioni che, utilizzando fonti inedite, si avvicinano alla verità, ma utilizzando generi letterari simili alle spy-story o ai noir.

Per le Brigate Rosse il quadro è ancora più complesso: in un intreccio di fake news, luoghi comuni e veri e propri falsi storici. Il libro di Persichetti è un accurato e complesso smontaggio delle false notizie sul delitto Moro, che si basa sul suo lungo lavoro di ricerca e su quello di una nuova generazione di storici – tra cui Marco Clementi e Elena Santalena con cui ha scritto il primo volume sulla storia delle BR – che intende analizzare gli anni Settanta con gli strumenti della storia, senza sensazionalismi e false piste. Nel testo l’autore fa nomi e cognomi di famosi autori che sulla vicenda del sequestro e della morte di Moro hanno creato una vera e propria fortuna editoriale, alimentando false ipotesi e complottismi.

Di tutte le complesse questioni della vicenda Moro è impossibile fare una sintesi: è necessario leggere le carte e le prove che porta l’autore. Persichetti rovescia innanzitutto l’immagine di Moro traghettatore illuminato che voleva portare i comunisti al governo, illustrando i colloqui che lo statista ebbe con l’ambasciatore americano Richard Gardner. In quelle occasioni fu proprio Moro, spaventato dal consenso del PCI e convinto che le Brigate Rosse destabilizzassero il paese favorendo i comunisti, a chiedere  all’ambasciatore una maggiore attenzione e un attivismo statunitense in Italia. Per rassicurare il diplomatico, Moro garantì che nel nuovo governo Andreotti non ci sarebbe stato alcun ministro di sinistra, smentendo clamorosamente le assicurazioni che erano state fatte al PCI e che riguardavano la presenza di almeno tecnici di area nel nuovo esecutivo.

La scelta di Moro di depennarli dagli incarichi fu contestata dallo stesso futuro presidente del consiglio Andreotti e dal segretario nazionale Zaccagnini che si dimise dalla carica. Il PCI, furioso per la decisione, votò la fiducia solo dopo la notizia del rapimento dello statista. Dunque Moro non fu affatto l’uomo del compromesso storico o delle larghe intese, come fu rappresentato post mortem, quando lo si descrisse come lungimirante antesignano di politiche inclusive mentre durante la prigionia venne considerato incapace di formulare pensieri autonomi.

Altro luogo comune diffuso ancor oggi è la “leggenda nera” su Mario Moretti, considerato una personalità ambigua e legata in qualche modo ai servizi. Moretti sta scontando il quarantaduesimo anno di esecuzione di pena e dunque difficilmente può essere considerato un uomo al servizio dello Stato. I sospetti su di lui vennero diffusi da Alberto Franceschini e Giorgio Semeria, smentiti da indagini interne che rivelarono l’inattendibilità delle accuse, ugualmente utilizzate da ricercatori come Sergio Flamigni che sulla figura di Moretti e sui suoi presunti legami con i poteri forti ha costruito la sua fortuna politica ed editoriale.

La dietrologia sul caso Moro si è esercitata sulla presenza in via Fani di altri soggetti, in particolare su due motociclisti in sella a una Honda, visti sulla scena del rapimento dal testimone Alessandro Marini. I motociclisti scatenarono mille ipotesi sulla loro presunta identità di uomini dei servizi, killer professionisti o agenti di servizi esteri, dando luogo a nuove pubblicazioni. Fu il lungo e minuzioso lavoro storico di Gianremo Armeni nel saggio Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro che mise in luce in luce l’inattendibilità della testimonianza. In via Fani c’erano solamente le dieci persone indicate nei processi come responsabili del sequestro e dell’uccisione della scorta, tutte appartenenti alle Brigate Rosse.

Con una nutrita serie di documenti e di analisi Persichetti denuncia anche le incongruenze della seconda commissione Moro, istituita nel maggio del 2014 con la presidenza di Giuseppe Fioroni. Pur utilizzando tecniche di indagine nuove, come l’analisi del DNA e le ricostruzioni laser della scena del delitto, non si è giunti a nuove conclusioni.

Persichetti sostiene dunque che:

Cinque anni di processi, decine e decine di ergastoli erogati insieme a centinaia di anni di carcere, due commissioni parlamentari, le testimonianze dei protagonisti, alcuni importanti lavori storici, non hanno scalfito l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico che da oltre tre decenni alligna sul sequestro Moro e l’intera storia della lotta armata per il comunismo...

Qual’è il pregiudizio storiografico cui l’autore fa riferimento? Molto semplicemente l’idea che un gruppo armato abbia potuto, senza aiuti esterni, compiere un’azione di quel tipo mentre la lettura “politica” di quegli anni vuole dimostrare che dietro le lotte di massa degli anni Sessanta e Settanta c’erano strategie di potere orchestrate da forze occulte legate allo Stato, ai servizi segreti, a dinamiche internazionali.

L’uso politico della memoria serve dunque a dimostrare che nessuna strategia, nessuna organizzazione, nessuna motivazione politica che nasce dal basso può esprimersi senza essere manipolata e resa inefficace dalla presenza dei poteri dello Stato. In questo modo gli anni Settanta sono diventati anni di piombo da cui siamo usciti grazie all’azione determinata della politica della fermezza e della difesa della legalità.

Secondo Persichetti quali domande sarebbe lecito invece porsi sul caso Moro? Innanzitutto andrebbe fatta un riflessione sull’uso della tortura sui detenuti e sulle detenute delle BR ad opera del funzionario dell’UCIGOS Nicola Ciocia, chiamato professor De Tormentis, che applicò sui prigionieri, soprattutto sulle donne, azioni violente ed umilianti per costringerli a parlare, pur in presenza di una legislazione speciale che consentiva abbondanti sconti di pena a pentiti, collaboratori di giustizia, dissociati. Inoltre: perché la linea della fermezza fu mantenuta sino all’esito tragico della morte di Aldo Moro? Perché i due partiti di massa, DC e PCI, non intervennero per la sua salvezza, nonostante le BR si accontentassero di un riconoscimento della natura politica della loro azione? Perché Fanfani, che doveva pronunciare un discorso di minima apertura e riconoscimento, non parlò, tradendo l’impegno preso con il PSI che si adoperava per una trattativa?

Due ultime considerazioni. L’archivio di Paolo Persichetti, sequestrato l’8 giugno 2021 da agenti della Digos con accuse pretestuose deve essere  restituito al legittimo proprietario. Persichetti ha scontato la sua pena ed è l’unico a poter raccogliere testimonianze dei protagonisti di quegli anni avendo gli strumenti per ragionarci sopra. Non può esistere in Italia un organismo di “polizia di prevenzione” che intervenga sulla ricerca storica per orientarla in direzioni prestabilite. Scandaloso è il fatto che pochi intellettuali si siano mossi a difesa della libertà della ricerca storica, minacciata non solo per quanto riguarda gli anni Settanta. Si pensi alla criminalizzazione degli studiosi delle foibe, passibili del reato di negazionismo.

Infine un’osservazione. È doverosa la ricostruzione storica ma è necessaria anche una riflessione politica su quegli anni. Leggendo il volume, alcune figure di brigatisti come Franceschini emergono per la loro inadeguatezza politica e umana. A mio avviso il terreno autobiografico e psicologico non è un elemento secondario nel fare un bilancio di una fase storica. Inoltre vi sono stati degli errori: innanzitutto, come afferma l’autore, l’aver pensato che il rapimento avrebbe causato contraddizioni forti tra base e dirigenti del PCI riguardo al compromesso storico, contraddizioni che  vennero ridimensionate anche a causa del rapimento. L’uccisione di Guido Rossa nel 1979 non fece che rafforzare la condanna contro le azioni armate e prosciugare quella zona grigia che non si schierava con lo Stato. Sulla questione delle ragioni del consenso e sul tema della violenza sarebbe necessaria una discussione molto articolata.

Aldo Moro e le Brigate rosse, in un libro i retroscena dell’inchiesta che vuole sequestrare la storia

La recensione di Davide Steccanella

Confesso che dopo 13 anni in cui credevo di avere letto di tutto e di più sulle BR e su quello che viene definito nel sottotitolo «l’affaire Moro» (citando un libro di Sciascia), avevo poca voglia di imbarcarmi in un ennesimo volume di smentita alle miriadi di «fake news» (altra definizione del sottotitolo) che da sempre circolano intorno all’azione armata più famosa degli anni ’70.
Tanto più che sono anni che l’autore dedica al tema scritti e controscritti, ivi compreso un imponente volume scritto a tre mani (con Marco Clementi e Elisa Santalena) e pubblicato qualche anno fa dalla medesima casa editrice.
E invece, sorpresa, proprio quest’ultimo lavoro di Paolo Persichetti, che neppure cita la parola Br nel titolo – che invece richiama la kafkiana vicenda giudiziaria che lo ha visto (e lo vede tuttora) vittima di quella che in prefazione Donatella Di Cesare definisce «polizia di prevenzione» – è probabilmente il miglior libro mai scritto sulla più importante organizzazione armata italiana, e che meglio di ogni altro potrebbe far capire a chi ai tempi manco era nato come fu possibile che in un paese occidentale a capitalismo avanzato migliaia di militanti abbiano potuto “resistere” per oltre 10 anni in clandestinità agendo in pieno giorno in città urbanizzate e non nascosti sui monti della Sierra Nevada.

Lo schema del libro non è semplice perché travolgendo ogni regola saggistica salta da un argomento all’altro partendo dall’oggi per tornare a ritroso – ma anche qui senza seguire alcun ordine cronologico – a quel periodo storico che «la polizia della storia», questo il titolo, imputa all’autore di voler ricostruire secondo verità e non secondo quanto imposto in questi anni dalla vulgata dei “vincitori”.
In estrema sintesi, la trama del libro potrebbe essere descritta così: un bel mattino un Pm di Roma decide di sequestrare l’intero archivio di uno storico che da anni si occupa del sequestro Moro seguendo una metodologia antitetica a quella delle varie commissioni parlamentari che tutti noi cittadini ritualmente paghiamo per non approdare mai a nulla di rilevante, e poiché ogni tentativo da parte dell’indagato (neppure si capisce per cosa) di ottenere giustizia si scontra con l’ottusità di una magistratura distratta e poco incline a ostacolare le iniziative della Procura, lui decide di scrivere esattamente quel libro che gli si voleva impedire di scrivere, partendo dal racconto in prima persona della vicenda che lo ha visto coinvolto.
Una vicenda che mi procura disagio perché all’inizio aveva visto coinvolta anche la mia persona, come si riferisce nel paragrafo «La Digos clona il telefono dell’avvocato», quando ero del tutto ignaro che in Italia fosse consentita «l’intercettazione dell’attività difensiva» (titola un successivo paragrafo).
E’ per questa ragione che Paolo mi ha scritto sulla dedica «una volta tanto non avvocato ma ‘complice‘» prima di aggiungere «con affetto e stima», gli stessi sentimenti che io provo per lui e nello stesso ordine, perché per prima cosa è un amico e poi è uno degli storici più scrupolosi che esistano.
Paolo, a differenza mia, è un professore che si occupa di quella Storia da studioso, anche se la vulgata preferisce altre definizioni di comodo che nulla c’entrano con quanto scrive (e basterebbe leggerlo per rendersene conto), ma credo che abbiamo in comune un medesimo approccio di partenza.
Quello, cioè, di volere apprendere i fatti passati attraverso lo studio delle fonti e la diretta testimonianza dei protagonisti prima di scrivere stronzate, e questo fatto appare così tanto poco comprensibile all’esterno da richiedere necessarie catalogazioni “ad usum delphini”, per cui lui è per forza e per «l’ex brigatista» (anche se per pochi mesi nell’arco di una vita intera piena di mille altre cose) e io «l’avvocato dei terroristi», e va da se che se per ipotesi ci incontriamo un pomeriggio a Milano (lui diretto a Parigi) per parlare dei cazzi nostri, per la Digos stiamo cospirando insurrezioni armate organizzando «soccorsi rossi» internazionali per abbattere lo Stato capitalista nel bel mezzo del terzo millennio (sic!).
Però Paolo è uno bravo e li ha fregati, perché in questo libro c’è tutto quello che si dovrebbe sapere su quello che è successo in Italia oltre 40 anni fa, e tutti dovrebbero leggerlo dalla prima all’ultima riga prima di dire anche solo un’ulteriore parola su quella storia oggetto delle attenzioni della nostrana Polizia.
Invece di farsi attrarre dai tanti libri strenna che hanno in copertina la stella a cinque punte o la faccia sofferente di Moro, alla cui figura politica (e anche umana) – per inciso – questo libro è uno dei pochi a restituire quella giusta dignità che la diffusa “dietrologia” scandalistica gli ha sempre tolto.

Macron, il Presidente che vuole riconciliare la memoria francese con la guerra d’Algeria ma rifiuta di farlo con gli anni 70 italiani

Il governo francese insiste, la Procura generale presenta ricorso in cassazione contro l’avviso sfavorevole all’estradizione dei militanti d’estrema sinistra coinvolti nella lotta armata degli anni 70. Intanto lunedì 11 luglio alle ore 11 nei locali delle Edizioni Actes Sud, 60-62 Avenue de Saxe, Paris 15 Arrondissement, per denunciare l’ingerenza dell’esecutivo nella decisione della Corte d’appello.
Alla conferenza stampa saranno presenti Paul Brétecher (psichiatra), Jean-Paul Chagnollaud (professore di scienze politiche), Pierre Lemaître (scrittore), Éric Vuillard (scrittore). Saranno letti i messaggi di sostegno di Annie Ernaux (scrittrice) e di Michèle Riot-Sarcey (storica). Saranno inoltre presenti gli avvocati Irène Terrel e Antoine Comte

EP

Christophe Ayad, Le Monde 7 luglio 2022

I dieci militanti di estrema sinistra rifugiati in Francia e reclamati da Roma pensavano di non aver più problemi con la giustizia, almeno per qualche anno. Mercoledì 29 giugno, infatti, la corte di appello di Parigi aveva reso un avviso sfavorevole alla loro estradizione verso l’Italia dove avrebbero dovuto scontare delle condanne pronunciate in loro assenza per delle azioni di terrorismo risalenti agli anni 70 e 80. Ma il Procuratore generale Rémy Heitz ha deciso di ricorrere in cassazione contro la decisione della Corte d’appello, come annunciato in un comunicato reso pubblico lunedì 4 luglio. Il ricorso, molto raro in questo tipo di circostanze, ha provocato lo stupore e la collera degli avvocati degli «esiliati» italiani.
«Mai in tutta la mia carriera ho ottenuto ragione in un ricorso in cassazione sulla decisione di una corte d’appello in materia di estradizione – ha dichiarato Irène Terrel, avvocata di sette dei dieci militanti italiani – E’ incredibile!».
Antoine Comte è anche lui stupefatto: «In materia d’estradizione – sottolinea l’avvocato – il ricorso è chiaramente limitato a delle questioni formali dallo stesso codice di procedura penale». L’articolo 696-15 stipula, infatti, che una eventuale cassazione può pronunciarsi solo sugli aspetti legali della decisione. In sostanza può verificare solo se esistono dei «vizi di forma».
Gli avvocati dei militanti italiani, di cui fa parte anche Jean Louis Chalanset, restano fiduciosi sul fatto che la sezione criminale della Corte di cassazione non annullerà la decisione della Corte d’appello favorevole ai loro clienti. Tutti e tre i legali tengono a sottolineare la solidità del lavoro svolto dai giudici d’appello. «Hanno lavorato un anno su questo dossier e le loro motivazioni sono eccellenti, sottolinea l’avvocato Terrel. Il diritto a un processo equo fa riferimento alla incapacità dell’Italia di organizzare dei nuovi processi in condizioni accettabili, trenta o quaranta anni dopo i fatti. La corte evoca anche la nozione di periodo di tempo ragionevole. Infine il riferimento alla stabilità della vita familiare apre le porte ad un riconoscimento dell’asilo di cui queste persone hanno beneficiato in Francia».

Accanimento
Per tutte queste ragioni gli avvocati della difesa ritengono che il ricorso risponda soprattutto a degli imput politici. L’avvocato Chalaset denuncia «una ingerenza dell’esecutivo nel giudiziario [che] infrange la separazione dei poteri. La procura generale ha dovuto ricevere delle istruzioni dal Guardasigilli», ha dichiarato alla Agenzia France presse. Per l’avvocato Comte si tratta di un «accanimento» che si spiega con «la volontà di fare un piacere allo Stato italiano».
Per l’avvocato rappresentante dello Stato italiano (una novità assoluta nei processi di estradizione), William Julié, questo «ricorso è necessario», poiché la sezione istruttoria della corte d’appello «senza negare la gravità dei crimini» imputati ai dieci anziani militanti, «ritiene che i poroblemi di ordine pubblico siano attenuati dal tempo trascorso». Ora – spiega sempre l’avvocato che ha difeso gli interessi dell’Italia, «Il tempo trascorso si spiega con un’assenza di cooperazione della Francia».
In maniera del tutto irrituale l’esecutivo ha chiaramente manifestato la sua volontà. Giovedì 30 giugno, nel corso della conferenza stampa tenuta alla fine del vertice della Nato a Madrid, Emmanuel Macron ha chiesto di valutare «se un ricorso in cassazione fosse possibile» o «se ci fossero ancora delle vie giurisdizionali che ci permettessero di andare più lontano». «Ho appoggiato la domanda del governo italiano su questi brigatisti» in favore dello loro estradizione, ha ripetuto come in ogni altra occasione in cui si espresso su questo argomento.
E’ molto raro che un presidente della Repubblica si esprima su una decisione di giustizia e chieda di capovolgerla. «Si tratta di un giudizio che getta un discredito politico sui magistrati», replica duramente l’avvocato Terrel. «Si esprime disprezzo per le decisioni di giustizia, si tratta di una interferenza politica netta».
L’Eliseo rivendica completamente la sua presa di posizione, in linea con tutte quelle assunte in precedenza su questo dossier ancora sensibile per l’Italia. In passato Emmanuel Macron aveva persino censurato quelle che a suo dire erano le «visioni romantiche» e la presenza di «compiacimento» dell’intelighentia francese nei confronti del terrorismo d’estrema sinistra in Italia. Il Guardasigilli Eric Dupond-Moretti era arrivato a comparare gli ex brigatisti ai jiadisti del 13 novembre 2015 [massacro del Bataclan], in un raffronto tanto discutibile quanto disonesto storicamente.
Nella sua battaglia contro la prescrizione e l’impunità Emmanule Macron riformula la «dottrina Mitterrand», la regola non scritta che nel 1985 ha definito le condizioni d’accoglienza degli anziani attivisti italiani. L’attuale capo dello Stato vi aggiunge l’esclusione dei reati di sangue che non fu mai enunciata all’epoca – si trattava, in realtà, della rinuncia alla lotta armata – tra le condizioni che consentivano alla Francia di accordare il suo asilo. «Nello specifico queste persone sono state implicate in crimini di sangue e meritano di essere giudicate sul suolo italiano. Si tratta del rispetto che noi dobbiamo alle famiglie delle vittime e alla nazione italiana», ha dichiarato a Madrid.
Ma è proprio in nome della dottrina Mitterrand che i suoi predecessori hanno rifiutato di riconsegnare a Roma quegli uomini e quelle donne condannati in Italia per dei crimini di sangue e che la giustizia francese, in alcuni casi, aveva ritenuto estraibili.
«C’è una strana dissonanza in questo Presidente che vuole riconciliare le memorie sulla guerra d’Algeria e ripianare quella sul genocidio in Ruanda ma non accetta le decisioni della giustizia francese sugli anni di piombo», constata Antoine Comte.

«Da 12 mesi i miei archivi in mano alla polizia della Storia e al complottismo…»

Paolo Persichetti, ex militante delle Br-Ucc, oggi storico e ricercatore, è accusato di aver diffuso documenti riservati della Commissione Moro 2: se le perizie hanno smontato la tesi dei Pm perché il materiale delle sue ricerche rimane sotto sequestro?

Daniele Zaccaria, Il Dubbio 9 giugno 2022

Sono passati 12 mesi da quando la procura di Roma gli ha sequestrato archivi cartacei, computer, telefoni, tablet, pieni di email, foto, video in larga parte materiale privato di nessuna rilevanza che giace ancora nelle mani degli inquirenti. Paolo Persichetti, ex militante delle Br-Ucc, oggi apprezzato storico e ricercatore, avrebbe diffuso documenti riservati della Commisione Moro 2 allo scopo di favorire, non si sa in che modo, dei latitanti. Le indagini non hanno confermato nessuna delle accuse, al contrario le perizie dei file hanno escluso che si trattasse di materiale sottoposto a segreto, ma Persichetti non ha ancora avuto indietro i suoi file. Convincendosi che lo scopo del sequestro non sia accertare le accuse, ma ostacolare con ogni mezzo il suo lavoro storiografico sugli anni di piombo, la sua lotta incessante contro le dietrologie, contro le ricostruzioni fantasy e i complottismi sul sequestro Moro puntualmente smentite dai fatti ma che continuano a titillare ampi settori della politica, della magistratura e degli apparati di sicurezza dello Stato. Tesi ben illustrate nel suo ultimo, documentatissimo libro, La polizia della storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, pubblicato da Derive e Approdi. «La polizia della Storia non è soltanto una metafora suggestiva, ma un fatto concreto: in Italia ci sono poliziotti che indagano in carne e ossa sugli archivi, che presidiano la memoria e decidono su cosa si possa o no fare della ricerca, è assurdo!».

Perché questo accanimento?
Credo che questo sia tutto un pretesto, il vero problema è che vogliono il mio archivio e tenerselo il più tempo possibile per bloccarmi e intralciare il mio lavoro di ricerca, magari nell’idea di non restituirmelo mai più per neutralizzarmi del tutto. Non vedo altra ragione: dopo un anno sono crollate tutte le accuse, la perizia, ripeto, ha stabilito che non c’è nulla di rilevante, il teorema come si capiva fin dall’inizio, era del tutto infondato.

Cosa sosteneva il “teorema”?
Che io avessi trasmesso ad altre persone del materiale riservato della Commissione Moro 2, in particolare la bozza della prima relazione annuale che non è un atto riservato nemmeno per i criteri interni della Commissione, ma un documento politico destinato ad essere pubblico che deve essere votato ed emendato. Siamo nel campo di interpretazioni infondate. La bozza è stata utilizzata come espediente per cercare nel mio archivio documenti davvero riservati ma non li hanno trovati perché semplicemente non ci sono, non li ho mai avuti e non ne ho accesso.

Quale sarebbe stata la finalità?
Siamo nel cuore del teorema : mi hanno accusato di favoreggiamento, ossia avrei svolto una sorta di attività di intelligence, appropriandomi di atti riservati e avrei condiviso il materiale con due latitanti, allo scopo di favorire la loro latitanza. Stiamo parlando di persone latitanti da oltre trent’anni, dai tempi in cui ero minorenne, peraltro uno di loro, Alvaro Lojacono ha già scontato la sua pena, mentre con l’altro, Alessio Casimirri, non ho mai avuto contatti, non ci ho mai parlato. E infatti non è stata agomentata nei miei confronti nessuna ipotesi accusatoria, ma solo un generico favoreggiamento. La cosa surreale è che tutto nasce dalle “recensioni” della polizia di prevenzione (l’ex Ucigos n.d.r) che ha letto le bozze del libro sulla storia delle Brigate rosse a cui ho partecipato, trovandole sospette.

In che senso “recensioni”?
Secondo i funzionari della polizia di prevenzione, che svolgono sia attività di intelligence che di polizia giudiziaria, nelle mie carte ci sarebbero tesi che non corrispondono agli esiti processuali. Inoltre sostengono che nelle mie mail sarebbero citati episodi e fatti che poi non ho inserito nel libro e questo giustificherebbe il presunto favoreggiamento. È ridicolo.

A quali fatti si riferiscono?
Alla via di fuga del commando brigatista che ha sequestrato Moro e al secondo furgone, che avrebbe dovuto entrare in scena nel caso le cose fossero andate male e di cui si occupò Lojacono, ma che non fu mai utilizzato. Se io scopro dei dettagli che non erano emersi nei processi ma lo faccio senza avere elementi tali da riempire una pagina di storia, a causa di testimonianze incongruenti e contrasti di memoria, è mia responsabilità di ricercatore non pubblicarli, è una questione di serietà. E stiamo parlando di un aspetto del tutto secondario di cui nessuno si è mai interessato fino ad ora. Coinvolgermi in questa vicenda fa parte della narrazione dietrologica sul caso Moro che circola da almeno trent’anni senza mai trovare riscontri nella realtà.

È molto difficile fare lavoro storiografico in queste condizioni?
Il problema principale è che c’è una sovrapposizione tra l’indagine della procura e le vecchie e mai dimostrate tesi dietrologiche e cospirazioniste sull’affaire Moro, trovo questo aspetto sconcertante. Soprattutto da quando, con le direttive Prodi e Renzi, sono stati resi pubblici gli archivi, un tempo monopolio della magistratura e dei consulenti delle commissioni, tutti personaggi lottizzati. È finita l’epoca in cui i documenti venivano citati a rovescio o a metà o con le sequenze sbagliate, oggi i ricercatori possono verificare tutto e questo ha prodotto un nuovo lavoro storiografico che smonta le narrazioni costruite fino ad oggi e questo fatto evidentemente dà fastidio. Al punto da creare il cortocircuito di cui parlavo.


E sembra ancora più difficile farlo sugli anni di piombo, ancora oggi un campo minato.
Se oggi qualcuno compie un lavoro di ricerca e di memorialistica sul ventennio fascista viene considerato uno storico, se invece lo fai sugli anni 70, sulla lotta armata, si parla di attività di propaganda se non addirittura peggio. Ho sentito persino l’incredibile definizione di “banda armata storiografica”.


C’è però anche un elemento personale, che riguarda la biografia dell’autore.
Certo, questo ahimé è un aspetto centrale: in sostanza non mi viene riconosciuto il fatto di aver scontato la pena e il diritto di poter svolgere ricerca storica su quegli anni. La conseguenza è che i miei studi non vengono considerati come una libera e disinteressata attività intellettuale, ma sarebbero un’ambigua opera di proselitismo, di favoreggiamento, di mantenimento di non si sa quali legami e quali vincoli associativi. Non avendo argomenti e non potendomi contestare sul merito subisco un attacco e una delegittimazione totale del mio lavoro di storico e della mia stessa persona. Non dovrei essere io a dirlo, ma trovo incredibile che in Italia non si parli di questa vicenda, di questa censura odiosa, del fatto che la polizia sequestri impunemente degli archivi e, pur non trovandoci dentro nulla, continui a tenerli sotto sequestro.

Quando il passato non è mai quello degli altri

Recensioni – alcuni mesi nella lotta armata e oggi ricercatore indipendente, ha appena pubblicato un nuovo libro sul caso Moro che entra a piedi uniti in un dibattito che negli ultimi tempi si è segnalato soprattutto per il riemergere di letture complottiste. A Paolo Persichetti il passato continua a chiedere il conto

Paolo Morando, Domani 24 maggio 2022

Oltre trent’anni fa, nel 1991, è stato condannato in via definitiva a 22 anni e mezzo di carcere per partecipazione a banda armata (le Brigate rosse – Unione dei comunisti combattenti) e concorso morale in omicidio (il generale dell’aeronautica Licio Giorgieri, ucciso in un agguato a Roma il 20 marzo 1987).
Nel frattempo, dopo che in primo grado era stato assolto, era riparato in Francia, come tanti altri ex militanti delle formazioni armate. E a Parigi si era ricostruito una vita come studioso, laureandosi e conseguendo un dottorato in Scienze politiche, fino a insegnare come docente a contratto all’università. A Paolo Persichetti il passato è tornato però a chiedere il conto la sera del 24 agosto 2002, quando la polizia francese lo ha fermato per poi consegnarlo a notte fonda ai colleghi italiani, in un rendez-vous degno dei migliori film di spionaggio: sotto il traforo del Monte Bianco.
Era stato arrestato una prima volta nel 1993, opponendosi però all’estradizione con successo, grazie a un pronunciamento dell’allora presidente francese François Mitterrand, che ha confermato la validità della propria “dottrina”. Persichetti ha terminato di pagare il conto alla giustizia italiana nel 2014, quando è stato scarcerato definitivamente. Ma già dal 2008 era in semilibertà e aveva iniziato a collaborare prima con Liberazione, l’allora quotidiano di Rifondazione comunista, poi con il Manifesto, Il Garantista, Il Rifomista e il Dubbio.

Il lavoro da storico
Si può dire che oggi Persichetti è uno storico di riconosciuto valore? Si dovrebbe poterlo fare, non fosse altro per la sua curatela di una importante Storia delle Brigate rosse in tre volumi (finora è apparso solo il primo). Si può dubitare della sua impostazione di studioso, per forza di cose caratterizzata dalla precedente militanza? Anche questo è possibile, ma senza dimenticare che la ricerca storiografica vive di contrapposizioni, di revisionismi e contro revisionismi (nel senso nobile del termine, sia chiaro), di confronto tra idee. Ma sempre sulla base di documenti. E Persichetti, da questo punto di vista, è un formidabile cane da tartufo: il suo lavoro di studioso lo dimostra.
Il suo ultimo libro “La polizia della storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro”, pubblicato in questi giorni da Derive Approdi entra tra l’altro a piedi uniti in un dibattito, quello su via Fani e i 55 giorni dello statista nella “prigione del popolo”, che negli ultimi tempi si è segnalato soprattutto per il riemergere di letture complottiste che da sempre covano sotto la cenere.
E d’altra parte la pubblicistica in materia è sterminata. Il libro di Persichetti è un ottimo strumento per orientarsi con un minimo di cognizione di causa in un quello che è diventato un autentico ginepraio, sulla base di una vulgata sfornita di prove che ormai sembra essersi fatta inespugnabile. Al punto che in una sentenza importante come quella che, tre anni fa, ha condannato all’ergastolo l’ex Nar Gilberto Cavallini per la strage di Bologna, si parla scorrettamente del covo di via Gradoli come della prigione di Aldo Moro. Un mero lapsus dell’estensore, certo, in una sentenza di oltre 2mila pagine altrimenti formidabile, ma è un lapsus che la dice lunga su quanto in questi anni è avvenuto e continua ad avvenire.

Il passato che ritorna
Lo stile di Persichetti, autore di una memorabile inchiesta giornalistica sempre su Bologna (l’incredibile tentativo da destra di addossare la colpa dell’attentato a un giovane di sinistra vittima della bomba, Mauro Di Vittorio, tesi che l’ex brigatista ha contribuito a confutare), è spesso arrembante. E infatti qualche grana gliel’ha procurata. Ad esempio una querela da parte di Roberto Saviano, a cui però il giudice ha dato torto.
Ma il peggio doveva ancora venire. Ed è venuto dal passato, se così si può dire. Come il postino del celebre film, infatti, la giustizia per Persichetti ha suonato due volte: ormai un anno fa, la procura di Roma gli ha sequestrato l’intero archivio, il telefonino, il pc e ogni altro apparecchio elettronico (e pure il “cloud”), nell’ambito di un’inchiesta che lo vedrebbe come “favoreggiatore” di latitanti coinvolti nel sequestro Moro. Ma inizialmente lo si accusava anche di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (e il capo di imputazione è stato modificato addirittura cinque volte). Appunto: il passato che non passa.
La vicenda è ampiamente ripercorsa nel suo libro appena uscito, che sfida il mainstream fin dalla prefazione, firmata dalla filosofa Donatella Di Cesare (incorreggibile Persichetti!). E il sequestro citato, guarda caso, ha a che fare con il sequestro Moro. O meglio: con l’ultima (e contestatissima) commissione parlamentare d’inchiesta, ai cui materiali riservati – così la procura – Persichetti avrebbe attinto. La partita giudiziaria è ancora in corso, con lo studioso che da tempo chiede senza successo di poter tornare in possesso di quel materiale: anche perché, al di là della contestazione delle accuse specifiche, la procura si è portata via anche l’intera documentazione sanitaria relativa a suo figlio disabile. E davvero non si capisce che cosa questo possa avere a che fare con un’inchiesta per terrorismo.

L’ultima beffa
Nei giorni scorsi c’è stata una novità, ed è significativo che sia arrivata proprio nei giorni in cui il nuovo lavoro di Persichetti è approdato in libreria: giustizia a orologeria, verrebbe a dire, ma una volta tanto a favore dell’accusato. Sul blog Insorgenze, animato dallo stesso Persichetti, si dava infatti conto (capirete presto il perché del tempo imperfetto) della relazione tecnica richiesta dal gip sul materiale sequestrato.
E si apprendeva che non c’era nulla di riservato, ovvero di materiale dolosamente trafugato e poi diffuso: l’elenco di pdf, immagini, video e quant’altro è certosino e tutto ciò che proveniva in origine dalla commissione Moro Persichetti se lo è procurato utilizzando fonti aperte, soprattutto il sito dell’ex membro della stessa commissione Gero Grassi, per giunta dopo la chiusura dei lavori dell’organismo. E visto che Persichetti sa come va svolto il lavoro di storico, ecco che la relazione glielo riconosceva, attestando come altra grande parte del materiale arrivi dal Fondo Moro depositato all’Archivio centrale dello stato nell’ambito della direttiva Prodi. Che Persichetti ha dunque diligentemente consultato. Visto però che non c’è due senza tre, ecco l’ultima beffa: cioè il gip che in sostanza decide di non dare seguito all’esito della perizia e, invece di disporre la restituzione almeno parziale del materiale sequestrato, rimanda l’intero fascicolo alla procura, azzerando di fatto mesi di battaglia giudiziaria mossa da Persichetti.
Il quale sabato scorso, via Facebook, ha risposto così: “A seguito degli ultimi sviluppi giudiziari legati al sequestro del mio archivio sono venuti meno anche i residuali spazi di agibilità che mi erano rimasti. Allo stato attuale non esiste più lo spazio minimo per svolgere anche il più ridotto lavoro di tipo storiografico e di ricerca. Non esistono più le condizioni obiettive e la serenità che un ricercatore deve sempre avere per condurre con serietà e misura il proprio lavoro. Pertanto sono sospese tutte le presentazioni del libro La polizia della storia che nonostante la situazione e con grande sforzo ero riuscito a portare a termine. Sono sospesi tutti i miei account social e non risulterà più accessibile al pubblico il blog insorgenze.net”.

Uno stratagemma del potere
Tornando al libro, non aspettatevi benzina sul fuoco delle complotterie. Al contrario. Sul caso Moro, ad esempio, Persichetti smonta una diceria di lunga data: la presenza di una moto Honda di grossa cilindrata in via Fani, da sempre smentita da tutti i brigatisti che presero parte al rapimento, presenza invece dimostrata – così si è sempre detto – dal fatto che dai due motociclisti in sella alla Honda partirono raffiche di spari contro il parabrezza di un motorino.
Ebbene, in un verbale del 1994 il possessore di quel motorino raccontò diversamente la dinamica della rottura del proprio parabrezza, che già era tenuto assieme con del nastro adesivo: avvenne per la caduta del mezzo dal cavalletto (che era parcheggiato all’incrocio tra via Fani e via Stresa: lo attesta una foto scovata in rete dallo stesso autore nel 2014) dopo l’agguato brigatista. “Questa foto – scrive Persichetti – metteva definitivamente a tacere la versione dei colpi sparati dalla Honda contro Marini e che avrebbero distrutto il parabrezza, facendo anche crollare la versione della moto con i brigatisti a bordo che avrebbe partecipato al rapimento e di cui il parabrezza infranto sarebbe stata la prova inconfutabile”.
La vis polemica è evidentemente connaturata a Persichetti, visto che si toglie anche lo sfizio di documentare diverse “violazioni” del segreto compiute proprio da componenti della Commissione Moro. Ma il cuore del suo lavoro sta tutto in queste parole: “L’idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che dai tumulti che attraversano le strade e i luoghi di lavoro è il segno di una malattia della conoscenza. Attraverso la dietrologia si vuole veicolare l’idea che dietro ogni ribellione non c’è l’agire sociale e politico di gruppi umani ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere”.

Il buco nell’acqua della Procura di Roma, nell’archivio di Persichetti nessun documento riservato

E’ arrivata finalmente la relazione tecnica realizzata sul mio archivio di lavoro sequestrato l’8 giugno 2021 (vedi qui e qui). Nel gennaio scorso il Gip aveva disposto la duplicazione dei dati presenti nei dispositivi sottoposti a sequestro e aveva chiesto di individuare al loro interno i «documenti provenienti dalla Commissione di inchiesta relativa al sequestro dell’On. Moro presieduta dall’On. Fioroni, delimitando tale ricerca al periodo 2/10/2014 – 31/3/2018», periodo di attività della Commissione parlamentare. Indagine finalizzata a cercare la prova della presenza di materiale riservato proveniente dalla Commissione Moro 2, che – secondo l’ipotesi avanzata dalla Procura dopo una rocambolesca serie di cambi di accusa – avrei utilizzato per favorire alcuni latitanti coinvolti nel sequestro Moro.
In 23 dei 27 device e altri supporti di archiviazione sequestrati dalla Polizia di prevenzione, supportata da Digos e Polizia postale – è scritto nella perizia – «non sono stati rinvenuti elementi riferibili alla richiesta del Pm». Circostanza ovvia, alcuni di questi contenevano solo materiale di pertinenza familiare.
Nei 4 supporti restanti sono stati estratti nel complesso 725 elementi: 589 pdf, 117 immagini, 1 video, 13 files testo e 5 folder.

Tra i 589 pdf ci sono:
1 libro in doppia copia e 2 copie di un mio articolo apparso su il Dubbio del 24 ottobre 2017 dal titolo, «La bufala del Br Alessio Casimirri salvato dai servizi»;
585 documenti scaricati da fonte aperta, in buona parte dal sito dell’ex membro della Commissione Moro 2, Gero Grassi (https://gerograssi.it/b131-b175/#B131). Pdf scaricati dal 18 maggio 2018 in poi, ovvero tre mesi dopo la chiusura dei lavori della Cm2 e la declassificazione degli atti stessi. Un numero ristretto di pdf proviene invece dal portale della Commissione attivato successivamente, messo a disposizione di studiosi e cittadini che volevano fare richiesta di documenti prodotti dalla Commissione. I restanti pdf riguardano le schede di registrazione delle audizioni svolte dalla Commissione che si trovano sul sito di Radio Radicale.

Le 117 immagini sono così suddivise:
46 foto della bozza preparatoria della relazione finale del primo anno di lavori della Commissione, resa pubblica il 15 dicembre 2015. Tra le 46 immagini quasi la metà, 20, sono doppioni presenti in un cellulare attivato pochi mesi prima del sequestro. Queste immagini, da cui sarebbe scaturita l’indagine dopo una intercettazione di alcune mail, erano già in mano agli inquirenti al momento della perquisizione, non costituiscono per tanto alcuna novità.
2 immagini doppione dello schizzo dell’azione di via Fani realizzato da Mario Moretti, depositato in commissione Moro 2 dallo storico Marco Clementi al momento della sua audizione, il 17 giugno 2015 e citato nel libro a cui ho preso parte, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017.
15 immagini di una relazione del Sismi inviata alla prima Commissione Moro. Documentazione presente nella Direttiva Prodi raccolta in Archivio centrale dello Stato.
1 immagine della lettera di Mario Moretti inviata alla Cm2, già citata nel libro sopra indicato.
1 immagine di una camicia con frontespizio «Telefonate anonime», proveniente dalle buste del Fondo Moro – Direttiva Prodi presente in Archivio centrale dello Stato.
1 video del responsabile Ris carabinieri che presenta la relazione tecnica sulle perizie svolte per conto della Cm2, facilmente reperibile in rete.
5 folder contenenti la documentazione raccolta in Archivio centrale dello Stato.
6 documenti testo formato pages con gli indici del contenuto delle buste da me visionate all’interno della Direttiva Prodi, fondo Moro, presso l’Archivio centrale dello Stato.
7 documenti formato word con doppioni di articoli vari.

Nessun documento riservato
Appare superfluo sottolineare l’assoluta irrilevanza giudiziaria del materiale individuato. Al momento della perquisizione avevo inutilmente spiegato quale fosse il contenuto del mio archivio, indicando le cartelle contenenti i documenti della Commissione Moro 2, invitando i funzionari di polizia a verificare come i pdf fossero agevolmente scaricabili dal sito di Gero Grassi e dal portale della Commissione.

Nonostante il nulla investigativo prodotto da questa indagine da 336 giorni si protrae il sequestro capzioso del mio archivio storico e familiare, dei telefoni cellulari, del computer e del cloud. Appare sempre più chiaro che l’obiettivo di questa inchiesta era quello di portare un attacco diretto alla libertà di ricerca storica, lanciare un monito all’agibilità storica indipendente. Apparati e magistratura hanno invaso un nuovo territorio rivendicando il monopolio della conoscenza del passato, osteggiando e imbavagliando ricostruzioni che sfuggono alle logiche processuali.

Ne discuteremo giovedì 12 maggio presso la biblioteca, hub culturale Moby Dick, a Roma-Garbatella, dalle ore 18.00 nel corso della presentazione di La polizia della storia, la fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, Deriveapprodi, maggio 2022.

Analisi del complottismo intorno al «caso Moro»


Percorsi. «La polizia della storia» di Paolo Persichetti, per DeriveApprodi. Dal 5 maggio nelle librerie. Il volume è diviso in due parti: la prima ripercorre le varie tappe dell’inchiesta contro l’autore; la seconda raccoglie una serie di articoli riguardanti alcune delle molteplici “visioni” che accompagnano da più di quarant’anni il racconto delle vicende legate al rapimento e all’uccisione del presidente della Dc e della sua scorta

Marco Grispigni, il manifesto 3 maggio 2022

L’uscita in questi giorni del libro di Paolo Persichetti, La polizia della storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro (DeriveApprodi, pp. 277, euro 20), ci offre lo spunto per ritornare sulla vicenda giudiziaria di cui ci siamo già occupati sul manifesto. Il volume è diviso in due parti: la prima ripercorre le varie tappe dell’inchiesta contro Persichetti; la seconda raccoglie una serie di articoli pubblicati su giornali, riviste e siti web che smontano, con documenti e testimonianze, alcune delle molteplici fandonie che accompagnano da più di quarant’anni il racconto delle vicende legate al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta.

UN BREVE ACCENNO alla vicenda giudiziaria, ancora aperta dopo quasi un anno, è necessario. Il sequestro dell’archivio di studio e delle carte private di Paolo Persichetti viene giustificato con una accusa surreale: appartenenza a un’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, formata nel 2015, di cui non si faceva il nome, non si conoscevano gli altri appartenenti, né tantomeno gli obiettivi. La roboante accusa si rivela solo un utile grimaldello per ottenere l’autorizzazione al sequestro dell’archivio e ben presto scompare, sostituita da quella di divulgazione di documenti riservati e di favoreggiamento.
Nel vero e proprio teatro dell’assurdo rappresentato da queste vicende emerge una novità inquietante per la quale si passa da Kafka a Orwell: l’esistenza di quella che Persichetti definisce come la «polizia della storia». Si scopre infatti che fra le tante attività di controllo del territorio degli apparati di sicurezza c’è anche quella di occuparsi delle interpretazioni storiografiche sui cosiddetti anni di piombo che si distinguono dalle versioni «ufficiali».
Nella Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza per il 2019, infatti, nella parte che riguarda i «pericoli» interni si segnala che il Comparto intelligence ha rilevato «il proseguire dell’impegno divulgativo, specie attraverso la testimonianza di militanti storici e detenuti “irriducibili”, volto a tramandare la memoria degli anni di piombo» rivolto soprattutto a «un uditorio giovanile della composita area dell’antagonismo di sinistra». Non c’è che dire, una impeccabile interpretazione della ripetuta richiesta di una «storia condivisa». Versioni contrastanti si possono tollerare solo all’interno dell’accademia, siamo un Paese democratico; fuori solo «storia condivisa».

LE PAGINE SU DIFFERENTI aspetti della vicenda Moro vanno nella stessa direzione di quelle di altri studiosi, come Marco Clementi o Vladimiro Satta, a smontare l’incredibile mole di falsità che alimentano i cosiddetti «misteri» del caso Moro. Le interpretazioni complottistiche sulla drammatica vicenda Moro nascono già durante i 55 giorni del sequestro e poi divengono la lettura egemone di quegli avvenimenti. Dai libri di Flamigni fino ai lavori di Gotor una serie enorme di misteri si susseguono, puntualmente smentiti dalle carte processuali e dalle testimonianze, ma capaci di affermarsi ugualmente come un disperato rifiuto di accettare che un avvenimento enorme, il rapimento e l’uccisione del più importante uomo politico di quegli anni, possa essere spiegato esclusivamente all’interno delle vicende della lotta armata.
Negli ultimi anni la possibilità di accedere a numerosi documenti «desecretati» con le direttive Prodi e Renzi ha offerto nuovi e importanti fonti agli studiosi. Da questi archivi emergono documenti inquietanti sulle «frequentazioni» tra personaggi tristemente noti dell’eversione fascista, come Delle Chiaie o Zorzi, con i servizi e in particolare con l’Ufficio affari riservati guidato da Umberto D’Amato. Sempre a proposito dell’Uar ora sappiamo che fin dalla sera del 12 dicembre 1969 i suoi uomini presero nella Questura di Milano la guida delle indagini per la strage di piazza Fontana. C’erano loro in Questura anche la notte che Giuseppe Pinelli volò dalla finestra.

IN QUESTI STESSI ARCHIVI invece non emerge niente che possa sostenere i misteri del caso Moro, una direzione esterna delle Br, la presenza nell’organizzazione di infiltrati. Nonostante questo, la lettura complottistica del caso Moro persiste e continua a occupare le prime pagine dei giornali (ora con l’incredibile teoria dell’anagramma nelle lettere di Moro che avrebbe indicato l’indirizzo della sua prigione), mentre le notizie sulle stragi e l’uso dei fascisti restano confinate nei libri di storia «riservati» agli studiosi. Forse anche questa è l’idea di «storia condivisa».