«Non ho mai visto evasione più grande di un’amnistia»

Riflessioni sull’amnistia, intervista di Giulio Petrilli a Paolo Persichetti

pubblicato da http://www.osservatoriorepressione.info e http://www.ristretti.org

Foto di Baruda

Caro Paolo, penso tu abbia letto la mia lettera nella quale sollevo il tema della liberazione degli ultimi detenuti e detenute della storia della lotta armata in Italia! Ormai alcuni di loro hanno quasi raggiunto i quaranta anni di detenzione!

Sì ho letto! In effetti Nicolò De Maria è prigioniero dal 1980, sta entrando nel suo trentottesimo anno di detenzione; Mario Moretti è in esecuzione pena dal 1981, Susanna Berardi e Cesare Di Lenardo dal 1982, e poi via via vengono tutti gli altri. Se quelli incarcerati per gli episodi del 1999 e del 2002 sono rinchiusi già da una quindicina di anni, trascorsi per tre di loro in 41 bis, tutti gli altri hanno alle spalle un periodo di detenzione che raggiunge o supera i trenta anni effettivi. E non sono i soli, perché molti di quelli che in questi ultimi anni sono riusciti ad avere un fine pena, hanno terminato la loro detenzione dopo aver superato ampiamente i 30 anni di prigionia. A questi vanno aggiunti gli esiliati, ormai da più decenni. Vorrei poi attirare l’attenzione su una circostanza mai sufficientemente sottolineata: alcuni di questi prigionieri ancora rinchiusi al momento del loro arresto hanno subito torture. Per uno di loro, Cesare Di Lenardo, il fatto è stato riconosciuto dalla magistratura. Oggi sappiamo che diverse decine di persone arrestate per banda armata vennero torturate, per quanto ne so, oltre a Di Lenardo, tra chi è ancora detenuto ci sono due persone che subirono il “trattamento”. Vi è un’ampia letteratura clinica che spiega come il misconoscimento della tortura e la mancata cura dei suoi effetti nella psiche produca sofferenze e inevitabili conseguenze sulla personalità di chi le ha subite, inquadrate in quelle che vengono definite sindromi da stress post-traumatico. Già questa semplice situazione imporrebbe la necessità di una loro immediata scarcerazione.

Credo siano gli unici prigionieri politici ancora detenuti in Europa?

Se ti riferisci alle insorgenze sociali e lotte armate di sinistra che si svilupparono a partire dagli anni 70, certamente sì. Fatta eccezione per il caso di Georges Ibrahim Abdallah, membro delle Farl libanesi, detenuto in Francia anche lui da oltre trent’anni, non ci sono più detenuti politici dell’epoca. La Germania ha chiuso il capitolo carcerario della Raf e così la Francia con Action Directe. Blair con un’amnistia ha messo fine anche alla guerra civile irlandese ed in Spagna, dove l’Eta ha deposto le armi da poco, paradossalmente non mi risulta che si siano mai raggiunte le nostre vette detentive. E’ passato talmente tanto tempo che nel frattempo nelle carceri sono comparsi un nuovo tipo di detenuti politici: se mettiamo da parte quelli di fede islamista, la riscoperta del reato di devastazione e saccheggio, risalente addirittura al vecchio codice Zanardelli e travasato nel codice Rocco, ha condotto in carcere con pene pesanti semplici partecipanti a manifestazioni di piazza; ad essi si sono aggiunti militanti di fede anarchico-insurrezionalista, il più delle volte rastrellati ricorrendo all’imputazione associativa. Ma non vorrei dimenticare anche un altro tipo di raffronto, secondo me molto significativo.

Quale?

Con il nostro passato recente, mi riferisco alle radici della storia repubblicana. Dopo solo cinque anni dalla fondazione della Repubblica con un’amnistia-indulto vennero scarcerati tutti i prigionieri fascisti che si erano macchiati di crimini durante la guerra civile. Gli errori contenuti in quel dispositivo che avvantaggiò gli ex repubblichini a scapito dei combattenti della Resistenza furono sanati nel corso degli anni successivi con ripetute amnistie e provvedimenti di grazia presidenziale. Togliatti allora Guardasigilli, con una scelta premonitrice di quella che sarà la politica del Pci negli ani 70, aveva lasciato alla magistratura il compito di qualificare la natura politica dei reati da amnistiare e indultare. La magistratura inevitabilmente interpretò l’amnistia in chiave antipartigiana. L’ultimo provvedimento di clemenza riguardò la grazia concessa nel 1965 da Giuseppe Saragat a Francesco Moranino, riparato per alcuni decenni in Cecoslovacchia. Venti anni dopo la fine della guerra civile, gli strascichi penali della guerra partigiana si chiudevano definitivamente. Il prossimo anno invece si celebrerà il quarantennale del sequestro Moro e saremo a quasi 50 anni dalla nascita della lotta armata. Mezzo secolo è un periodo immenso che dovrebbe consentire di guardare agli anni delle grandi lotte sociali che giunsero anche alle armi come un oggetto di storia, di disputa storica. Se ciò non avviene è perché quella materia porta con sé dei significati che non rendono tranquilli i poteri costituiti e li obbligherebbero a scomodi bilanci. Accade così che quel periodo è ancora strumento di speculazione politica, sempre più becera, come dimostra la presenza di una ennesima commissione parlamentare d’inchiesta che si sta distinguendo per strumentalità, mistificazione e torsione dei fatti al servizio delle vulgate dietrologiche di ultima generazione.

Descrivi una situazione inaccettabile. Non pensi si debba fare qualcosa? Insieme a Oreste Scalzone ed altre/i siete sempre stati attenti alla liberazione di tutti. Sempre capaci di far vivere un tema, quello della libertà per tutti, senza logiche di schieramenti, di storie pregresse, di settarismi! Veramente una battaglia di libertà, ma poi anche voi vi siete fermati! Non credi sia venuto il momento di rilanciare insieme questa battaglia?

La battaglia per l’amnistia non ha avuto successo. Appartengo ad una scuola politica che degli insuccessi non ha paura ma sa prenderne atto. Ciò detto, per quanto mi riguarda non ho mai smesso di pensare a questo problema. Ho terminato la mia condanna solo tre anni fa, durante la semilibertà ho lavorato nella redazione di un quotidiano dove non ho perso occasione per affrontare il tema generale delle carceri e quello specifico della prigionia politica, dell’esilio, del 41 bis. Insomma, quando ho potuto, ho sempre cercato di tenere vivo l’argomento, al tempo stesso bisogna essere molto franchi e sapersi misurare con la realtà: sulla praticabilità attuale di una battaglia per l’amnistia sono molto perplesso. Certo, posso sbagliarmi, anzi questo è uno di quei casi dove sarei ben contento di essere smentito, ma non mi sembra proprio che esistano le condizioni oggettive e soggettive per avviare un percorso del genere. Come scriveva Victor Hugo, «amnistia» è una delle parole più belle, non vorrei che andasse sperperata, al di là delle buone intenzioni, per petizioni di principio o di bandiera. Non ho mai visto evasione più grande di un’amnistia. Vorrei che continuasse ad essere questo, un fatto reale, non un tema d’agitazione.

Per me rilanciare questa battaglia è un problema di pelle! Dopo che all’età di vent’anni hai attraversato tanti carceri speciali, non dimentichi più! Poi t’accorgi che la lotta armata è finita da più decenni e allora ti chiedi perché c’è ancora qualcuno dentro, come è possibile? Per me non è un tema d’agitazione ma rompere un silenzio decennale. Questi compagni non vanno dimenticati!

Capisco Giulio, ma la generosità non basta, le battaglie devono avere delle prospettive. Quando la questione dall’amnistia, o più in generale la questione della soluzione politica iniziò ad imporsi nella seconda metà degli anni 80, all’ordine del giorno c’era il superamento dell’emergenza giudiziaria. Dichiarato chiuso il ciclo politico della lotta armata che aveva avuto inizio negli anni 70 c’era l’idea, condivisa in diversi settori del ceto politico e della società, che bisognasse mettere fine anche alla stagione della legislazione speciale e ritornare ad una situazione di normalità giuridica. Questo voleva dire eliminare quei surplus di pena, introdotti con le leggi speciali, che erano stati inflitti nei maxi processi, ripristinare criteri erga omnes, validi per tutti e per ciascuno, mettendo fine alle pratiche differenziali e premiali istituite con le leggi sui pentiti e i dissociati. L’emergenza mafia e lo tzunami delle inchieste di “Mani pulite” che si abbatté sul sistema dei partiti della prima Repubblica chiuse bruscamente questa fase di apertura. Una nuova emergenza si sostituì alla prima e quei settori che nella fase emergenziale precedente si erano costruiti influenza e potere ripresero slancio. Quella funzione di supplenza che la magistratura si era vista delegare dal sistema politico per combattere la lotta armata aveva assunto sempre più autonomia. Le procure più forti arrivarono a teorizzare e mettere in pratica la supremazia della sfera giudiziaria su quella politica. Paradossalmente, in questa prima fase, si creò in un pezzo di ceto politico che vedeva rivolgersi contro il mostro emergenzialista a cui aveva dato vita la consapevolezza che forse lo strumento amnistiale avrebbe ripristinato un più corretto equilibrio dei poteri e delle sfere di competenza tipiche dei sistemi costituzionali moderni.

In commissione giustizia della Camera venne votato l’indulto che riduceva di un terzo le pene e portava gli ergastoli a 21 anni.

Poi tutto finì lì. La partita volse in favore degli imprenditori della nuova emergenza e di chi pensò, come l’ex Pci, di forzare la situazione arrivando al potere tramite la scorciatoia giudiziaria. Come andò a finire lo sappiamo: l’azione penale fece da trampolino di lancio alla discesa in campo e alla legittimazione elettorale e politica ultradecennale del Berlusconismo, oltre ad alimentare successive e ripetute ondate giustizialiste. In quella prima fase, la presenza ancora massiccia di prigionieri politici nelle carceri speciali divenne d’intralcio. La lotta armata era finita e le priorità repressive ormai erano altre, l’apparato penale e penitenziario andava riorientato. Sepolta l’ipotesi amnistiale si aprirono i rubinetti della Gozzini, senza tante complicazioni e senza chiedere abiure si aprì la strada al lavoro esterno e alla semilibertà, prima per piccoli gruppi e poi individualmente. I prigionieri soli e divisi al loro interno hanno affrontato disuniti questa situazione. Quel settore che aveva animato la battaglia per la soluzione politica e l’amnistia accettò la Gozzini, pensando che ciò avrebbe agevolato la possibilità di rinsaldare i rapporti con la società esterna, avere maggiore agibilità politica e rilanciare quindi l’ipotesi amnistiale. Una parte di quelli ostinatamente contrari all’amnistia poco più tardi approdò alla Gozzini. Un piccolo gruppo rimase chiuso a riccio. La situazione attuale non è altro che il sedimento residuale di quel che accadde negli anni 90. Nel frattempo la società è profondamente mutata, si è modificata l’antropologia sociale e politica del Paese, il giustizialismo ha cancellato la priorità dei temi sociali a vantaggio delle soluzioni penali, il populismo si è saldamente strutturato, l’iperlibersimo ha maciullato difese e tutele sociali del mondo del lavoro, è emersa la società del precariato, senza orizzonti emancipatori il razzismo alligna come soluzione offerta dall’alto per innescare una guerra tra poveri che non disturbi più i manovratori, il paradigma berlusconiano del partito azienda si è imposto come modello di riferimento, si è tornati a concezioni oligarchiche, plebiscitarie e cesariste della politica incarnate di volta in volta da tutte le nuove formazioni che si affacciano sulla scena, più sono nuove e più camuffano questa realtà dietro la loro demagogia, siamo approdati a quella che il filosofo Jacques Rancière ha per primo definito «democrazie senza popolo». Dulcis in fundo, all’interno di tutto questo abbiamo assistito alla fine di uno degli equivoci più grossi degli ultimi decenni: la morte della sinistra politica. Oggi non vedo sponde che potrebbero appoggiare un’amnistia.

Proviamo a fare da soli!

E’ il presupposto che nel 2013 ci ha spinto a lanciare l’amnistia per le lotte sociali. Di fronte alla massiccia ondata repressiva che si stava abbattendo sui movimenti che si erano distinti negli ultimi anni, da Genova, ai No Tav, alla lotta per la casa, alle condanne per devastazione e saccheggio durante le manifestazioni di piazza. Disinnescare quell’ondata repressiva, invertire la tendenza riaprendo le maglie dell’agibilità sociale, far riapprendere quella grammatica che ha sempre nutrito la sintassi delle lotte del movimento operaio: tutelare i cicli di lotta preservando la libertà dei militanti colpiti in modo da immagazzinare esperienza e sapere per quelli successivi. L’idea era quella di innescare un percorso virtuoso, che facesse da volano per riaprire a quel punto anche il tema della prigionia politica. L’iniziale accoglienza favorevole si è arenata quando i movimenti che in primis dovevano prendere sulle proprie spalle quella battaglia non hanno fatto nulla. Poi sono arrivate le condanne, le misure di polizia, i daspo, i decreti penali, le firme, le richieste di confino, quella gabbia di provvedimenti penali e amministrativi che stanno imbrigliando l’azione politica dei movimenti di lotta. Insomma il disastro attuale, l’accerchiamento politico, la criminalizzazione con accuse di racket, la strategia di depoliticizzazione di queste istanze sociali. Amnistia è una parola stregata!

Perché?

Penso che oltre ad un evidente problema d’analfabetismo politico e giuridico ci sia qualcosa di più profondo: l’immagine delle kefieh e delle bandiere rosse venute ad applaudire il pool guidato da Borelli davanti al tribunale di Milano negli anni ruggenti di “Mani pulite” dovrebbe far riflettere sulla sostanziale impreparazione e assenza di autonomia culturale di fronte ai temi del diritto e della giustizia. Non capire che l’amnistia sia una leva che può permettere di abbassare l’asticella della legalità, ovvero aumentare la liceità delle azioni possibili, cioè delle lotte, è come credere che il salario sia una mera concessione del padrone e non il risultato di diversi fattori tra cui il rapporto di forza prodotto dalle lotte. Insomma la strada è in salita.

Dal bilancio che fai sembra di capire che i prigionieri politici rimasti ancora in carcere hanno solo perso l’occasione per uscire?

La questione è più complessa, basti pensare che anche Mario Moretti, che pure fu tra quelli che nel marzo 1987 promosse la battaglia di libertà per una soluzione amnistiale, torna in carcere ogni sera a oltre settant’anni suonati. L’applicazione della Gozzini è diventata più tormentata dopo il 2000, proprio per quella sedimentazione del giustizialismo che accennavo in precedenza. Nel momento in cui viene meno una soluzione collettiva, uguale per tutti, i percorsi individuali sono soggetti a molteplici variabili e perturbazioni, fasi politiche, culture dei singoli magistrati, orientamenti dei diversi tribunali di sorveglianza che a parità di reato, pena scontata e percorso, possono applicare criteri di valutazioni diversi. Una specie di terno al lotto. Il vero nodo però è stata la liberazione finale dei prigionieri, quando si è posto il problema dell’ammissione alla liberazione condizionale degli ergastolani. Quando i giudici hanno capito che ormai, dopo decenni, i prigionieri erano arrivati alla soglia del fine pena sono stati introdotti progressivamente criteri sempre più restrittivi. Anche qui la solitudine dei prigionieri e la disunione non ha facilitato le cose ma alla fine, nel complesso, si è costituita una giurisprudenza favorevole: non premiale, non differenziale, che non chiede abiure. Sono state fatte battaglie, sollevate questioni giuridiche. Certo bisogna avere lo stomaco per affrontare in una sorta di corpo a corpo con i professionisti della punizione che stanno lì a misurati la coscienza, una sorta di judo. Tralascio la mia esperienza fatta dopo l’estradizione, in anni molto difficili. Quando ripenso allo scontro feroce che ho affrontato capisco quelli che non vogliono nemmeno iniziarlo. Ma io avevo comunque un fine pena, anche se lungo, prima o poi sarei uscito. Ciò detto, non va dimenticato, per esempio, che a Prospero Gallinari, morto in esecuzione pena ai domiciliari per i noti problemi cardiaci, non venne mai discussa la richiesta di liberazione condizionale che aveva presentato.

Sì, ma resta il nodo dei compagni ancora rinchiusi. Diversi obiettano che i detenuti/e rimasti in carcere non sono interessati all’amnistia!

Se non sbaglio i conti, fatta eccezione per due di loro, gli altri prigionieri hanno sempre mostrato indifferenza o un’opinione negativa verso l’amnistia. Posto che ogni posizione che mostra coerenza tra l’enunciato e il comportamento merita rispetto, questa situazione mi sembra essere un altro importante elemento di difficoltà che si aggiunge a quelli precedentemente citati. Che posso dirti? Ognuno sceglie sulla base della propria etica individuale, cultura, visione della politica, senso della propria esistenza. C’è chi ritiene doveroso per la propria storia rivoluzionaria cercare di non farla ammuffire in una cella e chi la pensa in altro modo. Gli unici che in questa vicenda non hanno titolo sono quelli che chiedono ad altri di sacrificarsi perché pensano che la rivoluzione abbia bisogno di un pantheon di martiri. Per il resto sono convinto che l’enormità degli anni di detenzione raggiunti costituisca un dato che esorbita le opinioni individuali, è un qualcosa di abnorme di per sé. Ciò detto resta difficile avviare una battaglia senza il consenso o il ruolo attivo di chi dovrebbe usufruirne, anche se l’amnistia ha una valenza politica che investe altri campi.

Puoi fare qualche esempio?

La legge Fornero sulle pensioni ha stabilito al comma 2 che ai condannati per mafia e terrorismo che hanno raggiunto l’età pensionabile e non abbiano un reddito sufficiente va sospesa l’erogazione dell’assegno sociale (la vecchia pensione sociale), o qualsiasi altra prestazione tipo la pensione di invalidità (intaccando così il diritto alla salute), durante l’esecuzione pena. Questa norma viola diversi articoli della costituzione ed estende lo stato di eccezione dal campo giudiziario (penale e carcerario) a quello amministrativo. Praticamente si istituzionalizza l’esistenza di una categoria di persone minus habens, si stabilisce un criterio di assegnazione tipologica delle prestazioni invece del vecchio criterio censitario. Nonostante ciò, nessuno ad oggi ha ancora sollevato il problema. Recentemente, dopo che l’Inps ha ricevuto dal ministero della Giustizia la lista delle persone condannate, sono state sospese le pensioni anche a chi aveva terminato la pena da diversi anni. Questo perché il ministero si è guardato bene dal segnalare quelli che avevano terminato nel frattempo di scontare le condanne, con un aggravio di burocrazia sulle altre amministrazioni (gli uffici esecuzione dei tribunali devo certificare il fine pena e l’Inps deve aprire delle procedure del tutto inutili dovendo prima sospendere e poi riattivare l’erogazione), mentre nel frattempo gli ex condannati restano senza quel misero reddito. In tutto questo ci sono persone che si sono viste comunque rifiutare l’erogazione dell’assegno nonostante avessero certificato il fine pena, perché ritenuta «illegittima». Se consideriamo che la conclusione della pena non mette fine nemmeno alle pene accessorie, come l’interdizione dai pubblici uffici, la perdita del diritto di voto attivo e passivo, sancendo in sostanza l’esclusione dalla cittadinanza piena, ci rendiamo conto come, in realtà, non vi sia mai stata nessuna conclusione vera di quella fase storica ma permangano forme di sanzione ed esclusione perenni, alle quali solo una logica amnistiale avrebbe potuto mettere fine.

Un ragione ulteriore per riaprirla questa battaglia!

Sì, ma il problema resta comunque. Per quel che può contare la mia opinione, penso che sarebbe un bene se i compagni incarcerati tornassero ad immergersi nella società attuale, invece che farsela raccontare in qualche lettera, facendo il passo della semilibertà. Quanto al che fare, bisogna agire secondo le priorità: la prima è il 41 bis. Si tratta di tortura. Anche con la normativa attuale, seppur restrittiva, esistono argomenti giuridici con cui motivare una uscita dal 41 bis senza abiura o collaborazione. C’è poi la questione dei prigionieri che hanno subito torture. Si può pensare ad una battaglia sull’articolo 176 cp, che preveda la liberazione condizionale in automatico per chi abbia raggiunto il trentesimo anno di detenzione effettivo e si ripristini l’originaria dizione che non prevedeva il «ravvedimento». L’amnistia richiede ancora la maggioranza qualificata a differenza di una normale modifica legislativa. Ci vogliono delle leve, anche piccole, da cui ripartire, poi…

Approfondimenti sul tema dell’amnistia per i reati politici degli anni 70-80
Amnistia per i militanti degli anni 70
Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unita d’Italia ad oggi

L’amnistia Togliatti
Dalla-vendetta-giudiziaria-alla-soluzione-politica
Una storia politica dell’amnistia

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Moro, la dietrologia di regime e la storia che non si può dire

MORO. PERSICHETTI: PROBLEMA NON SONO IO, MA LA DIETROLOGIA DEL PD

(fonte DIRE)

Convegno MoroRoma, 10 mag. – La presenza di Paolo Persichetti troppo ingombrante per i familiari delle vittime degli anni di piombo? L’ex terrorista, oggi saggista e giornalista, avrebbe dovuto partecipare giovedì al seminario su «Il Caso Moro. Voltare pagina si può». Patrocinato dalla Camera dei deputati, l’incontro era in programma a Palazzo San Macuto, con ben nove relatori, Persichetti tra questi. Ma non ci sarà nessun seminario: annullato, o meglio rinviato a data sine die. «E’ una cosa molto grave ma non perché la cosa riguardi me», spiega alla Dire il giornalista, con un passato ormai lontano nell’Unione dei Comunisti Combattenti e una condanna per concorso morale nell’omicidio del generale Licio Giorgieri. A far calare il ‘non expedit’ sul convegno sarebbe stato il Pd. Il condizionale è d’obbligo perché la linea ufficiale del Nazareno parla di «rinvio causa assenze». Persichetti ricostruisce diversamente i fatti: «Due rappresentanti dell’associazione familiari delle vittime avevano deciso di non partecipare alla tavola rotonda, che si sarebbe dovuta tenere nel pomeriggio, a causa della presenza di Oreste Scalzone. Quando Scalzone è venuto a conoscenza di questa cosa ha ritirato la sua partecipazione alla tavola rotonda, che a quel punto è stata annullata, visto che venivano meno alcuni protagonisti dell’incontro. Ma questo riguardava l’evento del pomeriggio. Mentre rimaneva in ogni caso in piedi tutta la mattinata, il seminario vero e proprio che affrontava in chiave scientifica la ormai sterminata letteratura sul caso Moro. Ma è proprio la parte storiografica che non è andata a genio al Pd. E’ lì che è saltato il seminario», osserva Persichetti. Fabio LAVAGNO, il deputato dem membro della commissione Moro che ha organizzato l’evento, avrebbe subito pressioni dai piani alti per indurlo a rinviare l’evento in toto. LAVAGNO non conferma. Ma in ogni caso circolano voci che lo danno dimissionario dalla commissione stessa. Sintomo di dissenso piuttosto evidente. Persichetti ricorda che «tutte le relazioni al seminario avevano in comune un approccio anti-dietrologico. La ricchezza del convegno consisteva nel fatto che metteva a confronto voci diverse, compresa quella di un generale, ma tutte concordi nel sostenere che bisogna farla finita con la teoria del complotto e bisogna invece ripristinare una metodologia storica. Evidentemente questo non e’ ancora possibile in Italia».

(SEGUE) (Rai/ Dire) 20:51 10-05-16 NNNN

Se nello Stato di diritto si annida l’eccezione

Dall’eccezione giudiziaria italiana degli anni 70-80, al patriot act varato dall’amministrazione statunitense dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, fino al recente progetto di costituzionalizzazione dello stato di eccezione in Francia, i sistemi politici occidentali che un tempo vantavano di essere le culle dello stato di dritto fanno sempre più ricorso a forme di stato di eccezione. Siamo difronte ad una deriva oppure ad una evoluzione di questi modelli politici? Lo stato di diritto resta l’ostacolo migliore alle pratiche di eccezione oppure ne è diventato il ricettacolo più efficace?

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Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario

Paolo Persichetti
18 settembre 2006

È strano, ma quando si parla di democrazie liberali si omette sempre di ricordare che questi sistemi prevedono, in caso di grave minaccia, specifiche clausole di autosospensione del proprio ordinamento costituzionale.
Per funzionare il sistema giuridico ha bisogno di normalità, perché ciò avvenga esso si avvale di momenti di interruzione che vengono chiamati «stato di eccezione». È questo un punto cruciale, poiché chi introduce una tale misura è in buona sostanza l’ultimo a decidere, non a caso chi ha questo potere è stato indicato come il sovrano reale (Carl Schmitt). Non lo stato di diritto, dunque, ma chi può decidere sulla sua sospensione rappresenta il vero arcana imperii della sovranità.
A ricordarcelo è stato il professor Panebianco che sul Corriere della Sera per ben tre volte (il 13 e 15 agosto 2016 e poi ancora il 3 settembre successivo) si è soffermato sull’argomento invocando l’introduzione dello stato di eccezione. Ma c’è un problema: se, a quanto pare, le democrazie non possono sfuggire a quel destino crudele che ne prevede l’autosospensione, non c’è invece unanimità sui modi in cui questa interruzione debba avvenire. Infatti, esistono almeno tre modelli contrapposti:

1. Quello tradizionale di ispirazione giacobina, codificato nelle costituzioni liberali dell’800 e del 900, che attribuisce pieni poteri all’esecutivo e sospende le garanzie giuridiche per un periodo limitato nel tempo e nello spazio. Un modello che sarebbe ormai divenuto superfluo di fronte alla natura asimmetrica dei nuovi conflitti.

2. Per questo l’amministrazione Bush ha varato un nuovo modello di applicazione della eccezione caratterizzato da misure stabili e permanenti, che pur salvaguardando regole e procedure prevedono la presenza di buchi neri, «zone grigie» in cui il confine tra legalità e illegalità resta incerto, «ambiti riservati davanti ai quali lo stato di diritto arretra». Una sorta di doppio binario: legalità e diritti riconosciuti solo per una parte della popolazione e trattamenti differenziati per la restante. In egual modo, alcune tipologie di reato sfuggono al regime normale della legge. Uno stato di eccezione postfordista insomma: flessibile, modulabile, a macchia di leopardo, capace persino di delocalizzare ed esternalizzare le incombenze più triviali e compromettenti, organizzando una sorta di stato di eccezione extraterritoriale che conserva per i poteri statali e nella madrepatria unicamente la direzione strategica delle operazioni.

3. Esiste, infine, un terzo modello, lo stato di eccezione giudiziario inventato in Italia alla fine degli anni 70. Quest’ultimo, però, non piace affatto a Panebianco perché «l’eccezione può essere riconosciuta solo se il suo controllo rimane nelle mani della magistratura. Il che riflette lo stato dei rapporti di forza fra magistratura e classe politica». Tuttavia ciò non ha impedito, ricorda sempre l’editorialista del Corriere, che «una qualche forma di stato di eccezione sia stata dichiarata. Brigate rosse, mafia: fenomeni affrontati con leggi speciali (la legislazione antiterrorismo, il 41 bis, ecc)».

Chissà cosa avranno pensato, leggendo queste parole, Bruti Liberati,  Armando Spataro e l’associazione nazionale magistrati che durante la vicenda Battisti si sono prodigati per raccontare ai francesi la favola di una Italia giardino incantato dello stato di diritto?
Singolare vicenda quella italiana: i costituenti, infatti, per marcare una netta differenza con i tribunali speciali del fascismo, esclusero dalla Costituzione qualsiasi richiamo alla stato di eccezione. Successivamente, però, questo ostacolo venne aggirato riservando alla magistratura, piuttosto che all’esecutivo, il ruolo di dominus dello stato di eccezione. Circostanza che oltre a costituire una novità assoluta non ha fornito alcuna particolare garanzia in più, ma ha solamente rafforzato una sfera giudiziaria depositaria di un potere di delega che nel tempo si è trasformato in una supplenza politica completa. In questo modo la pratica della eccezione ha assunto una forma ancora più subdola e insidiosa poiché ha potuto legittimarsi con maggiore efficacia attraverso la sua innovativa capacità d’integrare, e non più sospendere, il sistema giuridico-costituzionale, trasformandosi a tutti gli effetti in regola stabile e permanente attraverso il ricorso ad un vasto arsenale di leggi speciali e trattamenti differenziali.
Al punto che non è stato più possibile ripristinare la normalità giuridica poiché non vi era mai stata sospensione, ma unicamente ibridazione di più registri giuridici e penali, legislativi e procedurali, fino ad determinare un groviglio inestricabile che non consente più alcun riassorbimento o fuoriuscita.
In questo modo ha preso forma un simulacro di stato di diritto a partire dalla sedimentazione successiva e stratificazione ripetuta di fasi replicate di emergenza. Questo nuovo modello ha reso obsolete tutte le obiezioni legate alla natura extragiuridica della eccezione, poiché essa appartiene oramai interamente alle istituzioni giuridiche dello stato costituzionale, grazie ad un singolare paradosso che ha fatto del formalismo giuridico non più l’antagonista ma il ricettacolo della dottrina della emergenza. L’introduzione di misure straordinarie e speciali, la cui giustificazione legale ha imposto una messa in forma giuridica sempre più complessa, ha mascherato la rottura della norma: non potendo più far scomparire l’eccezione, la dottrina si è protesa sempre più ad assimilarla e costituzionalizzarla.
È dunque giusto parlare di stato di eccezione giudiziario non solo perché si è creato un sistema penale ibrido, dove norma regolare e regola speciale convivono, si integrano e si sostengono reciprocamente, ma perché il giudiziario è diventato il centro del sistema, il nuovo sovrano che decide.
Scriveva in proposito Montesquieu: «Non può esserci libertà, se la potenza di giudicare non resta separata dalla potenza legislativa e da quella esecutiva. Se questa si salda alla potenza legislativa, il potere esercitato sulla vita e la libertà dei cittadini sarebbe arbitrario poiché il magistrato diverrebbe legislatore. Se venisse unita alla potenza esecutiva, il magistrato potrebbe avere la forza di un oppressore».

Altri interventi
Lo stato di eccezione giudiziario

Tortura investigativa, tortura giudiziaria e tortura punitiva

Nelle sue conclusioni sull’affaire Cestaro contro Italia (richiesta n°6884/11), la quarta sezione della corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo ha ritenuto provata la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, dovuta secondo i giudici che hanno pronunciato la sentenza, ai «maltrattamenti subiti dal ricorrente che devono essere qualificati come “tortura”, ai sensi della disposizione di cui sopra».
Cosa recita l’articolo 3 della
Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali stipulata a Roma nel 1950, quella per intenderci sulla base della quale opera la corte di Strasburgo?
Articolo  3
Proibizione della tortura
Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o a trattamenti inumani e degradanti.
(Fonte: Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali – CEDU. Roma 4 novembre 1950).
Sulla stessa linea si adagia la norma contenuta nell’articolo 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, un trattato delle Nazioni unite adottato nel 1966 ed entrato in vigore nel 1976, nato dall’esperienza della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo
Articolo  7
Nessuno può essere sottoposto alla tortura né a punizioni o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, in particolare, nessuno può essere sottoposto, senza il suo libero consenso, ad un esperimento medico o scientifico.
(Fonte: Patto internazionale sui diritti civili e politici, New York 16 dicembre 1966,
entrata in vigore il 23 marzo 1976.
Queste due definizioni riprendono in modo secco la formulazione presente all’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948:
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti.
Tuttavia negli ultimi anni si è cercato sempre più di estendere e dettagliare la definizione di tortura e di trattamenti inumani e degradanti allargando il campo anche alle sofferenze mentali e morali esercitate da un pubblico ufficiale o da altra persona che agisca a titolo ufficiale o su sua istigazione; da notare tuttavia come tale definizione non venga roconosciuta a sofferenze generate da sanzioni considerate legittime.
La
Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1984 ed entrata in vigore il 26 giugno 1987, stabilisce:
Articolo 1
1. Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate.

In linea generale la violenza esercitata dalle istituzioni può avere due obiettivi: uno giudiziario ed uno politico-simbolico. Nel primo caso si tratta di estorcere informazioni da utilizzare per lo sviluppo successivo delle indagini o da impiegare in sede processuale come dichiarazioni accusatorie; nel secondo il fine è quello di esaltare il potere punitivo dello Stato. I due scopi spesso si sovrappongono: la tortura giudiziaria contiene sempre quella punitiva, mentre la tortura punitiva non sempre contiene la ricerca d’informazioni.
Le torture praticate contro i militanti rivoluzionari accusati di appartenere a gruppi armati tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80 erano un classico modello di tortura investigativa. Operate dalle forze di polizia, contenevano entrambi gli obiettivi: estorcere informazioni e disintegrare l’identità politico-personale del militante. La deprivazione sensoriale assoluta, introdotta negli anni 90 attraverso l’isolamento detentivo previsto con il regime carcerario del 41 bis, è invece la forma più avanzata di tortura giudiziaria. Congeniata per sostituire la tortura investigativa, ha rappresentato una ulteriore tappa del processo di maturazione dell’emergenza italiana che ha visto la progressiva giudiziarizzazione delle forme di stato di eccezione, non più controllate dall’esecutivo ma dalla magistratura.
I pestaggi che avvengono nelle carceri o nelle camere di sicurezza delle forze di polizia appartengono invece al genere della tortura punitiva, ispirata dal sopravanzare di visioni etico-morali dello Stato: correggere comportamenti ritenuti fuori norma riaffermando la gerarchia del comando. Così è avvenuto nel carcere di Asti tra il 2004 e il 2005, dove una sentenza della magistratura ha registrato le violenze imposte ai detenuti per ribadire e legittimare i rapporti di potere all’interno dell’istituto di pena.
Una situazione analoga si è verificata nella tragica vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi, anche se in questo caso sussistono fondati sospetti che la violenza punitiva ricevuta nelle camere di sicurezza del tribunale, gestite dalla polizia penitenziaria, sia stata preceduta da violenze subite nella fase investigativa prima dell’ingresso in carcere.
In linea generale le violenze poliziesche hanno un carattere «informe», non a caso Walter Benjamin ne coglieva l’aspetto «spettrale, inafferrabile e diffuso in ogni dove nella vita degli Stati civilizzati», al punto da costituire una delle tipicità proprie dell’antropologia statuale. Queste violenze variano d’intensità, d’episodicità ed estensione con il mutare dei rapporti sociali e il modificarsi della costituzione materiale di un Paese. Ci sono poi momenti storici in cui questa violenza si condensa, assumendo una forma sistemica che si avvale dell’azione d’apparati specializzati. Quella che è una caratteristica permanente degli Stati dittatoriali denota anche il funzionamento delle cosiddette democrazie quando entrano in situazioni d’eccezione. Nell’Italia repubblicana è avvenuto almeno due volte: nel 1982, quando il governo presieduto dal repubblicano Spadolini diede il via libera all’impiego della tortura per contrastare l’azione delle formazioni della sinistra armata e nel 2001, durante le giornate del G8 genovese.
Se nel primo caso si è fatto ampio ricorso alla tortura investigativa e ad un inasprimento del regime carcerario speciale, già in corso da tempo, con una estensione dell’articolo 90 e la sperimentazione di quel che sarà poi il regime del 41 bis, con i pestaggi dei manifestanti, il massacro all’interno della scuola Diaz e le sevizie praticate nella caserma di Bolzaneto durante il G8 genovese si è dato vita ad una gigantesca operazione di tortura punitiva e intimidatoria nei confronti di una intera generazione.
In entrambe le circostanze vi è stato un input centrale dell’esecutivo, la presenza di una decisione politica, la creazione di un apparato preposto alle torture e l’individuazione di luoghi appositi, di fatto extra jure, oltre all’atteggiamento connivente delle procure. Se nel 1982 – fatta eccezione per un solo caso – queste insabbiarono tutte le denunce, nel 2001 hanno facilitato la riuscita del dispositivo Bolzaneto, come dimostra il provvedimento fotocopia predisposto prima dei fermi in vista delle retate di massa. Adottato per ciascuna delle persone arrestate, prevedeva in palese contrasto con la legge il divieto di incontrare gli avvocati. Un modo per garantire l’impenetrabilità dei luoghi dove avvenivano le sevizie che restarono così protetti da occhi e orecchie indiscrete per diversi giorni.
Nonostante tanta familiarità con la storia del nostro Paese, la tortura non è un reato previsto dal codice penale e ciò in aperta violazione degli impegni internazionali assunti dall’Italia, l’ultimo nel 1984. Se la giuridicità ha un senso, il suo divieto andrebbe integrato nella costituzione al pari del rifiuto della pena di morte. La sua condanna, infatti, attiene alla sfera delle norme fondatrici, alla concezione dei rapporti sociali, ai limiti da imporre alla sfera statale. Non è una semplice questione di legalità, la cui asticella può essere innalzata o abbassata a seconda delle circostanze storiche.
In ogni caso introdurre questo capo d’imputazione ha senso solo se prefigurato come “reato proprio”. «La tortura – spiega Eligio Resta – è crimine di Stato, perpetrato odiosamente da funzionari pubblici: vive all’ombra dello Stato», come ha sancito la Convenzione Onu del 1984. Nella scorsa legislatura, invece, il Parlamento italiano aveva elaborato una bozza che qualificava la tortura come reato semplice, un espediente che lungi dal limitare l’uso abusivo della forza statale ne potenziava ulteriormente l’arsenale repressivo alimentando il senso d’impunità profondo dei suoi funzionari.
Ancora nel marzo del 2012, l’allora sottosegretario agli Interni, prefetto Carlo De Stefano, rispondendo ad una interpellanza parlamentare della deputata radicale Rita Bernardini era riuscito ad affermare che almeno fino al 1984 in alcuni trattati internazionali sottoscritti anche dall’Italia erano presenti «limitazioni» di «non di poco conto, (morale e in caso di ordine pubblico e di tutela del benessere generale di una società democratica)», al divieto di fare ricorso all’uso della tortura. Un modo per mettere le mani avanti e richiamare una inesistente protezione giuridica alle torture praticate in Italia fino a quel momento.
D’altronde fu lo stesso Presidente della Repubblica Sandro Pertini che nel 1982, per rimarcare la distanza che avrebbe separato l’Italia dalla feroce repressione che i generali golpisti stavano praticando in Argentina, affermò: «In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi». Di lui, ebbe a dire una volta lo storico dirigente della sinistra socialista Riccardo Lombardi, «ha un coraggio da leone e un cervello da gallina».
In Italia le torture c’erano, anche se in quei primi mesi del 1982 non vennero inferte negli spogliatoi degli stadi ma in un villino, un residence tra Cisano e Bardolino, vicino al lago di Garda, di proprietà del parente di un poliziotto (lo ha rivelato al quotidiano L’Arena l’ex ispettore capo della Digos di Verona, Giordano Fainelli e lo ha confermato anche Salvatore Genova, allora commissario Digos). Si torturava anche all’ultimo piano della questura di Verona, requisita dalla struttura speciale coordinata da Umberto Improta, diretta dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci su mandato del capo della Polizia Giovanni Coronas che rispondeva al ministro dell’Interno Virginio Rognoni.
Sulle gesta realizzate da questo apparato parallelo sono emersi negli ultimi tempi fatti nuovi, circostanze, testimonianze, ammissioni. Prima in alcune interviste, poi in un libro apparso nel 2011, Colpo al cuore. Dai pentiti ai metodi speciali: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Nicola Ciocia, oggi ex questore in pensione, ieri funzionario dell’Ucigos, conosciuto con lo pseudonimo di professor De Tormentis, ha ammesso di aver condotto sotto tortura numerosi interrogatori di persone arrestate nel corso di indagini sulla lotta armata. Era alla guida di una squadra speciale del ministero dell’Interno esperta nella pratica del waterboarding. La corte d’appello di Perugia nell’ottobre 2013 ha riconosciuto che queste torture ci furono accettando la richiesta di revisione della condanna per calunnia comminata a Enrico Triaca, dopo che il tipografo delle Brigate rosse aveva denunciato le torture subite nel maggio del 1978. Il seviziatore di Triaca era Nicola Ciocia e quelle torture furono un semplice assaggio di quanto avvenne quattro anni dopo.

Per saperne di più
Le torture della repubblica
Nicola Ciocia, alias De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro
Perché la nuova commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc ?

L’accusa di terrorismo, uno strumento repressivo in perenne estensione [Prima parte]

Riceviamo e pubblichiamo questo intervento del Prison Break Project sulla storia del concetto di terrorismo, accusa (la finalità terroristica) rivolta contro quattro compagni e compagne NoTav, incarcerati in regime di alta sorveglianza dallo scorso 8 dicembre 2013.
La volontà – spiegano gli autori del testo – è quella di contribuire al dibattito pubblico e di movimento sul tema della repressione, a partire dalle sollecitazioni che l’attualità giudiziaria impone su chi partecipa alle lotte in Italia”.
Il testo sarà diviso in tre spezzoni per agevolarne la lettura e per accompagnare simbolicamente le scadenze di questo mese di mobilitazione per la liberazione di compagni e compagne e contro la criminalizzazione della lotta notav.
La prima parte è stata pubblicata su diversi blog e siti il 5 maggio scorso (noi lo facciamo in ritardo e ce ne scusiamo), le altre date previste sono quelle del 12 e 19 maggio prossimi. L’obiettivo è quello di mostrare un piccolo, e speriamo utile, segno tangibile di solidarietà alle lotte contro le dinamiche repressive.

Ben venga questa discussione. Che si apra il dibattito dunque anche se riteniamo non debba limitarsi soltanto alla conoscenza degli strumenti e delle tecniche repressive messe in campo dagli apparati statali ma debba andare oltre, cercando le strade per contrastare i processi repressivi, il loro continuo aggiornamento.
La sfera del giuridico non esprime solo tecnica ma uno degli aspetti più profondi del politico: la continua ridefinizione dei confini del lecito e dell’illecito, della legittimità e dell’illegittimità, quella sorta di pendolo che è la legalità.
La sfera del giuridico è un terreno di conflitto dove però ad essere attrezzata è solo una delle parti. L’altra, i movimenti, chi lotta, il più delle volte recita il ruolo passivo di chi prende colpi senza sapere bene cosa fare, oppure attestandosi su una linea di condotta che non va oltre la resistenza, la capacità di incassare. Tenere botta è importante ma l’avversario si mette in difficoltà schivando i suoi colpi e si stende portando i propri. Dinamismo, movimento, velocità, riflessi, contro staticità. Non ci si può esimere dal costruire un intervento politico sulla giuridicità.
Questa estate si era aperta una discussione attorno ad una proposta definita “amnistia sociale”, era un tentativo di definire un orizzonte prim’ancora che una soluzione concreta: elaborare una strategia che individuasse il nodo centrale dello scontro che veniva costituendosi, ovvero l’attacco alla legittimità stessa di un dissenso fattivo, alla possibilità che dei movimenti potessero esistere e mettersi di traverso, inceppando un sistema sempre più oligarchigo. Diventare il volano di un fronte da allargare per scardinare le ultradecennali stratificazioni dell’emergenza.
Nel fratempo quel dibattito si è arenato mentre le dinamiche repressive oltre ad essersi inasprite hanno allargato il loro fronte in Val Susa come a Roma e i movimenti si sono trovati in grosse difficoltà, senza strumenti, senza aver mai intaccato di un millimetro le strategie repressive che mirano ad isolarli e sconfiggerli.
Forse è il caso di ripensarci!

5 maggio 2014. Terrorizzare e reprimere. Parte 1 di 3

Terrorizzare e reprimere.
Il terrorismo come strumento repressivo in perenne estensione

“When government fears the people, there is liberty. When the people fear the government, there is tyranny”
Thomas Jefferson

Non siamo in grado di trattare con esaustività un tema vasto e controverso come quello del terrorismo.
Ci interessa piuttosto seguire a volo d’uccello la parabola storica della nozione di terrorismo, per mostrare come essa, nata per indicare i più gravi atti di violenza politica indiscriminata, stia finendo per abbracciare virtualmente ogni atto di insubordinazione all’ordine costituito.
Diventa preminente l’esigenza, che impregna tutto il lavoro di Prison Break Project, di non appiattire il discorso critico solo sul piano ostile e ostico del diritto. Perciò, pur nell’inevitabile incompletezza della nostra disamina, anteponiamo all’analisi delle definizioni giuridiche internazionali ed italiane del terrorismo un’approssimativa indagine “filologica” del concetto nel suo manifestarsi storico.
Tra i due piani c’è ovviamente una relazione, dato che persino le parole più falsificate e asservite dal potere devono la loro efficacia persuasiva e di governo alla loro capacità di rinviare a-, a risuonare con-, esperienze collettive che al potere pre-esistono o che comunque hanno una loro, relativamente autonoma, dimensione di realtà.
L’esperienza cui il concetto di terrorismo non può non rimandare è il terrore, esperienza per sua natura soggettiva (ciò che terrorizza te non è detto che terrorizzi me), ma che assume la valenza politico-giuridica che qui rileva solo in quanto si imprime su un soggetto collettivo (il terrore deve comunque colpire un “noi”).
La natura intrinsecamente politica del concetto di terrorismo sta dunque, in ultima analisi, nella decisione su quale sia il soggetto collettivo che si assume colpito dal terrore.

terrorismOrigine, evoluzioni e deformazioni di un concetto ambiguo

La maggiore difficoltà che si frappone all’analisi del fenomeno terroristico risiede nella sua ambiguità, nel senso che la qualificazione di un’azione o di una pluralità di azioni come terroristiche non è frutto di un giudizio di valore assoluto ma relativo. In altri termini, un comportamento che è valutato come terroristico dai suoi destinatari, riceve invece una diversa qualificazione dai suoi autori”.

Queste parole non sono state pronunciate da un legale di soggetti accusati di terrorismo o da qualche scomodo intellettuale radicale. Sono invece tratte da uno scritto1 di Emilio Alessandrini, Pietro Calogero e Pier Luigi Vigna, magistrati titolari di diverse inchieste per terrorismo negli anni ‘70.
Se persino chi ha elargito anni e anni di carcere sulla base della nozione di terrorismo ne ha denunciato l’ambiguità, è chiaro che diventa tanto difficile quanto necessario il tentativo di restituire un minimo di contenuto semantico al concetto.
Nel senso comune del termine, il terrorismo denota una delle modalità più efferate e indiscriminate in cui si può esprimere la violenza politica. Le diverse definizioni accademiche 2 si imperniano intorno ad un minimo comune denominatore che valorizza l’etimologia del termine: terrorismo significa terrorizzare la popolazione attraverso atti violenti indiscriminati in vista di un fine politico o ideologico.
Da questo nucleo semantico tanto vago quanto intrinsecamente carico di disvalore discende la relativa ambiguità e soggettività del concetto, il quale si presta dunque facilmente ad essere strumento di condanna e demonizzazione dell’avversario politico 3.

Nonostante i suoi limiti, tuttavia, questa definizione è un imprescindibile riferimento sia per poter operare una ricostruzione storica del fenomeno che per conquistarsi un minimo di autonomia di giudizio in relazione agli avvenimenti attuali. Un’autonomia di giudizio che serva, se non a valutare quali prassi contemporanee possano essere definite terroristiche, quantomeno a riconoscere con sicurezza ciò che terrorismo non è.
Già da un punto di vista filologico, lo slogan di movimento “terrorista è lo stato” coglie nel segno. Il termine viene coniato a partire dall’esperienza del “Regime del Terrore”, instauratosi nella Francia rivoluzionaria del 1793, a forza di teste ghigliottinate secondo le decisioni sommarie del Comitato di Salute Pubblica 4, organo del governo rivoluzionario giacobino.
I neologismi francesi terrorisme e terroriser, creati a partire dal latino terror, iniziano a circolare in Europa proprio col significato – tuttora attestato nei vocabolari – di “azione del potere politico di incutere terrore nei confronti dei cittadini, attraverso la costrizione e l’uso illegittimo, indiscriminato e imprevedibile della forza” 5.

Un primo capovolgimento semantico avviene con il colonialismo europeo. Le potenze europee si servirono dello stigma legato all’impiego del termine “terrorismo” contro quelle popolazioni asiatiche e africane che provavano a ribellarsi alle politiche coloniali di sterminio e depredazione delle risorse.
In alcuni casi l’accusa di terrorismo aprì la strada a veri e propri genocidi, come avvenne per la popolazione “Herero” trucidata dall’esercito tedesco 6. Contro gli Herero, accusati di terrorismo, furono usati metodi terroristici da manuale: sterminio per fame, avvelenamento dei pozzi, campi di concentramento e terribili esperimenti medici. Secondo il rapporto ONU “Whitaker” del 1995 il genocidio ridusse la popolazione da 80.000 a 15.000 “rifugiati affamati”.
Sorte analoga spettò ai Mau Mau massacrati dagli inglesi. Col pretesto della lotta al terrorismo divenne possibile anche in questo caso legittimare metodi terroristici come i campi di concentramento e l’uso sistematico dell’elettro-choc 7.
D’altronde anche il colonialismo italiano non fu da meno nel dispensare campi di concentramento, stupri di massa e gas nervino in Africa come nei Balcani 8.

Nel corso del Novecento c’è un’altra esperienza in cui il terrorismo assume un ruolo importante. All’indomani della rivoluzione d’ottobre e nel vivo della fase del “comunismo di guerra”, Lev Trockij scrive Terrorismo e Comunismo 9 in cui spiega l’importanza strategica del terrore rivoluzionario, il quale nella sua visione si riallaccia al terrore giacobino e si contrappone al terrorismo controrivoluzionario del regime zarista.
Non ci interessa qui verificare se le valutazioni di Trockij fossero corrette o meno. Non si può cionondimeno ignorare come queste teorizzazioni e pratiche di certo non servirono a porre un argine all’avvento, una quindicina di anni dopo, del Terrore staliniano, chiara forma di terrorismo di stato.
Con quest’ultimo termine si intende il periodo delle purghe staliniane – iniziate nel 1934 dopo l’assassinio del dirigente bolscevico Kirov – che permise l’ampliamento dei poteri della polizia politica (Nkvd) e di varare una legislazione d’emergenza che fu il supporto dei grandi processi pubblici contro i vecchi capi bolscevichi. L’ironia della Storia vuole che proprio Trockij e i suoi seguaci furono tra le vittime di questi processi con l’accusa di terrorismo 10. Ecco dunque un’altra volta il rovesciamento di senso: il terrore stalinista che accusa di terrorismo i suoi oppositori.

E che dire invece dei regimi “democratici” contemporanei? A proposito delle pratiche terroristiche da loro utilizzate ci limitiamo a ricordarne la più compiuta espressione: la guerra. Infatti, se torniamo a considerare la definizione di terrorismo vista all’inizio (terrorizzare la popolazione con una violenza indiscriminata per raggiungere un fine politico) ci rendiamo conto che la guerra, in particolare quella moderna basata sui bombardamenti aerei, vi rientra in pieno.
Il massimo e apocalittico esempio di questo tipo di terrorismo è il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki 11. Tuttavia anche un semplice cacciabombardiere novecentesco che getta “a spaglio” le sue bombe sopra una città non fa altro che seminare terrore e morte in maniera indiscriminata.
Ci ricorda Vladimiro Giacchè come questa inconfutabile valutazione si attagli anche alle contemporanee “guerre chirurgiche”. Questo tipo di bombardamento provoca i cosiddetti “effetti collaterali”, ossia i previsti e voluti massacri di civili. In realtà, l’idea della guerra chirurgica non è certo nuova. Essa era teorizzata già negli anni `20 come “un’operazione chirurgica di aggiustamento internazionale senza quasi spargimento di sangue” mediante l’uso dell’aeronautica militare che “punterà ad abbattere il morale della popolazione”, ossia, ancora una volta, a seminare il terrore 12. In questo quadro, la nuova politica tecnocratica della cosiddetta “guerra dei droni” è l’ennesima innovazione nel campo delle possibilità terroristiche del potere costituito e degli stati 13.

Possiamo, a conclusione di questa panoramica storica, sottolineare un dato di fatto: il terrorismo è un’efferata strategia politico-militare che viene portata avanti anche da singoli e gruppi, ma che in realtà è sistematicamente usata delle organizzazioni statali.
Non vogliamo quindi sostenere che il terrorismo è stato storicamente solo quello di Stato, poiché certamente pratiche terroristiche sono state adottate anche da gruppi e/o individui privi di potere. Attentati esplosivi indiscriminati contro la popolazione civile sono ad esempio stati realizzati da combattenti irlandesi, palestinesi, del risorgimento italiano 14, rivoluzionari e fascisti.
Un discorso a parte meriterebbe invece l’uso che gli Stati hanno fatto dell’accusa di terrorismo su gruppi che usavano la violenza (anche armata) per un fine rivoluzionario che terrorizzava solo i dominanti ma poteva entusiasmare i dominati. Se si condivide infatti l’assunto che la società non è un tutto organico e monolitico, occorre chiedersi quali gruppi sociali siano terrorizzati da una specifica modalità terroristica.
Un bombardamento aereo è certamente un atto idoneo a terrorizzare tutta la popolazione (per quanto quest’ultimo concetto sia un’astrazione). Ma può dirsi lo stesso della gambizzazione di un uomo politico o di un manager?
Secondo noi è tutta questione del punto di vista di classe da cui si guarda la realtà: un regicidio terrorizza regnanti e classi dominanti; una bomba alla stazione terrorizza direttamente chi prende i treni per spostarsi. In questa prospettiva è evidente come la doppiezza del concetto di terrorismo rifletta la contrapposizione ideologica e di classe che può darsi dentro una società.
Il punto che ci preme qui sottolineare è però un altro: quella statale è la forma prototipica di terrorismo, il terrorismo per eccellenza. Il terrorismo è insomma prevalentemente una pratica di governo.
Il terrorismo individuale o di gruppo, al netto di ogni valutazione etica, è un fenomeno incomparabile per micidialità e dimensioni al terrorismo di Stato. Per giungere a questa conclusione non c’è bisogno di “pesare” spietatamente le quantità di vittime dell’uno e dell’altro fenomeno.
È la storia del Novecento a dimostrarlo. I regimi coloniali, i totalitarismi nazifascisti e stalinisti, le guerre mondiali (con la trasformazione della guerra tra eserciti in guerra ai civili), la minaccia atomica, le dittature sudamericane, africane e asiatiche: tutte queste situazioni in cui il terrore e una violenza efferata giocano un ruolo determinante sono “affare di Stato” e non hanno eguali nel terrorismo individuale o di gruppo.
Dietro queste evidenze storiche del carattere principalmente statale del terrorismo vi sono ragioni strutturali: le situazioni in cui avviene una tendenza generale a terrorizzare una popolazione sono appannaggio degli Stati, i quali (servendosi anche dei loro micidiali armamentari bellici e comunicativi) possono ampliarne e declinarne gli effetti, veicolando la propria interpretazione e l’attribuzione dello “scempio” e del “nemico”.
In questa prospettiva suona grottesca la proclamazione di Guerra al Terrorismo lanciata dopo l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. Innanzitutto non è possibile dichiarare guerra ad una forma di guerra, poiché, va ribadito, il terrorismo non è un nemico, non è un soggetto, è una strategia.
Inoltre è paradossale che siano gli Stati Occidentali a lanciare una crociata contro una pratica da essi sempre adottata, difesa e foraggiata 15. Ancora più paradossale è che, per l’ennesima volta nella storia, chi dice di combattere il terrorismo utilizzi metodi terroristici, ad esempio bombardando i civili iracheni nella guerra del 2003. Non lascia adito a dubbi il nome del primo attacco aereo su Baghdad: “Shock and Awe”. Tradotto letteralmente: “colpisci e terrorizza”.

Note

1 Questo scritto è stato testualmente citato dall’avv. Pelazza nell’intervista “colpevoli di resistere”, reperibile all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=03vVyrbmJVU.

2 Per una rassegna di alcune autorevoli definizioni dottrinarie del terrorismo si veda G. Pisapia, “Terrorismo: delitto politico o delitto comune?”, in Giustizia Penale, p. 258 ss., 1975. L’articolo evidenzia anche alcune tipizzazioni che danno conto della complessità del fenomeno: terrorismo di stato (governativo, esterno o “complice”); terrorismo rivoluzionario, subrivoluzionario o repressivo; terrorismo sociale, politico o di diritto comune; terrorismo interno o internazionale; terrorismo diretto e indiretto, eccetera. Cerella fornisce invece una definizione generale del fenomeno in linea con quella da noi riportata, pur dando conto delle difficoltà di un approccio avalutativo quando si intende purificare il concetto di terrorismo dalle sue incrostazioni storiche, A. Cerella, “Terrorismo: storia e analisi di un concetto”, in Trasgressioni, num. 49, pp. 41 e ss., 2010, reperibile su: http://clok.uclan.ac.uk/7969/ /TERRORISMO.%20STORIA%20E%20ANALISI%20DI%20UN%20CONCETTO.pdf.

3 Interessante che il Dictonnary of Politics di Elliott e Summerskill nel 1952 affermi “Terrorista è colui che ricorre alla violenza e al terrore per raggiungere finalità politiche, che frequentemente implicano il sovvertimento dell’ordine stabilito. Il vocabolo è usato anche dai sostenitori di un particolare regime per descrivere e screditare qualsiasi oppositore che ricorra ad atti di violenza. Gli oppositori di un regime, tuttavia, sarebbe meglio definirli partigiani o combattenti della resistenza piuttosto che terroristi” (in Pisapia, 1975, op. cit). Giglioli constata lapidariamente: “Il terrorismo è la violenza degli altri”, D. Giglioli, All’ordine del giorno è il terrore, Bompiani, Milano, 2007, p. 7.

4 Per ciò che concerne il biennio rivoluzionario che la storiografia ufficiale ha etichettato con l’appellativo di “Terrore”, segnaliamo però che la stessa caratterizzazione del periodo come determinato unicamente dalla barbarie giacobina volta ad eliminare fisicamente tutti gli oppositori politici di quello che, in fin dei conti, è un nuovo Stato autoritario, risulta viziata da un certo revisionismo e da un approccio “fintamente” avalutativo della Storia. Questo perché si intende così trasformare quello che è stato, almeno in alcuni suoi aspetti, un tentativo di rivoluzione sociale, pur con tutte le sue contraddittorietà ed i suoi eccessi, in un processo di semplice rivoluzione “borghese”, nella transizione cioè da uno stato autoritario premoderno ad uno democratico borghese. In una concezione di tal genere il “Terrore” non sarebbe altro che un intermezzo dispotico, ad immagine e somiglianza del folle ed incorruttibile Robespierre, nel mezzo di un lineare processo di mutamento di classe dirigente, iniziato con la presa della Bastiglia e terminato con l’avvento e la sconfitta di Napoleone. Non si analizzano cioè le laceranti divisioni in seno al fronte rivoluzionario, che rispecchiavano le differenze politiche dello schieramento, le lotte intestine ed il ruolo da protagonista che gioca la plebe parigina e francese nel tentativo di innalzarsi e liberarsi da schiavitù e sfruttamento. Il filone interpretativo che valorizza questi aspetti concepisce al contrario il 1793 come “punto più alto” della Rivoluzione, poiché vi fu un tentativo di attacco ai privilegi tanto della vecchia classe nobiliare quanto della nuova “borghesia”. Il Terrore, come periodo storico, si sostanzia di tutte queste contraddizioni; l’innamoramento generale per “Madama ghigliottina”, invece, sarà l’aspetto che si ritorcerà contro i rivoluzionari stessi, provocando l’uccisione di Marat, Danton e Robespierre e l’avvento del Termidoro.

5 Mauro Ronco, voce “Terrorismo” in Novissimo Digesto Italiano, Torino, 1986, p. 754.

6 Il Generale Lothar von Trotha, responsabile del genocidio, commesso fra il 1904 e il 1907, scrisse: “Io credo che la nazione come tale (gli Herero) debba essere annientata, o, se questo non è possibile con misure tattiche, debba essere espulsa dalla regione con mezzi operativi ed un ulteriore trattamento specifico… L’esercizio della violenza fracasserà il terrorismo e, anche se con raccapriccio, fu ed è la mia politica. Distruggo le tribù africane con spargimento di sangue e di soldi. Solo seguendo questa pulizia può emergere qualcosa di nuovo, che resterà”. Maggiori dettagli e riferimenti su: http://claudiocanal.blogspot.it/2010/06/herero.html.

7 Ancora a proposito delle strategie militari del colonialismo inglese Noam Chomsky ricorda che “Winston Churchill autorizzò l’uso delle armi chimiche “a scopo sperimentale contro gli arabi ribelli”, denunciando la “schifiltosità” di coloro che facevano obiezioni “sull’uso dei gas contro tribù incivili”, per la maggior parte curde, da lui invece sostenuto perché “avrebbe seminato un grande terrore”, http://www.tmcrew.org/archiviochomsky/501_8_2.html.

8 La questione della rimozione delle crudeltà del colonialismo in salsa italica è un tema storico quantomai attuale: essa si scontra con il mito degli italiani brava gente che costituisce il prodromo dell’accusa implicita di terrorismo e barbarie addossata a chi resisteva e attaccava l’esercito coloniale italiano. Su questo tema si possono citare: i lavori di Del Boca (Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Neri Pozza, Vicenza, 2005; A un passo dalla forca. Atrocità e infamie dell’occupazione italiana della Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini, Baldini Castoldi, Milano, 2007) e Kersevan (Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Kappa Vu, Udine, 2003; Lager Italiani, Nutrimenti, Roma, 2008) che fanno un bilancio di lunghe ricerche; l’epopea giudiziaria del film Leone del deserto di Moustapha Akkad la cui visione fu proibita per decenni in Italia (analogamente alla Battaglia di Algeri di Pontecorvo in Francia); le narrazioni romanzate in recenti testi dei Wu Ming (Timira, Point Lenana). Segnaliamo anche quest’articolo sui campi di concentramento per gli sloveni: http://contromaelstrom.com/2014/01/29/memoria-ricordiamo-i-crimini-del-colonialismo-italiano/. Lo riteniamo interessante non solo perché contribuisce a restituire verità e contesto storico alla vicenda delle foibe, ma anche perché segnala il processo del Tribunale Speciale per la difesa dello stato tenutosi nel 1940 contro 60 sloveni. Essi erano significativamente accusati di un reato associativo in quanto partecipanti “ad associazioni tendenti a commettere attentati contro l’integrità e unità dello stato” (Marta Verginella, Il confine degli altri, Donzelli editore, 2008, p. 8).

9 Per un’interessante riedizione si veda il testo Zizek presenta Trockij. Terrorismo e comunismo, a cura di Antonio Caronia, editore Mimesis, 2011. Riportiamo un passo dal testo di Trockij: “Chi di principio ripudia il terrorismo – e cioè ripudia le misure di soppressione e di intimidazione nei confronti della controrivoluzione armata – deve rifiutare ogni idea di dittatura politica della classe operaia e rinnegare la sua dittatura rivoluzionaria”. La concezione trotzkista difende tuttavia solo il terrore espresso dalle masse rivoluzionarie organizzate mentre rifiuta il terrorismo individuale o di gruppo in quanto politicamente inefficace. Ciò peraltro a prescindere dall’approvazione morale o dall’umana simpatia che spesso non viene negata da Trockij al gesto individuale, si veda Massari, Marxismo e critica del terrorismo, Newton Compton Editori, 1979, p. 146 e ss.

10 Il primo e probabilmente più famoso è il “processo contro il centro terrorista trotskista-zinovievista”. Fornisce un approfondimento del periodo in questione il trotzkista Vadim Rogovin, 1937: Stalin’s Year of Terror, Mehring Books, 1998. Del testo si trova una traduzione in italiano all’indirizzo:
http://www.marxists.org/italiano/archive/storico/rogovin/1937terrore/1.htm.

11 Sul tema del terrore atomico non si può non rinviare alle bellissime pagine delle “tesi sull’era atomica” e dei “comandamenti sull’era atomica” di Gunther Anders. L’“angoscia atomica” da egli descritta e auspicata è tuttavia un sentimento positivo che nasce dalla consapevolezza della costante possibilità dell’apocalisse atomica e che spinge ad intraprendere le azioni necessarie per far cessare la “situazione atomica”. Si veda Anders, G. Essere o non essere: diario di Hiroshima e Nagasaki, Einaudi, Torino, 1961.

12 L’affermazione riportata in virgolettato è dell’inglese J.M. Spaight, teorico della guerra aerea, citata in V. Giacchè, La fabbrica del falso, Derive Approdi, 2008, p. 120.

13 Come ricorda Chamayou in Teoria del drone, Derive Approdi, 2014, il drone diviene un dispositivo flessibile in grado di coniugare in sé l’indicazione dei soggetti terroristi e la loro eliminazione ed è quindi capace di terrorizzare la popolazione potenzialmente solidale ai “sospetti”. In questo caso avviene l’ennesimo aggiornamento tecnologico che massimizza la criminalizzazione dei “barbari terroristi” oltre a permetterne l’eventuale eliminazione fisica senza minimamente coinvolgere i corpi di militari e forze di polizia.

14 Su questo punto torneremo nel prossimo paragrafo.

15 Solo limitandosi all’esempio Usa, la Scuola delle Americhe ha addestrato dal 1946 oltre 60.000 soldati da adoperare, secondo metodi terroristici, contro i movimenti popolari dell’America Latina. Da quella “scuola” uscirono anche le élites dei vari regimi dittatoriali sudamericani, compreso il Cile di Pinochet. Non dimentichiamo poi che lo stesso Bin Laden così come i Talebani, prima di diventare i Nemici Assoluti degli Stati Uniti, fossero da questi finanziati in quanto alleati nello scacchiere internazionale. Altri esempi di “metamorfosi del terrorista” in V. Giacchè, op. cit., pp. 117-119.

Il prof. De Tormentis e la pratica della tortura in Italia

Diritto penale contLa rivista Diritto penale contemporaneo dedica un’articolo di commento alla sentenza della corte d’appello di Perugia che il 15 ottobre scorso ha riconosciuto, durante il giudizio di revisione della condanna per calunnia inflitta a Enrico Triaca per aver denunciato le torture subite dopo l’arresto nel maggio 1978, l’esistenza sul finire degli anni 70 e i primissimi anni 80 di un apparato statale della tortura messo in piedi per combattere le formazioni politiche rivoluzionarie che praticavano la lotta armata.
«Più che alla ricerca di verità giudiziarie – si spiega nel testo – questa sentenza deve piuttosto condurre ad essere meno perentori nel sostenere la tesi, così diffusa nel dibattito pubblico e storiografico, secondo cui il nostro ordinamento, a differenza di altri, ha sconfitto il terrorismo con le armi della democrazia e del diritto, senza rinunciare al rispetto dei diritti fondamentali degli imputati e dei detenuti. In larga misura ciò è vero, ma è anche vero – e questa sentenza ce lo ricorda quasi brutalmente – che anche nel nostro Paese si è fatto non sporadicamente ricorso a strumenti indegni di un sistema democratico: è bene ricordarlo, per evitare giudizi troppo facilmente compiaciuti su un periodo così drammatico della nostra storia recente, e sentenze come quella di Perugia ci aiutano a non perdere la memoria».

Ipse dixit

Sandro Pertini, presidente della Repubblica ex partigiano (ma proprio ex) non eravamo il Cile di Pinochet:
«In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi»

Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei carabinieri, al Clarin, giornale argentino:
«
L’Italia è un Paese democratico che poteva permettersi il lusso di perdere Moro non di introdurre la tortura»

Domenico Sica, magistrato pm, in una intervista apparsa su Repubblica del 15 marzo 1982:
«Le denunce contro le violenze subite dagli arrestati fanno parte di una campagna orchestrata dai terroristi per denigrare le forze dell’ordine dopo i recenti clamorosi successi ottenuti»

Armando Spataro, magistrato pm, su Paese sera del 19 marzo 1982 in polemica con il capitano di Ps Ambrosini e l’appuntato Trifirò che avevano denunciato le torture praticate nella caserma di Padova:
«Un conto è la concitazione di un arresto, un conto è la tortura. In una operazione di polizia non si possono usare metodi da salotto. La tortura invece è un’altra»

Giancarlo Caselli e Armando Spataro, magistrati e pm, nel libro degli anni di piombo, Rizzoli 2010:
«Nel pieno rispetto delle regole, i magistrati italiani fronteggiarono la criminalità terroristica, ricercando elevata specializzazione professionale e ideando il lavoro di gruppo tra gli uffici (il coordinamento dei 36) […] La polizia doveva, anche allora, mettere a disposizione della magistratura gli arrestati nella flagranza del reato o i fermati entro 48 ore e non poteva interrogarli a differenza di quanto avviene in altri ordinamenti….»

 

www.penalecontemporaneo.it 4 Aprile 2014
Corte d’appello di Perugia, 15 ottobre 2013, Pres. Est. Ricciarelli [Luca Masera]

1.In un recente articolo di Andrea Pugiotto dedicato al tema della mancanza nel nostro ordinamento del reato di tortura (Repressione penale della tortura e Costituzione: anatomia di un reato che non c’è, in questa Rivista, 27 febbraio 2014), l’autore prende in esame gli argomenti utilizzati più di frequente da chi intenda negare rilevanza al problema, e nel paragrafo dedicato all’argomento per cui la questione “non ci riguarda”, elenca una serie di casi di tortura accertati in sede giudiziaria. La sentenza della Corte d’appello di Perugia qui disponibile in allegato aggiunge a questo terribile elenco un nuovo episodio, riconducibile peraltro al medesimo pubblico ufficiale già autore di un fatto di tortura citato nel lavoro di Pugiotto.2. In sintesi la vicenda oggetto della decisione.Nel maggio 1978 Enrico Triaca viene arrestato nell’ambito delle indagini per il sequestro e l’uccisione dell’on Moro, in quanto sospettato di essere un fiancheggiatore delle Brigate Rosse. Nel corso di un interrogatorio di polizia svoltosi il 17 maggio, il Triaca riferisce di aver aiutato un membro dell’organizzazione a trovare la sede per una tipografia clandestina, e di avere ricevuto dalla medesima persona la pistola, che era stata rinvenuta in sede di perquisizione; il giorno successivo, sempre interrogato dalla polizia, indica altresì il nominativo di alcuni appartenenti all’organizzazione. Le dichiarazioni rese all’autorità di polizia vengono poi confermate al Giudice istruttore durante un interrogatorio svoltosi alla presenza del difensore. Il 19 giugno, nel corso di un nuovo interrogatorio, il Triaca ritratta quanto affermato in precedenza, affermando “di essere stato torturato e precisando che verso le 23.30 del 17 maggio era stato fatto salire su un furgone in cui si trovavano due uomini con casco e giubbotto, era stato bendato e fatto scendere dopo avere percorso sul furgone un certo tratto, infine era stato denudato e legato su un tavolo: a questo punto mentre qualcuno gli tappava il naso qualcun altro gli aveva versato in bocca acqua in cui era stata gettata una polverina dal sapore indecifrabile; contestualmente era stato incitato a parlare”. In seguito a queste dichiarazioni, il Triaca viene rinviato a giudizio per il delitto di calunnia presso il Tribunale di Roma, che perviene alla condanna senza dare seguito ad alcuno degli approfondimenti istruttori indicati dalla difesa; la sentenza viene poi confermata in sede di appello e di legittimità.La Corte d’appello di Perugia viene investita della vicenda in seguito all’istanza di revisione depositata dal Triaca nel dicembre 2012. La Corte afferma in primo luogo che “il giudizio di colpevolezza si fondò su argomenti logici, in assenza di qualsivoglia preciso elemento probatorio tale da far apparire impossibile che l’episodio si fosse realmente verificato. Tale premessa è necessaria per comprendere il significato del presente giudizio di revisione, volto ad introdurre per contro testimonianze, aventi la funzione di accreditare specificamente l’episodio della sottoposizione del Triaca allo speciale trattamento denominato waterboarding”. Nel giudizio di revisione vengono dunque assunte le testimonianze di un ex Commissario di Polizia (Salvatore Genova) e di due giornalisti (Matteo Indice e Nicola Rao) che avevano svolto inchieste su alcuni episodi di violenze su detenuti avvenute dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Ottanta (la vicenda più nota è quella relativa alle violenze commesse nell’ambito dell’indagine sul sequestro del generale Dozier nel gennaio 1982: è l’episodio cui viene fatto cenno nel lavoro del prof. Pugiotto, citato sopra) ad opera di un gruppo di poliziotti noto tra le forze dell’ordine come “i cinque dell’Ave Maria”, agli ordini del dirigente dell’Ucigos Nicola Ciocia, soprannominato “prof. De Tormentis”. Il Genova (che aveva personalmente assistito agli episodi relativi al caso Dozier) aveva organizzato, in due distinte occasioni, un incontro tra i suddetti giornalisti ed il Ciocia, il quale ad entrambi aveva riferito delle violenze commesse dal gruppo da lui diretto sul Triaca, che era stato il primo indagato per reati di terrorismo ad essere sottoposto alla pratica del waterboarding, in precedenza “sperimentata” su criminali comuni. Sulla base di queste convergenti testimonianze, e ritenendo che “la mancata escussione della fonte diretta non comporta inutilizzabilità di quella indiretta, peraltro costituente fonte diretta del fatto di per sé rilevante della personale rilevazione da parte del Ciocia”, la Corte conclude che “la pluralità delle fonti consente di ritenere provato che un soggetto, rispondente al nome di Nicola Ciocia, confermò di avere, quale funzionario dell’Ucigos al tempo del terrorismo, utilizzato più volte la pratica del waterboarding (…) la stessa pluralità delle fonti, sia pur – sotto tale profilo – indirette, consente inoltre di ritenere suffragato l’assunto fondamentale che a tale pratica fu sottoposto anche Enrico Triaca”. La sentenza di condanna per calunnia a carico del Triaca viene quindi revocata, e viene disposta la trasmissione degli atti alla Procura di Roma per quanto di eventuale competenza a carico del Ciocia (la Corte ovviamente è consapevole del lunghissimo tempo trascorso dei fatti, ma reputa che “la prescrizione va comunque dichiarata e ad essa il Ciocia potrebbe anche rinunciare”).

3. La sentenza in allegato rappresenta solo l’ultima conferma di quanto la tortura sia stata una pratica tutt’altro che sconosciuta alle nostre forze di polizia durante il periodo del terrorismo. La squadra di agenti comandata dal Ciocia ed “esperta” in waterboarding non agiva nell’ombra o all’insaputa dei superiori: a quanto riferito dal Genova, della cui attendibilità la Corte non mostra di aver motivo di dubitare, i metodi dei “cinque dell’Ave Maria” erano ben noti a quanti, nelle forze dell’ordine, si occupavano di terrorismo, ed addirittura la sentenza riferisce come, in un’intervista rilasciata dallo stesso Ciocia, egli riferisca che l’epiteto di “prof. De Tormentis” gli fosse stato attribuito dal vice Questore dell’epoca, Umberto Improta. Quando poi una delle vittime, come il Triaca, trovava il coraggio per denunciare quanto subito, le conseguenze sono quelle riportate nella sentenza allegata: condanna per calunnia, senza che Il Tribunale svolga alcuna indagine per accertare la falsità di quanto riferito.

Il quadro che emerge dalla sentenza è insomma a tinte assai fosche. Negli anni Settanta-Ottanta, operava in Italia un gruppo di funzionari di polizia dedito a pratiche di tortura; e l’esistenza di questo gruppo era ben nota e tollerata all’interno delle forze dell’ordine, anche ai livelli più alti. La magistratura in alcuni casi ha saputo reagire a queste intollerabili forme di illegalità (esemplare è il processo, anch’esso citato nel lavoro di Pugiotto, celebrato presso il Tribunale di Padova nel 1983 in relazione proprio ai fatti relativi al caso Dozier), in altre occasioni, come quella oggetto della sentenza qui in esame, ha preferito voltarsi dall’altra parte, colpevolizzando le vittime della violenza per il fatto di avere voluto chiedere giustizia .

La sentenza non riferisce fatti nuovi: le fonti su cui si basa la decisione sono le testimonianze di due giornalisti, che avevano pubblicato in libri ed articoli le vicende e le confessioni poste a fondamento della revisione. Fa comunque impressione vedere scritto in un provvedimento giudiziario, e non in un reportage giornalistico, che nelle nostre Questure si praticava la tortura; e fa ancora più impressione se si pensa che la metodica utilizzata, il famigerato waterboarding, è la medesima che in anni più recenti è stata utilizzata dai servizi segreti americani per “interrogare” i sospetti terroristi di matrice islamista: passano gli anni, ma la tortura e le sue tecniche non passano di moda.

Ormai sono trascorsi decenni dalle condotte del prof. De Tormentis e della sua squadra, ed al di là del dato formale – posto in luce dalla Corte perugina – che la prescrizione è rinunciabile, davvero non ci pare abbia molto senso immaginare la riapertura di inchieste penali volte a concludersi invariabilmente con una dichiarazione di estinzione del reato, per prescrizione o per morte del reo, considerato il lunghissimo tempo trascorso dai fatti. Più che alla ricerca di verità giudiziarie, la sentenza qui allegata deve piuttosto condurre ad essere meno perentori nel sostenere la tesi, così diffusa nel dibattito pubblico e storiografico, secondo cui il nostro ordinamento, a differenza di altri, ha sconfitto il terrorismo con le armi della democrazia e del diritto, senza rinunciare al rispetto dei diritti fondamentali degli imputati e dei detenuti. In larga misura ciò è vero, ma è anche vero – e questa sentenza ce lo ricorda quasi brutalmente – che anche nel nostro Paese si è fatto non sporadicamente ricorso a strumenti indegni di un sistema democratico: è bene ricordarlo, per evitare giudizi troppo facilmente compiaciuti su un periodo così drammatico della nostra storia recente, e sentenze come quella di Perugia ci aiutano a non perdere la memoria.

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Le torture contro i militanti della lotta armata
Gli anni spezzati dalla tortura di Stato

L’«amnistia sociale» per tutti quelli (tanti) che criticano il potere

Ci battiamo da anni contro un sistema carcerario fuorilegge, per l’amnistia, l’indulto, insieme a decine di associazioni

Giovanni Russo Spena, il manifesto 12 Settembre 2013

Oggi ci è inibito da larga parte delle sinistre.È inutile precisare,con argomenti e scienza giuridica che Berlusconi non potrebbe fruire delle nostre proposte di amnistia. Ha ragione Bascetta: nel nome del cosiddetto «antiberlusconismo» il merito di ogni questione, ogni principio può essere sacrificato,lasciando campo libero al giustizialismo populista e all’ipertrofia punitiva in un carcere diventato sempre più una struttura classista.
Sento, allora, il dovere di aggiungere la mia modesta testimonianza alle argomentazioni di Pepino, Gianni, Corleone, Gonnella, Romeo. Forse possiamo cogliere l’occasione per squarciare ipocrisie,per aprire, dopo anni di rimozione istituzionale, finalmente, un «dibattito sul diritto penale che vogliamo e sulle modalità di gestione del conflitto sociale». Terreni su cui le sinistre hanno fatto bancarotta e che ritengo, invece, fondativi per la costruzione di una sinistra alternativa. Non sono temi collaterali, da specialisti marginali, così come, ad esempio, non lo è l’organizzazione dei migranti. Ritengo, anzi, che il contesto, con la connessione tra crisi del liberismo, recessione, postdemocrazia (il capitale pretende, e ottiene dalle maggiori forze politiche, una ex democrazia costituzionale) ci induca ad assumere la centralità della campagna per l’«amnistia sociale» (bene illustrata da Romeo sul manifesto qualche giorno fa. Parlo della guerra che il potere ha aperto contro migranti, movimenti, settori sindacali, militanti politici, grumi di resistenza sociale. Vengono applicati spesso, contro ragazze e ragazzi, figure di reato (devastazione,saccheggio) inusuali, che Mussolini pretese per gli oppositori del regime. Correttamente Pepino scrive di un’amnistia che guarda al futuro «perché sia l’anticipazione di un sistema penale diverso che includa i reati che stigmatizzano le persone ma escludendo quelli che destano allarme sociale. Come i reati fiscali». Va combattuto il paradigma impostosi negli anni del «diritto del nemico» (il «nemico migrante clandestino» ne è metafora, per le legislazioni emergenzialiste, ma anche per le ordinanze di tanti sindaci, anche del Pd). Ho vissuto di persona l’amnistia (che Pepino descrive) del’70. Essa da un lato proiettò la sua forza politica sul miglioramento della generale condizione carceraria (è sempre cosi: i provvedimenti di clemenza preparano ed agevolano riforme strutturali), dall’altro lato ricostruì un equilibrio sociale che era stato rotto dalla repressione di stato contro conflitto operaio, agrario, studentesco. Proprio qui siamo ora. Denunce di attivisti sociali, condanne, penalizzazione e carcerizzazione di circa ventimila persone (in quotidiana crescita), colpevoli di lotta di classe, a cui viene impedito il già aspro percorso lavorativo, con applicazione di misure dettate da una logica strisciante, anche negli apparati statali, di «stato di eccezione», di «stato penale» (fogli di via, sorveglianze speciali, ecc.). La Val Susa e tutte le zone di insediamento di discariche, inceneritori, grandi abnormi impianti sono diventate «zone rosse» (a controllo e disciplina militare); e il diritto di resistenza,anche il più aspro, contro la militarizzazione è dentro i principi della legalità internazionale. Le fabbriche in lotta (da Pomigliano alla Irisbus) sono militarmente presidiate. Le lotte per il diritto all’abitare diventano associazioni sovversive. E così via. La guerra giudiziaria contro la critica del potere agita concretamente i mille rivoli carsici nei territori. Con la proposta di «amnistia sociale» ci richiamiamo a diritti costituzionali vissuti, non solo proclamati. Posso permettermi di proporre che anche questo tema sia assunto all’interno dell’importante «via maestra» del 12 ottobre?

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Luciano Muhlbauer, G8 Genova, Marina, Alberto e Gymmi siamo noi