Caso Giuseppe Uva, dopo tre anni finalmente la superperizia

Parla la sorella di Giuseppe Uva: «Ho visto il corpo di mio fratello, aveva le costole rotte, perdeva sangue dal retto, gli avevano messo un pannolone, aveva ematomi ovunque.

Checchino Antonini

Liberazione 7 luglio 2011
Si chiama superperizia il colpo di scena nel caso Uva, tre anni dopo la morte del gruista di 43 anni per cause da chiarire dopo essere transitato in una caserma varesina per approdare al pronto soccorso cittadino. La versione ufficiale, di una morte per allergia ai farmaci, non ha mai persuaso sua sorella Lucia che si batte da allora per riesumare il cadavere e capire, finalmente, cosa accadde quella notte. A seguirla c’è Fabio Anselmo, lo stesso legale delle famiglie di Aldrovandi, Cucchi, Bianzino. E l’altroieri, a Varese, hanno giurato i tre periti a cui «finalmente», spiega Anselmo a Liberazione, è stata data la possibilità di compiere ogni esame ritengano opportuno. Dunque quella riesumazione chiesta decine di volte e finora sempre ignorata da Lucia Uva e pure le analisi sulle macchie ematiche sul cavallo dei calzoni.

Autolesionismo incredibile
Suo fratello è morto il 14 giugno 2008, a Varese, dopo essere stato fermato da una pattuglia dei carabinieri per «ubriachezza molesta». Che però è un reato per il quale non è previsto il fermo e per il quale anche il Tso, che giustifica il suo ricovero, appare incomprensibile a chi racconta questa storia che, invece, comincia con una notte in caserma che termina con una versione ufficiale che narra di traumi da autolesionismo. «Perché carabinieri e poliziotti non lo hanno saputo proteggere da se stesso?». Sono tre anni che Lucia Uva formula dove può questa e altre domande. Malapolizia e malasanità, a volte, si mescolano come la carne e la metaldeide nelle polpette avvelenate: impossibile separare la verità dalla menzogna.
Tre anni dopo la storia di Giuseppe sembrava almeno capace di bucare lo schermo dopo un cenno sul recente rapporto di Amnesty International. Doveva andare in onda sulle Iene ma all’ultimo minuto, tre settimane fa, il servizio – «troppo forte» – è saltato. Chi vive alle prese con storie del genere vive appeso alla possibilità che si accenda un riflettore, che qualcuno ne scriva. E che tutto ciò produca una svolta nella battaglia per verità e giustizia. Perché è questo che Lucia vuole e in questo non solo è sorella di Ilaria Cucchi, Patrizia Aldrovandi e Maria Ciuffi, la madre di Stefano Lonzi, una storia archiviata con ostinazione. Ma è sorella e compagna di chi vive sull’Isola dei cassintegrati, di chi aveva occupato l’Eutelia, di chiunque si arrampichi su un tetto.

Il carabiniere lo conosceva
Lucia è un’artigiana tessile. Lavora spesso all’estero. Pino spostava le gru. Anche l’ultima sera. Stacca alle sei si fa la doccia e va a cena a casa dei genitori di Alberto. Alberto, Pino e la ragazza di Alberto vivevano insieme. C’era la partita, quando finisce vanno al bar di Via Dandolo. Tornando a casa si imbattono nelle transenne che sarebbero servite per la Festa delle Ciliegie. Così decidono di chiudere la strada in anticipo per fare una goliardata innocua. Erano quasi le tre. Arriva una pattuglia di carabinieri che girava in zona, un militare lo riconosce, lo chiama per nome e cognome, iniziano a discutere. Poi intervengono in rinforzo due pattuglie di polizia che portano i due dai carabinieri in Via Saffi. «Un’ora dopo Alberto sente gridare Pino. Chiede invano il perché poi chiama il 118, suo padre e l’avvocato. Per questo s’è salvato. «Pino lo portiamo a casa noi», gli dissero i carabinieri che “tranquillizzano” il 118: «Sono solo due ubriachi», salvo richiamare l’ambulanza alle 5.30. Mezz’ora dopo è al pronto soccorso con il Tso arrivando con un corteo di pantere e gazzelle.
Pino conosce il vigilante: «Diglielo tu che sono allergico alle punture. Da 13 anni si curava un’allergia ai pollini, era cliente fisso dell’ospedale. E’ per quello che mi incazzo ancora di più – continua Lucia – ci andava una volta al mese, bastava schiacciare un bottone…».
Invece lo riempiono di calmanti bucandolo almeno quattro-cinque volte. Pino si assopisce, i carabinieri si alternano al capezzale. «Dalle 7.30 alle 9.30 non sappiamo dov’è stato parcheggiato. Le sorelle lo trovano che russa in reparto. Viene detto loro che alle tre gli potranno parlare. Un medico del pronto soccorso chiama per chiedere se facesse uso di stupefacenti, un carabiniere insinua al fratello di Pino che era uno spacciatore e che era “fatto”. Nelle analisi ci sarà traccia solo dei narcotici che gli erano stati iniettati. Alle 10.10 le sorelle erano nello studio del medico che viene chiamato per un’emergenza. Alle 11 torna e comunica la morte di Pino.
Lucia, appena partita per le vacanze, rientra di corsa: alle 15.30 è nell’obitorio di Varese. Il naso, fuori dal lenzuolo, presenta una botta visibile. «Autolesionismo», si sente dire, «sbatteva sul tavolo, per terra, era furioso. Ma perché ha il pannolone?». Lucia fa uscire tutti, glielo toglie, scopre la costola sollevata, le dicono che è successo per rianimarlo ma lei pensa che gli si siano buttati addosso, vede segni anche sotto le piante dei piedi, ha la forza di guardare e vede che perde sangue dal retto. «Me lo sono toccato tutto, avevo la macchinetta fotografica perché ero partita per le vacanze e ho ripreso tutto: i bernoccoli sulla nuca, un ginocchio fuori posto, il collo del piede gonfio». Gli slip sono spariti. Si sente dire: «Si sa che in questi momenti si lasciano andare». L’autopsia è piena di sviste e di errori, perfino nei dati biografici. Il 30 settembre 2008, dopo un lungo esposto di Lucia Uva, si apre un fascicolo sulla notte in caserma ma da allora è ancora senza indagati.

Alberto mai sentito dal pm
L’unico processo, per lungo tempo, sarà contro due medici, quello del pronto soccorso e lo psichiatra del reparto. Il gup rinvia a giudizio solo lo psichiatra ma dice che la perizia è troppo generica e indica la responsabilità di un altro medico per il quale si aprirà un secondo processo il 14 luglio. Anche il procuratore generale, opponendosi all’assoluzione, ammette che ci voleva maggiore attenzione. La parte civile però crede che la causa di morte sia il politraumatismo di quella notte non la sinergia tra sedativi. Il pm, che non ha mai sentito Alberto, dall’inizio di questa storia, appare particolarmente ostile alla famiglia di Uva, cacciata dall’aula prima ancora che il giudice entrasse. Ha perfino insinuato che Lucia avesse manomesso il cadavere. E, tra i misteri di quella notte, restano le dichiarazioni degli amici di Pino che aveva raccontato loro di avere avuto una relazione con la moglie di un carabiniere.

Link
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