Come si vive e si muore nelle carceri italiane

Come si muore al Mammagialla


Liberazione 31 dicembre 2005
I detenuti della Casa circondariale di Mammagialla – Viterbo

Siamo un gruppo di detenuti del carcere di Mammagialla. Il nostro intervento non ha l’ambizione d’essere rappresentativo dell’intera popolazione richiusa dietro queste mura. D’altronde non potrebbe essere altrimenti poiché in questo istituto, come nella totalità delle carceri, non vi è alcuna possibilità di confronto tra prigionieri. Non esistono sedi collettive, ne commissioni di rappresentanza. In altri termini non c’è uno “spazio pubblico” interno alla cinta muraria nel quale i reclusi possano elaborare proprie richieste o progettualità.
L’ingresso in carcere provoca una degradazione giuridico-politica dell’internato, ridotto a semplice corpo. «La detenzione è la prova più radicale che ci sia di non appartenenza alla comunità civile». Il detenuto è privo di «diritti soggettivi», ha potuto rispondere, con sfacciata sicumera e tanto di timbro dell’amministrazione in calce, uno dei numerosi direttori che questa prigione ha avuto modo di conoscere negli ultimi anni ad un detenuto che gli chiedeva su quali fondamenti giuridici poggiasse il trattamento penitenziario che gli era riservato. Diciamolo chiaramente: la condizione del carcerato rinvia a quella dell’ostracizzato, del bandito, dell’esiliato.
Il popolo dei reclusi è figlio di un Dio minore. Alla privazione della libertà fisica, alla riduzione brutale delle possibilità di movimento, al «disciplinamento» dei corpi, al controllo dei sentimenti e delle emozioni, alla devastazione degli affetti, alla privazione d’alcune funzioni essenziali della vita, alla perdita della propria individualità, s’aggiunge la degradazione civile e politica. Chi si ritrova recluso smette di contare, viene solo contato più volte al giorno.
Negli ultimi decenni la società ha subito un deterioramento profondo ed il carcere ne è divenuto il luogo di raccolta, il deposito, la discarica. Grazie alle mura delle prigioni la società invisibilizza i suoi problemi. Sottraendoli alla vista allevia la propria coscienza. È vero, nelle prigioni dell’Occidente moderno ed opulento i detenuti non sperimentano più fame e stenti, al contrario deprimono, marciscono, si svuotano, s’immiseriscono, si suicidano. Fanno della vita stessa una malattia. L’istituzione penitenziaria non uccide quasi mai più di propria mano, lascia morire d’incuria, di malasanità, d’indifferenza.
Ed i morti sono molti.
Qui a Viterbo almeno lo stesso numero dei detenuti deceduti nel carcere di Sulmona, su cui sono costantemente accesi i riflettori dei media. L’ultimo, lunedì 3 ottobre. Si chiamava Gerardo Rubino, settanta anni, nato ad Agria, provincia di Salerno, nel febbraio 1935. Soffriva di varie patologie, di cui la più grave era un avanzato stato di necrosi delle coronarie. Era a sette mesi dal fine pena, e per questo aveva ripetutamente richiesto l’accesso alle misure alternative, sistematicamente rifiutate dal magistrato di sorveglianza. In rotta con la famiglia, grazie alla sua pensione aveva trovato un ospizio disposto ad accoglierlo. Ha finalmente trovato pace nella cella frigorifera dell’ospedale Belcolle, dove pare il suo corpo giace ancora dimenticato. Nessuno è venuto a riprenderselo.
Molti di noi se lo ricordano passeggiare solitario, pallido, fragile, schivo. Scontava la sua pena in silenzio, quasi nascondendosi, ed ammutolito se n’è andato nell’indifferenza generale. Rubino non era più un uomo ma un corpo, un corpo abbandonato, considerato inutile quando si trascinava da vivo, figuriamoci ora che è solo un cadavere.
Benvenuti alle porte di Mammagialla, dunque!
Che le prigioni siano una purulenta sentina della società è stato scritto, detto e ribadito fino alla nausea. Un’ovvietà che suona come una vuota retorica dell’indignazione non più udibile da chi, come noi, vi è costretto a trascorrere periodi sempre più lunghi della propria esistenza. Una di quelle dotte citazioni letterarie fin troppo abusate ricorda come il livello di civiltà di un paese si misuri dalla condizione delle sue carceri. Forse sarebbe bene aggiungere che si valuta anche dal numero delle carceri e dei carcerati. Anche il livello di civiltà di una città si riflette nella realtà del carcere che vi risiede. Attorno alla casa circondariale di Mammagialla non s’innalzano solo alte mura di cinta, ma anche una spessa barriera d’indifferenza ancora più invalicabile delle prime. Mammagialla è uno spazio rimosso dal tessuto cittadino, un nonluogo, un buco nero, una cittadella fantasma, uno spettrale castello che sorge nell’immediata periferia come le discariche che s’incontrano appena fuori le città. Alligna nei suoi confronti un’indifferenza che s’alimenta d’antichi pregiudizi e nuove ansie sicuritarie. Seicentocinquanta invisibili risiedono dietro la sua cinta. Settimanalmente ricevono la visita di una processione di parenti, madri tenaci, mogli e fidanzate addolorate, bambini chiassosi e colorati. Viterbo nemmeno se ne accorge, salvo i suoi commercianti. Le autorità: il sindaco, il prefetto, il questore, il procuratore e compagnia bella, non gradiscono la presenza di carcerati tra i piedi. Dal tessuto civile della città solo due associazioni hanno trovato il coraggio e l’interesse d’intervenire al suo interno. Non esistono cooperative sociali in grado di offrire seri posti di lavoro che consentano di accedere alle misure alternative, mentre gli enti economico-produttivi si mostrano totalmente impermeabili alle richieste d’impiego.
Il sindaco Gabbianelli, il vescovo Chiarini, si servono di Mammagialla unicamente come vetrine per ipocrite cerimonie autocelebrative. L’amministrazione comunale si distingue per la sua programmatica latitanza, quando in realtà dovrebbe svolgere un ruolo preminente nell’organizzare ed incentivare una politica d’ingresso e d’intreccio della comunità esterna col carcere. Questo istituto è tristemente relegato a terreno di competizione “compassionevole” tra varie organizzazioni religiose o parareligiose, che si contendono la conquista delle pecorelle smarrite, elargendo anacronistici catechismi, vite dei santi e volumi creazionisti sul “disegno intelligente”, offerti a reclusi che nella loro vita non hanno mai sentito parlare della teoria evoluzionista e di Darwin.
Il detenuto, o meglio “l’utente”, come adesso ci chiamano nelle conferenze degli operatori del settore, quasi che il carcere fosse un servizio offerto ad un pubblico che lo sceglie volontariamente, resta un puro soggetto passivo, un’anima da indottrinare. Esseri in eterna attesa di qualcosa, la posta, un colloquio, un trasferimento, un permesso, l’indulto, l’amnistia, la madonna pellegrina, i reclusi entrano in una spirale regressiva di deresponsabilizzazione, d’infantilizzazione, attraverso un perverso quanto ottuso sistema di punizioni e ricompense, un dispositivo disciplinare e paternalistico che instupidisce l’intelligenza e avvilisce le coscienze.
Al clima repressivo generale, Mammagialla vede sommarsi un problema ambientale, una politica locale, un’atmosfera culturale che ne fa una struttura eminentemente custodiale, altrimenti detto: una prigione punitiva nella quale vige il principio della pena incomprimibile. Protagonista assoluto di questa gestione restrittiva è il magistrato di sorveglianza, che regna sovrano da quasi un quindicennio in barba a tutti i principi di rotazione delle funzioni, attuando un’impunita strategia elusiva ed omissiva delle norme e dello spirito contenuti nella già discutibile legge Gozzini, attraverso il ricorso ad una giurisprudenza sfavorevole, a veri e propri abusi, a castronerie giuridiche, ritardi stratosferici e mancate risposte.
La concezione ricostruttiva della sanzione è scientemente sabotata a vantaggio di una visione puramente retributiva. Il numero dei permessi d’uscita è derisorio e le rare volte in cui questi vengono concessi, ciò avviene sempre sul finire della pena e non agli inizi, invalidando così ogni possibile progressione del percorso trattamentale, impedendo l’accesso al lavoro esterno, alla semilibertà, alla condizionale, all’affidamento. A voi tutti diciamo: ogni muro ha due lati. C’è chi sta dentro e chi resta chiuso fuori. Per questo le prime sbarre da segare sono quelle della propria coscienza.

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