Mammagialla uccide ancora: a Fallico è “scoppiato” il cuore

I primi risultati dell’autopsia dimostrano che c’è stata omissione di soccorso. Aperta inchiesta per omicidio colposo

Paolo Persichetti,
Liberazione 25 Maggio 2011

Indagini per omicidio colposo«Aveva il cuore spaccato». Circostanza compatibile con un infarto e una emorragia in corso da alcuni giorni, secondo quanto affermato all’avvocato, Caterina Calia, dal consulente nominato dalla famiglia.
E’ morto così Luigi Fallico, “Gigi il corniciaio”, personaggio conosciuto nel popolare quartiere romano di Casal Bruciato, dove aveva la sua bottega che secondo la digos sarebbe stata la base operativa di un progetto di rilancio della sigla Brigate rosse. Una proiezione investigativa che l’aveva portato in carcere nel giugno di due anni fa, insieme ad altre quattro persone. Sono stati proprio loro, vicini di cella, ad accorgersi lunedì mattina che qualcosa non andava ed a prestare i primi soccorsi nel repartino As 2, ricavato al quarto piano del reparto D2 del carcere Mammagialla di Viterbo. Il medico è arrivato solo dopo un quarto d’ora per constatare la morte avvenuta da almeno 3-4 ore.
Prima di coricarsi aveva detto ai suoi compagni di non sentirsi bene, «mi sembra di avere la febbre». Per questo aveva anche chiamato l’infermiere. Il 19 maggio scorso, durante l’udienza del processo nell’aula bunker di Rebibbia, aveva raccontato al suo legale del grave malore subito il giorno precedente. Un «dolore fortissimo» che gli aveva lacerato il petto. In infermeria gli avevano riscontrato un picco di pressione arteriosa a 190, ma invece di portarlo in ospedale per accertamenti urgenti (all’ospedale Belcolle esiste un reparto per detenuti) l’hanno rimandato in cella con un diuretico e una tachipirina. Accertamenti più approfonditi erano stati fissati per martedì (ieri, ndr). Indifferente, disattenta fino allo spregio della vita di chi è detenuto: questa è la burocrazia carceraria, con in più il contesto pesante che da sempre segna la vita carceraria in una struttura come quella del Mammagialla e le restrizioni aggiuntive che gravano sui regimi di detenzione differenziata speciale As 2 (ex Eiv), come quello previsto per i detenuti politici. La salute di Fallico era precaria, negli ultimi tempi aveva subito un intervento alle corde vocali e soffriva dei postumi di una violenta otite, oltre all’ipertensione. La procura ha avviato un procedimento per omicidio colposo contro ignoti. Entro 60 giorni il perito dovrà depositare i risultati dell’esame autoptico. Accertamenti specifici sono stati disposti sul cuore. L’inchiesta che l’aveva portato agli arresti sembrava una farsa, il carcere l’ha trasformata in tragedia.

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Mammagialla morning

Ore 6.30: gli uccelli già cinguettano fuori. Sono scomparse le cornacchie, mi domando perché. Apro la finestra. Un’ape proveniente dalle arnie del carcere è venuta a morire sul davanzale. Il loro ciclo vitale è di soli 60 giorni. Una ventina trascorsi allo stato larvale nella celletta dove la regina ha depositato le uova, i successivi 40 vissuti da operaia, con mansioni diverse. Prima la pulizia delle celle, poi la produzione di cera, quindi accudendo la regina madre, infine occupandosi dell’interno dell’arnia dove c’è sempre qualcosa da fare come produrre propoli per saldare ermeticamente gli spifferi d’aria o mummificare i corpi estranei. Solo dopo questa dura corvee viene finalmente il diritto all’agognata avventura: le missioni esterne. Scorazzare tra prati e fiori, raccogliere polline e nettare, produrre miele, avvistare altri campi, partire in avanscoperta, scovare nuovi ripari per gli sciami che decidono d’andar via quando una nuova regina vuole fondare famiglia altrove. E quando arriva l’ora fatale dopo tanto lavoro, prima che la stanchezza vinca completamente, c’è il viaggio finale, l’ultimo volo, quello funerario. Nata in una cella la povera ape non poteva che trovare il proprio letto di morte in un’altra.
La colazione è già sul ripiano marrone appeso al muro. Sollevo il panno che ricopre lo scaldalatte e m’accorgo che lo yogurt non è venuto. Ieri sera ho atteso troppo e il latte deve aver perso la giusta temperatura. Pazienza. Con i biscotti è buono lo stesso.
Ascolto i notiziari del mattino rigorosamente rete per rete, poi le rassegne stampa televisive e radiofoniche. Alla fine spengo tutto. Di nuovo silenzio. La sezione dorme ancora. Che pace! È il momento migliore della giornata. Passa il carrello dell’infermeria. Come sempre cigola troppo. C’è chi aspetta la terapia. Più tardi arriva il latte caldo dell’amministrazione. Solita trattativa per averne di più, se avanza.
Sono le otto e trenta, da un po’ sto leggendo l’arretrato di giornali che mi sovrasta. Già sono partito con le forbicine chicco che non tagliano nemmeno la carta. Conservo alcuni articoli di “terza pagina”. La guardia apre le celle, c’è il lavorante che raccoglie la spazzatura. Non c’è ancora la posta del giorno prima (in questo carcere tutto viene consegnato con almeno 24-48 ore di ritardo).
Sono quasi le 9. È il momento di prepararsi per scendere all’aria. Oggi ci tocca il campo di calcio. Finalmente usciamo. Solita caciara. Battute, risate, occhi gonfi, visi assonnati. Il terreno è un po’ pesante. Ieri ha diluviato. Incontro Luciano e passeggiamo parlando per una ventina di minuti, quindi incomincio a fare la mia corsa. È dura, ma lentamente arrivo a scaldarmi e trovo finalmente il fiato. Concludo con un paio di scatti da una estremità all’altra del campo. Smetto. Recupero l’ossigeno e mi avvicino ad un gruppo che fa ginnastica. Mi aggrego. Facciamo gli addominali. Serie da venti. Nessun problema. Poi un po’ di flessioni. Qualche problema. Si avvicina il russo.
Iuo fare luotta libera. Io insegnare te luotta.
Vabbé, se proprio ci tieni!
Come faccio a dirgli di no? Rischio di sembrare scortese. Poi con quell’accento meglio assecondare. Così fino alla dieci e mezza scopro la differenza tra greco-romana e libera. Mi spiega alcune prese. In genere con Milseu mi capita di fare scherma pugilistica. Quella la conosco bene. Nonostante gli anni passati ho conservato sufficiente dimestichezza.
Salgo in sezione giusto in tempo per la doccia. C’è diversa gente. Solite chiacchiere. Arriva Valerio. Ora ha il pizzetto. Era un po’ che non lo vedevo. È di Sezze romano, “l’ultimo degli Angioini” – racconta. Ha una buona proprietà di linguaggio. Sicuramente proviene da una famiglia benestante. Deve aver frequentato il liceo da ragazzo. Forse ha commesso un reato in famiglia. Un parente ucciso probabilmente. Qualcuno dice il padre. Sta in cella con Pino, carcerato da undici anni. Tutti e due con problemi psichiatrici. Pino percepisce una pensione d’invalidità perché schizofrenico. Ha sbudellato un vicino durante una lite sotto l’ingresso della sua casa popolare a Rebibbia. L’altro giorno aveva il ballo di san vito alle mani.
Cos’hai Pino?
Il prete mi ha detto che è morta mia moglie. Sarà vero?
E quando te lo ha detto?
Ieri, ma non è la prima volta. Che dici, sarà vero?
Beh, se non è la prima volta, dev’essere vero.
Anche se eravamo divorziati, mi dispiace. Era la madre dei miei figli.
Pino pare completamente perso. Di lui non si cura nessuno. Ho scritto a qualche associazione, senza risultati. Quando uscirà a fine pena, tra non molto, non avrà nemmeno un letto dove andare a dormire. La famiglia l’ha abbandonato perché lui aveva abbandonato loro. Pino è incapace di qualsiasi cosa. Non sa leggere, non sa parlare. Immagino la scena della sua scarcerazione. Immobile davanti al portone col sacco di plastica nero in mano. Si guarda davanti senza sapere cosa fare, dove andare. Cercherà di raggiungere l’ufficio postale dove sono depositate alcune migliaia di euro. Gli arretrati della sua pensione d’invalidità. Ogni tanto viene e mi chiede:
Ma sei sicuro che quando esco ci saranno i soldi della pensione?
E magari se li farà pure rubare da qualche altro disperato. Dove andrà Pino quel giorno? Sotto quale ponte? Nella hall di quale stazione? Quanto resterà vivo, Pino?
Nel 1576 a Sezze sono sbarcati i marziani!
Mi giro per non mostrare che sto ridendo. Valerio adesso parte con una delle sue. Tempo fa sosteneva che sotto la griglia che raccoglie gli scarichi della doccia c’erano le trote.
Le trote?
Si, le trote. Non le senti? Ascolta.
E noi ascoltavamo protesi con l’orecchio.
Beh, allora se le magnamo! E mica le lasciamo qui! Aspetta che mo’ vado a pijà la canna…
Il periodo ittico ora pare terminato. Siamo all’era astrale.
Una volta ho visto un’astronave. I primi marziani sono scesi a Sezze, poi è arrivato Nakamoto, lo scienziato giapponese con lo skateboard e ha salvato il mondo. Ha creato l’istituto scientifico spaziale. Così a Sezze c’è l’università.
In sezione incrocio Cheng, detto “Liso flitto” perché cucina un ottimo riso cantonese e perché non conosce la erre. Sembra uscito dai fumetti. Parla proprio come fanno i cinesi con i dentoni nelle nuvolette dei cartoni animati.
Liso flitto ride sempre. Ma anche quando sembra allegro è incazzato. Domenica al passeggio dell’una mi ha raccontato la sua ultima lite. C’è voluto un po’ per decifrare, ma alla fine ho capito. Gli hanno messo in cella un detenuto che pare sia omosessuale. Si dice che l’abbiano preso col sorcio in bocca… ma in carcere si dice sempre troppo.
Liso flitto allora è molto incazzato con la Direzione per quello che ritiene un affronto alla sua onorabilità.
Io non volele flocio in cella. Mio paese non succede questo. Flocio con flocio, non mischia. Io denunciale se lolo tenele flocio in mia cella.
Aspetta Cheng, non è mica così semplice. Non puoi essere razzista. Non puoi denunciare uno perché è omosessuale. Lui avrà anche il diritto di essere frocio.
No, non in mia cella.
Scusa Cheng, mica ti ha messo le mani addosso. Si comporta bene, no? È un bravo ragazzo?
Cosa? Lui toccale mio culo? Se lui provale, lui molto. Io non potele dolmile la notte con flocio. Io dovele gualdale semple. Io pallato con bligadiele. Io detto: mio palese altla cultula. Divelso da Italia. Flocio con flocio, altlo con altlo. Non mischia. Io volele mia cultula lispettata.
E cosa ti ha risposto?
Lolo stlonzi, plendele pelilculo.
Pule lolo floci? Ho detto, cercando una battuta non so quanto felice.
Io salito cella, preso sgabello e lotto testa.
Quindici giorni di cella di punizione e Cheng è ritornato in sezione, dopo aver risolto il problema del cocellante.

Ps: Liso flitto è uscito con l’indulto del 2006 ed è tornato dalla famiglia. Pino terminata la pena ha trovato ad aspettarlo fuori dalla porta del carcere un operatore volontario (sollecitato dai suoi compagni detenuti) che lo ha accompagnato in un centro di accoglienza dove è stato momentaneamente ospitato. Preso in cura dal Centro di igiene mentale ha avuto il tempo di una piccola disavventura. Uscito dal centro di accoglienza dopo la sua prima notte di libertà, si è incamminato per le strade del centro storico di Viterbo dove ha perso l’orientamento fino a perdersi. Nel panico più assoluto e timoroso di avvincinarsi a chiunque per chiedere aiuto, ha passato la notte sulla panchina di un giardino pubblico. All’alba si è nuovamente incamminato riuscendo finalmente a trovare la sede del Cim. Ora vive in una comunità di accoglienza. Pare stia bene. L’ultima volta che ho avuto notizie di Valerio era ancora al Mammagialla.

Come si vive e si muore nelle carceri italiane

Come si muore al Mammagialla


Liberazione 31 dicembre 2005
I detenuti della Casa circondariale di Mammagialla – Viterbo

Siamo un gruppo di detenuti del carcere di Mammagialla. Il nostro intervento non ha l’ambizione d’essere rappresentativo dell’intera popolazione richiusa dietro queste mura. D’altronde non potrebbe essere altrimenti poiché in questo istituto, come nella totalità delle carceri, non vi è alcuna possibilità di confronto tra prigionieri. Non esistono sedi collettive, ne commissioni di rappresentanza. In altri termini non c’è uno “spazio pubblico” interno alla cinta muraria nel quale i reclusi possano elaborare proprie richieste o progettualità.
L’ingresso in carcere provoca una degradazione giuridico-politica dell’internato, ridotto a semplice corpo. «La detenzione è la prova più radicale che ci sia di non appartenenza alla comunità civile». Il detenuto è privo di «diritti soggettivi», ha potuto rispondere, con sfacciata sicumera e tanto di timbro dell’amministrazione in calce, uno dei numerosi direttori che questa prigione ha avuto modo di conoscere negli ultimi anni ad un detenuto che gli chiedeva su quali fondamenti giuridici poggiasse il trattamento penitenziario che gli era riservato. Diciamolo chiaramente: la condizione del carcerato rinvia a quella dell’ostracizzato, del bandito, dell’esiliato.
Il popolo dei reclusi è figlio di un Dio minore. Alla privazione della libertà fisica, alla riduzione brutale delle possibilità di movimento, al «disciplinamento» dei corpi, al controllo dei sentimenti e delle emozioni, alla devastazione degli affetti, alla privazione d’alcune funzioni essenziali della vita, alla perdita della propria individualità, s’aggiunge la degradazione civile e politica. Chi si ritrova recluso smette di contare, viene solo contato più volte al giorno.
Negli ultimi decenni la società ha subito un deterioramento profondo ed il carcere ne è divenuto il luogo di raccolta, il deposito, la discarica. Grazie alle mura delle prigioni la società invisibilizza i suoi problemi. Sottraendoli alla vista allevia la propria coscienza. È vero, nelle prigioni dell’Occidente moderno ed opulento i detenuti non sperimentano più fame e stenti, al contrario deprimono, marciscono, si svuotano, s’immiseriscono, si suicidano. Fanno della vita stessa una malattia. L’istituzione penitenziaria non uccide quasi mai più di propria mano, lascia morire d’incuria, di malasanità, d’indifferenza.
Ed i morti sono molti.
Qui a Viterbo almeno lo stesso numero dei detenuti deceduti nel carcere di Sulmona, su cui sono costantemente accesi i riflettori dei media. L’ultimo, lunedì 3 ottobre. Si chiamava Gerardo Rubino, settanta anni, nato ad Agria, provincia di Salerno, nel febbraio 1935. Soffriva di varie patologie, di cui la più grave era un avanzato stato di necrosi delle coronarie. Era a sette mesi dal fine pena, e per questo aveva ripetutamente richiesto l’accesso alle misure alternative, sistematicamente rifiutate dal magistrato di sorveglianza. In rotta con la famiglia, grazie alla sua pensione aveva trovato un ospizio disposto ad accoglierlo. Ha finalmente trovato pace nella cella frigorifera dell’ospedale Belcolle, dove pare il suo corpo giace ancora dimenticato. Nessuno è venuto a riprenderselo.
Molti di noi se lo ricordano passeggiare solitario, pallido, fragile, schivo. Scontava la sua pena in silenzio, quasi nascondendosi, ed ammutolito se n’è andato nell’indifferenza generale. Rubino non era più un uomo ma un corpo, un corpo abbandonato, considerato inutile quando si trascinava da vivo, figuriamoci ora che è solo un cadavere.
Benvenuti alle porte di Mammagialla, dunque!
Che le prigioni siano una purulenta sentina della società è stato scritto, detto e ribadito fino alla nausea. Un’ovvietà che suona come una vuota retorica dell’indignazione non più udibile da chi, come noi, vi è costretto a trascorrere periodi sempre più lunghi della propria esistenza. Una di quelle dotte citazioni letterarie fin troppo abusate ricorda come il livello di civiltà di un paese si misuri dalla condizione delle sue carceri. Forse sarebbe bene aggiungere che si valuta anche dal numero delle carceri e dei carcerati. Anche il livello di civiltà di una città si riflette nella realtà del carcere che vi risiede. Attorno alla casa circondariale di Mammagialla non s’innalzano solo alte mura di cinta, ma anche una spessa barriera d’indifferenza ancora più invalicabile delle prime. Mammagialla è uno spazio rimosso dal tessuto cittadino, un nonluogo, un buco nero, una cittadella fantasma, uno spettrale castello che sorge nell’immediata periferia come le discariche che s’incontrano appena fuori le città. Alligna nei suoi confronti un’indifferenza che s’alimenta d’antichi pregiudizi e nuove ansie sicuritarie. Seicentocinquanta invisibili risiedono dietro la sua cinta. Settimanalmente ricevono la visita di una processione di parenti, madri tenaci, mogli e fidanzate addolorate, bambini chiassosi e colorati. Viterbo nemmeno se ne accorge, salvo i suoi commercianti. Le autorità: il sindaco, il prefetto, il questore, il procuratore e compagnia bella, non gradiscono la presenza di carcerati tra i piedi. Dal tessuto civile della città solo due associazioni hanno trovato il coraggio e l’interesse d’intervenire al suo interno. Non esistono cooperative sociali in grado di offrire seri posti di lavoro che consentano di accedere alle misure alternative, mentre gli enti economico-produttivi si mostrano totalmente impermeabili alle richieste d’impiego.
Il sindaco Gabbianelli, il vescovo Chiarini, si servono di Mammagialla unicamente come vetrine per ipocrite cerimonie autocelebrative. L’amministrazione comunale si distingue per la sua programmatica latitanza, quando in realtà dovrebbe svolgere un ruolo preminente nell’organizzare ed incentivare una politica d’ingresso e d’intreccio della comunità esterna col carcere. Questo istituto è tristemente relegato a terreno di competizione “compassionevole” tra varie organizzazioni religiose o parareligiose, che si contendono la conquista delle pecorelle smarrite, elargendo anacronistici catechismi, vite dei santi e volumi creazionisti sul “disegno intelligente”, offerti a reclusi che nella loro vita non hanno mai sentito parlare della teoria evoluzionista e di Darwin.
Il detenuto, o meglio “l’utente”, come adesso ci chiamano nelle conferenze degli operatori del settore, quasi che il carcere fosse un servizio offerto ad un pubblico che lo sceglie volontariamente, resta un puro soggetto passivo, un’anima da indottrinare. Esseri in eterna attesa di qualcosa, la posta, un colloquio, un trasferimento, un permesso, l’indulto, l’amnistia, la madonna pellegrina, i reclusi entrano in una spirale regressiva di deresponsabilizzazione, d’infantilizzazione, attraverso un perverso quanto ottuso sistema di punizioni e ricompense, un dispositivo disciplinare e paternalistico che instupidisce l’intelligenza e avvilisce le coscienze.
Al clima repressivo generale, Mammagialla vede sommarsi un problema ambientale, una politica locale, un’atmosfera culturale che ne fa una struttura eminentemente custodiale, altrimenti detto: una prigione punitiva nella quale vige il principio della pena incomprimibile. Protagonista assoluto di questa gestione restrittiva è il magistrato di sorveglianza, che regna sovrano da quasi un quindicennio in barba a tutti i principi di rotazione delle funzioni, attuando un’impunita strategia elusiva ed omissiva delle norme e dello spirito contenuti nella già discutibile legge Gozzini, attraverso il ricorso ad una giurisprudenza sfavorevole, a veri e propri abusi, a castronerie giuridiche, ritardi stratosferici e mancate risposte.
La concezione ricostruttiva della sanzione è scientemente sabotata a vantaggio di una visione puramente retributiva. Il numero dei permessi d’uscita è derisorio e le rare volte in cui questi vengono concessi, ciò avviene sempre sul finire della pena e non agli inizi, invalidando così ogni possibile progressione del percorso trattamentale, impedendo l’accesso al lavoro esterno, alla semilibertà, alla condizionale, all’affidamento. A voi tutti diciamo: ogni muro ha due lati. C’è chi sta dentro e chi resta chiuso fuori. Per questo le prime sbarre da segare sono quelle della propria coscienza.