Quando la memoria uccide la ricerca storica

Libri – Enzo Traverso, Il passato: modi d’impiego. Storia, memoria, politica, Ombrecorte, Verona 2006

Paolo Persichetti
Liberazione 17 luglio 2008

Se la storia comincia la dove finisce la memoria, come sosteneva Maurice Halbwachs, uno dei massimi studiosi della memoria sociale; se ciò che distingue la storia dalla memoria è proprio quel processo che consente il passaggio dalla storia in me alla storia in sé, il recente riemergere impetuoso di memorie passate con il loro seguito di rugosi risentimenti e la ricerca di “connessione sentimentale” con l’opinione pubblica non giova granché alla ricerca storica. I momenti più controversi di questa guerra della memoria restano la guerra civile del 1943-45 (ne parla Filippo Focardi in, La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 a oggi, Laterza 2005) e quella di minore intensità ma prolungata per oltre un decennio che ha solcato gli anni 70.
Quando la memoria non riesce più a fare posto alla storia sopraggiunge un “tempo compresso” che rifiuta di farsi tempo passato. E la presentificazione del passato facilita l’azione delle memorie artefatte che diventano in questo modo prismi di lettura deformanti. Così vicissitudini parziali rocambolescamente conservate nel presente, ricostruzioni ex-post modellate col senno del poi o la menzogna del dopo, dirigono lo sguardo che portiamo su ciò che ci precede. Prestando attenzione allo sguardo che il vicino porta sul lontano, Marc Bloch invitava a capovolgere l’idea di un presente in lotta perenne per divincolarsi dalle eredità dei tempi andati. È il passato ad essere il più delle volte ostaggio di ciò che viene dopo. Se c’è oggi un’epoca prigioniera del presente, questa riguarda in particolare gli anni 70.
Fabbricato ormai dai poteri pubblici e amplificato dai media, il ricordo spettrale di quel decennio prende forma attraverso solenni rituali commemorativi che cadenzano il cerimoniale istituzionale. Una memoria in bianco e nero che evoca immagini sbiadite di violenza politica e cancella i colori vivi della storia. Ma se all’oblio dei fatti sociali si sovrappone la memoria penale, il risultato non può che essere il ritratto di una memoria avvinta dall’emozione e assorbita dalla sofferenza, eco di un dolore a senso unico che confonde surrettiziamente episodi storici contrapposti. Una ossessione memoriale finalizzata alla creazione di una nuova topolatria: il culto di luoghi e momenti sapientemente selezionati per rappresentare il sacrificio versato ai valori legittimi. La memoria assume così le sembianze del morto che agguanta il vivo, del vampiro che succhia la vita futura. Emanate le sentenze, sepolti nelle galere o ripresi dall’esilio gli insorti, deplorati i morti di una parte e decorati quelli dell’altra, elevate le lapidi e innalzati i monumenti, ribattezzate le vie, ai soggetti vivi della storia si sostituiscono i testimoni risentiti della memoria. Eppure, scriveva Ernest Renan, «una nazione non è fatta solamente di memoria ma anche d’oblio», quell’oblio che aiuta poi a riscoprire e ricostruire, soprattutto ad andare avanti. Utile in proposito la riflessione di Gabriele Ranzato, Il passato di bronzo. L’eredità della guerra civile nella Spagna democratica (Laterza 2006) nella quale si sostiene che lunghi momenti di oblio e una conoscenza degli eventi passati meno carica di sentimenti di rivalsa e di ogni altra passione distruttiva possono aiutare il superamento di conflitti fratricidi.
In realtà l’apparizione della memoria nel dibattito storiografico è piuttosto recente. È quanto ha spiegato Enzo Traverso nel suo, Il passato: modi d’impiego. Storia, memoria, politica (tradotto da G. Morosato per Ombrecorte, Verona 2006 e pubblicato a Parigi nel 2005). La memoria, dunque, non solo ha poca storia ma è soprattutto una cattiva storia dove il ricordo è l’imballaggio e l’oblio il contenuto. Nonostante ciò, ha più successo perché appare meno arida e più umana, testimonianza diretta, integrale e genuina. Non c’è competizione tra ciò che si presenta come il realmente vissuto rispetto al pensato del discorso storico.
Eppure nessun passato si trasforma immediatamente in memoria. Permane sempre il filtro del tempo che trasceglie. La memoria è più che mai una delle forme in cui si declina l’uso pubblico della storia attraverso pratiche ritualizzate che mirano a rinforzare la coesione sociale, a dare legittimazione alle istituzioni e inculcare quei valori che ad esse sono più graditi. In altre parole la memoria tende a divenire un vettore di religione civile. E lo dimostra il fatto che la visibilità e il riconoscimento di una memoria dipende più che mai dalla forza di coloro che la portano. Ci sono “memorie forti” che si contrappongono a “memorie deboli”, stigmatizzate dal discorso dominante.
Walter Benjamin spiegava questa ossessione memoriale con la sopraggiunta incapacità della società novecentesca a trasmettere l’esperienza. Uno dei tratti tipici della modernità sarebbe stato proprio l’affermazione dell’esperienza vissuta a svantaggio di quella tramandata. Caratteristica che ha aperto la strada all’epoca del testimone, attore centrale della memoria, nuovo protagonista del racconto storico. Non a caso nasce la storia orale e una diversa attenzione è riposta alla dimensione del mentale, agli aspetti culturali e immateriali, prima trascurati al punto da non lasciare spazio alla soggettività di chi fa la storia. Gli uomini e le donne erano e restavano masse anonime. Semplice numero, statistica che non permetteva ai subalterni di emergere come soggetti narranti. Le classi laboriose rimanevano alla fine dei popoli senza storia perché senza parola. Lavori come La formazione della classe operaia inglese di Edward P. Thompson, La storia della follia nell’età classica di Michel Foucault, La notte dei proletari di Jacques Rancière, Il Formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg, ridanno finalmente voce ai subalterni, ne ricostruiscono l’universo, offrono loro il proscenio rubato della Storia.
Eppure questo passo in avanti si trasforma, paradossalmente, nella premessa di un brusco salto indietro quando capostipite emblematico del testimone diventa il reduce dei campi nazisti col peso del suo ricordo sconvolgente, espressione di un vissuto eticamente insostenibile e che fa di Auschwitz lo zoccolo della memoria collettiva dell’Occidente.
A questo punto l’identificazione del testimone con la vittima totale è pressoché inevitabile. Tutti gli altri perdono gradualmente legittimità narrante. Da allora è testimone solo chi ritiene d’aver subito, o vede riconosciuta, una violazione dei diritti umani, categoria che alla fine spoliticizza la natura di molti conflitti trasformandoli unicamente in uno scontro tra bene e male. La prima conseguenza è la scomparsa dei Resistenti, cioè proprio di chi ha combattuto il fascismo e lottato contro gli aguzzini dei campi di sterminio (il fatto che fossero soltanto dei giovani ebrei romani a protestare sotto l’abitazione di Priebke, uno dei nazisti responsabili del massacro delle Fosse Ardeatine che in maggioranza ha visto uccisi comunisti e antifascisti, dovrebbe far riflettere). Ma poi quest’amnesia tocca anche tutte le successive figure partigiane, guerrigliere, militanti, rivoluzionarie.
Sprovvisti dello statuto di vittime, vinti e subalterni spariscono nuovamente dalla storia, eclissati e inghiottiti dall’oblio. Sembra, infatti, che per poter lasciare traccia resti solo la triste via della competizione vittimaria, il festival del risentimento che offre in palio la palma della vittima dominante a discapito di quella soccombente, quasi a voler sancire che se non c’è vittima non c’è storia. Che al posto della storia ci sono soltanto crimini.

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Paradigma vittimario e giustizia internazionale

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