La polizia della storia

Il corpo del reato

Prima puntata – Il pm Eugenio Albamonte ha finalmente depositato una parte delle carte dell’inchiesta che ha portato al sequestro del mio archivio storico e dei miei strumenti di lavoro. Al centro delle accuse c’è il lavoro preparatorio condotto per la redazione del volume “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera

di Paolo Persichetti

In Italia esiste un organismo di Polizia che si occupa di storia. Proprio così, si intromette nell’attività di ricerca, sorveglia il lavoro dello storico, ascolta le sue conversazioni con le fonti, intercetta le caselle di posta elettronica, sequestra archivi. Come in una sorta di scenario orwelliano si erge a ministero della verità e con il suo occhio minaccioso amministra il passato, decide chi può scrivere, recinta gli argomenti, filtra i contenuti e sopratutto gli autori. Decide insomma come e chi può scrivere la storia. Questo nuovo organismo si chiama Polizia di Prevenzione, ex Ucigos, una struttura che nasce dalle ceneri della dissolta e famigerata Uar. Di sicuro non lo sapevate, a dire il vero nemmeno io ne ero al corrente fino a quando non ho letto l’informativa della Polizia di prevenzione del 21 dicembre 2020 (N.224/B1/Sez.2/18803/2020, procedimento penale nr. 93188/20). Un rapporto che fa seguito ad una lunga serie di indagini originate nel gennaio 2019 e da cui è scaturita una ulteriore ed intensa attività investigativa che ha radiografato l’esistenza della mia intera famiglia dalla fine del 2015 ad oggi, e ancora domani e dopodomani, poiché l’attività investigativa e “tecnica” è tuttora in essere. Un attacco frontale al mio lavoro di ricerca che ha portato, l’8 giugno scorso, a una lunga perquisizione nella mia abitazione e al sequestro del mio intero archivio digitale, dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile. Non è stato portato via solo il materiale d’archivio raccolto e prodotto negli ultimi 15 anni, ma la storia della mia famiglia, di mia moglie e dei miei figli, il nostro passato, la nostra intimità.

L’irruzione nel passato
Questi nuovi storici con l’uniforme si intromettono nel lavoro complicato e complesso della ricostruzione del passato, fanno irruzione in quella bottega dove il ricercatore come un artigiano impasta le sue mani con la polvere del tempo: raccoglie documenti, testimonianze, tenta di colmare i buchi della memoria, rappezza brandelli di ricordi, tracce spezzettate, indizi che pazientemente prova a rimettere insieme, soprattutto ad interrogare. Ma a questi nuovi sbirri del passato tutto ciò non interessa. Nella visione poliziesca della storia i testimoni, gli attori, i soggetti e i gruppi sociali vengono sostituiti dai colpevoli, dai fiancheggiatori e dalle vittime. Le sfumature non esistono, il contrasto è netto, bianco e nero, luce e tenebre, buoni e cattivi. Il terreno storiografico è solo un pretesto per cercare nuovi colpevoli, arrestare gli scampati, affibbiare nuovi ergastoli. La storia si fa riserva di caccia, un safari dove conquistare un trofeo da mostrare in manette ad una conferenza stampa con tanto di selfie. E con queste aspettative che il nuovo ministero della verità – avrebbe detto Orwell – si è intromesso nel rapporto che in questi anni ho intrattenuto con alcune delle mie fonti, ha sorvegliato il lavoro preparatorio che ha portato alla stesura del primo volume del libro Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena e apparso nel febbraio 2017. «Peraltro – scrivono nella loro informativa – Persichetti emerge nelle e-mail oggetto di analisi anche in riferimento all’invio a Loiacono di documenti riguardanti una bozza di una futura pubblicazione relativa ad una ricostruzione dell’azione di via Fani, dalla pianificazione fino alla sua conclusione. Tale materiale è poi effettivamente confluito, sebbene con alcune modifiche, in un capitolo del citato libro. Queste ultime mail, in particolare, contengono una ricostruzione dell’azione di via Fani per alcuni versi distonica rispetto a quanto accertato sinora dai processi e dalle varie Commissioni sul sequestro dell’on. Moro. Lo scopo del libro – e quindi anche di queste e-mail che ne rappresentano una bozza preliminare – è assertivamente quello di “sgomberare il campo dalle mille bufale che circolano sul 16 marzo in via Fani e di ribadire che “via Fani fu in tutto e per tutto un’azione operaia”. Finalità più volte esplicitata da Persichetti in più passaggi dello stesso libro, come per esempio a pagina 9, dove si legge testualmente
“… Ciò che preme sottolineare qui per restare sul terreno della critica è la sordità cognitiva delle narrazioni dietrologie, impermeabili alle smentite accumulatesi nel tempo. Le teorie del complotto, a causa del loro divenire circolare, si sottraggono alla verifica della coerenza interna ed esterna delle loro asserzioni”».
Quella coerenza che sembra mancare anche ai poliziotti della memoria, come vedremo meglio tra un po’.

Una ricostruzione veritiera
«Si tratta di documenti – proseguono gli autori del testo – che forniscono una ricostruzione per alcuni versi inedita, basata sul Memoriale Morucci, ed integrata sulla base dei contenuti di alcuni libri scritti dagli stessi brigatisti e delle nuove dichiarazioni rese “agli autori da Moretti, Seghetti e Balzerani nel corso di una serie di conversazioni tra il 2006 e il 2016». Ricostruzione che ad avviso della Polizia di prevenzione appare veritiera poiché «La lettura delle mail induce a ritenere che i protagonisti fossero “genuini” nella cristallizzazione dei propri ricordi, non fosse altro che per la presunzione di poter discutere in forma “riservata“ […] Una analisi integrata del materiale a disposizione, partita dai dati desumibili da queste “inedite” mail, da rapportare poi alla versione “ufficiale” presente nel libro e a quella presente nel “memoriale Morucci”, non ha evidenziato elementi di novità ad eventuali altri brigatisti o soggetti estranei alle Brigate rosse che possano aver preso parte alla strage».

Non un ricercatore ma un favoreggiatore
Talmente veritiera che secondo i poliziotti non «avrei», in reltà sarebbe stato più corretto scrivere avremmo (il libro è opera a più mani, ma alla polizia della storia fa comodo indicarmi come autore unico), riportato correttamente le informazioni raccolte. Per questo mi sare macchiato di favoreggiamento, in particolare nei confronti di Alvaro Loiacono Baragiola. Nella relazione si sostiene che «la mancata trasposizione nel libro di alcuni passaggi invece presenti nelle email implica una scelta che potrebbe non essere solo di natura editoriale, ma anche “politica”, tenuto conto delle contraddizioni che pure erano emerse tra i racconti dei vari terroristi intervistati e tra questi e il memoriale Morucci e/o gli iscritti già pubblicati da alcuni militanti delle Br».
Affermazione impegnativa, che troverebbe senso solo se i poliziotti della storia avessero intercettato tutti i colloqui avuti dagli autori del libro in anni di incontri con i diversi testimoni e riscontrato difformità. Forse per questo sono venuti in casa, col pretesto della divulgazione di un inesistente documento riservato della commissione (le relazioni annuali e le bozze delle relazioni non rientrano in questa fattispecie) per cercare appunti, schizzi, piantine, vocali e altri materiali raccolti nel corso della preparazione del primo volume e in vista del secondo. Una ingerenza indebita nel lavoro mio e di Marco Clementi (abbiamo curato insieme la parte del libro su via Fani).
E’ un fatto gravissimo. Non può essere un’autorità di polizia o la magistratura a sindacare il rapporto con le fonti e giudicare come un ricercatore affronta le contraddizioni, le difficoltà, gli errori, le illusioni o i buchi di memoria delle fonti orali a quaranta anni dai fatti. Nella informativa si sostiene che avremmo «cassato completamente» dal libro «le funzioni inedite svolte da Loiacono rispetto a quelle riscontrate processualmente» (tornerò tra poco sulla questione), ma la cosa davvero gratuita è il movente scelto dalla Polizia di prevenzione per giustificare questa presunta omissione. Secondo il Primo dirigente Di Petrillo e il vice Ispettore Vallocchia avrei intenzionalmente svolto «generale opera di rivisitazione del ruolo [dei brigatisti latitanti – anche se Loiacono è cittadino svizzero ed ha scontato per intero la condanna] nell’azione di via Fani, assumendo anche i margini di una possibile forma di favoreggiamento».

Un lavoro rigoroso
Chiunque abbia letto il libro conosce perfettamente il lavoro minuzioso svolto, gli elementi di novità significativi introdotti nella ricostruzione del rapimento Moro grazie a una faticosa integrazione tra fonti documentali e nuove disponibilità delle fonti orali, che non si sono tirate indietro, intenzionate a dare un contributo definitivo di chiarezza nella ricostruzione dei fatti. Abbiamo insistito con loro affinché anche il minimo dettaglio venisse ricostruito, nei limiti delle possibilità che la memoria e i documenti potevano consentire. Abbiamo assistito al processo di rimemorizzazione in presa diretta di alcuni di loro, testimoni che hanno dovuto superare e correggere errori e illusioni stratificatesi a decenni di distanza dai fatti. Oggi sappiamo come sono arrivati sul posto i brigatisti quella mattina, tutte le armi che impugnavano, come hanno organizzato l’azione, collocato le macchine, la via di fuga ricostruita nel dettaglio, e molte altre cose ancora sulla vicenda politica del sequestro, aspetti che alla Polizia di prevenzione sembrano interessare ben poco. Nonostante ciò, al momento di chiudere le bozze, alla fine del 2016, non siamo riusciti a chiarire un aspetto della via di fuga, per altro fino ad allora da tutti ignorato: ovvero come venne spostato un furgone di riserva, collocato nel quartiere di Valle Aurelia, che in caso di necessità sarebbe dovuto servire per un secondo trasbordo del prigioniero. Il confronto con gli altri testimoni che abbiamo potuto raggiungere è stato acceso ma purtroppo non risolutivo sul punto. Dovendo andare in stampa abbiamo così deciso di risolvere l’impasse delimitando l’informazione su due dati da noi accertati: non abbiamo mai scritto che Loiacono fosse sceso dalle scalette in fondo a via Licinio Calvo insieme a Balzerani, Bonisoli, Casimirri e Fiore. Abbiamo riportato quanto sostenuto da Moretti e confermato da tutti, che furono alcuni dei membri già identificati della Colonna romana che presero parte all’azione a spostare il furgone (p. 184).

Il suggeritore
Quello del ricercatore è un lavoro paziente e ostinato che non si arresta mai e negli anni successivi siamo più volte tornati sulla questione. Cosa c’entri questo lavorio storiografico con il favoreggiamento e l’associazione sovversiva, potete valutarlo da soli. Forse bisognerebbe chiederlo all’ex presidente della commissione Moro 2, Giuseppe Fioroni, che nel verbale di sommarie informazioni reso il 1 dicembre 2020 davanti al Pm Eugenio Albamonte e ai vertici della Polizia di Prevenzione, ribadendo una sua personale e indimostrata ipotesi sulla presenza di un garage “amico” dei brigatisti in via dei Massimi 91, circostanza che smentirebbe – a suo dire – l’abbandono delle tre vetture del commando brigatista in contemporanea in via Licinio Calvo e la fuga attraverso le scalette che portano verso via Prisciano, ha sostenuto che vi sarebbero «ulteriori complici del sequestro, seppur con ruoli minori collegati alla logistica, i cui nomi non sono ancora noti». E fin qui nulla da obiettare. Ognuno può pensarla come vuole, anche se la disciplina dei riscontri richiede elementi concreti e verificabili, non illazioni senza fondamento. Il problema sorge quando Fioroni insinua che «In tale contesto si potrebbe giustificare un interesse di terze persone legate agli ambienti delle brigate rosse nel conoscere gli stati di avanzamento dei lavori della Commissione con riferimento a questo profilo». Lavori e stati di avanzamento destinati a diventare di dominio pubblico, quindi se quello fosse stato il fine di “queste terze persone” sarebbe bastato attendere. Di Fioroni, delle attività della sua Commissione, dei suoi carteggi con Loiacono e delle sue proposte indecenti, parleremo nella prossima puntata.

Quelle pietre d’inciampo preziose che hai seminato

di Silvia De Bernadinis

Caro Paolo, avevi ragione tu e sbagliavo io. Avevi ragione ogni volta che hai insistito nell’andare alla ricerca del più piccolo dettaglio nella ricostruzione dei fatti per stanare i diffusori istituzionali di bufale, pur sapendo perfettamente che ciò non significasse affatto risolvere il problema della dietrologia. Smonti una truffa e ne creano altre cento! Come ben sai, ho sempre pensato fosse una perdita di tempo ed energie, sottratto all’essenza della storia. E invece avevi ragione tu, perché le assurdità delle tante balle su cui abbiamo forse con leggerezza e sottovalutazione riso un po’ tutti (il livello di cialtroneria raggiunto dall’ultima Commissione Moro ha raggiunto davvero punte inarrivabili), erano lanciate per l’attacco finale, perché non restassero evidenze della realtà, qualcosa se possibile che è più che riscrivere la storia, come nel peggiore degli scenari distopici, sotto l’egida del colle più alto e della sua Verità. Non si trattava per niente di perdita di tempo. Sono pietre d’inciampo preziose, oggi più di ieri, quelle che hai messo. Nessuno, che non sia mediamente serio, può prescindere dalla lettura e dal confronto con il tuo lavoro se vuole orientarsi in quel labirinto artificiale, un apparato mastodontico creato per portare su sentieri che svelano ai più attenti non i misteri, ma i meccanismi di auto-preservazione del potere. Che ipocritamente santificano il loro martire avendone fatto scempio e continuando a farlo. Da lì deve cominciare se vuole capire quanto sia illusoria e allo stesso tempo profondamente politica la sua costruzione. Colpirti, perché si colpisce il tuo lavoro, è segno inequivocabile che hai fatto centro, che sei andato a rompergli le uova. Non c’è nessun labirinto e il re è nudo. Non resta che continuare su questa strada dunque. Se fino alla scorsa settimana pensavo avesse una qualche importanza fare quel che ognuno di noi a suo modo fa, oggi sono convinta che sia un dovere, una necessità assoluta quella di continuare. Non solo per amore della storia evidentemente, in ballo c’è molto di più, a cominciare dalla banalissima libertà di pensiero, per chi ancora un pensiero critico e libero ce l’ha! Al lavoro dunque, più di ieri!

Caso Persichetti, la ricerca storica sotto attacco

Anni Settanta. Incredibile iniziativa della Procura di Roma che ha emanato un mandato di perquisizione nei confronti dello studioso Paolo Persichetti al termine del quale gli sono stati sequestrati tutti i documenti analizzati e schedati in lunghi anni di lavoro e di consultazione di archivi

Marco Grispigni il manifesto 20 giugno 2021

Osservandola da fuori, indubbiamente l’Italia è un paese assai strano da comprendere. Se poi ci si interessa agli anni Settanta del secolo scorso, forse più che strano il paese sembrerebbe immerso in una sceneggiatura distopica.

È infatti nel campo dell’assurdo che si colloca l’incredibile iniziativa della Procura di Roma che ha emanato un mandato di perquisizione nei confronti dello studioso Paolo Persichetti al termine del quale gli sono stati sequestrati tutti i documenti analizzati e schedati in lunghi anni di lavoro e di consultazione di archivi. L’accusa è la divulgazione di materiale riservato «acquisito e/o elaborato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro».

Il reato di divulgazione di materiale riservato andrebbe inserito nel contesto di due più gravi reati, quello di favoreggiamento e addirittura di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. In sostanza, per giustificare perquisizione e sequestro, si accusa Paolo Persichetti da far parte di una banda terrorista attiva niente di meno che dall’8 dicembre 2015. A parte l’assurdità dell’accusa e dell’utilizzo del reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo, la data di inizio rimanda al giorno in cui la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni, ex democristiano e ora deputato del Pd, discuteva ed emendava la bozza finale della relazione. Una nuova colonna, «studi storici», nasceva in quel giorno con l’incarico di divulgare le segretissime carte, che poco dopo diventeranno pubbliche con il versamento all’archivio storico della Camera.

Ora a parte l’ironia possibile su questa vicenda che ha un effetto pesante e ingiustificato sulla vita e il lavoro di Paolo Persichetti, direi che questa iniziativa solleva almeno tre ordini di problemi.

Il primo è l’incredibile attacco alla ricerca storica che si interroga su periodi “difficili” della nostra storia nazionale. È inevitabile leggere questa iniziativa giudiziaria quasi in parallelo con la proposta di legge di introdurre il reato di «negazionismo» nei confronti di chi mette in discussione la vulgata bipartisan-presidenziale sulle «foibe». Questo tema è al centro dell’appello lanciato da alcuni studiosi in solidarietà con Persichetti.

Il secondo riguarda gli studi e riflessioni sugli anni Settanta e sul fenomeno della lotta armata di sinistra. Dopo che per un ventennio il discorso pubblico e la ricostruzione storica di quel periodo erano state sostanzialmente delegate alle aule di tribunale e ai magistrati, da diversi anni ormai su quel decennio e sul tema della violenza politica c’è una notevole produzione scientifica, sia in ambito universitario che fuori dai circuiti dell’accademia. Ora l’accusa contro Persichetti sembra una sorta di duro monito proprio contro la vasta area di studiosi non accademici di quegli anni. Mentre si giustificano operazioni di pura vendetta, come quella contro i dieci «terroristi» rifugiati in Francia, con un presunto bisogno di «svelare i misteri» di quella stagione, si avvia una procedura giudiziaria contro uno studioso che su quei «misteri» ha a lungo lavorato, smontando con l’uso di documenti di archivio i vari complottismi.

Il terzo, infine, riguarda direttamente Paolo Persichetti. Persichetti non è solo un conosciuto studioso non accademico e autore di diverse pubblicazioni su quegli anni, ma è anche un «ex». Persichetti infatti fece parte delle Brigate rosse – Unione dei comunisti e fu condannato a 22 anni per banda armata e concorso morale nell’omicidio del generale Licio Giorgieri. La sua condizione di «ex» è il punto di partenza di tutti gli articoli su questa iniziativa giudiziaria. Ovunque, prima di soffermarsi sull’incredibilità delle accuse, gli articoli iniziano parlando della passata militanza di Persichetti.

Il messaggio abbastanza chiaro è: «stiamo parlando di un ’ex terrorista’, quindi anche se le accuse sembrano strampalate, non si sa mai». La damnatio memoriae nei confronti di quegli anni e in particolare nei confronti di chi scelse la strada della lotta armata deve essere riaffermata sempre. Il diritto di parola esiste se si è funzionali a ricostruzioni basate su oscuri complotti e se è preceduto da un «contrito pentimento».

La procura sequestra e tace

Vorrei ringraziare tutte e tutti per i messaggi di solidarietà ricevuti in pubblico e in privato. Siete in tanti, sui social, direttamente, e non riesco a starvi dietro in queste giornate un po’ faticose. L’appello che è stato lanciato mi dicono che è già vicino alle 500 firme. A breve verrà reso pubblico.
Nonostante siano trascorsi dieci giorni dalla perquisizione di martedì 8 giugno la Procura tace. Nessun fascicolo è stato depositato davanti al tribunale del riesame dove il mio avvocato, Francesco Romeo, ha presentato ricorso. Ad oggi non sappiamo ancora cosa c’è scritto nell’informativa della Polizia di prevenzione del 9 febbraio da cui sono scaturite le accuse di associazione sovversiva con finalità di terrorismo e favoreggiamento e il sequestro di tutti i miei strumenti di lavoro e comunicazione, oltre che del mio intero archivio digitale nel quale sono raccolti decenni di ricerche, dell’archivio amministrativo di famiglia, dell’intero archivio medico-sanitario di mio figlio Sirio, di quello scolastico del fratello Nilo. Oltretutto emergono falle procedurali notevoli. Dopo aver dato comunicazione pubblica di quanto avvenuto, ho deciso di attendere prima di riprendere la parola. La Costituzione, il Diritto, la norma giuridica, la procedura penale prevedono che quando si apre una procedura penale sia chi muove le accuse a dover giustificare i propri atti, documentandoli se ne è in grado. Non sta a me fornire delle spiegazioni, tanto meno in una materia come la ricerca storiografica che è libera.

Paolo Persichetti e il complottismo eterno delle procure

L’ex membro dell’ Unione dei Comunisti Combattenti è indagato per il suo lavoro di ricercatore storico sul caso Moro avrebbe divulgato documenti “riservati” che tutti conoscevano

Daniele Zaccaria Il Dubbio 17 giugno 2021

Che il complottismo demenziale animi lo spirito dei tempi non stupisce più di tanto, alimentato e moltiplicato dalla rete, incubatrice di paranoiche visioni e leggende metropolitane, esso offre rifugio e conforto alle frustrazioni di tutti noi fornendo risposte pronte a qualsiasi quesito.Cedere alle lusinghe intellettuali delle sirene cospirazioniste è una tendenza molto umana, incarnata dal cosiddetto “popolo del web”, autore collettivo delle più strampalate teorie su congiure, misteri e diaboliche macchinazioni.
Una letteratura “dal basso” che come un telefono senza fili passa di bocca in bocca. Fa però molta più impressione quando il complotto viene agitato e avallato dalle autorità; personaggi politici, ufficiali di polizia, e immaginifici procuratori della repubblica. Ci sono in tal senso pagine della nostra storia costantemente annebbiate dal morboso retropensiero complottista, con la sua fanatica ricerca della “verità”, sempre e immancabilmente diversa da quella ufficiale. Una di queste riguarda la “controstoria” del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro nutrita dalle lisergiche pubblicazioni dell’ex senatore Sergio Flamigni (già membro della Commissione parlamentare d’inchiesta) che da decenni insegue le ipotesi più pittoresche su quella tragedia, evocando trame oscure, intelligence deviate e connivenze politiche nel tentativo di far passare le Brigate Rosse come una succursale dei servizi segreti. Suggestioni che non hanno mai avuto lo straccio di un riscontro nella realtà, ispirando per lo più la schiera dei dietrologi in servizio permanente e filmacci come l’ineffabile Piazza delle cinque lune del sovranista Rrenzo Martinelli, ma evidentemente hanno estimatori anche nel variegato mondo delle toghe. Quel che è accaduto a Paolo Persichetti, ex membro delle Br-Ucc (ha scontato una condanna di 22 anni di reclusione per concorso morale dell’omicidio del generale Licio Giorgieri). Oggi uomo libero e ricercatore storico, è un caso emblematico di questo inesauribile filone. Almeno dieci agenti della Digos della Polizia postale gli sono piombati in casa di prima mattina e, per un’intera giornata, hanno rovistato tra i suoi archivi, sequestrando computer, telefono, tablet, hard disk, pendrive, fotocamere, quaderni, appunti e le bozze di un saggio che avrebbe dovuto essere pubblicato nei prossimi mesi. Si sono portati via persino i certificati e referti medici che appartengono al figlio disabile.
Persichetti, che sul caso Moro ha pubblicato diversi libri spesso polemici con le sommarie supposizioni della Commissione d’inchiesta, è ufficialmente indagato per un reato gravissimo: associazione sovversiva finalizzata al terrorismo e favoreggiamento. E per aver diffuso documenti “riservati” «acquisiti e/o elaborati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro», come recita l’ordinanza del sostituto Eugenio Albamonte. Secondo la procura di Roma farebbe parte di un’organizzazione attiva dal 2015 volta a realizzare un indefinito disegno terrorista di cui «non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete», scrive lo stesso Persichetti in un intervento sul suo sito web Insorgenze, in cui racconta la surreale violenza con cui gli hanno portato via anni di ricerca storica, l’irruzione, brutale nella sua vita privata. «Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi», continua Persichetti, tuonando contro la doppiezza e la malafede dei suoi accusatori.
Perché lo scopo dell’indagine non è certo smantellare un’organizzazione criminale che non c’è, quello è soltanto un artificio giuridico per far scattare l’articolo 270 bis del codice penale sull’associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. Uno strumento “speciale” che autorizza l’impiego di metodi di indagine invasivi figli della legislazione di emergenza che limitano il diritto alla difesa e le tutele degli indagati. L’obiettivo della procura è chiaramente il lavoro storico di Persichetti, tutto incentrato nella minuziosa ricerca sul periodo degli anni 70, anche per contrastare e le sue eterne fake news che regolarmente aleggiano attorno alla vicenda Moro (dal covo di via Gradoli che sarebbe appartenuto al Sisde, alla grottesca circostanza della “scopa nella vasca da bagno” al ruolo ambiguo di Mario Moretti). Ma c’è chi non si rassegna, forse per narcisismo intellettuale, forse per sincere manie di protagonismo e continua a rovistare nel pozzo senza fondo del complottismo. Sempre la procura di Roma, in un’inchiesta parallela, ha fatto prelevare lo scorso marzo un campione di Dna ad una decina di persone tra cui l’ex br Giovanni Senzani e Paolo Baschieri per confrontare il codice genetico con quello presente sui mozziconi di sigarette trovati in una delle auto utilizzate il 16 marzo del 1978 per sequestrare il presidente della Dc.

Ora la magistratura vuole orientare anche la ricerca storica

Piero Sansonetti, Il Riformista 16 Giugno 2021

C’è un signore che studia il caso Moro. Cioè il rapimento, la strage, la fuga, il sequestro. Si chiama Paolo Persichetti. Tra l’altro è l’autore di un libro molto interessante e informatissimo sulla storia delle Brigate Rosse. Paolo è un ex militante delle Brigate rosse. Fu condannato a una lunga pena detentiva, estradato dalla Francia con uno stratagemma e messo in prigione. È uscito dalla detenzione pochi anni fa, dopo aver scontato l’intera condanna. E ha ripreso la sua attività di giornalista e studioso di storia. Ha ricostruito la sua vita, è padre di due bambini piccoli. Io lo conosco bene, ho anche lavorato con lui, e vi giuro che è una persona serissima, affidabile, onesta, impegnata nello studio e nelle sue battaglie ideali. Di gran livello professionale.
L’altro giorno è arrivata la polizia a casa sua. Ha messo a soqquadro il suo appartamento sulla base di un ordine di perquisizione. Gli ha sequestrato tutti i computer, i cellulari, gli apparati elettronici. Pure tutta la documentazione medica che riguarda il suo figlioletto. E poi lo ha informato che lui è indagato. Per cosa? Sarebbe in possesso di materiale sul sequestro Moro che invece dovrebbe essere secretato. Non si sa esattamente quale. Probabilmente carte che vengono dalla commissione parlamentare che indaga sul delitto Moro avvenuto quarantatrè anni fa. Le accuse contro Persichetti sono devastanti: associazione sovversiva a fini di terrorismo e favoreggiamento. Gli avvocati di Persichetti sanno pochissimo del merito delle accuse. Si sa soltanto che secondo i magistrati il reato sarebbe iniziato nel 2015. Sei anni fa.
In questi sei anni si suppone che questa associazione sovversiva si sia limitata a immaginare azioni clamorose. Senza compierle. Probabilmente si tratta di una associazione sovversiva molto pigra e cauta. Il favoreggiamento nei confronti di chi? Forse di latitanti, intervistati da Persichetti per le sue ricerche storiche. Al momento, tra tutte le persone condannate per il sequestro Moro, solo due sono tecnicamente latitanti. Uno è Alvaro Lojacono e l’altro è Alessio Casimirri. Lojacono è un cittadino svizzero di 67 anni, che in Svizzera ha scontato per intero la pena che gli è stata inflitta dal tribunale svizzero, e ora è pienamente libero. Alessio Casimirri è un anziano cittadino nicaraguense, 70 anni, anche lui perfettamente libero e senza pendenze con la legge del suo paese. Nessuno dei due vive nascosto. Non ne hanno motivo. In cosa poteva consistere il favoreggiamento?
Il magistrato che ha deciso perquisizione e indagine su Persichetti è un nome molto noto. Eugenio Albamonte. Particolarmente impegnato, da sempre, nell’attività politica delle correnti della magistratura. È stato il successore di Davigo alla guida dell’Anm e ora è il segretario di Area, cioè della corrente di sinistra, molto forte a Roma. Albamonte è noto per varie vicende, tra le altre il sequestro Shalabayeva (la signora kazaka catturata e rispedita in patria dalle autorità italiane, insieme alla sua figlioletta, in modo spericolato e rischioso per loro) nel quale furono pesantemente coinvolti due alti dirigenti della polizia, condannati a più di cinque anni di prigione per sequestro di persona.
Albamonte, che pure aveva autorizzato il rimpatrio forzato (eseguito poi dalla polizia), non fu mai indiziato. Albamonte evidentemente ha aperto una nuova indagine sul sequestro Moro, e cioè su un episodio avvenuto quando lui aveva 11 anni e frequentava la prima media. I motivi di questa indagine non si conoscono. Si può facilmente intuire che l’attività della Procura, talvolta, è abbastanza casuale. Forse esistono situazioni più gravi di quella creata da uno studioso che sta raccogliendo materiale per i suoi studi. Più urgenti. Giustamente, spesso, i magistrati si lamentano della scarsità dei mezzi e del personale a disposizione. Come si fa a dargli torto? Certo, poi, se scopri che uno dei più importanti magistrati italiani è impegnato a indagare sulle ricerche storiche di uno studioso, ti viene il dubbio che invece la procura non sia oberata di lavoro. Magari nei prossimi giorni qualcuno aprirà un’indagine sul caso Montesi, la ragazza uccisa a Torvaianica nel ‘53, o sulle probabili complicità che il Gobbo del Quarticciolo ebbe tra gli abitanti della zona e forse anche nella locale sezione del Pci, alla fine degli anni Quaranta. Poi c’è sempre la vecchia mai risolta questione del caso Girolimoni: siamo sicurissimi che fosse proprio innocente?
Forse l’aspetto più inquietante dell’indagine contro Paolo Persichetti è un’altra. Il rischio che passi l’idea che la magistratura, oltre a decidere quali siano le scelte giuste della politica, e a selezionare le liste elettorali, o dei ministri, stabilisca che tra i suoi doveri c’è anche quello di filtrare e orientare la ricerca storica. Se per esempio qualcuno si mette in mente di criticare, o di smontare, sulla base dei documenti, il lavoro della commissione Moro, è bene avviare su di lui una indagine immaginando la possibilità che contesti questo lavoro per organizzare un’associazione terroristica. Non so se questa circostanza solleverà qualche protesta o indignazione tra gli intellettuali. Temo di no.
Mi pare che anche gli intellettuali, negli ultimi anni, siano finiti nei girotondi e alla corte delle Procure. Certo quando avvengono cose di questo genere capisci che ormai gran parte della magistratura è del tutto fuori controllo, e che la nostalgia per il minculpop, da parte sua, è sempre più forte. Non sapete cos’è il minculpop? Date un’occhiata a Wikipedia.




Lo storico Marco Clementi, «Il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti è un attacco al suo lavoro di ricerca sugli anni 70»

Quando il terremoto distrusse Amatrice e gli altri comuni vicini ero lì con la mia famiglia. Paolo Persichetti e la sua erano partiti da qualche giorno e quella mattina avremmo dovuto incontrarci in Umbria. Stavamo lavorando a un libro sul caso Moro e più in generale sugli anni della lotta armata in Italia assieme alla prof.ssa Elisa Santalena, che vive in Francia, e anche durante il periodo estivo ci si incontrava per consultarci. Paolo aveva fatto un lavoro egregio in Archivio di Stato, a Roma, quartiere Eur, dove era stata depositata una mole enorme di documentazione proveniente dalla PS, dai carabinieri, dai servizi (direttive Prodi e Renzi), passando intere settimane a leggere, ordinare e creare un suo inventario di carte che era il primo studioso in Italia a vedere.
Il mio archivio, che contiene documenti provenienti un po’ da tutto il mondo e in molte lingue straniere, si trovava a Capricchia, la frazione di Amatrice da dove è originario mio padre, mentre mia nonna era di Accumoli, tanto per non farci mancare nulla quella notte. Saputo della tragedia, Paolo corse con un amico. La casa, che avevamo ristrutturato da pochi anni, aveva tenuto. Entrammo e con calma, nei giorni successivi, nei momenti in cui non dovevamo provvedere all’ennesima emergenza, mettemmo in salvo l’archivio e circa mille libri, che avevo portato per aprire una biblioteca in paese. Pensavo, all’epoca, che la comunità dove ero nato meritasse un luogo di cultura, sebbene fossero rimasti in pochi a vivere stabilmente tra i Monti della Laga. E lo pensava anche Paolo, per quella che è ormai diventata la sua comunità di adozione.
Di adozione sua e della sua famiglia, con il piccolo Sirio, un bambino che adesso tutti conoscono come il “capo” dei Tetrabondi, un bambino con una forza e di una intelligenza rare, che sta superando ogni difficoltà che la vita gli ha posto di fronte fin dal ventesimo giorno dalla nascita grazie alle sue qualità e al lavoro instancabile dei suoi genitori.
Il dott. Persichetti è un grande papà. Poco mi importa che sia un docente mancato in Francia a causa della sua estradizione e che abbia passato anni in carcere. Resta tra i migliori ricercatori che abbia mai incontrato in quella che, purtroppo, può oramai definirsi una lunga carriera. Chi mi conosce lo sa: ne stimo pochi, con ancora meno parlo. Paolo Persichetti è un uomo colto, acuto, meticoloso (molto più di me), capace di ragionare da storico, politologo e sociologo (molto meglio di me), instancabile lettore di lavori altrui, con una straordinaria capacità di giudizio critico e in grado di tornare sui propri errori. Il suo italiano, poi, è tra i migliori sulla piazza storica. È un cercatore di risposte a domande storicamente fondate e sarebbe in grado di tenere un ottimo corso sugli anni Sessanta e Settanta in qualunque università del mondo.
Qualcuno ha parlato, per la perquisizione della sua casa avvenuta l’8 giugno 2021, di attacco alla ricerca storica. Mica gli storici ufficiali, quelli delle organizzazioni scientifiche e dell’accademia. Quelle e quelli credo non diranno una parola in merito. Li conosco e non mi faccio illusioni. Paolo non è considerato un pari. Tra l’altro la ricerca storica non è una persona. Anzi, non so bene proprio di cosa si tratti. Non so cosa sia la storia, non so cosa sia il passato, il presente, un fatto, un avvenimento. Provate a chiederlo a decine di storiche e di storici. Ognuno darà una risposta differente, spesso vaga, a volte incomprensibile. La questione, allora, riguarda le ricerche proprio del dott. Persichetti. Le sue ricerche, non quelle di chiunque altro. Quelle di uno dei migliori, se non il migliore, studioso del caso Moro. In grado di aprire le contraddizioni e stanare le dietrologie basate sul nulla, di mettere in fila le deduzioni che diventano per miracolo “realtà” e di porre infine il quesito dei quesiti in maniera chiara: se si chiede verità ancora oggi, dopo 40 anni, i processi che hanno condannato decine di persone all’ergastolo o a centinaia di anni di carcere, che cosa hanno detto?
Come se la verità fosse un punto fermo in qualche parte del cosmo e servissero solo le chiavi giuste per aprire la porta che la custodisce. Come se la presenza, ingombrante, di storico o storica non fosse determinante nel maneggio personale e soggettivo delle carte. Come se il soffio che regolarmente passiamo sulla polvere del passato, non scoprisse il nulla che oggi resta e non ci chiedesse, a noi che ci assumiamo la responsabilità di raccontare, di dire esclusivamente la nostra. La verità storica non esiste. Esistono gli uomini e le donne e le loro opere. Paolo è uno di loro. Nelle sue carte e nei computer gli inquirenti troveranno risposte storiografiche solide, ben strutturate, chiare. Troveranno il riflesso di quello che ho potuto osservare in tutti gli anni nei quali abbiamo lavorato insieme e anche se da tempo ho scelto di non occuparmi più di di lotta armata in maniera professionale, ci consultiamo, leggo ancora parte delle cose che scrive, continuo a essere una presenza nella sua vita di studioso, oltre che in quella privata. Credo di aver imparato da lui, come lui ha imparato da me. Ma è arrivato il momento che il dott. Persichetti sia riconosciuto non come un ex, ma per quello che è: un ottimo storico, il migliore sul caso Moro e la storia delle Br. Per distacco.

Esilio e castigo (uno), rubrica contro le estradizioni

Parigi 1992

La retata degli esuli dei giorni scorsi e il grande battage mediatico che l’ha seguita mi ha riportato in mente numerosi episodi della mia esperienza personale indissolubilmente legata agli undici anni vissuti a Parigi come rifugiato. Conosco personalmente sette delle dieci persone per cui è stata richiesta l’estradizione, tanti momenti ho condiviso con loro. Capirete quanto voglia loro bene, quanto sia legato alla loro sorte. Questa vicenda mi ha riportato alla mente diversi episodi. Oggi ve ne racconto uno legato agli anni di carcere seguiti alla consegna straordinaria alle autorità italiane dell’agosto 2002.
Quando maturò il tempo dell’accesso ai primi permessi che ovviamente non ottenni, il magistrato di sorveglianza del carcere di Viterbo per prima cosa chiese informazioni a varie questure d’Italia per sapere cosa avessi fatto negli anni, per lei oscuri, di «sottrazione alla pena» – come li definiva.
Ovviamente avevo spiegato agli operatori del trattamento, quelli che secondo quanto recita l’ordinamento portano a termine «l’osservazione scientifica della personalità» (non ridete e non vi impressionate), quello che era stata la mia vita in Francia. L’avvocato aveva raccolto anche la documentazione sugli anni di lavoro in una scuola di formazione continua, dove facevo alfabetizzazione della lingua italiana, l’unico permesso di soggiorno ottenuto, valido un solo anno e il percorso universitario fino al dottorato e al posto di ricercatore e insegnamento raggiunto nel 2001 a Paris 8.
Il magistrato tuttavia non era persuaso, non ci credeva, era molo diffidente. Non era possibile che non avessi commesso reati, che so, fatto rapine, sequestri, traffici o altri illeciti per vivere. Così pensò di chiedere alle questure di mezza Italia informazioni sulla mia persona. Domandò a quella di Torino, dove avevo sostato poche ore quando venni ricondotto in Italia. A Torino c’ero stato ventenne, qualche giorno a trovare una ragazza con cui avevo avuto una breve storia. Poi Bologna, perché in Italia ero stato riportato proprio per iniziativa di quella procura che mi voleva implicato nella vicenda Biagi. Anche lì c’ero stato a sedici anni grazie ad una vacanza di scuola. Niente, nessuna di queste questure aveva notizie sulla mia persona. Vuoto assoluto. Il giudice si innervosì molto, ma come? Allora chiese tramite Interpol informazioni alla polizia francese. Uscì fuori solo la notizia che avevo partecipato ad una iniziativa pubblica nella quale veniva presentato un libro scritto insieme a Oreste Scalzone e niente più. Il giudice non si capacitava proprio. Com’è possibile che non risultino informazioni. Chiese ancora e l’Interpol non rispose più. L’attesa inutile di una risposta che non poteva venire fu un ottimo espediente per bloccare l’iter del permesso e ritardare la risposta, che alla fine dopo un paio di anni fu – come era scontato – negativa.
Per quel magistrato l’assenza di rilievi della polizia sulla mia persona non era una informazione rassicurante ma l’esatto contrario. Si trattava ai suoi occhi di una prova della mia clandestinità, di una esistenza celata, di chissà quali rapporti e contati oscuri che andavano disvelati. Dovevo parlare, dovevo raccontare, dovevo chiarire il mistero che circondava la latitanza. Nella sua testa si agitavano fantasmi.

La verità di Sante Notarnicola

Le spine di Sante – Ostuni 2020

di Paolo Persichetti

Quattro anni fa, qualche tempo dopo l’uscita del primo volume sulla storia delle Brigate rosse (Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi marzo 2017), scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena, ho ricevuto una telefonata di Sante Notarnicola. Nel volume, dove un intero capitolo curato da Elisa si occupava della realtà carceraria (la grande stagione delle lotte dei detenuti, le commissioni interne, le proteste sui tetti, la dura repressione alle Murate e ad Alessandria, la riforma subito bloccata, la parabola dei Nap, la differenziazione, lo stato d’eccezione carcerario e le carceri speciali), inevitabilmente il nome di Sante, protagonista decisivo di quella stagione, tornava più volte. Raccontavamo anche lo scambio epistolare che ebbe con Primo Levi, riportando in particolare il passaggio in cui lo scrittore motivava il suo disaccordo sull’uso del termine «lager» (in una lettera del 5 settembre 1979), ampiamente in uso in quegli anni nel linguaggio e nelle pubblicazioni del movimento dei prigionieri e delle organizzazioni comuniste combattenti quando descrivevano le terribili condizioni di vita e il sistema detentivo messo in piedi nelle carceri speciali di massima sicurezza. Ad avviso di Primo Levi quel termine non era estensibile a realtà diverse da quelle esistenti nei campi nazisti, come Auschwitz. L’obiezione di Levi forte della sua sensibilità di reduce dell’olocausto sovrapponeva la realtà dei campi di sterminio ai campi di concentramento, un modello di internamento totale precedente l’esperienza del nazismo. Il grande scrittore successivamente si soffermava sull’opera poetica che Notarnicola aveva realizzato in carcere: «le tue poesie – scriveva – (alcune, come sai, le conoscevo già) sono belle, quasi tutte: alcune bellissime, altre strazianti. Mi sembra che, nel loro insieme, costituiscano una specie di teorema, e ne siano anzi la dimostrazione: cioè, che è poeta solo chi ha sofferto o soffre, che perciò la poesia costa cara» (p. 132).
Sante aveva chiamato per raccontarmi un fatto che lo aveva amareggiato molto. Il professor Agostino Giovagnoli, in un passo del volume dedicato al rapimento Moro, Il caso Moro, una tragedia repubblicana, aveva realizzato un falso storico nei suoi confronti. Nel raccontare le reazioni suscitate dal comunicato numero otto della Brigate rosse, nel quale in cambio della liberazione di Aldo Moro si chiedeva la scarcerazione di tredici prigionieri politici tra i quali figurava in testa alla lista il nome di Notarnicola, aveva scritto: «Sante Notarnicola si dissociò subito dalla richiesta brigatista», (p. 202). Non era affatto vero, per altro l’articolo di Giuliano Zincone, riportato in nota dal professore, non confermava affatto la circostanza mentre molti quotidiani di quei giorni, tra cui lo stesso Corriere della sera, avevano correttamente riportato la posizione di Notarnicola. Sante aveva cercato in ogni modo di raggiungere Giovagnoli per spiegargli l’errore e ottenere la correzione, ma non aveva mai ottenuto risposta. Mi raccontò i fatti e mi chiese di tornare su quell’episodio appena possibile, magari in una nuova edizione del libro, chiarendo come erano andate veramente le cose in quelle ore concitate nel supercarcere di Nuoro, dove era rinchiuso.

Oggi, che ci ha lasciato, voglio saldare la promessa che gli feci.
Dopo la diffusione del comunicato brigatista, il 30 aprile 1978, fu chiamato dal Direttore del carcere, che – circostanza davvero incredibile – lo lasciò solo nel suo ufficio davanti ad un telefono, «prendi tutto il tempo che vuoi e telefona a chi vuoi, se necessario», gli disse chiudendosi la porta alle spalle. Erano arrivati ordini ben precisi dai piani alti del ministero dove qualcuno sperava in questo modo di ottenere una presa di distanza, molto potente sul piano simbolico, da parte di Notarnicola.
All’altro capo del filo Sante riconobbe la voce di Valentino Parlato del manifesto che tentò in tutti i modi di convincerlo a prendere le distanze da quella richiesta di scambio, confidando sul lungo rapporto di stima e collaborazione costruito negli anni delle lotte carcerarie. La pressione fu notevole, e per Sante suonò come un ricatto dei sentimenti che ancora sembrava gli pesasse, ma disse no. La stessa cosa, raccontano le cronache dei quotidiani, avvenne poco dopo con Paolo Brogi, che chiamava per conto del quotidiano Lotta continua, giornale che più di ogni altro aveva dato voce alla stagione delle lotte e rivolte contro le condizioni di vita nelle carceri. Attraverso l’avvocato Giannino Guiso, il giorno successivo Notarnicola diffuse una breve dichiarazione che metteva fine ad ogni tentativo di separare i prigionieri dalla richiesta di liberazione avanzata dalle Brigate rosse: «L’unica soluzione è lo scambio, anche perché questo Stato l’unica riforma carceraria che sa fare è quella delle carceri speciali e l’unico modo per liberare i compagni prigionieri è quello portato avanti dalle Brigate rosse»1.

Chiudo queste righe con un altro racconto di Sante: l’arrivo di Franca Salerno a  Badu ’e Carros, il carcere speciale di Nuoro. Raccolsi la sua testimonianza per Liberazione alla morte di Franca, storica militante dei Nap. Sante parlava come un libro stampato, era una grande narratore di storie, ancora sento i brividi:
«Franca arrivò col suo bambino di pochi giorni. Occupava una sezione isolata, la vedevamo e la sentivamo. Ci fu subito la corsa a prendere le celle che davano sul suo lato. La sera si spegnevano tutte le televisioni e sul carcere calava un silenzio surreale. Cominciava così il dialogo. Anche se ero uno dei pochi compagni, e quindi avevo con lei un rapporto privilegiato, Franca era ben attenta a non trascurare nessuno. Il piccino fu subito adottato da tutta la comunità carceraria e così i pacchi di cibo che arrivavano dalle famiglie venivano mandati a lei. Una mattina, fatto insolito, mi urlò dalla cella. Improvvisamente il carcere si ammutolì. Il bambino stava male e le guardie non facevano niente. Franca mi chiese di chiamare il capo delle guardie. Quel silenzio totale risuonò per loro come una minaccia. Il maresciallo arrivò di corsa chiedendoci di restare tranquilli che il medico sarebbe arrivato entro 5 minuti. Una macchina era stata spedita a prenderlo. “Avete rischiato molto – gli dissi -, siete feroci ma non potete immaginare quanto potremmo diventarlo noi per una cosa del genere”». Sante si ferma, è commosso. «Quanta forza venne dai Nap, organizzazione fatta di studenti e detenuti. Di fronte allo sfacelo che c’è oggi nelle carceri, a Franca vorrei dire “avevate ragione voi”».

Ciao Sante!

  1. Corriere della sera, 1 maggio 1978; Tutto quotidiano, 1 maggio 1978.

Rossana Rossanda, «Perché non sono più garantista»

Rossana Rossanda se n’è andata dal secolo che non le apparteneva. Ragazza del Novecento, come lei stessa si era definita. Lo ha fatto in punta di piedi, senza disturbare ma anche senza voler esser disturbata dal brusio inutile che il nuovo millennio diffonde. E’ stata ricordata in una piazza di Roma da anziani esponenti del partito che l’aveva cacciata. Immagine orwelliana di nuovo millennio dove la reinvenzione del passato è divenuto il miglior modo per ipotecare il futuro. Ricordi anestetizzati hanno cercato di addolcire le parti più aspre e oggi indicibili del suo pensiero, di quel che scrisse e volle capire. Il percorso di conoscenza su quel che accadde in Italia negli anni 70, per esempio, e che fu per lei  lungo e accidentato. Mosso da un iniziale pregiudizio, anche arcigno, costellato da errori ma sempre animato da una sincera spinta a comprendere e non aver paura della realtà. Di lei conservo un ricordo personale. Nel settembre del 1991 mi ricevette nel suo ufficio al manifesto. Conoscevo da un po’ di tempo quella redazione che avevo cominciato a frequentare all’uscita dal carcere, nel dicembre del 1989. Rossana sapeva già di cosa dovevamo parlare: mi ricevette con fare circospetto, fece uscire tutti dall’ufficio, staccò il telefono e chiuse a chiave la porta, poi si avvicinò con la sedia. L’estate delle picconate cossighiane si era conclusa, la proposta di grazia per Renato Curcio con il corollario di una soluzione di tipo amnistiale per i reati politici degli anni 70 era sfumata. A settembre, il governo Andreotti col sostegno del Pci aveva messo definitivamente la pietra tombale su ogni apertura. Non c’erano più margini politici per restare in Italia, salvo accettare lunghi anni di galera. Ero lì per discuterne con Rossanda. Lei mi appoggiava, anzi sollecitava da «vecchia comunista» la mia partenza. «Mettiti in salvo, poi si vedrà!». Rimanemmo d’accordo che se qualcosa fosse andata male sarebbe intervenuta sulle pagine del suo giornale per difendere la mia scelta e mettere a tacere qualsiasi strumentalizzazione della magistratura. Tutto filò liscio. Arrivai a Parigi dove iniziai la mia nuova vita di rifugiato. Tre anni dopo, quando ero nella prigione parigina della Santé sotto procedura estradizionale e il mio futuro sembrava segnato, ricevetti una sua lettera: mi chiedeva scusa. Aveva provato a sollecitare ambienti della sinistra francese, senza esito. In Italia aveva vinto Berlusconi e vedeva tutto nero

Paolo Persichetti

«Perché non sono più garantista» fu il titolo di un clamoroso articolo scritto da Rossana Rossanda nell’estate del 1979. Un acceso dibattito sul garantismo si svolse sulle pagine del manifesto tra il luglio e l’agosto 1979 a seguito della retata del 7 aprile 1979 contro l’Autonomia e più in generale la differenziata area politica proveniente dall’ex Potere Operaio. Una operazione giudiziaria che rappresentava un salto di qualità nella risposta repressiva dello Stato, con l’impiego per la prima volta su larga scala delle nuove norme previste dalla legislazione speciale, il ricorso a prove logiche e teoremi accusatori, e l’irruzione sulla scena di un forte protagonismo giudiziario, apertamente combattente, investito di un dichiarato potere di supplenza politica contro la sovversione. In alcuni ambienti assai ristretti della sinistra non emergenzialista e in alcuni settori “democratici”, piuttosto circoscritti, sensibili al problema delle garanzie e delle tutele previste in uno Stato di diritto, e non ancora assuefatti o velocemente logorati dall’emergenza, vennero sollevate critiche e una prima timida riflessione si aprì sulle forme di risposta da fornire all’offensiva giudiziaria.
Una discussione che partì fin dai suoi inizi col piede sbagliato. Rossana Rossanda fu una delle protagoniste di quel confronto: dopo una tavola rotonda tra diversi magistrati e giuristi (Misiani, Saraceni, Rodotà e Ferrajoli, il manifesto del 15 luglio 1979), scrisse un corsivo intitolato «Perché non sono più garantista» il manifesto 17 luglio 1979, polemizzando contro i termini di un «neogarantismo» che esulava dai confini del garantismo classico. Riproponendo uno degli atteggiamenti tradizionali della cultura sostanzialista più qualificata del movimento operaio, quella che poggiava su un uso strumentale del formalismo giuridico borghese, lì dove preservava alcune garanzie di libertà personale e di tutela nel processo penale, la Rossanda criticava gli eccessi di un radicalismo garantista (da lei definito «garantismo politico») che rischiavano di ricondurre, a suo avviso, unicamente su un terreno – non certo neutro e che occulta le differenze reali – quale quello dell’egualitarismo astratto del formalismo borghese, per finire col confondere la democrazia con lo Stato di diritto.
La diffidenza rispetto a un utilizzo radicalmente estremo della tematica delle garanzie, sospettata di eccessive influenze e ambiguità con la cultura giuridica borghese, venne criticata da Oreste Scalzone con un intervento scritto dal carcere di Rebibbia, dove era rinchiuso, qualche tempo dopo e che potete leggere qui: Cara Rossanda sbagli, serve una radicale critica neogarantista

Dal manifesto del 17 luglio 1979, Rossana Rossanda:
«Credevo di essere una garantista di ferro. La tavola rotonda apparsa domenica sul manifesto mi ha fatto cambiare idea. “Garantismo», mi ero detta, è semplicemente coscienza che allo stato attuale dei rapporti istituzionali e del diritto, siamo costretti – pena abusi maggiori in una democrazia già largamente imperfetta – a valerci di norme classiche del diritto borghese e della sua tendenziale riduzione alla sfera dell’inviolabilità di alcune prerogative dell’individuo. Sapendo, senza illusione alcuna, che di diritto borghese e di difesa del livello individuale si tratta.
Ero garantista lo stesso. Giacché non conosco altro diritto che borghese; il quale peraltro lascia non solo “aperto”, ma irrisolto, anzi tende e rendere irrisolvibile ogni forma di “società regolata” che pretenda ad esempio sconvolgere le basi della proprietà (dalla terra alle case sfitte). Non solo ma, per sua natura, esso frena una vera “critica del diritto”, attraverso la quale non solo magistrati e filosofi ma anche le masse pongano mano all’embrione di nuove fonti, non abusive e di pochi, di legittimità […]
Ero garantista sapendo tutto questo. E altresì che, oltre ad essere borghese, il garantismo è quell’aspetto specifico della norma che difende l’individuo non solo dallo “Stato” ma in qualche misura da “tutta la società”, in quanto il suo movimento leda alcune sue storicamente acquisite – ma non per questo eterne né pregevoli – libertà. Esso protegge infatti i diritti attuali largamente ineguali. E quindi meno l’individuo debole e isolato, che quello forte e organizzato: essi sono in grado assai diverso da coprirsi con quelle prove che il garantismo esige. Questo una volta lo imparavamo tutti con l’abbici del marxismo […] Il prezzo che paghiamo al garantismo è l’inafferrabilità del mafioso, l’impossibilità di inchiodare giuridicamente il mandante di Portella della Ginestra o quella di sciogliere il MSI. E quindi anche di colpire qualche appena strutturata organizzazione terroristica, quando questa sceglie la clandestinità (non tutto il terrorismo la sceglie, come in Italia) […]
Ma non nascondendomi a quale prezzo. Sapendo e dicendo che, più garantisti si è, più si deve avvertire e dichiarare il limite pauroso del diritto borghese come strumento reale d’una democrazia politica, per non parlare d’una società in via di rivoluzionamento. Sapendo, per dirla con Brecht, come la legge sia “ingiusta”, perché applicata a soggetti inuguali; e quindi usandola col senso acuto del suo possibile uso ambiguo […] C’è una responsabilità politica – e non solo ideologica ma fattuale, in quanto l’ideologia modelli dei comportamenti e li induca – che sfugge al diritto; il quale quindi becca, quando becca, il picchiatore fascista di liceo e assolve Pino Rauti, o cattura, se cattura, quella che si chiama la manovalanza delle BR ma non inchioderà mai, salvo delazioni o casi straordinari di “fortuna” inquisitoria, i capi. E naturalmente e giustamente libera di responsabilità qualsiasi idea e scritto, che non si trovi direttamente vincolato al fatto commesso. Chi non vede allora la distanza fra “garantismo” e un’idea della giustizia non derivata dal diritto formale, dunque inuguale? Così, “la democrazia si difende con la democrazia” non è la stessa cosa di “la democrazia si difende con le istituzioni del formalismo borghese”? […]
Io, dunque, garantista sul terreno processuale, non lo sono su quello politico […] del garantismo denuncio il limite formale dunque ingiusto, l’incapacità politica, la povertà. E vedo l’uso che il terrorismo ne fa, o coloro che terroristi non sono, ma considerano il terrorismo un’insorgenza di sinistra, da difendere o da attaccare come pure errore tattico, forma di rivoluzione imperfetta. In verità, la cultura garantista ci copre scarsamente sia dalle deviazioni autoritarie, sia dalle conseguenze del terrorismo. Giacché se questo prevalesse – quello centralizzato, cui, non si capisce in base a quali elementi crede Gallucci(1), o quello decentrato cui, non so in base a quali argomenti, crede Misiani – o anche solo esplodesse in quella forma di guerra civile che Calogero(2), lui solo, già vede in atto, mentre  alcuni leaders o testi dell’autonomia vagheggiano come forma “aurorale” della loro rivoluzione, sarebbe spazzata via ogni garanzia dallo scontro tra apparati prima, o dal gruppo che finirebbe col prevalere poi, il quale sicuramente chiuderebbe ogni forma di mediazione istituzionale. Ne risulterebbe infatti, fosse la destra a vincere o fossero le BR o il “partito armato”, una forma burocratica e coatta di Stato; il solo che possa produrre sia una reazione classica sia una forma militarizzata di “eversione” (questa è la contraddizione di fondo dell’idea di comunismo dell’autonomia) […]
La democrazia, come terreno conflittuale aperto, e il movimento operaio sono dunque messi in pericolo sia da una deviazione autoritaria e illiberale della magistratura, rispetto alla quale il garantismo offre argini modesti, sia dalla teoria e pratica dell’eversione, rispetto alla quale non ne offre alcuno. Quando si fa un discorso politico questo va detto. E non per aggiungere al giuramento per la libertà un giuramento rituale antiterrorista, ma per fare un passo avanti nella definizione delle cause sociali del terrorismo (tutto ha cause sociali, anche il fascismo), e nel giudizio sulla sua valenza politica per il movimento di classe e per la democrazia […]
Allora limitarsi a essere “garantisti puri” significa regredire a prima di Marx, lasciare il campo libero – perché quel diritto non può vederli – ai meccanismi di lotta politica che non garantiscono nessuno, perché prescindono duramente dal diritto, il quale a sua volta se ne lava le mani. Questo “garantismo come teoria” non come tecnica processuale, per formazione culturale e per posizione politica non mi va e non mi basta».

Fonte, Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Odradek 1999, ristampa 2007, pp. 123-136 Appendice 1

Note
1
. Achille Gallucci, giudice istruttore del tribunale di Roma, firmò l’ordinanza di rinvio a giudizio nella quale si configurava, tra gli altri, il reato di«insurrezione armata contro i poteri dello Stato» per gli imputati arrestati nel corso dell’operazione 7 aprile 1979.
2. Pietro calogero, magistrato della procura di Padova protagonista dell’inchiesta 7 aprile diretta contro militanti e dirigenti dell’Autonomia.