Tienanmen 1989, socialismo di mercato contro comunismo

L’uomo e il carrarmato

Oreste Scalzone
l’Altro
5 giugno 2009

Un uomo, solo, camicia bianca su calzoni neri, ripreso di spalle. Dritto, fragile e possente, armato di niente, niente di concreto ma molto di più, come transumano si erige contro una colonna di carrarmati. Non sappiamo chi sia, come la pensi e cosa voglia. Rispetto all’essenziale, questo è relativamente un dettaglio – la scena lo trascende. Un esemplare di specie umana, specie di esseri parlanti e perciostesso “pericolosa”. Nel fondo del fondo comune, di specie, potremmo dire paroletari. Un uomo, astratto-eguale e al contempo singolare, unico, è il segno forte di chissà quante migliaia. Uno, tiennamen1centomila, nessuno. Lui può essere tutto, e tutt’altro. Questo, nella nostra percezione indélébile, viene dopo, specificazione ulteriore. Un carrarmato è cosa complicatissima. Si può adattare ad esso la definizione marxiana della merce, plesso di relazioni invisibili eppur materialmente costituenti il suo ontos. Carrarmato ha un fondo eguale ad altro, ogni altro carrarmato, come merce con ogn’altra, in ultima analisi. Implica, traduce, incarna reca in sé – condizione d’esistenza, essere, qualità, natura e funzione – una complessità énorme di relazioni, traduce rapporto sociale, un’intera sistemica. Abbiamo visto che innanzitutto è una merce. Come un flacone di penicillina che può salvare. Cambia il valore d’uso, ma sul piano del Valore, ovverossia valore-di-scambio, questa è la primordiale qualità. In quanto merce, sottende, implica denaro, accumulazione, lavoro, mercato del lavoro (della forza-lavoro), estrazione di plusvalore, profitto. Eppoi, un carrarmato ha altri caratteri essenziali sul piano di altre economie politiche. È mezzo di distruzione, di riproduzione allargata di essa. È dispositivo e funzione dello Stato. Un padrone, uno statista, un colonialista, un monarca, un tiranno, un gerarca, un rappresentante, un “democratòcrate”, sono tutti compatibili con la forma-carrarmato. Un comunista, nel senso etimologico del termine, coniato e/o ripescato all’altezza dei tempi del diluvio rivoluzionario – come diceva Marx – dilagato in Europa attorno al 1848, un comunista, nel senso che questa parola aveva nell’Associazione internazionale dei lavoratori, quella che i suoi becchini avevano poi etichettato come Prima internazionale ; un comunista, nel senso che il termine aveva all’epoca della Comune di Parigi, «la forma finalmente scoperta che mostra come il proletariato non possa che liberarsi da sé » – cioé un comunardo, un comun’autonomo (autonomia e comunanza essendo consustanziali, reciprocamente costitutivi), non potrebbe che essere incompatibile con la forma-carrarmato. La forma-carrarmato è infatti intrinsecamente statale. E comunismo statale è perfetta contraddizione in termini, come comunismo capitalistico, padronale, nazionale, ideologico, governante, governativo, politico, identitario – cioè proprietario –, razzistico, moralista – penale. Comunismo critico è agli antipodi di comunismo cratico. A meno del verificarsi di una situazione per cui un’insurrezione si trovasse ad aver requisito carrarmati per rivolgerli contro le forze armate dell’oppressione, come i cannoni presi dalla Guardia repubblicana all’Armée nei giorni della Comune, i carrarmati, come gli aerei o le portaerei… non possono essere – come non può mai esserlo un Libertador, soggetto individuale o corporazione, casta, gerarchia che pretende autonomizzarti in tuo nome e per tuo conto – un mezzo, una forma, un’arma liberatrice. Se la semantica non fosse stata violentata, se i fatti e le cose, la loro interpretazione, la loro costruzione, non fossero stati distorti da malinteso e concatenamenti di vere e proprie alienazioni, contraffatti, resi mutanti mutageni mostruosi, questo non potrebbe che essere il nòcciolo primordiale, semplice e chiaro. Si discute tanto di mezzi e fini, di violenza, di terrorismo… Non avremo mai abbastanza disprezzo – stavolta sì– per tutti quegli ipocriti o, peggio, sfrontati che mostrano di considerare mostruosa una sassaiola, impensabile ogni rivolta e qualsivoglia spunto di violenza se non come, addirittura, provocazione, frutto di manipolazione, mossa da marionettisti e pupari, ma ritengono più che compatibile comunismo e violenza statale.
Un thank è un thank è un thank… Non può esserci un carrarmato “Compagno”. Se questo accade, se una colonna di carrarmati – contro uno solo o contro una folla di operai scioperanti in tumulto, come a Berlino ’53, come a Budapest ’56, come a Tienanmen nell’’89 – si avanza inalberando la bandiera rossa, lo stesso colore di quella de la Sociale che, accanto a quelle nere degli anarchici – nere come i grembiuli dei tessitori Canuts delle rivolte degli anni ’30 dell’Ottocento alla Croix rousse di Lione – è stata un vessillo degli insorti comunardi, vuol dire che è avvenuta una sorta di catastrofica e mostruosa mutazione di ogni parametro e termine della questione. Che il termine comunismo è stato sottoposto ad una serie di stupri semantici a catena. Se una vertigine identitaria, cioè la peggior forma della patrimonialità, della proprietarietà, fa pensare a tanti rivoltosi, a tanti antagonisti, che il colore e i simboli facciano la differenza e contino più della natura, della natura dei rapporti sociali, inter-umani che fatti e cose rivelano, questo è segno che c’è qualcosa di profondamente insensato e malato sotto tutto questo, che dura da più di un secolo, e che rischia di esser mortale.
Ha scritto su queste colonne Piero Sansonetti che «noi sessantottini avevamo fatto della Cina un’icona, e avevamo visto nel maoismo non un’orrenda variante dello stalinismo e del comunismo di Stato oppressivo, ma al contrario una forma di rinnovamento del cupo socialismo sovietico, un modo per restituire potere al popolo il potere espropriato dalla nomenclatura di partito […] Avevamo visto nel maoismo, e nella Cina, una forma libertaria di comunismo. I carrarmati di Deng hanno sotterrato definitivamente questa speranza».
Vorrei segnalare a Piero, e a chi legge, alcune obiezioni cominciando col dire che il Sessantotto non è certo stato tutto dominato dall’ideologia maoista o da altre varianti consimili di un’idea comunque statalista, post-giacobina e lassalliana più che, certo non solo anarchica, ma anche marxiana. Dovrei ricordare tutta una cartografia dei comunismi “altri”, che non sono piccole élites, ma – per esempio negli anni ‘20 – hanno condotto una durissima guerra su due fronti, due fronti della controrivoluzione, quello statal-padronale diretto, classico, e quello del socialismo reale staliniano, conseguenza estrema di quello che qualcuno ha chiamato il “kautsko-bolscevismo”. Il discorso diverrebbe, qui e ora, lunghissimo. Si può dire piuttosto che i Viet-cong, sì, sono stati un mito sessantottesco largamente condiviso. Ma, chi avrebbe potuto aver una pre-scienza, allora, per capire come sarebbe andata a finire? Non conoscevamo le pagine straordinarie dell’operaio rivoluzionario Ngo Van, Vietnam 1920-45, rivoluzione e contro-rivoluzione sotto la dominazione coloniale. Mi limito dunque a dire che, per tanti come me, il comunismo come non ha una data e luogo di nascita per questo non può avere un certificato di morte. Comunismo non è un’invenzione, o un regime da instaurare. Come istanza, come figura della potenza nel senso spinoziano, cioè dell’etica, esso è sempre vissuto nelle pieghe del reale, venendo a tratti allo scoperto. Vale quello che vale per la facoltà della parola, l’amore, la rivolta. Forse che possono avere una territorializzazione, una forma di Stato, un luogo e certificazione di nascita e dunque di morte? Quello che è morto (e voglio dire: sempre troppo tardi!) è una radicale contraffazione – derivante da malinteso, da omologia – del comunismo come movimento, movimento della critica radicale, teorico/pratica. Nel mio piccolo, vorrei ricordare il poster che nell’89 – dopo la caduta del Muro e prima di Tienanmen – chiedemmo a Mario Schifano di illustrare (e lo fece, con una bellissima faccia di Marx che era confusa con la cartografia di un globo terracqueo). Lo slogan stampigliato sopra era: Marx 1989, finalmente libero! Certo che la previsione era sognante e quella riapertura che ci sembrava di intravedere e speravamo non si è prodotta. Ma come arrivare a dire che la partita sia chiusa? Non è forse idea da “fine della Storia” alla Fukujama? Il comunismo non l’ha inventato nessuno, è una virtualità, che c’è, come la potenza di vita. Non è un articolo di fede, una giaculatoria. Ma, forse, il comunismo potrà riemergere solo quando, e se, il suo “doppio” mostruosamente contraffatto avrà finito di esser dimenticato per sempre.

Link
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2 thoughts on “Tienanmen 1989, socialismo di mercato contro comunismo

  1. “Socialismo di mercato”

    Chi confonde il mercato con il capitalismo nega l’esistenza del super capitale come potenza planetaria – diceva Karel Kosík.

    “noi sessantottini avevamo fatto della Cina un’icona, e avevamo visto nel maoismo non un’orrenda variante dello stalinismo e del comunismo di Stato oppressivo, ma al contrario una forma di rinnovamento del cupo socialismo sovietico, un modo per restituire potere al popolo il potere espropriato dalla nomenclatura di partito […] Avevamo visto nel maoismo, e nella Cina, una forma libertaria di comunismo. I carrarmati di Deng hanno sotterrato definitivamente questa speranza.”

    La Cina ha sempre “respirato” coinvolgendo entrambi i polmoni, i contadini ed i mercanti, con la classe contadina in posizione decisiva, e fino ad oggi ha avuto un ritmo di respiro storico di tipo ciclico…
    E ricordo tra l’altro che l’esistenza militare del “campo socialista” ha favorito le lotte di liberazione coloniale in Cina (sarebbe insensato credere che le abbia tradite, come disse la scolastica trotzkista).

    Per quanto riguarda il “maoismo”, esiste tutt’ora, costituendo una dottrina teorica relativamente organica e coerente, oggi dichiaratamente respinta dalle autorità comuniste cinesi, e che io intendo come il terzo momento di una teoria unitaria, il marxismo-leninismo, di cui il primo momento fu quello di Marx, il secondo quello di Lenin, ed il terzo quello di Mao stesso. Gli attuali dirigenti cinesi almeno sulla questione della indipendenza nazionale stanno ancora nella linea di Mao, ma di certo questo non basta per essere definiti “maoisti”.

    “Marx 1989, finalmente libero!”… e il mondo è scivolato in una fase tragica, in cui una generazione di teorici fu falciata. Quella che si credeva fosse una fase di promettente rinnovamento fu una fase di decadenza irreversibile e di morte imminente. L’autunno fu scambiato per primavera. Ma quello che sarebbe venuto sarebbe stato l’inverno, non l’estate.
    Mi ricordo inoltre che nei paesi socialisti dell’Europa orientale (fra il 1956 ed il 1991) si sviluppò anche un marxismo di “opposizione” con un’impostazione malleabilmente libertaria ed anti-burocratica. Fra il 1956 ed il 1968 prevalse la tendenza alla cosiddetta autoriforma interna del socialismo, mediante richieste di tutela della libertà espressiva e di economia mista. Dopo il 1968 è iniziata la liquidazione integrale del socialismo.

    “Certo che la previsione era sognante e quella riapertura che ci sembrava di intravedere e speravamo non si è prodotta.”

    Il 1989 fu vissuto in piena illusione e con falsa coscienza necessaria. L’importanza, nonché la limitatezza storica del dissenso consiste nell’avere reinstaurato il capitalismo insieme alla democrazia. Jan Patočka avrebbe detto: l’appartenenza a Charta 77 significa consenso con il capitalismo…

    “Ma come arrivare a dire che la partita sia chiusa?”

    È chiusa, con la vittoria del ceto politico preferito dalle oligarchie economiche. (in Argentina, in Brasile, in Italia, in Francia, in Romania, in Polonia, in Ungheria, in Azerbaigian, eccetera).

    “forse, il comunismo potrà riemergere …”

    Dici? Pensi davvero che sarà lasciato emergere dalla iena capitalista rotolandosi nel sangue degli sfruttati?… E tra l’altro mi pare il 90% dei contestatori del protocapitalismo (il capitalismo protoborghese fondato sulla autorità paterna) che si stava dissolvando in Italia sia passato dalla fase ultrarivoluzionaria ad un rapido adattamento culturale e sociale nelle strutture ideologiche di comando del nuovo capitalismo “liberalizzato” e depatriarcalizzato. Quindi penso che sia inutile pensarla, un’alternativa che minacci il regime capitalista. Ecco alcuni dei motivi per cui il socialismo reale appare meno grottesco. Le politiche svolte nel socialismo reale ebbero elementi di sfida e di provocazione unici e forti contro il capitalismo e l’imperialismo statunitense.

    Oreste, visto che hai festeggiato la caduta del Muro ideologico est-ovest – e cioé l’instaurazione della dittatura del regime capitalistico – mi chiedo, hai mai scritto anche articoli sul muro razzista della disuguaglianza sociale ed economica?… L’Europa continua ad essere divisa da un muro, che fu alzato subito dopo il festeggiato 1989, tra l’Unione Europea da una parte e l’Europa dell’Est… Ci sono molti che si impegnano per condannare anche quel muro razzista?… “Berlino divisa simbolo dell’odio”, si diceva in Italia negli anni 80, e luci mediatiche si dirigevano verso i dissidenti rumeni, russi, polacchi, cechi ed altri in fuga dall’ex Est. E le politiche poliziesche sull’immigrazione di oggi sono simbolo di che?…

    Ciao
    Maria

  2. PS: Quanto ai carri armati intervenuti in Piazza Tienanmen per disperdere i dimostranti ed all’eccidio che ne fu la conseguenza, vorrei aggiungere che li considero una pratica odiosa.

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