
Se la scomparsa di una persona cara, amica o amico, compagno o compagna, è un’idea a cui è sempre difficile rassegnarsi, nonostante la mia età cominci a essere quella dei commiati, accettare che a lasciarci sia una persona più giovane, su cui inevitabilmente si riversano speranze e pezzi di futuro, è impossibile.
Non riesco a pensare che Anubi, come tutti lo chiamavamo, anche per quel doppio cognome, D’Avossa Lussurgiu, se ne sia andato così presto, improvvisamente.
Sono fuori Roma e non ho potuto portargli l’ultimo saluto. Spero, tra me me, che presto possa esserci un’occasione pubblica per farlo, anche se poi mi accorgo che la sua vita, la sua intensa traiettoria politica, vissuta senza risparmi, ponga domande e sollevi bilanci troppo scomodi.
L’ultima volta che ci siamo incrociati è stato in piazza, al corteo del 4 ottobre per la Palestina, contro le politiche di genocidio a Gaza e l’oppressione colonizzatrice del governo suprematista ebraico.
Ma non sfilando lungo il percorso ufficiale. Eravamo altrove: in piazzale Esquilino. Entrambi correvamo alla ricerca dei nostri figli minorenni che si erano staccati con alcune centinaia di ragazzi per puntare verso il centro, rincorsi dalle forze di polizia e poi spinti verso la trappola che li attendeva.
Li rincorrevamo senza più la giovinezza nelle gambe ma con l’esperienza di chi conosce i tranelli della piazza. Ho sentito dietro di me un respiro affannato: mi sono voltato, ci siamo guardati un momento, poche battute per chiederci dove erano finiti i ragazzi dopo la carica per poi correre in direzioni diverse.
Quell’incontro, che allora mi sembrò uno dei tanti buffi episodi di cui riusciva a essere protagonista quando era poco più che ventenne, ora assume il segno di un presagio, quasi un passaggio di testimone. Ma anche la chiusura di un cerchio: l’avevo conosciuto nel gennaio del 1990 nell’atrio della facoltà di lettere e filosofia, dove ero tornato appena scarcerato. In quei giorni si decideva l’occupazione della Sapienza, dopo che Palermo aveva aperto la strada e a seguire vennero gran parte degli altri atenei italiani. Trentacinque anni dopo ci siamo salutati tra lacrimogeni e manganelli che pestavano ragazzi.
Nonostante la sua enciclopedica cultura, l’erudizione raffinata, restava nel fondo un agitatore di piazza, non sapeva fare politica senza calpestare i marciapiedi, attraversare i movimenti, vivere e bruciare nei cicli di lotte.
Abbiamo vissuto quello strano movimento di occupazione delle università, che prese il nome di «Pantera», dalla stessa parte. Mesi intensi, gomito a gomito, fino al punto che dovetti prendermi cura della sua persona sottraendolo, ogni tanto, a quello stato di agitazione politica permanente. Aveva bisogno di rifocillarsi, prendere una doccia e soprattutto dormire. Lo portavo a casa da mia madre, nella lontana borgata di Casalotti, dove lo attendeva un lettino in salone e poi la mattina all’alba di nuovo verso la Sapienza occupata, preoccupati che nella notte fosse accaduto qualcosa.
Una volta lo raccogliemmo a Firenze, durante una delle assemblee nazionali della Pantera. Lo trovammo che dormiva in bilico sulla cattedra di un’aula illuminata a giorno con indosso il suo loden verde e una brutta bronchite.
Ciò che lo distingueva dalla sua giovane generazione era la curiosità verso gli anni 70. Conosceva a memoria l’intera mappa dei gruppi della sinistra rivoluzionaria post-sessantotto, con relative scissioni e filiazioni. Quel decennio non gli metteva paura, come invece accadeva a molti suoi coetanei. Aveva l’intelligenza della curiosità, voleva capirlo non certo imitarlo perché sapeva che senza passato non ci sarebbe stato futuro. Aveva ben chiaro l’effetto devastante di quella rimozione sul futuro di ogni nuovo movimento. E lo sperimentò subito quando nel febbraio ci fu la violenta aggressione mediatica contro i seminari sugli anni 70 tenuti nelle aule occupate della Sapienza. Prima grande mobilitazione di massa dopo la fine del decennio etichettato come «anni di piombo», da quel momento in poi ogni nuovo movimento sociale che sarebbe apparso sulla scena politica avrebbe dovuto sottoporsi a un esame di legittimità, lasciarsi radiografare per mostrarsi privo delle scorie sovversive di un passato allora ancora recente.
Ma contro quella damnatio memorie Anubi sposò subito la battaglia per l’amnistia, contro le leggi speciali e la permanenza della prigionia politica. Una consapevolezza che gli costò caro qualche tempo dopo, quando l’arrestarono tentando di coinvolgerlo in un piccolo attentato contro la sede della Confindustria. La digos aveva voluto fargli pagare in tutti i modi la sua mancata presa di distanza, proiettandogli addosso una impossibile riedizione di quell’epoca conclusa. Accusa che era innanzitutto una offesa alla sua intelligenza.
Poi la Pantera finì, non le agitazioni, nel frattempo la mia vicenda processuale volgeva al termine. I pochi mesi residuali da scontare erano diventati decenni in appello e così mi congedai dall’Italia. Ci perdemmo di vista. A Parigi, ogni tanto giungeva qualche notizia da compagni di passaggio. Ero già alla Santè quando lessi del suo arresto sul manifesto che mi arrivava in cella. Sapevo che era entrato in Rifondazione comunista, e con lui molti della Pantera. Provò a giocare la scommessa di quella nuova formazione politica dove il predicato doveva essere in posizione di preminenza sul soggetto. Guidò anche la redazione del suo giornale, Liberazione, durante una delle tante crisi e scissioni interne con prime pagine di fuoco che lo fecero emergere dall’anonimato. Ma quando fu il momento cercò altri percorsi, si immerse in nuovi movimenti, Genova 2001.
Ci siamo ritrovati quasi due decenni dopo proprio nella redazione di quel quotidiano, dove ero approdato da semilibero dopo gli anni dell’esilio e del carcere.
Di quel periodo ricordo soprattutto la sua partenza per Atene, insieme a Valentina, attratto come il canto delle sirene di Ulisse dall’irresistibile richiamo della rivolta esplosa dopo l’uccisione di Alexis. Impaginavo le loro cronache, indimenticabile la foto del tavolo imbandito di molotov che avevano scovato all’interno del Politecnico. Poi ci siamo persi di nuovo fino all’affannosa corsa del 4 ottobre.
Anubi caro, fratello piccolo, sei stato tra i migliori della tua generazione, hai percorso e sperimentato, le hai provate tutte. Per te la politica è stata sempre la ricerca di una possibile rivoluzione, non un’occasione di carriera. Per questo ti ho voluto bene.




centomila, nessuno. Lui può essere tutto, e tutt’altro. Questo, nella nostra percezione indélébile, viene dopo, specificazione ulteriore. Un carrarmato è cosa complicatissima. Si può adattare ad esso la definizione marxiana della merce, plesso di relazioni invisibili eppur materialmente costituenti il suo ontos. Carrarmato ha un fondo eguale ad altro, ogni altro carrarmato, come merce con ogn’altra, in ultima analisi. Implica, traduce, incarna reca in sé – condizione d’esistenza, essere, qualità, natura e funzione – una complessità énorme di relazioni, traduce rapporto sociale, un’intera sistemica. Abbiamo visto che innanzitutto è una merce. Come un flacone di penicillina che può salvare. Cambia il valore d’uso, ma sul piano del Valore, ovverossia valore-di-scambio, questa è la primordiale qualità. In quanto merce, sottende, implica denaro, accumulazione, lavoro, mercato del lavoro (della forza-lavoro), estrazione di plusvalore, profitto. Eppoi, un carrarmato ha altri caratteri essenziali sul piano di altre economie politiche. È mezzo di distruzione, di riproduzione allargata di essa. È dispositivo e funzione dello Stato. Un padrone, uno statista, un colonialista, un monarca, un tiranno, un gerarca, un rappresentante, un “democratòcrate”, sono tutti compatibili con la forma-carrarmato. Un comunista, nel senso etimologico del termine, coniato e/o ripescato all’altezza dei tempi del diluvio rivoluzionario – come diceva Marx – dilagato in Europa attorno al 1848, un comunista, nel senso che questa parola aveva nell’Associazione internazionale dei lavoratori, quella che i suoi becchini avevano poi etichettato come Prima internazionale ; un comunista, nel senso che il termine aveva all’epoca della Comune di Parigi, «la forma finalmente scoperta che mostra come il proletariato non possa che liberarsi da sé » – cioé un comunardo, un comun’autonomo (autonomia e comunanza essendo consustanziali, reciprocamente costitutivi), non potrebbe che essere incompatibile con la forma-carrarmato. La forma-carrarmato è infatti intrinsecamente statale. E comunismo statale è perfetta contraddizione in termini, come comunismo capitalistico, padronale, nazionale, ideologico, governante, governativo, politico, identitario – cioè proprietario –, razzistico, moralista – penale. Comunismo critico è agli antipodi di comunismo cratico. A meno del verificarsi di una situazione per cui un’insurrezione si trovasse ad aver requisito carrarmati per rivolgerli contro le forze armate dell’oppressione, come i cannoni presi dalla Guardia repubblicana all’Armée nei giorni della Comune, i carrarmati, come gli aerei o le portaerei… non possono essere – come non può mai esserlo un Libertador, soggetto individuale o corporazione, casta, gerarchia che pretende autonomizzarti in tuo nome e per tuo conto – un mezzo, una forma, un’arma liberatrice. Se la semantica non fosse stata violentata, se i fatti e le cose, la loro interpretazione, la loro costruzione, non fossero stati distorti da malinteso e concatenamenti di vere e proprie alienazioni, contraffatti, resi mutanti mutageni mostruosi, questo non potrebbe che essere il nòcciolo primordiale, semplice e chiaro. Si discute tanto di mezzi e fini, di violenza, di terrorismo… Non avremo mai abbastanza disprezzo – stavolta sì– per tutti quegli ipocriti o, peggio, sfrontati che mostrano di considerare mostruosa una sassaiola, impensabile ogni rivolta e qualsivoglia spunto di violenza se non come, addirittura, provocazione, frutto di manipolazione, mossa da marionettisti e pupari, ma ritengono più che compatibile comunismo e violenza statale.


Bolognina, anche i più restii convenivano, almeno a parole. Da quel 12 dicembre 1991 sono passati 18 anni, età in cui si diventa maggiorenni. Ma l’ingresso nell’età adulta è arrivato proprio quando la forza politica di Rifondazione è scesa al suo minimo storico. Una crisi che rischia di metterne in discussione la stessa sopravvivenza: l’uscita dal parlamento prima, un congresso devastante poi, quindi l’ennesima lacerante scissione, la crisi di Liberazione, la riforma elettorale con soglia del 4% che rischia di relegare il suo peso politico nel limbo della marginalità e dell’insignificanza, pongono interrogativi enormi. Dov’è approdata allora quella rifondazione che nelle sue premesse conteneva ambiziose intenzioni teoriche, culturali e politiche?