Brigate Rosse, l’ora della storia

Silvia De Bernardinis

caetaniColma un ritardo e un’assenza il volume di Clementi, Persichetti e Santalena, Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla “campagna di primavera” . Nella sterminata bibliografia prodotta negli ultimi tre decenni sulle Br, uno dei paradossi più macroscopici nei quali ci si imbatte è la scarsità di opere storiografiche, a conferma di quanto l’uso pubblico della storia condizioni la ricerca storiografica quando si tratta di vicende che contengono nodi politici irrisolti, come nel caso della lotta armata e più in generale dello scontro sociale degli anni Settanta.

Obiettivo del libro è inserire la storia delle Br nella storia sociale e politica italiana cui appartiene, farne cioè un legittimo oggetto di storia. Perché si possa farlo, è necessario eliminare quei meccanismi di rimozione che, in questo caso, sono posti in atto non con il silenzio/oblio ma attraverso un eccesso discorsivo che schiaccia quell’esperienza su una perenne dimensione cronachistica, ricacciandola così fuori dalla Storia. È questa la funzione della letteratura cospirazionista che negli ultimi trent’anni ha creato e alimentato, mai suffragandoli con prove,ombre e misteri attorno alle Br, volti a inficiarne l’autenticità.

Da qui la scelta degli autori di ricostruire la storia brigatista attorno all’evento più discusso e raccontato della seconda metà del Novecento italiano, il caso Moro, scandagliandolo con puntiglio e rigore metodologico, e la scelta di confrontarsi sul terreno dietrologico oggi dominante, smontandone le argomentazioni con gli arnesi propri della ricerca storiografica. L’aspetto più interessante e innovativo del testo sta però nella sua capacità di delineare un quadro d’insieme della storia italiana, perché insieme alla storia delle Brigate Rosse si ricostruisce anche quella dello Stato e dei partiti politici nella loro azione di contrasto alla lotta armata, nel contesto di una società in profonda trasformazione e attraversata da un’acuta conflittualità sociale.

Organizzato in tre parti scandite e strutturate attorno all’“operazione Fritz”, il libro si apre con l’epilogo di Via Caetani per poi riattraversare a ritroso il percorso politico della formazione armata, ricostruendo il quadro storico e il contesto che hanno reso pensabile e possibile l’azione di Via Fani e, analizzandole dalla prospettiva brigatista, le ragioni che non hanno permesso un diverso esito finale dell’operazione. Con uno sguardo dall’interno delle Br, attingendo dalla memorialistica prodotta dai suoi militanti, dai documenti dell’organizzazione e dalle fonti orali, il libro ricompone i principali passaggi della storia brigatista: le radici nelle fabbriche milanesi della fine degli anni Sessata, cuore dello scontro capitale-lavoro nel momento della crisi fordista; il percorso teorico-pratico dell’organizzazione, dai primi documenti alla formulazione dell’attacco al cuore dello Stato, con le risoluzioni del 1975 e 1978 e il relativo dispiegarsi della propaganda armata, dalle prime azioni al sequestro Sossi, riletto alla luce dell’operazione Moro; il ruolo dei prigionieri politici e il processo guerriglia, un’impasse che la magistratura sbloccherà solo mutando le norme giuridiche.

Al contempo, usando le nuove fonti desecretate provenienti dallo Stato Maggiore dei Carabinieri, dal Ministero degli Interni e dalla Presidenza del Consiglio, gli autori esaminano l’azione dello Stato rispetto al fenomeno brigatista. I numerosi rapporti degli apparati di sicurezza rivelano come essi avessero colto con chiarezza, almeno a partire dal 1974, la natura politica delle azioni brigatiste e le ragioni sociali e politiche che le avevano originate, indicandole a un mondo politico distante e indisponibile a rispondere con gli strumenti della mediazione appunto politica. Altri importanti dati riguardano le trasformazioni del sistema carcerario, a fronte delle rivolte dei prigionieri politici e del processo di politicizzazione dei detenuti comuni, che condurrà alla creazione del circuito dei carceri speciali; l’uso della tortura, l’azione di repressione attuata dal nucleo guidato da Dalla Chiesa, dietro il quale si delinea anche l’idea di un preciso modello di società. Infine il ruolo dei partiti politici, della Dc ed in particolare del Pci: di cui si riporta, tra l’altro, il dibattito interno nei 55 giorni del sequestro Moro, dal quale emerge un’immagine diversa e meno edificante rispetto a quella propagandata ufficialmente e posteriormente. Soprattutto emerge un partito stretto tra la necessità di legittimarsi come forza di governo affidabile e di affermarsi come unico legittimo rappresentante della sinistra, negando nel nome della legalità l’autenticità del conflitto sociale aperto alla sua sinistra, e le ragioni di quel conflitto.

Un volume necessario, che ricorda e fa proprio l’appello polemico di Marc Bloch agli storici affinché forniscano strumenti atti a comprendere, piuttosto che esporre tesi precostituite disancorate dai fatti e giudizi moraleggianti: “Robespierristi, antirobespierristi, noi vi chiediamo grazia: per pietà, diteci, semplicemente, chi fu Robespierre” .

Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elena Santalena
Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla “campagna di primavera”
Derive Approdi, 2017, 550 pp., € 28

Brigate Rosse, una storia interna alla violenza operaia degli anni 70

Dal blog Campagna di primavera riprendiamo questa recensione di Ugo Maria Tassinari sul volume “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera”

E ‘ un progetto ambizioso: il volume presentato da uno degli autori, nello spazio autogestito degli studenti di Architettura a Napoli il 18 maggio scorso, è il primo di una trilogia che punta a essere l’opera definitiva sulla storia delle Brigate Rosse. Aspirazione non velleitaria: perché il team è qualificato e ben assortito. Marco Clementi, ricercatore di Storia dell’Europa orientale ad Arcavacata, ha pubblicato già opere sulla “pazzia di Moro” e la “storia delle Brigate rosse”. Elena Santalena insegna presso l’Université Grenoble-Alpes, dove collabora con il Laboratoire Universitaire Histoire Cultures Italie Europe. Studia gli anni della rivolta in italia, la questione carceraria, i movimenti armati e di contestazione. Paolo Persichetti è un ex brigatista di ultimissima generazione: la condanna per le Br-Ucc e l’estradizione dalla Francia (caso più unico che raro) gli hanno stroncato una promettente carriera accademica a Paris 8. I tre hanno combinato sapientemente fonti orali (con interviste esclusive ad alcuni dei leader del principale gruppo armato italiano) e lavoro di archivio (con uno scrupoloso spoglio dei numerosi documenti di polizia e servizi segreti recentemente desecretati) e così facendo parlare “guardie e ladri” sono riusciti a restituirci una potente visione di assieme.
Da questo lavorio emerge un dato interessante: le analisi e le ipotesi investigative elaborate in tempo reale in anni in cui le forze dell’ordine non potevano avvalersi né di infiltrati (l’unico, il pittoresco fratello Mitra, fu bruciato per catturare Curcio e Franceschini) né di pentiti dimostrano una capacità di conoscenza e di comprensione decisamente superiore ai risultati ottenuti sul campo e alle idee correnti sulla qualità della nostra intelligence
Il merito precipuo del primo volume, che tratta gli anni dal 1970 al 1978, dalla nascita all’acme del sequestro Moro, è però un altro. Attraverso una puntuale ricostruzione dell’elaborazione teorica e della pratica militante delle prime Brigate rosse si restituisce al fenomeno la sua realtà effettuale: essere stata cioè non una banda criminale o una spectra agita da chissà quale potenza straniera od oscura ma un’organizzazione nata e cresciuta dentro il conflitto sociale dei primi anni Settanta, in cui la violenza operaia in fabbrica, dai pestaggi dei capi e dei crumiri al sabotaggio della produzione, era diffusa e quotidiana. A differenza degli altri gruppi rivoluzionari, che estendono le lotte dai quartieri alle carceri, dalle caserme ai manicomi, la Brigate rosse concentrano per i primi anni le loro attività nelle fabbriche del triangolo industriale. Poi, “fallite le esperienze dei gruppi politici extraparlamentari nati nel biennio 1968-69, la lotta armata divenne, a metà degli anni Settanta, un’opzione che conquistò larghi settori del movimento. Le Brigate rosse furono, semplicemente, parte di quel processo”.

 

Dénis Berger e quella Francia dal basso che ha dato riparo ai rifugiati italiani

Qualche tempo fa, credo fosse l’ottobre del 2011, alla fine di una conferenza sugli anni 70 che avevo seguito per conto del giornale dove lavoravo, mentre gran parte dei partecipanti e degli spettatori abbandonavano la sala o si attardavano in capannelli proseguendo animatamente la discussione, un piccato Giovanni Fasanella molto irritato per essere stato definito dietrologo «da quelli come Persichetti e Clementi», additandomi disse pubblicamente che avrei dovuto fornire spiegazioni su chi avesse protetto e finanziato la mia fuga e il mio esilio in Francia. Fasanella alludeva ad un qualche ruolo giocato da fantomatici servizi segreti o entità non meglio precisate. Insinuazioni che in questi anni non sono rimaste confinate alla lucrosa attività di un professionista della calunnia, ma hanno avuto anche un carattere performativo. Le elucubrazioni sulla «centrale francese santuario della lotta armata in Italia», raccolte da Fasanella nel libro scritto con Franceschini, Che cosa sono le Br, Bur Rizzoli 2004, sembravano il calco delle piste investigative avviate da un solerte quanto incapace procuratore della repubblica bolognese, Paolo Giovagnoli. Una decina di anni fa questo magistrato ha condotto diverse inchieste sugli esuli, inviando numerose rogatorie che hanno dato luogo ad alcuni arresti, finiti poi nel nulla, e nell’agosto 2002 alla mia “consegna straordinaria”, sotto il tunnel del Monte bianco. Attraverso un artefatto investigativo, gli inquirenti riuscirono nel corso di una testimonianza a far coincidere il colore della zainetto blu marine, che avevo con me al momento dell’arrivo forzato in Italia, con un altro color camoscio indicato da una teste che aveva intravisto un individuo sospetto sotto l’abitazione di un consulente del governo ucciso nel marzo del 2002. Ne scaturì il mio coinvolgimento nell’inchiesta fino all’archiviazione due anni e mezzo più tardi. Le calunnie di Fasanella poggiavano su un classico dispositivo mentale di tipo proiettivo che permette di attribuire agli altri quelle che sono le proprie aspirazioni, anche più inconfessabili: ciò che si avrebbe in gran desiderio di fare o accettare. E siccome l’autonomia e l’indipendenza non sono le caratteristiche peculiari di chi anima queste proiezioni, per costoro diventa più che legittimo ritenere che tutti ne siano privi sol perché essi ne sono sprovvisti. E bene, la storia di Denis Berger, «marxista eterodosso, comunista dissidente, universitario non accademico che aveva fatto parte di quel piccolo gruppo di militanti anticolonialisti che durante la guerra d’Algeria hanno salvato l’onore internazionalista della sinistra francese appoggiando attivamente la lotta del popolo algerino», è la migliore risposta a gente del genere.

*  *  *

Denis Berger è morto il 6 maggio scorso. Ci ha lasciato dopo una lunga malattia. «Un carattere caloroso, dotato di un’ironia devastante, allergico ad ogni dogmatismo», così lo ha ricordato Michael Löwy, autore dell’articolo che segue, scritto per il Dizionario del Movimento operaio francese (le «Maitron»). Denis era un intellettuale concreto che sapeva agire mettendo a rischio la propria persona. L’ho conosciuto nel 1992. Ero riparato in Francia da un anno. Ci siamo incontrati per la prima volta nel dipartimento di scienze politiche dell’università di Paris 8, saint Denis-Vincennes, dove insegnava. Stavo tentando tra mille difficoltà di iscrivermi e riprendere gli studi. Non avevo documenti, il lavoro era scarso, i soldi pochi e il francese ancora stentato. Ero arrivato a lui tramite un altro professore, René Loureau. Non ci mise molto a capire che davanti non aveva uno dei soliti studenti. Denis è stato uno dei miei primi professori francesi. Era amato dagli allievi per i suoi corsi coinvolgenti. Non esitava a responsabilizzarti affidandoti relazioni e seminari. Veniva da una storia che era stata il crogiolo degli ultimi grandi pensatori francesi (da Henri Lefebvre a François Châtelet, passando per Felix Guattari, Claude Leffort ecc). Ma Denis non era solo questo. Nei miei anni d’esilio è stato un punto di riferimento, una figura rassicurante, protettiva, come un padre. Seguiva con premura i nostri percorsi, il mio e di altri ex militanti arrivati da altri Paesi, anch’essi rifugiati. Ci accompagnava, ci consigliava. Quando, nel novembre 1993, venni arrestato nei locali della prefettura di place d’Italie, dove ero stato convocato per ritirare il permesso di soggiorno, non esitò a coinvolgere i livelli istituzionali dell’università. Era il periodo delle elezioni d’ateneo e i compagni di facoltà s’inventarono una lista tutta per me. Riuscirono a farmi eleggere come rappresentante degli studenti nel consiglio di facoltà, accanto ai sindacatini. Un segno di solidarietà forte, di radicamento nella società francese che metteva in difficoltà la strategia del governo di destra del primo ministro Balladur, i giudici della Chambre e gli argomenti delle autorità italiane che avevano inviato la richiesta di estradizione. Denis era capace di gesti sorprendenti, come nel giorno in cui la corte pronunciò il suo parere favorevole all’estradizione. Il vecchio professore dalla chioma bianca memore del suo passato sorprese tutti saltando oltre le barriere per raggiungermi e abbracciarmi davanti a dei gendarmi rimasti imbambolati. Quel suo saper osare, e scegliere il momento giusto, lo capii solo più tardi, quando conobbi meglio la sua lunga storia politica, gli anni del réseau Spitzer, quello dei “porteurs de valises”. Come ricorda Michael Löwy, Denis Berger ha fatto parte di quella piccola truppa di militanti della sinistra francese che capirono l’importanza strategica della questione coloniale, di quanto fosse centrale schierarsi e agire per l’indipendenza dell’Algeria. Tra le imprese tentate allora – ci racconta sempre Löwy – il progetto di fuga dal carcere di Fresnes del 7 gennaio 1961. Con l’aiuto di Gerard Spitzer, anch’egli imprigionato, Denis organizzò la fuga di Mohamed Boudiaf e altri due suoi compagni di lotta, Doum e Bensalem. Alla fine però soltanto quest’ultimo riuscì a prendere il largo. Andò meglio nel febbraio 1961. Questa volta venne messa in piedi l’evasione di sei donne del  réseau Jeanson – due algerine e quattro francesi – dalla prigione della  Roquette (oggi smantellata e trasformata in un giardino pubblico). Le sei furono poi condotte clandestinamente in Belgio. Nel maggio 1962, invece, ci fu la preparazione del colpo grosso. Durante i negoziati d’Evian, gli algerini chiesero a Denis un aiuto per portare a termine l’evasione dei loro principali dirigenti, Ben Bella, Ait Ahmed e Mohamed Khidder, rinchiusi nel castello di Turquant vicino Saumur. Denis e i suoi compagni scovarono una galleria sotterranea che portava alle cantine della fortezza, ma una telefonata inopportuna di Ben Bella à Rabah Bitat (rinchiuso a Fresnes) mise la polizia sull’avviso e fece saltare l’intera operazione. Il resto della sua storia lo potete leggere nell’articolo quei sotto (in francese). Ecco chi era Denis Berger. Ecco il genere di persone che hanno aiutato i rifugiati italiani degli anni 70 riparati in Francia. Denis Berger ha fatto parte degli anni migliori della mia vita, quelli in cui mi sono formato definitivamente e sono maturato culturalmente. Anni dove le parole amicizia e solidarietà hanno trovato il loro significato più forte e pieno. A questa bella realtà sono stato strappato un giorno. Forte è il rammarico di non averlo riabbracciato per tempo, insieme agli altri scomparsi nel frattempo, Daniel Bensaïd, Jean-Marie Vincent, Roberto Silvi…. . Ciao Denis!

La biographie de Denis Berger

Par Michael Löwy 7 mai 2013

DENIS BERGER 1932 – 2013

Dénis BergerDenis BERGER, Paris (7ème arrondissement), 11 juin 1932. Dirigeant communiste oppositionnel, fondateur du journal La voie communiste, actif dans les réseau de soutien au FLN pendant la guerre d’Algérie. Enseignant au département de sciences politiques de l’Université de Paris 8 à partir de 1982. Denis Berger a exercé une influence souterraine importante sur l’extrême-gauche française des années 50 et 60, en particulier à travers le journal La voie communiste, dont il fut le principal animateur. Malgré la grande diversité de ses engagements politiques et organisationnels successifs et souvent éphémères, l’adhésion à un communisme de gauche, antistalinien, anticolonialiste et anti-impérialiste, donne le fil rouge de sa vie militante. Son activité militante commence en mars 1950, quant il adhère à la cellule étudiante du Parti Communiste Internationaliste (PCI), Section Française de la Quatrième Internationale. Sa première action importante sera la participation à la brigade de travail “14 Juillet” -organisée par le PCI en solidarité avec la Yougoslavie – qui va contribuer à construire une Cité Universitaire à Zagreb (été 1950). De retour à la cellule étudiante du PCI, il participe aux ventes du journal trotskyste “La Vérité” aux portes de la Sorbonne, et se trouve dans l’obligation de se défendre contre des attaques musclées de militants du PCF. Lors d’un meeting le 9 février 1953, il va se confronter personnellement, à coups de gourdins, avec Le Pen et ses hommes, qui interviennent aux cris de “Vive la réaction !”. Lors de la scission du PCI, il se solidarise avec le courant de Pablo et Frank, et accepte de mettre en pratique l’orientation “entriste” adoptée par la majorité du Secrétariat International de la Q.I. (mais seulement la minorité du PCI). Il adhère donc en 1953 au PCF, où il devient membre – et bientôt secrétaire – de la cellule “Saint Just”, composée d’étudiants d’histoire, où il côtoyé Alain Besançon, Claude Mazauric et Paul Boccara. Il reconnaît, devant ses camarades du PCF, avoir été un “trotsko-titiste”, et se trouve, pour cette raison, écarté du comité de section. Parallèlement, il devient un des responsables du “travail entriste” du PCI, et bientôt membre de son Comité Central et de son Bureau Politique (1955). Devenu instituteur à Saint Ouen en 1954, D.Berger passe à militer dans des cellules de banlieue du PCF. En 1956, suite au XXème congrès du PCUS et aux “événements” d’Hongrie, des courants dissidents apparaissent au sein du PCF. Felix Guattari, psychiatre ex-trotskyste, propose à des étudiants de la cellule de philo du Parti avec lesquels il est en contact -Lucien Sebag, Anne Giannini, et d’autres – la fondation d’un bulletin d’opposition interne : “Tribune de Discussion”. D.Berger rejoint ce groupe, qui va bientôt adhérer au PCI, et publier des prises de position radicales contre l’invasion soviétique en Hongrie. La “Tribune” entre peu après en contact avec un autre groupe de militants oppositionnels du PCF – Victor Leduc, Jean Pierre Vernant, Yves Cachin, Gerard Spitzer – qui a des opinions plus ambivalentes sur les événements hongrois, et qui avait crée son propre bulletin : “l’Etincelle”. Certains intellectuels oppositionnels – comme Henri Lefebvre et François Châtelet – collaborent aux deux bulletins, qui finiront après quelques discussions, par fusionner au printemps 1957, en produisant une publication conjointe sous le titre “Etincelle -Tribune de Discussion”. La dénonciation de Denis Berger et de ses amis comme trotskystes par l’ex-militante du PCI (devenue pro-soviétique) Michelle Mestre provoque le départ de Victor Leduc et de ses amis de “l’Etincelle” à la fin 1957. Quelques mois plus tard Gerard Spitzer, qui avait rejoint le bulletin “La Tribune de Discussion”, convainc le groupe à s’engager à fond dans la combat contre la guerre coloniale en Algérie. C’est à ce moment, début 1958, que Denis Berger décide, avec ses camarades, de lancer un journal, La Voie Communiste, qui se présente toujours comme une opposition interne du PCF, mais s’adresse en fait à un public plus large. Soutenu financièrement pendant une (très) courte période par J.P.Sartre, la publication aura comme principale ressource la clinique de Laborde, à Cour-Cheverny, où exerce Felix Guattari. Pendant ce temps, un débat s’ouvre au sein du PCI : tandis que D.Berger propose que le parti rejoigne un regroupement large avec des oppositionnels du PCF, limitant l’activité trotskyste à une revue théorique, Pierre Frank et la majorité – soutenus par les dirigeants internationaux, Michel Pablo et Ernest Mandel – insistent sur la construction du PCI comme noyau du parti révolutionnaire. La confrontation aboutit à la rupture et au départ fin 1958 de D.Berger et ses camarades – Lucien Sebag, Anne Giannini, Gabriel Cohen-Bendit, Felix Guattari. La Voie Communiste, qui s’est renforcé avec l’adhésion de Simon Blumenthal, Roger Rey et d’autres, décide de soutenir le FLN, et prend contact avec la Fédération de France du mouvement indépendantiste algérien. Arrêté le 5 décembre 1958 avec un groupe de militants français et algériens – dont Moussa Khebaïli, chef de la willaya Paris-périphérie – D.Berger passe dix jours dans les caves de la DST, mais – contrairement aux militants maghrébins – n’est pas torturé, et finit par être libéré par absence de preuves. Exclu du PCI fin 1958 et du PCF en 1960 – il avait en fait cessé de militer dans ce parti – D.Berger connaît aussi des difficultés internes dans La Voie Communiste, où il se trouve, pendant quelques temps, marginalisé. Il se consacre essentiellement, avec certains amis de la V.C. comme Roger Rey, à l’aide au FLN, en se spécialisant dans l’évasion de militants anticolonialistes. Ainsi, le 7 janvier 1961, ils préparent, avec l’aide de Gerard Spitzer, lui aussi emprisonné à Fresnes, la fuite de Mohamed Boudiaf et deux de ses compagnons – Doum et Bensalem – mais seulement ce dernier réussira à partir. L’opération la plus réussie a été l’évasion de six femmes du réseau Jeanson – deux algériennes et quatre françaises (dont Micheline Pouteau et Hélène Cuénat) – de la prison de la Roquette en février 1961, et leur sortie clandestine de la France (vers la Belgique). En mai 1962, pendant les négociations d’Evian, les algériens demandent à Denis Berger et Roger Rey d’aider à l’évasion de leurs principaux dirigeants, Ben Bella, Ait Ahmed et Mohamed Khidder, enfermés au château de Turquant près de Saumur. D.Berger et ses amis trouvent une galerie souterraine qui mène aux caves du château, mais un coup de téléphone malencontreux de Ben Bella à Rabah Bitat (emprisonné à Fresnes) met la police aux aguets et fait avorter la tentative. Au moment de l’Independence de l’Algérie D.Berger et ses amis de La Voie Communiste décident de soutenir Mohamed Boudiaf et son Parti de la Révolution Socialiste, plutôt que Ben Bella. Le groupe suit de près les événements en Algérie indépendante, mais s’intéresse aussi aux critiques chinoises à la politique soviétique, qui commencent à s’exprimer à cette époque. Cette question provoque des tensions internes, et en 1965 le groupe éclate, avec le départ de Felix Guattari et plusieurs autres. D.Berger – avec quelques proches – continue à publier un bulletin, bien plus modeste, intitulé “La Voie”. Pendant les années qui suivent, il s’investit surtout dans le Comité Vietnam National et dans le Tribunal Russel contre les crimes de guerre au Vietnam, deux organisations où il exerce des fonctions de secrétaire. Il participe aux séances du Tribunal Russel à Stockholm et Copenhagen, ainsi qu’à une mission d’enquête – composée entre autres par le dirigeant noir américain Stokely Carmichael et Mehmet Ali Aybar du Parti Ouvrier Turc – envoyée par celui-ci au Vietnam en été 1967. En mai 1968 il prend part aux événements sans jouer un rôle particulier. Après l’éphémère tentative de publier la revue Front (avec le soutien du FLN algérien) en 1969-70, D.Berger et ses amis de “La Voie” – dont sa compagne, Michelle Riot-Sarcey – décident, en 1971, d’adhérer au Parti Socialiste Unifié, où ils s’intègrent dans le courant marxiste-révolutionnaire animé par Jean-Marie Vincent et Jacques Kergoat. Lorsque en 1972 la plupart des militants de cette tendance décident d’adhérer à la Ligue Communiste Révolutionnaire, Denis Berger quitte lui-aussi le PSU, mais n’adhère à l’organisation trotskyste que trois ans plus tard (1975). Devenu chargé de cours à temps plein au département d’Economie Politique de l’Université de Paris 8 (Vincennes) en 1972, il milite à la cellule de la LCR dans cette université, en compagnie de Jean-Marie Vincent et d’Henri Weber. Il participe au comité de rédaction de la revue de la Ligue, Critique Communiste et contribue à la formation – avec Michel Lequenne – en 1977, d’un courant oppositionnel dans la LCR, la T-3 (Tendance Trois). Ses principaux désaccords avec la ligne de l’organisation concernent la stratégie de construction du parti, et la conception trotskyste classique sur la nature de l’URSS. Lorsque D.Berger, Michel Lequenne, J.M.Vincent et d’autres rédacteurs de Critique Communiste condamnent l’invasion soviétique en Afghanistan, ils se verront infliger un “blâme” par la direction de la Ligue. Lors du départ de plusieurs militants de la T-3 en 1985, il quitte de façon discrète la LCR, mais contrairement à la plupart de ces camarades, ne rejoint pas le parti Vert. A partir de cette date, D.Berger n’appartient plus à aucun organisation politique, mais continue à avoir des activités politiques et syndicales (il est militant du SGEN depuis 1972). Devenu assistant au département de Sciences Politiques de l’Université de Paris 8 en 1982, il passe son doctorat en 1988 avec une thèse intitulée “Les partis politiques : essai méthodologique. Le cas du PCF”, sous la direction de J.M.Vincent et est élu maître de conférences en 1989. Si dans le passé ses écrits prenaient surtout la forme d’articles de revues et journaux, il publie à partir de cette date deux ouvrages qui auront un certain retentissement dans l’opinion de gauche : Le spectre défait. Le fin du communisme ?, (1990) et, avec Henri Maler, Une certaine idée du communisme. Répliques à François Furet (1996). Il participe aussi à plusieurs ouvrages collectifs et est un des fondateurs (1990) de la revue Futur Antérieur . Récemment, renouant avec son passé de communiste oppositionnel, il participe à la rédaction du journal du courant communiste refondateur du PCF, Futurs. OEUVRES : Le spectre défait. Le fin du communisme ?, Paris, Editions Bernard Coutaz, 1990 ; avec Henri Maler, Une certaine idée du communisme. Répliques à François Furet , Paris, Editions du Felin, 1996. Participation aux ouvrages collectifs Permanence de la Révolution (Editions la Brèche, 1989), Femmes, Pouvoirs (Kimé, 1993), Démocratie et Représentation (Kimé, 1995), Marx après le marxisme (L’Harmattan, 1997) et Faire Mouvement (PUF, 1998). SOURCES : Hervé Hamon, Patrick Rotman, Les porteurs de valises. La résistance française à la guerre d’Algérie, Paris, Albin Michel, 1979 ; Ali Haroun La Septième Willaya, Paris, Seuil, 1986. Entretien avec D.Berger, novembre 1998.

«Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni». Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari

I media hanno trattato i funerali di Prospero Gallinari come un “evento” dalla portata politica allarmante. Il significato attribuito alla inevitabile carica simbolica rivestita dalla cerimonia (semplice, spontanea, senza alcuna logistica) ha in buona parte trasceso ciò che ha rappresentato per la comunità dei suoi amici e parenti, dei suoi compagni di lotta politica, di chi aveva per lui, e per la storia che incarnava, sentimenti di stima, rispetto e affetto.
L’emozione, il cordoglio e l’orgoglio del percorso politico svolto sono stati letti e presentati come una minaccia potenziale.
Una reazione, anzi una iper-reazione, molto selettiva e strabica (una eguale reattività è mancata in occasione dei funerali di Pino Rauti, avvenuti in una orgia nostalgica di saluti romani con presenze istituzionali fino agli scranni più alti. Analoga indignazione è mancata per il memoriale, innaugurato ad Affile, del generale Rodolfo Graziani, il macellaio della guerre coloniali in Cirenaica, in Etiopia ed in Eritrea) rivelatrice: per un verso, della fragilità strutturale dell’establishement di questa seconda Repubblica, barricato all’interno di una citadella delle istituzioni che assomiglia sempre alla fortezza del deserto dei Tartari; per l’altro, di quella sorta di cronico deficit di legittimità autopercepito che sucita complessi d’inferiorità istituzionale, e dunque l’eterno bisogno di smarcarsi dalle proprie origini, da parte del ceto politico e più in generale della cultura provenienti dalla sinistra.
Questo blog continuerà a pubblicare, e segnalare, testimonianze e interventi utili alla comprensione di quanto è accaduto


Fonte: Baruda.net

di Davide Steccanella
25 gennaio 2013»

imagesAnche se ovviamente non gliene frega giustamente niente a nessuno, vorrei dare un ulteriore “spaccato” di quel funerale, dicendo perchè sabato ho deciso di andare a Coviolo.
Da tempo avrei voluto incontrare Prospero Gallinari ma per mia colpa e pigrizia (avrei potuto chiedere aiuto al mio collega Burani, persona straordinaria che ho conosciuto nel corso di un processo che facemmo insieme anni fa) o anche “sbattermi” in qualche modo, ma non l’ho fatto, peccato.
E perchè avrei voluto incontare Gallinari, uno si chiede?
Per ringraziarlo perchè gli dovevo qualcosa, e un qualcosa secondo me di importantissimo, gli dovevo l’avermi fatto capire LUI quello che era successo nel mio paese quando ero troppo giovane per comprenderne appieno la portata storica e soprattutto sociale, e che per decenni mi era stato raccontato ed insegnato solo da chi aveva vinto e nel modo in cui voleva chi aveva vinto.
E come avvenne ciò ? Me lo ricordo benissimo perchè non risale a molto tempo fa, stavo girovagando su youtube in cerca di materiale sul caso Moro per un mio personale approfondmento quando mi imbattei sulla sua lunga intervista del video del 2006 “una storia del 900″, ho cliccato, manco lo avrei riconosciuto visto che le solite foto d’epoca ce lo mostravano tutto diverso, e quel suo modo di raccontare e di raccontarsi mi ha colpito e molto positivamente, me lo immaginavo tutto diverso da quello che avevo letto (ovviamente scritto da quei vincitori), e così iniziai ad ascoltare il suo racconto, lungo, più di 1 ora, ma interrotto, una sorta di monologo, era il racconto della sua storia e di quella storia. Era la prima volta che qualcuno me la raccontava così, sembrerà strano ma è proprio così, fino a pochissimi anni fa ero uno dei tanti “indottrinati” dalla storia dei vincitori. Poi ovviamente dopo quella intervista ho letto tutto quello che ha scritto LUI e cercato di recuperare anche le sue altre inteviste, l’ultima delle quali (straordinaria) nel recente documentario francese. Gallinari mi ha fatto capire chi era LUi attraverso la spiegazione paziente, sofferta, precisa, meditata, genuina, vera, dolorosa ed esaltante etc. di quella sua storia e di quella nostra storia che mi era stata sempre taciuta e negata.
Siccome mi pareva di avere capito, ma magari sbagliavo, che lui ci tenesse molto a che venisse saputa e capita anche da chi allora non c’era (non credo si rivolgesse ai suoi compagni che qualla storia con lui l’avevano vissuta…) avrei voluto dirglielo e ringraziarlo e ho pensato di farlo andando a Coviolo in mezzo alla sua gente e nella sua terra, un pò per dirgli “c’è chi ha capito la tua storia ascoltando le tue parole e leggendo i tuoi libri”. Per questo sono andato ai SUOI funerali, non sarei andato al funerale di un altro che non conoscevo, sono andato al SUO.  E’ vero che sapevo che avrei incontrato alcuni amici ai quali sono molto legato, ma quel giorno mi sentivo lì proprio e solo per Prospero Gallinari, un uomo che non avevo mai incontrato.

La cerimonia di saluto
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

Gallinari e il funerale che andava fatto, anche per gli altri

Da baruda.net 

“Due razze di uomini. L’una uccide e paga, anche con la vita.
L’altra giustifica migliaia di crimini ed accetta di ricavarne onori”

Albert Camus

23 gennaio 2013

Dal blog di FrancoSenia la citazione che tra le tante mi ha più lasciato sulla pelle il calore di sabato scorso, quel calore immenso che ci avvolgeva sotto la neve di Coviolo, in quel panorama piatto e soffice, che accarezzava lo sguardo mentre salutavamo Prospero.
Un viaggio di due giorni che lascerà il segno dentro di me, che ha scavato nel profondo in ogni suo abbraccio, in ogni mano a cui mi son aggrappata o che ho sentito attaccarsi a me, improvvisamente.

Foto di valentina perniciaro _coviolo_

Foto di valentina perniciaro _coviolo_

mai dimenticherò la mano di Sante che mi ha stretto nella folla quando Oreste ha iniziato il suo fischio coinvolgente… una mano tremante, che cercava alla cieca un calore da stringere, per poter iniziare un canto collettivo.
Poi Renato, il cui sguardo e le cui mani mi hanno colpito più di tutti gli altri e forse non conosco parole adeguate per descriverne il motivo, son quelle cose che viaggiano sulle vibrazioni nell’aria,
che si poggiano sulla pelle e lì scaldano il resto del corpo. Il suo sguardo carezzava quella bara e conteneva un mondo intero, forte, dignitoso, pulitissimo.

Foto da Contropiano

Mai dimenticherò un treno pieno di ergastolani che tagliava l’Italia in due (abbiamo provato a contare il numero degli anni di carcere scontati in quelle carrozze in corsa ma ad un certo punto il conto si è perso)
mai dimenticherò quella neve soffice, l’abbraccio con mille compagni che ognuno strappava la carne e il sorriso.
E’ stato un funerale felice,
ha ragione Sante,
Prospero, che preferisco chiamare Gallo almeno su queste pagine, ha regalato a noi compagni quel che ancora ci mancava, quel che mancava a tutti coloro di quella generazione presenti in quel piccolo cimitero emiliano.

Con Prospero siamo riusciti a seppellire Mara, i fratelli Mantini, Annamaria, Martino, Antonio, Luca, Wilma
cantando quello stonatissimo coro d’Internazionale, abbiamo per la prima volta salutato e seppellito tutti insieme tutti quei compagni uccisi e rimossi dalla memoria collettiva, spesso anche del movimento stesso.
Più che spesso. E cavolo che bene che ci ha fatto, che esplosione straordinaria d’amore che c’è stata.
Perché con noi c’era anche chi non poteva esserci,
perché chi è detenuto ha mandato un figlio, un bacio, un sorriso, un foglietto,
perché gli esuli, lontani da decenni dalla terra e lingua di casa c’erano tutti,
i loro nomi son stati urlati uno ad uno.
Non c’è stata una lacrima di tristezza Prospero, malgrado la tua mancanza sia pesante,
ci son state lacrime di un’emozione che in me ha mutato tante cose,
che in me ha riaperto quella bella capacità di credere di far parte di qualcosa di straordinario,
che sono i compagni.
Quei compagni, di ogni età, che sabato ho stretto forte forte a me.

Grazie Gallo!

La cerimonia di saluto
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
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Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari. La cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle 14.30

  Si terrà di domani, sabato 19 gennaio, alle 14.30 presso il cimitero di Coviolo in via dei Fratelli Rosselli 5 la cerimonia in saluto di Prospero Gallinari

Coviolo si trova a 4 km da Reggio Emilia. Si può raggiungere prendendo il bus 4 dalla stazione di Reggio Emilia.
Orari di collegamento (una ventina di minuti il tragitto)
13.11  /  13.59   /   14.05   /   14.12

Gallinari-Prospero-3-zoom

Link
Chi era Prospero Gallinari
Prospero Gallinari, un uomo del 900
Gallinari è morto in esecuzione pena. Dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
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Il nemico inconfessabile
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Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
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Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella

Chi era Prospero Gallinari?

prospero-gallinari-2Nelle cronache televisive e giornalistiche di questi giorni la figura di Prospero Gallinari è stata descritta come quella di un personaggio ambiguo e reticente, morto portando con sé (supposti) «segreti e misteri sul caso Moro». Un’accusa che serve a sorreggere un’antica calunnia: questi silenzi sarebbero stati la merce di scambio per uscire dal carcere. Una tesi che Miguel Gotor ha largamente sostenuto nel suo Il Memoriale della Repubblica, Einaudi 2011, cadendo tuttavia in palesi contraddizioni.
Mario Moretti è da 32 anni in stato detentivo, semilibero dal 1997, anche se Gotor con una grossolana imprecisione scrive che è libero dal 1994. Un errore importante poiché su questa grave inesattezza poggia l’intera impalcatura del suo teorema.
Gallinari, come abbiamo visto (leggi qui) era agli arresti domiciliari per gravi motivi di salute che lo rendevano incompatibile alla detenzione; Rita Algranati è in carcere. Due presunti componenti del commando che operò in via Fani sono all’estero. Uno di questi, Alvaro Lojacono, ha scontato la pena in Svizzera. Tutti gli altri, a 34 anni dai fatti (una distanza senza precedenti nella storia d’Italia e nel resto d’Europa), hanno terminato le loro condanne: chi perché essendosi dissociato ha usufruito da tempo di ampi sconti di pena; chi perché alla fine del lungo percorso penitenziario ha avuto accesso alla liberazione condizionale.

A queste accuse ha risposto Francesco Piccioni in una intervista apparsa su Contropiano (leggi qui).
Altri commentatori hanno poi offerto delle raffigurazioni grottesce e caricaturali di Gallinari, dipinto come uno «stalinista», pronto a sacrificare chiunque se il disegno superiore della rivoluzione lo avesse richiesto (Andrea Colombo), personaggio spietato, sospetto agente del Kgb, adepto della scuola del comunismo sovietico (Fasanella), dove avrebbe «imparato a coniugare la durezza ideologica con la disponibilità al compromesso, la rivendicazione orgogliosa delle proprie scelte, anche quelle più tragiche, con la tendenza a scendere a patti con il diavolo» (sempre Fasanella).
Ma chi era veramente Prospero Gallinari? Senza avere la pretesa di essere esaustivo, questo scambio che ho avuto in queste ore con Andrea Colombo dopo un suo articolo apparso sul sito online de Gli Altri, può aiutare a capirne qualcosa di più

Caro Andrea Colombo,
ripeto, il tuo pezzo poteva essere bello perché capace di cogliere alcuni aspetti decisivi della personalità di Prospero Gallinari e soprattutto di ricordare come non si sia mai fatto estorcere – come ha recentemente sottolineato Scalzone – “nessuna confessione d’innocenza” di fronte all’accusa rivelatasi alla fine inesatta di essere stato l’esecutore materiale di Moro, nonostante ciò l’avrebbe probabilmente aiutato ad uscire molto prima dal carcere per le sue difficilissime condizioni di salute.
Caratteristiche che tu però hai confinato unicamente alla dimensione umana del personaggio, mentre in una sorta di chiaroscuro ne hai demonizzato quella politica, dandogli dello “stalinista”.

Cito: «era un rivoluzionario generoso e di animo buono, ma era anche uno stalinista, uno di quelli che se il partito glielo avesse ordinato ti avrebbe eliminato, con le lacrime agli occhi ma senza esitare, convinto che questo fosse il suo dovere di rivoluzionario e di soldato della guerra di classe. Quella spietatezza politica era inaccettabile, certo, ma Prospero la condivideva con migliaia e migliaia di militanti dei suoi tempi. Che non erano i nostri, perché Prospero Gallinari era davvero un uomo e un rivoluzionario e un comunista “d’altri tempi”.
Affermazione che fa il paio con quella precedente, “Con noi, ragazzi di movimento, che negli anni ’70 il Pci lo odiavamo e lo combattevamo aveva pochissimo a che spartire. […]Ci guardava con sospetto, come quasi tutti i brigatisti, operai e contadini la cui continuità con la tradizione comunista era molto più ferrea della nostra».

Mi riferivo, con tutta evidenza a questi infelici passaggi quando ho accennato a quel dizionario dei luoghi comuni nel quale alla fine sei inevitabilmente scivolato. E mi sembra che nella replica tu abbia colto perfettamente il senso della mia critica, imbarcandoti tuttavia in un tentativo di precisazione del senso che attribuivi al termine “stalinismo” che non solo non rende giustizia a Prospero, ma trasforma questa categoria in una sorta di concetto metastorico del tutto fuorviante.

Andiamo per ordine: sostieni che la risposta di Gallinari su Tienanmen sarebbe un dettaglio banale! A me non sembra proprio, al contrario la trovo dirimente. Tu invece lasci ingiustamente pensare che sia stato un escamotage intelligente per dissimulare un’identità in quel momento impopolare. E la cosa, se mi permetti, è ancora più offensiva per la memoria di Prospero perché oltre a dargli dello stalinista gli dai pure del dissimulatore.

Le Br, nel bene o nel male, hanno sempre detto quello che sono state e sono sempre state quello che hanno detto. Se avessero appoggiato il “socialismo di mercato” cinese, come accade per tutte le varie tendenze con venature rosso-brune, nazional-bolsceviche, identitarie e comunitariste, che ormai dilagano ben oltre gli ambienti veterocomunisti, in quel momento l’avrebbero sostenuto senza problemi.
Ma la loro storia ci dice che hanno tentato di rappresentare l’opposto.

Nella tua replica introduci con molta leggerezza una equivalenza tra terzointernazionalismo e stalinismo per poi affermare che “voi”, cioè noi brigatisti di più generazioni, saremmo stati gli epigoni di quella cultura politica.
Capisco che nella tua affermazione sia contenuta una carica polemica antica derivante dalla tua originaria appartenenza ad una delle componenti dell’operaismo che si è sempre narrata come l’unica legittima rappresentante di quella storia, in realtà molto complessa, e si è autoincensata come l’antitesi intelligente e moderna, rivale e alternativa alle culture considerate “vetero” presenti nel resto del movimento, anzi “esterne” al movimento come vi piaceva tanto dire delle Brigate rosse.

Per fortuna, caro Andrea, la storia è ben più complessa, articolata, carica di sfumature e sorprendenti smentite. Dovreste liberarvi, tu e i tuoi amici postoperaisti e postnegriani, da certe leggende ideologiche, uscire dalle narrazioni autocelebrative e calarvi all’interno di una visione più laica degli anni 70, che alcune ricerche sociologiche sull’origine politica-ideologica dei militanti della lotta armata, e delle Brigate rosse in particolare, già consentono.

Da tempo questi dati ci dicono che il grosso dei militanti della lotta armata viene dal filone operaista, comprese le Br che pure, a differenza di altre formazioni armate più omogenee, hanno avuto una composizione socio-ideologica molto eclettica che nei 19 anni della loro storia ha reclutato nelle aree politiche più disparate, subendo anche influenze legate al peso delle diverse generazioni che vi affluivano.

Se le Br fossero state soltanto quella sorta di cartolina di Épinal in salsa emiliana legata alla vicenda del gruppo dell’appartamento o dei trentini della facoltà di sociologia, sarebbero finite con la trappola di Girotto-frate Mitra. Quella emiliana fu una enclave mitizzata e mediatizzata a cui crede ormai solo quel cospirazionista attardato di Fasanella, anche perché per anni molti di quel gruppo hanno rappresentato la parte visibile dell’organizzazione, quella finita in carcere.

In realtà l’insediamento più grosso e strutturale stava nelle fabbriche del triangolo industriale, proveniva dall’esperienza dei Cub, era l’anima operaia, quell’operaio massa nuovo e sovversivo.
Ma ciò che ha fatto sopravvivere questo gruppo per quasi due decenni è stata la capacità di uscire anche dalla fabbrica, radicarsi nel territorio, insediarsi nelle periferie romane e milanesi, fino a Napoli.
Nelle Br non confluiscono solo ex Fgci (fatto anche generazionale. Chi era giovane nei primi anni 60 passava da lì come avvenne per alcuni fondatori di Potop), qualcuno, o pezzi del gruppo feltrinelliano, ma comunisti libertari come Faina, larghe fette di Potere operaio, meno di Lc, maoisti, quelli prima confluiti per Potop (altri ex mao confluiti in Potop fondano gruppi armati concorrenti) e altri ancora, e poi quel magma definito genericamente Autonomia, prima e dopo il 77.
Il reclutamento in una città come Roma, soprattutto nella zona periferica sud-est, si prolunga fino alla metà degli anni 80.

Che il terzointernazionalismo non sia riassumibile nello stalinismo lo si deve affermare per rispetto delle altre famiglie del comunismo internazionale. Quanto meno avresti dovuto prendere delle precauzioni periodizzando. I troskisti, i bordighisti, per citarne solo alcune, sono a pieno titolo figli di quella tradizione.
Senza dover citare Revelli, quella proiezione verso l’assoluto del fine che giustifica ogni mezzo non è propria solo dello stalinismo, che l’ha portata alla sua aberrazione massima, all’abisso senza ritorno. E’ insita in molte altre culture non solo del comunismo rivoluzionario, in quelle leniniste, nel troskismo, nella tradizione anarchica, ma e propria anche delle culture nazionaliste e fasciste, appartiene – lo sai meglio di me – alla grande avventura sionista tuttora in corso.
Aggiungo che non manca nemmeno nelle esperienze dell’operaismo armato: devo forse ricordare le gesta di Segio o le imprese di Fioroni?

Si da il caso che nella biografia di Prospero Gallinari non troverai nulla di tutto ciò!

Ecco appunto, torniamo a Prospero. La sua cultura è un must particolare, originale, che ha delle similitudini con gli altri emiliani ma non è sovrapponibile a quella di altri dirigenti brigatisti come Moretti, Curcio, Senzani, Balzerani, Guagliardo, per stare al gioco dei nomi conosciuti.

Un comunismo contadino che mette radici nell’Emilia profonda, che ha legami forti con la memoria della Resistenza in una zona segnata duramente dalla guerra civile (legami giustificati anche dalla vicinanza anagrafica), nella quale è presente la tradizione insurrezionalista, con elementi secchiani e dunque certamente di scuola “emmelle”, ma che si intrecciano pure con l’opposizione ingraiana. Un sostrato che si misura, e qui sta l’intelligenza e l’originalità del percorso di Gallinari, con le nuove culture sovversive della metropoli degli anni 70: quella operaia prima e quella delle periferie urbane dopo.

Posso capire cosa c’entra tutto ciò con lo stalinismo?

Ti sei mai chiesto come sia stato possibile che uno come Gallinari abbia di fatto installato, fatto crescere, dato basi solidissime alla colonna romana, la colonna terziaria per definizione, quella sociologicamente più negriana…. Quella dell’operaio sociale, dei disoccupati, dei borgatari, degli studenti, dei lavoratori dei servizi, dei ferrovieri.
Chi mai tra questi giovani, Gallinari avrebbe guardato con sospetto, come sostieni?

Solo una persona con una grande duttilità, una enorme capacità di ascolto e di adattamento avrebbe potuto “accudire” quel fiume di giovani che volevano entrare nell’organizzazione.

Le tue, Andrea, sono incrostazioni ideologiche, pregiudizi che non reggono alla luce dei fatti e di cui faresti bene a liberarti.

Non c’è stata organizzazione meno terzointernazionalista delle Br, questo è il punto. Forse alcuni accenti del genere riapparvero nell’aspro dibattito interno che divise quanto restava delle Br-pcc alla metà degli anni 80, ma era un momento in cui la voglia di tirare bilanci e rifondare tutto spingeva a cercare spunti ovunque. Durò poco.

La Brigate rosse, in realtà, hanno innovato, praticando un’eresia organizzativa ed ideologica. Guardavano agli esempi della guerriglia urbana metropolitana, Marighella e non il Che. Antileniniste sul piano dell’organizzazione, rifiutavano il modello del doppio livello, legale e illegale, della separazione tra direzione politica e braccio armato propugnando l’unificazione tra politico e militare, con un discorso che traeva coerenza dal rifiuto della divisione del lavoro manuale e intellettuale.

Nelle Br non esistevano i capi che mandavano i gregari a sporcarsi le mani, l’intellettuale che dava la linea e gli altri che eseguivano. Il dirigente andava in prima linea, non diceva armiamoci e partite per poi giustificarsi, come fece un certo professore, dicendo: “hanno capito male i miei libri”. Era moralismo rivoluzionario? Probabile.
Comunque si trattava di una formula organizzativa differente da quelle di altre formazioni di matrice operista ortodossa che invece praticarono senza problemi questa dualità tipicamente terzointernazionalista.

Vengo infine all’ultima parte, lì dove affermi che Prospero era uno di quelli, «che se il partito glielo avesse ordinato ti avrebbe eliminato, con le lacrime agli occhi ma senza esitare, convinto che questo fosse il suo dovere di rivoluzionario e di soldato della guerra di classe. Quella spietatezza politica era inaccettabile, certo, ma Prospero la condivideva con migliaia e migliaia di militanti dei suoi tempi».

Qui siamo alla calunnia bella e buona. Diversa solo nello stile dalle parole che ha scritto Fasanella su Panorama.
Dovresti rileggere quanto ha ricordato Lanfranco Pace in una intervista apparsa sul Foglio di questi giorni sull’atteggiamento misurato con il quale Gallinari gestì la grave crisi provocata dal modo in cui Morucci e Faranda uscirono dalle Br, rubando parte dell’arsenale militare dell’organizzazione. Un comportamento gravissimo, definito allora “banditesco” e che nella storia delle organizzazioni rivoluzionarie ha sempre provocato l’eliminazione dei responsabili.

Nelle Br esisteva una prassi che consentiva a chiunque fosse in crisi o in disaccordo di andare via dall’organizzazione se avesse voluto, ritirandosi a vita privata se era ancora possibile. Quando chi usciva era già latitante, otteneva in dotazione l’arma personale, dei soldi e un minimo di aiuto logistico, a rischio – come avvenne molte volte – di cadere in trappole micidiali tese dalla polizia. Nessuno veniva messo alla porta, gettato in strada.

Morucci e Faranda non si accontentarono di ciò, ebbero un comportamento “poco leale”, nonostante ciò quella vicenda venne ricondotta da Gallinari all’interno di una gestione politica del dissenso. Giudizi molto duri ma nessuna rappresaglia. Aggiungo che a minacciare Morucci in carcere furono altri personaggi, no sto qui a fare il nome, ma sai benissimo di chi parlo.

E visto che parliamo di Morucci ricordo – come da egli stesso raccontato nei suoi libri – che fu lui e non certo Gallinari ad intrattenere rapporti molto stretti con Feltrinelli, quando era ancora responsabile del lavoro illegale di Potere operaio (e le Br erano appena un piccolo gruppetto), fino ad avere quasi una doppia appartenenza.
Feltrinelli aveva rapporti internazionali di peso, non solo con Cuba e le guerriglie sud americane ma anche con il blocco orientale. Perché mai allora l’etichetta di stalinista non ricade su di lui ma l’appiccichi a Gallinari? E perché mai è lui che dovrebbe rispondere della leggenda del superclan come va dicendo Fasanella?

Concludo ricordando il ruolo e il comportamento tenuto da Prospero negli anni di carcere anche nei momenti di massima tensione interna alle Br o con altri gruppi (7 aprile, movimento della dissociazione), sempre improntato a ricondurre sul piano del confronto politico, anche aspro ma sempre politico, le divergenze, le rotture, lontano da qualsiasi sopraffazione fisica.

Basta leggere le sue memorie, il rammarico con cui racconta gli anni bui delle rese di conti che nel clima allucinato delle carceri speciali portò tronconi scissionisti delle Br a scagliarsi contro altri pezzi della stessa organizzazione, scatenando una guerra contro le proprie ombre, alla ricerca del capro espiatorio di turno.
Gallinari difese quelli che avevano ceduto sotto la pressione degli interrogatori o delle torture dando prova di saggezza, umanità, buon senso, grande lungimiranza politica e umana.

Un grande dirigente, il cui atteggiamento restio ad entrare nei dettagli era una questione di stile non di reticenza. Un vecchio stile comunista, misurato, asciutto, che si sforzava di trattenere i sentimenti, di mettere in avanti sempre la lucidità.

Paolo Persichetti

*  *  *  *


E’ morto il br Prospero Gallinari: era generoso, altruista, coraggioso

Andrea Colombo
Gli Altri online 14 gennaio 2013

Prospero Gallinari era una persona meravigliosa. Molti lo sanno ma temo che pochi lo scriveranno. Invece è bene che sia detto. Era generoso, altruista, coraggioso. Era uno di quelli di cui si dice “col cuore grande” e forse non è solo un caso che alla fine, dopo una lotta lunghissima, proprio il cuore lo abbia fregato.
Certo, Prospero ha sparato, Prospero ha ucciso. Tecnicamente Prospero è stato un assassino. Ma chiunque lo abbia conosciuto anche solo di sfuggita sa perfettamente che questa verità è bugiarda. Non rende neppur minimamente ragione della vita e dell’animo di Prospero Gallinari.
Era un uomo d’altri tempi. Un militante comunista di quelli che per due secoli hanno fatto la storia. Un partigiano nato per caso a guerra finita. Da ragazzo si faceva chilometri a piedi per andarsi a leggere l’Unità nel bar del paese più vicino alla fattoria in cui era cresciuto. Da uomo fatto era ancora quel ragazzo.
Con noi, ragazzi di movimento, che negli anni ’70 il Pci lo odiavamo e lo combattevamo aveva pochissimo a che spartire. «Io – mi ha detto una volta – sono sempre stato un militante del Partito comunista italiano e, anche se ti sembrerà strano, in tutte le organizzazioni di cui ho fatto parte ho sempre rappresentato l’ala moderata». Ci guardava con sospetto, come quasi tutti i brigatisti, operai e contadini la cui continuità con la tradizione comunista era molto più ferrea della nostra.
Per anni e anni Gallinari è rimasto in galera col cuore sempre più malconcio, passando da un infarto a un altro. Avrebbe avuto il diritto di scontare la pena fuori da quelle mura, con un male così grave. Non gli veniva consentito solo perché era considerato, a torto, l’uomo che aveva ucciso Aldo Moro. Avesse detto che no, non era vero, che si assumeva tutte le responsabilità di quell’esecuzione atroce ma a sparare non era stato lui, lo avrebbero tirato fuori subito. Nessuno osò mai proporgli un gesto simile. Sarebbe bastato a farsi togliere per sempre la parola.
Gallinari sarebbe morto in galera senza un fiato se Mario Moretti, nel suo libro-intervista a Riossana Rossanda e Carla Mosca, non avesse dettio che a uccidere, in quel garage di via Montalcini, era stato lui. Tutti gli impedimenti che fino a quel momento avevano reso impossibile la sua scarcerazione caddero come per miracolo.
Sia chiaro, Prospero era un rivoluzionario generoso e di animo buono, ma era anche uno stalinista, uno di quelli che se il partito glielo avesse ordinato ti avrebbe eliminato, con le lacrime agli occhi ma senza esitare, convinto che questo fosse il suo dovere di rivoluzionario e di soldato della guerra di classe. Quella spietatezza politica era inaccettabile, certo, ma Prospero la condivideva con migliaia e migliaia di militanti dei suoi tempi. Che non erano i nostri, perché Prospero Gallinari era davvero un uomo e un rivoluzionario e un comunista “d’altri tempi”.
Credo che a tutti quelli che lo hanno conosciuto, per quanto lontanissimi fossero dalle sue scelte, per quanto severamente lo possano aver criticato, mancherà moltissimo.

 *  *  *  *

Replica di Paolo Persichetti
15 gennaio 2013 at 19:52

C’è un episodio sconosciuto che vorrei raccontare: nel 1989 erano in corso nell’aula bunker di Rebibbia diversi maxi processi; l’appello del Moro ter, quello per insurrezione contro i poteri dello Stato, oltre a quello contro le Br-Udcc nel quale ero imputato. In quel momento si discuteva molto di soluzione politica, c’erano settori dello Stato che volevano chiudere la vicenda della lotta armata. L’atteggiamento dei media verso i prigionieri politici era cambiato e così accadeva che ogni tanto ci veniva offerta la parola. In una pausa delle udienze, il giornalista Ennio Remondino intervistò Prospero Gallinari e tra le diverse domande gli chiese anche con chi stessero i prigionieri delle Br: con il governo cinese, che aveva inviato i carri armati in piazza, o con i manifestanti di Tienamen? «Con gli occupanti della piazza, e con chi se no?», fu la risposta di Gallinari. Naturalmente Bruno Vespa, allora direttore del Tg1, tagliò quella frase che smontava uno dei cliché più classici e mistificatori incollati sulla pelle dei militanti della lotta armata.
Caro Andrea hai fatto la fine di Vespa. Peccato che il tuo pezzo molto bello sia alla fine scivolato nel dizionario dei luoghi comuni.

Paolo Persichetti

 *  *  *  *

Replica di Andrea Colombo
15 gennaio 2013 at 20:50

Caro Paolo, mi sono riletto il pezzo, scritto molto a caldo, per rintracciare gli eventuali luoghi comuni. Non sono sicuro che ci siano, anche se come medium internet non agevola l’approfondimento. Cmq provo a spiegarmi. Non sapevo di quella domanda di Ennio Remondino, ma non avrei avuto alcun dubbio sulla risposta di Prospero. Però, scusa, che c’azzecca? Se Prospero fosse stato con il Pcc, in quell’occasione, non sarebbe stato stalinista ma stupido, e non lo era.
Mi riferivo a qualcosa di meno banale, più tragico, per certi versi anche più funesto. Una intera generazione di comunisti, quella terzinternazionalista, ha accettato parecchie aberrazioni, sapendo che erano tali, dunque soffrendole, perché questo era l’interesse del partito e, dunque, della rivoluzione. Esempio non brigatista e non sanguinolento: quando il Pci decise di estromettere Giuliano Pajetta, la cui sola colpa era quella di aver fatto la resistenza in Jugoslavia, Giancarlo sapeva perfettamente che si trattava di una feroce ingiustizia e che suo fratello fosse oggetto di quella ingiustizia che gli rovinò la vita non lo faceva certo felice. Ma scelse di tacere perché questo chiedeva il partito, cioè la rivoluzione. Di esempi simili ce ne sono letteralmente migliaia: quello era lo stalinismo. Era atroce, era in qualche misura “inumano” ma aveva una sua altrettanto atroce nobiltà. Voi, secondo me, siete stati gli ultimi epigoni di quella cultura.
Non sarò reticente: so perfettamente che tutti gli inquilini di via Montalcini soffrirono come cani il 9 maggio del 1978. Però scesero lo stesso in garage perché ritenevano che questo chiedesse, anzi imponesse, la rivoluzione. Quella contraddizione è tragica e secondo me voi, magari non sempre essendone coscienti, la avete vissuta più di chiunque altro in quegli anni. E Prospero, credo, persino più degli altri.
Questo volevo dire, e non sono convinto, ripeto, che sia un luogo comune.

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Prospero Gallinari, un uomo del 900
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