La morte di Blefari Melazzi e le carceri italiane

Elettra Deiana
Gli Altri, 6 novembre 2009

Era l’autunno del 2005. Avevano allestito per loro una sezione speciale femminile di massima sicurezza, come da articolo 41 bis, in un carcere, chiamato “Le Costarelle”, di Preturo, all’Aquila. Già affollato di 41 bis ma, fino allora, i casi erano tutti relativi a crimini mafiosi compiuti da mani maschili. Loro, le detenute, per le quali era stato riservato il trattamento di massimo isolamento e che in quell’autunno di quattro anni fa inaugurarono l’apposita sezione, erano Nadia Lioce, Laura Proietti e Diana Blefari. Neo brigatiste della nuova stagione degli assassini politici, gli anni allucinati dei delitti di Sergio D’Antona e Marco Biagi. Stavano ognuna in una cella per contro proprio e non comunicavano tra loro. Perché non ne avevano voglia – come era fin troppo chiaro e potei costatare personalmente durante la visita – oltre che per la situazione di estremo isolamento del 41 bis, che avrebbe mandato in tilt chiunque. Ero andata a visitare Diana Blefari, in modo particolare, per le notizie che mi erano arrivate sul suo stato di salute e per la novità della sezione femminile in quel carcere, che conoscevo bene per altre visite che vi avevo fatto. Ma lei, Blefari, non comunicava soprattutto perché, fin dall’inizio dell’arresto, era caduta in uno stato di profonda prostrazione e inerzia psicologica. Era arrivata al carcere di Pasturo già in condizioni pietose. Così la vidi. Se ne stava rannicchiata tutto il giorno nel letto, con la coperta fino agli occhi e senza nessun cenno di interesse per il mondo. Rifiutava il cibo, non parlava con nessuno, non voleva vedere neanche i familiari. Non rispose a nessuna delle mie sollecitazioni. Era piombata nel cono d’ombra di un distacco da se stessa che non l’ha mai abbandonata. Chiesi in un’interrogazione parlamentare, con Titti De Simone e Giovanni Russo Spena, che Blefari fosse trasferita in un carcere ordinario, senza regime di 41 bis. E rimasi in contatto col direttore del carcere, fino a quando la detenuta non venne trasferita a Sollicciano, struttura di detenzione dotata di un osservatorio psichiatrico. Poi ne persi le tracce. Angiolo Marroni, garante dei detenuti del Lazio, dopo il suicidio di Diana Blefari, avvenuto in questi giorni nel carcere di Rebibbia, ha parlato di “schizofrenia e inabilità psicologica”. Non dubito che Marroni abbia tutti gli elementi per valutare lo stato delle cose. Tutti se ne sarebbero potuti rendere conto. Molti, che in questi anni hanno seguito la vicenda, non si sono meravigliati dell’esito finale. C’è una lunghissima documentazione in proposito e il guardasigilli Angiolino Alfano dovrebbe essere cauto prima di esercitarsi in affermazioni sfrontate, come quelle che ha fatto circa la compatibilità della situazione carceraria con lo stato di salute di Blefari. Che doveva essere curata, messa nelle condizioni di accettare di vivere e invece è stata lasciata a se stessa. Forse Alfano non sa bene quello che dovrebbe sapere, come ministro della Giustizia. Lo Stato e le sue istituzioni, le sue strutture e il suoi apparati, per l’ennesima volta sono mancati all’obbligo di tutelare le vite che la giustizia consegna alla pena detentiva. In un Paese come il nostro, che ha in Costituzione l’articolo 27, parla di stato di diritto e però straparla di diritto alla vita. Per tutti fuorché per le vite incarnate di donne e uomini. Per questo la pena rischia di assomigliare sempre più, per i più deboli e gli emarginati e i disperati, a una soluzione estrema. Di questo Alfano dovrebbe riuscire a dire qualcosa. Non sono in discussione i titoli di reato per i quali Blefari è stata condannata. E’ in discussione la responsabilità dello Stato che deve rispondere se abbia fatto – e non ha fatto – tutto per tutelare la vita di una donna detenuta nelle sue strutture carcerarie. Soprattutto oggi, con tutti i suicidi che si verificano nei luoghi di detenzione e Teramo, con i suoi lugubri echi di violenze sotterranee. Ma ormai il degrado dell’intero sistema carcerario, sotto gli occhi di tutti, e rischia di creare crescente assuefazione e indifferenza.

Link
Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine



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2 thoughts on “La morte di Blefari Melazzi e le carceri italiane

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