Ma dove vuole portarci Saviano?

A “Vieni via con me” tra un elogio delle scorte di polizia, citazioni di Prezzolini e Longanesi che tanto sarebbero piaciute a Montanelli, l’autore di Gomorra ha messo in scena la sua scelta di campo

Paolo Persichetti
Liberazione 10 novembre 2010


Imbarazzante. Non troviamo altro modo per definire la prestazione fornita da Roberto Saviano lunedì sera a Vieni via con me, il programma ideato con Fabio Fazio su Rai3. Se nei suoi libri aveva già dimostrato di non essere un nuovo Umberto Eco, da lunedì sera sappiamo che non sarà nemmeno il nuovo Marco Paolini. A vederlo abbiamo provato nostalgia per le prediche di un qualunque Celentano, per le intemperanze di un qualsiasi Sgarbi. Persino Gianfranco Funari con il suo trash televisivo ci è mancato. Al cospetto il senso di inadeguatezza dimostrato, i luoghi comuni sciorinati, l’uso sistematico di una memoria selettiva e arrangiata, la pochezza culturale messa in campo suscitavano disagio. Un senso di pena e quasi un moto di rimprovero per chi lo ha trascinato lì. Un monologo melenso di trenta minuti, privo del senso del ritmo, di battute folgoranti, della potenza delle pause, ma accompagnato solo da uno smisurato e pretensioso egocentrismo, sono stati davvero troppi. Forse un posto giusto per Saviano in televisione ci sarebbe pure, magari nel confessionale del Grande fratello o sotto il fresco di una bella palma nell’Isola dei famosi. Perché il livello è quello lì: un derivato speculare dell’era berlusconiana.
La lunga serata televisiva era cominciata al mattino sulle pagine di Repubblica, dove Saviano annunciava che avrebbe raccontato il funzionamento della “macchina del fango”. Ma il calco televisivo dell’articolo scritto da Giuseppe D’Avanzo a metà ottobre non è riuscito un granché. L’autore di Gomorra piangeva censura. Singolare lamentela per un personaggio che vende centinaia di migliaia di copie con la Mondadori, l’ammiraglia editoriale della famiglia Berlusconi, ha pubblicato l’ultimo libro per la prestigiosa Einaudi diventata una sottomarca sempre della Mondatori, scrive sul secondo quotidiano italiano emanazione di uno dei più potenti e aggressivi gruppi editoriali-finanziari (De Benedetti-Repubblica-Espresso), va in televisione a recitare monologhi nemmeno fosse il presidente della Repubblica, percepisce in cambio un compenso di alcune centinaia di migliaia di euro, cioè l’equivalente di oltre venti anni di salario di un impiegato o di un operaio e di almeno due esistenze di lavoro di un qualsiasi precario.
Il vittimismo è proseguito per l’intera serata rivelando la grave mitomania del personaggio che ha utilizzato alcuni spezzoni televisivi sul giudice Falcone per parlare, in realtà, di sé. Il transfert era evidente. Saviano ha messo in scena la propria voglia di martirio, manifestazione preoccupante di quella sindrome che gli esperti chiamano di san Sebastiano. Non ha rinunciato poi ad inviare dei segnali politici molto chiari. Per tutta la serata non ha mai citato la parola destra, ovviamente tirando bordate, senza mai nominarlo, contro Berlusconi. Ha invece più volte richiamato le responsabilità della sinistra colpevole di aver lasciato solo Falcone, ucciso poi dalla mafia. In realtà a farlo furono soprattutto gli antesignani del giustizialismo odierno, quegli esponenti della Rete che sospinti dall’anticraxismo criticarono la sua scelta di collaborare col guardasigilli Martelli. Insomma lunedì sera Saviano ha tirato la volata alla destra di san Giuliano, quella di Fini. I suoi fans di sinistra è ora che se ne facciano una ragione.

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38 thoughts on “Ma dove vuole portarci Saviano?

  1. Sono sempre stato di sinistra, non conosco Persichetti anche se a suo tempo leggevo Liberazione. Dopo questo commento però capisco perchè ho smesso di leggerlo!
    Se tutto questo non è una bufala provocatoria..continuerò a non leggervi.

  2. Saviano è un fascista,io non ho guardato il programma e non lo guarderò neanche morto.Magistratura e polizia sono i servi dei servi che perpetuano il potere indipendentemente!!!
    Così si e suicidata la sinistra sociale in italia,ora si grida contro il nano!!!!
    Autonomia l’unica via

  3. Un abbraccio virtuale a Paolo dal suo ex compagno di cella. Gli anni , vedo , non hanno sconfitto l’acume e la puntualità dell’analisi. Concordo con “l’imbarazzante”. Quello che mi fa venire i brividi è l’ipoteca che, tramite la sua voce ed il programma, certe procure vogliono mettere su questa ennesima transizione politica. Manette e comunicazioni giudiziarie condite di indiscrezioni sui giornali, unite nella lotta! Il Berlusconismo condito da un feltrismo da Caso Boffo che si cerca di utilizzare a sinistra. Invece di formare posti di lavoro si sta cercando di formare il “linciatore di massa”, si aizza la gente contro “l’untore”. La povera gente, una vota si diceva “il proletariato? Per questi Mandarini della Politika (tutti) non conta niente e deve rimanere così. Al massimo deve essere strumentalizzata. Lettura obbligata :”La colonna infame”

  4. Grande Dott. Persichetti….
    aspetto questo da circa due anni….finalmente è venuta fuori la “pochezza culturale” di questo ragazzo definito anzi tempo un eroe e uno “scrittore”!!!!!!! Con imperdonabili scuse per le miglialia di scrittori con la S maiuscola! Non ha scoperto “l’acqua calda”….e poi dopo le gaffes con Israele e Palestina, dove ancor più ha manifestato al sua pochezza culturale, la sua mancanza di conoscenza storica e storiografica dei fatti e dei luoghi, consiglierei al Saviano di riflettere prima di parlare e tanto più di lasciar perdere la penna ….perchè si sa… “verba volant scripta manent”!

  5. C’era qualcuno che diceva che il nemico del mio nemico è mio amico. Detto questo, che non condivido molto, c’è da premettere anche che in Saviano, in Fazio e nella loro trasmissione c’è molta ipocrisia. Oppure finzione. Probabilmente è più vera la prima ipotesi. Ipocrisia o finzione perché Saviano&C. hanno affermato che la “macchina del fango” è uguale “Berlusconi”. Ma Berlusconi è anche “Fininvest” uguale “Mediaset” uguale “Endemol”, cioè la società che ha prodotto “Vieni via con me”, ed è anche “Fininvest” uguale “Mondadori”, cioè la casa editrice che pubblica “Gomorra”.
    Ora, se Saviano si scaglia contro chi lo produce e lo pubblica – ossia chi lo paga – o quest’ultimo è il più “liberale” tra gli editori (e io sono un carretto 4×4) oppure c’è qualcosa che puzza.
    Premesso tutto ciò, e ritornando alla frase iniziale, Saviano ha scritto un libro in cui credo ci sia scritta la (una delle tante?) verità sulla camorra, e che per questo lo vogliono morto, e che per questo ha la scorta. In tv ha portato anche una denuncia sulle mafie, e su questo credo che qualcosa di condivisibile e non falso ci sia.
    Seconda cosa: Saviano non ha parlato solo di Berlusconi ma di un sistema “del fango”. Che lo abbia fatto in modo parziale e culturalmente discutibile è probabile, ma almeno l’ha fatto. Sì, è vero, con un “transfert” su Falcone ha parlato di sé, molto probabilmente si è autoelogiato, dicendo “io sono il bene, tutto il resto è male”, il che non è particolarmente bello, giusto e corretto. Ma è meglio Saviano che parla di qualcosa contro qualcosa e qualcuno, ossia Mafia e Berlusconi (personalmente qualcuno dei miei nemici – e mi rifaccio alla frase iniziale – visto che considero Berlusconi *non* il male assoluto per l’Italia ma uno dei suoi primi rappresentanti attuali, e della mafia è facile immaginare cosa ne penso), anche se in modo non pienamente accettabile, oppure è meglio guardare il Grande Fratello o l’Isola dei Famosi come da paragone del signor Persichetti? Beh, la domanda spero sia retorica per tutti, altrimenti l’ipocrisia è in chi risponde, visto che i reality e la tv spazzatura sono “l’oppio dei popoli” (prendendo in incauto prestito una citazione) e quanto più di negativo possa intrattenere i telespettatori.
    Con questi presupposti, Saviano continua ad essere un derivato speculare dell’era Berlusconiana? Se sì, allora dovrebbero esserlo quasi tutti i personaggi pubblici italiani. E a questo punto Berlusconi chi è? Un Dio che ha creato dal nulla la società e la politica italiana? Ma per favore…
    E qui si continua nella critica di Persichetti: “Saviano non dovrebbe scrivere nemmeno su Repubblica, perché è di De Benedetti”. Allora per lo stesso motivo non dovrebbe scrivere nemmeno su un’altra decina di quotidiani più o meno noti. Dove dovrebbe scrivere allora? Su Topolino? Ah no… anche quello di Berlusca. Oppure su qualche pubblicazione stalinista-tiratura-10-copie per far contento Persichetti?
    E’ vero: Saviano guadagnerebbe 50.000 euro a puntata, ma è la tv, bellezza. Affondiamo tutta la tv allora, visto che lo stipendio più “basso” è quello della Gabanelli, ossia 150.000 euro l’anno. Però ci piace Report, no?
    Saviano fa l’occhiolino a Fini? Non so, non credo. Ma in tutta la critica di Persichetti non è certo questo il punto centrale.
    Credo che se Saviano è il simbolo dell’ipocrisia, Persichetti ne è forse molto invidioso.

  6. Nn vedo la Tv da anni..ma ieri sono riuscito a vedere sul sito Rai la puntata con Saviano..! X me Saviano nn e’ solo un grande scrittore..nella maniera in cui giostra le parole..nn ce ne tanto in giro..ma ha un fascino particolare..che nn si puo fare a meno di guardarlo o ascoltarlo…Peccato che in Italia si e’ abituati a tanta immondizia…” l’autore di sopra che suggerisce a Saviano di andarsene sull isola o dal Grande Fratello..forse solo gli unici programmi che il signore riesce a perceprire..” Ma no…Saviano no…lasciateci questa grande voce da seduttore…!

    • Affinità elettive: lo sperticato omaggio dei finiani di Farefuturo a Roberto Saviano. Giusto un inciso, Celine non ha scritto solo Voyage au but de la nuit, come credono certi snob parvenu, ma anche Bagatelle pour un massacre, un pamphle immondezzaio in cui sono raccolti i più beceri luoghi comuni antisemiti. Non serve leggere ogni cosa se poi non si è capaci di capire cosa si legge

      https://insorgenze.wordpress.com/2010/06/06/alla-destra-postfascista-saviano-piace-da-morire/

      • Ciao Pino, non trovo Saviano un Umberto Eco, ne mi affascina. Ciò che dice o meglio, racconta, è una verità farcita di fantasia … tipo il suo monologo in prima serata sull’Iran – paese che conosco – non sono riuscita ad ascoltarlo. Le inesattezze esagerate erano insopportabili. Ho capito che non raccontava x esperienza, ma x sentito dire. Essendo ebreo e sostinitore d’Israele, era persona non idonea all’argomento. Dopo 10 minuti ho cambiato canale… L’opinionista lo faccia argomentando la mafia. Di altro è meglio non parli, soprattutto quando è pagato – profumatamente – con i soldi degli abbonati. Conosco dei suoi retroscena personali … forse questo aumenta la mia disistima verso quest’ultimo “eroe di carta”. Sono molto vicina all’opinione di Paolo Persichetti. Serena serata

  7. Paolo Persichetti,accidenti il fiato che sprechi!
    solo per un opinione,diciamolo…fin troppo personale.
    Vedi se anche tu avessi la “mancanza di talento” necessaria per scrivere un libro come Gomorra,e poi lo scrivessi davvero e alla fine davvero ti trovassi a pagarne lo scotto come Saviano,allora forse i tuoi giudizi,comunque discutibili,potrebbero avere,una qualche,vaga rilevanza.Oh…certo a condizione che poi ti mantenessi assolutamente puro,lontano dalle contaminazioni con Mondadori,Endemol,fascisti e tutto il resto…Visto che evidentemente tu hai meno talento del già,a tuo dire,scarsissimo talento di Saviano dovresti:
    1)risparmiarti di elargire consigli “ai fan di sinistra di Saviano”,per riservarli tutti ai gran chiacchieroni di sinistra come te.
    2) magari quando non gradisci di vedere una trasmissione che fino all’ultimo ha rischiato la censura andare in onda,semplicemente(tieniti forte perchè questa è illuminante)…CAMBIARE CANALE!
    3)eventualmente Paolo Persichetti…un pò di sesso anche in solitaria…secondo me(perciò con tutti i limiti che inevitabilmente i giudizi troppo personali possono avere) ti gioverebbe forse a mantenerti più sul concreto,senza perdere di vista le questioni davvero gravi ed urgenti che tengono all’angolo questo paese allo sfascio.

    Paola Mura (fan di sinistra di Saviano)

    • Paola Mura…accidenti!! E meno male che sei di sinistra!
      Una donna di sinistra, si sa, invita alla masturbazione chi non ha le idee come le sue: un passo verso l’emancipazione femminile!
      Insomma, stiamo al livello di tutti quelli che per strada ci dicono “zitta troia”: vedo che il bassofondo culturale di questo nostro cesso di paese ti ha accolta orgogliosamente!
      Cambiare canale o andare al cesso a farsi le pugnette: complimenti per i contenuti!
      Dici di esser una fan di Saviano di sinistra: quindi una fan delle scorte, del tricolore, del carcere e dei magistrati.
      Quindi una che non spende felicemente una sola parola sul lavoro nero in campania, su Terzigno, su Poggioreale che ha il 68% di detenuti in attesa di giudizio (un baluardo della sinistra immagino: proprio una donna di sinistra si si!).

      Parli di invidia con la bile che t’esce dalle orecchie…forse hai solitudini sessuali che consoleresti con la scorta di Saviano? I Casalesi a letto ti spaventano, troppo cattivi?
      Figurati Persichetti allora, co’ tutta la galera che il tuo amato stato gli ha fatto fare: meglio un po’ di sani ditalini dici …
      sarà.
      se lo dici tu!

    • Panorama 24 dicembre 2009
      Saviano risponde a Pietrangelo Buttafuoco

      “Ho sempre fatto riferimento alla tradizione che fu della destra antimafia. Paolo Borsellino si riconosceva in questa tradizione. E spero e credo che questa tradizione importante sia ancora viva nella base dei militanti, soprattutto nel Sud Italia”.

      “Come scrittore, mi sono formato su molti autori riconosciuti della cultura tradizionale e conservatrice, Ernst Jünger, Ezra Pound, Louis Ferdinand Celine, Carl Schmitt… E non mi sogno di rinnegarlo, anzi. Leggo spesso persino Julius Evola, che mi avrebbe considerato un inferiore”.

      “Come scrittore è lì che mi sono formato, ma questo non significa che oggi mi senta in contraddizione se difendo la Costituzione. Non credo che la Costituzione italiana oggi sia di sinistra o di destra. Mi sembra semplicemente una base per garantire una convivenza equa a tutti i cittadini, per conservare lo stato di diritto che è una condizione indispensabile anche per la lotta alle mafie. E credo pure che il suo richiamo all’unità di questo Paese sia qualcosa d’importante. Personalmente, terrei che continuasse a esistere un paese di nome Italia, e penso che ci terrebbe pure Gabriele D’Annunzio”.

  8. Ai lettori: quando quello che una persona dice non conterà più nulla, e conterà solo chi lo dice, e come e quando lo dice, come faremo a capirci?

    Le reazioni entusiaste seguite alla trasmissione di Roberto Saviano e Fabio Fazio ci hanno costretto a delle doverose riflessioni. Doverose perché pensiamo anche noi, come Roberto Saviano, che il dissenso, la libertà intellettuale e l’autonomia di pensiero siano le basi di ogni convivenza democratica. Ed è con un po’ di imbarazzo, ma senza secondi fini, che abbiamo applicato questo nostro diritto di critica alla trasmissione stessa e ai suoi contenuti. Esercitando questo diritto non vogliamo però essere definiti come un ingranaggio di quella che Saviano chiama “macchina del fango”; riconosciamo il merito divulgativo di Saviano, espresso magistralmente nell’impostazione didattica della trasmissione di venerdì sera, non dubitiamo che l’intento di Saviano sia sincero, non siamo tra coloro che ironizzano sulla condizione da recluso nella quale vive da anni, né soprattutto siamo tra quelli che sottovalutano i rischi a cui coraggiosamente si è esposto. Ma quello che Saviano e Fazio hanno detto l’abbiamo ascoltato attentamente, e non riteniamo giusto che certi concetti, certe idee e certe parole sfuggano al vaglio di un’analisi attenta e irriverente. Molte delle cose che Saviano ha detto sono false, altre ci sembrano sbagliate, la maggior parte sono banali e prese a spizzichi e bocconi dal mainstream. La riscossa della nuova Italia prefigurata da Saviano si fonda su tutte queste cose. Non possiamo non dirlo.

    Saviano ha iniziato il suo monologo affermando di essere ossesionato dal lavorio incessante della “macchina del fango”, un’espressione di D’avanzo oggi in auge tra i berluscones.

    Il discorso di Saviano è in realtà un’autodifesa, ed è completamente sconclusionata: dopo aver detto che la privacy è un cardine della democrazia, riferendosi al caso Boffo e al caso Tulliani, Saviano ha descritto la prassi della macchina del fango: imporre l’idea che siamo tutti sporchi e colpevoli. Per Saviano invece, rivendicare la nostra diversità è un fatto vitale. La diversità e il pluralismo, dice, sono il fondamento della democrazia; la macchina del fango, invece, ci vuole tutti uguali, tutti complici di un sistema moralmente corrotto che distrugge ogni speranza. Il pluralismo democratico, allora, sarebbe in pericolo. Ma la vera antitesi del pluralismo democratico, diciamo noi, è il pensiero unico, non il “tutti colpevoli nessun colpevole” di Berlusconi (e di craxiana memoria). La confusione tra il conformismo rispetto alle opinioni e il conformismo rispetto alla morale, è lampante, anche se nella diretta il fatto sfugge, coperto dall’espressione teatrale della faccia di Saviano e dagli applausi ammirati del pubblico.

    Tutto questo discorso, poi, è rivolto a un “Loro”, astratto almeno quanto il Noi di chi lo formula. Cos’è Noi? Cos’è Loro? La società immaginata da Saviano si riduce a un conflitto tra buoni e cattivi, cioè tra i suoi amici e i suoi detrattori. Saviano invita Noi a sentirci diversi, ad affermare di esserlo. “Non migliori, per carità!, solo diversi”.

    Dobbiamo dire che in questo contesto “diversi” ci sembra solo un eufemismo per dire migliori. Saviano, che parla molto per sentito dire, sa benissimo che la parola “migliori” non si può usare, è politicamente scorretta perché rimanda ai tempi bui dell’eugenetica, dei totalitarismi e cose simili. In realtà, che dica diversi o migliori poco importa: il problema è sempre lo stesso, del che cos’è Loro e cos’è Noi. Ma è importante segnalare come molte delle cose che dice non siano sue, sono frammenti di politica corretta presi qua e là dal flusso dominante, e che spesso ostacolano la logica stessa del suo discorso. Ma Saviano non può far finta di non conoscerli e li butta ugualmente nel mucchio. Risultato: non si capisce nulla.

    La privacy è sacra, dice Saviano, e quello che è stato fatto a Fini e Boffo, cioè utilizzare la loro vita privata come arma di delegittimazione pubblica, è il segnale che la democrazia è in pericolo. A questo punto Saviano è costretto a dire per quale motivo, invece, la stessa cosa non vale per Berlusconi. Ci sarebbero almeno cinque motivi, a nostro parere:

    1) la visione americana, molto cara a Repubblica, secondo cui l’uomo pubblico non ha vita privata 2) il problema della ricattabilità (in realtà questa parola non esiste in italiano, ma il concetto è chiaro) 3) la rilevanza penale dei fatti 4) l’importanza di capire che ruolo hanno le donne nel berlusconismo 5) il dovere giornalistico di trattare ogni notizia di cui si arrivi in possesso.

    Di questi cinque, solo gli ultimi due ci convincono a fondo. Mentre Saviano ha usato, un po’ alla rinfusa, il motivo della rilevanza penale e quello della ricattabilità, ragionevole ma non sostanziale (e che, brandito da Repubblica, sembra soprattutto strumentale)

    Poi Saviano ha commentato il caso Caldoro, nel quale, come nel caso Boffo, la macchina del fango ha utilizzato il presunto orientamento sessuale delle sue vittime come arma di delegittimazione politica. Secondo Saviano “è impensabile, è incredibile” che si usi un tale strumento. Come può essere impensabile? Non si è forse Boffo dovuto dimettere? Non ha forse Caldoro rischiato di venire risucchiato dalle accuse del suo dirimpettaio Cosentino? La retorica ipocrita dello scrittore giunge qui al suo culmine. Ma c’è di più: Saviano sembra dire che la discriminazione sessuale, in questo paese, è una semplice aberrazione e non un fatto diffuso e organico. Nella confusione della sua argomentazione si coglie la denuncia della bestialità della discriminazione ma, come in altri casi, Saviano spersonalizza il problema, per farne un esempio paradigmatico della solita contrapposizione tra Italia buona e Italia cattiva: per una certa Italia questa discriminazione è impensabile, per l’altra è pane quotidiano.

    Terminato il monologo, il testimone passa a Fazio e, da qui in avanti, sembra proprio di assistere ad una puntata di Che tempo che Fa. Benigni fa da mattatore, poi entra in scena Claudio Abbado, che parla di cultura e altre cose insieme a Fazio, senza mai rivolgere parola al povero Saviano, per più di mezzora una statua di sale.

    Il nostro si ripresenta in scena sul finale con il tricolore in mano e decide di lanciarsi in una valutazione storica del processo di unificazione dell’Italia, in cui la critica alla Lega e il consueto intento didattico si affiancano. L’unità d’Italia, sostiene Saviano, non è il frutto di un accordo tra élite, né dell’aspirazione di emanciparsi dalla dominazione straniera, “macché”: è piuttosto il frutto di un moto interiore dei nostri patres patriae volto alla cancellazione dell’ingiustizia e alla premiazione del talento. La ricostruzione è schematica e fallace, ma soprattutto Saviano esclude che un fatto storico sia la conseguenza di una molteplicità di cause. Sa benissimo che le altre due cause che ha citato, e volutamente escluso, sono validissime e accreditate. Ma qui gliene serviva una, la più suggestiva possibile, perché tutte le altre, nel suo delirio retorico, erano fuorvianti. E in questo delirio di Saviano c’è addirittura spazio per l’affermazione di nuova trinità civile: lingua, bandiera e sangue. Qui dobbiamo sperarlo, che si tratti di retorica.

    Il finale ci regala un dialogo tra i due conduttori sull’opportunità o meno di rimanere in Italia. Fra i vari argomenti, Saviano ne propone uno degno di nota: “resto qui perché sono italiano”.

    Gli applausi partono scroscianti, il pubblico è in piedi estasiato. Possibile che nessuno si fermi a riflettere? “Resto qui perché sono italiano”. Che vuol dire? A sentirla così sembrerebbe un rimprovero per i cittadini italiani (e quanti giovani…) che hanno deciso, quando non sono stati costretti, di vivere e lavorare all’estero. I veri italiani restano in Italia.

    Ma più probabilmente è l’ennesima frase ad effetto, della quale conta solo l’espressione facciale di chi l’ha detta e il tono con cui l’ha pronunciata. E anche questa amenità passa in cavalleria.

    Va detto poi che i monologhi di Saviano erano totalmente avulsi dal contesto della trasmissione, che è in tutto e per tutto somigliante al solito show di Fabio Fazio. Saviano funge qui da semplice esca, visto l’ascendente di cui gode presso l’opinione pubblica, ma il riscatto nazionale che prefigura riesce a spaventarci ugualmente. La visione manichea di una società di onesti contrapposta a una macchina del fango, mostro biblico che tutto infetta e tutto corrompe, l’abbiamo già sentita, proposta da Di Pietro e Travaglio. L’intento nuovo è quello di educare un’intera generazione mediante la proposta di paradigmi alternativi a quelli del berlusconismo. Tra questi spunta anche un elogio acritico della meritocrazia, ma il ruolo della legalità e dominante e preponderante, come testimonia l’uso indifferenziato che Saviano fa delle parole “crimine” e “male”. Il rischio, va da sé, è che la legalità diventi un valore assoluto, primario (se non unico) indicatore della morale pubblica e privata, con buona pace del diritto di resistenza, della disobbedienza civile e della riabilitazione sociale. Queste nuove idee si affermano nella società italiana proprio nel momento in cui stanno sfuggendo dalle mani di Saviano, ridotto a gradito comprimario di Fazio, per andare a finire, guardate un po’, in quelle di Fini, della “Chiesa buona” e di una trama culturale che sembra prefigurare il futuro politico dell’Italia, con o senza il talento e le intenzioni dello stesso Saviano.

    Parafrasando Saviano abbiamo “aperto il computer” e ci siamo chiesti se le parole che stavamo per scrivere avrebbero innescato un’ulteriore macchina del fango: quella dei buoni, quella che ha agito già nella critica di Flores d’Arcais e Adriano Sofri al libro “Eroi di carta” di Alessandro Dal Lago. Una macchina del fango, quella dei buoni, che non agisce con calunnie sulla vita privata, insinuazioni e punizioni, ma indicando come difettosa l’identità politica e culturale delle persone, che non può essere che vecchia e sconfitta dalla storia. Chi si ferma a riflettere è perduto, la corrente della nuova Italia travolge tutto: ciò che le si oppone è roba da conservatori, o da bastian contrari.

    Una nuova cultura dominante sta emergendo, quindi, nelle crepe del berlusconismo declinante. Fino all’Olanda, dove stiamo studiando, è giunto l’appello dello scrittore ai giovani. Così abbiamo intuito che in questa fase iniziale della Saviano-mania si sta promuovendo un’educazione politica e civica di grado zero, da impartire a un’opinione pubblica stordita da vent’anni di berlusconismo. Non si regge in piedi, quest’educazione, ma ha il merito di ribadire l’importanza della legalità e di indicare degli esempi positivi. Una vera presa di coscienza arriverà solo con il tempo. E in che modo, se non con la critica?

    David Gallerano Andrea Rocchi

  9. Attenti, Saviano è di destra criticarlo serve alla sinistra

    https://insorgenze.wordpress.com/2010/11/10/attenti-saviano-e-di-destra-criticarlo-serve-alla-sinistra/

    Recensioni – Il libro di Alessandro Dal Lago, Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee, manifestilibri, e l’album di Daniele Sepe, Fessbuk – Buona notte al manicomio, manifesto cd, rompono un tabù

    Paolo Persichetti
    Liberazione 16 giugno 2010

    «Saviano divide la sinistra», più o meno è stato riassunto così il tiro incrociato che ha accolto, Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee, il libro scritto da Alessandro Dal Lago per la manifestolibri, insieme all’ultimo album realizzato da Daniele Sepe, Fessbuk – Buona notte al manicomio, sempre per il manifesto cd, dove il sassofonista-compositore dedica un brano molto critico all’autore di Gomorra. A dire il vero la furibonda reazione che si è scagliata contro i due, subito tracimata in bilioso livore, non ha riguardato solo quell’ormai incerto territorio dai confini sempre più evanescenti che per semplicità giornalistica viene ancora chiamato sinistra. Una risposta indispettita è venuta anche da quella parte della destra che, a giusto titolo, rivendica per se il messaggio politico-culturale contenuto nel lavoro letterario di Saviano. Il think tank finiano Farefuturo insieme al Secolo d’Italia hanno aperto da tempo un fronte polemico interno alla destra per dimostrare quanto il discorso portato avanti dal giovane scrittore sia roba loro. Per questa nuova destra, o almeno che aspira a presentarsi come tale, ad osteggiare Saviano sarebbe la solita «sinistra snob», ormai in rotta di collisione con qualsiasi connessione sentimentale col popolo. Dove per popolo deve intendersi innanzitutto il corpo mistico della nazione, un’entità del tutto astratta che al massimo arriva ad assumere le sembianze, nella versione nazional-berlusconiana, del pubblico spettatore o del consumatore, certamente mai l’aspetto concreto di un’agglomerato di ceti e classi sociali traversati da interessi contrapposti. Snob invece deve intendersi come sinonimo di antipopulista, nemico del giustizialismo e del mito dell’azione penale. Opinione diffusa anche in quella grande stampa «terzista», in apparenza agnostica e liberale che, come ricorda lo stesso Dal Lago, naviga nel conformismo dilagante e imbarca personaggi che in gioventù erano collocati a sinistra. Pierluigi Battista, Paolo Di Stefano, Gianni Riotta sono corsi in aiuto del povero Saviano, che vede la sua scorta sempre più affollata. E’ davvero difficile districarsi in questa sorta di nuova lingua dove le parole hanno perso senso e il senso le parole. Nei semoventi spazi della cosiddetta sinistra si sono fatti sentire anche Sofri e Flores D’Arcais, quest’ultimo senza aver nemmeno letto la quarta di copertina, ha esortato i suoi lettori a preferire una seduta d’onanismo piuttosto che perdere tempo a leggere Dal Lago. Dall’Espresso è venuta poi la toccata finale: «chi attacca Saviano è uno stalinista». Talmente vero che l’avrebbe detto anche Vishinski.
    Eppure se la canzone del bravo musicista Daniele Sepe è pur sempre una canzone, cioè semplifica inevitabilmente da cui le molte critiche giunte nei suoi confronti, il libro di Dal Lago al contrario realizza una complessa e documentata demolizione non solo del lavoro narrativo di Saviano, ma del dispositivo che attorno all’autore di Gomorra è stato costruito dopo il travolgente successo del suo libro. Attenzione all’ambivalenza dei detrattori: gli stessi argomenti impiegati per criticare Sepe diventano una risorsa quando si tratta di rispondere a Dal Lago che la prosa di Saviano ricorre volutamente a metafore ed allegorie semplificatorie per raggiungere più facilmente il grande pubblico. Dunque per Saviano vale ma per Sepe no. Questa logica binaria non da scampo. E’ un po’ come quanto scritto da Norma Rangeri sul Manifesto. Per rassicurare i lettori scioccati dal fatto che la casa editrice del giornale avesse pubblicato un libro e un disco contro Saviano, e poi dato spazio a Marco Bascetta, direttore della manifestolibri, allo stesso Dal Lago e a Daniele Sepe per sostenere sulle pagine del quotidiano il diritto di critica, ha spiegato che Saviano è certamente uno di sinistra perché «per due anni ha lavorato con noi ed ha una formazione marxista», per poi poche riga più in là prendersela con i «rivoluzionari doc (ma di quale secolo?)» che si sarebbero infilati in questa polemica. Forse si ricorda la Rangeri di quale secolo era Marx? Insomma chi critica da sponde di sinistra Dal Lago e Sepe mostra di avere pochi e confusi argomenti. Al di là dei toni, la discussione è tuttavia un rivelatore molto interessante. Una cartina di tornasole sullo stato della sinistra attuale, su quanto quella somma di pulsioni populiste, giustizialiste e penaliste si siamo ormai saldamente radicate e strutturate nella forma mentis del mondo di sinistra. Irradiamento trasversale che accomuna le diverse sponde, radicali, massimaliste, antagoniste, riformiste, ecologiste. Il libro di Dal Lago va letto proprio e soprattutto per questo, perché oltre a ridurre in briciole l’epopea autoconsolatoria che avvolge l’epica contro il crimine cavalcata da Saviano, aiuta a capire quali sono i nuovi luoghi comuni da abbattere. La rappresentazione, ad esempio, della camorra come male assoluto e non come relazione sociale e forma politica, ha il sapore semplificatorio di un telefilm americano dove i buoni sono tutti da una parte e i cattivi dall’altra. Sfuggono le radici sociali, il consenso locale, la funzione di welfare di sostituzione che svolge, le alleanze in sfere legittime. La criminalità organizzata non è solo una questione di repressione militare e giudiziaria, ma anche battaglia sociale all’interno di territori che hanno difficoltà a reperire altre forme di reddito. E’ singolare che nella rappresentazione di Saviano il coinvolgimento della sfera del politico col crimine appaia fin troppo sfumata. Nello schema manicheo che suddivide il suo discorso, i pubblici poteri, lo Stato e i suoi apparati, si trovano sempre collocati dalla parte del Bene. Nel «confronto assoluto che oppone Legge e Crimine – scrive Dal Lago – Gomorra è dalla parte di un potere specifico dello Stato, quello inquirente e giudicante». Eppure c’è in piedi in un tribunale d’Italia una richiesta a 27 anni di carcere per il generale Ganzer, capo dei Ros, accusato di aver messo in piedi una delle più grosse reti di narcotraffico mai viste. Dove compare il male «sento aria di distrazione di massa», aggiunge Dal Lago in un passaggio molto efficace. Il rischio reale è quello di dare vita ad un gigantesco diversivo. Insomma denunciare la camorra come il tiranno attuale, oltre a infrangere il senso delle proporzioni – offusca al punto da non vedere quanto il capitalismo legale, la logica dell’estrazione di plusvalore non ha bisogno della camorrìa per lasciar bruciare degli operai negli alti forni e annegare i migranti davanti a Lampedusa. La critica di Dal Lago non risparmia gli aspetti letterari del lavoro di Saviano, giocato sulla trinità dell’io. Soprattutto censura il linguaggio fumettistico, le leggende metropolitane, gli episodi inventati (il vestito di Angelina Jolie e i Visitors di Scampia, solo per citarne alcuni), le inverosimiglianze spacciati per fatti reali, come l’incipit del libro sui morti cinesi nel porto di Napoli. A Parigi circolano altre versioni dello stesso mito urbano incentrate nel quartiere di Tolbiac. I cinesi sembrano l’altra ossessione di Saviano che non riesce a parlarne senza emettere un fetore di razzismo. Dal Lago non trova per nulla convincente il nuovo canone letterario di cui Gomorra sarebbe divenuto il modello, definito “New Italian Epic” dai Wu Ming. Insomma, al di là delle intenzioni, per Dal Lago il fenomeno Gomorra è perfettamente adeguato al clima culturale italiano pervaso di berlusconismo. La postura eroica assunta nel libro, dunque ancora prima delle minacce che avrebbe ricevuto dalla camorra, porta Saviano a fare uso di una retorica che anestetizza la ragione, agisce come uno sgravio di coscienza, spingendo il lettore a perdere il proprio senso critico e divenire un semplice seguace dello scrittore. Così il popolo tanto decantato esiste solo in quanto assiste. E non da più fastidio.

  10. Goliarda di solito è buona norma quando si ritiene di dover giudicare e criticare qualcuno/a che non si conosce metterci la faccia,che in questo caso corrisponderebbe ad un nome e cognome.Il mio interlocutore,più o meno polemico,non sei quindi certamente tu ma Paolo Persichetti.
    Voglio comunque puntualizzare che sono abbastanza di sinistra da essere capace di rispettare anche chi non è di sinistra come me.Forse se rileggessi il mio commento ci troveresti una certa ironia nel suggerimento alla masturbazione…evidentemente per i tipi come te ancora troppo sottile.
    Stai bene Goliarda e ogni tanto prova ad uscire dagli schemi ideologici che non hanno mai portato lontano nessuno…

    Paola Mura

    • A Paola Mura ma che c’hai voja de scopa?

      Ar popolo je sembra che sei tu quella che nun rispetta l’idee artrui. Te fa rosica er Persichella?

      E grattete. Si nun te piace clicca da n’antra parte.

      Mo dovemo tutti sta co sto Saviano. Tutti d’accordo co lui. Ma chi è? Ma chi se lo in…..

      Hai capito sì che vojo dì. Me pari esperta.

      Noi semo liberi e co sto soggetto nun ce volemo sta.
      Va bene pe quelli come voi…. der Pd o robba der genere. Magari pure ‘na dipietrista sei.

      Leggeteve er Fatto, la Rangeri, la fabbrica da la monnezza de D’avanzo. Sete lo specchio dei maggiordomi de Arcore.

      Nun ve volemo. Annatevene che l’unico coraggio che c’avete è quello della scorta.

      Gasperino er carbonaro

  11. Gasperino che tristezza sconfortante che fai!lo stesso tipo di tristezza che fanno gli…squadristi,ma forse basta dire STALINISTI! prova a leggere “estremismo,malattia infantile del comunismo.”di Lenin.Per quelli come te è sempre attuale.Ma adesso
    continua a giocare a chi è più comunista del reame intanto il paese…i lavoratori…la libertà…vabbè…ma che te lo dico a fare Gasperino…gioca,gioca tranquillo Gasperino!continua pure a divertirti come puoi!!!

    • Squadristi, stalinisti, puro Lenin ce metti de mezzo.. ma smettila co sto vittimismo che nun ve se fila più nessuno. Smettetela de piagne che tanto sete morti.
      Er manifesto de la Rangeri mo chiude, er Pd nun sta mejo, Rifondazione c’ha già li vermi. Indove volete annà. Voi che venite dar Pci sete solo cadaveri putrescenti. Quanto a stalinismo ce n’avete d’insegnà ar monno ‘ntero.
      Avete sempre fallito su tutto, avete messo l’Italia in mano a li giudici e quelli vanno portato ar potere er Cavaliere co la truppa de scudieri neri usciti da le fogne. Ancora parli.
      Mo che Berlusconi casca ve volemo proprio vedé. Che ve ‘nventate? Er Berlusca ve faceva comodo, ve permetteva de nasconne er voto pneumatico che c’avete ner cervello.
      Sete finiti!
      A Paolè, e si che me diverto. Che fai rosichi? Divertete pure te. Smettila de piagne vittimismo. E si proprio rosichi, grattete. Che ce posso fa? Vorrà di che me diverto puro a la faccia tua e de Saviano co la scorta. Naturalmente.
      Ciao.

      Ps: datosi che – me pare – butti le tue frustrazioni politiche sur sesso, lascia perde le zaganelle e scopa de più che te passa.

  12. Quell’articolo su Saviano… Dalla pagina lettere di Liberazione del 13 novembre 2010

    Informazione o propaganda?

    Caro direttore, a riguardo l’articolo pubblicato su “Liberazione” “Ma dove va Saviano ?” di Paolo Persichetti, che condivido totalmente, vorrrei sottolineare alcune cose. Saviano, anche nella trsmissione con Fazio, banalizza e continua a non fare nomi, così come in “Gomorra”. La generalizzazione si mescola, sempre, alla semplificazione e i fatti vengono interpretati, tagliuzzati e rimontati, così da proporli come verità e non per quello che sono: opinioni mascherate da fatti. Ancora una volta si parla della mafia “ectoplasma” senza nomi (se non quelli dei boss già condannati); si parla dei “colletti bianchi” senza fare mezzo nome; si parla di collusioni e complicità senza mai indicare con chiarezza i protagonisti. Insomma si disegna la cornice, con una bella dialettica, ma non si propone la visione del quadro, dei soggetti. E’ come quando parla della mafia al nord, Saviano accusa i silenzi (veri) che la avvolgono, ma non fa mai, di nuovo, nomi e cognomi, non indica mai una società usata dalla mafia per inserirsi nel mercato, monopolizzando molteplici settori, o le grandi iniziative di riciclaggio che si abbattono nelle regioni “ricche” del Paese. Inoltre lo sproloquio fatto in Tv con la bandiera in mano mi ha fatto davvero paura. Le immagini colpiscono più delle parole, specie su menti “distratte” e intorpidite dalla digestione della cena. La giovine italia, la sua famiglia, la bandiera e l’istituto Cattaneo, è follia socio politica generalizzata quella stessa che è seguita alla famosa crisi economica novecentesca. E poi: basta con la scusante a ogni costo per Saviano perché ha la scorta, perché fa(rebbe) antimafia. Di giornalisti che scrivono di mafie e illegalità, che fanno inchieste, ce ne sono molti, per fortuna. Così come ci sono molti semplici cittadini che la combattono, la denunciano. Molti sono soggetti ai tentativi di delegittimazione, vittime di quella macchina del fango al centro del monologo di Saviano. Molti subiscono minacce, intimidazioni, l’isolamento sociale, alcuni anche economico perché vengono messi al margine, vengono tenuti nelle redazioni senza che possano più scrivere, quando non si arriva a metterli alla porta. Gran parte di questi, anche davanti a minacce pesantissime o intimidazioni e attentati, non hanno scorte o servizi di protezione, eppure continuano, lontano dai riflettori, a fare il loro lavoro di denuncia, di informazione, di contrasto civile e culturale alle mafie. A qualcuno piace credere che quella dell’8 novembre sia stata una bella puntata? Liberissimi di credere all’ennesimo prodotto della società del Cavaliere (che ha battuto in audience l’altro proprio prodotto, “Il Grande Fratello”, così da fare “il pieno” tra il canale Rai e quello di Mediaset, nella stessa serata), ma si abbia la decenza di riconoscere che quello è un prodotto, l’ennesimo prodotto della stessa regia. Non era una trasmissione di informazione ma di propaganda e revisionismo, l’ennesimo prodotto che viene somministrato al popolo, anche perché proprio in questi giorni c’è un nuovo partito, di destra, che della legalità fa bandiera e ha bisogno di un pochetto di spazio. A me non è piaciuta affatto questa puntata, anzi mi ha fatto letteralmente schifo, e bene ha fatto “Liberazione” a scriverlo!
    Italo Di Sabato Campobasso

  13. La straordinarietà di Saviano

    da liberazione 13 novembre 2010

    Caro direttore, ho letto solo oggi l’articolo “Ma dove va Saviano?” a firma Paolo Persichetti su “Liberazione” del 10 novembre, a commento della trasmissione “Vieni via con me”. Non posso che consigliare all’autore di inviare i sui scritti a quotidiani come “Libero” e “Il Giornale”, in quanto le sue opinioni e il livello delle sue argomentazioni sono perfettamente in sintonia con la loro linea editoriale. Nell’articolo Saviano viene paragonato a personaggi come Sgarbi o Funari, sottolineando la migliore qualità di pensiero di questi ultimi e di seguito viene lamentata la mancanza di ritmo e di battute folgoranti del suo intervento. Saviano non è un uomo di spettacolo e neanche un intrattenitore professionista ma è proprio questo suo essere fuori da certi schemi che lo rende interessante. Fare “i conti in tasca” a Saviano, paragonando le sue entrate a quelle di un impiegato o un operaio, non solo è banale e populistico ma ha il sapore acre della malafede. Non penso che Saviano, come chiunque altro, sia al di sopra delle critiche e che debba essere trattato come una sorta di santo ma la sua storia personale merita un rispetto e una attenzione che Persichetti non sembra conoscere. Vivere sotto scorta per avere scritto un libro contro la camorra e le varie mafie che opprimono l’Italia, è un fatto di una concretezza inequivocabile e rappresenta una scelta che non può che suscitare ammirazione. Persichetti colpevolmente dimentica la straordinarietà del caso Saviano e abbassa la discussione a un rancoroso attacco alla persona. Travisa anche il senso delle sue parole quando riporta una critica alla sinistra dei tempi di Falcone che in realtà lo scrittore nel suo intervento non ha fatto, riferendosi invece con precisione ad alte cariche dello Stato e istituzioni che avevano isolato il magistrato. Forse Persichetti è turbato dal fatto che Saviano non si è mai dichiarato di sinistra, dimenticando che anche Falcone non era di sinistra, così come non lo era Ambrosoli e tanti altri indubbiamente degni di stima. Le gabbie ideologiche non solo sono pericolose ma non permettono di vedere quello che dovrebbe essere evidente. Concludendo, l’irritazione che ho provato leggendo l’articolo di Persichetti è stata accentuata dal fatto di trovarlo su un quotidiano che dovrebbe rappresentare un’alternativa di pensiero a certa paccottiglia giornalistica.
    Sergio Schenone

  14. Dalla critica all’offesa

    Da Liberazione del 13 novembre 20101

    Caro direttore, come iscritto al Prc e come lettore quotidiano del nostro giornale vorrei intervenire sull’articolo di Paolo Persichetti del 10 novembre, sottolineando la differenza tra lo scrivere una critica e passare quasi all’offesa usando argomenti privi di ogni consistenza. 1) Non mi risulta che Saviano voglia presentarsi come il nuovo Umberto Eco e neppure covi ambizioni da attore (che c’entra Paolini?). 2) Da quando un monologo ha il contraddittorio? 3) Paragonare Sgarbi a chi è costretto a girare con la scorta è implicitamente offensivo; in più mai e poi mai Saviano ha usato le forbite terminologie tipiche dell’agitatissimo critico d’arte. 4) La “colpa” di essere «pubblicato da Mondadori» tocca l’apice della sciocchezza, peggio di chi si indigna quando “Liberazione” ha una pagina di pubblicità Fiat. (…)
    Alberto Bononcini Bologna

  15. Accanimento violento

    Liberazione 13 novembre 2010

    Caro direttore, esprimo il mio totale disappunto riguardo all’articolo di Persichetti su Saviano di mercoledi 10 novembre. Non riesco a capire un accanimento così violento, teso a distruggere la persona in tutto il suo manifestarsi, annullando anche il suo indiscutibile valore di coraggioso impegno civile.
    Bernardo Milite iscritto e lettore

  16. Stucchevoli oratorie

    Liberazione 13 novembre 2010

    Caro direttore, ho sempre pensato che Saviano fosse uomo di destra e i suoi frequenti attacchi a paesi socialisti e comunisti ne sono la dimostrazione. Personalmente non mi piace e come Persichetti vedo intorno a lui un alone che sa di appiccicaticcio, di danaroso, di spettacoloso. E poi cosa c’entra ricorrere alla scorta per proteggere una persona che non fa parte di nessuna istituzione? Perché non si è fermato a guerreggiare la mafia con carta e penna, roba di per sé notevole, lasciando perdere le stucchevoli e paranoiche oratorie televisive?
    Dino da Livorno

  17. Hai perso un’occasione per stare in silenzio; in compenso hai sfruttato al meglio l’occasione di fare una bella figura di merda…
    Ho sempre disprezzato questo modo ignobile di fare pubblicità al proprio sfigato blog…

  18. Questa volta i lavaggi di cervelli non faranno effetto,Saviano è Saviano……unico,inimitabile,coraggioso,vero. Non deve somigliare a nessuno,non deve imitare nessuno,lui è lui…ci piace così,avreste voluto vederlo magari in una stanza buia,relegato,depresso,solo…lui ha noi,che lo sosteniamo,lo seguiamo..è un esempio x i nostri figli,non fà parte della spazzatura lui…un grazie a Fazio,che gli stà vicino e gli dà l’opportunita di sentirsi vivo,amato e protetto!!!

    • Signora Maria Assunta, lei sembra uscita da una di quelle puntate di Desperate Housewives. Guardi che ha sbagliato favola. Non siamo nel mondo di Biancaneve e i sette nani.

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