Oggi l’ideologia della società civile è il nuovo embrione dello Stato etico

Non può esserci teoria e prassi critica senza una serrato regolamento di conti con le ideologie che si richiamano alla società civile, al cittadinismo, alla teoria de valori, a concezioni penali e legalitarie della politica

Paolo Persichetti
Altri 29 giugno 2012


Da circa tre decenni a questa parte l’impiego nel dibattito pubblico del termine società civile è divenuto sempre più insistente. Tuttavia il richiamo a questo concetto non appare sempre in sintonia con le definizioni che di esso hanno dato filosofi e teorici della politica. Sempre meno strumento concettuale d’analisi e sempre più tema mobilizzatore iscritto a pieno titolo nel repertorio dei nuovi riferimenti ideologici legittimi dell’azione collettiva.

Già, all’inizio degli anni Ottanta, con l’affermarsi dell’ideologia della fine delle ideologie la società civile è stata proposta come il luogo da dove emergevano opzioni innovative, non ideologizzate e depoliticizzate, rispetto al tradizionale sistema dei partiti e delle correnti ideologiche che avevano accompagnato la nascita della Repubblica, e che aveva fatto dire a Togliatti: «i partiti sono la democrazia che si organizza». Erano le prime avvisaglie di quelle forme di populismo che prenderanno l’avvento nel decennio successivo, quando assisteremo al crollo della Prima Repubblica ed alla fine dello scricchiolante sistema dei partiti.

L’emergere della nozione di società civile è un processo della modernità che descrive, anzi sarebbe più corretto dire: riempie, popola, la sfera dello spazio pubblico che viene a formarsi con il recedere progressivo della sfera totalitaria del potere monarchico-feudale che occupava l’intero spazio sociale restante oltre la sfera privata (Habermas).

Il Leviatano era la societas civitas che Hobbes opponeva al primordiale stato di natura; la burgerliche gesellshaft, dove burgerliche sta per borghese nel senso di civile, è la definizione kantiana che riassume società politica e Stato contrapposti allo stato di natura o alla società religiosa.

Dobbiamo ad Hegel, invece, la radicale separazione tra società civile, luogo dell’immediatezza degli interessi di ogni individuo e dell’organizzazione dei bisogni e della vita familiare, e lo Stato momento separato e autonomo. Una contrapposizione insufficiente secondo Marx, che invita a fare la necessaria anatomia della società civile per individuarvi quelle relazioni sociali e quei rapporti economici che animano i molteplici conflitti tra gruppi e classi con finalità per nulla armoniche. Questo perché la società civile non è un organismo compatto ma un conglomerato d’interessi contrapposti, alcuni persino inconciliabili.

Non deve stupire dunque se la natura antinomica di questo concetto, che nel pensiero filosofico-politico – come abbiamo visto – si è dato per contrapposizione, ne ha fatto da sempre una categoria utilizzata a scopi polemici per affermare, ad esempio – come spiegava Norberto Bobbio in una celebre definizione – «che la società civile si muove più rapidamente dello Stato, che lo Stato non è in grado di cogliere tutti i fermenti che provengono dalla società civile, che nella società civile si forma continuamente un processo di delegittimazione che lo Stato non sempre è in grado di arrestare», al punto che «nei momenti di rottura si predica il ritorno alla società civile, come i giusnaturalisti predicavano il ritorno allo stato di natura».

La novità che abbiamo visto emergere a partire dagli anni Novanta non è dunque la presenza, caratteristica perfettamente sistemica, di nuovi movimenti dall’interno della società civile: dal popolo delle partite iva, alle rivolte antifiscali del nord leghista, ai family day, al ceto medio riflessivo di volta in volta raccoltosi nei Girotondi, nei raduni del Palascharp o nel popolo viola, fino al fenomeno delle Cinque stelle; quanto la volontà, espressa con sfumature e forza diverse da ognuna di queste realtà, di parlare a nome di una società civile compatta, anzi di essere la società civile tout court. Una circostanza che permette di dire che con alcuni di questi movimenti nasce un’ideologia propria della società civile. Ideologia che ha trovato una sponda determinante, sia per il rilancio mediatico che per la capacità di metterla in forma e orientarla, nell’azione politico-editoriale del gruppo Repubblica-Espresso che non disdegna di presentarsi come il partito della società civile.

In passato i movimenti politici, ideologici, economici, sociali o categoriali, pur se interpretati come espressione di settori consistenti della società civile non si muovevano in nome di questa. In uno dei momenti in cui è stata più alta la mobilitazione dei gruppi sociali, “movimenti e soggetti” come si definivano negli anni Settanta, quei gruppi avevano ben chiara quale era la geografia delle relazioni sociali, l’asimmetria dei rapporti economici e di dominazione. Ciò gli impediva di parlare a nome di un’ipocrita interclassismo, di una trasversalità che non c’era e non poteva esserci. Per questo rivendicavano percorsi di liberazione, nuovi diritti e conquiste sociali e politiche per i meno forti, i più indifesi e deboli.

Al contrario, chi oggi agita l’ideologia della società civile come richiamo ad una fonte pura e incontaminata, lo fa schermando conflitti e rapporti di dominazione in nome di un interesse comune che non esiste. Questa tendenza, che in genere ha la pretesa di presentarsi come a-ideologica, ha avuto nel tempo declinazioni diverse: nel decennio 90, per esempio, era d’uso corrente il riferimento al “gentismo”, inteso come “la gente”. Oggi invece prevale una sorta di “cittadinismo”, imbevuto di un’ideologia normativa che somma in modo confuso tematiche diverse e di segno opposto: tutela dei territori, in taluni casi accenno ai beni comuni, insieme a posizioni xenofobe e fobiche contro le economie criminali. Il tutto condito da un’“ideologia dell’indignazione” verso il cinismo diffuso e il minimalismo etico messo in mostra dal ceto politico (vedi la polemica anticasta che tende ad addossare ad un ceto politico, ormai spoliato di sovranità reale dalle dinamiche del capitalismo finanziario, tutte le colpe. Un diversivo che non intacca minimamente i gestori del potere reale: imprenditori, banche, corporation, il sistema della finanza globale). Una pulsione ideologica che spinge verso concezioni disciplinari della società animate dalla tirannia dei valori, da forme di Stato etico e legalitarismo claustrofobico che non a caso individuano nella magistratura, ovvero in una delle componenti essenziali dell’apparato statale, una sorta di portavoce, di rappresentante delle proprie istanze purificatrici. Operazione che muove nei due sensi e trova nella compagine giudiziaria settori che teorizzano apertamente questa funzione guida. In questo modo la società civile si fa Stato, una milizia dello Stato.

Se è vero, come spiegava il già citato Bobbio, che la società civile dovrebbe essere «anche tutto ciò su cui non si esercita il potere statale: non-statale come pre-statale (associazioni), anti-statale (nel significato assiologico di gruppi per l’emancipazione del potere politico, contropoteri), post-statale (nel significato insieme assiologico e cronologico di ideale che sorge dalla dissoluzione dello Stato)», il fatto che oggi ogni forma di critica antisistema non sia più percepita da questi nuovi teorici della società civile come una fisiologica produzione interna alla società ma esterna ad essa, non solo quindi extralegem, ma al di fuori addirittura della stessa umanità, per questo bandita fin da subito come terrorista, il richiamo alla società civile in chi lo esercita assume connotati normativi molto chiari e paradossali, in totale contrasto con il significato originario del termine.
In questo modo la società civile viene a coincidere con una sorta di Stato dei cittadini in azione, un’embrione dello Stato etico.

Link
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8 thoughts on “Oggi l’ideologia della società civile è il nuovo embrione dello Stato etico

  1. Paolo, credo che hai sbagliato centro e sei contraddittorio.
    Se la società civile si contrappone allo Stato, come fa questo ad essere “etico” emanazione della società civile?
    Poi ti manca il contesto.
    Abbiamo un sistema Politico totalmente in crisi (feudale e feudalizzato). Una esigua minoranza che ha il monopolio della politica e che gestisce TUTTA la cosa pubblica motu proprio.
    Questo fa delllo Stato uno Stato delle corporazioni, di modello fascista semifeudale.
    Uno Stato commissariato per manifesta incapacità del ceto politico di relazionarsi in un contesto internazionale.
    Abbiamo un sistema della rappresentanza totalmente franato.
    In questo quadro dei cittadini tentano di autorappresentarsi, di porsi davanti allo Stato -che non riconoscono o riconoscono solo in parte-, soli, individualmente o in piccoli gruppi liquidi, ma alle volte molto numerosi che riescono ad “autoconvocarsi” in grandi manifestazioni.
    Quello che era il modello Borghese dello Stato e del diritto di cittadinanza è sparito, o mai nato per diventare una macchina (mangia soldi) che si erge fuori e contro il (ex cittadino) neo suddito.
    Smarrite molte ideologie, certamente ci sono state delle forze POLITICHE (cattoliche) che nell’etica, nei valori hanno cercato di rifondare un consenso (Veltroni-Di Pietro-Vendola-Grillo). Questi sì che sono criteri “tirannici” come ebbe bene a dire G. Zagrebeski http://eddyburg.it/article/articleview/10885/1/211.
    Il sentirsi “cittadino” con i propri diritti di base dovrebbe essere un elemento incontestabile sia in una società classita che in quella comunista. Almeno in un contesto di civiltà occidentale. In altri contesti la PERSONA non esite, esiste il clan, la tribù, o la famiglia allargata, ma qui è difficile calare il Marxismo e la sua base dell’illuminismo.
    Il “diritto di cittadinanza” (individuale) non elude un’appartenenza di classe, e una coscienza di classe, anzi dovrebbe essere conseguente.

    In realtà c’è una miseria dell’offerta “filosofica” che non è addebitabile al movimento civico, anzi questo è stato l’unico momento aggregante dal basso, di un ultima difesa dal qualunquismo e isolamento generalizzato di questi anni.
    Ed è stato un crescendo fino a Occupy W.S., indignati, il movimento per l’acqua, No Tav ecc. ecc. sono movimenti civici!
    Questo perchè il Partito classico è un residuo del ‘900 e non è più in grado di aggregare e promuovere alcunchè, Quando va bene al loro interno non ci sono avanguardie ma nostalgici residuali che sperano in modo compulsivo nella esclusiva via elettorale alla … socialdemocrazia; e le VISIONI sociali, più in là delle prossime elezioni non arriva.

    E le forme aggregative sociali anche se con filosofie approssimate, passano per altri luoghi.

    Indagare su come far incotrare la “filosofia” con le nuove forme aggregative è la vera sfida!

    • Caro Antonio, proprio qui sta il paradosso dell’attuale ideologia della società civile, ovvero nel sentirsi e farsi Stato fin da subito, sorta di milizia statale, la sua parte sana, pura, nobile, incontaminata. Nell’articolo mancava un passaggio (ora aggiunto). Come ricordava Bobbio nella società civile può ribollire di tutto: istanze prestatali, antistatali, post-statali o che mirano, appunto, a sostituirsi ai ceti e apparati presenti dentro lo Stato e ritenuti inadeguati. Gli ideologi della società civile attuale agiscono come una milizia statale che ha in settori della magistratura i suoi referenti. Non fraintendere quello che ho scritto. Non ho mai citato il movimento No tav o quello per la tutela dell’acqua pubblica, che pure stanno dentro questa grande onda civica ma insieme ad organizzazioni, reti, partiti, sindacati tradizionali. Queste sono esperienze che seppur non prive di contraddizioni hanno il merito di aver agito in modo inclusivo. Intendevo altri: i grillini, il popolo viola, gli autoproclamati rappresentanti del ceto medio riflessivo, che pure stanno in parte dentro il No tav o i comitati per l’acqua. Queste esperienze, che fanno capo al “cittadinismo”, hanno invece una natura ferocemente esclusiva. Pensa alle posizioni xenofobe dei 5 stelle, all’impossibilità di aderirvi per i migranti. O al giustizialismo sfrenato degli altri.

      Sulla crisi della rappresentanza politica esiste una letteratura mondiale sterminata che ne individua le cause in processi profondi, non certo in aspetti di facciata come la corruzione o il minimalismo etico (ci siamo dimenticati in Italia cosa era la balena democristiana?).
      La crisi della società fordista ha portato con se profondi mutamenti nei meccanismi di appartennza e identità sociale. La frammentazione produttiva, il precariato, hanno inciso sulle identità di classe. Da qui l’impraticabilità delle vecchie modalità della politica e l’emergere di una società liquida con appartenenze evanescenti, leggere.
      Da noi tutto è cominciato con gli anni 70, momento in cui movimenti segnalarono e condussero una delle critiche più radicali all’irraprensentabilità del sistema, non solo politico, ma dello Stato, del modello sociale (le sue relazioni), economico (i suoi rapporti).
      Le modalità di uscita da quello scontro, cioè la sconfitta dei movimenti, ha avviato il declino della Prima repubblica che ha tenuto ancora per un decennio galleggiando sulla rivoluzione passiva reganiana, senza capire che questa ne stava minando le sue ultime basi, per crollare insieme al muro di Belino. Dopo c’è stato il diluvio, l’uscita sempre più a destra grazie soprattutto al ruolo politico giocato dalla magistratura.

      Autoconvocarsi e autorganizzarsi è sicuramente un fatto positivo, ma non basta e non dice tutto. Anche le SA naziste si autoconvocavano, anche il poujadismo o i fasci di combattimento erano autoconvocazioni, le “radiose giornate” degli interventisti nella prima guerra mondiale, la presa di Fiume, erano tutte autoconvocazioni di pezzi di società civile. Questi precedenti ci dicono che bisogna verificare contenuti e pratiche di queste autoconvocazioni, vedere con chi interagiscono.
      Ripeto tutto ciò che ruota attorno a tematiche cittadiniste, ideologie legalitarie e valoriali mi sembrano uno spartiacque decisivo, tendenze da contrastare e sconfiggere senza ambiguità.

      • Paolo, sei un pochino anacronistico, e contraddittorio. Anacronisttico perchè metti insieme i movimenti civici del novecento (e solo quelli negativi, perchè dalle sufragette per il voto alle donne, a quelle sul divorzio, “lotta continua” e tutto il ’68 sono stati di gran lunga positivi e si sono dimostrati superiori ai partiti organizzati e “ideologizzati” dell’epoca) con quelli di oggi. Non cogli la differenza dell ruolo e delle forme degli Stati rispetto al capitalismo: lo Stato degli Stati nazione, lo stato delle multinazionali e oggi lo Stato sottile di oggi. Dove il controllo sociale non passa più per il well-fare, e con la repressione di Stato, ma attravesso la delocalizzazione e la globalizzazione. Lo Stato non ha più il compito economico di creare infrastrutture e contribuire all’accumulazione originaria. E la borghesia del ‘900 alla giuda del capitalismo non c’è più (In italia si fa anche fatica a dire che ci sia mai stata) da un pezzo. Oggi ci sono “i manager” transazionali alla giuda del sistema. Quindi di quale “Stato” , di quale “farsi Stato” parliamo? Di quello attuale svuotato di gran parte delle sue caratteristiche (non stampa neppure moneta) di comandi-controllo, oppure dello STATO novecentesco?
        E poi che teoria abbiamo -come sinistra- sullo Stato e sul suo ruolo? Quella Keynesiana di rafforzamento e controllo dello Stato a partire dalle leve economiche oppure quella marxista che punta all’estinzione dello Stato?
        Chi “si fa più Stato” oggi: i partiti o i movimenti civici? Chiedere legalità è diverso che chiedere wellfare e la presenza massiccia dello Stato, dalla culla alla tomba dei cittadini?

        Per non “farsi Stato” occorre una cultura totalmete diversa da quella Leninista-bolscevica o liberale che sia, vuol dire progettare un modo diverso per tenere insieme una società seza la sferza dello Stato, sia esso imbonitore, grande fratello o controllo/comando.
        Ma su questo siamo ancora tutti in alto mare.

        In ultimo ti invito a distinguere grillo dai grillini, sono cose distinte, l’uno figlio dell’era berlusconiana (come TUTTI gli altri leader della “sinistra”), e gli altri un popolo “in cerca d’autore”.
        Figli di una società complessa, a cui nessuno è stato capace di dare risposte.

      • Parto dalla fine.

        Che i grillini non siano riassumibili da Grillo è noto, lo dimostra anche la natura confusa e i contorni mobili di quel movimento che trova un punto comune nel rigetto, spesso di pancia, dell’attuale sistema politico. Sul resto mi pare difficile trovare altri punti in comune: a me sembrano un contenitore di stati d’animo in cui ci può stare di tutto. Più che l’annuncio di qualcosa di nuovo appaiono un rivelatore della liquefazione finale della politica e delle ideologie. Quanto a Grillo, conta il fatto che se pure queste differenze esistono nessuno ha mai messo ancora in discussione la sua leadership. E questo è il dato politico finale che conta. Possono esistere mille anime ma se nessuno osa liberarsi del padre-padrone, metterlo in discussione, i grillini avranno sempre un solo ed unico autore.

        Sono diversi decenni che in Italia fioriscono movimenti che riproducono a catena caratterische confusionarie e mobili che ricordano momenti di forte crisi e spaesamento, come fu il diciannovismo.

        Non metto insieme i movimenti di fine Novencento e quelli attuali: li raffronto. Anche perché non è che si possa introdurre una cesura netta. Quando finisce il Novencento? Le temporalità storiche non sono quelle del calendario. Insomma ci sono radici che vanno indietro e non si possono dimenticare se si vuole leggere bene il presente.

        Quanto allo Stato, non mi risulta affatto che sia scomparso… l’affievolirsi di alcune delle prerogative che un tempo appartenevano agli Stati nazionali in materia economico-finanziario-monetaria hanno coinciso con il mantenimento ed anche il rafforzamento di altre prerogative. Insomma siamo ben lontano dallo Stato minimo dei libertariani anarcocapitalisti alla Noizck. Se le froniere per capitali e merci sono scomparse a vantaggio di grandi aree di scambio su base continentale, sono aumentate quelle per gli esseri umani con relativi stati di eccezione e campi di internamento. Il diritto penale interno, la pretesa punitiva dei singoli Stati nazionali è stata esaltata dagli accordi europei e in parte internazionali, che agevolano il riconoscimento reciproco delle decisoni di giustizia interna. Il diritto di punire interno esorbita le frontiere nazionali a tutto svantaggio dei diritti di difesa della persona. Quella parte di sovranità interna persa, e che consentiva di tutelare le persone, è stata compensata dalla possibilità per gli Stati di far valere il proprio diritto di punire all’esterno. Tutto ciò che attiene alla sfera giudiziaria e penale ha trovato un formidabile potenziamento fino ad ispirare correnti politiche molto forti e fare della sicurezza penale uno dei temi centrali dell’agenda politica. Il ruolo centrale, di vero e proprio perno attorno al quale ruotano le rivendicazioni e le mobilitazioni dei movimenti cittadinisti, legalitari, giustizialisti, è la magistratura, organo dello Stato espressione del potere giudiziario.

  2. analisi perfetta. qui sta il fulcro egemonico con cui la borghesia trasforma i movimenti politici in movimenti d’opinione e sposta le rivendicazioni dal piano reale a quello simbolico. in questo modo l’ideologia della fine delle ideologie tende alla formazione di polarizzazioni iperideologiche modellate sullo schema del tifo calcistico.

  3. il grande capitale c’è, se non vogliamo più chiamarlo borghesia, pazienza. lo stato minimo è stata una sua richiesta, quando lo stato, a seguito del compromesso sociale novecentesco, limitava l’auspicato laissez faire. lo stato tornerà ad esser forte quando la pressione sociale salirà e bisognerà contenerla manu militari. gli scenari del 900 si ripresenteranno tutti (forse anche qualcuno dell’800).

    • Giuseppe, un conto è lo Stato etico un’altro lo Stato repressivo, autoritario. Ma a parte questo, se sale la pressione sociale lo Stato…. al massimo si fa come Franceschiello.
      E poi, nell’800 e ‘900 i movimenti antagonisti puntavano alla conquista dei mezzi di produzione (terra e industria), oggi gli “antagonisti” sono alla conquista di un posto di lavoro in un industria capitalistica che scompare, che si delocalizza. E vorrebbero più politiche keynesiane ovvero più capitalismo e più controllo statale sulla finanza, passando per l’abbassamento dei salri reali e tenendo invariati i salari nominali, così il plusvalore può continuare a respirare e il capitalismo risorgere.
      Non c’è un progetto comunista, non c’è una classe dirigente di rimpiazzo!
      Quindi più che rivolte tendenti a per.. mantenere “lo stato presente delle cose”!!!!,.. per cambiare la “targa”, non si fanno (vedi il movimento dei Forconi).
      Diverso è quello sulla TAV, ma sono una minoranza che ricevono tante pacche sulle spalle dalla sinistra ma al dunque -come per il movimento sull’acqua- i sistemi organizzati (partiti?) cercano di capitalizzare (termine molto appropriato) solo il voto.

      Per cui riflettere su cos’è lo Stato oggi (e cos’è un movimento “civico”) -insieme a tante altre cose- vuol dire capire cosa occorre fare in questa fase.

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