Oggi l’ideologia della società civile è il nuovo embrione dello Stato etico

Non può esserci teoria e prassi critica senza una serrato regolamento di conti con le ideologie che si richiamano alla società civile, al cittadinismo, alla teoria de valori, a concezioni penali e legalitarie della politica

Paolo Persichetti
Altri 29 giugno 2012


Da circa tre decenni a questa parte l’impiego nel dibattito pubblico del termine società civile è divenuto sempre più insistente. Tuttavia il richiamo a questo concetto non appare sempre in sintonia con le definizioni che di esso hanno dato filosofi e teorici della politica. Sempre meno strumento concettuale d’analisi e sempre più tema mobilizzatore iscritto a pieno titolo nel repertorio dei nuovi riferimenti ideologici legittimi dell’azione collettiva.

Già, all’inizio degli anni Ottanta, con l’affermarsi dell’ideologia della fine delle ideologie la società civile è stata proposta come il luogo da dove emergevano opzioni innovative, non ideologizzate e depoliticizzate, rispetto al tradizionale sistema dei partiti e delle correnti ideologiche che avevano accompagnato la nascita della Repubblica, e che aveva fatto dire a Togliatti: «i partiti sono la democrazia che si organizza». Erano le prime avvisaglie di quelle forme di populismo che prenderanno l’avvento nel decennio successivo, quando assisteremo al crollo della Prima Repubblica ed alla fine dello scricchiolante sistema dei partiti.

L’emergere della nozione di società civile è un processo della modernità che descrive, anzi sarebbe più corretto dire: riempie, popola, la sfera dello spazio pubblico che viene a formarsi con il recedere progressivo della sfera totalitaria del potere monarchico-feudale che occupava l’intero spazio sociale restante oltre la sfera privata (Habermas).

Il Leviatano era la societas civitas che Hobbes opponeva al primordiale stato di natura; la burgerliche gesellshaft, dove burgerliche sta per borghese nel senso di civile, è la definizione kantiana che riassume società politica e Stato contrapposti allo stato di natura o alla società religiosa.

Dobbiamo ad Hegel, invece, la radicale separazione tra società civile, luogo dell’immediatezza degli interessi di ogni individuo e dell’organizzazione dei bisogni e della vita familiare, e lo Stato momento separato e autonomo. Una contrapposizione insufficiente secondo Marx, che invita a fare la necessaria anatomia della società civile per individuarvi quelle relazioni sociali e quei rapporti economici che animano i molteplici conflitti tra gruppi e classi con finalità per nulla armoniche. Questo perché la società civile non è un organismo compatto ma un conglomerato d’interessi contrapposti, alcuni persino inconciliabili.

Non deve stupire dunque se la natura antinomica di questo concetto, che nel pensiero filosofico-politico – come abbiamo visto – si è dato per contrapposizione, ne ha fatto da sempre una categoria utilizzata a scopi polemici per affermare, ad esempio – come spiegava Norberto Bobbio in una celebre definizione – «che la società civile si muove più rapidamente dello Stato, che lo Stato non è in grado di cogliere tutti i fermenti che provengono dalla società civile, che nella società civile si forma continuamente un processo di delegittimazione che lo Stato non sempre è in grado di arrestare», al punto che «nei momenti di rottura si predica il ritorno alla società civile, come i giusnaturalisti predicavano il ritorno allo stato di natura».

La novità che abbiamo visto emergere a partire dagli anni Novanta non è dunque la presenza, caratteristica perfettamente sistemica, di nuovi movimenti dall’interno della società civile: dal popolo delle partite iva, alle rivolte antifiscali del nord leghista, ai family day, al ceto medio riflessivo di volta in volta raccoltosi nei Girotondi, nei raduni del Palascharp o nel popolo viola, fino al fenomeno delle Cinque stelle; quanto la volontà, espressa con sfumature e forza diverse da ognuna di queste realtà, di parlare a nome di una società civile compatta, anzi di essere la società civile tout court. Una circostanza che permette di dire che con alcuni di questi movimenti nasce un’ideologia propria della società civile. Ideologia che ha trovato una sponda determinante, sia per il rilancio mediatico che per la capacità di metterla in forma e orientarla, nell’azione politico-editoriale del gruppo Repubblica-Espresso che non disdegna di presentarsi come il partito della società civile.

In passato i movimenti politici, ideologici, economici, sociali o categoriali, pur se interpretati come espressione di settori consistenti della società civile non si muovevano in nome di questa. In uno dei momenti in cui è stata più alta la mobilitazione dei gruppi sociali, “movimenti e soggetti” come si definivano negli anni Settanta, quei gruppi avevano ben chiara quale era la geografia delle relazioni sociali, l’asimmetria dei rapporti economici e di dominazione. Ciò gli impediva di parlare a nome di un’ipocrita interclassismo, di una trasversalità che non c’era e non poteva esserci. Per questo rivendicavano percorsi di liberazione, nuovi diritti e conquiste sociali e politiche per i meno forti, i più indifesi e deboli.

Al contrario, chi oggi agita l’ideologia della società civile come richiamo ad una fonte pura e incontaminata, lo fa schermando conflitti e rapporti di dominazione in nome di un interesse comune che non esiste. Questa tendenza, che in genere ha la pretesa di presentarsi come a-ideologica, ha avuto nel tempo declinazioni diverse: nel decennio 90, per esempio, era d’uso corrente il riferimento al “gentismo”, inteso come “la gente”. Oggi invece prevale una sorta di “cittadinismo”, imbevuto di un’ideologia normativa che somma in modo confuso tematiche diverse e di segno opposto: tutela dei territori, in taluni casi accenno ai beni comuni, insieme a posizioni xenofobe e fobiche contro le economie criminali. Il tutto condito da un’“ideologia dell’indignazione” verso il cinismo diffuso e il minimalismo etico messo in mostra dal ceto politico (vedi la polemica anticasta che tende ad addossare ad un ceto politico, ormai spoliato di sovranità reale dalle dinamiche del capitalismo finanziario, tutte le colpe. Un diversivo che non intacca minimamente i gestori del potere reale: imprenditori, banche, corporation, il sistema della finanza globale). Una pulsione ideologica che spinge verso concezioni disciplinari della società animate dalla tirannia dei valori, da forme di Stato etico e legalitarismo claustrofobico che non a caso individuano nella magistratura, ovvero in una delle componenti essenziali dell’apparato statale, una sorta di portavoce, di rappresentante delle proprie istanze purificatrici. Operazione che muove nei due sensi e trova nella compagine giudiziaria settori che teorizzano apertamente questa funzione guida. In questo modo la società civile si fa Stato, una milizia dello Stato.

Se è vero, come spiegava il già citato Bobbio, che la società civile dovrebbe essere «anche tutto ciò su cui non si esercita il potere statale: non-statale come pre-statale (associazioni), anti-statale (nel significato assiologico di gruppi per l’emancipazione del potere politico, contropoteri), post-statale (nel significato insieme assiologico e cronologico di ideale che sorge dalla dissoluzione dello Stato)», il fatto che oggi ogni forma di critica antisistema non sia più percepita da questi nuovi teorici della società civile come una fisiologica produzione interna alla società ma esterna ad essa, non solo quindi extralegem, ma al di fuori addirittura della stessa umanità, per questo bandita fin da subito come terrorista, il richiamo alla società civile in chi lo esercita assume connotati normativi molto chiari e paradossali, in totale contrasto con il significato originario del termine.
In questo modo la società civile viene a coincidere con una sorta di Stato dei cittadini in azione, un embrione dello Stato etico.

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Le disavventure girotondine nel mondo della finanza

Truffa dei Parioli, il guadagno facile che “incanta” anche a sinistra

Paolo Persichetti
Liberazione 8 aprile 2011

Quello che più colpisce del raggiro finanziario messo in piedi da Gianfranco Lande, un po’ troppo velocemente ribattezzato il “Madoff dei Parioli”, vicenda sulla quale si sono dilungate le cronache dei giorni scorsi, non è tanto lo schema truffaldino messo in piedi quanto il profilo di alcune delle vittime, quasi 1200, finite nella rete. La tecnica utilizzata da Lande e dai suoi sodali finiti a Regina Coeli insieme a lui, attraverso alcune società costituite inizialmente in Paesi europei dove vige una larga deregulation finanziaria, come l’Irlanda e la Gran Bretagna, riprende la tecnica resa celebre negli Stati uniti all’inizio del secolo scorso dal migrante italiano Charles Ponzi. Si tratta del vecchio trucco della piramide: attraverso la promessa di guadagni rapidi e lucrosi, grazie a interessi sugli investimenti vertiginosi, si rastrella denaro. Il segreto è quello di trovarsi sempre al vertice della piramide ed aspettare che questa allarghi la sua base. L’afflusso di denaro dei nuovi clienti permette di remunerare i lauti interessi promessi ai primi. Lo schema regge finché la base della piramide continua ad allargarsi, poi crolla tutto. Nel frattempo i promotori della truffa scappano con la cassa. Ponzi reclutava le sue vittime tra gli altri immigranti e nei ceti popolari. Con appena due dollari si entrava nella società. In questo modo raccolse diversi milioni di dollari truffando quasi 40 mila persone.
Bernard Madoff, che è stato presidente del Nasdaq, il listino più importante nel mercato degli affari degli ultimi decenni, è riuscito a condurre fino al sublime questo modello attirando nella sua rete non singoli clienti ma i maggiori istituti finanziari del mondo. L’entità della truffa stavolta è stata dell’ordine dei miliardi di dollari, oltre 50. Addebitare a lui il crack della finanza internazionale sarebbe comunque un errore anche se la giustizia americana ne ha fatto un capro espiatorio. Ceti medi in rovina e grande borghesia avevano bisogno di un colpevole. Ma la bolla del mercato immobiliare statunitense, da cui hanno avuto origine i “derivati finanziari” utilizzati dai fondi speculativi che hanno invaso la finanza mondiale dopando l’economia, il debito pubblico di molti Paesi, persino quello di regioni e comuni in Italia, non sono certo riconducibili all’azione di un singolo attore. Il problema evidentemente investe l’evoluzione sistemica del capitalismo.
Lande, molto più modestamente, ha beffato il gotha della Roma pariolina, quartiere d’eccellenza della Capitale. Ma anche qui ridurre tutto ad una semplice truffa è forse fin troppo riduttivo. Lande e i suoi associati hanno certo agito fraudolosamente con società non autorizzate alla raccolta del risparmio, ma la loro azione illecita ha trovato spazio nelle maglie per nulla illegali della finanza internazionale. Il denaro dei loro clienti veniva investito in portafogli finanziari di varia natura, con l’arrivo dello scudo fiscale di Tremonti, Lande ha avuto l’occasione di creare una nuova società, questa volta autorizzata a raccogliere risparmio, che si è occupata di riportare in Italia i capitali precedentemente trasferiti all’estero al nero per convogliarli in nuovi investimenti dai contorni incerti, finché il crack della finanza internazionale ha accelerato il crollo di tutta l’architettura finanziaria messa in piedi.
Molto più interessante appare invece il profilo socio-culturale dei truffati, tra vip, imprenditori, politici (diversi piddini), calciatori e persino affiliati del clan Piromalli, si annidano alcune figure di punta del fronte girotondino che hanno promosso in chiave essenzialmente moralista l’antiberlusconismo nell’ultimo decennio. Spicca il nome di Sabina Guzzanti (400 mila euro persi), a dire il vero, fatta eccezione per Corrado, c’è l’intera famiglia: padre (275 mila) e sorellina più piccola (88 mila). Significativo il coinvolgimento dei Piromalli, esponenti di un noto clan della ‘ndrangheta calabrese, arrestati per estorsione su denuncia di un terrorizzato Lande perché cercavano di recuperare i 14 milioni versati, mentre erano loro i truffati. Circostanza che sfata molti luoghi comuni sul libìvello d’integrazione delle organizzazioni criminali con i “terzi e quarti livelli” finanziari. Ma forse ancora più decisive appaiono le parole di Mario Adinolfi, il bloger già candidato alle primarie dell’Ulivo, anch’egli esponente della galassia girotondina, che i suoi soldi li ha recuperati per tempo guadagnandoci un bel gruzzolo. Come ha spiegato in una intervista al Messaggero, aveva capito che non bisognava essere tra gli ultimi della piramide. A leggerlo, anche lui tra i più accesi antiberlusconiani, sembra di sentire invece uno dei tanti yesmen di Arcore: «Sono uno dei pochi che ha vinto», esulta. Quando il cavaliere entrava in politica Adinolfi affidava il suo denaro a Lande, «tra il ’94 e il ’95 credo. Ho tenuto i soldi “fermi” per quattro anni e già mi sembrava tantissimo». Adinolfi non è fesso, capisce l’antifona e chiede in dietro il suo investimento. E’ presto e la base della piramide si sta ancora allargando, per lui è una fortuna. Si è studiato bene la questione, come confessa sempre al quotidiano romano, dove conclude: «ho avuto indietro il denaro e gli interessi. E’ andata molto bene». Pecunia non olet si sa.
Questa vicenda mette in mostra l’essenza dei protagonisti girotondismo, l’indignazione moralista dei salotti che dietro le virtù pubbliche declamate cela gli stessi vizi privati del berlusconismo. In pubblico se la pigliano con il Cavaliere e i suoi loschi affari ma in privato tentano di fare la stesa cosa, anche se poi non ci riescono solo per imperizia delle membra. Dove sta la diffrenza?

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Populismo penale

Caso Papini, una vicenda esemplare di giustizia dell’emergenza

Conferenza stampa a Montecitorio. I legali denunciano: «Quello di Papini è stato un processo ai sentimenti. Quando venne arrestato, la digos di Bologna sapeva già da un anno, grazie alle intercettazioni telefoniche, che andava in carcere a trovare la Blefari con l’accordo della direzione dell’istituto di pena per tentare di impedire i suoi propositi suicidari dichiarati in una lettera. L’inchiesta è stata una montatura». Dopo l’assoluzione crolla il teorema accusatorio messo in piedi dai pm bolognesi che hanno pilotato da lontano anche l’inchiesta romana e il processo. I magistrati dovrebbero archiviare la sua posizione nell’inchiesta sull’attentato a Marco Biagi, ma sotto le due torri esiste una delle peggiori procure d’Italia

Paolo Persichetti
Liberazione 6 aprile 2011

Chissà cosa avrebbe pensato il marziano di Flaiano se fosse atterrato ieri mattina davanti a Montecitorio? Mentre i post-girotondini del popolo viola presidiavano la piazza per protestare contro il modo in cui il governo e la sua maggioranza parlamentare affrontano i temi della giustizia, srotolando un tricolore lungo circa 60 metri per dare inizio alla giornata della democrazia accanto a molte bandiere dell’Italia dei valori, FdS e Sel, dentro la Camera si teneva una conferenza stampa quasi deserta sul caso di Massimo Papini: uno degli esempi drammaticamente più concreti di come si esercita la giustizia in Italia. 17 mesi e 23 giorni di carcere duro in custodia preventiva, quando andava bene in regime di alta sicurezza nel braccio speciale di Siano, in Calabria, dove sono rinchiusi una parte dei detenuti politici di sinistra; altrimenti in regime di totale isolamento, peggio del 41 bis, quando durante i lunghi mesi del processo era appoggiato al piano terra del reparto G12 di Rebibbia. Sempre solo in un cubicolo, senza diritto alla socialità con altri detenuti, e con le ore d’aria (per così dire) da passare in un rettangolo di cemento di pochi metri quadrati circondato da alte mura e con il cielo coperto da una grossa griglia metallica. Tutto questo per un’accusa senza fondamento: aver fatto parte delle cosiddette “nuove brigate rosse”, solo perché non aveva rinunciato ad assistere la sua ex fidanzata, Diana Blefari Melazzi, precipitata dopo l’arresto nel labirinto della sofferenza psichiatrica. Strada senza ritorno sfociata nel suicidio, poche settimane dopo l’arresto di Massimo, il 31 ottobre 2009. Una morte quasi indotta da una persecutoria volontà di sfruttare la sua malattia come una opportunità per le indagini. «Assolto per non aver commesso il fatto» hanno stabilito lo scorso 23 marzo i giudici della prima corte d’assise di Roma, ribadendo che la solidarietà, anche per chi è stato dichiarato colpevole, non è reato. Un caso «paradigmatico» hanno spiegato i suo legali, Caterina Calia e Francesco Romeo presenti alla conferenza stampa insieme a Gianluca Peciola, consigliere provinciale Sel e alla deputata radicale (lista Pd) Rita Bernardini, che ha seguito il caso, incontrato più volte Papini in carcere e portato radio radicale a registrare le udienze del processo. Attenzione mediatica che ha infastidito molto la pubblica accusa. Tra i banchi solo qualche sparuto giornalista e gli amici di Massimo, animatori del comitato che l’ha sostenuto nei suoi 17 mesi di detenzione.
La piazza era piena ma la sala era vuota. Eppure si parla tanto di giustizia al punto che – direbbero i sociologi – questo tema è divenuto il maggiore repertorio di mobilitazione dell’azione politica. Fa scorrere fiumi d’inchiostro, riempie tg e salotti televisivi, ma quando ci si trova di fronte a casi concreti l’interesse svanisce. Davvero una strana idea di giustizia: la destra che grida alle toghe rosse e vede complotti delle procure ovunque si allinea subito dietro l’azione repressiva della magistratura, quando questa si riversa contro soggetti estranei al mondo imprenditoriale, alle classi possidenti; la sinistra, che inneggia alla costituzione e si erge a paladina delle legalità, perde vista, udito e parola di fronte agli abusi, per non parlare del carattere sistemico delle pratiche inquisitorie condotte dalla magistratura inquirente, grazie anche ad una legislazione speciale che gli offre mano libera. Insomma ci si agita molto per non fare nulla. L’arena giudiziaria appare solo il luogo dove si è trasferito lo scontro politico. Alla fine, della giustizia, della giustizia giusta, delle garanzie, non interessa a nessuno. Vince solo la demagogia penale: in galera tutti meno quelli che ci mandano gli altri. E così vicende come quelle di Papini restano sullo sfondo, ignorate. Nessuno chiederà conto alla procura di Bologna che – è già accaduto in altri casi – ha pilotato da lontano l’arresto di Papini e il processo, occultando prove a discarico dell’imputato, come ha denunciato l’avvocato Romeo. Nessuno vorrà sapere perché i testi citati dalla difesa sono stati inchiestati durante il processo, al punto da dover temere che l’azione difensiva fosse diventata un delitto. Il marziano di Flaiano non ha esitato, ha ripreso il volo disgustato.

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Massimo Papini assolto per non aver commesso il fatto
Papini assolto: “Non faceva parte delle nuove Br”
“Scarcerate Papini, accuse senza argomenti
Amicizia e solidarietà sotto processo
Un altro Morlacchi dietro le sbarre
Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Cassazione: “Non è reato essere amici di inquisiti per banda armata”

Alla destra postfascista Saviano piace da morire

Affinità elettive: lo sperticato omaggio dei finiani di Farefuturo a Roberto Saviano. Giusto un inciso, Celine non ha scritto solo Voyage au but de la nuit, come credono certi snob parvenu, ma anche Bagatelle pour un massacre, un pamphlet immondezzaio in cui sono raccolti i più beceri luoghi comuni antisemiti. Non serve leggere ogni cosa se poi non si è capaci di capire cosa si legge

di Giovanni Marinetti
Ffwebmagazine (periodico della Fondazione Farefuturo), 6 giugno 2010

Delusione e rabbia tra le fila del popolo viola

Ha ragione Rangeri: Saviano 
è un “patrimonio comune”

C’è scritto “bene comune” ma si può leggere, ancora meglio, con più coraggio, “patrimonio comune”. Di tutti gli italiani. Di destra o di sinistra, poco importa. “Saviano bene comune” è il titolo dell’editoriale di Norma Rangeri, il direttore del Manifesto. Ed è una severa bacchettata nei confronti di quel collaboratore anti-Saviano che tanto ha fatto parlare in queste settimane.
«I nostri lettori sono increduli, arrabbiati, disorientati perché leggono come un ingiustificato attacco le pagine che un nostro collaboratore (…) rivolge a Roberto Saviano» nel suo libro. «Li capisco, per un motivo semplice: ho stima di Saviano e credo che la sua battaglia sia anche la mia».
La battaglia di Saviano è una battaglia di tutti. Questo importa. Solo questo. E sulla tesi del libro, che ha rinfocolato una passione distruttiva in molti adepti dell’antisavianismo, la Rangeri è durissima: «La critica letteraria cede il passo a una discussione politica viziata, a mio parere, da un concentrato di ideologia». E l’ideologia, nella lotta alle mafie, diventa sempre, inevitabilmente, miopia: buio che annega la realtà nella notte del pensiero. E l’unica luce spunta solo se si riesce spalancare la finestra della propria mente verso orizzonti diversi e trovare elementi di patrimonio comune. Soprattutto, ripetiamo, quando si parla di mafie.
Sul Domenicale del Secolo di Italia, Fausto Bertinotti, intervistato da Michele De Feudis, risponde così alla domanda «amare la letteratura di Céline o la cinematografia di Eastwood è ancora considerata una “passione proibita” a sinistra?»: «Quando si percepisce il confronto con mondi differenti come un periodo allora si realizza una deprecabile opzione fondamentalista. La morte della sinistra è il prodotto di una incapacità politica di pensare il confronto con l’altro. Leggere sul terreno della cultura altra autori come Céline o Nietzsche è straordinariamente utile per comprendere la crisi della modernità. Sono autori che forniscono energia per quel progetto politico di liberazione che si incarna nel conflitto sociale».
W la Rangeri allora. E fa bene a rivendicare i suoi lati in comune con quel Saviano (e la sua “formazione marxista”) che più volte ha dichiarato di essere cresciuto anche leggendo Céline. Perché, tanto, in Saviano c’è il superamento di quel purismo ideologico che non serve più a nulla.
«Se essere ascoltati – chiude la Rangeri -, avere successo, essere amati, avere a cuore il riscatto dei deboli, essere testimone di storie come quella di don Diana, fare una battaglia per la legalità contro le mafie (nel paese di Falcone e Borsellino) sono trappole borghesi, modi sbagliati di fare politica, mi piacerebbe che in Italia fossimo sempre di più a sbagliare così».
Ce lo auguriamo anche noi.

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Ma dove vuole portarci Saviano?
Populismo penale
Il diritto di criticare l’icona Saviano
La libertà negata di criticare Saviano
Saviano, l’idolo infranto
Pagliuzze, travi ed eroi
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra

Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra, non regaliamo alla sinistra”


Ponte Galeria, migranti in rivolta salgono sui tetti

Protesta contro le bestiali condizioni di vita e l’internamento ingiustificato

Paolo Persichetti
Liberazione
14 marzo 2010

Mentre il popolo viola si radunava in piazza del Popolo per ascoltare i discorsi dei leader dell’opposizione, da Bersani a Ferrero, da Vendola a Di Pietro, ad una ventina di chilometri di distanza, nella zona suburbana della Capitale, si scatenava la rivolta dentro il Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Dopo aver dato fuoco ai materassi una trentina di migranti sono riusciti a salire sui tetti al grido di «libertà», mentre colonne di fumo e fiamme si alzavano verso il cielo. Altri hanno tentato di arrampicarsi sulle reti di recinzione che separano la zona maschile da quella femminile. Le donne dopo aver provato anche loro a ribellarsi sono state subito rinchiuse al’interno dei reparti. Fuori dalla cinta del campo d’internamento, oltre le reti, il filo spinato, le torrette d’avvistamento e i fari, un presidio dei Centri sociali appoggiava la protesta con slogan e fumogeni colorati. Fotografia sintomatica di due mondi diversi e lontani. Quelli di piazza del Popolo sotto i riflettori occupano la scena mediatica, contraltare quasi speculare della commedia berlusconiana; i secondi, su quei tetti, da dove si arriva quasi a scorgere la linea azzurra del mare che bagna il litorale romano, condannati alla drammatica solitudine dei vinti. D’altronde l’occultamento dello sciopero generale del giorno precedente, dell’unica manifestazione che in questi giorni aveva da proporre qualcosa, un’idea di società un po’ diversa, la dice lunga sul grado zero della politica che sta dietro la nevrastenica e confusa indignazione del variegato universo dei viola. Due mondi che non comunicano, un po’ come accadeva sui ponti del Titanic. I rinchiusi nella stiva, la grande pancia del titano del mare in movimento, e quelli sopra impegnati nello loro dispute mondane. Ecco uno dei problemi, anzi delle voragini che hanno risucchiato la sinistra verso l’inconsistenza, un po’ come quegli smottamenti di terreno che inghiottono i paesini della Calabria. La rivolta delle nude vite lasciata sola. A Ponte Galeria, dopo la fine dello sciopero della fame che gli internati avevano deciso insieme ad altri loro compagni rinchiusi in altri Cie d’Italia, si vivevano giorni difficili pieni di frustrazione e delusione. L’arrivo dei nuovi gestori che hanno rimpiazzato la Croce rossa non ha migliorato le condizioni di vita. Anzi sembra che l’insediamento della cooperativa Auxilium vincitrice della gara d’appalto, e che già gestiva il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Bari, sia coinciso con un giro di vite ulteriore. Regole sempre più dure, cibo scadente privo di vitamine, riscaldamento fuori uso e somministrazione quasi forzata della terapia, una vera sedazione di massa. Gelo, freddo, minacce, umiliazioni e pestaggi, sono il pane quotidiano. Un inferno. La rivolta di ieri era stata preceduta da un’altra sommossa. Proprio nei giorni in cui avveniva il passaggio di consegne, dall’ala inaugurata di recente partiva un tentativo di fuga. Tuttavia solo un ragazzo riusciva a raggiungere il muro di cinta e provare il salto verso la libertà. Ma la speranza durava poco. Subito ripreso, il giovane veniva pestato brutalmente dalle forze dell’ordine. Secondo le testimonianze, tra gli autori della violenta punizione inflitta a mo’ d’esempio vi sarebbe stato lo stesso dirigente della polizia. Dopo le percosse il ragazzo veniva portato via. Iniziava così la protesta. Grida, coperte date alle fiamme e devastazione sistematica di tutto ciò che si riusciva a spaccare. Parola d’ordine: «distruggere il lager». Per sedere la sommossa il giovane veniva ricondotto tra i suoi compagni. Malconcio ma finalmente in mani sicure. Nella serata di ieri i rivoltosi erano ancora sui tetti decisi a restarvi per tutta la notte. Dopo averli rincorsi e colpiti tentando di farli desistere anche con il lancio di gas, la polizia schierata in assetto antisommosa presidia l’edificio. All’esterno, in segno di solidarietà i manifestanti hanno bloccato i treni della linea ferroviaria. Soltanto dopo una lunga trattativa con i funzionari delle forze dell’ordine tutto è tornato tranquillo.

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La Sinistra giudiziaria

La deriva penale e carceraria della sinistra italiana

Paolo Persichetti
Liberazione
giovedì 27 gennaio 2005

A meno di una settimana dagli appuntamenti del 15 e 16 gennaio, dopo che sui diversi quotidiani delle Sinistre hanno preso la parola un po’ tutti, manette cercando di iscrivere nel «temario» suggerito da Asor Rosa i più disparati argomenti, colpisce un’assenza, un vuoto che col passar dei giorni diventa sempre più una voragine. Alcuni, partendo da una riflessione che si protrae da tempo, hanno riproposto uno spietato bilancio del Novecento che troverebbe nella scelta della nonviolenza e nella sperimentazione di una «politica dolce» il suo approdo naturale. Altri pensano invece ad una sinistra mummificata, fedele sacerdote del tempio, votata alla conservazione della costituzione del 1948, ancella della legalità. Su lidi diversi c’è chi sovverte questo schema ritenendo innanzitutto superate le vecchie forme della rappresentanza. Seguono inviti ad approfondire la critica radicale al neoliberismo, ma anche qui gli esiti non sono univoci: se da una parte l’obiettivo è reinventare il welfare, dall’altra si ritiene che ciò condurrebbe nuovamente sotto la maledizione del sovranismo statalista. C’è poi il tradizionale contrasto tra chi antepone il conflitto capitale e natura alla contraddizione tra capitale e lavoro, poiché quest’ultima sarebbe incapace di rompere con la cultura economica sviluppista. Ad entrambi si oppone il pensiero della differenza sessuale che accomuna tutti i paradigmi appena citati sotto una medesima condizione patriarcale. Non mancano coloro che antepongono la nuova realtà del mondo delle associazioni e del volontariato ai vecchi modelli fondati sul sistema dei partiti o al cesarismo mediatico attuale. In fine, ci sono i fans del treppiede, una sorta d’inconsapevoli quanto ridicoli promotori di un nuovo tirannicidio virtuale. Teorie, pensieri e pratiche avanzano in ordine sparso, rigorosamente al di fuori di una sintesi comune, oramai aborrita sempre ammesso che fosse ancora possibile.
Tra le molteplici diversità sin qui espresse, un dato sembra però mettere tutti d’accordo: la difficoltà a ripensare il decennio novanta. Eppure l’intera fisionomia della sinistra attuale nasce da lì. Merita di esser indagata meglio questa strana rimozione. Forse una ragione c’è: gli anni novanta hanno forgiato in buona misura l’identità della sinistra attuale, sia nella versione riformista che in quella radicale, alternativa o antagonista. Il decennio trascorso sembra pensabile unicamente attraverso la categoria dell’anomalia. Anomalia berlusconiana s’intende. Ennesimo capitolo di quella «democrazia incompiuta» di cui ha favoleggiato il Pci durante tutto il dopoguerra, fino alla sua fine. Un atteggiamento che ricorda molto l’insipiente cultura liberale che vedeva nel fascismo una «parentesi», un deprecabile accidente della storia venuto ad interrompere l’inarrestabile cammino verso la libertà. Insomma un fenomeno senza radici né cause, piovuto dal cielo. Un impazzimento momentaneo che un giorno sarebbe scomparso come era venuto. Lettura sfacciatamente autoassolutoria della responsabilità che la società liberale ebbe nel generare il regime dal seno della sua crisi.
In tempi più recenti, l’illusione giustizialista ha cullato la sinistra nell’idea che il fenomeno berlusconiano fosse sorto dal mancato compimento della missione purificatrice di tangentopoli e non sia stato invece una sua diretta conseguenza. Lo tsunami giudiziario, che ha investito il sistema politico-istituzionale nel corso della prima metà degli anni novanta, non ha lavato la politica e ancora meno moralizzato la cosa pubblica. In realtà, travolgendo le figure tradizionali della mediazione istituzionale fuoriuscite dal dopoguerra, ha semplificato le linee di comando, ridotto le zone intermedie, portando a compimento l’instaurazione del meccanismo maggioritario, favorendo così l’accesso diretto alla politica dei nuovi quadri direttamente espressi dal mercato e dalla società commerciale. La massimiliano_tribunale3336_resize rivoluzione conservatrice avviata negli anni ottanta ha raggiunto tutti i suoi obiettivi e il partito impresa ha trovato la strada spianata verso la sua ascesa al governo. A questo risultato hanno contribuito l’ideologia della repressione emancipatrice, il mito dell’azione penale, la teoria dell’interferenza, divenuta patrimonio di larghi settori della magistratura spalleggiati dalla piazza. Alla fine però Mani pulite si è rivelata solo una sorta di Termidoro senza presa della Bastiglia. Liquidazione per via giudiziaria di un ceto politico la cui attività regolatrice costituiva oramai un intralcio troppo costoso rispetto ai nuovi parametri della competitività internazionale. Così il giudiziario, da strumento di tutela reciproca tra classi dominanti, si è trasformato per un certo periodo in luogo di conflitto anche tra élites, ricorrendo a pratiche tradizionalmente riservate alle sole classi pericolose o ai nemici interni. L’oppio giudiziario ha contaminato buona parte delle culture presenti nella sinistra, mutando profondamente l’universo simbolico dei movimenti, i vari repertori che giustificavano l’azione collettiva.
Certo, tutto ciò è sembrato essere una diretta conseguenza della crisi delle grandi narrazioni che descrivevano cammini di liberazione. L’ambizioso progetto, che un tempo animava i propositi di cambiare il mondo, è reclinato verso la modesta pretesa di giudicarlo. Alla costruzione d’ideali carichi di prospettive e speranze, si è opposto il culto della vendetta e la furiosa libidine del processo. L’ideologia giudiziaria è apparsa come una risposta al disincanto di un mondo ormai percepito come decaduto e corrotto. La politica ha mutato attori, tecniche, e inevitabilmente contenuto. Cacciata dai posti di lavoro, emarginata dalle piazze, sottratta agli stessi emicicli, è passata prima nelle corbeilles e poi nelle procure, mentre chi un tempo occupava le strade ha cominciato a sedersi sui banchi della parte civile. Il ricorso sfrenato alle scorciatoie processuali ha cristallizzato umori forcaioli e reazionari. L’abbassamento generale del livello di garanzie giuridiche ha portato unicamente pregiudizio alle classi più deboli che da sempre hanno minori mezzi e strumenti di difesa, riempiendo le carceri e contribuendo ad edificare una legislazione sempre più minacciosa. La fonte della legittimità deriva dalla legalità o dal suffragio? Sono arrivati a domandare alcuni pasdaran della soluzione penale. Il risultato è stato il lungo decennio Berlusconiano. Sarà mai possibile venirne fuori? A cosa potrà mai servire un’eventuale vittoria elettorale senza un radicale mutamento di paradigma che sottragga tutti noi dall’egemonia berlusconiana?

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