Mario Calabresi ha sbagliato titolo

Recensione – Carlo Saronio 45 anni dopo. “Quello che non ti dicono”, di Mario Calabresi (Mondadori, 2020)
«Quello che non ti dicono» sarebbe stato il titolo perfetto per raccontare la morte di Giuseppe Pinelli, l’anarchico che il padre di Mario Calabresi fermò e poi trattenne illegalmente in questura da dove l’anarchico ferroviere uscì morto, defenestrato. Mario Calabresi ha invece preferito parlarci d’altro penetrando nella squallida vicenda del rapimento di Carlo Saronio, senza però pronunciarsi sull’abiezione profonda rappresentata dalla legislazione premiale che ha creato la figura giuridica del “pentito”, il collaboratore di giustizia. Soggetto umano disgustoso ma comunque apprezzato per i suoi servigi

di Davide Steccanella

Carlo Saronio, figlio 26enne dell’industriale chimico Piero Saronio, venne sequestrato a Milano il 15 aprile 1975 ma non verrà mai liberato nonostante il pagamento di un riscatto di 470 milioni, e il suo corpo verrà ritrovato tre anni dopo su indicazione di uno dei responsabili nel corso del processo di primo grado.
Nel suo ultimo libro, Quello che non ti dicono (Mondadori, 2020), Mario Calabresi torna a parlare a distanza di 45 anni di quella tragica vicenda dopo essere stato contattato dal cugino Piero Masolo, prete missionario in Algeria, e da Marta Saronio, la figlia “nata otto mesi e dieci giorni dopo la morte di mio padre”, un padre che non ha mai conosciuto e che l’aveva concepita con Silvia Latini pochi giorni prima di quel 15 aprile 1975.
La complicata storia processuale di quella vicenda è stata ricostruita in modo impeccabile da
Antonella Beccaria nel libro, Pentiti di niente, pubblicato nel 2008 da Stampa Alternativa, e di cui consiglio la lettura, perché, come riconosce Calabresi a pag. 70: «dal punto di vista della cronaca di quel tempo è un gran lavoro che ricostruisce il rapimento di Carlo e i processi».
Le indagini e i relativi processi hanno accertato che: 1) l’azione criminale fu compiuta da un gruppo di persone legate alla malavita su indicazione di un amico del rapito, 2) la morte dell’ostaggio avvenne quasi subito a causa di un tampone letale di toluolo tenuto eccessivamente premuto, 3) per ottenere ugualmente il riscatto vennero utilizzate informazioni fornite sempre da quell’amico che conosceva particolari riservati della casa di famiglia di Corso Venezia 30, per esservi stato ospitato quando era ricercato dalla Polizia.
L’evento ai tempi non destò particolare scalpore poiché in quegli anni Milano era flagellata dal fenomeno dei sequestri di persona a scopo d’estorsione, fino a quando non emerse a maggio, attraverso il sequestro in Svizzera di banconote provenienti dal riscatto, l’identità dell’amico sospettato di aver progettato il rapimento del giovane ingegnere.
Il nominativo di Carlo Fioroni, infatti, insegnante in una scuola media della provincia lombarda, compariva in numerosi atti della Questura come militante della sinistra extraparlamentare e identificato come il soggetto che aveva contratto l’assicurazione del furgone utilizzato da Giangiacomo Feltrinelli per recarsi su quel traliccio di Segrate che tre anni prima gli era risultato fatale.
Attraverso quel collegamento emersero quindi dei rapporti “occulti” del giovane Saronio (e dei quali la famiglia e gli amici non erano a conoscenza) con un gruppo di militanti legati al disciolto Potere Operaio e al mondo milanese dell’Autonomia, che in quegli anni progettavano azioni illegali di autofinanziamento, e si sospettò, quindi, che dietro a quel delitto potesse esservi una matrice “politica”.
Fioroni una volta arrestato finse di essere stato messo al corrente solo dopo il sequestro dal malavitoso Carlo Casirati, e di essersi prestato a fornirgli particolari utili a indurre la famiglia a pagare il riscatto nella speranza che l’amico fosse ancora vivo.
Dopo gli arresti di una serie di personaggi minori a diverso titolo coinvolti nella vicenda (o di altri che non c’entravano nulla), anche Casirati, fuggito con parte dei soldi del sequestro, verrà catturato il 24 febbraio 1976, e una volta estradato, dopo avere ribaltato su Fioroni la paternità del sequestro, farà trovare il 24 novembre del 1978 il corpo di Saronio nel corso del processo di primo grado avanti la Corte d’Assise di Milano presieduta dal giudice Cusumano e che si concluse con la condanna di Fioroni a 27 anni e di Casirati a 25 anni.
Ma nel dicembre dell’anno dopo e in vista del processo di Appello, Fioroni decide di diventare il primo “collaboratore di giustizia” della storia processuale italiana, rendendo dal carcere di Matera una serie impressionanti di dichiarazioni accusatorie ai magistrati Spataro, Caselli e Calogero che comporteranno l’arresto di numerosi militanti.
La matrice “politica” del delitto assumerà ancor più spessore quando verrà accertato che la sera del sequestro Saronio fu prelevato in Largo Quinto Alpini da un’auto con finti agenti, al termine di una riunione in cui si discusse di finanziamenti all’organizzazione Soccorso Rosso a casa dell’insospettabile 50enne professore della Cattolica, Carlo Borromeo, a sua volta prontamente arrestato per partecipazione a banda armata nel blitz del 21 dicembre 1979.
Sulla base delle dichiarazioni di Fioroni anche a Toni Negri, già arrestato nel celebre blitz padovano del 7 aprile 1979, verrà contestato il concorso nel sequestro e omicidio Saronio, e mentre il processo milanese d’Appello si chiuderà il 29 maggio del 1981 con la sensibile riduzione della pena a 10 anni sia per Fioroni che per Casirati in forza della nuova legge sui pentiti, Negri verrà condannato dalla Corte d’Assise di Roma senza che fosse stato possibile alla difesa controinterrogare il “pentito”, che nel frattempo aveva ottenuto un passaporto per l’espatrio.
Le successive sentenze del processo 7 aprile faranno giustizia delle “bufale” di Fioroni, chiarendo che nel delitto Saronio non vi fu alcun coinvolgimento del gruppo politico in cui avevano militato Negri, Fioroni e in parte il Saronio stesso, per cui “caso chiuso” come si direbbe in gergo.
Ma poiché il titolo del nuovo libro, Quello che non ti dicono, induceva a ritenere (a torto) che Calabresi avesse scoperto nuovi elementi in grado di riaprire il caso, l’ho acquistato e al termine della lettura mi chiedo quale possa essere il senso a distanza di 45 anni di questo libro.
Ho trovato interessante la parte in cui riporta i colloqui di oggi con le persone ai tempi maggiormente legate a Carlo, dalla sorella all’amico Gianni Tognoni, dall’allora prete di Quarto Oggiaro alla fidanzata Silvia, e ovviamente i pensieri di chi non ha avuto il tempo di conoscerlo di persona e che ha indotto Calabresi a scrivere questo libro, la figlia Marta e il cugino Piero.
Così pure è interessante la ricerca sui documenti conservati dalla mamma Angela, il ricordo della sua insegnante, i sopralluoghi nelle case e nelle zone cui Carlo era legato, e così pure la storia della fortuna durante il fascismo degli stabilimenti Saronio e degli inquinamenti lasciati, soprattutto se confrontata a quella così diversa del giovane ricercatore Carlo e del suo anno in Usa, e che, da quel che si legge, doveva essere un ragazzo meraviglioso.
Scrive tuttavia Calabresi a pag. 70 che del libro Pentiti di niente «non condivide titolo e tesi di fondo», il che suona un po’ singolare, posto che il libro di Antonella Beccaria non esprimeva nessuna “tesi”, ma si limitava, come appunto dice lo stesso autore, a «un gran lavoro che ricostruisce il rapimento di Carlo e i processi».
Quanto al “titolo”, altro non è che la valutazione oggettiva di un supposto “pentimento”, quello di Fioroni (e Casirati), fatto di false accuse che hanno comportato carcerazioni ingiuste ad opera di chi si era reso responsabile di un atto odioso come tradire la fiducia di un amico, giudizio che non pare discostarsi da quello che del Fioroni ne dà proprio il cugino Piero, il quale, dopo averlo incontrato in Francia, scrive: «ha tenuto la maschera tutto il giorno, non ho trovato un dolore sincero e ho visto una persona piccola. Non provo perdono e nemmeno pietà. Perché Carlo ha aiutato, protetto e finanziato questo venditore di fumo?», (pag. 193).
Cosa «non condivide» dunque Calabresi del libro della Beccaria?
Posso dire io quel che invece non condivido del suo libro, ossia quel continuo ribadire una divisione impenetrabile tra i buoni, tutti i servitori fedeli dello Stato, e i cattivi, tutti i militanti degli anni Settanta, tutti terroristi e mischiati in un unico calderone per una bocciatura finale e senza appello di una Storia che ha coinvolto migliaia di persone per anni in un Paese a capitalismo avanzato e che non era le montagne delle Sierra Nevada.
Cosa c’entra con la tragica vicenda Saronio un incontro avvenuto anni prima tra Renato Curcio e Fioroni nella casa di montagna di Carlo? Oppure il ricordo di Spataro del primo processo milanese alle Brigate rosse due anni dopo la vicenda Saronio? O la vicenda padovana di via Zabarella, o il furto di un quadro in una chiesa attribuito al gruppo di Toni Negri o la rapina di Argelato del 1974 o la lettera di solidarietà scritta da una detenuta per la morte di un nappista più di un anno dopo il sequestro Saronio?
Sembra di essere tornati al “teorema Calogero” di 45 anni fa, tanto che viene il sospetto che quello che oggi Calabresi “non condivide” non sia tanto il libro della Beccaria ma le sentenze dei Tribunali che quel teorema hanno a suo tempo sonoramente bocciato. Posso capire che trattandosi del figlio di un funzionario dello Stato vittima di quegli anni di violenza politica senta l’impulso e il dovere di ribadire a ogni libro la sua ferma condanna di ogni movimento degli anni Settanta, però da buon giornalista dovrebbe anche sapere che quello che oggi non ti dicono è semmai quanto effettivamente è accaduto allora, un gigantesco conflitto sociale che non ha avuto né cattivi né buoni maestri, perché era il Novecento, un secolo del tutto particolare, in cui poteva accadere che anche un ricco ragazzo borghese decidesse di uscire da una casa principesca di corso Venezia per destinare il proprio impegno alle scuole di Quarto Oggiaro.
Il fatto che abbia incontrato sulla sua strada un mascalzone non cambia il corso della Storia e neppure quello della sua storia personale, che merita rispetto, ancor più alla luce di quanto gli è capitato.
In questo non comprendo troppo il giudizio finale del cugino Piero dopo l’incontro con Fioroni quando scrive: «E’ stata una giornata forte e faticosa che mi è servita a togliere lo zio Carlo dal piedistallo su cui l’avevo messo. Ho sempre pensato che avesse abbracciato quel bisogno di cambiamento sociale che era lo spirito del tempo, ma vorrei chiedergli: Carlo ma che compagni di strada ti eri scelto?» (pag. 193).
E proprio per rispetto alla storia di questo ragazzo speravo di non leggere più, a distanza di 45 anni, concetti come «classe opulenta che giocava alla rivoluzione» come scriveva l’estensore della prima sentenza romana del 12 giugno 1984, tanto sbagliata da essere totalmente riformata: «Del resto, anche Borromeo e Gavazzeni, e chissà quanti altri della classe opulenta che giocava alla rivoluzione, erano stati ‘autoespropriati’ di qualche milione. Dopo aver partecipato a delitti, ed esser quindi divenuti ricattabili, sarebbe stato difficile, per chi aveva denaro, rifiutare prestazioni in denaro. L’idea dello sfruttamento massiccio del ‘compagno ricco’ Saronio nasce dunque – a giudizio della Corte – proprio quando egli non può essere più utile nelle strutture clandestine della lotta armata allo Stato borghese e nasce come ‘autosequestro’ al quale la sua ricattabilità, magari machiavellicamente coltivata, non avrebbe potuto – come si era sicuramente calcolato – sottrarsi. In fin dei conti, non aveva egli stesso collaborato sul piano informativo al progetto del sequestro Invernizzi e dell’attentato alla Sit Siemens? II delitto Saronio, dunque, è cosa tutta dell’organizzazione, nato e concluso nella e per l’organizzazione, per finanziare le finalità di terrorismo e di eversione propugnate». (pubblicata integralmente sul sito web Misteri d’Italia).
Non era così, non fu così, ma forse è proprio questo “quello che non ti dicono”.
Bella figura comunque quella di Carlo Saronio, in questo direi che Calabresi e il suo libro hanno pienamente assolto al desiderio della figlia: «Mi aiuti a scoprire chi era mio padre? Non l’ho mai conosciuto ma è sempre con me».

Un pensiero su “Mario Calabresi ha sbagliato titolo

  1. grazie per questo appunto su un libro che chiaramente rispecchia una visione delle cose abbastanza interessata, se pur politicamente corretta da un punto di vista conformistico e borghese.
    una delle e cose piu’ belle che mi vengono in mente, con tutto il rispetto per Pasolini, è come dei “fortunati” ragazzi di famiglie piu’ che agiate, potessero mettere in discussione, fino alle estreme conseguenze, quello che era il loro status di appartenenza, foriero di una tranquilla vita immersa nel piccolo mondo facile e comodo della maggioranza silenziosa

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