Rossana Rossanda, «Perché non sono più garantista»

Rossana Rossanda se n’è andata dal secolo che non le apparteneva. Ragazza del Novecento, come lei stessa si era definita. Lo ha fatto in punta di piedi, senza disturbare ma anche senza voler esser disturbata dal brusio inutile che il nuovo millennio diffonde. E’ stata ricordata in una piazza di Roma da anziani esponenti del partito che l’aveva cacciata. Immagine orwelliana di nuovo millennio dove la reinvenzione del passato è divenuto il miglior modo per ipotecare il futuro. Ricordi anestetizzati hanno cercato di addolcire le parti più aspre e oggi indicibili del suo pensiero, di quel che scrisse e volle capire. Il percorso di conoscenza su quel che accadde in Italia negli anni 70, per esempio, e che fu per lei  lungo e accidentato. Mosso da un iniziale pregiudizio, anche arcigno, costellato da errori ma sempre animato da una sincera spinta a comprendere e non aver paura della realtà. Di lei conservo un ricordo personale. Nel settembre del 1991 mi ricevette nel suo ufficio al manifesto. Conoscevo da un po’ di tempo quella redazione che avevo cominciato a frequentare all’uscita dal carcere, nel dicembre del 1989. Rossana sapeva già di cosa dovevamo parlare: mi ricevette con fare circospetto, fece uscire tutti dall’ufficio, staccò il telefono e chiuse a chiave la porta, poi si avvicinò con la sedia. L’estate delle picconate cossighiane si era conclusa, la proposta di grazia per Renato Curcio con il corollario di una soluzione di tipo amnistiale per i reati politici degli anni 70 era sfumata. A settembre, il governo Andreotti col sostegno del Pci aveva messo definitivamente la pietra tombale su ogni apertura. Non c’erano più margini politici per restare in Italia, salvo accettare lunghi anni di galera. Ero lì per discuterne con Rossanda. Lei mi appoggiava, anzi sollecitava da «vecchia comunista» la mia partenza. «Mettiti in salvo, poi si vedrà!». Rimanemmo d’accordo che se qualcosa fosse andata male sarebbe intervenuta sulle pagine del suo giornale per difendere la mia scelta e mettere a tacere qualsiasi strumentalizzazione della magistratura. Tutto filò liscio. Arrivai a Parigi dove iniziai la mia nuova vita di rifugiato. Tre anni dopo, quando ero nella prigione parigina della Santé sotto procedura estradizionale e il mio futuro sembrava segnato, ricevetti una sua lettera: mi chiedeva scusa. Aveva provato a sollecitare ambienti della sinistra francese, senza esito. In Italia aveva vinto Berlusconi e vedeva tutto nero

Paolo Persichetti

«Perché non sono più garantista» fu il titolo di un clamoroso articolo scritto da Rossana Rossanda nell’estate del 1979. Un acceso dibattito sul garantismo si svolse sulle pagine del manifesto tra il luglio e l’agosto 1979 a seguito della retata del 7 aprile 1979 contro l’Autonomia e più in generale la differenziata area politica proveniente dall’ex Potere Operaio. Una operazione giudiziaria che rappresentava un salto di qualità nella risposta repressiva dello Stato, con l’impiego per la prima volta su larga scala delle nuove norme previste dalla legislazione speciale, il ricorso a prove logiche e teoremi accusatori, e l’irruzione sulla scena di un forte protagonismo giudiziario, apertamente combattente, investito di un dichiarato potere di supplenza politica contro la sovversione. In alcuni ambienti assai ristretti della sinistra non emergenzialista e in alcuni settori “democratici”, piuttosto circoscritti, sensibili al problema delle garanzie e delle tutele previste in uno Stato di diritto, e non ancora assuefatti o velocemente logorati dall’emergenza, vennero sollevate critiche e una prima timida riflessione si aprì sulle forme di risposta da fornire all’offensiva giudiziaria.
Una discussione che partì fin dai suoi inizi col piede sbagliato. Rossana Rossanda fu una delle protagoniste di quel confronto: dopo una tavola rotonda tra diversi magistrati e giuristi (Misiani, Saraceni, Rodotà e Ferrajoli, il manifesto del 15 luglio 1979), scrisse un corsivo intitolato «Perché non sono più garantista» il manifesto 17 luglio 1979, polemizzando contro i termini di un «neogarantismo» che esulava dai confini del garantismo classico. Riproponendo uno degli atteggiamenti tradizionali della cultura sostanzialista più qualificata del movimento operaio, quella che poggiava su un uso strumentale del formalismo giuridico borghese, lì dove preservava alcune garanzie di libertà personale e di tutela nel processo penale, la Rossanda criticava gli eccessi di un radicalismo garantista (da lei definito «garantismo politico») che rischiavano di ricondurre, a suo avviso, unicamente su un terreno – non certo neutro e che occulta le differenze reali – quale quello dell’egualitarismo astratto del formalismo borghese, per finire col confondere la democrazia con lo Stato di diritto.
La diffidenza rispetto a un utilizzo radicalmente estremo della tematica delle garanzie, sospettata di eccessive influenze e ambiguità con la cultura giuridica borghese, venne criticata da Oreste Scalzone con un intervento scritto dal carcere di Rebibbia, dove era rinchiuso, qualche tempo dopo. Pubblicheremo la risposta di Scalzone un in prossimo post

Dal manifesto del 17 luglio 1979, Rossana Rossanda:
«Credevo di essere una garantista di ferro. La tavola rotonda apparsa domenica sul manifesto mi ha fatto cambiare idea. “Garantismo», mi ero detta, è semplicemente coscienza che allo stato attuale dei rapporti istituzionali e del diritto, siamo costretti – pena abusi maggiori in una democrazia già largamente imperfetta – a valerci di norme classiche del diritto borghese e della sua tendenziale riduzione alla sfera dell’inviolabilità di alcune prerogative dell’individuo. Sapendo, senza illusione alcuna, che di diritto borghese e di difesa del livello individuale si tratta.
Ero garantista lo stesso. Giacché non conosco altro diritto che borghese; il quale peraltro lascia non solo “aperto”, ma irrisolto, anzi tende e rendere irrisolvibile ogni forma di “società regolata” che pretenda ad esempio sconvolgere le basi della proprietà (dalla terra alle case sfitte). Non solo ma, per sua natura, esso frena una vera “critica del diritto”, attraverso la quale non solo magistrati e filosofi ma anche le masse pongano mano all’embrione di nuove fonti, non abusive e di pochi, di legittimità […]
Ero garantista sapendo tutto questo. E altresì che, oltre ad essere borghese, il garantismo è quell’aspetto specifico della norma che difende l’individuo non solo dallo “Stato” ma in qualche misura da “tutta la società”, in quanto il suo movimento leda alcune sue storicamente acquisite – ma non per questo eterne né pregevoli – libertà. Esso protegge infatti i diritti attuali largamente ineguali. E quindi meno l’individuo debole e isolato, che quello forte e organizzato: essi sono in grado assai diverso da coprirsi con quelle prove che il garantismo esige. Questo una volta lo imparavamo tutti con l’abbici del marxismo […] Il prezzo che paghiamo al garantismo è l’inafferrabilità del mafioso, l’impossibilità di inchiodare giuridicamente il mandante di Portella della Ginestra o quella di sciogliere il MSI. E quindi anche di colpire qualche appena strutturata organizzazione terroristica, quando questa sceglie la clandestinità (non tutto il terrorismo la sceglie, come in Italia) […]
Ma non nascondendomi a quale prezzo. Sapendo e dicendo che, più garantisti si è, più si deve avvertire e dichiarare il limite pauroso del diritto borghese come strumento reale d’una democrazia politica, per non parlare d’una società in via di rivoluzionamento. Sapendo, per dirla con Brecht, come la legge sia “ingiusta”, perché applicata a soggetti inuguali; e quindi usandola col senso acuto del suo possibile uso ambiguo […] C’è una responsabilità politica – e non solo ideologica ma fattuale, in quanto l’ideologia modelli dei comportamenti e li induca – che sfugge al diritto; il quale quindi becca, quando becca, il picchiatore fascista di liceo e assolve Pino Rauti, o cattura, se cattura, quella che si chiama la manovalanza delle BR ma non inchioderà mai, salvo delazioni o casi straordinari di “fortuna” inquisitoria, i capi. E naturalmente e giustamente libera di responsabilità qualsiasi idea e scritto, che non si trovi direttamente vincolato al fatto commesso. Chi non vede allora la distanza fra “garantismo” e un’idea della giustizia non derivata dal diritto formale, dunque inuguale? Così, “la democrazia si difende con la democrazia” non è la stessa cosa di “la democrazia si difende con le istituzioni del formalismo borghese”? […]
Io, dunque, garantista sul terreno processuale, non lo sono su quello politico […] del garantismo denuncio il limite formale dunque ingiusto, l’incapacità politica, la povertà. E vedo l’uso che il terrorismo ne fa, o coloro che terroristi non sono, ma considerano il terrorismo un’insorgenza di sinistra, da difendere o da attaccare come pure errore tattico, forma di rivoluzione imperfetta. In verità, la cultura garantista ci copre scarsamente sia dalle deviazioni autoritarie, sia dalle conseguenze del terrorismo. Giacché se questo prevalesse – quello centralizzato, cui, non si capisce in base a quali elementi crede Gallucci(1), o quello decentrato cui, non so in base a quali argomenti, crede Misiani – o anche solo esplodesse in quella forma di guerra civile che Calogero(2), lui solo, già vede in atto, mentre  alcuni leaders o testi dell’autonomia vagheggiano come forma “aurorale” della loro rivoluzione, sarebbe spazzata via ogni garanzia dallo scontro tra apparati prima, o dal gruppo che finirebbe col prevalere poi, il quale sicuramente chiuderebbe ogni forma di mediazione istituzionale. Ne risulterebbe infatti, fosse la destra a vincere o fossero le BR o il “partito armato”, una forma burocratica e coatta di Stato; il solo che possa produrre sia una reazione classica sia una forma militarizzata di “eversione” (questa è la contraddizione di fondo dell’idea di comunismo dell’autonomia) […]
La democrazia, come terreno conflittuale aperto, e il movimento operaio sono dunque messi in pericolo sia da una deviazione autoritaria e illiberale della magistratura, rispetto alla quale il garantismo offre argini modesti, sia dalla teoria e pratica dell’eversione, rispetto alla quale non ne offre alcuno. Quando si fa un discorso politico questo va detto. E non per aggiungere al giuramento per la libertà un giuramento rituale antiterrorista, ma per fare un passo avanti nella definizione delle cause sociali del terrorismo (tutto ha cause sociali, anche il fascismo), e nel giudizio sulla sua valenza politica per il movimento di classe e per la democrazia […]
Allora limitarsi a essere “garantisti puri” significa regredire a prima di Marx, lasciare il campo libero – perché quel diritto non può vederli – ai meccanismi di lotta politica che non garantiscono nessuno, perché prescindono duramente dal diritto, il quale a sua volta se ne lava le mani. Questo “garantismo come teoria” non come tecnica processuale, per formazione culturale e per posizione politica non mi va e non mi basta».

Fonte, Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Odradek 1999, ristampa 2007, pp. 123-136 Appendice 1

Note
1
. Achille Gallucci, giudice istruttore del tribunale di Roma, firmò l’ordinanza di rinvio a giudizio nella quale si configurava, tra gli altri, il reato di«insurrezione armata contro i poteri dello Stato» per gli imputati arrestati nel corso dell’operazione 7 aprile 1979.
2. Pietro calogero, magistrato della procura di Padova protagonista dell’inchiesta 7 aprile diretta contro militanti e dirigenti dell’Autonomia.

Cesare Battisti inizia lo sciopero della fame

Da martedì 8 settembre 2020 Cesare Battisti ha iniziato lo sciopero della fame. In una lettera inoltrata al suo legale, l’avvocato Davide Steccanella, spiega: «Avendo esaurito ogni altro mezzo per far valere i miei diritti, mi trovo costretto a ricorrere allo sciopero della fame totale e al rifiuto della terapia». Battisti, ricorda il suo legale, è da oltre un anno e mezzo in isolamento nel carcere di Oristano, un isolamento «di fatto del tutto illegittimo». La pena accesoria dell’isolamento diurno, a suo tempo inflitta, era infatti di sei mesi, ed è terminatia nel giugno 2019. Nonostante le sue imputazioni non rientrino per ragioni cronologiche nella fascia dei reati ostativi, Battisti è rinchiuso in una cella all’interno di una sezione del carcere di Oristano adibita per lui e di cui è l’unico ospite. Una sorta di “area riservata del 41 bis” del tutto abusiva, realizzata aggirando le norme dell’ordinamento penitenziario

 

«La morsa del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) – scrive Battisti nella lettera – messa puntigliosamente in esecuzione dalla autorità del carcere di Oristano, ha resistito provocatoriamente a tutti i miei tentativi di far ripristinare la legalità, e la dovuta concessione dei diritti previsti in legge, ma sempre ostinatamente negati. A nulla sono valse le mie rimostranze scritte o orali rivolte a questa Direzione, al Magistrato di Sorveglianza, all’opinione pubblica. A Cesare Battisti – scrive ancora lo stesso Battisti, condannato all’ergastolo per 4 omicidi e arrestato nel 2019 dopo 37 anni di latitanza – non è nemmeno consentito sorprendersi se nel suo caso alcune leggi sono sospese: è quanto mi è stato fatto capire, senza mezzi termini, da differenti autorità».
«Pretendere un trattamento uguale a quello di qualsiasi altro detenuto – si legge ancora nella missiva – è una contesa continua, estenuante e che coinvolge gli atti più ordinari del mio quotidiano: l’ora d’aria; l’isolamento forzato e ingiustificato; l’insufficiente attendimento medico; la ritensione arbitraria di testi letterari; le domandine sistematicamente ignorate; oggetti di varia utilità e strumenti di lavoro negati, anche se previsti dall’ordinamento penitenziario, ecc». Da qui l’annuncio dello sciopero della fame e del rifiuto delle terapie per malattie di cui soffre.
Il tutto, scrive ancora Battisti, «affinché sia disposto il mio trasferimento in una Casa di Reclusione dove mi siano facilitate le relazioni con i familiari e con le istanze esterne previste dall’ordinamento nonché i rapporti professionali atti al sostentamento e al reinserimento. Chiedo – conclude – inoltre che sia rivista la mia classificazione nel regime di Alta Sicurezza (AS2) per terroristi, in quanto non esistono più di fatto le condizioni di rischio che la giustificherebbero».

Per saperne di più
Cronache dall’esilio
L’autodafé di Cesare Battisti
Carcere, ostriche e champagne, la vita a 5 stelle dei detenuti italiani
Battisti esibito come un trofeo da caccia
Cesare Battisti a été éxhibé comme un trophée de chasse
Estradizioni, l’Italia ha sempre aggirato regole
Dietro la caccia ai rifugiati degli anni 70 la fragilità di uno Stato che ha vinto sul piano militare ma non politico

«Perché hai tolto il nome di Maria Fresu dalla lista delle vittime della strage?», Laura Fresu chiede spiegazioni a Paolo Bolognesi

L’imprenditore della memoria Paolo Bolognesi, presidente a vita – come nelle satrapie orientali – dell’«Associazione tra i familiari delle vittime della strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980», ha tolto dalla lista delle vittime della strage riportata sul sito dell’associazione – https://www.stragi.it/vittime – il nome di Maria Fresu, la mamma della piccola Angela Fresu di 3 anni, morta insieme a lei nella esplosione della bomba che fece 85 morti accertati e 200 feriti. Le perizie realizzate sui resti da sempre attribuiti a Maria Fresu, condotte nel corso dell’ultimo processo sulla strage contro Gilberto Cavallini, hanno dimostrato che le tracce genetiche non appartenavano alla donna ma a due diversi dna femminili. Nel corso del processo, i legali della parte civile, che tutelavano gli interessi dell’Associazione presieduta da Bolognesi, ma non di Maria Fresu evidentemente, non hanno chiesto di verificare se i resti del corpo di Maria Fresu si trovassero confusi in altre sepolture e di confrontare i due dna emersi con quelli delle altre vittime femminili, per accertare senza ombra di dubbio a chi appartenessero e smontare ipotesi alternative. Era un loro imprenscindibile dovere a cui sono venuti meno, forse per non favorire le richieste della difesa finalizzate a dimostrare l’esistenza di un ottantaseiesima vittima coinvolta nella esplosione della bomba. Un atteggiamento, che se trovasse conferma, dimostrerebbe la miopia e il masochismo di Bolognesi e darebbe prova del suo cinismo, di un’etica a geometria variabile disposta a sacrificare la memoria di una vittima per dei calcoli di strategia processuale. Anche dopo la chiusura del processo, Bolognesi non ha fatto nulla perché si scoprisse dove fossero finiti i resti di Maria Fresu: si è limitato a cancellarla dalla memoria ufficiale dell’Associazione che presiede, che da quel momento è diventata l’associazione tra le vittime della strage, meno una. Che Maria Fresu fosse presente in stazione quella mattina lo stestimonia la presenza della sua bambina, e quella di due sue amiche, Verdiana Bivona, rimasta uccisa, e Silvana Ancillotti, ferita nello scoppio (qui una sua testimonianza Silvana Ancillotti ricorda l’esplosione nella sala d’apetto della stazione). Nella lettera, Laura Fresu non si accontenta di pretendere delle spiegazioni da Bolognesi per il suo gesto, ma chiede conto anche della sua gestione dell’Associazione, da cui ha ricavato una legislatura parlamentare, e delle sue scelte politiche, come quella di occuparsi della Commissione Moro 2 piuttosto che della vicende della strage di Bologna

di Laura Fresu

 

Sono Laura Fresu, cugina di Maria Fresu, vittima della «Strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980».
Nell’ottobre del 2019, durante il processo all’ex NAR Gilberto Cavallini, egli stesso chiese – attraverso i suoi legali – la riesumazione dei resti di Maria, allo scopo di effettuare il test del DNA. Una volta riesumati i «resti» ed effettuato il test, si scoprì l’incompatibilità con Maria. Cioè: non era lei.
Io non ho competenze specialistiche per entrare nel merito di quelle analisi né delle indagini. È per questo motivo che attendo, con paziente fiducia, la conclusione delle stesse. Tuttavia, ci sono due aspetti che mi indignano.

Il primo riguarda il fatto che i fascisti, ovviamente, abbiano già cominciato la propria canea contro Maria Fresu. Proponendo una tesi aberrante secondo la quale era proprio Maria a trasportare la bomba in una valigia! Da quali prove è stata mai suffragata questa teoria?
Per quanto da me letto in un libro scritto da un’antropologa forense, un corpo umano – anche se colpito da una bomba come quella della «Strage di Bologna» – non può essere mai disintegrato completamente.
Tralascio però – anche in quanto da sempre e per sempre antifascista –questo elemento, che proprio i fascisti strumentalmente introdussero.
Ma, proprio da quel maledetto ottobre, la tesi del mancato ritrovamento del corpo è stata usata dai legali di Cavallini sia per la difesa del loro assistito che per «lavare» le vesti di Fioravanti, Mambro e Ciavardini.
I legali iniziarono a ipotizzare che quel lembo facciale appartenesse necessariamente alla donna che trasportava l’esplosivo.
E iniziarono a circolare volantini con la macabra immagine di quel lembo. Per fini strumentali, ripeto, e quindi a difesa di una verità di puro comodo. E in questo modo è quindi iniziata la «comoda» strumentalizzazione fascista di Maria Fresu.

Il secondo aspetto – che ancora oggi mi addolora assai – è relativo al comportamento di Paolo Bolognesi. Egli è Presidente (forse a vita?) della «Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980».
Con quella sua carica, Bolognesi è anche riuscito a fare carriera politica, facendosi eleggere – come indipendente – nelle liste del Partito Democratico.
Era lecito pensare che ci sarebbero state, proprio per questa sua presenza in quell’assise prestigiosa, maggiori possibilità che il Parlamento si occupasse di quella pagina nera della storia della Repubblica. E invece di quella vicenda Paolo Bolognesi non si è occupato. Mai.
Si è fatto però eleggere membro della «Commissione Moro», presieduta dall’on. Fioroni. Cosa ci facesse lì, Paolo Bolognesi, francamente lo ignoro.
Però, in questa sede, pongo il problema. Sia, dunque, Bolognesi stesso a renderci conto pubblicamente dei suoi «comportamenti politici» in Parlamento.
Intanto vi espongo alcune mie amare considerazioni sui comportamenti assunti da Bolognesi nei confronti di Maria Fresu.
Dopo il male che ha fatto a Maria io, e non solo io, considero Bolognesi non il Presidente dell’Associazione, ma il «Padrone» della stessa. Infatti, che Presidente è uno che abbandona al proprio destino – deciso da altri – una vittima di quella strage? Espunge il nome di Maria, pur mantenendo quello di sua figlia Angela, che all’epoca dei fatti aveva solo tre anni. Forse quel giorno la piccola Angela si trovava alla stazione di Bologna da sola, senza essere tenuta per mano dalla propria madre? Non è forse compito del Presidente dell’Associazione difendere ognuna delle vittime di quella strage?
Se Bolognesi ha tolto, nella sua pagina web, il nome e la foto di Maria Fresu dall’elenco delle vittime, non dovrebbe, per coerenza, recarsi alla stazione di Bologna per cancellare – munito di scalpello e martello – il nome di Maria Fresu anche dalle due lapidi, una esterna e l’altra interna alla stazione?
Non credo proprio lo farà. Ci vorrebbe, per una cosa del genere, del coraggio. Ma il coraggio non è prerogativa di chi, su questa vicenda, si comporta alla stregua di don Abbondio.
Maria è esistita, cari Paolo e Ugo. È stata una meravigliosa e semplice ragazza che lavorava per crescere la sua bambina, e, a prezzo di sacrifici, per portarla in vacanza. Per questo si trovavano entrambe lì!

Infine, voglio fare un’ultima considerazione: la strumentalizzazione di Maria è, ripeto, già in opera. I fascisti – ovviamente – fanno quello che hanno sempre fatto, lo sappiamo, per buttare fumo negli occhi e distogliere dalla verità su quella strage. Ora lo fanno «usando» Maria Fresu! Ma anche Bolognesi, col proprio comportamento, ha dimostrato di essere un cinico uomo di potere. Solo in questo modo, probabilmente, egli può sperare di mantenere la propria posizione – politica certo, nient’affatto umana – di «Padrone» dell’Associazione che dovrebbe soltanto presiedere nell’interesse comune e – possibilmente – non «a vita».
Nel nome di Maria Fresu – mia cugina – io sento il Dovere di difendere la sua Memoria. Lei non è più in grado di farlo da sola. È necessario che Maria torni a essere «vittima oggettiva» di quella strage. È necessario che il suo nome e la sua foto vengano rimessi al posto dove stavano, da decenni, nel sito web di Paolo Bolognesi.
Io questo posso e devo fare: nel suo ricordo, quel ricordo che mi ha portato, mi porta e mi porterà ad andare avanti, nella speranza –che spero un giorno possa diventare certezza – di ottenere per Maria la Giustizia e la Verità che merita.
Per come sono fatta, nel bene e nel male, sappiate che mi ritengo sufficientemente coraggiosa nel perseverare. Perché Maria non può – NÉ DEVE – essere uccisa due volte: la prima da viva, la seconda da morta. Io non lo consentirò!

Roma, domenica 6 settembre 2020

Giorgio Bocca e la pistola del gioielliere Torregiani

In occasione del centenario dalla sua nascita (28 agosto 1920), Giorgio Bocca, tra i principali protagonisti del giornalismo italiano, è stato ricordato sui media con articoli e iniziative editoriali. Inviato dellEuropeo, il Giorno (quotidiano finanziato dall’Eni di Enrico Mattei), poi di Repubblica, mentre su L’Espresso per anni curò una rubrica, “L’antitaliano”, che faceva il verso a l’arcitaliano di Curzio Malaparte, Bocca è stato un «Interprete», per dirla con Oreste Scalzone, della religione civile negli anni della prima Repubblica. Esponente della borghesia laica e azionista, anche se era stato fascista prima di passare alla Resistenza, col suo stile ruvido ha narrato le trasformazioni dell’Italia dal dopoguerra, gli anni del boom economico, delle lotte operaie  e della lotta armata negli anni 70, fino all’avvento della Lega e poi del berlusconismo a cavallo tra i due secoli. Fu anche un saggista brillante, biografo di Togliatti, si occupò della Resistenza e della Lotta armata (Storia dell’Italia partigiana, 1966; Il terrorismo italiano 1970-1978, 1978). Insorgenze lo ricorda riproponendo un suo articolo apparso su la Repubblica del 24 gennaio 1979: la cronaca a caldo delle gesta del gioielliere Pierluigi Torreggiani che in una pizzeria di Porta Venezia a Milano fu il protagonista di una furibonda sparatoria. Per questo episodio che vide la morte di un rapinatore (Orazio Daidone) alquanto sprovveduto e il ferimento di tre clienti del locale, Torreggiani fu ucciso per rappresaglia nemmeno un mese dopo (il 16 febbraio 1979) da un gruppo di militanti di estrema sinistra, i Pac, Proletari armati per il comunismo, formazione sui generis della galassia armata di sinistra dedita ad una sorta di legge del contrappasso giustizialista. Nel corso dell’attentato che gli costò la vita, Torreggiani non smentì la sua fama di pistolero poco accorto: nel tentativo di rispondere al fuoco degli attentatori i suoi proiettili colpirono gravemente il figlio Alberto, da allora costretto su una sedia a rotelle. La cronaca di Bocca colpisce a distanza di oltre 40 anni dai fatti e consente di misurare il mutamento d’epoca e di paradigmi intervenuti, la diversa percezione degli eventi scevra da vittimismi e legalitarismi, la sottile ironia sociologica che accumuna le due sponde dell’economia, legale e illegale legate da inconfessabili transazioni monetarie in nero

Enzo Raisi, lo sciacallo che si nutre della memoria di Mauro Di Vittorio, vittima della strage di Bologna

enzo-raisi-2Enzo Raisi è un ex: ex carabiniere, ex missino, ex parlamentare di fede finiana poi spazzato via dalla dura legge dello scrutinio. L’ex Raisi avvinto da insanabile nostalgia per gli anni ruggenti passati sul cadreghino è tornato alla ribalta durante un convegno tenuto da alcuni parlamentari della destra in occasione del 40esimo anniversario della Strage di Bologna. Senza vergogna è tornato ad accusare Mauro Di Vittorio di essere il trasportatore della bomba esplosa nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione, il 2 agosto 1980. 
Non è vero, ovviamente. E non serve qui nemmeno citare l’archiviazione della indagine bis sulla strage che ha definito Di Vittorio «vittima oggettiva» della esplosione (leggi qui). Per diversi anni Raisi ha vilipeso il suo cadavere: ha invertito l’onere della prova e preteso che il morto dimostrasse la propria innocenza; gli ha attribuito una identità politica di comodo, quella di «Autonomo», membro del collettivo del Policlinico, per dimostrare i suoi legami con Saleh e la vicenda dei missili di Ortona; ha diffuso notizie false sulle condizioni del suo corpo al momento del ritrovamento, affermando che fosse completamente carbonizzato, lasciando intendere che fosse vicinissimo alla bomba, per meglio dire che la tenesse con sé, così insinuando che la perizia giurata di ricognizione del cadavere presente negli atti giudiziari fosse falsa; ha sostenuto che non avesse documenti d’identità ma che viaggiasse in incognito (leggi qui) e che la carta ritrovata fosse giunta intonsa all’obitorio dalle mani dell’anziana madre (leggi qui); così dicendo ha dato del falso ideologico al verbale di riconsegna dei suoi effetti personali redatto dalla Polfer ed ha calunniato la povera madre; ha giurato che il suo diario di viaggio era un clamoroso falso e che il biglietto della metropolitana parigina che aveva in tasca ai pantaloni (leggi qui) fosse la prova provata che egli non si sarebbe mai diretto a Londra ma avrebbe fatto tappa a Parigi per prendere in consegna da Carlos la valigia con l’esplosivo. Affermazioni reiterate in un lunghissimo elenco di interviste, conferenze stampa, interventi sui social, interpellanze parlamentari, in un libro, Bomba o non bomba. Alla ricerca ossessiva delle verità, Minerva edizioni 2012.
All’epoca erano in molti a dargli man forte: Valerio Fioravanti, che gli correggeva le bozze e manovrava dalle retrovie. Sempre Fioravanti, senza il minimo scrupolo, tempo prima, aveva sollecitato una lettera di buona condotta alla sorella di Mauro Di Vittorio, Anna. Lettera che venne poi girata al tribunale di sorveglianza facilitando l’uscita in liberazione condizionale di Francesca Mambro (leggi qui). Girava persino voce che quel “perdono” celasse, in realtà, un sentimento di colpa dei familiari per una verità indicibile: la responsabilità di Mauro. Giornalisti come Andrea Colombo, che scriveva dell’«Autonomo romano» senza porsi il problema di fare la benché minima verifica.
 Poi, col tempo, davanti alle evidenze, anzi sarebbe meglio dire scivolosamente, in diversi (non quelli che ho citato) presero le distanze: chi prima, chi tardi, chi in modo netto, chi in maniera subdola, ma nessuno osò più evocare il nome di Di Vittorio. Raisi sembrava rimasto solo a ribadire le sue convinzioni come Hiroo Onoda, il soldato giapponese ritrovato dopo 30 anni in un’isola delle Filippine dove si era nascosto per continuare da solo la seconda guerra mondiale. 
Non era così, le calunnie di Raisi hanno trovato di nuovo ascolto e sono state raccolte tra le dieci domande poste da un intergruppo di parlamentari, ‘La verità oltre il segreto’, alla vigilia del 2 agosto scorso (si ratta del quesito numero 9: «Perché sulla vittima Mauro Di Vittorio, legato ad ambienti dell’estrema sinistra romana che per tutti quel giorno doveva essere in Inghilterra, rimasto a lungo non identificato perché senza documenti e stranamente riconosciuto da madre e sorella che in teoria non sapevano della sua presenza a Bologna, non sono mai state fatte ricerche approfondite ma ci si è accontentati di una semplice dichiarazione della sorella che per altro ha dato diverse versioni su come sia arrivata a sapere della notizia della morte del fratello nella strage di Bologna?»).
Mauro Di Vittorio è stato ucciso molte volte, la prima il 2 agosto e poi ripetutamente dal 2012. Oltre al corpo lacerato e ustionato, al cranio perforato, hanno voluto rubargli l’anima assassinando anche la sua memoria. Raisi, insieme ad una pattuglia di parlamentari della destra, è tornato a farlo ancora una volta alla vigilia di questo quarantennale.

Le protezioni israeliane del neofascista Alibrandi

Inedito – Un documento rinvenuto recentemente presso l’archivio centrale dello Stato getta nuova luce sugli appoggi internazionali ai gruppi della estrema destra italiana degli anni 80

IMG_9074

Le continue indiscrezioni sul lodo Moro (il protocollo segreto messo a punto nel 1973 dai Servizi di sicurezza italiani con le forze della resistenza palestinese, Olp-Fplp, che trasformava l’Italia in una zona franca dove le forze palestinesi si astenevano dal commettere azioni armate in cambio del libero passaggio di loro esponenti e di armi e del sostegno politico-diplomatico, italiano alla loro causa), e la campagna della Destra sulla cosiddetta «pista palestinese» nella vicenda della strage di Bologna, hanno fortemente condizionato l’opinione pubblica, deformando la percezione attuale del contesto storico presente agli inizi del decennio 80 del secolo scorso. Una semplificazione che ha ridotto l’estrema complessità della realtà mediorientale all’interno della quale non operavano solo le forze palestinesi e arabe ma avevano un peso ed un ruolo, certamente non meno significativo se non forse più decisivo, altri Paesi la cui attività resta ancora oggi sottovalutata e poco studiata. Mi riferisco, ad esempio, al ruolo giocato dallo stato d’Israele, un attore della scena mediterranea che ha inciso non poco, stando anche ad alcune inchieste condotte dalla magistratura, in alcuni momenti chiave del nostro Paese, cercando di condizionare la politica energetica e l’orientamento della politica estera italiana.

I neofascisti italiani e le milizie maronite
E’ nota da tempo la presenza, a partire dall’estate del 1980, di un nutrito gruppo di militanti dell’estrema destra triestina e romana, questi ultimi appartamenti ai Nar, tra le fila delle milizie cristiano-maronite in Libano.
Una testimonianza di Gabriele De Francisci, esponente dei Nar, raccolta da Nicola Rao in La fiamma e la celtica, Sperling & Kupfer, (p. 881), riferisce come dopo l’esplosione della bomba alla stazione di Bologna iniziò la diaspora nera: esponenti, tra cui alcuni dirigenti di Terza posizione, ripararono in Gran Bretagna, molti altri – tra cui una pattuglia dei Nar – trovò rifugio in Libano. Il soggiorno libanese era stato anticipato già nel 1979 dall’arrivo dei triestini (Roberto Cetin, Grilz, Capriati, Lippi, Biloslavo, Gilberto Paris Lippi, futuro vice-sindaco di Trieste, Ciro e Livio Lai). Nel settembre 1980, quando la retata della magistratura seguita all’attentato alla stazione di Bologna contro l’area di Terza posizione fece tabula rasa della rete logistica romana e delle connivenze che avevano facilitato la sopravvivenza dei Nar fino a quel momento, si trasferirono anche i romani Walter Sordi, Pasquale Belsito, Stefano Procopio e Alessandro Alibrandi, tutti latitanti o quasi. Sempre nella testimonianza resa a Rao, De Francisci racconta che in quel frangente Alibrandi fu colpito «dall’efficenza militare degli israeliani. Del resto lui e gli altri si addestravano nei campi della Falange, ma gli istruttori erano israeliani. Lui era innamorato di Tsahal, le forze armate con la stella di Davide, e della sua spregiudicatezza».

La polizia sapeva
Ecco apparire, dunque, la prima ombra della presenza israeliana: istruttori militari di Tsahal addestrano latitanti della estrema destra già ricercati per rapine ed omicidi. La presenza tra le milizie maronite libanesi dei neofascisti italiani era nota alle forze di polizia italiane, in una relazione della questura di Bologna, inserita nell’istruttoria per la strage del 2 agosto 1980, si spiega come «il nucleo più agguerrito del Fdg triestino si è recato a più riprese in Libano» usando come tramite le comunità dei cristiano maroniti in Italia che «alla perenne ricerca di combattenti per la loro causa contro i palestinesi (…) fornirebbero indicazioni e documenti a chi faccia richiesta di recarsi in Libano – previo accertamento sulla effettiva militanza di destra» dei volontari (l’accertamento, spiegano gli inquirenti, veniva effettuato «tramite controlli con il Msi-Dn o qualche organizzazione parallela», quindi funzionando da «centrali di smistamento e reclutamento» per chi volesse recarsi in Libano, ed indirizzati all’ambasciata libanese di Atene per il visto d’ingresso, in Claudio Tonel, Dossier sul neofascismo a Trieste, Dedolibri 1991, p. 157. Per altro, Alessandro Alibrandi, che restò in Libano fino al giugno 1981, non mancò di rassicurare i propri famigliari: «numerose telefonate sono intercettate, anche se i controlli subiscono frequenti, immotivate interruzioni», Ugo Mari Tassinari, Fascisteria, Sperling & Kupfer, p. 177.

Le protezioni israeliane di Alibrandi
Fin qui abbiamo riassunto una storia già nota. Ma c’è un fatto nuovo che riapre la questione proponendo nuovi scenari tutti da indagare: una nota del Sisde del 25 giugno 1981, che porta in calce la firma di Vincenzo Parisi, presente tra le carte rese accessibili dalla Direttiva Renzi (vedi in basso la documentazione completa), riporta le informazioni pervenute da una fonte non ancora sperimentata (il servizio scrive di «non valutabile attendibilità») che «si è recentemente recata in Israele». La precisazione è importante poiché lascia intendere che la fonte in questione non era araba o libanese, ma con molta probabilità israeliana o comunque di posizione a questa vicina, in ogni caso in grado di muoversi liberamente all’interno del territorio israeliano, che «effettuando anche un viaggio ai confini libanesi» ha consentito l’acquisizione di una serie di informazioni: una piantina del Libano meridionale dove sarebbero ubicati alcuni campi di addestramento di Fedayn nei quali sarebbero presenti anche stranieri: la fonte parla di italiani, tedeschi, francesi, spagnoli e sudamericani. E fin qui, ancora una volta, nulla di particolarmente nuovo. Più avanti, invece, la fonte riferisce un’informazione assolutamente inedita:

«Gli elementi di destra, combattenti a fianco dei cristiano-maroniti eventualmente feriti in Libano, sarebbero trasportati all’ospedale militare israeliano di Nahariya, dove sarebbe stato ricoverato anche il noto Alessandro Alibrandi; il medico militare che curerebbe questi feriti avrebbe studiato in Italia e si chiamerebbe Lukacs».(1)

Questa informazione, se trovasse conferma, avrebbe senza dubbio un valore dirompente: è impensabile credere, per la grande qualità informativa dell’intelligence israeliana, che la reale identità di Alibrandi non fosse nota al momento del suo ingresso in territorio israeliano per essere curato in un ospedale militare. Non abbiamo trovato traccia delle modalità di lavorazione di questa notizia, e dunque non possiamo permetterci per il momento considerazioni più assertive, salvo sottolineare la presenza di santuari, questi sì invalicabili, indicibili e imperscrutabili a differenza d’altri di cui si vocifera in continuazione.

Note
1. Direttiva Renzi (2014)/ Ministero dell’Interno/ Direzione centrale della polizia di prevenzione/ stazione di Bologna 1980/ Procedimento penale 344/80 [1980-1988]/ Corrispondenza varia. Accertamenti e istruttoria é1980-1986]/ Organizzazione lotta per la Palestina (OLP) (1980-1982)/ 2: Campi di addestramento Alibrandi (1980-1981)/ 2: Trasmissione appunto pervenuto al Sisde (1981 giugno 26) / 1: Appunto con cartina del libano meridionale indicante i campi di addestramento di Fedayn (1981 giugno 25).

Doc1

Doc2

Doc3

 

 

Gero Grassi querelato per le fake news sul sequestro Moro

Grassi scuole

Gero Grassi intrattiene una platea di sventurati studenti dell’IISS “Da Vnci – Majorana” di Mola di Bari. Esprimiamo loro tutta la nostra solidarietà!

L’ex parlamentare Gero Grassi, già vicepresidente del partito democratico alla Camera e membro della commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nella passata legislatura, acceso sostenitore delle più strampalate ipotesi dietrologie sul sequestro Moro, è stato querelato per aver sostenuto che il presidente democristiano non fu nascosto, come accertato in sede giudiziaria e storiografica, nella base brigatista di via Montalcini 8, nel quartiere romano di Portuense, ma in un’abitazione situata in via dei Massimi 91, nella zona della Balduina, non lontano da via Fani, dove la mattina del 16 marzo 1978 lo statista democristiano venne rapito e la sua scorta annientata.
La querela sarebbe stata promossa da una coppia di coniugi residenti all’epoca nell’appartamento indicato da Grassi come la prigione di Moro. A darne notizia, lo scorso 8 maggio, è stato il Corriere della sera che ha riferito anche il nome del legale, l’avvocato Michele Gentiloni Silveri, incaricato dalla coppia di procedere per diffamazione e denuncia di «eventuali altri reati relativi alla divulgazione del segreto».

La resa dei conti
Forse è iniziata l’epoca della resa dei conti sulle tante fandonie, invenzioni, falsità e intossicazioni che hanno inquinato la storia del rapimento Moro. Una stratificazione di menzogne, depistaggi diffusi inizialmente da quelle forze politiche che durante il sequestro hanno prima disprezzato il comportamento del prigioniero, ignorato le sue richieste, negato l’autenticità dei suoi scritti chiamando in causa inesistenti torture, sevizie e manipolazioni (si legga in proposito il saggio definitivo di Michele De Sivio in Il Memoriale di Aldo Moro, 1978, edizione critica, Direzione Generale degli Archivi, De Luca Editori D’Arte, 2019, pp. 17-56) e dopo la sua morte hanno vigliaccamente cercato con tutti i mezzi possibili di scaricare altrove la responsabilità delle loro scelte politiche. Un atteggiamento da cui ha preso forma una narrazione dietrologica e complottista del sequestro che nel corso dei decenni successivi, ignorando ed osteggiando le nuove acquisizioni giudiziarie e storiografiche, coniugandosi con rinnovati interessi politici che hanno fatto del sequestro un caso a sé, un terreno di resa dei conti tra forze politiche, è divenuta un fiume in piena esondato in mille rivoli senza un approdo significativo, generando un panorama di conoscenze malarico, una memoria malsana, una palude storiografica infestata. In questo acquitrino insalubre hanno trovato la loro ragion d’essere una pletora di cialtroni, un circo Barnum di pagliacci e mitomani dietro cui si celano figure senza scrupoli.

Che cosa aveva detto Grassi?
In una intervista diffusa dall’Agi il 5 marzo 2020, dal titolo «Moro: 16/3 strage via Fani, Grassi “prigione fu in via Massimi”», l’ex membro della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, aveva sostenuto:
«la prigione di Moro non fu in via Montalcini, ma in via dei Massimi 91, uno stabile del Vaticano, in cui si trovavano la garçonnière del piduista monsignor Marcinkus (statunitense ed ex Presidente dello Ior), la Tumco (società vicino alla Cia) e due ex coniugi, all’epoca ventiseienni, che ospitarono tra l’altro Prospero Gallinari tra l’ottobre e il dicembre del 1978. Lo stabile, che aveva anche un accesso diretto al garage, era inoltre frequentato da Piperno, Faranda e da una terrorista della Raf. Via Massimi si trova a circa 1,5 km dal luogo dell’eccidio di va Fani. Io penso – prosegue Grassi – che questi de ex coniugi possano essere stati i veri carcerieri di Moro. Erano entrambi italiani e romani. Lei era figlia di un importante dirigente ai vertici di un ente nazionale pubblico nel settore della ricerca. Lui di estrazione popolare, era un ufficiale dell’Aeronautica, con il patentino Nos, quindi abilitato ad accedere alle carte della Nato. Entrambi gli ex coniugi frequentavano ambienti della sinistra extraparlamentare. Lei giustificò di aver ottenuto la locazione dell’appartamento in via dei Massimi 91 con un fitto mensile simbolico, grazie alle conoscenze di suo padre».
Nell’intervista appena citata Grassi rende esplicito un retropensiero già contenuto nelle ricostruzioni fatte in un suo volume pubblicato nel 2019 ed ispirato ai lavori della commissione Moro 2. Senza fornire nuovi elementi che giustificassero siffatte conclusioni, accusa la coppia di giovani affittuari di avere tenuto in custodia Moro nella loro abitazione, ed aggiunge altre clamorose affermazioni, come la presenza nello stabile di via dei Massimi 91 di una donna descritta come una «terrorista della Raf», nonché di Franco Piperno e Adriana Faranda.

Dalla verità negata alle bugie conclamate
In una pubblicazione dal titolo Aldo Moro, la verità negata, edita nel 2019 con i finanziamenti del Consiglio regionale della Puglia (soldi pubblici), all’interno di una linea editoriale denominata «Leggi la Puglia», numero 7,(1) Gero Grassi si era soffermato sulla deposizione della coppia che davanti alla commissione Moro 2 aveva rivelato, in seduta segreta, di aver offerto ospitalità nell’autunno del 1978, per alcune settimane a cavallo dei mesi di novembre e dicembre, circa sei mesi dopo il sequestro del presidente del Consiglio nazionale della Dc, ad una persona dall’identità a loro sconosciuta, dai modi molto distinti e riservati che usciva presto al mattino e rientrava solo la sera. I due solo successivamente si resero conto, dalle immagini apparse in Tv, che si trattava di Prospero Gallinari, in quel momento dirigente della colonna romana:

«In Commissione interroghiamo, in modo segreto2, una signora che racconta di aver ospitato, a casa sua, nei mesi di novembre e dicembre 1978, il latitante Prospero Gallinari, senza conoscere l’identità. La signora, all’epoca ventiseienne, è la moglie di un ufficiale dell’areonautica, in possesso del Nulla Osta di Sicurezza Nato che rilascia il SISMI. Il marito afferma che, poiché lui era conosciuto da Norma Andriani, Morucci e Gallinari sapevano la sua professione3. La signora dichiara che la richiesta di ospitare una persona le arriva da Norma Andriani e Adriana Faranda, mentre al marito analoga richiesta giunge da Valerio Morucci. I coniugi non sanno chi è la persona da ospitare, ma hanno capito che è coinvolta nel caso Moro e che si tratta di un brigatista. La richiesta le è fatta perché con il marito ha sempre gravitato nei gruppi degli extraparlamentari di sinistra dell’Università di Roma e conosce tanti militanti vicini al terrorismo. Dopo circa due mesi la signora ha paura e convince il marito a far sì che l’ospite vada via. Gli porta un borsone pesantissimo, in tram, in una piazza romana e non lo rivede più. In seguito tramite la televisione riconosce la identità. I coniugi abitano in via Massimi, 91 in una palazzina il cui accesso avviene direttamente anche dal garage. A via Massimi, 91 abita anche Birgit Kraatz, compagna di Piperno e vicina ai terroristi tedeschi»4.

Come Grassi stesso riconosce, i due non appartenevano alle Br ma facevano parte di un’area politica di “movimento”, che per storie di militanza e amicizia comune era contigua o si trovava ad avere relazioni con persone che erano entrate a far parte della Brigate rosse. Si trattava di una situazione molto diffusa in quegli anni. La donna, in particolare, aveva militato nel movimento femminista, frequentando la sede romana di via del Governo vecchio insieme a Norma Andriani. La posizione dei due coniugi viene così riassunta nella terza relazione della commissione Moro 2:

«Le due persone in oggetto partecipavano, in vario modo, alla mobilitazione che caratterizzò molti ambienti della sinistra extraparlamentare nel periodo del sequestro Moro. In particolare, dal complesso delle escussioni e audizioni svolte, è risultato che la donna, con trascorsi nel femminismo militante e attiva nel collettivo di via del Governo Vecchio, strinse una relazione piuttosto stretta con una brigatista della colonna romana, Norma Andriani, e forse col compagno di quest’ultima, Carlo Brogi, mentre l’uomo, anche se appartenente alle Forze armate, frequentava ambienti extraparlamentari. Questo rapporto indusse la Andriani a proporre di ospitare un compagno, che – secondo quanto dichiarato dagli interessati – solo successivamente i due identificarono in Prospero Gallinari. Fu dunque procurato un appuntamento alla donna con Adriana Faranda, mentre l’uomo, nel rispetto delle regole di compartimentazione della clandestinità, si incontrava separatamente con Valerio Morucci. Ad entrambi, fu richiesto supporto logistico al fine di ospitare il brigatista rosso ricercato, dopo che Faranda e Morucci li ebbero sottoposti a una valutazione politica simile a quella in uso per il reclutamento di militanti irregolari. In una prima fase ci fu un impegno a ricercare un alloggio per Gallinari, ma poi si ritenne preferibile ospitarlo in via Massimi 91, dove Gallinari rimase per alcuni mesi dell’autunno 1978, prima di un successivo trasferimento avvenuto prima del Natale di quell’anno. I due testimoni non hanno fornito molte indicazioni sul periodo in cui Gallinari stette a casa loro. è emerso che furono custodite armi in cantina e che fu fornito supporto al brigatista nel trasporto di una borsa, verosimilmente contenente armi, che fu data a una persona a piazza Madonna del Cenacolo. Stando alle dichiarazioni degli interessati, la crescita della pressione e l’insorgere di timori indussero a chiedere a Gallinari di trovare un altro rifugio5.

Prima della affermazioni di Grassi del 5 marzo 2020, mai l’ipotesi che in via dei Massimi vi fosse stata la prigione (o una delle prigioni) di Moro durante il sequestro, su cui ha lavorato inutilmente la commissione Moro 2 producendo una quantità impressionante di congetture e fantasie, aveva preso in considerazione un ruolo dei due coniugi, puntando ad altre location presenti nell’immobile. Non a caso nel libro Aldo Moro, la verità negata, Grassi cita, stavolta per extenso, il nome della presunta «terrorista della Raf» che avrebbe abitato in via dei Massimi 91: «Birgit Kraatz, compagna di Piperno e vicina ai terroristi tedeschi». L’insistenza sul nome della giornalista tedesca, come vedremo meglio più avanti militante della Spd e corrispondente in Italia dei più importanti quotidiani tedeschi e della stessa Tv nazionale, non è affatto casuale ma trova ragione nelle accuse, da Grassi condivise e ripetute, avanzate nei confronti della donna e di Franco Piperno dalla commissione Moro 2.

Morti che parlano tra loro, le fake news della commissione Moro 2
Nella terza relazione prodotta dalla commissione Moro 2 (che Grassi cita alle pp. 158-163), a Birgit Kraatz, di cui finalmente si cita l’attività professionale, ovvero quella di «giornalista», viene attribuita una ulteriore identità politica: «attiva nel movimento estremista “Due giugno”». Il gruppo “Due giugno” era una formazione della sinistra armata tedesca occidentale, fondato nel 1971 realizzò diverse azioni tra cui l’uccisione del presidente della Corte federale di giustizia Günter von Drenkmann e il rapimento del parlamentare della Cdu, Peter Lorenz.
Secondo la ricostruzione fatta dalla commissione sulla base di una concatenazione di de relato pronunciati da persone defunte: «Si è in particolare riscontrato che in quelle palazzine abitava la giornalista tedesca Birgit Kraatz, già attiva nel movimento estremista ‘Due giugno’ e compagna di Franco Piperno. Secondo la testimonianza di più condomini Piperno frequentava quell’abitazione e, secondo una testimonianza che l’interessato ha dichiarato di aver appreso dal portiere dello stabile, lo stesso Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della scorta. La stessa Kraatz ha ricordato la sua relazione con il Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio». La prova di tali significative asserzioni della commissione starebbe nelle racconto fatto ad una testimone dal marito che avrebbe ricevuto, molti anni dopo il sequestro Moro, le confidenze di un altro condomino dell’immobile di via dei Massimi, il generale del Genio Renato D’Ascia, nel frattempo defunto. Secondo queste confidenze, «Nella Palazzina B c’era un covo della Brigate rosse legato al sequestro dello statista e che propio nei giorni dell’eccidio di via Fani ci fu movimento nel garage seminterrato della Palazzina e il covo. Cioè qualcuno era passato dal garage. Posso solo dedurre, non essendo la diretta recettrice della confidenza, che l’ingresso si realizzò a mezzo auto. Purtroppo non sono in grado di dare nessuna indicazione relativa al piano cui si sarebbe situato, ma posso aggiungere che egli disse a mio marito della cittadina tedesca del piano terra, che ricordo chiamarsi Birgitte»6.

Un popolo di scimmie

Immancabile arriva Sergio Flamigni come nella novella di Kipling sul popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della giungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutta la sapienza della conoscenza. I dietrologi si accreditano tra loro, come in un gioco di specchi e di echi reciproci, dove il rimbalzo delle parole dell’uno e dell’altro diventa fonte del vero, generando una sorta di circuito autistico totalmente estraneo alla realtà dei fatti e della storia. Nel novembre 2018, il padre del la narrazione complottista sul sequestro Moro, pubblica un nuovo volume, Il quarto uomo del delitto Moro. L’enigma del brigatista Maccari, Kaos edizioni. A pagina 15 del testo riassume quanto scritto nella terza relazione della Commissione Moro 2, con l’intenzione di avvalorarne i contenuti. Non si lascia sfuggire il passaggio nel quale si afferma che la giornalista tedesca Birgit Kraatz era una attivista del movimento estremista “Due giugno” e che dalla sua abitazione «Franco Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della scorta». Una novità assoluta, poiché mai prima di quel momento si era letto o saputo che Moro abitualmente transitasse con la sua scorta in via dei Massimi. Nella pagina successiva riferisce il doppio de relato di persone nel frattempo scomparse che abbiamo letto sopra, citando il «generale del Genio militare Renato D’Ascia» che avrebbe riferito della esistenza di una base Br, impiegata durante il sequestro come prigione di Moro, e che nello stesso immobile avrebbe abitato a piano terra una «cittadina tedesca di nome Brigitte». Affermazione tesa a collegare la presunta presenza della base Br con la giornalista tedesca Kraatz. Non contento, a p. 92 da per assodato che le tre auto del commando brigatista con a bordo il presidente Dc appena sequestrato si rifugiarono immediatamente dopo l’assalto di via Fani nel garage delle due palazzine di via dei Massimi 91.

Un contadino in via dei Massimi

Prima della scoperta fatta dalla commissione Moro 2 (l’unica novità positiva prodotta nei suoi tre anni di attività accanto ad una raffica di sonore smentite7), ad accennare in modo estremamente allusivo del passaggio di Prospero Gallinari in via dei Massimi nell’autunno del 1978 era stato Gallinari stesso nel suo libro, Un contadino nella metropoli. A pagina 201 della sua autobiografia, racconta che fu «ospitato da due persone pulite, marito e moglie, che per la loro posizione sociale assicurano una buona copertura». Di quella momentanea collocazione accennò anni dopo ai suoi compagni, ricordando che la presenza di una persona in uniforme (il marito era un ufficiale dell’aeronautica militare) in una casa dove era opsitato era il miglior mezzo di dissuasione nel caso le forze dell’ordine avessero bussato alla porta per un controllo. Il raffronto delle testimonianze fornite da Gallinari e Anna Laura Braghetti (la titolare dell’appartamento di via Montalcini 8, dove fu tenuto Moro in tutti i 55 giorni del sequestro) nei loro libri, consente di ricostruire in dettaglio il contesto e spostamenti avvenuti a conclusione del sequestro8. Il 17 maggio 1978, pochi giorni dopo l’uccisione di Moro e il ritrovamento del corpo in via Caetani, venne scoperta la tipografia brigatista di via Pio Foà. Gli sviluppi di quella indagine, grazie all’impiego della tortura durante l’interrogatorio del tipografo delle Br Enrico Triaca, portarono alla scoperta della base di via Palombini e all’arresto di altri due militanti9. Per non destare sospetti Gallinari e la Braghetti si appoggiarono nel corso della estate in una base estiva situata a santa Marinella, sul litorale nord della Capitale, dove vennero raggiunti anche da Balzerani e Moretti. In settembre Braghetti rientra a Roma per riprendere il lavoro e scopre che la polizia l’aveva cercata con un pretesto in via Montalcini. Una condomina, che la mattina del 9 maggio aveva incontrato la Braghetti nel garage e scorto il frontale della Renault 4 sotto la saracinesca basculante, insospettita dalle immagini televisive del ritrovamento del corpo di Moro nel bagagliaio di una Renault dello stesso colore, in via Caetani, non si recò direttamente dalla polizia, ma per vie riservate, tramite un avvocato che conosceva un importante politico democristiano, Remo Gaspari, aveva fatto pervenire un biglietto che questi aveva consegnato al ministero dell’Interno e da qui era giunto all’Ucigos, che si mosse inevitabilmente in ritardo. Nel mese di luglio si attivarono le indagini. L’attenzionamento della base spinse i brigatisti a trovare nuove sistemazioni. Gallinari non mise più piede a via Montalcini ma restò a santa Marinella per tutto il mese di settembre, mentre il 4 ottobre venne traslocato e abbandonato definitivamente l’appartamento di via Montalcini, che poi sarà venduto con una procura dalla zia della Braghetti10. Nel frattempo un’operazione dei carabinieri di Dalla Chiesa aveva scompaginato la colonna milanese, il primo ottobre era caduta la base di via Montenevoso, dove furono arrestati due membri dell’esecutivo e rinvenuta la bozza dattiloscritta del memoriale di Moro. La situazione era molto critica, i brigatisti romani non sapevano fin dove i carabinieri potessero arrivare, bisognava quindi riorganizzare la logistica della colonna che nel frattempo, dopo la prova fornita nel corso del sequestro, vedeva riconosciuto il proprio peso e acquisiva rappresentanza nell’organizzazione. Gallinari ne avrebbe preso la guida, bisognava quindi trovargli una sistemazione adeguata. Braghetti tornò nella casa di famiglia in via Laurentina, da dove fece perdere le tracce quando si accorse di essere pedinata, per rifugiarsi nella base di via dei Savorelli, dove abitava Balzerani (la Braghetti nel suo libro commette un errore di memoria ed indica una zona diversa). Dopo varie ricerche, Gallinari trovò ospitalità in via dei Massimi 91 per trasferirsi alla fine del 1978 in una nuova base, affittata da un prestanome, in via san Giovanni in laterano 28, dove abitò insieme alla Braghetti fino al giorno del suo grave ferimento e dell’arresto, il 24 settembre 1979.

La giornalista che intervistava Berlinguer
Il coinvolgimento della giornalista Birgit Kraatz, per più di trent’anni corrispondente romana di Der Spiegel, Stern e della Tv pubblica tedesca ZDF, molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, è stata la compagna di Lucio Magri con cui ha avuto una figlia, amica di Marco Pannella ed Eugenio Scalfari, appare un gigantesco infortunio della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, ed in particolare dei due consulenti, il tenente colonnello dei Cc Massimo Giraudo e il magistrato Guido Salvini, che hanno partecipato al lavoro informativo sulla donna, qualificata come esponente del movimento eversivo 2 giugno11. Iscritta alla Spd dal 1974, Kraatz ha di fatto curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 Enrico Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha anche scritto un libro intervista con Willy Brandt, pubblicato in Italia da Editori riuniti. Ancora peggiore la figura commessa da Gero Grassi che non si è nemmeno accorto della rettifica intervenuta dopo l’intervista a Piperno apparsa sul Dubbio del 26 aprile 2018, nel quale si precisava la posizione della Kraatz e si ridicolizzava “l’incidente” incorso alla commissione (leggi qui)12, al punto che Giuseppe Fioroni evita di ripetere l’errore nel libro scritto con la giornalista Maria Antonietta Calabrò, Il caso non è chiuso. La verità non detta, Lindau 2019, finito di stampare nell’aprile 2018. In una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del volume, ripresa dall’Ansa del 5 ottobre successivo, Fioroni spiegava che ad agosto 2018, a lavori della commissione chiusa dunque, sarebbe pervenuta una nuova informativa (sic!) che smentiva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno, «Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente“». In difficoltà per la micidiale bufala scolpita ad memoriam nella relazione della commissione, Fioroni balbettava che «il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”»13. 
Peccato che nel marzo del 1978 la giornalista Birgit Kraatz non abitasse più in via dei Massimi 91 e Piperno, dunque, non potesse trovarsi in quel luogo il giorno del rapimento Moro. Anche su questo punto decisivo i consulenti di Fioroni hanno sbagliato. Di tutto ciò, ovviamente, Gero Grassi non si è mai accorto, impegnato nei suoi tour di conferenze, oltre 500, nelle scuole, sedi del Pd, sale istituzionali, per raccontare certamente non la storia del rapimento Moro, ma….

Note

1 Al fine di valorizzare la Puglia, il suo territorio, le sue tradizioni, il suo patrimonio culturale, nonché l’Istituzione consiliare, l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale della Puglia, con Delibera n. l5l del 13 marzo 2018, ha approvato il disciplinare della linea editoriale denominata “LEGGI LA PUGLIA” in cui confluiscono tutte le pubblicazioni realizzate con il coordinamento della Sezione Biblioteca e Comunicazione Istituzionale. A partire dal 2018 infatti, tutte le pubblicazioni sono edite, con l’individuazione dell’editore di volta in volta più consono, in formato cartaceo, con una tiratura congrua alla distribuzione che si ritiene di effettuare e dei target di pubblico che si presume di raggiungere, e in formato digitale, scaricabile e utilizzabile gratuitamente a fini didattici, così da condividere e rendere i contenuti anche oltre i confini regionali, grazie alle potenzialità delle moderne tecnologie. Ricorrendo ai medesimi finanziamenti in occasione dei progetti “Moro vive”, “Moro professore”, “Moro educatore”, “Moro martire laico”, Grassi ha pubblicato altri due volumi, editi in più edizioni: Moro vive, linea editoriale numero 3 e 17, anno pubblicazione 2018 e 2019; Aldo Moro, per ricordare, redatto insieme a Mimma Gattulli, linea editoriale numero 26, del gennaio 2020.

2 Cf. nota 392 op.cit. «Audizione Commissione Moro-2 (25 luglio 2017). L’identità della signora per motivi di sicurezza, in quanto incensurata, non è diffusa».

3 Cf. Nota 393 op. cit. «Audizione Commissione Moro-2 (25 luglio 2017). L’identità della signora per motivi di sicurezza, in quanto incensurata, non è diffusa».

4 Gero Grassi, Aldo Moro, la verità negata, Consiglio regionale della Puglia 2019, p. 143.

5 Cit. Gero Grassi, Aldo Moro, la verità negata, Consiglio regionale della Puglia 2019, pp.
161-162.

6 Cit. Gero Grassi, Aldo Moro, la verità negata, Consiglio regionale della Puglia 2019, pp.
159-160.

7 Ricordiamo in modo sintetico: la nuova perizia tridimensionale della polizia scientifica che ha confermato la dinamica dell’agguato in via Fani fornita dai brigatisti. La smentita delle affermazioni del testimone Alessandro Marini riguardo ai colpi di arma da fuoco rivolti contro di lui da due persone su una moto Honda. La prova certificata dall’assenza di Dna che Moro non è mai stato nella base di via Gradoli. La nuova perizia balistica e audiometrica del Ris dei carabinieri sulla compatibilità del box di via Montalcini 8 con l’esecuzione di Moro. La conferma delle armi impiegate per l’esecuzione di Moro avvenuta all’interno del box.

8 Anna Laura Braghetti con Paolo Tavella, Il Prigioniero, 2012 (prima ed. 2003), pp. 96-100. Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Bompiani 2006, pp.200-203.

9 https://insorgenze.net/2014/01/17/gli-anni-spezzati-dalla-tortura-per-la-seconda-volta-una-sentenza-della-magistratura-riconosce-luso-della-tortura-contro-gli-arrestati-per-fatti-di-lotta-armata/

10 La data venne accertata nell’inchiesta condotta dal giudice istruttore Imposimato e dalla commissione Pellegrino.

11 Riscontro dell’attività dei sue consulenti è reperibile in. Ufficio presidenza commissione moro 2, Resoconto stenografico 125, giovedì 23 febbraio 2017, «il 20 febbraio 2017 il dottor Salvini e il tenente colonnello Massimo Giraudo hanno depositato il verbale, segreto, di sommarie informazioni rese da Birgit Magarethe Kraatz»; Ufficio presidenza commissione moro 2, Resoconto stenografico 146 ,martedì 25 luglio 2017, dove per altro viene esaminata in seduta segreta uno dei coniugi di via dei Massimimi 91, «incaricare il dottor Salvini e il tenente colonnello Giraudo, nell’ambito del filone di indagine su un possibile covo brigatista nell’area della Balduina, di acquisire sommarie informazioni testimoniali da una persona al corrente dei fatti». Ed ancora i verbali di sommarie informazioni del 28/10/2016 inviati dal inviati dal tenete colonnello Girando (636/8 segreto, coll. doc 634/1), materiali pubblici estratti dal sito gerograssi.it.

12 https://insorgenze.net/2018/04/26/franco-pipern-il-pci-impedi-a-fanfani-di-salvare-moro-gotor-scrive-balle/

13 Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
ROMA
(ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
SUA/ S43 QBXL

Strage di Bologna, fu Delle Chiaie a lanciare per primo la pista di sinistra accusando Mauro Di Vittorio

Rivelazioni e depistaggi – Nel 1983 in una intervista rilasciata al quotidiano Boliviano El Meridiano, Stefano delle Chiaie scaricava sull’estrema sinistra la responsabilità della bomba del 2 agosto 1980, «Tra i cadaveri, furono rinvenuti i corpi di due estremisti di sinistra: uno spagnolo, con falsa identità, tale Martinez ed un italiano che, secondo sue precedenti affermazioni avrebbe dovuto trovarsi a Londra, mentre è stato identificato dalla famiglia. Questa pista non è mai stata presa in considerazione»

Strage BolognaL’indagine e i processi per la strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 sono stati costellati da incredibili depistaggi. In un articolo apparso sul Resto del Carlino dell’8 aprile 2012 (leggi qui), l’ex carabiniere missino, allora parlamentare di Futuro e Libertà, Enzo Raisi, annunciando l’imminente uscita di un suo libro sulla vicenda, puntò l’indice accusatorio contro una delle vittime della strage. Secondo il parlamentare postfascista, a portare la valigia con l’esplosivo sarebbe stato «un ragazzo di Autonomia operaia». Raisi fece il nome solo successivamente: Mauro Di Vittorio, ventiquattrenne romano, proveniente dal quartiere popolare di Torpignattara, trasferitosi a Londra (leggi qui il diario del suo ultimo viaggio ritrovato all’interno della sua borsa tra le macerie della stazione). In realtà Mauro D Vittorio non era affatto un militante dell’autonomia romana di via dei Volsci (leggi qui), come Raisi, ex membro anche della commissione Mitrokhin, insinuava maldestramente, ma un giovane con idee di sinistra che non militava in nessuna organizzazione politica e che da tempo viveva in una periferia londinese dove lavorava nei ristoranti (leggi qui un suo ritratto), anche se era molto conosciuto dai frequentatori della sezione di Lotta continua del suo quartiere.

Stefano delle Chiaie e la pista di sinistra per la strage di Bologna, un depistaggio che viene da lontano
In realtà il primo a tirare in ballo la responsabilità della sinistra nella strage non fu Raisi, e tanto meno lo furono Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec che lavorando su una precedente consulenza per la commissione Mitrokhin di Lorenzo Matassa e Gian Paolo Pellizzaro, tirarono fuori il ruolo di due militanti della sinistra armata tedesca all’interno della cosiddetta “pista palestinese”.
Il primo in assoluto fu Stefano Delle Chiaie, in una intervista apparsa sul quotidiano boliviano El Meridiano il 17 luglio 1983. Il che getta una luce ancora più inquietante sulla genesi di questo squallido depistaggio.
Fondatore di Avanguardia nazionale, in rapporto con l’Uarr di Federico D’Amato fina dai primi anni 60, il neofascista Delle Chiaie dopo lo scioglimento del suo gruppo fuggì inizialmente nella Spagna franchista, per poi trovare riparo nel Cile di Pinochet, dove dal 1976 collaborò col regime militare, passando successivamente in Argentina e poi in Bolivia. Coinvolto nell’operazione Condor (il piano concepito per dare la caccia su scala continentale ai militanti della sinistra sfuggiti alle diverse dittature militari che imperversavano in Sud America), divenne nel 1980 insieme al nazista Klaus Barbie consigliere politico della dittatura militare in Bolivia, dove fu accusato anche di essere stato un torturatore dei militanti di sinistra arrestati.
Implicato nelle inchieste giudiziarie sulla strage di piazza Fontana, Italicus e stazione di Bologna, nell’intervista rilasciata a El Meridiano affermò che dopo l’esplosione della bomba nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna, «Tra i cadaveri, furono rinvenuti i corpi di due estremisti di sinistra: uno spagnolo, con falsa identità, tale MARTINEZ ed un italiano che, secondo sue precedenti affermazioni avrebbe dovuto trovarsi a Londra, mentre è stato identificato dalla famiglia. Questa pista non è mai stata presa in considerazione. Al contrario, tutti hanno continuato ad accusare il movimento nazionale rivoluzionario»1.

1 Delle Chiaie accusa Di Vittorio

2 Delle chiaie Di vittorio
Delle Chiaie mentiva, faceva il suo consueto mestiere. Se Mauro Di Vittorio non era un militante politico, come abbiamo già accennato, non lo era nemmeno il ventitreenne Francisco Gomez Martinez, che non aveva affatto una falsa identità. Impiegato in una azienda tessile, viveva con una sorella e la mamma in provincia di Barcellona. Aveva cominciato a lavorare a 16 anni, era appassionato di arte. Durante l’anno risparmiava i soldi per viaggiare. In cima alla sua lista c’erano la Grecia e l’Italia. Era partito il 29 luglio, voleva visitare Bologna. Il 2 agosto era appena sceso dal treno.

La smentita a età
Il 9 aprile del 1987, nel corso della sua prima audizione parlamentare di fronte alla prima commissione d’inchiesta su stragi e terrorismo, presieduta da Gerardo Bianco, Delle Chiaie smentì di aver mai rilasciato interviste al Meridiano, affermando «No so che giornale sia». Che Delle Chiaie non fosse a conoscenza di questo giornale è una circostanza per nulla convincente, visto il ruolo politico di primo piano avuto nella società boliviana ai tempi della feroce dittatura militare. Prendendo per buona l’ipotesi che non stesse mentendo, si può ipotizzare che durante l’audizione sia incorso in un malinteso, poiché la domanda rivoltagli faceva solo un generico riferimento alla testata Meridiano, senza specificare la nazionalità del giornale, ed il quesito posto non riguardava la strage di Bologna ma le infiltrazioni del suo gruppo negli apparati dello Stato italiano. D’altronde nessuno dei commissari che lo audivano avevano mostrato di avere chiara cognizione che si trattasse di un quotidiano boliviano, tanto che il missino Franco Franchi chiese se si trattasse del Meridiano d’Italia, ricevendo una ulteriore risposta negativa du Delle Chiaie che chiarì di aver parlato solo con un giornalista di Panorama. Insomma la smentita fu molto relativa, come è una fatto che negli anni precedenti Delle Chiaie non aveva mai preso le distanze dalle dichiarazioni apparse sul quotidiano boliviano. Nel 1982 la situazione politica in Bolivia era mutata, il regime militare era caduto e le protezioni per Delle Chiaie, come per Barbie, erano venute meno tanto che nell’ottobre di quell’anno c’era stato un tentativo di cattura finito con l’uccisione del suo braccio destro PierLuigi Pagliai, mentre Barbie era stato estradato in Francia. Con quella intervista Delle Chiaie aveva cercato di mostrarsi come perseguitato di fronte alla opinione pubblica boliviana. In ogni caso ogni dubbio sull’intervista del 1983 è stato fugato dall’autobiografia apparsa nel 2012, dove Delle Chiaie ricalca a pagina 273 l’accusa contro «il militante italiano di sinistra» e lo spagnolo Martinez, lasciando intendere che fosse un membro dell’Eta.

Autobiografia

Note
1
. L’intervista qui sotto, gentilmente concessa dallo storico Giacomo Pacini, si trova nel faldone H-b-2 del processo per la strage di Brescia, digitalizzato dalla Casa della memoria di Brescia, alle pp. 373-386, e fa parte dell’allegato 225 della prima perizia di Giannuli realizzata per l’inchiesta di Salvini.

1 Delle Chiaie 1 Bologna

Delle chiaie 23 Delle chiaie 34 Delle Chiaie 4 Bologna Di Vittorio

Quando i giudici passeggiavano negli uffici di Partito

Nel 2017 Umberto Contarello, segretario alla fine degli anni Settanta della Federazione giovanile comunista di Padova, divenuto uno sceneggiatore di successo legato da stretta collaborazione al realizzatore Paolo Sorrentino, rivelava in una pagina Fb il retroscena che aveva preceduto la sua testimonianza in aula al processo 7 aprile

Cottarello

«Questa è una cosa molto delicata.
 Lo è di per sé e lo è perché mi riguarda personalmente e perché ho capito che non renderla minimamente pubblica ora, sarebbe una reticenza a me intollerabile.
 La faccenda attuale, che sembra irrisolvibile, è la totale perdita di confini tra magistratura, informazione, politica. Ormai non vi è più alcun confine nettamente tracciabile, siamo un paese che ha vilipeso uno dei principi fondamentali di un sistema democratico.
Vengo a me e all’aspetto delicato. Mi sono chiesto a lungo perché questa mostruosità non riusciva a entrarmi dentro e a farmi terremotare come altre questioni. Perché il mostro non mi ha mai realmente terrorizzato? Perché, a partire da generiche posizioni garantiste, scialbe e di maniera, non mi ha sollevato la rabbia che ho espresso frequentemente? 
Lo so perché, perché mi hanno insegnato, a ventidue anni, che questi confini non esistono.
 L’episodio originario si svolge a via Beato Pellegrino, a Padova, alla vigilia del processo 7 Aprile.
 La storia ha ormai stabilito il ruolo fondamentale nella difesa del paese e di quella città, dallo squadrismo di para-semi-pre-terrorista.
 Io ero segretario della Federazione Giovanile Comunista e il Pm che istruiva quel processo trascorreva parecchio tempo nei locali della Federazione. Un giorno, essendo io nel processo chiamato a testimoniare contro Autonomia Operaia anche nel ruolo di vittima, vengo convocato nell’ufficio dell’allora segretario cittadino del partito dove trovo appunto il Pm del processo. Senza alcun preambolo, e senza alcun imbarazzo, mettiamo a punto un brogliaccio, assolutamente veritiero nella sostanza, che avrei dovuto imparare a memoria e che mi doveva servire per sostenere l’interrogatorio.
 Così feci (non voglio dire nulla in merito allo stato psicologico) e ricordo però come una icona dell’incredibile entrare nell’aula e vedere il pm con la toga sulle spalle rivolgersi a me secondo l’impersonale linguaggio. 
Chi era? Questo ricordo mi chiesi. Dove mi trovavo? Ero lì per una causa sacrosanta ma avvertivo oltre le urla che uscivano dalle gabbie degli imputati, qualcosa di straniante. Ricordo la sensazione di una comunicazione spuria, falsa, indecente, nascosta. Ora capisco, ora so, oggi, di essere stato allevato dal mio partito in una opaca, moralmente sostenibile e civicamente orripilante commistione tra Stato e Partiti. 
Un Giudice, perché un Pm lo è, non istruisce un ragazzo di ventidue anni in un ufficio di partito su come è più efficace esporre una deposizione davanti a se stesso. Ora so perché la storia di questa fetida commistione, con l’aggiunta dell’informazione, non mi inferocisce. Perché nasce dentro di me, nei miei fondamentali di cultura civica. Si dice, ed è vero, che il PCI fu scuola di vita, che insegnò a generazioni cose meravigliose, ma sarebbe il caso che altri e con ben altro nome, ammettessero che la sinistra italiana non è realmente garantista, non lo è dentro come è antirazzista e egualitaria, perché insieme a me, molti altri, di quella generazione, imparammo che i giudici passeggiano negli uffici di un Partito».

Queste dichiarazioni ebbero un seguito: infuriato per la ricostruzione dell’episodio il procuratore Guido Calogero, il Pm che, secondo la ricostruzione fatta da Contarello, aveva orchestrato la testimonianza concordando modi e contenuti della deposizione negli uffici della federazione padovana del Pci  ha querelato Contarello che ha fatto marcia indietro parlando di «scherzi della memoria». Della “ritrattazione” di Contarello ha successivamente scritto Ernesto Milanesi sul manifesto, nel gennaio 2018, raccontando come «nello stesso modo social lo sceneggiatore da Oscar si fosse rimangiato lo “scherzo della memoria”, ottenendo una raffica di insulti da Flavio Zanonato, padre-padrone del Pci-Pds-Ds ora eurodeputato dopo un ventennio da sindaco. Sempre Milanesi raccontava di altro «ricordo» di Contarello passato sotto silenzio: il 17 novembre 2011 aveva già scritto on line di Pecchioli, Folena e Longo, ma anche del faccia a faccia con Calogero prima della deposizione in tribunale. «Arriva con la toga sotto braccio che mi pare un cencio. Mi dice ciao perché ci conosciamo…».

La storia della nascita del giustizialismo, da mani pulite ai populisti passando per i girotondi

Breve storia del giustizialismo

Schermata 2020-02-13 alle 09.17.36

Paolo Persichetti, Il Riformista 12 febbraio 2020

È con il referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati che l’azione della magistratura si impone come uno dei temi centrali della lotta politica. Dopo un decennio di consenso pressoché unanime attorno alla gestione della “emergenza giudiziaria” contro i movimenti sociali e i gruppi della sinistra rivoluzionaria armata, il protagonismo raggiunto dal sistema giudiziario comincia a essere messo in discussione. Il “caso Tortora” incrina l’unanimità del sistema politico di fronte a un’azione penale che era andata oltre la delega ricevuta oltrepassando i binari della sola repressione dei gruppi antisistema. Tuttavia questi tentativi di contrasto non indeboliscono la magistratura che, trovando una solida sponda in una parte del sistema politico (il Pci), può accrescere il proprio bagaglio di legittimità sociale erigendosi a unica istituzione integra del Paese, dopo il rovinoso effetto domino provocato dalla caduta del muro di Berlino sulle fondamenta della Prima Repubblica. Non a caso la centralità dell’azione penale si afferma definitivamente nel decennio successivo con l’avvio del ciclo d’inchieste denominate “Mani pulite”, per restare nel ventennio che segue il perno attorno al quale ruota l’agenda politico-istituzionale e si mobilitano i repertori ideologici delle nuove formazioni politiche populiste che si succedono nel frattempo: Lega, Girotondi, Idv, Popolo Viola, Rivoluzione civile, Fratelli d’Italia, M5s.

Giudiziarizzazione della società
Per descrivere questa nuova realtà fu coniato un neologismo, giudiziarizzazione, un fenomeno descritto da autori come Neal Tate e Torbjorn Vallinder in un volume del 1995 che ha fatto scuola, The Global Expansion of Judicial Power, poi divulgato in Europa dai lavori di Antoine Garapon e Denis Salas. Le radici italiane della giudiziarizzazione risalgono agli anni 60, quando le porte della magistratura si aprono a ceti sociali prima esclusi favorendo lo svecchiamento della cultura giuridica. Fu allora che si mise in discussione la mancata applicazione di buona parte del dettato costituzionale, congelato da una sentenza della Corte di Cassazione negli anni in cui questa svolgeva il ruolo di supplenza della Consulta non ancora istituita. La Suprema Corte aveva suddiviso la costituzione in norme immediatamente attuabili e norme programmatiche che il legislatore avrebbe dovuto completare successivamente. Tra queste ultime si trovavano le parti a più alto contenuto innovativo in materia economico-sociale e dei diritti.

Per modificare questa situazione la corrente di sinistra della magistratura cominciò a elaborare la cosiddetta “teoria dell’interferenza”, attraverso la quale – racconta Giovanni Palombarini nel suo Giudici a sinistra, 2000 – si cerca di ripristinare la completezza del dettato costituzionale attraverso un uso dell’interpretazione e delle fonti che riconosce un carattere immediatamente normativo a tutta la Costituzione. Il reintegro del dettato costituzionale con gli strumenti della “creazione giuridica”, di fronte all’inerzia o al sabotaggio legislativo della politica, fa emergere una innovativa concezione del ruolo del magistrato come “guardiano della Costituzione”: non più mero organo burocratico asservito alle gerarchie dello Stato-apparato ma «soggetto istituzionale indipendente, operante come momento di raccordo fra lo Stato e la società civile». Questa nuova funzione interventista, contrapposta alla vecchia immagine conservatrice della casta preposta a funzioni di tutela degli interessi più forti e di salvaguardia dell’ideologia dominante, raggiunge la sua maturità intorno alla metà degli anni Settanta.

La repressione emancipatrice
È questo il decennio in cui si afferma il singolare ossimoro ideologico della repressione emancipatrice, il magistrato si autopromuove avanguardia politica che interpreta i bisogni della società civile, demistifica valori e privilegi delle classi dominanti, tutela dagli abusi i ceti meno abbienti e lavora alla realizzazione di una via giudiziaria per la costruzione di una società più giusta. Il vecchio rivoluzionario di professione passa alla professione di magistrato, una contraddizione in termini che ripristina forme di Stato etico e di moralismo giudiziario, per giunta portando a invertire il rapporto tra costituzione materiale e costituzione legale, tale da indurre a credere – per esempio – che lo Statuto dei lavoratori fosse il risultato dell’azione dei «pretori d’assalto» e non delle lotte operaie.

Nella seconda parte degli anni Settanta, di fronte alla contraddizione introdotta dalla spinta sociale dei movimenti rivoluzionari, si esaurisce la battaglia protesa ad abolire la sopravvivenza di leggi e codici arcaici ereditati dal vecchio Statuto albertino o fascista per sostituirli con le norme inattuate della Costituzione. Si sgretola il terreno della difesa dei diritti, delle garanzie e degli obiettivi di innovazione sociale a tutto vantaggio di una rivalorizzazione e di un ulteriore inasprimento della normativa fascista, che sanziona i reati politici e sottopone a uno Stato di polizia le libertà pubbliche.  Per l’originaria concezione critica e garantista della funzione giurisprudenziale suona il de profundis, come aveva spiegato Luciano Violante, magistrato passato alla politica, sull’Unità del 27 settembre 1979: «La giurisprudenza alternativa poteva di per sé avere un significato di rottura dieci anni fa; ma oggi?».

La delega totale che il mondo politico aveva concesso alla magistratura per liquidare militarmente la dissidenza dei movimenti più radicali, porta all’affermazione del “giudice sceriffo”. Negli anni Novanta il processo di legittimazione sociale che investe una magistratura sempre più combattente, uscita dai tribunali e scesa – come i generali golpisti – nelle piazze, nei posti di lavoro, nelle scuole, fa affiorare la percezione degli enormi spazi che l’azione penale può aprire davanti a sé. Prende forma la teoria della supplenza «del potere giudiziario, in caso di assenza o di carenze del legislativo», che rivendica per sé un ruolo politico decisivo e una competenza illimitata che mina i parametri classici della tripartizione dei poteri. Si chiude così la parabola avviata decenni prima. Di fronte al richiamo della statualità l’originario impianto della teoria dell’interferenza escogitato con iniziali intenti progressisti si risolve nel suo contrario: un efficiente apparato concettuale impiegato per definire modelli di regolazione disciplinare della società.