E’ morta Franca Salerno, storica militante dei Nap

Impegnata nelle lotte contro le istituzioni totali
Domani si terrà una cerimonia civile presso il centro sociale Acrobax a Roma dalle 13 alle 16

Paolo Persichetti
Liberazione 4 febbraio 2011

Franca Salerno, militante dei Nap durante gli anni 70, sedici anni di carcere duro sulle spalle, un figlio nato in prigione poco dopo l’arresto, si è spenta ieri a Roma dopo aver resistito a lungo contro la malattia. Quel bambino, Antonio, che aveva tenuto con sé in cella nei primi anni di vita l’aveva perso cinque anni fa, ormai uomo e impegnato politicamente in uno dei centri sociali della Capitale, l’Acrobax, portato via da un incidente sul lavoro. Le foto d’archivio in bianco e nero di Maria Pia Vianale e Franca Salerno col bimbo nel grembo, riprese mentre sorridono dietro la gabbia di un’aula giudiziaria, provocano oggi quasi un senso di vertigine. Una distanza siderale le separa dalle figure femminili che la cronaca politica diffonde in questi giorni. Valerio Lucarelli, autore di un recente volume sulla storia fin troppo dimenticata dei Nap, Vorrei che il futuro fosse oggi. Nuclei armati proletari, ribellione, rivolta e lotta armata (Ancora), sottolinea quanto l’esperienza femminile fosse stata pregnante nella storia di quel gruppo, originale e innovativo nel panorama delle formazioni politiche che impugnarono le armi. D’altronde un ruolo decisivo e di vertice le donne l’ebbero anche in altri gruppi armati della sinistra, dove la presenza femminile è risultata sempre la più alta rispetto ai gruppi legali. Vianale e Salerno furono le prime donne ad evadere. Era il 22 gennaio 1977 quando, aiutate da altri tre militanti giunti dall’esterno, scalarono le mura del carcere di Pozzuoli. Impresa pagata a caro prezzo. Dopo quella fuga i loro volti furono diffusi ovunque e la loro cattura divenne un’ossessione per le forze di polizia. Franca Salerno ebbe modo di raccontare anni dopo che al momento dell’arresto: «se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. Ero incinta e mi picchiarono. Erano fuori di sé perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile».
Nicola Pellecchia, un passato importante nei Nap, racconta: «Quando dal carcere la portarono al Fatebenefratelli di Napoli per partorire, nonostante l’imponente dispiegamento militare mezzo ospedale tifava per lei. Fui uno dei primi a conoscerla. Di lei ricordo la vivacità, la spontaneità, la sua capacità di essere politica senza venire dalla politica. Aveva un intuito formidabile, era una combattente vera». Già, ma cosa erano i Nap? «Senza i Nap – risponde Pellecchia – non ci sarebbe stata la riforma carceraria.
Il primo regolamento di quella riforma fu scritto dalla commissione carceri dei detenuti di Poggio Reale di cui facevamo parte. Molti istituti innovativi, come la socialità, vennero pensati dalla commissione di Poggio Reale. Prima in carcere si parlava di “ricreazione”, come all’asilo. Venne istituzionalizzata la rappresentanza dei detenuti, poi recepita nel regolamento carcerario». Sante Notarnicola, altro protagonista delle lotte carcerarie, ricorda l’arrivo di Franca Salerno a  Badu ’e Carros, il carcere speciale di Nuoro, qualcosa di molto vicino ad un lager. «Franca arrivò col suo bambino di pochi giorni. Occupava una sezione isolata, la vedevamo e la sentivamo. Ci fu subito la corsa a prendere le celle che davano sul suo lato. La sera si spegnevano tutte le televisioni e sul carcere calava un silenzio surreale. Cominciava così il dialogo. Anche se ero uno dei pochi compagni, e quindi avevo con lei un rapporto privilegiato, Franca era ben attenta a non trascurare nessuno. Il piccino fu subito adottato da tutta la comunità carceraria e così i pacchi di cibo che arrivavano dalle famiglie venivano mandati a lei. Una mattina, fatto insolito, mi urlò dalla cella. Improvvisamente il carcere si ammutolì. Il bambino stava male e le guardie non facevano niente. Franca mi chiese di chiamare il capo delle guardie. Quel silenzio totale risuonò per loro come una minaccia. Il maresciallo arrivò di corsa chiedendoci di restare tranquilli che il medico sarebbe arrivato entro 5 minuti. Una macchina era stata spedita a prenderlo. “Avete rischiato molto – gli dissi -, siete feroci ma non potete immaginare quanto potremmo diventarlo noi per una cosa del genere”». Sante si ferma, è commosso. «Quanta forza venne dai Nap, organizzazione fatta di studenti e detenuti. Di fronte allo sfacelo che c’è oggi nelle carceri, a Franca vorrei dire “avevate ragione voi”».

Link
Un libro sulla storia dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno
Sono nata in un carcere speciale agli inizi degli anni 80, adesso voglio capire
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Un saluto a Franca Salerno

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  3. Cari compagni e amici, permetteteci di ringraziare in modo anomalo i 99 Posse, il Laboratorio Insurgencia e tutti coloro che si sono impegnati per questa bella serata di musica e di impegno a favore della nostra associazione.
    Vogliamo ringraziarli mandando un bacione a Franca Salerno, una donna che negli anni ’70 ha militato in un’organizzazione di sinistra sorta proprio qui, nei quartieri popolari di Napoli, e che si caratterizzava per la sua lotta contro le istituzioni totali, come la galera e i manicomi.
    Una delle prime donne che riuscì ad evadere da un carcere italiano.
    Una donna che ha passato 16 anni in galera ed ha sempre e giustamente disprezzato la violenza e la stupidità dell’istituzione carceraria.
    Negli ultimi anni Franca ha vissuto la morte sul lavoro di suo figlio Antonio, la grave malattia degenerativa della madre con la quale viveva e la sua battaglia contro un tumore devastante: un incredibile concentrato di sofferenza che Franca ha affrontato con tanta dignità ma –nonostante la continua presenza degli amici e dei compagni di suo figlio Antonio- anche con tanta, troppa solitudine.
    L’ultima volta che l’abbiamo incontrata, sul finire dell’estate, consapevole che la morte si avvicinava, ci parlava dell’idea di vendere la sua casa per costruire “qualcosa per i giovani”. Ed era bello ascoltarla, perché in quel modo si dava un obiettivo per cui continuare a battersi contro il tumore e allo stesso tempo si proiettava già oltre la sua stessa vita. Voleva lasciare qualcosa di se ai giovani di oggi, certo così diversi da quelli della sua generazione, eppure a lei così cari.
    La Papillon ricorderà Franca collaborando con chiunque voglia impegnarsi nella realizzazione di un centro di iniziativa socio/culturale e lavorativa per i giovani, ed in particolare per gli emarginati e i precari. Un centro giovanile che porti con orgoglio il suo nome.

    La Papillon, che già nel nome esprime il rifiuto della rassegnazione alla stupidità e alla degradante violenza che sono insite nell’istituzione carcere, per quanto gli sarà possibile continuerà a dire:
    No ad un sistema penale e penitenziario che colpisce soprattutto gli emarginati, i poveri, gli immigrati, i precari e coloro che nella società si battono per affermare il loro Diritto ad una vita degna di essere vissuta;
    No alla demagogica idea di poter “risocializzare” qualcuno attraverso la reclusione!
    No ad un presunto sistema “rieducativo” fondato sul rapporto premio/punizione, come si usa per gli animali.
    Sostenere l’Associazione di detenuti Papillon equivale quindi a sostenere le idee per le quali è nata nel 1996 e per le quali ha sempre lottato, dentro e fuori dalle carceri, insieme alle più diverse realtà sociali, culturali, religiose e politiche, ma in primo luogo insieme a tutti coloro che si battono coerentemente contro le tante forme dell’ingiustizia sociale, per una società di eguali e senza più galere.

    GRAZIE ANCORA A TUTTI VOI
    LA PAPILLON-REBIBBIA

  4. Franca Salerno: una vita per la critica alle istituzioni totalizzanti come il carcere

    Dopo il dolore per la scomparsa del giovane militante del centro sociale romano Acrobax Antonio Salerno Piccinino, avvenuta nel 2006 in un incidente stradale mentre lui stava lavorando, anche adesso rimango senza parole.
    Nella Città Eterna, a causa di una grave malattia, è morta sua madre.
    Si tratta di Franca Salerno: arrestata il 9 luglio 1975, condannata a quattro anni e mezzo per la sua militanza nei Nuclei armati proletari, evasa il 22 gennaio 1977 insieme a Maria Pia Vianale dal carcere di Pozzuoli, riarrestata il primo luglio 1977 e in seguito condannata ad una ben più lunga pena detentiva.
    Non l’ho mai conosciuta vis a vis, ma nei suoi sedici anni consecutivi di carcere, mi è capitato diverse volte di avere una corrispondenza postale con lei e poi, una volta tornata in libertà, di sentirne parlare spesso.
    Nella mia mente s’accavallano una serie infinita d’immagini: i locali del Centro Sportivo Culturale di Torre Spaccata, un quartiere romano in cui si politicizzarono una cinquantina di brigatisti rossi; una grandissima scritta murale con la vernice rossa: “Onore al compagno Lo Muscio!”, nappista ucciso dalla polizia al momento dell’arresto di Franca Salerno e Maria Pia Pianale in piazza San Pietro in Vincoli a Roma; la produzione di un audiovisivo sulle carceri nel 1977 da parte di quel centro sociale ante litteram; la nascita delle carceri speciali, come Badu’e Carros a Nuoro, in cui la stessa Franca fu per un periodo reclusa; il timbro della censura carceraria; il volto dell’ex nappista Raffaele Piccinino, padre di Antonio; i fogli di una lettera giuntami dal supercarcere di Latina quando Franca fu scarcerata.
    Quel giorno finiva un incubo per lei. Aveva però trascorso molti anni insieme ad altre detenute politiche e verso di loro si sentiva quasi in colpa di tornare in libertà.
    Fuori dalla prigione restò diverse ore. Fumava una sigaretta dopo l’altra. Segnali di fumo per salutare le compagne prigioniere. Non aveva quasi niente con sé, solo il minimo indispensabile, come chi è abituato a vivere di corsa e ad affrontare ogni possibile imprevisto.
    Prese il treno? Venne qualcuno a prenderla con l’automobile? Non lo so. Di sicuro andò a Roma, ad abbracciare Antonio. Per la prima volta dopo sedici anni lei e il figlio erano entrambi liberi!
    Fin dall’inizio la vicenda di Franca e Antonio, di cui lei era incinta quando venne arrestata la seconda volta, pose il problema dei bambini in carcere.
    Senza dubbio per Antonio non fu qualcosa di piacevole. Essere neonati chiusi dentro un carcere è a dir poco assurdo, ma lui ricevette non solo l’irriducibile amore di Franca ma, in qualche circostanza, quando la madre non era isolata, anche quello di detenute politiche come Rosaria Biondi. Era una specie di figlio di tante donne. Una gioia. Una vita nuova che al terzo anno sarebbe dovuta per forza essere scarcerata.
    Franca e Antonio. Antonio e Franca. Due vite intrecciate dalla storia e dalla casualità insita nella storia stessa. Dall’inizio alla fine. Come se dal 1977 in poi l’una e l’altra fossero animate dallo stesso respiro. Come se la morte di Antonio di cinque anni fa avesse di fatto indebolito Franca nelle condizioni di salute.
    Nonostante ciò, negli ultimi tempi lei stava cercando di raccogliere dei fondi per mettere in piedi un’agenzia per dare delle prospettive di lavoro ai giovani. Non so a che punto era il suo progetto. Ad ogni modo, per il momento, sembra doveroso far capire in giro chi era questa compagna e quale fu il contributo dei Nap alle trasformazioni sociali e politiche dell’Italia degli anni ’70 e in particolare alla riforma carceraria del 1975.
    Gli eroi, come ben sapeva Franca, non esistono se non per gli storici ben poco storici e molto reazionari. Esistono solo persone normali che in certe condizioni storiche, e pur sempre con pregi e difetti, sono come costrette dalla forza degli eventi a combattere contro le ingiustizie.
    Un abbraccio a coloro che hanno conosciuto e amato Franca e in particolare a Raffaele Piccinino.

  5. Il mio saluto a Franca Salerno
    il manifesto 5 febbraio 2011

    Vaglielo a spiegare, oggi, che quarant’anni anni fa si poteva arrivare alla lotta armata partendo dalla vita on the road, in fuga esistenziale da uno schema millenario che inchiodava le donne a ben pochi ruoli.
    Impossibile, dirà qualcuno. Franca Salerno, occhi blu e un sorriso, dopo sedici anni di carcere speciale e un’evasione, è riuscita a farsi capire dai ragazzi con cui aveva vissuto suo figlio Antonio, nato in carcere e morto cinque anni fa, da giovane pony express precario e figura di riferimento nel Laboratorio Acrobax di Roma. Un luogo vivo dove ognuno può essere se stesso, con le imperfezioni che nessuno qui cercherà di azzerare, tra eguali. Per capirla, in fondo, non era necessario averne sentito la voce, insieme ai pianti di Antonio, nelle notti di Badu e Carros, alla periferia di Nuoro. Ora è evasa anche dalla vita, dopo l’ultima prova feroce che questa aveva voluto infliggerle.
    Ieri mattina, nella sala grande di Acrobax, le abbiamo portato l’ultimo saluto in tanti. Anziani guerriglieri rugginosi e ragazzi che l’avevano conosciuta per le qualità umane tutte sue, senza curarsi troppo dell’alone sbiadito del mito. Apprezzandone le imperfezioni che appartengono a tutti e che invece, di solito, vengono citate a sostegno dei pregiudizi.
    Il coro di ragazze che l’ha ricordata, una dopo l’altra, è stato lo specchio di questo perfetto stare insieme tra persone diverse che condividono molto. Così come il pianoforte emozionato, un altro modo per ricordare. Una vita fuori dagli schemi, per giornalisti frettolosi e senza troppa fantasia. Una vita contro gli schemi, invece; prima e oltre la politica, la lotta, la galera.
    Ciao Franca, tanto prima o poi ci vediamo.

  6. Sono anche io una ragazza degli anni ’70 e ricordo con precisione tutti i momenti della vita di Franca che seguivo con tanta attenzione e passione. Ricordo il 1 luglio ’77 quando in piazza San Piero e Vincoli venne ucciso Antonio Lo Muscio e fu arrestata, dopo essere stata massacrata, con Pia Vianale; ricordo quando nacque il piccolo Antonio .. ricordo le lotte nelle carceri speciali, la grande solidarietà fra compagni. Anche se non l’ho mai conosciuta personalmente, è stata, insieme agli altri compagni e compagne , una presenza importante nella mia vita. Ciao Franca

  7. Non ho conosciuto Franca ma voglio ricordare che negli anni ’70 mi fu chiesto da un amico di Anna Maria Mantini, militante dei NAP ed uccisa premeditatamente da un agente mentre rincasava in un “rifugio”, se potevo attivarmi per far espatriare Franca, allora latitante, e consentirle di rifarsi una vita con il suo nascituro. Mi attivai immediatamente e quando tutto era pronto per l’espatrio mi fu detto che Franca non se la sentiva di abbandonare la lotta che aveva intrapreso nonostante le grosse difficoltà che avrebbe incontrato. Questo a testimonianza della sua grande fermezza e profondo convincimento nel continuare il percorso che aveva intrapreso a fianco di compagni come Luca ed anna Maria Mantini, di Nicola Pellecchia, di Fiorentino Conti (colgo l’occasione per scusarmi con Fiorentino per essermi scordato di nominarlo a Coviolo, ma ero troppo turbato e commosso) e tanti altri stupendi compagni. Ricordo con orgoglio quegli anni indimenticabili. Gianni

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