Due anni fa moriva Franca Salerno storica militante dei Nap

showimg2-2-cgiFranca Salerno, militante dei Nap durante gli anni 70, sedici anni di carcere duro sulle spalle, un figlio nato in prigione poco dopo l’arresto, moriva due anni fa a Roma dopo aver resistito a lungo contro la malattia. Antonio, il figlio che aveva tenuto con sé in cella nei primi anni di vita l’aveva perso cinque anni prima, ormai uomo e impegnato politicamente in uno dei centri sociali della Capitale, l’Acrobax, portato via da un incidente sul lavoro. Le foto d’archivio in bianco e nero di Maria Pia Vianale e Franca Salerno col bimbo nel grembo, riprese mentre sorridono dietro la gabbia di un’aula giudiziaria, provocano oggi quasi un senso di vertigine. Una distanza siderale le separa dalle figure femminili che la cronaca politica diffonde in questi giorni. Vianale e Salerno furono le prime donne ad evadere. Era il 22 gennaio 1977 quando, aiutate da altri tre militanti giunti dall’esterno, scalarono le mura del carcere di Pozzuoli. Impresa pagata a caro prezzo. Dopo quella fuga i loro volti furono diffusi ovunque e la loro cattura divenne un’ossessione per le forze di polizia. Franca Salerno ebbe modo di raccontare anni dopo che al momento dell’arresto: «se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. Ero incinta e mi picchiarono. Erano fuori di sé perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile»… Continia a leggere


Per saperne qualcosa di più
Morta Franca Salerno, storica militante dei Nap

Vaglielo a spiegare, oggi, che quarant’anni
anni fa si poteva arrivare alla lotta armata partendo dalla vita on the road
Un libro sulla storia dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale

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E’ morta Franca Salerno, storica militante dei Nap

Impegnata nelle lotte contro le istituzioni totali
Domani si terrà una cerimonia civile presso il centro sociale Acrobax a Roma dalle 13 alle 16

Paolo Persichetti
Liberazione 4 febbraio 2011

Franca Salerno, militante dei Nap durante gli anni 70, sedici anni di carcere duro sulle spalle, un figlio nato in prigione poco dopo l’arresto, si è spenta ieri a Roma dopo aver resistito a lungo contro la malattia. Quel bambino, Antonio, che aveva tenuto con sé in cella nei primi anni di vita l’aveva perso cinque anni fa, ormai uomo e impegnato politicamente in uno dei centri sociali della Capitale, l’Acrobax, portato via da un incidente sul lavoro. Le foto d’archivio in bianco e nero di Maria Pia Vianale e Franca Salerno col bimbo nel grembo, riprese mentre sorridono dietro la gabbia di un’aula giudiziaria, provocano oggi quasi un senso di vertigine. Una distanza siderale le separa dalle figure femminili che la cronaca politica diffonde in questi giorni. Valerio Lucarelli, autore di un recente volume sulla storia fin troppo dimenticata dei Nap, Vorrei che il futuro fosse oggi. Nuclei armati proletari, ribellione, rivolta e lotta armata (Ancora), sottolinea quanto l’esperienza femminile fosse stata pregnante nella storia di quel gruppo, originale e innovativo nel panorama delle formazioni politiche che impugnarono le armi. D’altronde un ruolo decisivo e di vertice le donne l’ebbero anche in altri gruppi armati della sinistra, dove la presenza femminile è risultata sempre la più alta rispetto ai gruppi legali. Vianale e Salerno furono le prime donne ad evadere. Era il 22 gennaio 1977 quando, aiutate da altri tre militanti giunti dall’esterno, scalarono le mura del carcere di Pozzuoli. Impresa pagata a caro prezzo. Dopo quella fuga i loro volti furono diffusi ovunque e la loro cattura divenne un’ossessione per le forze di polizia. Franca Salerno ebbe modo di raccontare anni dopo che al momento dell’arresto: «se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. Ero incinta e mi picchiarono. Erano fuori di sé perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile».
Nicola Pellecchia, un passato importante nei Nap, racconta: «Quando dal carcere la portarono al Fatebenefratelli di Napoli per partorire, nonostante l’imponente dispiegamento militare mezzo ospedale tifava per lei. Fui uno dei primi a conoscerla. Di lei ricordo la vivacità, la spontaneità, la sua capacità di essere politica senza venire dalla politica. Aveva un intuito formidabile, era una combattente vera». Già, ma cosa erano i Nap? «Senza i Nap – risponde Pellecchia – non ci sarebbe stata la riforma carceraria.
Il primo regolamento di quella riforma fu scritto dalla commissione carceri dei detenuti di Poggio Reale di cui facevamo parte. Molti istituti innovativi, come la socialità, vennero pensati dalla commissione di Poggio Reale. Prima in carcere si parlava di “ricreazione”, come all’asilo. Venne istituzionalizzata la rappresentanza dei detenuti, poi recepita nel regolamento carcerario». Sante Notarnicola, altro protagonista delle lotte carcerarie, ricorda l’arrivo di Franca Salerno a  Badu ’e Carros, il carcere speciale di Nuoro, qualcosa di molto vicino ad un lager. «Franca arrivò col suo bambino di pochi giorni. Occupava una sezione isolata, la vedevamo e la sentivamo. Ci fu subito la corsa a prendere le celle che davano sul suo lato. La sera si spegnevano tutte le televisioni e sul carcere calava un silenzio surreale. Cominciava così il dialogo. Anche se ero uno dei pochi compagni, e quindi avevo con lei un rapporto privilegiato, Franca era ben attenta a non trascurare nessuno. Il piccino fu subito adottato da tutta la comunità carceraria e così i pacchi di cibo che arrivavano dalle famiglie venivano mandati a lei. Una mattina, fatto insolito, mi urlò dalla cella. Improvvisamente il carcere si ammutolì. Il bambino stava male e le guardie non facevano niente. Franca mi chiese di chiamare il capo delle guardie. Quel silenzio totale risuonò per loro come una minaccia. Il maresciallo arrivò di corsa chiedendoci di restare tranquilli che il medico sarebbe arrivato entro 5 minuti. Una macchina era stata spedita a prenderlo. “Avete rischiato molto – gli dissi -, siete feroci ma non potete immaginare quanto potremmo diventarlo noi per una cosa del genere”». Sante si ferma, è commosso. «Quanta forza venne dai Nap, organizzazione fatta di studenti e detenuti. Di fronte allo sfacelo che c’è oggi nelle carceri, a Franca vorrei dire “avevate ragione voi”».

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Un libro sulla storia dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno
Sono nata in un carcere speciale agli inizi degli anni 80, adesso voglio capire
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Un saluto a Franca Salerno

La storia dei Nap

Libri – Valerio Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi. Nap, ribellione, rivolta e lotta armata, Ancora edizioni novembre 2010

Un estratto del testo da pagina 109

«Analizzando gli anni Settanta non è difficile cogliere l’assoluta particolarità di un gruppo nato non da spinte ideologiche ma da pulsioni cui le istituzioni non sapevano o non volevano fornire alcuna risposta. I Nuclei armati proletari rappresentavano dunque una concreta minaccia all’ordine precostituito. Potevano costituire l’innesco di una gigantesca polveriera pronta a esplodere da un momento all’altro. Al Nord, trasformato dalla grande migrazione dal Mezzogiorno che aveva sfigurato il territorio, al cui interno si erano sviluppati interi quartieri, quando non cittadine, dove un’edilizia senza freni né decoro rubava il fiato a qualsiasi pur lontana parvenza di futuro. Ma soprattutto al Sud emarginato, largamente illetterato, dove lo stato dava prova quotidiana della sua manifesta latitanza e una nuova criminalità si preparava a metter radici per scippare il domani di quelle terre. E ancora, l’intreccio originale, e perciò temibile, fra studenti della piccola borghesia e il proletariato extralegale. E’ cruciale comprendere fino in fondo l’abbraccio fra giovani universitari e Lumpen. Gli studenti, talvolta accesi da presuntuose certezze, decidono di imboccare una via, scelgono razionalmente di sferrare un assalto alle istituzioni. E lo fanno affrancandosi da remore e pregiudizi, facendo propria la carica dirompente sbrigliata dalla rivolta degli ultimi, più o meno consapevoli del paracadute garantito dal ceto sociale di appartenenza. Gli extralegali no. Loro non decidono. Animati dal fuoco della ribellione, spinti dall’urgenza di prendere l’iniziativa e dall’illusione che ciò possa mutare qualcosa, cementati da rapporti fraterni e immuni da ogni integralismo fideistico, vanno allo scontro in modo del tutto naturale, coscienti delle conseguenze. Deviante affermare che non avessero nulla da perdere. Accadde infatti che dall’altro lato non se ne stettero con le mani in mano. E si sprofondò nel dolore di sempre. Né sarà da meno il durissimo epilogo entro cui andranno incontro al termine di quella tumultuosa stagione.»

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Un saluto a Franca Salerno
E’ morta Franca Salerno storica militante dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno

Suicidi in carcere, detenuti orfani della politica

Libri – In carcere: del suicidio ed altre fughe, Laura Baccaro e Francesco Morelli, Ristretti orizzonti

Paolo Persichetti
Liberazione 23 settembre 2009

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«Parlare di morte fa ridere, di un riso forzato e osceno. Parlare di sesso non provoca più nemmeno questa reazione: il sesso è legale, solo la morte è pornografica», scriveva Jean Baudrillard. Forse è per questo che in carcere ci si toglie la vita con tanta frequenza. Perché è rimasto uno dei luoghi dove permane ancora l’osceno, dove il sesso è vietato e la morte fa compagnia. Come si conciliano i decessi in carcere dovuti alla malasanità, all’alto numero di suicidi, oppure le migliaia di atti di autolesionismo e scioperi della fame col dettato costituzionale che cita espressamente il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e le finalità rieducative della pena? Per chi conosce il mondo opaco degli universi concentrazionari: carceri, centri d’identificazione ed espulsione, Opg e sezioni psichiatriche dove si praticano Tso senza controllo e sono tornati in auge i letti di contenzione in spregio della riforma Basaglia, la domanda può apparire fin troppo logora, un esercizio di svogliata retorica. Il volume edito da Ristretti orizzonti, In carcere: del suicidio e altre fughe, scritto a due mani da Laura Baccaro e Francesco Morelli (lei, psicologa e criminologa, lui, animatore del sito www. Ristretti orizzonti.it), ha il merito di restituire appieno la capacità di scandalo, l’indignazione della prima volta. Corredato con una serie di appendici storiche, normative e statistiche, il volume affronta il tema del suicidio seguendo un approccio socio-psicologico accompagnato da una ricca documentazione e una folta serie di testimonianze pescate dall’archivio di Ristretti orizzonti. Se ne è discusso ieri in occasione di una conferenza stampa tenutasi presso la Camera dei deputati, presenti Ornella Favero responsabile di Ristretti Orizzonti, Rita Bernardini, deputato radicale-Pd, Luigi Manconi ex sottosegretario alla Giustizia, Luigia Pulla, direttrice dell’ufficio studi dell’amministrazione penitenziaria e altri. Assenti, nonostante fossero i padroni di casa, i poco onorevoli deputati. L’argomento ha già perso d’interesse per il ceto politico-istituzionale (ammesso che l’abbia mai avuto) nonostante lo scorso Ferragosto ci sia stata la più grossa visita parlamentare negli istituti di pena dal dopoguerra. Proprio quella visita aveva consentito di aggiornare i dati sui decessi all’interno delle carceri, 53 (di cui 33 suicidi) dall’inizio dell’anno e almeno 4 mila gli atti di autolesionismo segnalati dall’inizio del 2008. Ultimo l’episodio, che ha avuto una certa eco sui quotidiani nazionali, quello di Sami Mbarka Ben Gargi, il 41enne tunisino morto alla fine di un lungo sciopero della fame avviato per protestare contro una condanna che riteneva infondata. Il fatto che all’interno delle carceri ci si tolga la vita con più frequenza che nella società esterna è un dato abbastanza intuitivo, non ci vuole molto per capirlo. Esistono tuttavia studi scientifici che fin dalla fine dell’Ottocento ne comprovano la fondatezza. Da allora la domanda rimane più o meno la stessa: quali sono le cause che favoriscono lo scatenamento del comportamento suicidario o autolesionista, di fronte ai mutamenti architettonici e normativi che hanno modificato la vita carceraria? Quanto può incidere il sovraffollamento attuale? Il degrado delle condizioni dirette e indirette, la riduzione degli spazi di vita, 3 metri a testa (anche meno in alcune situazioni) invece dei 6-7 abituali, le minori opportunità di lavoro, di spazi di socialità, di colloqui, l’assistenza sanitaria già carente che va in tilt, l’impossibilità per gli operatori (educatori e psicologi ridotti al lumicino) di seguire il trattamento e quindi di presentare dossier che reggano al vaglio di magistrati di sorveglianza sempre più maldisposti a concedere benefici, quanto pesa? Molto moltissimo. Ma c’è un dato che più d’ogni altro sorprende: l’esplosione dei suicidi segue il varo della riforma carceraria. Un terzo in meno prima della riforma e un numero di tentati suicidi e gesti di autolesionismo 14 volte superiore dopo. Gli autori trovano una spiegazione nei mutamenti sociologici intervenuti nella popolazione detenuta, oggi più fragile (alto numero di tossicodipendenti e stranieri); i mutamenti culturali (suicidarsi è meno disonorevole); la frantumazione della coesione; la struttura monocellulare che ha sostituito le camerate e quindi introdotto più solitudine. Rilievi socio-culturali importanti che ricordano in parte le modificazioni che hanno travolto la classe operaia. Ora questi cambiamenti, sovrapposti alle innovazioni normative, delineano un qualcosa che sa molto di politico. La Gozzini (1986) ha spezzato lo sviluppo di rivendicazioni collettive, rendendo la detenzione una vicenda fondamentalmente singola, “privata”, legata a una logica premiale, paternalistico-inquisitoriale. L’aggressività o il conflitto hanno così mutato di segno rivolgendosi contro degli attori, i detenuti, divenuti soggetti nel senso di assoggettati. La fine della parola politica, della stagione delle lotte carcerarie ha lasciato come unica via l’impolitica dei corpi.

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