Caso Penati: l’ipocrisia del Pd ha radici lontane

Tangenti area ex Falk, il Pd convoca la commissione di garanzia.  «Il caso Penati non è isolato», lo afferma il senatore del Pd Felice Casson. «Esiste un problema di corruzione diffusa che riguarda sia la pubblica amministrazione, sia il Pd». Dopo le pressioni Penati annuncia su una lettera pubblicata dall’Unità che rinuncierà alla prescrizione in caso di processo. Intanto l’inchiesta si allarga nel tentativo di portare alla luce l’esistenza di un vero e proprio sistema di raccolta di finanziamenti occulti, sotto forma di tangenti e appalti forniti alle coop, per finanziare il Pd. Come una crudele legge del contrappasso ritorna a galla il nodo irrisolto del finanziamento della politica ipocritamente occultato dagli esponenti dell’ex Pci, oggi Pd, dietro la scelta di cavalcare le campagne populiste agitate dai settori politici giustizialisti

Paolo Persichetti
Liberazione 28 agosto 2011

L’area ex falk

Ci fu un tempo in cui si parlava di «diversità comunista». L’espressione venne coniata da Enrico Berlinguer agli inizi degli anni 80. La diversità cui faceva cenno il leader che si «era iscritto da giovane alla segreteria del partito», come sottolineò una volta Giancarlo Pajetta con il suo consueto sarcasmo, non alludeva certo ad una qualche natura rivoluzionaria o antisistema. La formula trovava origine dalla necessità di prendere le distanze dall’impressionante voracità che il rampante ceto politico craxiano stava mettendo in mostra nei primi anni del Pentapartito. Nei suoi interventi Berlinguer denunciava la presenza di una «questione morale», con esplicito riferimento alla situazione di degrado raggiunta da un sistema politico dominato da corruzione e affarismo. In verità più che morale la questione era sistemica ed investiva la natura strutturale di quella che in quegli anni cominciava ad essere definita la “Prima repubblica”, il sistema dei partiti da altri più polemicamente definito “partitocrazia”.

Un Pci in forte crisi politica e teorica dopo il crepuscolo del compromesso storico aveva fatto dell’etica una barricata ideologica residuale che disegnava l’alterità morale assoluta dell’uomo di sinistra rispetto al resto della società. Il capitalismo, la corruzione, i disfunzionamenti delle amministrazioni potevano trovare soluzione grazie alla tempra morale di quell’uomo nuovo che era “l’amministratore comunista”, finché lo scandalo delle tangenti della metropolitana milanese, arrivato meno di un decennio più tardi, non riportò tutti alla brusca realtà. La diversità non esisteva. Venuti meno i finanziamenti sovietici il Pci aveva cominciato a raccogliere tangenti e finanziamenti occulti come gli altri partiti per sostenere la propria macchina politica.

Prim’ancora che una macchia morale era il segno della definitiva perdita della propria autonomia sociale. Poi venne il “compagno G”, quel Primo Greganti militante d’acciaio incaricato dal vertice del partito di raccogliere denaro sporco, come quello della Ferruzzi, definito «la madre di tutte le tangenti», per rimpinguare le casse dell’organizzazione. Greganti tenne botta e i dirigenti del Pci si salvarono. D’altronde la magistratura non aveva interesse ad approfondire oltre per non alienarsi una sponda politica che l’aveva sempre sostenuta. L’azione repressiva si concentrò su Craxi e la Dc spianando la strada a Berlusconi e il mito della diversità, seppure un po’ scalfito, riuscì a tramandarsi anche negli anni della Seconda repubblica, fino a traghettare con l’alternarsi delle sigle e delle fusioni nel Pd. Poteva finire qui, ma la ruota della storia ha ripreso a girare velocemente giocando brutti scherzi. Così la diversità post-comunista e post-sinistra democristiana inveratasi nel partito democratico è rovinosamente crollata ancora una volta tra le nebbie lombarde, in una roccaforte storica come Sesto san Giovanni.

Filippo Penati, dimessosi di corsa da capo della segreteria politica di Luigi Bersani, vicepresidente del consiglio regionale lombardo, emblema di quel ceto di amministratori incorruttibili, capace di strappare la provincia di Milano alla Lega, è finito nel tritacarne insieme al suo braccio destro Giordano Vimercati. Accusato di aver messo in piedi un sistema di raccolta di tangenti in cambio di appalti concessi per la riqualificazione dei terreni industriali della ex Falck, si è autosospeso dal partito. Il Gip ha rifiutato l’arresto dei due ritenendo prescritti i fatti-reato, derubricati come corruzione. La procura in netto disaccordo ha fatto ricorso. Per i pm di Monza si tratta di concussione, capo d’imputazione con tempi di prescrizione più lunghi. Intanto le indagini puntano ad accertare altri episodi più recenti.

Cosa farà ora il Pd? Si accontenterà di una convocazione davanti alla commissione di garanzia, come se la vicenda fosse solo di natura disciplinare e non politica? Al di là degli esiti giudiziari sul piano politico la vicenda grida di smetterla con l’ipocrisia populista e la demagogia delle macchine del fango.

Link
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4 thoughts on “Caso Penati: l’ipocrisia del Pd ha radici lontane

  1. La questione morale e la diversità comunista

    Imma Barbarossa
    Liberazione 31 agosto 2011

    Penso che abbia fatto bene Paolo Persichetti (Liberazione 28 agosto), nel trattare la questione Penati, ad allargare il discorso sulla corruzione che attraversa anche il centrosinistra e finisce con l’impregnare quello che nella vulgata viene ancora presentato come il partito erede o semierede del Pci, in questo caso erede trattandosi proprio di un ex Pci, di un ex amministratore di una roccaforte del Pci come Sesto San Giovanni. Era giusto allargare il discorso e andare indietro. Non si tratta, infatti, semplicemente di un «mariuolo» – per utilizzare il termine che usò Craxi a proposito della vicenda del Pio Trivulzio – anche se ovviamente il singolo mariuolo ha diritto alla presunzione di innocenza. Né si tratta dei “soliti milanesi” delle tangenti della metropolitana, impregnati di senso degli affari o delle attivissime ed efficienti cooperative emiliane diventate vere e proprie aziende quotate in borsa.
    Si tratta di qualcosa di più profondo e di più allarmante, che attiene direttamente al nesso etica/politica. Ma credo che Persichetti sbagli nel trattare la questione della “diversità comunista” in maniera semplicistica e con una punta di qualunquismo che affiora anche nell’uso del linguaggio. Tanto più che dal qualunquismo oggigiorno siamo soffocati.
    Procedo con ordine: nell’articolo si sostiene che, fallita l’ipotesi del compromesso storico nel 1979 (devo dedurre: fallita l’ipotesi dell’abbraccio con la Dc?), Enrico Berlinguer si rifugiò nell’etica come in una «barricata ideologica residuale», ossia nella “diversità comunista” che a questo punto viene presentata come un mezzuccio per prendere le distanze da Craxi e dai mariuoli (presenti e futuri).
    Inoltre si afferma che, finiti i rubli dell’Unione Sovietica, i dirigenti del Pci si rivolsero ai capitalisti nostrani per finanziare l’attività politica del partito che, mi sembra di capire, non era più il Pci. All’epoca i dirigenti nazionali si sarebbero salvati perché il “compagno G.” (Primo Greganti) «tenne botta» e la magistratura evitò di andare fino in fondo (ah, la categoria dei giudici comunisti è proprio eterna!).
    Certo, liquidare la “diversità comunista” come una sorta di autosufficienza finanziaria del Pci (non rubavano perché avevano i rubli sovietici) è una ipotesi originale. Fa scempio di quello che era un costume di vero e proprio rigore della “base” comunista: personalmente come iscritta e dirigente della Federazione comunista di Bari ricordo un provvedimento di espulsione nei confronti di un segretario di Camera del Lavoro, iscritto al partito, che aveva accettato dei regali dalle lavoratrici; ricordo che noi parlamentari avevamo uno stipendio pari ai segretari di federazione e al V livello di Mirafiori, e il resto serviva a finanziare le campagne elettorali; ricordo che c’era una regola ferrea contro manifesti e volantini di propaganda personale etc. etc. Ma questo può sembrare retorica e orgoglio nostalgico.
    Va fatta invece la critica al Pci, alla sua crisi teorica e politica, perché non siamo stati capaci di farne un elemento di discussione politica. E qui il discorso di Persichetti (che non è solo suo, giacché è abbastanza diffuso) va ribaltato. Il Pci non riuscì a fare un’analisi di quella ristrutturazione capitalistica che si stava avviando, di quella omologazione sociale che sarebbe precipitata verso il conformismo di massa, di quella concentrazione oligarchica dei poteri che avrebbe dato adito alla devastazione sociale di cui vediamo oggi le drammatiche conseguenze.
    Il Pci si avviò verso la difesa delle istituzioni, ad oltranza, identificandole con il cuore della democrazia, presidiandole durante gli anni della “solidarietà nazionale” dopo la tragica vicenda di Aldo Moro, non accorgendosi che le istituzioni si stavano progressivamente svuotando di senso, di partecipazione, di potere democratico. La diversità comunista (penso alla oggi tanto citata intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari appunto del 1981) fu il tentativo disperato (nobilmente disperato) di costruire o ricostruire l’autonomia sociale, culturale, simbolica della parte della società italiana (il paese nel paese, per dirla con Pasolini) che era stata protagonista dei movimenti degli anni Settanta, gli operai, gli studenti, le donne. La scelta di impegnare il partito nei referendum su divorzio e aborto fu una “forzatura” di Berlinguer sul gruppo dirigente, come pure l’opposizione decisa ai quattro punti di scala mobile fu una “forzatura” sul gruppo dirigente della Cgil (la storia si ripete al contrario!) e… del partito.
    Al Pci, e anche a Berlinguer, mancò in maniera devastante, la comprensione del ’68, di quella politicizzazione della vita quotidiana e di quella politica diffusa; al Pci mancò la comprensione piena della politicità dei movimenti. La storia si può fare anche con i se, non serve stabilire continuismi e usare categorie semplificatorie.

  2. Comunisti italiani diversi fino alla morte di Enrico Berlinguer

    Guido Liguori
    Liberazione 4 setembre 2011

    Uno dei ritornelli preferiti da Silvio Berlusconi consiste nell’incolpare di tutto i “comunisti”, intendendo con ciò anche e soprattutto il maggior partito dell’opposizione parlamentare, in massima parte derivato dalla “evoluzione” (si fa per dire) del Pci. Un modo per dequalificare e demonizzare l’avversario, evocando uno “spettro” ancora temuto dall’elettorato moderato. Come dire: apparentemente sono cambiati, ma nella sostanza si resta comunisti sempre, anche a distanza di due decenni e più. Una furbata, certo, un cinico espediente elettorale che non sorprende, conoscendo l’abilità da piazzista del personaggio, il suo fiuto per la propaganda rivolta al mercato della politica e ai suoi “istinti animali”. Stupisce invece che un giornalista di Liberazione come Paolo Persichetti adotti lo stesso tipo di ragionamento -in un articolo comparso il 28 agosto su questo giornale – usando il caso Penati come pretesto per polemizzare col Pci degli anni 70 e 80 in base al teorema: i comunisti (ma forse Persichetti vorrebbe dire “i piccisti”, o nel migliore dei casi “i berlingueriani”) di una volta invocavano la questione morale, il caso Penati oggi mostra definitivamente che erano tutte balle.
    Ora, ognuno ha diritto di avere le idee che crede sul Pci e sulla sua vicenda storico-politica. Ed è bene discuterne e confrontarsi. La storia però non è solo un’opinione o una “narrazione”, vi sono anche dei fatti che è molto difficile ignorare. Voglio dire che l’autore dell’articolo in questione attribuisce una continuità radicale alla evoluzione/involuzione Pci-Pds-Ds-Pd che – proprio come la continuità implicitamente richiamata dalla retorica dell’attuale presidente del Consiglio – è assolutamente inventata. E’ una ricostruzione che capovolge la realtà, celando il corso degli eventi che segnarono l’ultimo decennio di vita del Partito comunista italiano.
    Cosa era infatti la “questione morale” per Enrico Berlinguer, nel passaggio tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80? La denuncia di una degenerazione profonda dei partiti di governo che avevano occupato lo Stato e le sue istituzioni, servendosene per propri fini perché animati da una logica di conservazione e da una concezione distorta della politica. I comunisti erano “diversi” perché portatori di una concezione della politica non ridotta al voto di scambio, all’uso privato della cosa pubblica, al perseguimento dell’arricchimento personale e per bande, ma motivata da una forte volontà di cambiare la società e i suoi modi di funzionamento. Non si trattava di una diversità solamente etica (anche se un corretto atteggiamento etico è comunque importante in sé, ed e riscontrabile per fortuna in singoli esponenti di ogni partito), ma politica, in base alla quale il Pci – affermava Berlinguer – non si faceva “omologare” nel sistema politico allora vigente, quello del CAF (Craxi-Forlani-Andreotti). Imma Barbarossa, in un bell’intervento del 31 agosto sull’articolo di Persichetti, ha ricordato, tra le altre cose, il costume diverso a cui erano tenuti i dirigenti, i deputati e gli amministratori del Pci, affermando che i limiti di quel partito furono altri e tutti politici – individuabili in una insufficiente lettura della società italiana a partire dal 68.
    La tesi di Barbarossa non è senza fondamento, su di essa si è discusso e si continuerà a ragionare. Vorrei però qui ora aggiungere due ulteriori elementi di riflessione che, a mio avviso, contribuiscono a spiegare la erroneità delle tesi di Persichetti. In primo luogo, il Pds (poi Ds, poi Pd) nacque proprio da una conclamata volontà di rottura con il Pci berlingueriano, nacque affermando che la politica della “diversità comunista” era del tutto errata e da superare, in primis perché costituiva un ostacolo insormontabile alla partecipazione del partito al governo del paese insieme alle altre forze politiche. La concorrenza con Craxi doveva avvenire sullo stesso terreno su cui si misuravano i partiti tradizionali. Lo stesso abbandono del nome, preparato da anni di modificazioni più o meno molecolari a partire dalla morte di Berlinguer (1984), era organico all’abbandono di quella tradizione, più che a una presa di distanza dal modello sovietico che c’era già stata da tempo.
    La seconda questione concerne la domanda su come sia stata possibile questa opera di repentino abbandono del nome, degli ideali e del costume di un partito come il Pci. E’ evidente che parte della risposta a tale domanda sta nei limiti politici accennati da Barbarossa, di cui però l’“ultimo Berlinguer”, quello del quinquennio 1979-1984, si era reso in buona parte conto e a cui cercava di porre rimedio – riportando il partito pienamente a fianco della classe operaia (lotta alla Fiat, referendum sul taglio della scala mobile) e avvicinandolo in modo inedito ai movimenti (delle donne, per la pace, ecologista). Vi è però anche un altro fatto, che fu decisivo, e da cui pure andrebbe tratto insegnamento per l’oggi: dopo la fine della “solidarietà nazionale”, negli anni 80, il Pci divenne, più che un partito, una federazioni di partiti, un insieme di posizioni politiche che si divaricavano sempre più, tenuta insieme solo da una tradizione e da un costume politico a lungo condiviso. Ancora vivo Berlinguer, in un modo che potremmo anche definire “cesaristico” (il “cesarismo progressivo” di cui parla Gramsci, sia pure in altro contesto) la barra venne tenuta coraggiosamente a sinistra e notevoli furono i frutti raccolti, sul piano del consenso, nella società e anche a livello elettorale, nelle europee del 1984, il cui esito non può essere spiegato solo con l’emozione per la morte di Berlinguer: se la sua linea politica dopo l’unità nazionale fosse stata ritenuta erronea e pazzesca dal popolo italiano come era ritenuta erronea e pazzesca da buona parte del gruppo dirigente del partito, il Pci in quell’occasione non sarebbe risultato il più votato in assoluto. Morto il segretario, venuto meno il suo carisma, presero pian piano il sopravvento altre posizioni, altri “partiti” nel partito. Nel gruppo dirigente prevalsero posizioni ostili alla posizione della “diversità comunista”, e la tradizionale disciplina della base comunista rispetto alla linea del gruppo dirigente (della maggioranza del gruppo dirigente) fece il resto. E’ una storia che è stata già da più parti ricostruita e analizzata (anche dal sottoscritto, in un libro su “La morte del Pci”, a cui mi permetto di rinviare per la ricostruzione dei passaggi che qui posso solo accennare). Non la si può ignorare. Né soprattutto si può far finta di ignorare che Enrico Berlinguer, sia pure non senza limiti ed errori soprattutto negli anni 70, fu un “capo” comunista di elevato profilo, morto combattendo dalla parte degli operai, dei lavoratori, degli sfruttati, dei “subalterni” tutti, per usare una categoria gramsciana. Molti italiani lo compresero pienamente, forse molte e molti non lo hanno dimenticato ancora oggi. Invece di concorrere anche noi all’opera di negazione e distorsione della storia dei comunisti italiani, dovremmo rifarci all’esempio e all’eredità di Berlinguer, dell’ultimo Berlinguer, che denunciava la questione morale e che appoggiava senza remore i movimenti e le lotte. I dirigenti del partito di Penati (al di là delle specifiche vicende di cui si occupa la cronaca e sulle quali farà luce la magistratura) hanno scelto in gran parte altri modelli. I soliti furbi hanno tentato di ridisegnare un Berlinguer a loro immagine e somiglianza, un post-comunista ante-litteram, operazione ridicola e disonesta. I più rudi e a loro modo sinceri hanno detto chiaramente di pensare che allora aveva ragione Craxi. I comunisti di oggi, invece, non devono perdere il senso della battaglia di Enrico Berlinguer né dimenticare che la “questione morale” fu la lucida radiografia di quella stagione politica (la prima metà degli anni 80) da cui nacque, più che Berlusconi, il berlusconismo.

  3. Il povero Berlinguer ridotto a un vino di annate buone e meno: quello degli ultimi 5 anni buono, rispetto alle precedenti meno buono. Davvero un criterio politico-storiografico impietoso e riduttivo per chi ha sempre avuto invece una grande coerenza. Prima di parlare di diversità comunista (perbenismo?) in contrapposizione ai disonesti corrotti “cafoni” (del CAF), sempre nella stessa visione… morale (impolitica?), Berlinguer si era infatti espresso per la “fermezza” antiterroristica contro la (finta, bisogna dire) apertura trattativistica del “cafone” Craxi, una fermezza rivelatasi tale però non per i complici o omertosi statisti rispetto alle stragi, ma nel fatidico ’78 del rapimento Moro.
    Ma, prima ancora, aveva proposto addirittura, come valore operaio, l’austerità. Ora, io, che di operai ne ho dovuto conoscere sempre tanti per ragioni di famiglia e autobiografiche, non ne ho mai conosciuto uno crapulone. Sempre sobri, semmai (a parte qualche sbornietta, ma anche la classe operaia è umana). E questa caratteristica della laica “sobrietà” ha a che fare con la ribellione anti-consumsitica “del ’68” e non con il bigottismo. Però questa “austerità” del Berlinguer, chissà se non ha avuto a che fare con lo spirito dei tempi in cui venne abolita la scala mobile che legava il salario all’umento dei prezzi e alla repressione del ’77.
    Ma lasciamo perdere perdere e proseguiamo. A riprova della coerenza di Berlinguer, andiamo più indietro: quando ai tempi della FGCI propose come modello per le militanti la santa Maria Goretti. A quei tempi quelle comunistelle zoccolette miravano ad avere il lavoro come gli uomini e con gli stessi diritti e magari, così autonomizzandosi, volevano pure il divorzio e l’aborto eccetera. Ma il partito  aveva riconfermato i fascisti Patti lateranensi, rinnovando il Concordato…
    Oltre che coerente, Berlinguer era anche aperto. Pochi mesi fa, la signora Assunta Almirante diceva in TV che suo marito Giorgio si incontrava discretamente con B. e tutt’e due si scambiavano informazioni sugli estremisti delle proprie parti.

  4. No, la segreteria di Berlinguer si svolse all’insegna del compromesso non del conflitto

    Gianluca Schiavon 8 settembre 2011

    Riflettere sulla linea del Pci negli anni 70 non può prescindere dall’evoluzione della sua organizzazione e del suo finanziamento. Sono quindi stato stupito dalla polemica tanto ruvida che un ricercatore confermato, illustre studioso di Gramsci, ha fatto dalle colonne del nostro giornale domenica 4 settembre 2001.
    Guido Liguori nell’articolo comparso ha sostenuto la tesi di fondo che la questione morale fosse un problema marginale nel Pci di Berlinguer grazie al suo carisma e, persino, al suo “cesarismo”. Fino alla morte del Segretario «la barra venne tenuta coraggiosamente a sinistra – scrive Liguori – e notevoli furono i frutti raccolti, sul piano del consenso, nella società e anche a livello elettorale». Una tesi certamente suggestiva ma poco aderente ai fatti, che a differenza delle ‘narrazioni’, nutrono la storia. Cominciamo col dire che la segreteria Berlinguer fu quella in cui il Pci espanse al massimo la sua vocazione di governo, non solo in Comuni e Province, ma anche, per la prima volta, in organi legislativi – quali sono le Regioni – in tutto il territorio nazionale. Il Pci per la prima volta espresse nell’ultimo lustro degli anni 70 la maggioranza dei componenti delle giunte delle principali aree metropolitane, delle quattro Regioni del centro Italia, del Lazio, della Liguria, del Piemonte. In quegli stessi anni il Partito riorganizzò la sua presenza largamente maggioritaria nel sistema delle cooperative di consumo, edilizie e agricole, al contempo consolidò una grande compagnia assicurativa e un sistema bancario locale come forze collaterali a sé. La fine dell’esperienza della solidarietà nazionale per nulla condivisibile, ma non ingiustificata, non modificò la linea politica su questo tema. L’idea espressa dal gruppo dirigente quasi nella sua interezza era che il Partito dovesse dirigere i processi economici e sociali sintetizzandone le spinte. In un’intervista televisiva a Giovanni Minoli, Berlinguer il 27 aprile 1983 dichiarava non casualmente «mi dispiace che il nostro potere [del Pci] sia ancora insufficiente sa realizzare i nostri obbiettivi». Non si può dire quindi che il Segretario del Pci subisse passivamente le posizioni più realiste o compromissorie di altri dirigenti a lui vicini. Né si può dire che grazie a Berlinguer il Pci «non si faceva “omologare” nel sistema politico allora vigente, quello del Caf». La prima ragione è che il Caf non esisteva perché la Dc – a parte la brevissima stagione della segreteria di Flaminio Piccoli – era diretta dalla sinistra interna (da Zaccagnini a De Mita, da Prodi a Galloni) e perché il Psi lanciava in quel periodo la sfida alla Dc sul sistema di potere apparendo come una forza di sinistra di governo antidemocristiana e acomunista. La seconda ragione è che fino al referendum sul punto unico di contingenza Berlinguer e il Pci aprirono alle ragioni di alcune vertenze operaie (la FIAT nel 1980) e di alcuni movimenti, ma si guardarono bene dal rompere i rapporti col Psi o le giunte locali con la Dc. In una temperie dei primi anni 80 in cui la ristrutturazione economica stava modificando il sistema industriale e finanziario e in cui le grandi lotte segnavano il passo, un Partito che aveva scelto di ricollocarsi e di rimodulare la sua organizzazione sul governo – lato sensu – molto più che sul conflitto scelse di rafforzare le relazioni, e i compromessi, con alcune strutture economiche. E nella citata intervista del 28 luglio 1981 a Repubblica Berlinguer polemizzò sulla questione morale implicitamente anche con il Partito da lui diretto per alcuni di questi compromessi. Non facendo il poliziotto o il magistrato non so dire se queste relazioni e mediazioni produssero un sistema di illegalità, certamente gli episodi corruttivi sono stati più sporadici degli altri Partiti. Gli episodi ci sono tuttavia stati e per questo l’opinione maggioritaria delle compagne e dei compagni che fondarono il Partito della rifondazione comunista nel 1991 partì dalla consapevolezza di questi episodi negativi per costruire un’intrapresa politica nuova, impresa, almeno sulla questione morale, riuscita.

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