Il Pci e gli amici americani /2

«Alla fine degli anni 70 l’ambasciata americana a Roma era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale. A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci». La restituzione del contesto storico sbriciola il principale movente che ha alimentato la letteratura dietrologica negli ultimi decenni – Leggi qui la Prima parte

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Dalla metà degli anni Settanta il Pci e l’ambasciata americana avviano una sorta di «politica dei contatti», una tessitura che passava attraverso relazioni di vario livello, soprattutto riservate, in alcune circostanze molto formali anche di natura pubblica, con esponenti della diplomazia e dell’intelligence statunitense. Eurocomunismo e compromesso storico, le due novità politiche introdotte da Berlinguer, avevano dato al Pci un rilievo internazionale attorno al quale ruotava l’inevitabile attenzione e l’interesse delle cancellerie occidentali per capire meglio i possibili sviluppi della situazione, adeguarsi alla possibile entrata nel governo del più importante partito comunista d’Occidente che alle elezioni regionali del 1975 aveva compiuto un balzo di 5 punti, minacciando il primato trentennale della Dc.

Il rapporto Boies

Proprio nel 1975 fu preparata una relazione, nota come Rapporto Boies, dal nome del primo segretario dell’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Robert Boies, estensore del testo e forse funzionario della Cia sotto copertura, nel quale si prospettava l’arrivo al potere nel breve periodo del Pci. L’opinione però era in contrasto con le convinzioni del segretario di Stato, Henry Kissinger, e per queste ragioni non produsse effetti immediati; tuttavia, come ha spiegato il professor Joseph La Palombara, era condivisa da molti1. D’altronde, prosegue La Palombara, «vari personaggi che all’epoca testimoniarono al Congresso sul “caso Italia” ne erano convinti, e le elezioni del 1976 confermarono l’onda lunga comunista. Scrissi in quel momento che m’aspettavo anch’io il Pci al governo, ma non da solo e non senza problemi»2. La Cia sosteneva la necessità di aprire rapporti con il Pci e di individuarne gli interlocutori giusti in vista di un suo probabile accesso al governo e l’analisi di Boies era frutto di un lavoro protratto nel tempo: il 13 agosto 1974, infatti, Sergio Segre, responsabile della sezione Esteri del Pci, aveva già riferito a Berlinguer di alcuni incontri avuti con Boies poco tempo prima del suo rientro negli Stati uniti. In procinto di lasciare l’ambasciata, Boies aveva quindi presentato a Segre il suo successore, Martin Arthur Weenick. Nel corso di quell’incontro – riferisce Segre – il nuovo primo segretario dell’ambasciata Usa aveva ritenuto maturi i tempi di «un dialogo fruttuoso» tra le parti «superando le barriere di questi anni»3.

La politica dei contatti
Prima del 1975, scrive Silvio Pons, Segre era stato il solo esponente del Pci ammesso ad avere rapporti con l’ambasciata americana4, ma dal 1975 anche Luciano Barca entrò a far parte di quella dinamica. E fu proprio Barca a raccontare per primo l’incontro tra un membro della Direzione del Pci ed emissari del governo degli Stati Uniti: «Nel giugno del 75, per iniziativa americana il primo segretario dell’ambasciata americana Weenick, con la motivazione di voler meglio capire la politica economica del Pci, prende contatto con me (ovviamente autorizzato da Berlinguer). È la prima volta che viene stabilito un contatto diretto con un membro della Direzione del Pci, anche se mascherato da interesse per le nostre proposte economiche. In realtà questo interesse non era solo una maschera tanto che al secondo incontro partecipò anche il rappresentante del Tesoro americano. Poiché gli incontri cominciarono ad essere periodici e ad entrare sempre più in questioni politiche decidemmo con Berlinguer di porre a Weenick la necessità di incontrare, prima di una nuova colazione, Giancarlo Pajetta, membro della Segreteria e nostro «ministro degli Esteri». La richiesta spaventò evidentemente l’ambasciatore e il Dipartimento di Stato perché bloccò per circa due mesi gli incontri. Alla fine entrambi accettarono un mio invito a pranzo da Piperno [noto ristorante situato nel Ghetto a Roma. Ndr]. Il primo contatto fu brusco. Pajetta si presenta ed esordisce così: “Non riesco a capire perché un membro della segreteria del Partito comunista – lui era molto conscio del suo ruolo, io l’ho visto anche all’estero, è un vero ministro degli esteri, difensore in tutte le occasioni della dignità italiana – non debba avere paura di incontrare un alto ufficiale della Cia, e un alto ufficiale della Cia debba aver tanta paura di me”. Così è iniziato l’incontro, e Weenick, da buon incassatore, ha risolto tutto sorridendo»5. Alla vigilia del primo incontro Barca aveva cercato di capire se il funzionario dell’ambasciata americana fosse un uomo della Cia: «Mi fu detto di sì e mi fu specificato che come tale era stato espulso da Mosca, a causa dei contatti che cercava con i dissidenti sovietici»6. Che Weenick fosse veramente un agente sotto copertura della Cia incaricato di raccogliere da fonti dirette informazioni sulla evoluzione del Pci non è del tutto certo (ed è anche secondario), e anni dopo Barca ricevette una diversa informazione che situava il funzionario alle dipendenze del Dipartimento di Stato. Ciò che risulta rilevante sul piano storico è il fatto che due importanti dirigenti del Pci, su mandato del segretario e della sezione Esteri del partito, si incontrarono per diverso tempo con un funzionario che consapevolmente ritenevano essere un membro dell’agenzia di intelligence Usa. L’esito degli incontri fu molto positivo, tanto che poi «sono cominciati ad arrivare altri americani, anche quelli della Exxon tra gli altri, tutti in cerca di assicurazioni nel caso il Pci andasse al governo. Noi a tutti esponevamo la nostra politica: non volevamo nazionalizzare, ma anzi volevamo vendere molte aziende Iri non strategiche. Ciò li tranquillizzava. Molti rappresentanti di gruppi americani, forse perché vittime della corruzione dilagante in Italia e del crescente intreccio tra affari e politica, apprezzarono molto il discorso di Berlinguer sull’austerità (1977) che mostrarono di aver capito meglio della destra del nostro partito»7. Tra i cablo inviati dalla sede diplomatica romana al dipartimento di Stato ce n’è uno del 2 maggio 1978 che riferisce il risultato di una delle conversazioni periodiche che Barca teneva con i funzionari dell’ambasciata, svoltasi il 20 aprile precedente. Vi si può leggere che «l’alto esponente del Pci ci ha detto che il suo partito resta fermamente contrario a negoziati che portino a concessioni ai rapitori di Aldo Moro» e ha «fornito al governo delle informazioni su ex membri del Pci che adesso si ritiene stiano cooperando con i terroristi dell’estrema sinistra». «Sin dal rapimento – sono le parole di Barca riportate nel cablo – nel corso dell’ultimo anno il Pci ha consegnato al ministero degli Interni informazioni anche su alcuni nostri amici che riteniamo stiano partecipando a gruppi delle Br presenti in certe aziende come Sip e Siemens». Alle osservazioni del funzionario che lamenta un articolo di Macaluso apparso su l’Unità nel quale si suggerisce il coinvolgimento della Cia nel rapimento Moro, Barca replica: «La direzione del Pci ha ordinato, a lui e altri, di astenersi dal ripetere tali accuse senza fondamento poiché il Pci non ha alcun elemento che possa suggerire un coinvolgimento della Cia nel rapimento»8.

Carter e “la diplomazia delle conferenze”
Con l’arrivo alla Casa Bianca di Jimmy Carter, nel gennaio 1977, trovò nuovo slancio la «diplomazia delle conferenze» ossia l’idea di ricorrere alla politologia come arma diplomatica, invitando negli Usa gli esponenti dell’Eurocomunismo a tenere dei cicli di lezioni nelle università. Sostenere lo sganciamento dei partiti comunisti occidentali dalla sfera d’influenza sovietica rientrava nella strategia americana, che mirava a rafforzare le spinte di dissenso all’interno del campo socialista. «Prima di fare una richiesta formale all’amministrazione abbiamo comunque sondato l’ambiente», racconta La Palombara: «Cyrus Vance [il nuovo segretario di Stato] lo conoscevo da prima, in qualità di membro del consiglio d’amministrazione della Yale University. “Zibig” Brzezinski, che ora era consigliere per la Sicurezza nazionale, avrebbe già potuto dirci se l’idea era ok». Anche il presidente Carter era informato, spiega La Palombara, «perché Brzezinski non era certamente in grado, da solo, di mutare la politica dei visti ai dirigenti comunisti. A tal fine, inoltre, occorreva un lavoro di preparazione con il Congresso americano, e con i nostri sindacati, Afl-Cio, da sempre ferocemente anticomunisti. Insomma non bastava che Brzezinski bussasse allo studio ovale, soprattutto dopo le elezioni italiane del 1976»9.
 Tra coloro che si attivarono per creare un canale di comunicazione tra la nuova amministrazione statunitense e il Pci troviamo Franco Modigliani, futuro premio Nobel per l’economia, che venne più volte consultato dal Dipartimento di Stato sulla situazione economica e politica italiana. Questi aveva consigliato l’apertura al Pci e alla Cgil, ritenuti i soli in grado di arginare la protesta sociale e far accettare i sacrifici richiesti. Nel corso del 1976 aveva più volte incontrato Napolitano, in quel momento responsabile del settore economico del Pci10.

La diplomazia personale di Giorgio Napolitano
Nel novembre del 1976, dunque prima dell’insediamento ufficiale di Carter, giunse in visita a Roma il senatore Ted Kennedy. Sembrò l’occasione ideale per un incontro con un esponente del Pci, o almeno questa era la convinzione di Napolitano che, sia pur privo di incarichi nella politica estera del partito, fece di tutto per accreditarsi. L’entourage del senatore Kennedy agì in modo prudente e sotto stretta osservazione dell’ambasciata, che riferiva ogni suo movimento al Dipartimento di Stato. Oltre al presidente della Repubblica Leone, al presidente del consiglio Andreotti e al presidente della Fiat Gianni Agnelli, i politici ammessi agli incontri ufficiali furono solo i segretari della Dc, Zaccagnini, e del Psi, Craxi. Il responsabile dell’ufficio Esteri del Pci, Sergio Segre, ricevette un invito unicamente per la cena di cortesia insieme ad altri 30 ospiti. Kennedy non volle che l’evento fosse fotografato e l’ambasciatore Volpe riportò a Kissinger ogni minimo dettaglio, anche la disposizione a tavola degli invitati. In quella circostanza, riferisce Volpe in un documento stilato per il Segretario di Stato, «ci risulta che siano stati fatti almeno tre tentativi per inserire l’esperto economico del Pci, Napolitano, nella lista degli incontri, ma la squadra di Kennedy ha rifiutato»11. Una dimostrazione della pervicacia del personaggio e della propensione a tessere una sua diplomazia personale accanto a quella del partito.

La politica di «non interferenza, non indifferenza»
Nel marzo del 1977 arrivò da parte della nuova amministrazione democratica un primo prudente segnale di cambiamento: il segretario di Stato Vance e il ministro del tesoro Michael Blumenthal stilarono un memorandum per il presidente dove si tracciavano le linee della cosiddetta politica di «non interferenza, non indifferenza», riguardo alla scelte che il governo di Roma avrebbe effettuato nel caso di un coinvolgimento del comunisti nell’esecutivo. Una strategia che modificava l’interventismo praticato da Kissinger durante le presidenze Nixon e Ford. Nello stesso documento si davano indicazioni meno rigide sui visti d’ingresso da rilasciare ai dirigenti del Pci e si fornivano nuove direttive sulla «politica dei contatti» da tenere con gli esponenti di quel partito. Era questo il quadro all’interno del quale doveva operare il nuovo ambasciatore scelto da Washington: Richard N. Gardner, giovane avvocato e professore di diritto internazionale alla Columbia University12. Divisa al suo interno su quelli che sarebbero stati gli sviluppi della situazione politica italiana, l’amministrazione statunitense assumeva una posizione di prudenza, e apparentemente attendista, che in sostanza chiedeva al Pci di fornire le conferme del proprio mutato atteggiamento in politica internazionale, dando prova della propria affidabilità, prima di essere chiamata ad assumere una diversa posizione nei suoi confronti. Gardner aveva il compito di svolgere, come vedremo, questa «politica degli esami», un delicato lavoro di approfondimento e verifica. «Ricevemmo dettagliate istruzioni dal dipartimento di Stato – scriverà nelle sue memorie – che consentivano un approfondimento dei contatti con il Partito comunista», estese anche a funzionari del Pci con o senza incarichi pubblici ma con modalità che non suscitassero «l’impressione che i comunisti avessero improvvisamente guadagnato il favore americano». Fu così che Martin Weenick, il funzionario addetto ai rapporti con il Pci che aveva già contatti regolari con Sergio Segre e «occasionali con altre tre o quattro persone», poté «vedere anche membri di spicco della segreteria del partito, come Pajetta e Napolitano»13.

Ramificazione dei contatti tra esponenti Pci e funzionari dell’ambasciata
L’estensione e l’approfondimento di queste relazioni fu tale che, racconta sempre l’ambasciatore, in un bilancio «della nostra politica dei contatti eseguito due anni dopo risultò che in quel momento l’ambasciata era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale»14. A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci. Un rapporto della sezione politica dell’ambasciata riassumeva in questo modo la situazione: «Riteniamo un successo il programma di contatti. Ampliarli ci ha consentito di avere una più approfondita comprensione del partito e di formulare su di esso giudizi più accurati. Abbiamo avuto abbastanza successo nell’anticipare le sue mosse»15. Una ulteriore conferma di questa ramificazione e della profondità dei contatti tra diplomatici dell’ambasciata e apparato del Pci viene da una nota del 1 aprile 1978 nella quale il segretario della federazione provinciale di Piacenza, Romano Repetti, riferiva sull’incontro avuto con il console americano di Milano, Thomas Fina. Nella stessa occasione il console aveva visto anche responsabili della Cgil. Obiettivo del console era sondare le opinioni dei gruppi dirigenti provinciali, capire quanto la linea del gruppo dirigente centrale trovasse adesione nei vertici periferici. Tra i temi affrontati, al primo posto ci fu il sequestro Moro. «Il Console ha osservato – scrive Repetti – che esso avrebbe in qualche modo avvantaggiato il Pci perché aveva fatto superare alla base comunista lo scontento per la composizione del governo e perché qualificava il nostro partito nella pronta e concorde approvazione delle misure di rafforzamento dell’azione delle forze dell’Ordine e della Magistratura contro la criminalità. Ha manifestato la sua sorpresa per la grande risposta unitaria dei lavoratori nella giornata del rapimento, rilevato che per la prima volta nelle manifestazioni le bandiere rosse erano mescolate con quelle della Dc. Ha chiesto se il nostro partito aveva ordinato agli operai di uscire dalle fabbriche. Ha espresso interesse e meraviglia per quello che gli ho spiegato essere il naturale comportamento dei sindaci in circostanze come queste, cioè di convocare immediatamente riunioni con i dirigenti dei partiti e dei sindacati per concordare e promuovere iniziative unitarie»16. Nel luglio successivo il console approfondì i suoi contatti incontrando «due dozzine di funzionari Pci» della Lombardia arrivando alla conclusione che il «Pci in questa regione ha attraversato dei cambiamenti fondamentali» fino al punto da «far dire a molti responsabili locali sostanzialmente onesti che essi sostengono il modello di democrazia occidentale, inclusa la lealtà a Comunità europea e Nato». Il giudizio tuttavia non era condiviso dall’ambasciata di Roma che in un cablo del 19 luglio parlava di «conclusioni troppo ottimistiche» che a giudizio dell’ambasciatore Gardner non trovavano riscontro tra i dirigenti nazionali del partito17.

«Basta con la Dc», il dibattito in via Veneto
Il 3 marzo Allen Holmes, vice di Gardner e soprattutto Deputy Chief of Mission, ovvero diplomatico più alto in grado in via Veneto – perché Gardner era un ambasciatore di nomina politica – firmò un telegramma di undici pagine intitolato A dissenting of American politicy in Italy nel quale mostrava di dissentire radicalmente dalla politica estera statunitense condotta fino a quel momento in Italia. Il testo metteva informa un’opinione minoritaria ma presente nell’amministrazione Carter, che riteneva ormai superata «l’attitudine interventista» e la convinzione che l’Italia dovesse ancora essere considerata «una nazione a sovranità limitata»18. Il diplomatico suggeriva a Washington una «revisione politica che deve affrontare i fatti», i quali mostravano che l’alleanza con i democratico-cristiani aveva comportato «diversi svantaggi», trasformando l’America in «un fattore della politica interna italiana» che «ci porta a sminuire i fallimenti della Dc e a sopravvalutare la sua capacità di autoriformarsi». Il bilancio, secondo Holmes, era fallimentare: «Dovremmo essere onesti e ammettere che la perpetuazione al potere di un singolo partito non significa avere una democrazia sana» e che se in trent’anni gli Stati uniti non sono riusciti a «rafforzare la democrazia in Italia farebbero bene a lasciar perdere». Per il vice di Gardner andava rivisto «l’immutabile atteggiamento rispetto al Pci che invece sta cambiando»; a suo avviso l’amministrazione Usa era ferma «alle analisi del 1950 che lo descrivevano come il partito dei poveri mentre l’arricchimento della popolazione ha portato a un suo rafforzamento» e «la tradizione rivoluzionaria del Pci non è quella russa, i comunisti italiani non sanno nulla del comunismo russo e i suoi leader sono intellettuali marxisti dell’Ovest non dell’Est». Per il Deputy Chief di via Veneto, «la collaborazione con il governo Andreotti dal 1976, gli atteggiamenti responsabili sull’ordine pubblico, le posizioni moderate sull’economia, la formale accettazione della Nato e della Comunità europea, il discorso di Berlinguer al XIV Congresso del partito e la decisione della Cgil di abbandonare l’Organizzazione internazionale del lavoro [non potevano essere considerate] operazioni di facciata»19. 2/continua

Fonte: Paolo Persichetti in, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2007

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_br_cop Recensione

Note
1 Intervista a Joseph La Palombara (Politologo della università di Yale, tra i maggiori esperti della politica italiana, nel biennio 1980-81 fu capo dell’ufficio culturale dell’ambasciata americana a Roma) di G. Cubeddu, Alla ricerca della solidarietà nazionale, http://www.30giorni.it,4 aprile 2008, p. 3 (http://www.30giorni.it/articoli_id_17702_l1.htm).
2 Ibid.
3 Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 080, Estero 1974, f. 401.
4 S. Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi, 2006, cit., p. 50.
5 L. Barca, Il Pci e l’Europa, intervista rilasciata a Paolo Ferrari, «Menabò di etica e economia impresa», 20 giugno 2004, (http://www.eticaeconomia.it/intervista-al-senatore-luciano-barca/), scaricato il 26 aprile 2016), ma anche L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del Pci, Rubettino Roma, 2005, vol. II, pp. 601-603.
6 Ibid.
7 Ibid.
8 M. Molinari, Governo ombra. I documenti segreti degli USA sull’Italia degli anni di piombo, Rizzoli, 2012, p. 109-112. Barca riferisce anche che Macaluso «è stato rimproverato per non aver informato il partito sul coinvolgimento di una figlia acquisita in un gruppo di estrema sinistra». Si trattava di Fiora Pirri Ardizzone.
9 J. La Palombara, Alla ricerca della solidarietà nazionale, Op. cit. p. 3.
10 F. Modigliani, L’impegno civile di un economista, a cura di Pier Francesco Asso, Protagon – Fondazione del Monte dei Paschi di Siena, 2007, pp. 35-37, cit. in P. Chessa, L’ultimo comunista. La presa del potere di Giorgio Napolitano, Chiarelettere, Roma 2013, p. 140.
11 la Repubblica, 8 aprile 2013, «Quell’incontro con Napolitano che Ted Kennedy rifiutò tre volte».
12 R.N. Gardner, Mission Italy, Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma 1977-1981, Mondadori, Milano 2004 Italy, cit.
13 Ivi, p. 124. Cfr L. Barca, Il Pci e l’Europa, intervista rilasciata a Paolo Ferrari, «Menabò di etica e economia impresa», 20 giugno 2004, (http://www.eticaeconomia.it/intervista-al-senatore-luciano-barca/).
14 R.N. Gardner, Mission Italy, cit., p. 125.

Maggio 1978, il viaggio mancato di Berlinguer negli Usa /1

berlinguer-unita-eccociNel luglio del 1977 la nuova amministrazione Carter autorizza l’apertura di un ufficio di corrispondenza de l’Unità a Washington. La direzione del giornale in accordo con quella del Pci inviò sul posto un giornalista di provata esperienza, Alberto Jacoviello, che oltre al ruolo di corrispondente svolse nei fatti anche quello di ambasciatore del Pci in ambienti accademici e politici1. L’ambasciatore Usa in Italia, Richard Gardner, rivendicò per sé questo passo: «Fin dai miei primi mesi come ambasciatore ero riuscito a convincere Washington ad approvare l’apertura di un ufficio dell’“Unità” nella capitale statunitense»2. Un lavoro che cominciò a dare presto i suoi frutti: il 18 novembre 1977 giunse alla sezione Esteri del Pci una lettera dal Dipartimento di scienze politiche dell’università di Yale. Su sollecitazione della professoressa Yasmine Ergas, intenzionata a tradurre il libro di Enrico Berlinguer, La politica internazionale dei comunisti italiani3, il professor Joseph La Palombara4 chiedeva se il segretario del Pci fosse disponibile a scrivere una prefazione per la traduzione americana. La missiva era in realtà un buon pretesto per sondare nuovamente le intenzioni del segretario comunista sulla possibilità di un suo viaggio negli Stati Uniti. La Palombara chiedeva anche se Berlinguer potesse prendere in considerazione un invito, del quale non abbiamo però altra fonte o conferma, formulato un po’ di tempo prima dalla sua università per recarsi a Yale come «Chubb Fellow», una posizione di prestigio per i conferenzieri propria della Yale University. Questa posizione, proseguiva La Palombara, «è la formula con la quale Santiago Carrillo è stato qui questa settimana e sono certo che potrà dire che è una formula ideale»5. 

Invitato per un ciclo di conferenze, il segretario dei comunisti spagnoli Santiago Carrillo era giunto a Yale quattro giorni prima, il 14 novembre1977, tenendo una serie di incontri durante i quali aveva evitato di presentarsi come «ambasciatore dell’eurocomunismo» per non irritare eccessivamente il Pcus. Nonostante questa precauzione riuscì lo stesso a suscitare scalpore, in Spagna e in Europa, dichiarando – senza aver prima consultato nessun altro dirigente del suo partito – che il Pce non era più «leninista». L’affermazione colpì favorevolmente Brzezinski, il quale compilò una sua personale classifica di affidabilità, ritenendo i comunisti italiani e francesi destalinizzati, a differenza dei portoghesi, ma ancora troppo leninisti6. Nel resto della sua lettera, La Palombara spiegava di non voler minimizzare «i problemi concernenti le norme e la realizzazione di questo tipo di visita […]. Naturalmente ci vorrà un certo tempo, una considerevole riflessione ed una accurata preparazione per sistemare tutto in modo che sia soddisfacente per Berlinguer. Il mio parere è che tale visita potesse coincidere con l’uscita qui del libro di Berlinguer. Per favore, può seguire questa questione e farmi sapere quale sia il Suo pensiero per risolverla?»7. 

La lettera di La Palombara ha una indubbia rilevanza storiografica: scopriamo infatti che erano ben due i dirigenti del Pci invitati negli gli Stati uniti. La circostanza solleva interessanti interrogativi poiché il visto finale lo ottenne solo Napolitano, responsabile della politica economica del Pci, e non il segretario generale Berlinguer. La proposta di La Palombara si arenò perché un secondo invito per tenere un ciclo di conferenze negli Stati Uniti programmato per il mese di maggio 1978 pervenne a Berlinguer l’8 febbraio 1978 da una seconda sede, la New York University. La lettera, indirizzata al responsabile dell’ufficio Esteri del Pci Segre, era firmata da Norman Birnbaum, sociologo dell’Amherst College ed esponente dell’ala sinistra del partito democratico statunitense. L’invito, era stato preceduto da un incontro a gennaio con lo stesso Segre8. Secondo Pons, che dedica alla vicenda un succinto commento, il viaggio di Berlinguer non ebbe luogo «forse a causa dell’affare Moro»9. Se è probabile che l’esito mortale del sequestro e gli effetti che produsse sul quadro politico abbiano indotto Berlinguer a rinunciare al viaggio, dagli archivi del Pci emergono anche segnali di una certa prudenza verso l’invito di Birnbaum. 
Franco Calamandrei, senatore e membro della Commissione esteri, che ebbe modo di incontrare l’universitario americano il 19 gennaio 1978, scrisse in una relazione inviata al partito che il docente era stato «indicato fra i tanti più o meno collegati con la Cia»10. Una voce, più che una informazione, fin troppo generica ma forse sufficiente per consigliare prudenza. Anche altre circostanze invitarono alla cautela, come la collocazione politica del docente, molto critica nei confronti dell’amministrazione Carter, situazione che poteva sollevare problemi di opportunità diplomatica per una viaggio così delicato. Resta senza risposta, invece, l’esito infruttuoso dell’invito di La Palombara e a oggi non sappiamo se fu una scelta autonoma dell’amministrazione Usa, che ritenne di selezionare l’esponente del Pci considerato più affidabile (Giorgio Napolitano), oppure di una decisione interna al gruppo dirigente comunista. 1/continua

Leggi qui la seconda puntata

Fonte: Paolo Persichetti in, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2007

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_br_cop Recensione

Note
1 Pasquale Chessa, L’ultimo comunista, Chiarelettere, 2013, cit., p. 129.
2 R.N. Gardner, Mission Italy, Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma 1977-1981, Mondadori, Milano 2004, p. 244.
3 E. Berlinguer, La politica internazionale dei comunisti italiani. 1975-76, Editori Riuniti, Roma, 1976.
4 Politologo della università di Yale, tra i maggiori esperti della politica italiana, nel biennio 1980-81 fu capo dell’ufficio culturale dell’ambasciata americana a Roma.
5 Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0310, 1078 Esteri, f. 1185. L’originale in inglese della lettera si trova nel microfilm 0310, f. 1184.
6 l’Unità, 16 novembre 1977.
7 Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0310, 1078 Esteri, cit.
8 Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Esteri lettera 8 febbraio 1978, b. 2477.
9 S. Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi, 2006, cit., p. 135.
10 Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, 1978, Segreteria, Microfilm 7801, f. 0087, citato in P. Chessa, L’ultimo comunista, Chiarelettere, 2013, cit., p. 139.

Via Fani, quando l’avvocato della famiglia Ricci accusava Moro «per la nauseante puzza di petrolio che si sentiva in aula»

Rivelazioni – Il carteggio tra l’avvocato Edoardo Ascari, legale della famiglia dell’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci e il Vice comandante dell’Arma dei carabinieri, generale De Sena. Un inedito che apre nuovi squarci sulla genesi del paradigma vittimario

 

 

(Acs, Migs, Busta 11, E. Ascari, Lettera al Vice comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale Mario De Sena, p. 3)

Era franco e diretto l’avvocato Edoardo Ascari, autore delle parole indicate nel riquadro, scritte per conto della signora Maria Rocchetti, vedova dell’appuntato dei Carabinieri Domenico Ricci ucciso la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani da un gruppo di fuoco delle Brigate rosse mentre conduceva la Fiat 130 con a bordo il presidente del Consiglio nazionale della Dc Aldo Moro. Originario di Modena, ritenuto un principe del foro, ex ufficiale degli alpini scampato alla campagna di Russia, difensore storico dell’Arma dei Carabinieri, Ascari è scomparso nel 2011 all’età di 89 anni. I cronisti della giudiziaria lo consideravano uno dei “quattro moschettieri” dell’avvocatura, insieme a Franco Coppi, Vittorio Chiusano e Gioacchino Sbacchi. Nella sua lunga carriera di penalista, oltre al processo Moro aveva seguito altre importanti vicende giudiziarie che segnarono la storia della prima Repubblica: nel primo dopoguerra si era occupato dei procedimenti contro i partigiani accusati delle uccisioni di ex esponenti del regime fascista nel cosiddetto “triangolo della morte” (Castelfranco, Manzolino, Rastellino), successivamente patrocinò le parti civili nel giudizio sul disastro del Vajont, sostenne anche i parenti di undici dei sedici morti nella strage fascista di Piazza Fontana, prese parte al processo per il sequestro dell’Achille Lauro da parte di un gruppo di guerriglieri palestinesi, partecipò al giudizio sulla morte del commissario Calabresi e difese Giulio Andreotti, insieme a Franco Coppi, accusato della morte di Mino Pecorelli.

Ma torniamo al 6 dicembre 1985 quando, incassata da pochi settimane (il 15 novembre 1985) la sentenza di Cassazione che metteva fine all’iter giudiziario del primo processo Moro, nel quale erano confluite le istruttorie Moro 1 e 1 bis, confermando per i 57 imputati chiamati a giudizio i 22 ergastoli pronunciati in appello, sommati ad altre centinaia di anni di carcere (per 17 di loro ci fu un rinvio in appello per una nuova rideterminazione della pena), l’avvocato Ascari scriveva una lettera al Vice comandante dell’Arma dei carabinieri, Generale De Sena, lamentando il comportamento delle altre parti civili.

Nella missiva contestava la posizione minimalista tenuta dagli avvocati Fausto Tarsitano, Guido Calvi, Giuseppe Zupo, Armando Costa, Luciano Revel e Antonio Capitella, che su mandato del Partito comunista – secondo quanto scrive Ascari – avevano rappresentato nel processo gli interessi dei familiari degli agenti di polizia Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino e Giulio Rivera, oltre che della famiglia del giudice Palma. In sostanza, il legale della famiglia Ricci, a sua volta incaricato dall’Arma dei Carabinieri, riteneva che «gli avvocati di ubbidienza comunista» avevano operato nel corso del processo «in modo da non danneggiare le tesi del loro partito […] avendo il Pci sposato la causa di pentiti e dissociati», come sintetizza il rapporto [pubblicato a fine articolo] che accompagnava la lettera di Ascari, redatto il 23 dicembre 1985 dal II Reparto dello Stato maggiore, Ufficio criminalità organizzata dei Carabinieri, testo che porta, tra gli altri, timbro e sigla dell’allora Capo sezione coordinamento, tenente colonnello Mario Mori (Acs, Busta 11).

Scriveva Ascari:

«Anzitutto i patroni delle famiglie degli Agenti di P. S. Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera – Avv.ti Tarsitano, Calvi ed altri – hanno semplicemente letto le loro conclusioni senza discuterle. Il fatto è che il P.C.I., che era il vero mandante – era dalla parte dei “dissociati” e dei “pentiti” e, quindi, l’Avv. Tarsitano e i suoi colleghi hanno preferito ubbidire agli ordini del Partito che li pagava, anziché ai doveri che loro derivavano dal mandato ricevuto, almeno formalmente, dalle famiglie degli Agenti di P.S. assassinati».

A questo punto il legale della famiglia Ricci rivelava al Generale De Sena un episodio accaduto prima dell’avvio del processo Moro in Corte d’Assise, nel 1983:

«Desidero qui ricordare che la cosa, da me largamente prevista, dette luogo a un aspro – molto aspro – scambio di “opinioni” tra il Gen. Corsini [capo di Stato maggiore dell’Arma dei Carabinieri] e l’allora Ministro dell’Interno Rognoni: l’episodio accadde quando io segnalai che il P.C.I. si era attivato avvicinando le famiglie degli Agenti, lasciate sole, sussidiandole e promettendo loro ogni assistenza gratuita».

Nella seconda parte della lettera Ascari rivendicava a sé (escludendo polemicamente tutte le altre parti civili, compreso il collega patrocinante la vedova del maresciallo dei carabinieri Leonardi) il merito di aver condotto la Suprema Corte, presieduta per l’occasione da Corrado Carnevale, a rivedere la propria giurisprudenza restrittiva sulla disciplina del concorso morale, estendendola «ai capi promotori» per i delitti commessi dagli altri associati sulla semplice base di questa «loro qualità». Impostazione che in due precedenti sentenze non era stata recepita dai giudici di Cassazione.
La corte d’Assise, presieduta da Severino Santiapichi, aveva comminato ben 32 ergastoli. Sempre in primo grado vennero inflitte 27 condanne per un episodio mai avvenuto [leggi qui, qua e ancora qui], come i fantomatici spari che da una moto sarebbero stati indirizzati contro Alessandro Marini, un occasionale passante che transitava all’incrocio tra via Fani e via Stresa. Nel successivo giudizio di appello, una più attenta definizione delle responsabilità personali e l’applicazione della legislazione premiale sulla dissociazione e la collaborazione permisero una parziale riduzione del numero degli ergastoli e dello stratosferico monte pene iniziale.

Ma è la parte finale della lettera che riserva le maggiori sorprese:

«Per quanto riguarda i patroni della famiglia Moro, il loro comportamento è stato vicino alla vergogna.
Infatti, essi hanno chiesto sostanzialmente alla Corte di dichiarare che Moro era un brav’uomo – il che non è, anche per la nauseante puzza di petrolio che si sentiva in aula – e che i terroristi, poi, in fondo, andavano “compresi” nelle loro motivazioni e nei loro “retroterra culturali”.
Quanto, poi, ai dissociati, il perdono della famiglia doveva portare con sé tutti gli altri perdoni umani e divini.
Per dire le cose da vecchio alpino, uno schifo».

Ascari non risparmiava parole per censurare la linea processuale dei legali della famiglia Moro, accusata di avere avuto attenzione solo per la tutela della onorabilità dello statista e ritenuta troppo disponibile al perdono verso i dissociati. Attaccava pesantemente la stessa figura del leader democristiano, alludendo al suo coinvolgimento nello “scandalo petroli”, un gigantesco giro di frodi fiscali (2 mila miliardi di lire) venuto alla luce nei primi anni 80 e da cui scaturivano anche finanziamenti occulti per alcune correnti Dc. L’inchiesta e il successivo processo videro coinvolti Sereno Freato, capo della segreteria personale di Moro, altri dipendenti dello studio personale dello statista democristiano, situato in via Savoia, il capo del servizio informazioni della Guardia di Finanza, Donato Lo Prete, il Generale Raffaele Lo Giudice, Comandante generale della Guardia di Finanza, numerosi petrolieri, tra cui Bruno Musselli, grande elemosiniere della corrente politica del dirigente democristiano, molto attivo nei giorni del sequestro quando fornì la propria disponibilità a coprire una eventuale richiesta di riscatto, al pari dell’avvocato Agnelli. Alla fine dell’iter giudiziario, dopo la metà del decennio 80, Freato che trascorse anche un periodo in carcere uscì indenne dalle accuse di partecipazione diretta alla frode e alla truffa. Il processo lambì la stessa moglie dello statista democristiano. Anche se le responsabilità politiche non vennero evidenziate, l’episodio in qualche modo annunciò quanto sarebbe accaduto di lì a pochi anni con le inchieste di “Mani pulite” che travolsero il sistema politico della Prima repubblica.

Seguendo le indicazioni dell’ufficio che aveva redatto un’analisi dei contenuti della lettera, e nella quale si segnalava come Ascari sottolineasse di «essersi trovato col solo appoggio del PM a sostenere i buoni diritti delle vittime dei terroristi» (accanto alla frase si legge una glossa manoscritta, «posizione giustificabile»), e auspicasse «che il comportamento delle parti civili sia reso noto in opportuna sede», a fine anno il Generale De Sena rispose con un diplomatico ringraziamento – preparato dallo stesso ufficio – per «le notizie fornitemi» congratulandosi con il legale per il suo operato processuale. (Acs, Migs, Busta 11)

Il rapporto dell’ufficio tecnico dello Stato maggiore dei CC che analizza la lettera dell’avvocato Ascari (Acs, Migs, Busta 11):

 

 

 

 

 

 

 

 

Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia /1a puntata

Da sempre priva di riscontri la vecchia dietrologia cerca conforto nelle nuove tecnologie. Domenica 22 febbraio la polizia scientifica ha effettuato una scansione laser del luogo dove Aldo Moro venne sequestrato 36 anni fa.
Questo è il primo di un ciclo di interventi dedicato ai lavori della nuova commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana. Leggi le puntate successive (2a e 3a)

Paolo Persichetti
Il Garantista 28 febbraio 2015

10995657_816482041732693_2140707097252357948_nIl tratto di strada che il 16 marzo 1978 vide alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord dare l’assalto, insieme a dei giovani romani di varia estrazione, al convoglio di auto che trasportava il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non trova pace.
Quella mattina, lungo via Fani si erano dati appuntamento in dieci: un tecnico, un contadino, una assistente di sostegno, diversi studenti, un artigiano, un paio di disoccupati, alcuni operai, un commerciante. Il più anziano aveva 32 anni, la più giovane 20. Erano le Brigate rosse, intenzionate a sferrare un attacco senza precedenti al «cuore dello Stato».
A distanza di 36 anni questo fatto storico non è ancora accettato dai cultori del complotto, anzi dei ripetuti complotti di diversa natura e colore, tutti assolutamente reversibili, che nei tre decenni ormai alle spalle si sono succeduti in perfetta antitesi tra loro.
E’ per questo che domenica scorsa l’incrocio tra via Fani e via Stresa, situato nella zona nord di Roma, è stato sottoposto a scansione laser da alcuni tecnici della polizia scientifica che in questo modo tenteranno di far rivivere i fatti di quella mattina di 36 anni fa attraverso alcuni software tridimensionali in grado di elaborare e verificare tutti i dati balistici, peritali e testimoniali raccolti all’epoca delle indagini e dei processi.
Lo ha deciso la terza commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento del leader 10986837_10204730816563878_2601269910022609904_ndemocristiano, insediatasi in ottobre. Dopo tanta dietrologia i commissari hanno pensato di ricostruire sotto forma di realtà virtuale la scena del rapimento. Quanto alla fine possa risultare attendibile una ricostruzione del genere, che integra dati raccolti in epoche lontane e con tecniche ormai sorpassate rispetto all’odierna tecnologia forense, per ora non ci è dato sapere. Il teatro dell’azione fu largamente inquinato dall’invasione di funzionari e vertici delle forze dell’ordine, fotografi e giornalisti che calpestarono i reperti. Addirittura una vettura della Digos, un’Alfasud beige, piombò sulla scena dell’attentato e fu parcheggiata sul lato del marciapiede dove era partito il commando. Si può facilmente ipotizzare che i suoi pneumatici abbiano fatto schizzare, o comunque spostato, diversi reperti, in particolare i bossoli. Ma in fondo, questo è l’aspetto meno importante: dei nuovi rilievi – sempre che risultino attendibili – non possono che confortare quanto è già noto da tempo.
Significativo, invece, è il dato politico che esprime questa iniziativa, mirata «a stabilire – come ha dichiarato il presidente della nuova commissione d’inchiesta, Giuseppe Fioroni – l’oggettività di alcuni fatti sulla base di una certezza: non c’è corrispondenza tra il racconto dei 55 giorni e alcune chiare circostanze».

Sul lato baso della foto è visibile l'alfasud della Digos

Sul lato baso della foto è visibile l’alfasud della Digos

Cinque processi, decine e decine di ergastoli erogati insieme centinaia di anni di carcere, due commissioni parlamentari, le testimonianze dei protagonisti, alcuni importanti lavori storici, non hanno scalfito l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico che da oltre tre decenni alligna sul caso Moro e l’intera storia della lotta armata per il comunismo, quando in realtà è proprio questa ostinazione negazionista il nodo che ha trasformato in un “caso” l’azione di via Fani.
Fa paura ancora oggi cercare risposte alle vere domande che quei 55 giorni sollevano: come prevalse la linea della fermezza? Perché Dc e Pci, in un reciproco gioco di ricatti e sospetti, rimasero irremovibili sulla posizione del rigor mortis? Perché gli uomini di Moro, ben piazzati dentro la Dc e nei gangli dello Stato, non fecero nulla, o ben poco, per agevolare la sua liberazione? Perché il Pci sabotò ogni tentativo di trattativa, anzi denigrò le lettere dell’ostaggio dichiarando che non erano farina del suo sacco, se è vero che Moro era ritenuto la pedina decisiva per portare a termine la strategia del compromesso storico? Le culture politiche di questi due grandi partiti furono poi così all’altezza degli eventi? Non è lì dentro che si dovrebbe scavare senza riverenze e scrupoli per capire?
Invece ancora oggi c’è chi prova ad offuscare l’intelligibilità di quell’evento, come ha fatto recentemente lo storico, ora parlamentare e membro della nuova commissione Moro, Miguel Gotor, restio ad accettare l’idea che dei giovani operai e borgatari romani si fossero organizzati al punto da sfidare lo Stato lasciando il corpo di Moro nel cuore della toponomastica del compromesso storico, «della lotta politica e della guerra fredda» (episodio reiterato con il sequestro D’Urso), a due passi da via delle Botteghe oscure (allora sede nazionale del Pci) e piazza del Gesù (sede nazionale della Dc).
Per Gotor, se le Brigate rosse volevano raggiungere quell’obbiettivo propagandistico, «lo avrebbero lasciato in una discarica della periferia con nella destra una copia dell’Unità e nella sinistra una copia del Popolo, e non si sarebbero mai e poi mai assunte tutti quei rischi incredibili».
Dunque Moro doveva finire nell’immondizia perché ciò che muove dalle periferie non può che sfociare nelle discariche, è quanto mostra di pensare il braccio destro di Bersani, dando prova di un forte pregiudizio classista venato di populismo anticasta. La storia successiva ci dice che a mettergli l’Unità in tasca non furono le Brigate rosse ma l’autore del monumento che gli venne dedicato a Maglie, in Puglia, mentre la sola idea che le periferie dell’epoca potessero appostarsi sotto i Palazzi della politica e dell’economia suscita ancora negli esemplari odierni del ceto politico quegli stessi brividi freddi che l’aristocrazia versagliese provò di fronte ai sanculotti che mettevano a ferro e fuoco l’ancien régime.
Si comprende perché la dietrologia, ora nella sua veste tridimensionale, oltre ad essere un redditizio affare per l’industria editoriale e la pubblicistica da marciapiede, si presta come balsamo consolatorio, diversivo che consente di evadere i quesiti più imbarazzanti, le responsabilità più pesanti. Quanti su questa fondamentale rimozione hanno costruito la loro fortuna, le loro carriere negli anni di quella Seconda repubblica nata sul funerale di Moro?

Via Fani, Le nuove frontiere della dietrologia

Le due destre. Michele Serra: “Saviano è di destra, ma siccome in Italia non c’è una destra politica rispettabile allora lo ospitiamo a sinistra”

Nella consueta rubrica che tiene su Repubblica (potete leggere l’integrale qui sotto) Serra scrive: Saviano «È uno scrittore-soldato, che paga la sua guerra alla malavita conducendo una vita tremenda. Non è di sinistra, ha valori popolari molto simili a quelli di un meridionale tradizionalista non colluso e non servo. È un uomo libero e coraggioso. In un Paese munito di una destra decente (cioè legalitaria e repubblicana) sarebbe di destra. Dunque, non in questo Paese».
Ora che anche Michele Serra ci ha spiegato che il “civismo” propinato da Saviano non appartiene alla categoria dell’impegno, riassunto nella figura dell’écrivain engagé, ma a quella del volontario che si arruola nella legione militare della scrittura di guerra, che ne fa un author embedded, un warwriter, «scrittore-soldato» che agita l’etica armata, il moralismo in uniforme, l’epica della scorta militare come un’arma di devastazione di massa dell’intelligenza e della critica, tutto dovrebbe essere più chiaro.
E invece no. La parte più importante del ragionamento di Serra è un’altra (Saviano vi appare solo come rivelatore): siccome in Italia non c’è una destra degna del suo nome ma una destra “cafona, corrotta, mafiosa, pidduista, illegale, faccendiera, puttaniera, fascista, eccetera, eccetera”, la sinistra è costretta, per senso di responsabilità, a situarsi a destra, fare la destra del Paese.
Il risultato è che da diversi decenni in Italia ci sono solo due destre mentre la “sinistra” (che non vuol dire nulla se non un vago riferimento spaziale; ma passatemi per brevità l’uso di questo termine) è scomparsa.
Si cominciò con l’attenzione verso i cattolici, il compromesso storico, l’alleanza con i moderati, la politica dei sacrifici, l’austerità berlingueriana, la classe operaia che doveva farsi classe nazionale e stringere la cinghia per dare l’esempio (come sosteneva Giorgio Amendola riprendendo Togliatti), la moderazione salariale voluta da Luciano Lama. Poi, dopo l’avvento di Berlusconi, venne il gioco di sponda e l’abbraccio verso quei pezzi della vecchia destra ultramoderata, reazionaria, anch’essa come il berlusconismo ferocemente antioperaia e anticomunista, messa in soffitta dal mecenate della pubblicità: da Indro Montanelli, l’eterno frondista di tutti i regimi (monarchico, fascista, repubblicano) a Mario Segni, erede di quella destra repubblicano-gollista che negli anni 60, e ancora dopo, aveva flirtato con tutti i tentativi di stabilizzazione autoritaria dell’Italia. Poi sono arrivati i Marco Travaglio, che avevano fatto la gavetta al Borghese e poi da Montanelli divenuti facitori d’opinione sull’Unità, per approdare a Roberto Saviano.
L’esercizio migliore di questa sinistra (per intenderci il ceto politico che risiedeva a Botteghe oscure) era dare lezioni alla destra, spiegare loro cosa era e cosa si dovesse fare per essere veramente di quelle parti. Scegliersi l’avversario era il loro vezzo, stabilire chi aveva legittimità di esserlo. Quando venne di moda fare i liberali, Veltroni si trasformò all’improvviso nel dispensatore delle patenti di liberalismo altrui. Chi non aveva l’imprimatur di Botteghe oscure era ritenuto un contraffattore. Persino il vecchio Pli dovette inchinarsi alla fonte battesimale degli ex del Pci.
Ed eccoli oggi a spiegarci che siccome Saviano non ha casa politica (anche se passa le vacanze nei villoni di Corrado Passera) non c’è altra strada che accoglierlo… La realtà è che Saviano dentro questa sinistra ultraliberale e giustizialista, ci sta benissimo.

*    *    *

Michele Serra
dalla rubrica L’AMACA, la Repubblica del 5 giugno 2012

Sento in un talk-show l’impressionante Sallusti definire Roberto Saviano “un ricco scrittore”, espressione che al pubblico che fa riferimento a Sallusti deve sembrare l’acme della corruttela morale. Pare di capire che la destra bastonatrice (Giornale e Libero, per non far nomi) voglia indicare in Saviano il nuovo, odiato simbolo dei “radical chic”, il leader blandito “nei salotti che contano” dalle signore svenevoli e dagli orditori delle trame demo-pluto-massoniche. I toni e gli argomenti usati contro l’autore di Gomorra sono piuttosto spregevoli (anche se non raggiungono l’allucinata violenza toccata un mesetto fa da Giuliano Ferrara sul Foglio in uno degli articoli più ignobili della storia del giornalismo mondiale), ma la sostanza della campagna di stampa fa decisamente sorridere. Saviano può piacere o non piacere, ma con i radical chic c’entra come i cavoli a merenda. È uno scrittore-soldato, che paga la sua guerra alla malavita conducendo una vita tremenda. Non è di sinistra, ha valori popolari molto simili a quelli di un meridionale tradizionalista non colluso e non servo. È un uomo libero e coraggioso. In un Paese munito di una destra decente (cioè legalitaria e repubblicana) sarebbe di destra. Dunque, non in questo Paese.


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Da Berlinguer passando per De Mita, Segni, Fini e Saviano: la vocazione dello scalfarismo all’eterodirezione dei gruppi dirigenti della politica

Categorie della politica – Lo scalfarismo

http://www.ilfoglio.it/soloqui/13678

di Maurizio Stefanini
Il Foglio 2 giugno 2012

Il giornale per la “classe dirigente” e la mania dell’eterodirezione: dal Pci di Berlinguer alla Dc di De Mita. Ma anche le liste in proprio, come la Lega Nazionale

«Poiché il quadro politico ed economico è questo, poiché la maggioranza attuale non è credibile e un’opposizione credibile non c’è, è venuto il tempo che la società civile rivendichi il suo ruolo di protagonista e prenda in mano direttamente la gestione della nazione… Imprenditori, cooperativisti, sindacalisti, capi-operai, intellettuali, uomini delle libere professioni, che dovrebbero costruire questo luogo di incontro, aperto alle forze di buona volontà ma solidamente picchettato da paletti morali e programmatici. Non sarebbe un nuovo partito né un’ennesima e dispersiva lista elettorale, ma una grande forza trasversale». Firmato, Eugenio Scalfari. No, non sono le parole con cui sta chiamando, in questi giorni, alla Lista civica nazionale, o Lista Saviano, o Lista Scalfari che dir si voglia. Oltre vent’anni fa, fu l’appello con cui il primo dicembre del 1991 il Fondatore chiamò alla costruzione di una “Lega Nazionale”, identificata con la «maggioranza sommersa» che pochi mesi prima aveva votato il referendum di Mario Segni «contro l’espresso parere di Craxi e Bossi che ci avevano invitato ad andare al mare invece che alle urne».

Nel 2011 Saviano, nel 1991 Segni. Ma non solo loro. Nel mezzo ci sono tanti altri tentativi di passare dal giornalismo politico alla politica in quanto tale. Scalfari, prima di arrivare ai quarant’anni, ha già diretto ben tre campagne elettorali: nel 1953 il Pli; nel 1958 la lista tra radicali e Pri; nel 1960 le liste tra radicali e Psi alle comunali. Esperienze del resto tutte disastrose, che lo inducono a lasciare la politica attiva per il giornalismo. Poi tra 1968 e 1972 Scalfari torna in politica, come deputato socialista. Ma si convince che un parlamentare conta meno di un direttore di giornale, e dopo essere stato trombato si dedica al progetto che il 14 gennaio 1976 si traduce nell’uscita di Repubblica. «Questo giornale è un poco diverso dagli altri: è un giornale d’informazione il quale, anziché ostentare una illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d’aver fatto una scelta di campo. E’ fatto da uomini che appartengono al vasto arco della sinistra italiana, consapevoli d’esercitare un mestiere, quale appunto del giornalista, fondato al tempo stesso su un massimo d’impegno civile e su un massimo di professionalità e di indipendenza».
«Finora si sono fatti dei giornali omnibus, buoni cioè per tutti i lettori. Noi, invece, vogliamo ritagliare dalla massa del pubblico una fetta precisa: la classe dirigente, prendendo come riferimento non il reddito ma i ruoli esercitati nella società». Così nacque il giornale partito. Ma la vocazione è la vocazione, e il Fondatore non rinuncia a provare ad esercitare una funzione che sia  qualcosa in più della sola formazione della “classe dirigente”.

Così il primo partito su cui Scalfari intende riversare il suo know-how ideologico è proprio il Psi, ma dopo il 1976 punta decisamente sul Pci. Vocazione maggioritaria ante litteram. «La classe dirigente ha capito da un pezzo ciò che la piccola borghesia italiana stenta ancora a capire, e cioè che il Pci è un partito democratico come tutti gli altri», scrive  il 21 gennaio 1979. Ha grande successo con la base, sedotta da un giornale tanto più glamour della vecchia stampa di partito. Meno con i dirigenti.
«Il suo direttore pretende di modificare l’immagine che abbiamo di noi, orientare i nostri comportamenti e indirizzare il processo in corso nel Pci verso certi esiti piuttosto che verso altri», dirà Enrico Berlinguer. «In tutto questo c’è qualcosa di oscuro che non mi piace». Successivamente, cogliendo l’occasione della crisi del Corriere della Sera per lo scandalo P2, nel gennaio 1983 Scalfari spiega che «è arrivato il momento di insediare il giornale in aree politiche e culturali meno di sinistra». Il suo nuovo punto di riferimento è Ciriaco De Mita, «l’uomo della risposta democristiana all’intraprendenza socialista». Per telefono, nel luglio 1986 lo convince a bloccare un governo Andreotti, e per telefono lo convince a nominare Antonio Maccanico ministro delle Riforme istituzionali quando il 13 aprile 1988 diventa presidente del Consiglio. «Sei il nuovo De Gasperi e farai dell’Italia una Svizzera». Ma solo un anno dopo, il 15 settembre 1989 conclude: «Mai un uomo che ha avuto il massimo del potere per sette anni ne ha fatto un uso così inefficace».

Neanche l’evoluzione del Pci in Pds lo convince. «Farfalla che aveva paura di volare», perché Occhetto non ha accettato il suggerimento di guardare «più il new deal rooseveltiano che il riformismo di Bernstein e Kautsky».

E così lancia la Lega Nazionale, il cui nucleo costituente è da lui individuato nel 1992 in una serie di candidature comuni per il Senato della Calabria. «La Malfa e Occhetto hanno mancato entrambi quello che essi ritenevano il successo, ma rappresentano, in modi e dimensioni diverse, forze rispettabili e utilizzabili per indicare le nuove regole di comportamento politico. E così Verdi e Orlando». Poi torna a guardare a Segni, salvo passare il suo imprimatur a Ciampi.  «Come ai tempi di Einaudi» è il suo editoriale del 17 aprile 1993. Il 7 dicembre 1993 Occhetto ridiventa il leader di una «Grande alleanza… tra la società civile e la sinistra riformatrice». La «gioiosa macchina da guerra» verrà sconfitta, ma in capo a due anni si trasfigura nell’Ulivo vittorioso: «Un soggetto politico nuovo e destinato a durare». Missione compiuta al punto che decide di passare di mano la direzione del giornale. Salvo poi, il 13 aprile 1997 concludere: «Ma Prodi, chi è Prodi? Un vanitoso, un testardo, un furbo, un dilettante, un politico fine, un politico stolto? Risposta: Prodi è esattamente il frutto dei nostri tempi, il frutto di una Seconda Repubblica che si prefigura ma non è ancora nata». Il 16 gennaio del 2000 definirà i Ds «il partito della sinistra ora c’è», ma  dopo la sconfitta il 3 ottobre del 2002 riconosce: che «il collante principale che tiene unito, al di là di tante divisioni, il cosiddetto ‘popolo di sinistra’» è “l’antiberlusconismo”. Il 14 ottobre 2007 saluta la nascita del Partito democratico, cui proporrà addirittura un suo Lodo per decidere le primarie. Ma il Pd lo rifiuta, e d’altronde a Scalfari dirigere uno solo dei poli in campo non è mai bastato. «Meno male che c’è Fini», titola il 30 marzo 2010. Ma già il 28-29 marzo 2010, Repubblica lanciava attraverso Saviano un appello alla vigilanza Onu sul voto.

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Cossiga: un dirigente del Pci mi disse «Date una strizzatina ai brigatisti»

Nonostante il consueto stile allusivo e l’abilità nel tirare in ballo (in modo del tutto giustificato) anche gli altri, allargando la superficie delle reponsabilità politiche, d’altronde parliamo di anni in cui vigeva quel particolare modello di consociazione politica che era il compromesso storico, Cossiga in questa intervista dice alcune cose importanti che lasciano capire il grado di internità della sfera del politico nella scelta di ricorrere allo strumento delle torture contro le persone coinvolte nelle indagini contro la lotta armata. L’avallo all’uso delle torture durante gli interrogatori di polizia venne dato nel corso di una riuniode del Cis (comitato interministeriale per la sicurezza) che si tenne l’8 gennaio 1982. Ma in realtà in quei giorni vi furono ripetuti incontri e decisioni, formali e informali, a livelo di esecutivo e vertici della sicurezza. Quella dell’8 gennaio fu solo una riunione che formalizzò politicamente scelte prese nei giorni precedenti in sede tecnico-operativa. Ne è una riprova il fatto che il funzionario dell’Ucigos Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, entrò in azione con la sua squadra di torturatori subito dopo gli arresti di Stefano Petrella e Ennio Di Rocco avvenuti il 3 gennaio 1982.

– La prima importante affermazione di Cossiga riguarda il grado di complicita del Pci di suo cugino Enrico Berlinguer. Senza il tacito consenso di questo partito, un ricorso così ampio alle torture da parte di un apparato strutturato del ministero dell’Interno non sarebbero mai stato possibile. Anzi, da quel che lascia intendere Cossiga, il Pci non subì passivamente la scelta ma in qualche modo l’ispirò. D’altronde una cosa del genere non deve stupire poiché appare del tutto in linea con la scelta fatta in quegli anni da Botteghe oscure di ricorrere a strumenti d’eccezione: come fu l’appello alla delazione; il tentativo di mobilitare la propria base sociale con i famosi questionari; la creazione di una rete parallela di spionaggio nelle fabbriche (rete a cui apparteneva Guido Rossa), nei quartieri, nelle scuole più calde attraverso le quali schedare le persone ritenute sospette di simpatie brigatiste o aderenti ai gruppi più duri dell’Autonomia. Nomi che poi venivano ceduti ai nuclei speciali del generale Alberto Dalla Chiesa; la collaborazione alle operazioni di infiltrazione dei gruppi rivoluzionari armati fatti sotto il diretto controllo sempre degli uomini del generale Alberto Dalla Chiesa; il ruolo svolto durante il processo di Torino al cosiddetto “nucleo storico delle Br”.

– Cossiga esclude il ricorso sistematico a torture fino alla fine degli anni 70, non si pronuncia sui periodi di intervallo nei quali non si trovò ad essere ministro dell’Interno o presidente del Consiglio. L’allusione a questo intervallo è ancora una volta significativa poiché corrisponde ai periodi in cui entrarono in azione le diverse squadre che praticarono le torture. La tortura di Enrico Triaca iniziò alla fine della giornata del 17 maggio 1978, quando l’interim del ministero dell’Interno era stato assunto da Giulio Andreotti, allora primo ministro. Cossiga infatti aveva rimesso il suo mandato il 9 maggio 1978. Le dimissioni vennero formalmente accolte con Dpr l’11 maggio successivo, Gazzetta ufficiale 15 maggio 1978 n° 132. Formalmente Cossiga non era più in carica al momento della tortura contro Enrico Triaca. Nel corso di tutto il 1982 ministro dell’Interno sarà Virginio Rognoni, che nel giugno 1978 aveva sostituito proprio Cossiga. Virginio Rognoni, ancora in vita, è il ministro delle torture ed a Matteo Indice ha risposto in questo modo.

– Cossiga ammette di conoscere senza mezzi termini Nicola Ciocia, alias De Tormentis, ma quel che più conta fa capire che Ciocia-De Tormentis era conosciuto soprattutto per la sua particolare “abilità” negli interrogatori. Una abilità che – Ciocia stesso lo ha rivelato – consisteva nel ricorso al waterboarding e altre violenze sull’interrogato.

L’Intervista – «Quando fu rapito suo figlio, De Martino mi chiese l’aiuto di quel poliziotto “abile” negli interrogatori»

Mateo Indice
Il Secolo XIX,  25 giugno 2007

Gernova – «Lo ricordo come fosse ieri, era il 1977 e io ministro dell’Interno. Ricevetti la visita di un alto dirigente del Partito comunista, che aveva fatto la Resistenza [il riferimento è con tutta evidenza a Ugo Pecchioli, Ndr]. Mi disse: “Per accelerare le indagini e prevenire gli attentati non potete dare una strizzatina ai brigatisti che avete in carcere?”. La frase mi colpì, ovviamente, ma credo sia eloquente per tratteggiare il clinma di tensione e apprensione che si viveva allora, nel quale personalità di primissimo piano  sarebbero state disposte a “indulgere” verso certe pratiche». Il senatore a vita Francesco Cossiga (ottavo presidente della repubblica fra il 1985 e il 1992) usa questa premessa per parlare delle torture ai terroristi, svolte «sistematicamente, da un gruppo strutturato» in base alle testimonianze inedite raccolte dal nostro giornale fra gli stessi superpoliziotti che curarono le indagini più delicate negli anni di piombo.

Presidente, un questore uscito dalla polizia vent’anni fa ha raccontato che, dal rapimento Moro in poi, gli interrogatori violenti hanno rappresentato una prassi consolidata nelle indagini sul terrorismo.
«Se è successo, si è trattato d’una scelta drammatica, non condivisibile perché io parto dal presupposto che non si può mai abbattere la legalità. Ho vissuto giorno per giorno le inchieste sugli attentati nel mio ruolo di ministro dell’Interno e presidente del consiglio poi: ottenevo relazioni costanti dai vertici delle forze dell’ordine e mi sento di escludere che, almeno fino alla fine degli anni ’70, siano avvenute cose del genere. Ma ovviamente occorre distinguere: non possiamo definire tortura una sequenza di domande anche molto pressanti dal punto di vista psicologico, nella quale si utilizzano tecniche particolari per far stremare mentalmente un terrorista, le cui rivelazioni possono salvare delle vite».

I riferimenti sono soprattutto all’epoca della liberazione del generale Dozier (1982) e agli anni immediatamente precedenti e successivi.
«Su quell’intervallo mi posso pronunciare meno. Però la magistratura indagò su alcuni agenti che maltrattarono terroristi detenuti. Non so dire se ci fossero “mandanti” a un livello più alto». In Israele questo tema è stato oggetto di dibattiti furenti. Ma lì si vive una situazione diversa, ovviamente, non paragonabile agli anni di piombo. E allora, ripeto, credo che il nostro Paese abbia sempre garantito la tenuta democratica dei suoi apparati di sicurezza».

Conosceva i funzionari (uno è Salvatore Genova, dell’altro rispettiamo al momento la richiesta di anonimato) che hanno parlato di torture sistematiche, accennando al gruppo “dell’Ave Maria”?
«Soprattutto il secondo, sì. Ricordo perfettamente che di lui mi parlò il senatore socialista Francesco De Martino. Era l’aprile del 1977, fu rapito suo figlio Guido (uno degli episodi più oscuri di quell’anno, sulla cui matrice rimase sempre incertezza, ndr) e mi chiamò quasi subito, trafelato. Io ero ministro dell’Interno e mi chiese di affidare le indagini allo stesso poliziotto – allora non aveva ancora il grado di questore – che voi adesso avete rintracciato a Napoli. Disse che avrebbe risolto il caso in fretta, in qualche modo».
(Guido De Martino fu liberato dieci giorni dopo e per settimane si discusse sull’avvenuto pagamento di un riscatto, ndr).

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Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Il generale Dozier alla cerimonia in ricordo di Umberto Improta, uno dei funzionari di polizia coinvolti nelle torture
Torture della Repubblica: il movimento argentino degli escraches, un esempio di pratica sociale della verità

Berlinguer non ti voglio bene

Sembra che al terzo piano di viale del Policlinico 131 abbia fatto molto discutere un mio articolo (Caso Penati: l’ipocrisia del Pd ha radici lontane) sull’inchiesta per corruzione, finanziamento illegale e altri reati, che ha coinvolto Filippo Penati, capo della segreteria politica di Luigi Bersani, già sindaco di Sesto san Giovanni, presidente della provincia di Milano, vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia, uscito su Liberazione del 28 agosto 2011.
Nei giorni successivi sono arrivate le repliche di Imma Barbarossa, 31 agosto, e Guido Liguori, 4 agosto.

Se Barbarossa ha definito «qualunquista» la mia ricostruzione delle modalità “parallele” di finanziamento a cui era ricorso il Pci, poi Pds-Ds, già prima che terminasse il sostegno economico di Mosca (a quanto pare sono cadute nell’oblio le testimonianze dei dirigenti di primo piano che hanno gestito quella fase e raccontato per filo e per segno come funzionava il sistema di finanziamenti occulti del Pci poi Pds);
per Liguori (autore nel 2009 di un esercizio di storia controfattuale sulla fine del Pci, La morte del Pci, Manifestolibri, interamente votato alla venerazione di Enrico Berlinguer, dipinto come una figura abbandonata ad una tragica solitudine da un ceto empio e traditore di dirigenti che l’attorniavano), la mia sarebbe una «narrazione» distante dai fatti storici e di chiaro segno «berlusconiano».

In attesa di una mia risposta, potete leggere una interessante replica all’intervento di Liguori da parte di Gianluca Schiavon. Per chi non avesse orrore di questa discussione e volesse approfondire (siamo in piena epoca di revival e dal 15 al 17 settembre si terrà alle terme di Caracalla una festa con dibattiti, musica, spettacoli, interamente dedicata al ricordo di Luciano Lama ed Enrico Berlinguer…): tutti gli interventi con relativi commenti sono riportati in basso al post su Penati e su Liberazione.it

Caso Penati, l’ipocrisia del Pd ha radici lontane
La questione morale e la diversità comunista di Imma Barbarossa

Comunisti italiani diversi fino alla morte di Enrico Berlinguer di Guido Liguori
No, la segreteria di Berlinguer fu all’insegna del compromesso non del conflitto di Gianluca Schiavon

No, la segreteria di Berlinguer si svolse all’insegna del compromesso non del conflitto

Gianluca Schiavon
Liberazione.it 8 settembre 2011

Riflettere sulla linea del Pci negli anni 70 non può prescindere dall’evoluzione della sua organizzazione e del suo finanziamento. Sono quindi stato stupito dalla polemica tanto ruvida che un ricercatore confermato, illustre studioso di Gramsci, ha fatto dalle colonne del nostro giornale domenica 4 settembre 2001.
Guido Liguori nell’articolo comparso ha sostenuto la tesi di fondo che la questione morale fosse un problema marginale nel Pci di Berlinguer grazie al suo carisma e, persino, al suo “cesarismo”. Fino alla morte del Segretario «la barra venne tenuta coraggiosamente a sinistra – scrive Liguori – e notevoli furono i frutti raccolti, sul piano del consenso, nella società e anche a livello elettorale». Una tesi certamente suggestiva ma poco aderente ai fatti, che a differenza delle ‘narrazioni’, nutrono la storia. Cominciamo col dire che la segreteria Berlinguer fu quella in cui il Pci espanse al massimo la sua vocazione di governo, non solo in Comuni e Province, ma anche, per la prima volta, in organi legislativi – quali sono le Regioni – in tutto il territorio nazionale. Il Pci per la prima volta espresse nell’ultimo lustro degli anni 70 la maggioranza dei componenti delle giunte delle principali aree metropolitane, delle quattro Regioni del centro Italia, del Lazio, della Liguria, del Piemonte. In quegli stessi anni il Partito riorganizzò la sua presenza largamente maggioritaria nel sistema delle cooperative di consumo, edilizie e agricole, al contempo consolidò una grande compagnia assicurativa e un sistema bancario locale come forze collaterali a sé. La fine dell’esperienza della solidarietà nazionale per nulla condivisibile, ma non ingiustificata, non modificò la linea politica su questo tema. L’idea espressa dal gruppo dirigente quasi nella sua interezza era che il Partito dovesse dirigere i processi economici e sociali sintetizzandone le spinte. In un’intervista televisiva a Giovanni Minoli, Berlinguer il 27 aprile 1983 dichiarava non casualmente «mi dispiace che il nostro potere [del Pci] sia ancora insufficiente sa realizzare i nostri obbiettivi». Non si può dire quindi che il Segretario del Pci subisse passivamente le posizioni più realiste o compromissorie di altri dirigenti a lui vicini. Né si può dire che grazie a Berlinguer il Pci «non si faceva “omologare” nel sistema politico allora vigente, quello del Caf». La prima ragione è che il Caf non esisteva perché la Dc – a parte la brevissima stagione della segreteria di Flaminio Piccoli – era diretta dalla sinistra interna (da Zaccagnini a De Mita, da Prodi a Galloni) e perché il Psi lanciava in quel periodo la sfida alla Dc sul sistema di potere apparendo come una forza di sinistra di governo antidemocristiana e acomunista. La seconda ragione è che fino al referendum sul punto unico di contingenza Berlinguer e il Pci aprirono alle ragioni di alcune vertenze operaie (la FIAT nel 1980) e di alcuni movimenti, ma si guardarono bene dal rompere i rapporti col Psi o le giunte locali con la Dc. In una temperie dei primi anni 80 in cui la ristrutturazione economica stava modificando il sistema industriale e finanziario e in cui le grandi lotte segnavano il passo, un Partito che aveva scelto di ricollocarsi e di rimodulare la sua organizzazione sul governo – lato sensu – molto più che sul conflitto scelse di rafforzare le relazioni, e i compromessi, con alcune strutture economiche. E nella citata intervista del 28 luglio 1981 a Repubblica Berlinguer polemizzò sulla questione morale implicitamente anche con il Partito da lui diretto per alcuni di questi compromessi. Non facendo il poliziotto o il magistrato non so dire se queste relazioni e mediazioni produssero un sistema di illegalità, certamente gli episodi corruttivi sono stati più sporadici degli altri Partiti. Gli episodi ci sono tuttavia stati e per questo l’opinione maggioritaria delle compagne e dei compagni che fondarono il Partito della rifondazione comunista nel 1991 partì dalla consapevolezza di questi episodi negativi per costruire un’intrapresa politica nuova, impresa, almeno sulla questione morale, riuscita.

Caso Penati: l’ipocrisia del Pd ha radici lontane

Tangenti area ex Falk, il Pd convoca la commissione di garanzia.  «Il caso Penati non è isolato», lo afferma il senatore del Pd Felice Casson. «Esiste un problema di corruzione diffusa che riguarda sia la pubblica amministrazione, sia il Pd». Dopo le pressioni Penati annuncia su una lettera pubblicata dall’Unità che rinuncierà alla prescrizione in caso di processo. Intanto l’inchiesta si allarga nel tentativo di portare alla luce l’esistenza di un vero e proprio sistema di raccolta di finanziamenti occulti, sotto forma di tangenti e appalti forniti alle coop, per finanziare il Pd. Come una crudele legge del contrappasso ritorna a galla il nodo irrisolto del finanziamento della politica ipocritamente occultato dagli esponenti dell’ex Pci, oggi Pd, dietro la scelta di cavalcare le campagne populiste agitate dai settori politici giustizialisti

Paolo Persichetti
Liberazione 28 agosto 2011

L’area ex falk

Ci fu un tempo in cui si parlava di «diversità comunista». L’espressione venne coniata da Enrico Berlinguer agli inizi degli anni 80. La diversità cui faceva cenno il leader che si «era iscritto da giovane alla segreteria del partito», come sottolineò una volta Giancarlo Pajetta con il suo consueto sarcasmo, non alludeva certo ad una qualche natura rivoluzionaria o antisistema. La formula trovava origine dalla necessità di prendere le distanze dall’impressionante voracità che il rampante ceto politico craxiano stava mettendo in mostra nei primi anni del Pentapartito. Nei suoi interventi Berlinguer denunciava la presenza di una «questione morale», con esplicito riferimento alla situazione di degrado raggiunta da un sistema politico dominato da corruzione e affarismo. In verità più che morale la questione era sistemica ed investiva la natura strutturale di quella che in quegli anni cominciava ad essere definita la “Prima repubblica”, il sistema dei partiti da altri più polemicamente definito “partitocrazia”.

Un Pci in forte crisi politica e teorica dopo il crepuscolo del compromesso storico aveva fatto dell’etica una barricata ideologica residuale che disegnava l’alterità morale assoluta dell’uomo di sinistra rispetto al resto della società. Il capitalismo, la corruzione, i disfunzionamenti delle amministrazioni potevano trovare soluzione grazie alla tempra morale di quell’uomo nuovo che era “l’amministratore comunista”, finché lo scandalo delle tangenti della metropolitana milanese, arrivato meno di un decennio più tardi, non riportò tutti alla brusca realtà. La diversità non esisteva. Venuti meno i finanziamenti sovietici il Pci aveva cominciato a raccogliere tangenti e finanziamenti occulti come gli altri partiti per sostenere la propria macchina politica.

Prim’ancora che una macchia morale era il segno della definitiva perdita della propria autonomia sociale. Poi venne il “compagno G”, quel Primo Greganti militante d’acciaio incaricato dal vertice del partito di raccogliere denaro sporco, come quello della Ferruzzi, definito «la madre di tutte le tangenti», per rimpinguare le casse dell’organizzazione. Greganti tenne botta e i dirigenti del Pci si salvarono. D’altronde la magistratura non aveva interesse ad approfondire oltre per non alienarsi una sponda politica che l’aveva sempre sostenuta. L’azione repressiva si concentrò su Craxi e la Dc spianando la strada a Berlusconi e il mito della diversità, seppure un po’ scalfito, riuscì a tramandarsi anche negli anni della Seconda repubblica, fino a traghettare con l’alternarsi delle sigle e delle fusioni nel Pd. Poteva finire qui, ma la ruota della storia ha ripreso a girare velocemente giocando brutti scherzi. Così la diversità post-comunista e post-sinistra democristiana inveratasi nel partito democratico è rovinosamente crollata ancora una volta tra le nebbie lombarde, in una roccaforte storica come Sesto san Giovanni.

Filippo Penati, dimessosi di corsa da capo della segreteria politica di Luigi Bersani, vicepresidente del consiglio regionale lombardo, emblema di quel ceto di amministratori incorruttibili, capace di strappare la provincia di Milano alla Lega, è finito nel tritacarne insieme al suo braccio destro Giordano Vimercati. Accusato di aver messo in piedi un sistema di raccolta di tangenti in cambio di appalti concessi per la riqualificazione dei terreni industriali della ex Falck, si è autosospeso dal partito. Il Gip ha rifiutato l’arresto dei due ritenendo prescritti i fatti-reato, derubricati come corruzione. La procura in netto disaccordo ha fatto ricorso. Per i pm di Monza si tratta di concussione, capo d’imputazione con tempi di prescrizione più lunghi. Intanto le indagini puntano ad accertare altri episodi più recenti.

Cosa farà ora il Pd? Si accontenterà di una convocazione davanti alla commissione di garanzia, come se la vicenda fosse solo di natura disciplinare e non politica? Al di là degli esiti giudiziari sul piano politico la vicenda grida di smetterla con l’ipocrisia populista e la demagogia delle macchine del fango.

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L’inutile eredità del Pci tra consociativismo e compromesso storico

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Valerio Verbano a trent’anni dalla sua morte: amnistia in cambio di verità

Solo l’uscita dall’ipoteca penale può aiutare a scrivere finalmente quelle pagine bianche. Sarà poi la storia a dare il suo giudizio

Paolo Persichetti
Liberazione 14 febbraio 2010 (versione integrale)


Ad un certo punto del suo libro (scritto con Alesando Capponi, Sia folgorante la fine, Rizzoli 2010) Carla Verbano prende quasi per mano il lettore accompagnandolo lungo le strade che tracciano il quadrante nordest della Capitale. Un viaggio della memoria che si addentra per le vie dei quartieri Trieste, Salario, Nomentano, Montesacro, Talenti, Tufello, Val Melaina. La zona è tagliata in due dal ponte delle Valli che sul finire degli anni 70, come accadeva in molte altre strade o piazze d’Italia, «separava il bene dal male», segnava lo spartiacque politico tra i territori rossi e quelli neri. La “passeggiata” è costellata da tappe: marciapiedi, portoni, incroci, fermate d’autobus, bar, dove sono avvenuti scontri, attentati o sparatorie contro militanti di sinistra e di destra, giudici, poliziotti o persone ignare, uccise per sbaglio. Topologia di un conflitto, della sua parte più inutile, che ancora oggi la memoria ufficiale evita di nominare per quello che fu: una guerra civile strisciante. Senza contare i morti, ricorda la madre di Valerio Verbano: «Solo tra 1978 e 1979 tra Montesacro e Talenti ci sono stati 42 attentati dinamitardi a edifici, 87 aggressioni, 12 incendi ad automobili».
Il percorso che Carla Verbano propone, tenta di venire a capo della morte di suo figlio Valerio, diciannovenne militante dell’autonomia ucciso il 22 febbraio 1980. Dopo 30 anni i suoi assassini sono ancora senza volto. Un omicidio anomalo sul piano operativo, ma nel libro si ricorda un precedente, un ferimento realizzato da elementi dell’estrema destra avvenuto con le stesse caratteristiche ma dimenticato dalle indagini. Diversi sono i morti di quell’epoca rimasti senza responsabili: a cominciare da quelli commessi dalle forze dell’ordine, come Fabrizio Ceruso, ucciso il 5 settembre 1974 davanti ad un’occupazione di case a san Basilio, Pietro Bruno, morto nel 1975 nel corso di una manifestazione, Mario Salvi e Giorgiana Masi, entrambi colpiti alle spalle, il primo il 7 aprile 1976, la seconda il 12 maggio 1977. Nel pantheon della destra un posto particolare è riservato ai «martiri» che non hanno trovato esito giudiziario: Zicchieri, Cecchin, Mancia, Di Nella, i tre di Acca Larentia. A sinistra senza nome sono rimasti gli omicidi di Fausto Tinelli, Lorenzo Iannucci, Ivo Zini, uccisi tra il marzo e il settembre 1978. La lista ovviamente non pretende di essere esaustiva per nessuna delle parti.
A oltre trent’anni dai fatti, cosa è ancora possibile fare senza cadere nel culto cimiteriale della mistica vittimaria con cui, per esempio, la destra incensa i propri morti e che alcuni a sinistra tentano di imitare opponendo le proprie icone insanguinate in una sorta di guerra memoriale, prolungamento metaforico dello scontro con i fascisti degli anni 70? Questa costruzione postuma di un’identità vittimaria avvitata su se stessa, oltre a non essere rappresentativa del reale storico dell’epoca, ripropone in modo univoco e preponderante il paradigma antifascista come asse identitario e percorso prioritario dentro il quale ricostruire l’azione politica.
Forse c’è un solo percorso che può servire alla ricostruzione completa di quegli anni senza cadere nella trappola identitaria: un’amnistia. Solo l’uscita dall’ipoteca penale può aiutare a scrivere finalmente quelle pagine bianche. Sarà poi la storia che si occuperà di dare il suo giudizio.
La vera domanda è cosa sia la destra oggi e come combatterla. Pensare di riproporre analisi e modelli d’azione che ripescano il vecchio paradigma dell’antifascismo militante è quantomeno inadeguato, senza voler qui riaprire una vecchia querelle che pur merita di tornare ad essere affrontata. Già negli anni 70 sull’antifascismo militante come ideologia non vi era unanimità. Nato dall’impulso iniziale del Pci che tentò di convogliare sul pericolo neofascista la spinta dei movimenti sociali, venne fatto proprio da alcuni settori della nuova sinistra fino a divenire una sorta d’ideologia a sé che esorbitava dalla questione concreta delle violenze fasciste. Considerata da altre realtà politiche della sinistra rivoluzionaria come un diversivo che “sopravvalutava contraddizioni secondarie o arretrate”, l’ideologia ipostatizzata dell’antifascismo in tutte le sue varianti era criticata perché conteneva in nuce derive democraticiste, legalitarie, giustizieriste, complottistiche che allontanavano dalla centralità del conflitto anticapitalista. Il dibattito sembra oggi riproporsi e come sempre la memoria ci parla del presente.

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