Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo Stato per fronteggiare la lotta armata

Lo storico Miguel Gotor, recente autore di un saggio sugli arcani del potere, fatti e misfatti di un potere extralegale ed extragiudiziale che ha agito per attenuare, censurare, ritardare la conoscenza pubblica delle dichiarazioni e degli scritti di Aldo Moro durante il periodo di prigionia in mano alla Brigate rosse, interviene con uno sconcertante articolo sulla vicenda Battisti negando l’estistenza del ricorso alle torture e la creazione di uno stato di eccezione giudiziario negli anni in cui lo Stato fronteggiò la lotta armata per il comunismo

31 agosto, 2011 – 11:49

Corrispondenza con Paolo Persichetti, (ex esponente delle BR e detenuto in semilibertà) di commento ad un articolo dello storico Miguel Gotor apparso il 29 agosto sulle pagine di Repubblica in cui lo storico, autore de “Il memoriale della Repubblica” smentisce categoricamente che in Italia sia stata praticata la tortura ai danni degli esponenti della lotta armata e che vi siano state leggi speciali ed emergenziali. Un vergognoso atto di negazionismo storico su una verità più che documentata, anche nelle stesse aule di tribunale.

«Le bugie di Battisti terrorista non pentito»
di Miguel Gotor
la Repubblica 29 agosto 2011

Ancora un’intervista di Cesare Battisti, questa volta alla rivista brasiliana «Istoé», l’ultima di una serie che si immagina lunga. Forse la soluzione migliore sarebbe ignorarlo, lasciandolo cuocere nella sua gaglioffa mediocrità. Ma poi si pensa alle vittime senza giustizia delle sue azioni, lo si sorprende su una spiaggia brasiliana a cesellare, tra una battuta di pesca e l’altra, la propria immagine di scrittore maudit e allora non si riesce a sfuggire all’esigenza civile di rispondere colpo su colpo alle menzogne da lui rilasciate a mezzo stampa.

La prima bugia riguarda l’affermazione che le autorità italiane avrebbero torturato i responsabili degli omicidi per i quali ora Battisti si dichiara innocente. Non è vero, ma in questo modo si vuole accreditare davanti all’opinione pubblica internazionale una visione distorta dell’Italia negli anni Settanta. Nel nostro Paese la lotta contro il terrorismo è stata condotta in difesa della libertà e delle istituzioni democratiche e ciò è avvenuto nel rispetto dello Stato di diritto e senza ricorrere a tribunali straordinari, nonostante le tante pressioni e vere e proprie provocazioni che provenivano in tal senso dalla società civile, dalla destra reazionaria come dalla sinistra estremista, affinché fossero adottate leggi speciali con l’obiettivo di radicalizzare vieppiù lo scontro politico e sociale. Battisti è stato condannato non per le sue opinioni politiche, ma per avere ucciso esponenti delle forze dell’ordine e cittadini inermi e per i reati di banda armata, rapina e detenzione di armi che nel corso degli anni ha persino rivendicato in pubbliche interviste. Le sentenze che lo riguardano sono passate in giudicato, dopo giusti processi celebrati davanti a corti popolari che hanno superato il vaglio della Cassazione. Essendo latitante, l’imputato è stato condannato in contumacia, ma non ha mai rinunciato al diritto di difesa degli avvocati da lui nominati che gli è stato garantito in ogni grado di giudizio. Presentarsi come un perseguitato della giustizia italiana «torturatrice» è un ulteriore schiaffo alle sue vittime e al popolo italiano, in nome del quale quelle sentenze sono state emesse.

La seconda menzogna consiste nell’avere affermato che egli, quando sono stati commessi i reati per cui è stato condannato, non faceva più parte dei Proletari armati per il comunismo, un gruppuscolo sanguinario che tra il 1977 e il 1979 ha fluttuato tra l’aria di autonomia e quella delle Brigate rosse, dentro la galassia composita del «partito armato». Un simile atteggiamento rientra nella spregiudicata difesa adottata da Battisti, un delinquente comune politicizzatosi in carcere nel 1977 e che, in seguito, ha disinvoltamente rivendicato o rinnegato la propria adesione alla lotta armata in base alle sue convenienze. L’ha rivendicata quando si trattava di sfruttare a proprio favore l’ondata di sostegno che ampi settori del mondo culturale e politico parigino hanno offerto ai fuorusciti italiani in Francia, i quali hanno trasformato Battisti nell’icona del ribelle indignato in lotta contro l’Italia corrotta; ha dismesso quei panni dopo che ha raggiunto il Brasile, quando ha capito che ciò avrebbe potuto ostacolare la sua libertà. Battisti è un assassino che ha nobilitato le proprie azioni rivestendole di motivazioni ideologiche e letterarie prêt-à-porter, senza però mai rinunciare a un abito giustizialista e superomista che ha costituito il filo conduttore della sua azione. Oggi gode del grottesco status di rifugiato politico, il primo offerto a un italiano dai tempi del fascismo, un’offesa grave perché equipara la democrazia italiana a uno Stato che nega le libertà politiche e civili.

La terza menzogna è quella più sgradevole: egli afferma che alla maggioranza degli italiani non importa nulla della sua posizione e che dietro la campagna contro di lui ci sarebbero gruppi di estrema destra manipolati. Non è così, gran parte dell’opinione pubblica italiana è indignata per la mancata estradizione di un condannato a 4 ergastoli, a partire dal presidente della Repubblica fino all’ultimo dei suoi cittadini dotato di ragionevolezza e senso dell’equilibrio: una richiesta propria anche della cultura progressista di questo Paese per cui è intollerabile che tale impunità si accompagni ad atteggiamenti tanto provocatori.

Gli anni Settanta sono stati un decennio ricco e complesso, caratterizzato non solo dalla violenza politica, ma anche da una serie di importanti riforme civili: l’aspetto più grottesco di questa storia è che debbano trovare come simbolo mediatico una caricatura estetizzante come quella di Battisti. Chissà se il senso di colpa sia entrato in lui come un tarlo nel legno e lo stia corrodendo lentamente, un giorno dopo l’altro: almeno il suo silenzio ci aiuterebbe a pensarlo.

Link
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua

Miguel Gotor risponde alle critiche
Cronache sulla latitanza e altre storie di esuli
Le torture contro i militanti della lotta armata
Lo stato di eccezione giudiziario

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One thought on “Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo Stato per fronteggiare la lotta armata

  1. Questa è infatti la mia replica che Repubblica si è ben guardata dal pubblicare:
    E ridàgli col tormentone estivo su Cesare Battisti e con la versione ultrasemplificata che della sua vicenda danno i mezzi di informazione. Spiace che anche Repubblica si unisca al coro, stavolta con la voce del professor Miguel Gotor, che era nella culla nell’anno in cui la prima Brigata Rossa nasceva alla Pirelli di Milano. La verità non è mai così semplice e lineare come Gotor vorrebbe, ma purtroppo l’opinione pubblica, di cui si parla e si sparla, raramente viene informata a dovere, anche da parte degli intellettuali di sinistra, per i quali sin dall’inizio i terroristi rossi non erano veramente “rossi”, ma manovrati da chi sa chi e per quali occulti scopi.
    Argomentando nello specifico col prof. Gotor, risulta invece agli atti delle inchieste che ci furono intimidazioni e pestaggi ai danni dei membri del collettivo della Barona, inquisito in relazione ai PAC, e in molti altri casi. Prendendo come esempio il processo Torregiani, per il quale Battisti è accusato di concorso di colpa nell’omicidio del gioielliere, la polizia ricorse alla tortura per estorcere confessioni agli imputati, uno dei quali, Sisinio Bitti, riportò lesioni permanenti ai timpani. I veri assassini (Masala, Fatone, Grimaldi e Memeo) furono catturati poco dopo e hanno scontato condanne più o meno lunghe. Battisti (sia detto en passant) non poteva partecipare al delitto Torregiani se contemporaneamente è accusato dell’uccisione a Udine del macellaio Sabbadin.
    Inoltre (a proposito dei giusti processi di cui parla Gotor) gran parte, se non tutte le accuse contro Battisti nascono dalle dichiarazioni del pentito Mutti, che incolpò Battisti dell’uccisione di Sabbadin; peccato però che poco dopo Diego Giacomin si dissociò dal gruppo e rivelò di essere stato lui stesso a uccidere il negoziante. Non fece altri nomi. Va ricordato ai lettori più giovani che i cosiddetti pentiti ottenevano degli sconti di pena anche rilevanti se facevano nomi di complici. Lo stesso Mutti, colpevole di omicidi e rapine, ha scontato solo otto anni di carcere, un privilegio condiviso con Marco Barbone, l’uccisore di Walter Tobagi. Una sentenza di Cassazione del 1993 lo definisce “uno specialista nei giochi di prestigio tra i suoi diversi complici”, le cui confessioni “non possono essere ritenute spontanee”. Battisti si dichiara innocente, come Sofri si è sempre dichiarato innocente rispetto all’omiidio Calabresi, ma si assume la responsabilità della scelta sbagliata della violenza, che condivise peraltro con migliaia di altri giovani. L’iter processuale che portò alla sua condanna, giustificato storicamente dalle legislazione d’emergenza di quegli anni, non può certo essere giudicato impeccabile . Da qui la “dottrina Mitterrand” prima e la protezione di Lula poi.
    Battisti può essere simpatico o antipatico, chiacchierone o irritante quanto si vuole, ma almeno non gli si deve imputare la mancanza di ipocrisia, e la sinistra italiana (di cui Repubblica è parte importante) deve liberarsi dall’ossessione di dover continuamente dimostrare di non avere scheletri nell’armadio. La lotta armata è stata un tragico errore ma Cesare Battisti non è il mostro di Firenze.
    Sergio Roedner, Milano

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