«Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni». Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari

I media hanno trattato i funerali di Prospero Gallinari come un “evento” dalla portata politica allarmante. Il significato attribuito alla inevitabile carica simbolica rivestita dalla cerimonia (semplice, spontanea, senza alcuna logistica) ha in buona parte trasceso ciò che ha rappresentato per la comunità dei suoi amici e parenti, dei suoi compagni di lotta politica, di chi aveva per lui, e per la storia che incarnava, sentimenti di stima, rispetto e affetto.
L’emozione, il cordoglio e l’orgoglio del percorso politico svolto sono stati letti e presentati come una minaccia potenziale.
Una reazione, anzi una iper-reazione, molto selettiva e strabica (una eguale reattività è mancata in occasione dei funerali di Pino Rauti, avvenuti in una orgia nostalgica di saluti romani con presenze istituzionali fino agli scranni più alti. Analoga indignazione è mancata per il memoriale, innaugurato ad Affile, del generale Rodolfo Graziani, il macellaio della guerre coloniali in Cirenaica, in Etiopia ed in Eritrea) rivelatrice: per un verso, della fragilità strutturale dell’establishement di questa seconda Repubblica, barricato all’interno di una citadella delle istituzioni che assomiglia sempre alla fortezza del deserto dei Tartari; per l’altro, di quella sorta di cronico deficit di legittimità autopercepito che sucita complessi d’inferiorità istituzionale, e dunque l’eterno bisogno di smarcarsi dalle proprie origini, da parte del ceto politico e più in generale della cultura provenienti dalla sinistra.
Questo blog continuerà a pubblicare, e segnalare, testimonianze e interventi utili alla comprensione di quanto è accaduto


Fonte: Baruda.net

di Davide Steccanella
25 gennaio 2013»

imagesAnche se ovviamente non gliene frega giustamente niente a nessuno, vorrei dare un ulteriore “spaccato” di quel funerale, dicendo perchè sabato ho deciso di andare a Coviolo.
Da tempo avrei voluto incontrare Prospero Gallinari ma per mia colpa e pigrizia (avrei potuto chiedere aiuto al mio collega Burani, persona straordinaria che ho conosciuto nel corso di un processo che facemmo insieme anni fa) o anche “sbattermi” in qualche modo, ma non l’ho fatto, peccato.
E perchè avrei voluto incontare Gallinari, uno si chiede?
Per ringraziarlo perchè gli dovevo qualcosa, e un qualcosa secondo me di importantissimo, gli dovevo l’avermi fatto capire LUI quello che era successo nel mio paese quando ero troppo giovane per comprenderne appieno la portata storica e soprattutto sociale, e che per decenni mi era stato raccontato ed insegnato solo da chi aveva vinto e nel modo in cui voleva chi aveva vinto.
E come avvenne ciò ? Me lo ricordo benissimo perchè non risale a molto tempo fa, stavo girovagando su youtube in cerca di materiale sul caso Moro per un mio personale approfondmento quando mi imbattei sulla sua lunga intervista del video del 2006 “una storia del 900″, ho cliccato, manco lo avrei riconosciuto visto che le solite foto d’epoca ce lo mostravano tutto diverso, e quel suo modo di raccontare e di raccontarsi mi ha colpito e molto positivamente, me lo immaginavo tutto diverso da quello che avevo letto (ovviamente scritto da quei vincitori), e così iniziai ad ascoltare il suo racconto, lungo, più di 1 ora, ma interrotto, una sorta di monologo, era il racconto della sua storia e di quella storia. Era la prima volta che qualcuno me la raccontava così, sembrerà strano ma è proprio così, fino a pochissimi anni fa ero uno dei tanti “indottrinati” dalla storia dei vincitori. Poi ovviamente dopo quella intervista ho letto tutto quello che ha scritto LUI e cercato di recuperare anche le sue altre inteviste, l’ultima delle quali (straordinaria) nel recente documentario francese. Gallinari mi ha fatto capire chi era LUi attraverso la spiegazione paziente, sofferta, precisa, meditata, genuina, vera, dolorosa ed esaltante etc. di quella sua storia e di quella nostra storia che mi era stata sempre taciuta e negata.
Siccome mi pareva di avere capito, ma magari sbagliavo, che lui ci tenesse molto a che venisse saputa e capita anche da chi allora non c’era (non credo si rivolgesse ai suoi compagni che qualla storia con lui l’avevano vissuta…) avrei voluto dirglielo e ringraziarlo e ho pensato di farlo andando a Coviolo in mezzo alla sua gente e nella sua terra, un pò per dirgli “c’è chi ha capito la tua storia ascoltando le tue parole e leggendo i tuoi libri”. Per questo sono andato ai SUOI funerali, non sarei andato al funerale di un altro che non conoscevo, sono andato al SUO.  E’ vero che sapevo che avrei incontrato alcuni amici ai quali sono molto legato, ma quel giorno mi sentivo lì proprio e solo per Prospero Gallinari, un uomo che non avevo mai incontrato.

La cerimonia di saluto
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

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Caso Penati: l’ipocrisia del Pd ha radici lontane

Tangenti area ex Falk, il Pd convoca la commissione di garanzia.  «Il caso Penati non è isolato», lo afferma il senatore del Pd Felice Casson. «Esiste un problema di corruzione diffusa che riguarda sia la pubblica amministrazione, sia il Pd». Dopo le pressioni Penati annuncia su una lettera pubblicata dall’Unità che rinuncierà alla prescrizione in caso di processo. Intanto l’inchiesta si allarga nel tentativo di portare alla luce l’esistenza di un vero e proprio sistema di raccolta di finanziamenti occulti, sotto forma di tangenti e appalti forniti alle coop, per finanziare il Pd. Come una crudele legge del contrappasso ritorna a galla il nodo irrisolto del finanziamento della politica ipocritamente occultato dagli esponenti dell’ex Pci, oggi Pd, dietro la scelta di cavalcare le campagne populiste agitate dai settori politici giustizialisti

Paolo Persichetti
Liberazione 28 agosto 2011

L’area ex falk

Ci fu un tempo in cui si parlava di «diversità comunista». L’espressione venne coniata da Enrico Berlinguer agli inizi degli anni 80. La diversità cui faceva cenno il leader che si «era iscritto da giovane alla segreteria del partito», come sottolineò una volta Giancarlo Pajetta con il suo consueto sarcasmo, non alludeva certo ad una qualche natura rivoluzionaria o antisistema. La formula trovava origine dalla necessità di prendere le distanze dall’impressionante voracità che il rampante ceto politico craxiano stava mettendo in mostra nei primi anni del Pentapartito. Nei suoi interventi Berlinguer denunciava la presenza di una «questione morale», con esplicito riferimento alla situazione di degrado raggiunta da un sistema politico dominato da corruzione e affarismo. In verità più che morale la questione era sistemica ed investiva la natura strutturale di quella che in quegli anni cominciava ad essere definita la “Prima repubblica”, il sistema dei partiti da altri più polemicamente definito “partitocrazia”.

Un Pci in forte crisi politica e teorica dopo il crepuscolo del compromesso storico aveva fatto dell’etica una barricata ideologica residuale che disegnava l’alterità morale assoluta dell’uomo di sinistra rispetto al resto della società. Il capitalismo, la corruzione, i disfunzionamenti delle amministrazioni potevano trovare soluzione grazie alla tempra morale di quell’uomo nuovo che era “l’amministratore comunista”, finché lo scandalo delle tangenti della metropolitana milanese, arrivato meno di un decennio più tardi, non riportò tutti alla brusca realtà. La diversità non esisteva. Venuti meno i finanziamenti sovietici il Pci aveva cominciato a raccogliere tangenti e finanziamenti occulti come gli altri partiti per sostenere la propria macchina politica.

Prim’ancora che una macchia morale era il segno della definitiva perdita della propria autonomia sociale. Poi venne il “compagno G”, quel Primo Greganti militante d’acciaio incaricato dal vertice del partito di raccogliere denaro sporco, come quello della Ferruzzi, definito «la madre di tutte le tangenti», per rimpinguare le casse dell’organizzazione. Greganti tenne botta e i dirigenti del Pci si salvarono. D’altronde la magistratura non aveva interesse ad approfondire oltre per non alienarsi una sponda politica che l’aveva sempre sostenuta. L’azione repressiva si concentrò su Craxi e la Dc spianando la strada a Berlusconi e il mito della diversità, seppure un po’ scalfito, riuscì a tramandarsi anche negli anni della Seconda repubblica, fino a traghettare con l’alternarsi delle sigle e delle fusioni nel Pd. Poteva finire qui, ma la ruota della storia ha ripreso a girare velocemente giocando brutti scherzi. Così la diversità post-comunista e post-sinistra democristiana inveratasi nel partito democratico è rovinosamente crollata ancora una volta tra le nebbie lombarde, in una roccaforte storica come Sesto san Giovanni.

Filippo Penati, dimessosi di corsa da capo della segreteria politica di Luigi Bersani, vicepresidente del consiglio regionale lombardo, emblema di quel ceto di amministratori incorruttibili, capace di strappare la provincia di Milano alla Lega, è finito nel tritacarne insieme al suo braccio destro Giordano Vimercati. Accusato di aver messo in piedi un sistema di raccolta di tangenti in cambio di appalti concessi per la riqualificazione dei terreni industriali della ex Falck, si è autosospeso dal partito. Il Gip ha rifiutato l’arresto dei due ritenendo prescritti i fatti-reato, derubricati come corruzione. La procura in netto disaccordo ha fatto ricorso. Per i pm di Monza si tratta di concussione, capo d’imputazione con tempi di prescrizione più lunghi. Intanto le indagini puntano ad accertare altri episodi più recenti.

Cosa farà ora il Pd? Si accontenterà di una convocazione davanti alla commissione di garanzia, come se la vicenda fosse solo di natura disciplinare e non politica? Al di là degli esiti giudiziari sul piano politico la vicenda grida di smetterla con l’ipocrisia populista e la demagogia delle macchine del fango.

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L’inutile eredità del Pci tra consociativismo e compromesso storico

Retroscena di una stagione: Di Pietro e il suo cenacolo
Di Pietro: “Noi siamo la diarrea montante”
Congresso Idv: i populisti lanciano un’opa su ciò che resta della sinistra
La sinistra giudiziaria
Dipietrismo: malattia senile del comunismo?
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Populismo penale, una declinazione del neoliberismo
Populismo penale

Il magistrato e la lobby dei generali

La ragnatela: le fonti riservate di Alfonso Papa sodale di Luigi Bisignani

Paolo Persichetti
Liberazione 18 giugno 2011

Quello delle lobby sarebbe soltanto un fantasma. «Un fantasma che si aggira per l’Italia». Questa opinione, apparsa ieri sul Giornale, a proposito dell’inchiesta avviata dalla procura di Napoli e che i media hanno subito ribattezzato P4, evocando impropriamente il vecchio spettro della loggia massonica P2, è stata espressa da Paolo Guzzanti, uno che di fantasmi se ne intende. Quella di gostbuster fu infatti la sua principale attività negli anni in cui si occupò del dossier Mitrokhin, in qualità di presidente di un’apposita commissione d’inchiesta parlamentare costituita per fare luce sulla vicenda e sprofondata nel ridicolo con la storia di Mario Scaramella e del plutonio 210. Guzzanti ripropone la solita solfa liberale fondata su una concezione elitista ed oligarchica della società. Il lobbismo – sostiene – altro non sarebbe che un modo per organizzare gli interessi. Una pratica non solo legittima ma considerata la base della «democrazia americana». Peccato che Guzzanti dimentichi di spiegare che gli unici che riescono ad organizzarsi in modo legittimo e soprattutto efficace siano gli interessi forti a scapito di quelli deboli, di chi non ha alcuna rappresentanza ed è tagliato fuori dal sistema. Il lobbismo, infatti, altro non è che l’espressione più esplicita di una società organizzata in modo patrimoniale. Le lobby dei nullatenenti non hanno mai pesato nulla nel mercato opaco degli scambi, delle reti e delle conventicole di iniziati e raider che animano i retroscena della vita politica e degli affari. Al di là degli aspetti strettamente giudiziari e degli esiti finali a cui approderà l’inchiesta condotta dai pm Greco, Curcio e Woodcock, quanto è trapelato dalle indagini, e dalle ammissioni fatte da imputati e testimoni, offre squarci interessanti per comprendere fisiologia e antropologia del potere reale. La ragnatela di relazioni intessute da Luigi Bisignani ha diramazioni trasversali, e se solca per intero il generone berlusconiano fino a tirare in ballo il gran commis d’Etat Gianni Letta, lambisce anche Massimo D’Alema. Bisignani si adoperò, su pressione del finiano Italo Bocchino, perché il presidente del Copasir incontrasse il generale Adriano Santini prima della sua nomina a capo dell’Aisi, il servizio segreto militare. Alla fine l’incontro avvenne, ma solo dopo il nuovo incarico assunto dal militare. Niente di strano che il presidente della commissione parlamentare che vigila sull’operato dei Servizi conosca uno dei candidati alla guida di un’agenzia d’intelligences. Resta da capire invece cosa c’entri Bisignani in tutto ciò, visto che appare in superficie sprovvisto di titoli istituzionali che giustifichino un tale livello di internità al mondo degli apparati. Stando alle indagini, figura chiave del dispositivo messo in piedi dal grande tessitore, è il magistrato Alfonso Papa, oggi parlamentare del Pdl, già pupillo del procuratore capo Agostino Cordova, quando questi dirigeva la procura napoletana. Due modi d’essere completamente opposti. Bisignani è uomo dai modi felpati, impeccabile, misurato, sempre discreto, sofisticato, in pieno stile Prima repubblica, una fotocopia dell’antropologia andreottiana, elegantemente cinico; Papa è il classico rapace della Seconda, dai modi grossolani, ostenta pacchianamente gli status della ricchezza e del potere, due Jaguar e una Mercedes, garçonnières per le amanti al centro di Roma, Rolex “nudi” e gioielli regalati alle “fidanzate”, una scorta gentilmente offerta dalla Guardia di finanza. Homo berlusconiano a tutti gli effetti. La collaborazione tra i due sigilla nei simboli la saldatura, il travaso non certo la cesura, tra Prima e Seconda Repubblica. Papa è descritto nelle carte dell’inchiesta come persona legata ai Servizi, in particolare all’ex direttore del Sismi ed ex comandante della Finanza, Nicolò Pollari. Conosce Pio Pompa, attinge informazioni riservate (che poi riutilizza a fini personali o trasferisce a Bisignani) dalla Finanza, grazie alla conoscenza dei suoi vertici, come il generale Michele Adinolfi, e il vice dell’Aisi Poletti. Ma soprattutto dimostra, se ce n’era bisogno, quale sia la sociologia profonda di ampi settori della magistratura italiana: azzurra, berlusconiana, avida e corrotta. Molto diversa da quel che ci raccontano le grida del premier.

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Antropologia della Seconda repubblica: notizie riservate, affari, ricatti, politica e favori

Paolo Persichetti
Liberazione 17 giugno 2011

Il sistema oligarchico raffigurato in una disegno d’epoca

«Bisignani è più potente di me». Pare l’abbia detto Silvio Berlusconi riferendosi a l’uomo che l’avrebbe introdotto nella Roma che conta e che ora è finito agli arresti domiciliari in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa su richiesta della procura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta denominata P4. Ma chi è questo Luigi Bisignani descritto come un potente lobbista, super ammanicato, personaggio che gode di forti appoggi e protezioni, talvolta illeciti, un tipo senza scrupoli capace di arrivare ovunque, raccogliere ogni tipo di informazione da far poi fruttare per sé e la sua combriccola? «Sì, vedo gente, faccio cose, risolvo problemi», rispose una volta a chi gli chiedeva quale fosse il suo lavoro. Tuttavia lontano mille anni luce dal Nanni Moretti di Ecce bombo. I profili apparsi sui quotidiani di questi giorni lo descrivono come ex giornalista dell’Ansa, anche se in un comunicato l’ordine dei giornalisti fa sapere di averlo definitivamente radiato nel 2002. Nato a Milano nel 1953, figlio di un manager della Pirelli, nel 1981 – quando aveva solo 28 anni – il suo nome è comparso negli elenchi della P2, tessera numero 1689, data di iscrizione 1 gennaio 1977. Gira voce, ma forse è solo una legenda, che fu lui stesso a dettare la notizia all’Ansa. A dire il vero, Bisignani ha sempre negato l’iscrizione alla loggia di cui il venerabile Gelli sarebbe stato solo il numero 3. «Ero troppo giovane», la sua obiezione. Eppure ciò non gli impedì di essere già piazzato in posti chiave, tra il 1976 e il 1979, quando svolse il ruolo di capo ufficio stampa del ministro del Tesoro Gaetano Stammati nei governi presieduti da Andreotti. L’uomo politico che più di ogni altro l’ha aiutato e sostenuto negli anni, insegnandogli a tessere relazioni, costruire potere d’influenza sulla base di rapporti, contatti, informazioni, segreti. Sempre vicino allo Ior, negli anni 80 finisce alla Ferruzzi, di cui diventa direttore delle relazioni esterne. Raul Gardini aveva bisogno di uno come lui, con un’agenda stracolma di nomi pesanti capaci di aprirgli le porte che servono per le sue scalate. Bisignani è un trade-union fondamentale per entrare in contatto con i circoli che contano, i luoghi dove si costruiscono le decisioni importanti. In questo modo rimane coinvolto nella vicenda della maxi-tangente Enimont. Uno degli episodi chiave di Tangentopoli. La madre di tutte le tangenti (92 miliardi di lire) finita in tasca a tutti i partiti, compresi Lega nord e Pci. Dopo una prima latitanza si costituisce e subisce una condanna a 2 anni e 8 mesi per violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Robetta che non intacca il suo cursus honorum. Traghetta senza problemi la Prima repubblica e si inabissa nei meandri della nascente Seconda. E’ l’espressione più compiuta dell’inconsistenza di Mani pulite, che incattivì soltanto il Paese spianando la strada ai populismi e favorendo palesemente un processo di oligarchizzazione della società italiana, liberata ormai da forme di politica che organizzavano le masse alle quali ormai era destinata soltanto la tv. Il Termidoro berlusconiano che concludeva l’offensiva delle procure è per Bisignani, e per tanti come lui, una sorta di paradiso insperato. Le pratiche lobbistiche si moltiplicano, le relazioni politiche e i meccanismi della finanza e dell’economia si opacizzano ulteriormente. Dominano comitati d’affari, cricche, furbetti del quartierino, club di iniziati. Bisignani è a suo agio. Dicono che sia il migliore. Compare nell’inchiesta sull’Alta velocità e viene perquisito durante l’inchiesta «Why not» condotta da Luigi De Magistris. L’ipotesi di reato era la violazione della legge Anselmi contro i gruppi di potere occulto. Ma a saltare è il pm poi diventato sindaco di Napoli. Oggi il retroscena, stando a quanto ricostruito dalla procura, appare più chiaro. Bisignani, infatti, agiva in coppia con Alfonso Papa, un rampante quarantenne, pubblico ministero a Napoli, oggi parlamentare del Pdl, ex vice-capo di gabinetto al ministero della Giustizia quando Guardasigilli era il leghista Roberto Castelli. Tanto per intenderci capo di cabinetto era un altro magistrato, il procuratore generale Settembrino Nebbioso, finito nelle liste di favori di Anemone, il costruttore romano legato alla banda Bertolaso-Balducci. Con l’avvento del governo Prodi, Papa non solo restò a via Arenula ma venne promosso direttore generale degli affari civili. Fu proprio Mastella, dopo la perquisizione a Bisignani, ad avviare la procedura disciplinare che portò al trasferimento di De Magistris. Ma ora secondo quanto ricostruito dai pm Francesco Greco, Henry Woodcock e Franco Curcio, c’è molto di più. Descritto come «soggetto più che inserito in tutti gli ambienti istituzionali e con forti collegamenti con i servizi di sicurezza», a Bisignani si rimprovera l’acquisizione, grazie a Papa che si avvaleva della collaborazione di ufficiali della Ps e dei Ros, di notizie riservate e sotto segreto istruttorio che avrebbero compromesso l’esito di alcune inchieste giudiziarie. In particolare su Finmeccanica, l’ex dg della Rai Masi, il coordinatore del Pdl Denis Verdini e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, l’onnipresente Gianni Letta. Oltre ad aver pesato nella scelta di alcune nomine per gli enti pubblici.

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Il magistrato e la lobby dei generali
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Tra i nomi anche Settembrino Nebbioso, capo di gabinetto del Guardasigilli Angelino Alfano

Paolo Persichetti
Liberazione 14 maggio 2010

La «cricca» comprava la complicità di politici, ministri e sottosegretari del governo, e di altri personaggi situati in posizioni d’influenza, offrendo interventi di ristrutturazione o addirittura regalando facoltose abitazioni, come si sospetta sia accaduto con l’appartamento, vista Colosseo, acquistato, «a sua insaputa», dall’ex ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola? Se questa è una nuova Tangentopoli, vuol dire che la politica si svende per un piatto di lenticchie. Almeno nella prima repubblica si finanziavano partiti e correnti. Dopo la lista delle consulenze d’oro ritrovata in casa di Mauro Della Giovampaola, il funzionario del ministero dell’Infrastrutture e coordinatore dell’Unità tecnica di missione della presidenza consiglio dei ministri,  nella quale comparivano figli di funzionari o magistrati che potevano agevolare l’attribuzione di appalti, ricompensati con incarichi a “tempo determinato”, ora è uscita fuori anche la lista dei lavori, circa 370 interventi, svolti dalle società di Anemone per esponenti del mondo della politica, di magistrati con incarichi di governo, di prelati della Curia vaticana, funzionari Rai e registi. Uno spaccato impressionante del sistema di relazioni costruito dalla «cricca». Ministeri, salotti, caserme. La lista, trovata nel 2009 dalla Guardia di finanza nel computer del costruttore, sembra che non fosse conosciuta della procura di Perugia che sta indagando sulla vicenda degli appalti straordinari per i grandi eventi. Per questo motivo i magistrati stanno valutando l’opportunità di avviare un’inchiesta. Le otto pagine che stanno facendo tremare l’establishment conterrebbe una quarantina di nomi per foglio, con indicato sulla sinistra il numero progressivo e l’anno dei lavori e sulla destra il nominativo o l’indirizzo. Ampi stralci della lista sono apparsi ieri su molti quotidiani e subito sono piovute smentite e precisazioni. In effetti il testo di per sé non prova nulla. Si tratta di un promemoria dei lavori condotti dalle ditte di proprietà di un imprenditore, certamente molto addentro alle relazioni con il mondo che conta. Saranno gli inquirenti a dover svolgere un paziente lavoro di verifica sulla regolarità degli interventi svolti. Compaiono i nomi di politici e sottosegretari, come Settembrino Nebbioso, attuale capo di gabinetto del ministro della Giustizia Angelino Alfano e a suo tempo anche dell’ex guardasigilli Roberto Castelli, che però ha subito smentito ogni coinvolgimento. Pm della procura romana, figurerebbe nella lista col diminutivo di «Rino Nebbioso». Forse si tratta di una disgraziata omonimia, certo è che nel vasto portafoglio clienti di Anemone cruciali sono gli appalti di edilizia carceraria per la costruzione del nuovo carcere di Sassari e del reparto 41 bis. Non è andata allo stesso modo per Ercole Incalza, il super funzionario del ministero delle Infrastrutture che dopo l’accusa di aver ricevuto mezzo milione di euro da uno dei membri della «cricca», l’architetto Angelo Zampolini già coinvolto nella storia degli assegni versati per l’acquisto dell’appartamento di Scajola, ha offerto le sue dimissioni. Ex amministratore dell’Alta velocità, Incalza è già finito 14 volte sotto inchiesta e pure in carcere quando lavorava con Lunardi, salvato alla fine da ripetute prescrizioni. Tra i nomi compare quello di Nicola Mancino, vicepresidente del Csm, citato per dei lavori avvenuti nella sua casa quando era ministro dell’Interno. Ci sono poi quelli dell’attuale capo della polizia Antonio Manganelli e del suo predecessore Gianni De Gennaro, oggi ai vertici dei Servizi. C’è Guido Bertolaso, nei confronti del quale sono indicati tre interventi e non uno solo, come da lui anticipato nei giorni scorsi. C’è il generale della Guardia di finanza, Francesco Pittorru, ci sono i coimputati di Anemone, Claudio Rinaldi e Mauro Della Giovanpaola. Compare l’alto funzionario Rai Giancarlo Leone, figlio dell’ex presidente della repubblica Giovanni Leone, e un paio di registi. Sembra infatti che Angelo Balducci, il potente dirigente dei lavori pubblici che calamitava gli appalti verso le ditte di Anemone, per favorire la carriera cinematografica del figlio elargisse favori a molti personaggi del cinema. La lista contiene anche riferimenti all’immensa mole di appalti ottenuti per palazzi istituzionali, ministeri, caserme, chiese e sedi politiche.

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La ragnatela di Anemone e la lista che fa paura
Il magistrato e la lobby dei generali
Luigi Bisignani &co, il potere opaco che divora l’Italia