La commissione Moro inciampa ancora, falso il documento su Casimirri

A pochi mesi dalla chiusura dei lavori, la nuova commissione Moro istituita nel maggio del 2014 è incappata nell’ennesimo incidente. Il presidente, Giuseppe Fioroni, ha preso per vera una falsa scheda di fotosegnalazione che raffigura l’ex brigatista Alessio Casimirri. Si allunga sempre più l’imbarazzante lista di errori, annunci senza fondamento, buchi nell’acqua commessi dalla commissione. Seminare confusione, sollevare polveroni, diffondere una narrazione complottista zeppa di contraddizioni e assurdità, che allontanino dalla discussione dei nodi storico-politici che la vicenda Moro ancora racchiude in sé, sembra l’ultimo disperato compito che si è data questa seconda commissione Moro. Da diversi mesi i suoi consulenti si stanno occupando di Alessio Casimirri, militante della colonna romana delle Br, presente in via Fani il 16 marzo 1978 alla guida della 128 bianca che fece da cancelletto superiore, allontanatosi dall’organizzazione nel 1980, riparato successivamente in Francia e poi in Nicaragua, dove ormai vive da decenni. Se questi sono i risultati di tanto impegno profuso con i soldi pubblici, il presidente Fioroni dovrebbe trarne l’unica conclusione possibile: andarse a casa. E di corsa!

 

Un falso clamoroso. Un gigantesco buco nell’acqua. E’ questo il risultato raggiunto dall’improvvida iniziativa presa dal presidente della nuova commissione Moro (la seconda, dopo quella che si occupò nella VIII legislatura, tra il 1979 e il 1983, del rapimento e della uccisione del presidente del consiglio nazionale della Dc, a cui seguirono i lavori della commissione Stragi, presieduta da Giovanni Pellegrino, anch’essa interessatasi al rapimento Moro e che protrasse la sua attività dal 1988 fino al 2001).

Con una lettera indirizzata al presidente del consiglio, Paolo Gentiloni, Fioroni ha voluto attirare l’attenzione del governo sulla latitanza di Alessio Casimirri, chiedendo che nei suoi confronti fossero applicati gli stessi sforzi impiegati nel tentativo di riportare in Italia, con tutti i mezzi possibili, l’ex militante dei Pac, Cesare Battisti. Nella lettera Fioroni avanza ampi dubbi sulle protezioni di cui poté godere l’ex brigatista ed a sostegno della sua richiesta estrae dal cilindro delle carte secretate dalla commissione una scheda di fotosegnalazione intestata proprio a Casimirri. Il documento attesterebbe un suo presunto arresto, avvenuto il 4 maggio 1982. Arresto misterioso che tuttavia non avrebbe sortito alcuna incarcerazione, nonostante i due mandati di cattura per banda armata e associazione sovversiva che all’epoca pesavano sulla sua testa. La scheda, pubblicata in anteprima dal Corriere della sera del 19 ottobre scorso, doveva rappresentare, almeno nelle intenzioni di Fioroni, la prova inconfutabile delle importanti protezioni di cui si sarebbe giovato Casimirri, svelandone una volta per tutte la reale identità di infiltrato dei «Servizi» tra le file brigatiste. Egli – scrive sempre Fioroni – «poté sottrarsi alla giustizia grazie al concorso di una rete di complicità che la commissione sta cercando di ricostruire». Che poi «l’infiltrato» dei Servizi italiani sia riparato nel Nicaragua della rivoluzione sandinista, è una delle tante contraddizioni a cui la sgangherata narrazione complottista nella sua insulsa illogicità nemmeno tenta di dare una spiegazione.

Un falso
Se la scheda utilizzata è vera, la foto impiegata e alcune sue modalità di redazione mostrano che si tratta di un palese artefatto. Il 4 maggio 1982, data dell’arresto indicata nella fotosegnalazione, Alessio Casimirri (nato nell’agosto del 1951) aveva poco meno di 31 anni. Le modalità di fotosegnalazione condotte dalle forze di polizia seguono procedure standard: vengono scattate all’atto del fermo o dell’arresto ed hanno caratteristiche precise, la foto è presa frontalmente e di profilo. L’unica immagine riportata nella scheda resa pubblica da Fioroni riguarda invece una fototessera. Fonti ben informate ci hanno riferito che «si tratta della foto della patente di guida» che ritrae Alessio Casimirri «nel 1969», all’età di 18 anni. La stessa fonte spiega che «Casimirri non ha mai dato le sue impronte».
Tempo dopo Casimirri chiese anche il passaporto ma non lo ottenne a causa di una denuncia che pendeva sulle sue spalle per tafferugli con dei militanti di destra.
In questi anni è circolata sui giornali e in rete un’altra foto che ritrae Casimirri con un viso ormai adulto, si tratta di una fototessera del 1977 che venne apposta sulla sua carta d’identità, eccola:

In questa immagine Casimirri ha 26 anni. Nel 1982, se fosse stato realmente fotosegnalato, il suo volto avrebbe dovuto essere molto più somigliante a quest’ultima foto anziché a quella incollata sulla scheda diffusa da Fioroni.
Basta e avanza quanto abbiamo appena osservato per renderci conto che la scheda è un falso, non serve nemmeno notare che vi è una grafia discordante tra il recto e il verso del cartellino e che manchi la firma («si rifiuta», annota l’autore del documento). Decisiva inoltre è l’assenza del verbale di arresto di cui la scheda fotodattiloscopica è un allegato. Il documento è privo anche di ogni riferimento archivistico, non ci sono numeri di protocollo. Sembra spuntare dal nulla. Il documento falsificato, inviata dal Comando provinciale dei carabinieri di Roma, su richiesta della commissione, è giunto insieme ad altre fotosegnalazioni realizzate all’atto dell’arresto dei brigatisti condannati per l’azione di via Fani. Il tipo di cartellino impiegato risale ad un modello in uso nel decennio 80.

Rivelazioni ad orologeria
In questi anni su Casimirri sono circolate notizie infondate, messe in giro ad arte, persino delle false interviste hanno visto la luce (leggi qui). Nel 1993 il pm Antonio Marini tirò in ballo, sulla base di una sua personale supposizione, come spiegò in seguito, un presunto collegamento con il discusso generale dei carabinieri Delfino. Tutto finì in un nulla di fatto, con l’archiviazione richiesta dallo stesso pubblico ministero, personaggio capace di elaborazioni accusatorie immaginifiche. Si tornò a parlare della vicenda nel corso di una sua audizione della Commissione Stragi. La questione finì sui giornali anche perché fu rilanciata dallo stesso presidente Pellegrino. Nel 1999, Francesco Pazienza, nel suo libro Il Disubbidiente, scrisse che il padre di Casimirri, importante funzionario del Vaticano, per le sue funzioni si sarebbe trovato ad incontrare durante alcuni ricevimenti ufficiali il generale Delfino. Tanto bastava, secondo l’Unità del 16 aprile 1998, per titolare con un mirabile salto logico che Delfino era al corrente del progetto di sequestro del presidente democristiano. Accusa che contrasta palesemente con le circostanze del controllo di polizia avvenuto nel corso della retata dei primi giorni dell’aprile 1978. Il 3 aprile vennero perquisiti molti attivisti dell’area dell’Autonomia romana. I carabinieri si recarono presso l’abitazione dei genitori dove Casimirri risultava residente. Fu il padre, totalmente ignaro della militanza del figlio, che li accompagnò presso l’abitazione della Storta, sulla Cassia, dove Casimirri viveva con Rita Algranati. Qui i carabinieri, anch’essi ignari del ruolo di “irregolari” svolto dalla coppia nella colonna romana delle Brigate rosse, perquisirono l’abitazione senza esito.
Casimirri, con Rita Algranati e Raimondo Etro, lasciarono l’Italia nel febbraio 1982 appena si diffuse la notizia che Antonio Savasta, membro dell’Esecutivo brigatista, catturato nell’appartamento dove era tenuto in ostaggio il generale americano James Lee Dozier, aveva iniziato a collaborare con la polizia dopo le torture. Nel maggio del 1982 i tre erano già approdati a Parigi.

Opacità
Piuttosto che serbare nelle casseforti della commissione documenti da tirar fuori quando si pensa di poterne ricavare un vantaggio politico (la scheda era in possesso della commissione da diverso tempo), sarebbe stato meglio se Fioroni avesse sguinzagliato i suoi consulenti alla ricerca degli autori e delle ragioni di questo falso. L’ennesimo che la commissione si ritrova tra i piedi. Negli ultimi tempi sono aumentate le audizioni a porte chiuse, molti sono i documenti secretati, anche se poi alcuni “giornalisti amici” o al libro paga, ricevono la consueta velina. Un paradosso per una commissione che ha fatto della polemica contro il segreto di Stato una sua ragione d’esistenza. Questa poca trasparenza si è vista anche nel ricorso sovrabbondante alle escussioni riservate dei testimoni, ascoltati anche più di una volta, sospinti quasi a dover dire quello che si voleva sentire, come è stato il caso dell’autista dell’ex capo della Digos Spinella; in altre circostanze perché si temeva che l’audizione pubblica creasse nocumento agli assiomi complottisti (è il caso del superteste Marini sbugiardato dalle immagini del motorino col parabrezza ancora integro).
Insomma allo scadere dei suoi lavori e alla vigilia delle conclusioni scritte a cui la commissione dovrà pervenire, le vecchie modalità narrative della dietrologia che hanno imperversato per più decenni sembrano avere il fiato corto. Forse è per questo che qualcuno si è convinto che la semplice narrazione non è più sufficiente.

 

 

 

 

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