Caso Persichetti, la ricerca storica sotto attacco

Anni Settanta. Incredibile iniziativa della Procura di Roma che ha emanato un mandato di perquisizione nei confronti dello studioso Paolo Persichetti al termine del quale gli sono stati sequestrati tutti i documenti analizzati e schedati in lunghi anni di lavoro e di consultazione di archivi

Marco Grispigni il manifesto 20 giugno 2021

Osservandola da fuori, indubbiamente l’Italia è un paese assai strano da comprendere. Se poi ci si interessa agli anni Settanta del secolo scorso, forse più che strano il paese sembrerebbe immerso in una sceneggiatura distopica.

È infatti nel campo dell’assurdo che si colloca l’incredibile iniziativa della Procura di Roma che ha emanato un mandato di perquisizione nei confronti dello studioso Paolo Persichetti al termine del quale gli sono stati sequestrati tutti i documenti analizzati e schedati in lunghi anni di lavoro e di consultazione di archivi. L’accusa è la divulgazione di materiale riservato «acquisito e/o elaborato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro».

Il reato di divulgazione di materiale riservato andrebbe inserito nel contesto di due più gravi reati, quello di favoreggiamento e addirittura di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. In sostanza, per giustificare perquisizione e sequestro, si accusa Paolo Persichetti da far parte di una banda terrorista attiva niente di meno che dall’8 dicembre 2015. A parte l’assurdità dell’accusa e dell’utilizzo del reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo, la data di inizio rimanda al giorno in cui la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni, ex democristiano e ora deputato del Pd, discuteva ed emendava la bozza finale della relazione. Una nuova colonna, «studi storici», nasceva in quel giorno con l’incarico di divulgare le segretissime carte, che poco dopo diventeranno pubbliche con il versamento all’archivio storico della Camera.

Ora a parte l’ironia possibile su questa vicenda che ha un effetto pesante e ingiustificato sulla vita e il lavoro di Paolo Persichetti, direi che questa iniziativa solleva almeno tre ordini di problemi.

Il primo è l’incredibile attacco alla ricerca storica che si interroga su periodi “difficili” della nostra storia nazionale. È inevitabile leggere questa iniziativa giudiziaria quasi in parallelo con la proposta di legge di introdurre il reato di «negazionismo» nei confronti di chi mette in discussione la vulgata bipartisan-presidenziale sulle «foibe». Questo tema è al centro dell’appello lanciato da alcuni studiosi in solidarietà con Persichetti.

Il secondo riguarda gli studi e riflessioni sugli anni Settanta e sul fenomeno della lotta armata di sinistra. Dopo che per un ventennio il discorso pubblico e la ricostruzione storica di quel periodo erano state sostanzialmente delegate alle aule di tribunale e ai magistrati, da diversi anni ormai su quel decennio e sul tema della violenza politica c’è una notevole produzione scientifica, sia in ambito universitario che fuori dai circuiti dell’accademia. Ora l’accusa contro Persichetti sembra una sorta di duro monito proprio contro la vasta area di studiosi non accademici di quegli anni. Mentre si giustificano operazioni di pura vendetta, come quella contro i dieci «terroristi» rifugiati in Francia, con un presunto bisogno di «svelare i misteri» di quella stagione, si avvia una procedura giudiziaria contro uno studioso che su quei «misteri» ha a lungo lavorato, smontando con l’uso di documenti di archivio i vari complottismi.

Il terzo, infine, riguarda direttamente Paolo Persichetti. Persichetti non è solo un conosciuto studioso non accademico e autore di diverse pubblicazioni su quegli anni, ma è anche un «ex». Persichetti infatti fece parte delle Brigate rosse – Unione dei comunisti e fu condannato a 22 anni per banda armata e concorso morale nell’omicidio del generale Licio Giorgieri. La sua condizione di «ex» è il punto di partenza di tutti gli articoli su questa iniziativa giudiziaria. Ovunque, prima di soffermarsi sull’incredibilità delle accuse, gli articoli iniziano parlando della passata militanza di Persichetti.

Il messaggio abbastanza chiaro è: «stiamo parlando di un ’ex terrorista’, quindi anche se le accuse sembrano strampalate, non si sa mai». La damnatio memoriae nei confronti di quegli anni e in particolare nei confronti di chi scelse la strada della lotta armata deve essere riaffermata sempre. Il diritto di parola esiste se si è funzionali a ricostruzioni basate su oscuri complotti e se è preceduto da un «contrito pentimento».

La procura sequestra e tace

Vorrei ringraziare tutte e tutti per i messaggi di solidarietà ricevuti in pubblico e in privato. Siete in tanti, sui social, direttamente, e non riesco a starvi dietro in queste giornate un po’ faticose. L’appello che è stato lanciato mi dicono che è già vicino alle 500 firme. A breve verrà reso pubblico.
Nonostante siano trascorsi dieci giorni dalla perquisizione di martedì 8 giugno la Procura tace. Nessun fascicolo è stato depositato davanti al tribunale del riesame dove il mio avvocato, Francesco Romeo, ha presentato ricorso. Ad oggi non sappiamo ancora cosa c’è scritto nell’informativa della Polizia di prevenzione del 9 febbraio da cui sono scaturite le accuse di associazione sovversiva con finalità di terrorismo e favoreggiamento e il sequestro di tutti i miei strumenti di lavoro e comunicazione, oltre che del mio intero archivio digitale nel quale sono raccolti decenni di ricerche, dell’archivio amministrativo di famiglia, dell’intero archivio medico-sanitario di mio figlio Sirio, di quello scolastico del fratello Nilo. Oltretutto emergono falle procedurali notevoli. Dopo aver dato comunicazione pubblica di quanto avvenuto, ho deciso di attendere prima di riprendere la parola. La Costituzione, il Diritto, la norma giuridica, la procedura penale prevedono che quando si apre una procedura penale sia chi muove le accuse a dover giustificare i propri atti, documentandoli se ne è in grado. Non sta a me fornire delle spiegazioni, tanto meno in una materia come la ricerca storiografica che è libera.

Paolo Persichetti e il complottismo eterno delle procure

L’ex membro dell’ Unione dei Comunisti Combattenti è indagato per il suo lavoro di ricercatore storico sul caso Moro avrebbe divulgato documenti “riservati” che tutti conoscevano

Daniele Zaccaria Il Dubbio 17 giugno 2021

Che il complottismo demenziale animi lo spirito dei tempi non stupisce più di tanto, alimentato e moltiplicato dalla rete, incubatrice di paranoiche visioni e leggende metropolitane, esso offre rifugio e conforto alle frustrazioni di tutti noi fornendo risposte pronte a qualsiasi quesito.Cedere alle lusinghe intellettuali delle sirene cospirazioniste è una tendenza molto umana, incarnata dal cosiddetto “popolo del web”, autore collettivo delle più strampalate teorie su congiure, misteri e diaboliche macchinazioni.
Una letteratura “dal basso” che come un telefono senza fili passa di bocca in bocca. Fa però molta più impressione quando il complotto viene agitato e avallato dalle autorità; personaggi politici, ufficiali di polizia, e immaginifici procuratori della repubblica. Ci sono in tal senso pagine della nostra storia costantemente annebbiate dal morboso retropensiero complottista, con la sua fanatica ricerca della “verità”, sempre e immancabilmente diversa da quella ufficiale. Una di queste riguarda la “controstoria” del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro nutrita dalle lisergiche pubblicazioni dell’ex senatore Sergio Flamigni (già membro della Commissione parlamentare d’inchiesta) che da decenni insegue le ipotesi più pittoresche su quella tragedia, evocando trame oscure, intelligence deviate e connivenze politiche nel tentativo di far passare le Brigate Rosse come una succursale dei servizi segreti. Suggestioni che non hanno mai avuto lo straccio di un riscontro nella realtà, ispirando per lo più la schiera dei dietrologi in servizio permanente e filmacci come l’ineffabile Piazza delle cinque lune del sovranista Rrenzo Martinelli, ma evidentemente hanno estimatori anche nel variegato mondo delle toghe. Quel che è accaduto a Paolo Persichetti, ex membro delle Br-Ucc (ha scontato una condanna di 22 anni di reclusione per concorso morale dell’omicidio del generale Licio Giorgieri). Oggi uomo libero e ricercatore storico, è un caso emblematico di questo inesauribile filone. Almeno dieci agenti della Digos della Polizia postale gli sono piombati in casa di prima mattina e, per un’intera giornata, hanno rovistato tra i suoi archivi, sequestrando computer, telefono, tablet, hard disk, pendrive, fotocamere, quaderni, appunti e le bozze di un saggio che avrebbe dovuto essere pubblicato nei prossimi mesi. Si sono portati via persino i certificati e referti medici che appartengono al figlio disabile.
Persichetti, che sul caso Moro ha pubblicato diversi libri spesso polemici con le sommarie supposizioni della Commissione d’inchiesta, è ufficialmente indagato per un reato gravissimo: associazione sovversiva finalizzata al terrorismo e favoreggiamento. E per aver diffuso documenti “riservati” «acquisiti e/o elaborati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro», come recita l’ordinanza del sostituto Eugenio Albamonte. Secondo la procura di Roma farebbe parte di un’organizzazione attiva dal 2015 volta a realizzare un indefinito disegno terrorista di cui «non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete», scrive lo stesso Persichetti in un intervento sul suo sito web Insorgenze, in cui racconta la surreale violenza con cui gli hanno portato via anni di ricerca storica, l’irruzione, brutale nella sua vita privata. «Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi», continua Persichetti, tuonando contro la doppiezza e la malafede dei suoi accusatori.
Perché lo scopo dell’indagine non è certo smantellare un’organizzazione criminale che non c’è, quello è soltanto un artificio giuridico per far scattare l’articolo 270 bis del codice penale sull’associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. Uno strumento “speciale” che autorizza l’impiego di metodi di indagine invasivi figli della legislazione di emergenza che limitano il diritto alla difesa e le tutele degli indagati. L’obiettivo della procura è chiaramente il lavoro storico di Persichetti, tutto incentrato nella minuziosa ricerca sul periodo degli anni 70, anche per contrastare e le sue eterne fake news che regolarmente aleggiano attorno alla vicenda Moro (dal covo di via Gradoli che sarebbe appartenuto al Sisde, alla grottesca circostanza della “scopa nella vasca da bagno” al ruolo ambiguo di Mario Moretti). Ma c’è chi non si rassegna, forse per narcisismo intellettuale, forse per sincere manie di protagonismo e continua a rovistare nel pozzo senza fondo del complottismo. Sempre la procura di Roma, in un’inchiesta parallela, ha fatto prelevare lo scorso marzo un campione di Dna ad una decina di persone tra cui l’ex br Giovanni Senzani e Paolo Baschieri per confrontare il codice genetico con quello presente sui mozziconi di sigarette trovati in una delle auto utilizzate il 16 marzo del 1978 per sequestrare il presidente della Dc.

Ora la magistratura vuole orientare anche la ricerca storica

Piero Sansonetti, Il Riformista 16 Giugno 2021

C’è un signore che studia il caso Moro. Cioè il rapimento, la strage, la fuga, il sequestro. Si chiama Paolo Persichetti. Tra l’altro è l’autore di un libro molto interessante e informatissimo sulla storia delle Brigate Rosse. Paolo è un ex militante delle Brigate rosse. Fu condannato a una lunga pena detentiva, estradato dalla Francia con uno stratagemma e messo in prigione. È uscito dalla detenzione pochi anni fa, dopo aver scontato l’intera condanna. E ha ripreso la sua attività di giornalista e studioso di storia. Ha ricostruito la sua vita, è padre di due bambini piccoli. Io lo conosco bene, ho anche lavorato con lui, e vi giuro che è una persona serissima, affidabile, onesta, impegnata nello studio e nelle sue battaglie ideali. Di gran livello professionale.
L’altro giorno è arrivata la polizia a casa sua. Ha messo a soqquadro il suo appartamento sulla base di un ordine di perquisizione. Gli ha sequestrato tutti i computer, i cellulari, gli apparati elettronici. Pure tutta la documentazione medica che riguarda il suo figlioletto. E poi lo ha informato che lui è indagato. Per cosa? Sarebbe in possesso di materiale sul sequestro Moro che invece dovrebbe essere secretato. Non si sa esattamente quale. Probabilmente carte che vengono dalla commissione parlamentare che indaga sul delitto Moro avvenuto quarantatrè anni fa. Le accuse contro Persichetti sono devastanti: associazione sovversiva a fini di terrorismo e favoreggiamento. Gli avvocati di Persichetti sanno pochissimo del merito delle accuse. Si sa soltanto che secondo i magistrati il reato sarebbe iniziato nel 2015. Sei anni fa.
In questi sei anni si suppone che questa associazione sovversiva si sia limitata a immaginare azioni clamorose. Senza compierle. Probabilmente si tratta di una associazione sovversiva molto pigra e cauta. Il favoreggiamento nei confronti di chi? Forse di latitanti, intervistati da Persichetti per le sue ricerche storiche. Al momento, tra tutte le persone condannate per il sequestro Moro, solo due sono tecnicamente latitanti. Uno è Alvaro Lojacono e l’altro è Alessio Casimirri. Lojacono è un cittadino svizzero di 67 anni, che in Svizzera ha scontato per intero la pena che gli è stata inflitta dal tribunale svizzero, e ora è pienamente libero. Alessio Casimirri è un anziano cittadino nicaraguense, 70 anni, anche lui perfettamente libero e senza pendenze con la legge del suo paese. Nessuno dei due vive nascosto. Non ne hanno motivo. In cosa poteva consistere il favoreggiamento?
Il magistrato che ha deciso perquisizione e indagine su Persichetti è un nome molto noto. Eugenio Albamonte. Particolarmente impegnato, da sempre, nell’attività politica delle correnti della magistratura. È stato il successore di Davigo alla guida dell’Anm e ora è il segretario di Area, cioè della corrente di sinistra, molto forte a Roma. Albamonte è noto per varie vicende, tra le altre il sequestro Shalabayeva (la signora kazaka catturata e rispedita in patria dalle autorità italiane, insieme alla sua figlioletta, in modo spericolato e rischioso per loro) nel quale furono pesantemente coinvolti due alti dirigenti della polizia, condannati a più di cinque anni di prigione per sequestro di persona.
Albamonte, che pure aveva autorizzato il rimpatrio forzato (eseguito poi dalla polizia), non fu mai indiziato. Albamonte evidentemente ha aperto una nuova indagine sul sequestro Moro, e cioè su un episodio avvenuto quando lui aveva 11 anni e frequentava la prima media. I motivi di questa indagine non si conoscono. Si può facilmente intuire che l’attività della Procura, talvolta, è abbastanza casuale. Forse esistono situazioni più gravi di quella creata da uno studioso che sta raccogliendo materiale per i suoi studi. Più urgenti. Giustamente, spesso, i magistrati si lamentano della scarsità dei mezzi e del personale a disposizione. Come si fa a dargli torto? Certo, poi, se scopri che uno dei più importanti magistrati italiani è impegnato a indagare sulle ricerche storiche di uno studioso, ti viene il dubbio che invece la procura non sia oberata di lavoro. Magari nei prossimi giorni qualcuno aprirà un’indagine sul caso Montesi, la ragazza uccisa a Torvaianica nel ‘53, o sulle probabili complicità che il Gobbo del Quarticciolo ebbe tra gli abitanti della zona e forse anche nella locale sezione del Pci, alla fine degli anni Quaranta. Poi c’è sempre la vecchia mai risolta questione del caso Girolimoni: siamo sicurissimi che fosse proprio innocente?
Forse l’aspetto più inquietante dell’indagine contro Paolo Persichetti è un’altra. Il rischio che passi l’idea che la magistratura, oltre a decidere quali siano le scelte giuste della politica, e a selezionare le liste elettorali, o dei ministri, stabilisca che tra i suoi doveri c’è anche quello di filtrare e orientare la ricerca storica. Se per esempio qualcuno si mette in mente di criticare, o di smontare, sulla base dei documenti, il lavoro della commissione Moro, è bene avviare su di lui una indagine immaginando la possibilità che contesti questo lavoro per organizzare un’associazione terroristica. Non so se questa circostanza solleverà qualche protesta o indignazione tra gli intellettuali. Temo di no.
Mi pare che anche gli intellettuali, negli ultimi anni, siano finiti nei girotondi e alla corte delle Procure. Certo quando avvengono cose di questo genere capisci che ormai gran parte della magistratura è del tutto fuori controllo, e che la nostalgia per il minculpop, da parte sua, è sempre più forte. Non sapete cos’è il minculpop? Date un’occhiata a Wikipedia.




Lo storico Marco Clementi, «Il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti è un attacco al suo lavoro di ricerca sugli anni 70»

Quando il terremoto distrusse Amatrice e gli altri comuni vicini ero lì con la mia famiglia. Paolo Persichetti e la sua erano partiti da qualche giorno e quella mattina avremmo dovuto incontrarci in Umbria. Stavamo lavorando a un libro sul caso Moro e più in generale sugli anni della lotta armata in Italia assieme alla prof.ssa Elisa Santalena, che vive in Francia, e anche durante il periodo estivo ci si incontrava per consultarci. Paolo aveva fatto un lavoro egregio in Archivio di Stato, a Roma, quartiere Eur, dove era stata depositata una mole enorme di documentazione proveniente dalla PS, dai carabinieri, dai servizi (direttive Prodi e Renzi), passando intere settimane a leggere, ordinare e creare un suo inventario di carte che era il primo studioso in Italia a vedere.
Il mio archivio, che contiene documenti provenienti un po’ da tutto il mondo e in molte lingue straniere, si trovava a Capricchia, la frazione di Amatrice da dove è originario mio padre, mentre mia nonna era di Accumoli, tanto per non farci mancare nulla quella notte. Saputo della tragedia, Paolo corse con un amico. La casa, che avevamo ristrutturato da pochi anni, aveva tenuto. Entrammo e con calma, nei giorni successivi, nei momenti in cui non dovevamo provvedere all’ennesima emergenza, mettemmo in salvo l’archivio e circa mille libri, che avevo portato per aprire una biblioteca in paese. Pensavo, all’epoca, che la comunità dove ero nato meritasse un luogo di cultura, sebbene fossero rimasti in pochi a vivere stabilmente tra i Monti della Laga. E lo pensava anche Paolo, per quella che è ormai diventata la sua comunità di adozione.
Di adozione sua e della sua famiglia, con il piccolo Sirio, un bambino che adesso tutti conoscono come il “capo” dei Tetrabondi, un bambino con una forza e di una intelligenza rare, che sta superando ogni difficoltà che la vita gli ha posto di fronte fin dal ventesimo giorno dalla nascita grazie alle sue qualità e al lavoro instancabile dei suoi genitori.
Il dott. Persichetti è un grande papà. Poco mi importa che sia un docente mancato in Francia a causa della sua estradizione e che abbia passato anni in carcere. Resta tra i migliori ricercatori che abbia mai incontrato in quella che, purtroppo, può oramai definirsi una lunga carriera. Chi mi conosce lo sa: ne stimo pochi, con ancora meno parlo. Paolo Persichetti è un uomo colto, acuto, meticoloso (molto più di me), capace di ragionare da storico, politologo e sociologo (molto meglio di me), instancabile lettore di lavori altrui, con una straordinaria capacità di giudizio critico e in grado di tornare sui propri errori. Il suo italiano, poi, è tra i migliori sulla piazza storica. È un cercatore di risposte a domande storicamente fondate e sarebbe in grado di tenere un ottimo corso sugli anni Sessanta e Settanta in qualunque università del mondo.
Qualcuno ha parlato, per la perquisizione della sua casa avvenuta l’8 giugno 2021, di attacco alla ricerca storica. Mica gli storici ufficiali, quelli delle organizzazioni scientifiche e dell’accademia. Quelle e quelli credo non diranno una parola in merito. Li conosco e non mi faccio illusioni. Paolo non è considerato un pari. Tra l’altro la ricerca storica non è una persona. Anzi, non so bene proprio di cosa si tratti. Non so cosa sia la storia, non so cosa sia il passato, il presente, un fatto, un avvenimento. Provate a chiederlo a decine di storiche e di storici. Ognuno darà una risposta differente, spesso vaga, a volte incomprensibile. La questione, allora, riguarda le ricerche proprio del dott. Persichetti. Le sue ricerche, non quelle di chiunque altro. Quelle di uno dei migliori, se non il migliore, studioso del caso Moro. In grado di aprire le contraddizioni e stanare le dietrologie basate sul nulla, di mettere in fila le deduzioni che diventano per miracolo “realtà” e di porre infine il quesito dei quesiti in maniera chiara: se si chiede verità ancora oggi, dopo 40 anni, i processi che hanno condannato decine di persone all’ergastolo o a centinaia di anni di carcere, che cosa hanno detto?
Come se la verità fosse un punto fermo in qualche parte del cosmo e servissero solo le chiavi giuste per aprire la porta che la custodisce. Come se la presenza, ingombrante, di storico o storica non fosse determinante nel maneggio personale e soggettivo delle carte. Come se il soffio che regolarmente passiamo sulla polvere del passato, non scoprisse il nulla che oggi resta e non ci chiedesse, a noi che ci assumiamo la responsabilità di raccontare, di dire esclusivamente la nostra. La verità storica non esiste. Esistono gli uomini e le donne e le loro opere. Paolo è uno di loro. Nelle sue carte e nei computer gli inquirenti troveranno risposte storiografiche solide, ben strutturate, chiare. Troveranno il riflesso di quello che ho potuto osservare in tutti gli anni nei quali abbiamo lavorato insieme e anche se da tempo ho scelto di non occuparmi più di di lotta armata in maniera professionale, ci consultiamo, leggo ancora parte delle cose che scrive, continuo a essere una presenza nella sua vita di studioso, oltre che in quella privata. Credo di aver imparato da lui, come lui ha imparato da me. Ma è arrivato il momento che il dott. Persichetti sia riconosciuto non come un ex, ma per quello che è: un ottimo storico, il migliore sul caso Moro e la storia delle Br. Per distacco.

Se fare storia è un reato

Paolo Persichetti

La libera ricerca storica è ormai divenuta un reato. Per la procura di Roma sarei colpevole di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Per questa ragione martedì 8 giugno dopo aver lasciato i miei figli a scuola, da poco passate le nove del mattino, sono stato fermato da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della polizia di Stato: Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale. Ho contato in totale 8 uomini e due donne, ma credo ce ne fossero altri rimasti in strada. Una tale dispiegamento di forze era dovuto alla esecuzione di un mandato di perquisizione e contestuale sequestro di telefoni cellulari e ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage), con particolare attenzione per il rinvenimento delle conversazioni in chat e caselle di posta elettronica e scambio e diffusione di files, nonché ogni altro tipo di materiale. Decreto disposto dal sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma Eugenio Albamonte che ha dato seguito ad una informativa della Polizia di Prevenzione del 9 febbraio scorso. La perquisizione è terminata alle 17 del pomeriggio e ha messo a dura prova lo stesso personale di polizia estenuato dalla quantità di libri e materiale archivistico (scampato pochi mesi fa a un incendio), raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca. Singolare il fatto che non risultino effettuate perquisizioni in casa di quei giornalisti “confidenti” della Commissione, o direttamente al libro paga, che ricevevano informazioni di prima mano e diffondevano veline di stampo dietrologico.
La divulgazione di «materiale riservato» (sic!), secondo la procura della Repubblica si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi, il favoreggiamento (378 cp) e l’immancabile 270 bis, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015. Da cinque anni e mezzo, secondo la procura, sarebbe attiva in questo Paese un’organizzazione sovversiva (capace di sfidare persino il lockdown) di cui nonostante le molte stagioni trascorse non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, senza le quali il 270 bis non potrebbe configurarsi). E’ legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente, il classico “reato chiavistello”, che consente un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.
L’8 dicembre del 2015 era un martedì in cui cadeva la festa dell’immacolata. In quei giorni la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni discuteva ed emendava la bozza finale della relazione che chiudeva il primo anno di lavori, approvata appena due giorni dopo, il 10 dicembre. Copie di quella bozza finale erano pervenute in tutte le redazioni d’Italia ed io presi parte, per conto di un quotidiano con il quale collaboravo, alla conferenza stampa di presentazione.
Cosa abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco, il saccheggio della mia vita e della mia famiglia, la perquisizione della casa, la sottrazione di tutto il mio materiale e dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile di cui mi occupo come caregiver, la spoliazione dei ricordi della mia famiglia, foto, appunti, sogni, dimensioni riservate, la nuda vita insomma, non so ancora dirvelo. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni, quando la procura a seguito della richiesta di riesame avanzata dal mio difensore, avvocato Francesco Romeo, dovrà versare le sue carte.

Quello che è chiaro fin da subito è invece l’attacco senza precedenti alla libertà della ricerca storica, alla possibilità di fare storia sugli anni 70, di considerare quel periodo ormai vecchio di 50 anni non un tabù, intoccabile e indicibile se non nella versione quirinalizia declamata in queste ultime settimane, ma materia da approcciare senza complessi e preconcetti con i molteplici strumenti e discipline delle scienze sociali, non certo penali e forensi.
Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi. Mi sono state sottratte le tonnellate di appunti, schemi, note e materiali con i quali stavo preparando diversi libri e progetti. Ho dovuto rinunciare in queste ore a un libro che dovevo consegnare nel corso dell’estate, perché i capitoli sono stati sequestrati. Forse qualcuno ha pensato di ammutolirmi relegandomi alla morte civile. Quel che è avvenuto è dunque una intimidazione gravissima che deve allertare tutti in questo Paese, in modo particolare chi lavora nella ricerca, chi si occupa e ama la storia.
Oggi è accaduto a me, domani potrà accadere ad altri se non si organizza un risposta civile ferma, forte e indignata.

I dietrologi e la smorfia napoletana, evocare il defunto per spiegare il rapimento Moro

Nella smorfia napoletana il 48 è il morto che parla. Un numero importante che indica il defunto venuto in sogno a suggerire i numeri da giocare. La smorfia non transige, quando il morto parla e si devono puntare i suoi numeri bisogna sempre aggiungere il 48. Lo si deve al morto stesso in segno di gratitudine per il prezioso suggerimento fornito. Non si può proprio mancargli di rispetto altrimenti la puntata è persa e la jattura è assicurata.

Il 48 è divenuto un numero importante anche in un’altra disciplina: la dietrologia. Il morto che parla è decisivo, senza le sue rivelazioni non riusciremmo a sapere nulla del nostro passato, la sua voce è la torcia accesa che ci illumina nel mondo oscuro dei misteri, ci permette di prevedere il tempo che fu. Il morto che parla è la fonte delle fonti, quella che ci risolve ogni problema. Gli storici non lo hanno ancora capito, sono dei ciechi che avanzano a tastoni cercando inutili documenti, prove, testimonianze, riscontri. La voce che viene dall’aldilà ci risparmia da tutte queste fatiche, soprattutto quando le nostre ipotesi non trovano maledettamente conferma. Evocare il morto che parla non costa davvero nulla e poi offre un grande vantaggio perché ci ritroviamo ad essere i soli depositari della sua verità. A quel punto siamo noi che parliamo per lui, lo testimoniano, diventiamo i suoi ventriloqui. Quanto sono belli i morti che parlano, soprattutto perché non possono ascoltarci e sentire quel che noi gli mettiamo in bocca. I morti che parlano hanno il pregio di non poter smentire né confermare. Da quando i defunti ciarlano così tanto i dietologi hanno fatto incredibili scoperte. L’ultima, in ordine di tempo, l’ha riportata Stefania Limiti sul Fatto quotidiano del 20 aprile scorso: Licio Gelli partecipava alle riunioni che si tenevano al Viminale durante il sequestro Moro. Lo avrebbe confidato Bettino Craxi a Sandra Bonsanti – nei decenni passati grande narratrice sulle pagine di Repubblica di misteri, complotti e depistaggi. Dell’intima convinzione che l’ex segretario socialista, scomparso ventuno anni fa nel suo esilio di Hammamet, avrebbe riferito alla giornalista in piazza Navona non esiste ovviamente altra prova se non la testimonianza della Bonsanti stessa.

Il morto che parla, per giunta figura autorevole quando era in vita, è convocato ancora una volta per dare prova della teoria che vorrebbe Gelli stratega occulto della gestione statale del sequestro, emanazione di quel potere invisibile che avrebbe manovrato per liquidare insieme a Moro la possibilità di far entrare il Pci al governo. Che poi la strategia di Moro fosse l’esatto opposto, ovvero contenere la crescita elettorale del Pci, usurarne l’immagine presso i suoi elettori coinvolgendolo nella maggioranza di governo senza offrirgli mai responsabilità nell’esecutivo, utilizzano invece la sua capacità di calmierare l’insubordinazione sociale che ribolliva nel fabbriche e nelle piazze, questa teoria complottista non può che ometterlo. Allo stesso modo non sa spiegare perché il Pci e la P2 coabitarono tranquillamente nel Corriere della sera e i vertici piduisti dei Servizi segreti furono tutti nominati con l’assenso del maggiore partito di opposizione. Circostanze che messe insieme sollevano un unico decisivo interrogativo: i dirigenti di Botteghe oscure erano corrivi o solo degli incapaci?
Le rivelazioni dalla Limiti proseguono sul filo dei ricordi della Bonsanti tratteggiando i contorni di grande e confuso complotto. Una macchinazione che deresponsabilizza le scelte fatte dai gruppi dirigenti delle maggiori forze politiche dell’epoca, allontanando lo sguardo dei lettori dalle acquisizioni storiografiche che ci descrivono le dinamiche reali che agirono in quelle settimane convulse. Il protagonismo assoluto del partito della fermezza, il blocco Pci-Dc (Moro boys in testa) ostinatamente intenzionato a fare muro contro ogni cedimento, margine di manovra, possibilità di negoziato, ricerca di un compromesso, fino a decretare l’inautenticità delle lettere che Moro inviava dalla prigione.
Ancora una volta la figura di Gelli e della P2 vengono convocate attraverso le parole di un defunto per coprire l’operato di questo pezzo importante di ceto politico, la scelta voluta da Pci-Andreotti e Zaccagnini di non convocare il parlamento per lunghi mesi, tanto che nemmeno alla notizia della morte di Moro si aprì una discussione per il timore fondato che un dibattito alla Camere, dando voce ai dissenzienti che chiedevano di trattare, avrebbe scatenato una inevitabile crisi di governo sfaldando il fragile patto consociativo. Solo la pubblicazione del memoriale difensivo di Moro, il testo dattiloscritto trovato dopo l’irruzione dei carabinieri di Dalla Chiesa nella base Br di via Montenevoso, costrinse il parlamento, ben cinque mesi dopo la morte del leader Dc, a discutere del rapimento e della sua morte.
Si evoca Gelli per coprire Berlinguer che marcava a uomo Zaccagnini, ricondotto immediatamente all’ovile dopo il suo improvviso incontro con Craxi che aveva rotto il fronte della fermezza. Forse perché si vuole far dimenticare l’intimidazione del cugino Cossiga, quando iniziò a circolare l’idea di una possibile mediazione della Croce rossa o l’interrogatorio simil-poliziesco che Berlinguer fece a Craxi per conoscere le fonti che lo avevano portato a ritenere possibile una trattativa. Per i maggiori dirigenti del Pci Moro era morto il giorno dell’arrivo della sua prima lettera a Cossiga e venne seppellito quando arrivò la missiva contro Taviani.
Si convoca la P2 per nascondere le parole ciniche pronunciate contro Moro durante le Direzioni del Pci o il biglietto di Tatò a Berlinguer, «Se […] aderissimo al principio della trattativa per salvare la vita fisica di Moro, in realtà (e senza alcuna garanzia di riaverlo vivo) faremmo credere che anche noi siamo interessati a che Moro mantenga i suoi segreti: avvaloreremmo […] la difesa dello Stato e di una Dc che vogliono tenere nascosti i loro misfatti». La morte di Moro serviva a mantenere intatta la purezza del Pci. 

Agitare le trame aiuta a dimenticare il viaggio di Napolitano negli Stati Uniti nei giorni del sequestro e l’ignavia dei dirigenti democristiani di fronte alle richieste del loro presidente, senza dimenticare la mancate dichiarazioni di Fanfani promesse all’esecutivo brigatista e che fecero precipitare la sorte di Moro. Invece di parlare con i morti, Sandra Bonsanti avrebbe fatto bene a ricordare le pagine del suo giornale uscite durante il sequestro, gli attacchi contro le colombe con gli artigli o l’invenzione delle torture inflitte il prigioniero, argomento sollevato per non dare credito alle parole di Moro che oggi sappiamo esser vere. Dovrebbe spiegare gli editoriali di Scalfari, compreso quello in cui si affermava che la salvaguardia dello Stato valeva la morte di un uomo. La vendetta è un piatto freddo e il direttore di Repubblica fece pagare a Moro gli omissis sulle carte del piano Solo che lo avevano portato in tribunale. 

Se dietro tutto ciò c’era un burattinaio, come Bonsanti e la Limiti si ostinano a dirci, e non le scelte dichiarate e le condotte palesi di un sistema politico arroccato su se stesso, allora bisogna riconoscere che gli esponenti del partito della fermezza furono delle marionette tirate per i fili, Bonsanti compresa.

 

Se dietro le Br c’erano i servizi, perché Moretti sta ancora in galera?

Frank Cimini, Il Riformista 6 aprile 2021

Mario Moretti fu arrestato il 4 aprile del 1981. Quindi sono 40 anni precisi precisi che dorme in galera da molto tempo semilibero ma comunque detenuto notturno. L’anniversario di quelle manette è l’ennesima occasione che il festival della dietrologia non si lascia scappare. Basta sentire le parole che Gennaro Acquaviva all’epoca del sequestro Moro capo della segreteria di Bettino Craxi ha consegnato in questi giorni a Walter Veltroni che sul Corriere della Sera ci prova sempre a rievocare “i misteri”.
«Non so chi, non so come, ma sono certo che le Brigate Rosse sono state manovrate presentemente dal Kgb. L’infiltrazione sovietica nell’area della protesta violenta era evidente. Nel gruppo romano non lo so non credo, ma nelle Br in genere penso di sì. Bisognerebbe chiedere a Moretti».
Eccoci, un esponente del partito della trattativa insieme a un erede del partito della fermezza per ribadire quello di cui negli atti processuali non si trova traccia. Ma a Mario Moretti tutti o quasi continuano a chiedere la verità quella che lui ha sempre detto a cominciare con il libro intervista a Rossana Rossanda e Carla Mosca che gli chiedevano in che modo lui reagisse al sospetto di ambiguità e trasversalità.
«Ah, con molta serenità e molta tranquillità nel senso che io mi rendo conto che attraverso questa accusa si vuole colpire l’idea dell’autenticità delle Brigate Rosse. La tesi che siano state manovrate dall’esterno è una tesi cara a chi non può sopportare l’idea che in questo paese si siano svolti dei fatti, delle iniziative, si siano giocati dei progetti politici esterni ai giochi di palazzo. Queste illazioni non meritano alcuna considerazione» è la posizione di Moretti che finora nessuno è stato in grado di scalfire concretamente.
Anche se la dietrologia non vuole demordere. Ci sono carriere politiche e giornalistiche costruite sui falsi misteri del caso Moro. Sempre in questi giorni il figlio del capo della scorta di Moro, Domenico Ricci, intervistato da Adnkronos è tornato a intimare a Moretti di “dire la verità”.
Non resta che stare ai fatti. Nel caso Moretti avesse intrallazzato con servizi segreti e potenze straniere non dormirebbe ancora dopo 40 anni in una cella del carcere di Opera.
Il paese anche dopo così tanto tempo rifiuta di fare i conti con quello che fu un fenomeno squisitamente politico perché evidentemente ha paura della propria storia. Al punto da non voler prendere atto che Moretti condannato a sei ergastoli ha pagato per le sue responsabilità e dovrebbe dopo quarant’anni essere scarcerato. Avrebbe pieno diritto alla liberazione condizionata che lui non chiede perché non vuole evidentemente relazionarsi con chi in pratica con la dietrologia gli nega identità politica. Sentirsi rivolgere sempre lo stesso sospetto per uno che sta dentro dal 1981 è se possibile peggio dei sei ergastoli che gli hanno dato i giudici.
In libreria da pochi giorni c’è un saggio “Brigate Rosse: un diario politico” curato dalla ricercatrice Silvia De Bernardinis. Un rendiconto critico e autocritico della storia delle Br a opera di alcuni dirigenti e militanti. Ribadisce il saggio, che dietro le Br c’erano solo le Br.

The most up-to-date historiographical research about the Red Brigades

Marco Clementi, Paolo Persichetti, and Elisa Santalena. Brigate rosse: Dalle fabbriche alla «campagna di primavera». Volume I. Roma: DeriveApprodi, 2017. 512 pp; 23.80 €. ISBN: 978-88-6548-177-6

Acknowledgement: the Version of Record of this Manuscript has been published and is available in Terrorism and Political Violence, 7 January 2021, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/09546553.2021.1864972

Reviewed by Marco Gabbas, University of Milan, Milan, Italy
gabbas_marco@alumni.ceu.edu

With this volume – which is only the first of a multi-volume work – Marco Clementi, Paolo Persichetti and Elisa Santalena gave a crucial contribution to the understanding of a topic as difficult and complex as the history of the Italian Red Brigades (or BR). The three authors consulted a quantitively and qualitatively impressive amount of sources, which go from court records to the records of public investigating commissions; from police and carabinieri sources to those of the secret services; from memoires to interviews to those directly involved. This fundamental volume is certainly bound to remain the definite text on the topic for the forthcoming years.
The merits of this work are evident since the setting the authors clarify in the introduction. One first, important merit is giving Italian “armed struggle the dignity of a study subject.” This dignity, as the authors highlight, has been often denied especially in the cultural area of the Italian Communist Party (PCI). This cultural area has in fact produced over the years many “pamphlets written by essayists with a more than dubious methodology” (6). A second important merit is certainly giving a strong blow to the many conspiracy theories which are sadly still frequent in the discussion of the history of the Italian Red Brigades. In this case also, the authors underline the responsibility of the PCI in giving legitimacy to these theories, which go from labelling the BR “fascist provocateurs” to alleging the involvement of foreign secret services (KGB, CIA or Mossad, depending on taste). In fact, even though such theories existed since the beginning of leftist armed struggle in Italy, there was a “watershed in 1984, when the PCI [, which was] in a strategical crisis after the failure of the historical compromise [with the Christian Democratic Party] […] distanced itself from the majority motion” of the Parliamentary Investigating Commission on the abduction of Aldo Moro. The authors highlight that fighting against conspiracy theories is a lost battle since the beginning. However, they concretely help those who wish to tackle the matter seriously, from a historical point of view.
One third important merit is the authors’ courageous interpretation of the BR phenomenon. In fact, the three authors avoid comfortable explanations, and clarify that the Italian Red Brigades were not “the illegitimate child but an integral part – though a minority – of a decade-long clash whose existence few have admitted in Italy” (12). The authors painstakingly scanned the history of the birth of the Red Brigades, highlighting that they were born in large Northern Italian factories, and reconsidered the importance of the intellectual contributions coming from Trento and Reggio Emilia. The BR were an organization, then, which was born in factories and which could grow thanks to “workers’ opacity,” a concept developed by the British scholar Edward P. Thompson which the three authors relevantly apply to the case of the Red Brigades. Remarkably, this concept was used even by Giuliano Ferrara – who at the time was a leader of the Turin section of the PCI – to describe this phenomenon (56). The authors paint a realistic and merciless portrait of the Italian extra-parliamentary Left, which was fluid and magmatic. The BR were only one of many organizations – though it certainly was the most dangerous and long-lasting – which could be an arrival or a starting point for many militants, who were strongly convinced violence was necessary.
Fourthly, the authors give us new insights on the abduction of Aldo Moro by painstakingly analysing the stance of the PCI. According to the authors, Moro was not insane while being held by the BR, but sought a rational and strategic way to reach a compromise between the BR and the state, so that his life could be spared. The solution was not found, because Moro clashed against a rubber wall in which the PCI had a fundamental importance. The authors talk about “rigor mortis” (436-440) referring to the opposition of the PCI to any negotiation. They sketch a party which was prey of a rigid realpolitik, and which was more interested in saving its presence in the government than in saving Moro’s life. Certainly, the PCI acted in a certain way also because it was anxious to be recognised as a credible interlocutor by the Italian business world and by the United States. PCI representative Giorgio Napolitano played a crucial role in building links with “American friends” (417-435).
Fifthly, the authors make an incredibly detailed description of anti-BR strategies, highlighting a crucial factor which has been largely neglected so far, that is the fundamental use of torture which helped the Italian state to defeat the BR. In fact, the use of torture – which was at first episodic, but which became more and more systematic after the Moro case – was fundamental to extort information on locations and individuals which fundamentally contributed to the state’s victory. In particular, the book tells the case of Enrico Triaca, one printmaker of the BR who was subject to waterboarding (500-511).
By way of conclusion, all scholars and concerned readers cannot but thank the authors for their excellent work. We all wait for the second volume.

La verità di Sante Notarnicola

Le spine di Sante – Ostuni 2020

di Paolo Persichetti

Quattro anni fa, qualche tempo dopo l’uscita del primo volume sulla storia delle Brigate rosse (Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi marzo 2017), scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena, ho ricevuto una telefonata di Sante Notarnicola. Nel volume, dove un intero capitolo curato da Elisa si occupava della realtà carceraria (la grande stagione delle lotte dei detenuti, le commissioni interne, le proteste sui tetti, la dura repressione alle Murate e ad Alessandria, la riforma subito bloccata, la parabola dei Nap, la differenziazione, lo stato d’eccezione carcerario e le carceri speciali), inevitabilmente il nome di Sante, protagonista decisivo di quella stagione, tornava più volte. Raccontavamo anche lo scambio epistolare che ebbe con Primo Levi, riportando in particolare il passaggio in cui lo scrittore motivava il suo disaccordo sull’uso del termine «lager» (in una lettera del 5 settembre 1979), ampiamente in uso in quegli anni nel linguaggio e nelle pubblicazioni del movimento dei prigionieri e delle organizzazioni comuniste combattenti quando descrivevano le terribili condizioni di vita e il sistema detentivo messo in piedi nelle carceri speciali di massima sicurezza. Ad avviso di Primo Levi quel termine non era estensibile a realtà diverse da quelle esistenti nei campi nazisti, come Auschwitz. L’obiezione di Levi forte della sua sensibilità di reduce dell’olocausto sovrapponeva la realtà dei campi di sterminio ai campi di concentramento, un modello di internamento totale precedente l’esperienza del nazismo. Il grande scrittore successivamente si soffermava sull’opera poetica che Notarnicola aveva realizzato in carcere: «le tue poesie – scriveva – (alcune, come sai, le conoscevo già) sono belle, quasi tutte: alcune bellissime, altre strazianti. Mi sembra che, nel loro insieme, costituiscano una specie di teorema, e ne siano anzi la dimostrazione: cioè, che è poeta solo chi ha sofferto o soffre, che perciò la poesia costa cara» (p. 132).
Sante aveva chiamato per raccontarmi un fatto che lo aveva amareggiato molto. Il professor Agostino Giovagnoli, in un passo del volume dedicato al rapimento Moro, Il caso Moro, una tragedia repubblicana, aveva realizzato un falso storico nei suoi confronti. Nel raccontare le reazioni suscitate dal comunicato numero otto della Brigate rosse, nel quale in cambio della liberazione di Aldo Moro si chiedeva la scarcerazione di tredici prigionieri politici tra i quali figurava in testa alla lista il nome di Notarnicola, aveva scritto: «Sante Notarnicola si dissociò subito dalla richiesta brigatista», (p. 202). Non era affatto vero, per altro l’articolo di Giuliano Zincone, riportato in nota dal professore, non confermava affatto la circostanza mentre molti quotidiani di quei giorni, tra cui lo stesso Corriere della sera, avevano correttamente riportato la posizione di Notarnicola. Sante aveva cercato in ogni modo di raggiungere Giovagnoli per spiegargli l’errore e ottenere la correzione, ma non aveva mai ottenuto risposta. Mi raccontò i fatti e mi chiese di tornare su quell’episodio appena possibile, magari in una nuova edizione del libro, chiarendo come erano andate veramente le cose in quelle ore concitate nel supercarcere di Nuoro, dove era rinchiuso.

Oggi, che ci ha lasciato, voglio saldare la promessa che gli feci.
Dopo la diffusione del comunicato brigatista, il 30 aprile 1978, fu chiamato dal Direttore del carcere, che – circostanza davvero incredibile – lo lasciò solo nel suo ufficio davanti ad un telefono, «prendi tutto il tempo che vuoi e telefona a chi vuoi, se necessario», gli disse chiudendosi la porta alle spalle. Erano arrivati ordini ben precisi dai piani alti del ministero dove qualcuno sperava in questo modo di ottenere una presa di distanza, molto potente sul piano simbolico, da parte di Notarnicola.
All’altro capo del filo Sante riconobbe la voce di Valentino Parlato del manifesto che tentò in tutti i modi di convincerlo a prendere le distanze da quella richiesta di scambio, confidando sul lungo rapporto di stima e collaborazione costruito negli anni delle lotte carcerarie. La pressione fu notevole, e per Sante suonò come un ricatto dei sentimenti che ancora sembrava gli pesasse, ma disse no. La stessa cosa, raccontano le cronache dei quotidiani, avvenne poco dopo con Paolo Brogi, che chiamava per conto del quotidiano Lotta continua, giornale che più di ogni altro aveva dato voce alla stagione delle lotte e rivolte contro le condizioni di vita nelle carceri. Attraverso l’avvocato Giannino Guiso, il giorno successivo Notarnicola diffuse una breve dichiarazione che metteva fine ad ogni tentativo di separare i prigionieri dalla richiesta di liberazione avanzata dalle Brigate rosse: «L’unica soluzione è lo scambio, anche perché questo Stato l’unica riforma carceraria che sa fare è quella delle carceri speciali e l’unico modo per liberare i compagni prigionieri è quello portato avanti dalle Brigate rosse»1.

Chiudo queste righe con un altro racconto di Sante: l’arrivo di Franca Salerno a  Badu ’e Carros, il carcere speciale di Nuoro. Raccolsi la sua testimonianza per Liberazione alla morte di Franca, storica militante dei Nap. Sante parlava come un libro stampato, era una grande narratore di storie, ancora sento i brividi:
«Franca arrivò col suo bambino di pochi giorni. Occupava una sezione isolata, la vedevamo e la sentivamo. Ci fu subito la corsa a prendere le celle che davano sul suo lato. La sera si spegnevano tutte le televisioni e sul carcere calava un silenzio surreale. Cominciava così il dialogo. Anche se ero uno dei pochi compagni, e quindi avevo con lei un rapporto privilegiato, Franca era ben attenta a non trascurare nessuno. Il piccino fu subito adottato da tutta la comunità carceraria e così i pacchi di cibo che arrivavano dalle famiglie venivano mandati a lei. Una mattina, fatto insolito, mi urlò dalla cella. Improvvisamente il carcere si ammutolì. Il bambino stava male e le guardie non facevano niente. Franca mi chiese di chiamare il capo delle guardie. Quel silenzio totale risuonò per loro come una minaccia. Il maresciallo arrivò di corsa chiedendoci di restare tranquilli che il medico sarebbe arrivato entro 5 minuti. Una macchina era stata spedita a prenderlo. “Avete rischiato molto – gli dissi -, siete feroci ma non potete immaginare quanto potremmo diventarlo noi per una cosa del genere”». Sante si ferma, è commosso. «Quanta forza venne dai Nap, organizzazione fatta di studenti e detenuti. Di fronte allo sfacelo che c’è oggi nelle carceri, a Franca vorrei dire “avevate ragione voi”».

Ciao Sante!

  1. Corriere della sera, 1 maggio 1978; Tutto quotidiano, 1 maggio 1978.