Gero Grassi querelato per le fake news sul sequestro Moro

Grassi scuole

Gero Grassi intrattiene una platea di sventurati studenti dell’IISS “Da Vnci – Majorana” di Mola di Bari. Esprimiamo loro tutta la nostra solidarietà!

L’ex parlamentare Gero Grassi, già vicepresidente del partito democratico alla Camera e membro della commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nella passata legislatura, acceso sostenitore delle più strampalate ipotesi dietrologie sul sequestro Moro, è stato querelato per aver sostenuto che il presidente democristiano non fu nascosto, come accertato in sede giudiziaria e storiografica, nella base brigatista di via Montalcini 8, nel quartiere romano di Portuense, ma in un’abitazione situata in via dei Massimi 91, nella zona della Balduina, non lontano da via Fani, dove la mattina del 16 marzo 1978 lo statista democristiano venne rapito e la sua scorta annientata.
La querela sarebbe stata promossa da una coppia di coniugi residenti all’epoca nell’appartamento indicato da Grassi come la prigione di Moro. A darne notizia, lo scorso 8 maggio, è stato il Corriere della sera che ha riferito anche il nome del legale, l’avvocato Michele Gentiloni Silveri, incaricato dalla coppia di procedere per diffamazione e denuncia di «eventuali altri reati relativi alla divulgazione del segreto».

La resa dei conti
Forse è iniziata l’epoca della resa dei conti sulle tante fandonie, invenzioni, falsità e intossicazioni che hanno inquinato la storia del rapimento Moro. Una stratificazione di menzogne, depistaggi diffusi inizialmente da quelle forze politiche che durante il sequestro hanno prima disprezzato il comportamento del prigioniero, ignorato le sue richieste, negato l’autenticità dei suoi scritti chiamando in causa inesistenti torture, sevizie e manipolazioni (si legga in proposito il saggio definitivo di Michele De Sivio in Il Memoriale di Aldo Moro, 1978, edizione critica, Direzione Generale degli Archivi, De Luca Editori D’Arte, 2019, pp. 17-56) e dopo la sua morte hanno vigliaccamente cercato con tutti i mezzi possibili di scaricare altrove la responsabilità delle loro scelte politiche. Un atteggiamento da cui ha preso forma una narrazione dietrologica e complottista del sequestro che nel corso dei decenni successivi, ignorando ed osteggiando le nuove acquisizioni giudiziarie e storiografiche, coniugandosi con rinnovati interessi politici che hanno fatto del sequestro un caso a sé, un terreno di resa dei conti tra forze politiche, è divenuta un fiume in piena esondato in mille rivoli senza un approdo significativo, generando un panorama di conoscenze malarico, una memoria malsana, una palude storiografica infestata. In questo acquitrino insalubre hanno trovato la loro ragion d’essere una pletora di cialtroni, un circo Barnum di pagliacci e mitomani dietro cui si celano figure senza scrupoli.

Che cosa aveva detto Grassi?
In una intervista diffusa dall’Agi il 5 marzo 2020, dal titolo «Moro: 16/3 strage via Fani, Grassi “prigione fu in via Massimi”», l’ex membro della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, aveva sostenuto:
«la prigione di Moro non fu in via Montalcini, ma in via dei Massimi 91, uno stabile del Vaticano, in cui si trovavano la garçonnière del piduista monsignor Marcinkus (statunitense ed ex Presidente dello Ior), la Tumco (società vicino alla Cia) e due ex coniugi, all’epoca ventiseienni, che ospitarono tra l’altro Prospero Gallinari tra l’ottobre e il dicembre del 1978. Lo stabile, che aveva anche un accesso diretto al garage, era inoltre frequentato da Piperno, Faranda e da una terrorista della Raf. Via Massimi si trova a circa 1,5 km dal luogo dell’eccidio di va Fani. Io penso – prosegue Grassi – che questi de ex coniugi possano essere stati i veri carcerieri di Moro. Erano entrambi italiani e romani. Lei era figlia di un importante dirigente ai vertici di un ente nazionale pubblico nel settore della ricerca. Lui di estrazione popolare, era un ufficiale dell’Aeronautica, con il patentino Nos, quindi abilitato ad accedere alle carte della Nato. Entrambi gli ex coniugi frequentavano ambienti della sinistra extraparlamentare. Lei giustificò di aver ottenuto la locazione dell’appartamento in via dei Massimi 91 con un fitto mensile simbolico, grazie alle conoscenze di suo padre».
Nell’intervista appena citata Grassi rende esplicito un retropensiero già contenuto nelle ricostruzioni fatte in un suo volume pubblicato nel 2019 ed ispirato ai lavori della commissione Moro 2. Senza fornire nuovi elementi che giustificassero siffatte conclusioni, accusa la coppia di giovani affittuari di avere tenuto in custodia Moro nella loro abitazione, ed aggiunge altre clamorose affermazioni, come la presenza nello stabile di via dei Massimi 91 di una donna descritta come una «terrorista della Raf», nonché di Franco Piperno e Adriana Faranda.

Dalla verità negata alle bugie conclamate
In una pubblicazione dal titolo Aldo Moro, la verità negata, edita nel 2019 con i finanziamenti del Consiglio regionale della Puglia (soldi pubblici), all’interno di una linea editoriale denominata «Leggi la Puglia», numero 7,(1) Gero Grassi si era soffermato sulla deposizione della coppia che davanti alla commissione Moro 2 aveva rivelato, in seduta segreta, di aver offerto ospitalità nell’autunno del 1978, per alcune settimane a cavallo dei mesi di novembre e dicembre, circa sei mesi dopo il sequestro del presidente del Consiglio nazionale della Dc, ad una persona dall’identità a loro sconosciuta, dai modi molto distinti e riservati che usciva presto al mattino e rientrava solo la sera. I due solo successivamente si resero conto, dalle immagini apparse in Tv, che si trattava di Prospero Gallinari, in quel momento dirigente della colonna romana:

«In Commissione interroghiamo, in modo segreto2, una signora che racconta di aver ospitato, a casa sua, nei mesi di novembre e dicembre 1978, il latitante Prospero Gallinari, senza conoscere l’identità. La signora, all’epoca ventiseienne, è la moglie di un ufficiale dell’areonautica, in possesso del Nulla Osta di Sicurezza Nato che rilascia il SISMI. Il marito afferma che, poiché lui era conosciuto da Norma Andriani, Morucci e Gallinari sapevano la sua professione3. La signora dichiara che la richiesta di ospitare una persona le arriva da Norma Andriani e Adriana Faranda, mentre al marito analoga richiesta giunge da Valerio Morucci. I coniugi non sanno chi è la persona da ospitare, ma hanno capito che è coinvolta nel caso Moro e che si tratta di un brigatista. La richiesta le è fatta perché con il marito ha sempre gravitato nei gruppi degli extraparlamentari di sinistra dell’Università di Roma e conosce tanti militanti vicini al terrorismo. Dopo circa due mesi la signora ha paura e convince il marito a far sì che l’ospite vada via. Gli porta un borsone pesantissimo, in tram, in una piazza romana e non lo rivede più. In seguito tramite la televisione riconosce la identità. I coniugi abitano in via Massimi, 91 in una palazzina il cui accesso avviene direttamente anche dal garage. A via Massimi, 91 abita anche Birgit Kraatz, compagna di Piperno e vicina ai terroristi tedeschi»4.

Come Grassi stesso riconosce, i due non appartenevano alle Br ma facevano parte di un’area politica di “movimento”, che per storie di militanza e amicizia comune era contigua o si trovava ad avere relazioni con persone che erano entrate a far parte della Brigate rosse. Si trattava di una situazione molto diffusa in quegli anni. La donna, in particolare, aveva militato nel movimento femminista, frequentando la sede romana di via del Governo vecchio insieme a Norma Andriani. La posizione dei due coniugi viene così riassunta nella terza relazione della commissione Moro 2:

«Le due persone in oggetto partecipavano, in vario modo, alla mobilitazione che caratterizzò molti ambienti della sinistra extraparlamentare nel periodo del sequestro Moro. In particolare, dal complesso delle escussioni e audizioni svolte, è risultato che la donna, con trascorsi nel femminismo militante e attiva nel collettivo di via del Governo Vecchio, strinse una relazione piuttosto stretta con una brigatista della colonna romana, Norma Andriani, e forse col compagno di quest’ultima, Carlo Brogi, mentre l’uomo, anche se appartenente alle Forze armate, frequentava ambienti extraparlamentari. Questo rapporto indusse la Andriani a proporre di ospitare un compagno, che – secondo quanto dichiarato dagli interessati – solo successivamente i due identificarono in Prospero Gallinari. Fu dunque procurato un appuntamento alla donna con Adriana Faranda, mentre l’uomo, nel rispetto delle regole di compartimentazione della clandestinità, si incontrava separatamente con Valerio Morucci. Ad entrambi, fu richiesto supporto logistico al fine di ospitare il brigatista rosso ricercato, dopo che Faranda e Morucci li ebbero sottoposti a una valutazione politica simile a quella in uso per il reclutamento di militanti irregolari. In una prima fase ci fu un impegno a ricercare un alloggio per Gallinari, ma poi si ritenne preferibile ospitarlo in via Massimi 91, dove Gallinari rimase per alcuni mesi dell’autunno 1978, prima di un successivo trasferimento avvenuto prima del Natale di quell’anno. I due testimoni non hanno fornito molte indicazioni sul periodo in cui Gallinari stette a casa loro. è emerso che furono custodite armi in cantina e che fu fornito supporto al brigatista nel trasporto di una borsa, verosimilmente contenente armi, che fu data a una persona a piazza Madonna del Cenacolo. Stando alle dichiarazioni degli interessati, la crescita della pressione e l’insorgere di timori indussero a chiedere a Gallinari di trovare un altro rifugio5.

Prima della affermazioni di Grassi del 5 marzo 2020, mai l’ipotesi che in via dei Massimi vi fosse stata la prigione (o una delle prigioni) di Moro durante il sequestro, su cui ha lavorato inutilmente la commissione Moro 2 producendo una quantità impressionante di congetture e fantasie, aveva preso in considerazione un ruolo dei due coniugi, puntando ad altre location presenti nell’immobile. Non a caso nel libro Aldo Moro, la verità negata, Grassi cita, stavolta per extenso, il nome della presunta «terrorista della Raf» che avrebbe abitato in via dei Massimi 91: «Birgit Kraatz, compagna di Piperno e vicina ai terroristi tedeschi». L’insistenza sul nome della giornalista tedesca, come vedremo meglio più avanti militante della Spd e corrispondente in Italia dei più importanti quotidiani tedeschi e della stessa Tv nazionale, non è affatto casuale ma trova ragione nelle accuse, da Grassi condivise e ripetute, avanzate nei confronti della donna e di Franco Piperno dalla commissione Moro 2.

Morti che parlano tra loro, le fake news della commissione Moro 2
Nella terza relazione prodotta dalla commissione Moro 2 (che Grassi cita alle pp. 158-163), a Birgit Kraatz, di cui finalmente si cita l’attività professionale, ovvero quella di «giornalista», viene attribuita una ulteriore identità politica: «attiva nel movimento estremista “Due giugno”». Il gruppo “Due giugno” era una formazione della sinistra armata tedesca occidentale, fondato nel 1971 realizzò diverse azioni tra cui l’uccisione del presidente della Corte federale di giustizia Günter von Drenkmann e il rapimento del parlamentare della Cdu, Peter Lorenz.
Secondo la ricostruzione fatta dalla commissione sulla base di una concatenazione di de relato pronunciati da persone defunte: «Si è in particolare riscontrato che in quelle palazzine abitava la giornalista tedesca Birgit Kraatz, già attiva nel movimento estremista ‘Due giugno’ e compagna di Franco Piperno. Secondo la testimonianza di più condomini Piperno frequentava quell’abitazione e, secondo una testimonianza che l’interessato ha dichiarato di aver appreso dal portiere dello stabile, lo stesso Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della scorta. La stessa Kraatz ha ricordato la sua relazione con il Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio». La prova di tali significative asserzioni della commissione starebbe nelle racconto fatto ad una testimone dal marito che avrebbe ricevuto, molti anni dopo il sequestro Moro, le confidenze di un altro condomino dell’immobile di via dei Massimi, il generale del Genio Renato D’Ascia, nel frattempo defunto. Secondo queste confidenze, «Nella Palazzina B c’era un covo della Brigate rosse legato al sequestro dello statista e che propio nei giorni dell’eccidio di via Fani ci fu movimento nel garage seminterrato della Palazzina e il covo. Cioè qualcuno era passato dal garage. Posso solo dedurre, non essendo la diretta recettrice della confidenza, che l’ingresso si realizzò a mezzo auto. Purtroppo non sono in grado di dare nessuna indicazione relativa al piano cui si sarebbe situato, ma posso aggiungere che egli disse a mio marito della cittadina tedesca del piano terra, che ricordo chiamarsi Birgitte»6.

Un popolo di scimmie

Immancabile arriva Sergio Flamigni come nella novella di Kipling sul popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della giungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutta la sapienza della conoscenza. I dietrologi si accreditano tra loro, come in un gioco di specchi e di echi reciproci, dove il rimbalzo delle parole dell’uno e dell’altro diventa fonte del vero, generando una sorta di circuito autistico totalmente estraneo alla realtà dei fatti e della storia. Nel novembre 2018, il padre del la narrazione complottista sul sequestro Moro, pubblica un nuovo volume, Il quarto uomo del delitto Moro. L’enigma del brigatista Maccari, Kaos edizioni. A pagina 15 del testo riassume quanto scritto nella terza relazione della Commissione Moro 2, con l’intenzione di avvalorarne i contenuti. Non si lascia sfuggire il passaggio nel quale si afferma che la giornalista tedesca Birgit Kraatz era una attivista del movimento estremista “Due giugno” e che dalla sua abitazione «Franco Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della scorta». Una novità assoluta, poiché mai prima di quel momento si era letto o saputo che Moro abitualmente transitasse con la sua scorta in via dei Massimi. Nella pagina successiva riferisce il doppio de relato di persone nel frattempo scomparse che abbiamo letto sopra, citando il «generale del Genio militare Renato D’Ascia» che avrebbe riferito della esistenza di una base Br, impiegata durante il sequestro come prigione di Moro, e che nello stesso immobile avrebbe abitato a piano terra una «cittadina tedesca di nome Brigitte». Affermazione tesa a collegare la presunta presenza della base Br con la giornalista tedesca Kraatz. Non contento, a p. 92 da per assodato che le tre auto del commando brigatista con a bordo il presidente Dc appena sequestrato si rifugiarono immediatamente dopo l’assalto di via Fani nel garage delle due palazzine di via dei Massimi 91.

Un contadino in via dei Massimi

Prima della scoperta fatta dalla commissione Moro 2 (l’unica novità positiva prodotta nei suoi tre anni di attività accanto ad una raffica di sonore smentite7), ad accennare in modo estremamente allusivo del passaggio di Prospero Gallinari in via dei Massimi nell’autunno del 1978 era stato Gallinari stesso nel suo libro, Un contadino nella metropoli. A pagina 201 della sua autobiografia, racconta che fu «ospitato da due persone pulite, marito e moglie, che per la loro posizione sociale assicurano una buona copertura». Di quella momentanea collocazione accennò anni dopo ai suoi compagni, ricordando che la presenza di una persona in uniforme (il marito era un ufficiale dell’aeronautica militare) in una casa dove era opsitato era il miglior mezzo di dissuasione nel caso le forze dell’ordine avessero bussato alla porta per un controllo. Il raffronto delle testimonianze fornite da Gallinari e Anna Laura Braghetti (la titolare dell’appartamento di via Montalcini 8, dove fu tenuto Moro in tutti i 55 giorni del sequestro) nei loro libri, consente di ricostruire in dettaglio il contesto e spostamenti avvenuti a conclusione del sequestro8. Il 17 maggio 1978, pochi giorni dopo l’uccisione di Moro e il ritrovamento del corpo in via Caetani, venne scoperta la tipografia brigatista di via Pio Foà. Gli sviluppi di quella indagine, grazie all’impiego della tortura durante l’interrogatorio del tipografo delle Br Enrico Triaca, portarono alla scoperta della base di via Palombini e all’arresto di altri due militanti9. Per non destare sospetti Gallinari e la Braghetti si appoggiarono nel corso della estate in una base estiva situata a santa Marinella, sul litorale nord della Capitale, dove vennero raggiunti anche da Balzerani e Moretti. In settembre Braghetti rientra a Roma per riprendere il lavoro e scopre che la polizia l’aveva cercata con un pretesto in via Montalcini. Una condomina, che la mattina del 9 maggio aveva incontrato la Braghetti nel garage e scorto il frontale della Renault 4 sotto la saracinesca basculante, insospettita dalle immagini televisive del ritrovamento del corpo di Moro nel bagagliaio di una Renault dello stesso colore, in via Caetani, non si recò direttamente dalla polizia, ma per vie riservate, tramite un avvocato che conosceva un importante politico democristiano, Remo Gaspari, aveva fatto pervenire un biglietto che questi aveva consegnato al ministero dell’Interno e da qui era giunto all’Ucigos, che si mosse inevitabilmente in ritardo. Nel mese di luglio si attivarono le indagini. L’attenzionamento della base spinse i brigatisti a trovare nuove sistemazioni. Gallinari non mise più piede a via Montalcini ma restò a santa Marinella per tutto il mese di settembre, mentre il 4 ottobre venne traslocato e abbandonato definitivamente l’appartamento di via Montalcini, che poi sarà venduto con una procura dalla zia della Braghetti10. Nel frattempo un’operazione dei carabinieri di Dalla Chiesa aveva scompaginato la colonna milanese, il primo ottobre era caduta la base di via Montenevoso, dove furono arrestati due membri dell’esecutivo e rinvenuta la bozza dattiloscritta del memoriale di Moro. La situazione era molto critica, i brigatisti romani non sapevano fin dove i carabinieri potessero arrivare, bisognava quindi riorganizzare la logistica della colonna che nel frattempo, dopo la prova fornita nel corso del sequestro, vedeva riconosciuto il proprio peso e acquisiva rappresentanza nell’organizzazione. Gallinari ne avrebbe preso la guida, bisognava quindi trovargli una sistemazione adeguata. Braghetti tornò nella casa di famiglia in via Laurentina, da dove fece perdere le tracce quando si accorse di essere pedinata, per rifugiarsi nella base di via dei Savorelli, dove abitava Balzerani (la Braghetti nel suo libro commette un errore di memoria ed indica una zona diversa). Dopo varie ricerche, Gallinari trovò ospitalità in via dei Massimi 91 per trasferirsi alla fine del 1978 in una nuova base, affittata da un prestanome, in via san Giovanni in laterano 28, dove abitò insieme alla Braghetti fino al giorno del suo grave ferimento e dell’arresto, il 24 settembre 1979.

La giornalista che intervistava Berlinguer
Il coinvolgimento della giornalista Birgit Kraatz, per più di trent’anni corrispondente romana di Der Spiegel, Stern e della Tv pubblica tedesca ZDF, molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, è stata la compagna di Lucio Magri con cui ha avuto una figlia, amica di Marco Pannella ed Eugenio Scalfari, appare un gigantesco infortunio della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, ed in particolare dei due consulenti, il tenente colonnello dei Cc Massimo Giraudo e il magistrato Guido Salvini, che hanno partecipato al lavoro informativo sulla donna, qualificata come esponente del movimento eversivo 2 giugno11. Iscritta alla Spd dal 1974, Kraatz ha di fatto curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 Enrico Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha anche scritto un libro intervista con Willy Brandt, pubblicato in Italia da Editori riuniti. Ancora peggiore la figura commessa da Gero Grassi che non si è nemmeno accorto della rettifica intervenuta dopo l’intervista a Piperno apparsa sul Dubbio del 26 aprile 2018, nel quale si precisava la posizione della Kraatz e si ridicolizzava “l’incidente” incorso alla commissione (leggi qui)12, al punto che Giuseppe Fioroni evita di ripetere l’errore nel libro scritto con la giornalista Maria Antonietta Calabrò, Il caso non è chiuso. La verità non detta, Lindau 2019, finito di stampare nell’aprile 2018. In una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del volume, ripresa dall’Ansa del 5 ottobre successivo, Fioroni spiegava che ad agosto 2018, a lavori della commissione chiusa dunque, sarebbe pervenuta una nuova informativa (sic!) che smentiva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno, «Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente“». In difficoltà per la micidiale bufala scolpita ad memoriam nella relazione della commissione, Fioroni balbettava che «il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”»13. 
Peccato che nel marzo del 1978 la giornalista Birgit Kraatz non abitasse più in via dei Massimi 91 e Piperno, dunque, non potesse trovarsi in quel luogo il giorno del rapimento Moro. Anche su questo punto decisivo i consulenti di Fioroni hanno sbagliato. Di tutto ciò, ovviamente, Gero Grassi non si è mai accorto, impegnato nei suoi tour di conferenze, oltre 500, nelle scuole, sedi del Pd, sale istituzionali, per raccontare certamente non la storia del rapimento Moro, ma….

Note

1 Al fine di valorizzare la Puglia, il suo territorio, le sue tradizioni, il suo patrimonio culturale, nonché l’Istituzione consiliare, l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale della Puglia, con Delibera n. l5l del 13 marzo 2018, ha approvato il disciplinare della linea editoriale denominata “LEGGI LA PUGLIA” in cui confluiscono tutte le pubblicazioni realizzate con il coordinamento della Sezione Biblioteca e Comunicazione Istituzionale. A partire dal 2018 infatti, tutte le pubblicazioni sono edite, con l’individuazione dell’editore di volta in volta più consono, in formato cartaceo, con una tiratura congrua alla distribuzione che si ritiene di effettuare e dei target di pubblico che si presume di raggiungere, e in formato digitale, scaricabile e utilizzabile gratuitamente a fini didattici, così da condividere e rendere i contenuti anche oltre i confini regionali, grazie alle potenzialità delle moderne tecnologie. Ricorrendo ai medesimi finanziamenti in occasione dei progetti “Moro vive”, “Moro professore”, “Moro educatore”, “Moro martire laico”, Grassi ha pubblicato altri due volumi, editi in più edizioni: Moro vive, linea editoriale numero 3 e 17, anno pubblicazione 2018 e 2019; Aldo Moro, per ricordare, redatto insieme a Mimma Gattulli, linea editoriale numero 26, del gennaio 2020.

2 Cf. nota 392 op.cit. «Audizione Commissione Moro-2 (25 luglio 2017). L’identità della signora per motivi di sicurezza, in quanto incensurata, non è diffusa».

3 Cf. Nota 393 op. cit. «Audizione Commissione Moro-2 (25 luglio 2017). L’identità della signora per motivi di sicurezza, in quanto incensurata, non è diffusa».

4 Gero Grassi, Aldo Moro, la verità negata, Consiglio regionale della Puglia 2019, p. 143.

5 Cit. Gero Grassi, Aldo Moro, la verità negata, Consiglio regionale della Puglia 2019, pp.
161-162.

6 Cit. Gero Grassi, Aldo Moro, la verità negata, Consiglio regionale della Puglia 2019, pp.
159-160.

7 Ricordiamo in modo sintetico: la nuova perizia tridimensionale della polizia scientifica che ha confermato la dinamica dell’agguato in via Fani fornita dai brigatisti. La smentita delle affermazioni del testimone Alessandro Marini riguardo ai colpi di arma da fuoco rivolti contro di lui da due persone su una moto Honda. La prova certificata dall’assenza di Dna che Moro non è mai stato nella base di via Gradoli. La nuova perizia balistica e audiometrica del Ris dei carabinieri sulla compatibilità del box di via Montalcini 8 con l’esecuzione di Moro. La conferma delle armi impiegate per l’esecuzione di Moro avvenuta all’interno del box.

8 Anna Laura Braghetti con Paolo Tavella, Il Prigioniero, 2012 (prima ed. 2003), pp. 96-100. Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Bompiani 2006, pp.200-203.

9 https://insorgenze.net/2014/01/17/gli-anni-spezzati-dalla-tortura-per-la-seconda-volta-una-sentenza-della-magistratura-riconosce-luso-della-tortura-contro-gli-arrestati-per-fatti-di-lotta-armata/

10 La data venne accertata nell’inchiesta condotta dal giudice istruttore Imposimato e dalla commissione Pellegrino.

11 Riscontro dell’attività dei sue consulenti è reperibile in. Ufficio presidenza commissione moro 2, Resoconto stenografico 125, giovedì 23 febbraio 2017, «il 20 febbraio 2017 il dottor Salvini e il tenente colonnello Massimo Giraudo hanno depositato il verbale, segreto, di sommarie informazioni rese da Birgit Magarethe Kraatz»; Ufficio presidenza commissione moro 2, Resoconto stenografico 146 ,martedì 25 luglio 2017, dove per altro viene esaminata in seduta segreta uno dei coniugi di via dei Massimimi 91, «incaricare il dottor Salvini e il tenente colonnello Giraudo, nell’ambito del filone di indagine su un possibile covo brigatista nell’area della Balduina, di acquisire sommarie informazioni testimoniali da una persona al corrente dei fatti». Ed ancora i verbali di sommarie informazioni del 28/10/2016 inviati dal inviati dal tenete colonnello Girando (636/8 segreto, coll. doc 634/1), materiali pubblici estratti dal sito gerograssi.it.

12 https://insorgenze.net/2018/04/26/franco-pipern-il-pci-impedi-a-fanfani-di-salvare-moro-gotor-scrive-balle/

13 Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
ROMA
(ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
SUA/ S43 QBXL

La commissione Moro inciampa ancora, falso il documento su Casimirri

A pochi mesi dalla chiusura dei lavori, la nuova commissione Moro istituita nel maggio del 2014 è incappata nell’ennesimo incidente. Il presidente, Giuseppe Fioroni, ha preso per vera una falsa scheda di fotosegnalazione che raffigura l’ex brigatista Alessio Casimirri. Si allunga sempre più l’imbarazzante lista di errori, annunci senza fondamento, buchi nell’acqua commessi dalla commissione. Seminare confusione, sollevare polveroni, diffondere una narrazione complottista zeppa di contraddizioni e assurdità, che allontanino dalla discussione dei nodi storico-politici che la vicenda Moro ancora racchiude in sé, sembra l’ultimo disperato compito che si è data questa seconda commissione Moro. Da diversi mesi i suoi consulenti si stanno occupando di Alessio Casimirri, militante della colonna romana delle Br, presente in via Fani il 16 marzo 1978 alla guida della 128 bianca che fece da cancelletto superiore, allontanatosi dall’organizzazione nel 1980, riparato successivamente in Francia e poi in Nicaragua, dove ormai vive da decenni. Se questi sono i risultati di tanto impegno profuso con i soldi pubblici, il presidente Fioroni dovrebbe trarne l’unica conclusione possibile: andarse a casa. E di corsa!

 

Un falso clamoroso. Un gigantesco buco nell’acqua. E’ questo il risultato raggiunto dall’improvvida iniziativa presa dal presidente della nuova commissione Moro (la seconda, dopo quella che si occupò nella VIII legislatura, tra il 1979 e il 1983, del rapimento e della uccisione del presidente del consiglio nazionale della Dc, a cui seguirono i lavori della commissione Stragi, presieduta da Giovanni Pellegrino, anch’essa interessatasi al rapimento Moro e che protrasse la sua attività dal 1988 fino al 2001).

Con una lettera indirizzata al presidente del consiglio, Paolo Gentiloni, Fioroni ha voluto attirare l’attenzione del governo sulla latitanza di Alessio Casimirri, chiedendo che nei suoi confronti fossero applicati gli stessi sforzi impiegati nel tentativo di riportare in Italia, con tutti i mezzi possibili, l’ex militante dei Pac, Cesare Battisti. Nella lettera Fioroni avanza ampi dubbi sulle protezioni di cui poté godere l’ex brigatista ed a sostegno della sua richiesta estrae dal cilindro delle carte secretate dalla commissione una scheda di fotosegnalazione intestata proprio a Casimirri. Il documento attesterebbe un suo presunto arresto, avvenuto il 4 maggio 1982. Arresto misterioso che tuttavia non avrebbe sortito alcuna incarcerazione, nonostante i due mandati di cattura per banda armata e associazione sovversiva che all’epoca pesavano sulla sua testa. La scheda, pubblicata in anteprima dal Corriere della sera del 19 ottobre scorso, doveva rappresentare, almeno nelle intenzioni di Fioroni, la prova inconfutabile delle importanti protezioni di cui si sarebbe giovato Casimirri, svelandone una volta per tutte la reale identità di infiltrato dei «Servizi» tra le file brigatiste. Egli – scrive sempre Fioroni – «poté sottrarsi alla giustizia grazie al concorso di una rete di complicità che la commissione sta cercando di ricostruire». Che poi «l’infiltrato» dei Servizi italiani sia riparato nel Nicaragua della rivoluzione sandinista, è una delle tante contraddizioni a cui la sgangherata narrazione complottista nella sua insulsa illogicità nemmeno tenta di dare una spiegazione.

Un falso
Se la scheda utilizzata è vera, la foto impiegata e alcune sue modalità di redazione mostrano che si tratta di un palese artefatto. Il 4 maggio 1982, data dell’arresto indicata nella fotosegnalazione, Alessio Casimirri (nato nell’agosto del 1951) aveva poco meno di 31 anni. Le modalità di fotosegnalazione condotte dalle forze di polizia seguono procedure standard: vengono scattate all’atto del fermo o dell’arresto ed hanno caratteristiche precise, la foto è presa frontalmente e di profilo. L’unica immagine riportata nella scheda resa pubblica da Fioroni riguarda invece una fototessera. Fonti ben informate ci hanno riferito che «si tratta della foto della patente di guida» che ritrae Alessio Casimirri «nel 1969», all’età di 18 anni. La stessa fonte spiega che «Casimirri non ha mai dato le sue impronte».
Tempo dopo Casimirri chiese anche il passaporto ma non lo ottenne a causa di una denuncia che pendeva sulle sue spalle per tafferugli con dei militanti di destra.
In questi anni è circolata sui giornali e in rete un’altra foto che ritrae Casimirri con un viso ormai adulto, si tratta di una fototessera del 1977 che venne apposta sulla sua carta d’identità, eccola:

In questa immagine Casimirri ha 26 anni. Nel 1982, se fosse stato realmente fotosegnalato, il suo volto avrebbe dovuto essere molto più somigliante a quest’ultima foto anziché a quella incollata sulla scheda diffusa da Fioroni.
Basta e avanza quanto abbiamo appena osservato per renderci conto che la scheda è un falso, non serve nemmeno notare che vi è una grafia discordante tra il recto e il verso del cartellino e che manchi la firma («si rifiuta», annota l’autore del documento). Decisiva inoltre è l’assenza del verbale di arresto di cui la scheda fotodattiloscopica è un allegato. Il documento è privo anche di ogni riferimento archivistico, non ci sono numeri di protocollo. Sembra spuntare dal nulla. Il documento falsificato, inviata dal Comando provinciale dei carabinieri di Roma, su richiesta della commissione, è giunto insieme ad altre fotosegnalazioni realizzate all’atto dell’arresto dei brigatisti condannati per l’azione di via Fani. Il tipo di cartellino impiegato risale ad un modello in uso nel decennio 80.

Rivelazioni ad orologeria
In questi anni su Casimirri sono circolate notizie infondate, messe in giro ad arte, persino delle false interviste hanno visto la luce (leggi qui). Nel 1993 il pm Antonio Marini tirò in ballo, sulla base di una sua personale supposizione, come spiegò in seguito, un presunto collegamento con il discusso generale dei carabinieri Delfino. Tutto finì in un nulla di fatto, con l’archiviazione richiesta dallo stesso pubblico ministero, personaggio capace di elaborazioni accusatorie immaginifiche. Si tornò a parlare della vicenda nel corso di una sua audizione della Commissione Stragi. La questione finì sui giornali anche perché fu rilanciata dallo stesso presidente Pellegrino. Nel 1999, Francesco Pazienza, nel suo libro Il Disubbidiente, scrisse che il padre di Casimirri, importante funzionario del Vaticano, per le sue funzioni si sarebbe trovato ad incontrare durante alcuni ricevimenti ufficiali il generale Delfino. Tanto bastava, secondo l’Unità del 16 aprile 1998, per titolare con un mirabile salto logico che Delfino era al corrente del progetto di sequestro del presidente democristiano. Accusa che contrasta palesemente con le circostanze del controllo di polizia avvenuto nel corso della retata dei primi giorni dell’aprile 1978. Il 3 aprile vennero perquisiti molti attivisti dell’area dell’Autonomia romana. I carabinieri si recarono presso l’abitazione dei genitori dove Casimirri risultava residente. Fu il padre, totalmente ignaro della militanza del figlio, che li accompagnò presso l’abitazione della Storta, sulla Cassia, dove Casimirri viveva con Rita Algranati. Qui i carabinieri, anch’essi ignari del ruolo di “irregolari” svolto dalla coppia nella colonna romana delle Brigate rosse, perquisirono l’abitazione senza esito.
Casimirri, con Rita Algranati e Raimondo Etro, lasciarono l’Italia nel febbraio 1982 appena si diffuse la notizia che Antonio Savasta, membro dell’Esecutivo brigatista, catturato nell’appartamento dove era tenuto in ostaggio il generale americano James Lee Dozier, aveva iniziato a collaborare con la polizia dopo le torture. Nel maggio del 1982 i tre erano già approdati a Parigi.

Opacità
Piuttosto che serbare nelle casseforti della commissione documenti da tirar fuori quando si pensa di poterne ricavare un vantaggio politico (la scheda era in possesso della commissione da diverso tempo), sarebbe stato meglio se Fioroni avesse sguinzagliato i suoi consulenti alla ricerca degli autori e delle ragioni di questo falso. L’ennesimo che la commissione si ritrova tra i piedi. Negli ultimi tempi sono aumentate le audizioni a porte chiuse, molti sono i documenti secretati, anche se poi alcuni “giornalisti amici” o al libro paga, ricevono la consueta velina. Un paradosso per una commissione che ha fatto della polemica contro il segreto di Stato una sua ragione d’esistenza. Questa poca trasparenza si è vista anche nel ricorso sovrabbondante alle escussioni riservate dei testimoni, ascoltati anche più di una volta, sospinti quasi a dover dire quello che si voleva sentire, come è stato il caso dell’autista dell’ex capo della Digos Spinella; in altre circostanze perché si temeva che l’audizione pubblica creasse nocumento agli assiomi complottisti (è il caso del superteste Marini sbugiardato dalle immagini del motorino col parabrezza ancora integro).
Insomma allo scadere dei suoi lavori e alla vigilia delle conclusioni scritte a cui la commissione dovrà pervenire, le vecchie modalità narrative della dietrologia che hanno imperversato per più decenni sembrano avere il fiato corto. Forse è per questo che qualcuno si è convinto che la semplice narrazione non è più sufficiente.

 

 

 

 

La nuova commissione Moro vuole il dna dei brigatisti

I vecchi militanti non danno il loro consenso. «Abbiamo già raccontato come sono andate le cose. Sono noti i nomi di chi ha frequentato la base di via Gradoli e Moro è sempre stato in via Montalcini». Intanto la commissione insabbia il capitolo sulle torture

Paolo Persichetti, Il Dubbio, 21 ottobre 2016

134308479-82908f12-a9b3-40e7-b2ed-7c0c297db1ecDa alcuni giorni gli uffici Digos della maggiori città italiane stanno convocando molti ex appartenenti alle Brigate rosse su mandato della commissione parlamentare che indaga ancora, dopo quasi 39 anni, sul rapimento e la morte del presidente della Dc Aldo Moro.
I commissari di san Macuto vogliono sapere se gli ex Br sono disponibili a fornire il proprio profilo genetico per effettuare delle indagini comparative su alcuni reperti sequestrati durante le indagini dell’epoca. Molto probabilmente si tratta di quelli rinvenuti nella base di via Gradoli e nella Fiat 128 giardinetta con targa diplomatica che la mattina del 16 marzo bloccò in via Fani l’auto di Moro e della scorta. La comparazione potrebbe riguardare anche alcune tracce ritrovate nella Renault 4 rossa, dove il presidente della Dc venne ucciso, trasportato e fatto ritrovare in via Caetani, a metà strada tra i palazzi della Dc e del Pci che lo avevano decretato morto dopo le sue prime lettere.
Non tutti i nomi che fino ad ora sono trapelati risultano coinvolti nelle inchieste che in passato hanno riguardato il rapimento e l’uccisione del leader democristiano. Tra questi ci sono Giovanni Senzani e Paolo Baschieri, il che fa pensare al tentativo di dare vita ad una pista toscana. Sono stati convocati anche alcuni membri dell’esecutivo brigatista dell’epoca, come il  semilibero Mario Moretti; l’autista della 132 che caricò Moro in via Fani, Bruno Seghetti; Barbara Balzerani che il 16 marzo controllava la parte inferiore dell’incrocio con via Stresa; il responsabile della tipografia di via Pio Foà, Enrico Triaca, arrestato una settimana dopo il 9 maggio 1978 e torturato la sera stessa dal professor De Tormentis, quel Nicola Ciocia, funzionario dell’Ucigos, esperto di waterboarding, la tortura dell’acqua e sale, a cui nessuno chiederà mai il profilo del dna.

Pare che il presidente della Commissione Giuseppe Fioroni confidi molto nelle indagini scientifiche. Almeno così dichiara in pubblico. Eppure, stando ai risultati prodotti dalla sua commissione, non sembra proprio. Nella relazione sul primo anno di attività, il lavoro svolto dalla polizia scientifica e dal Servizio centrale antiterrorismo non è stato tenuto in grande considerazione. La ricostruzione tridimensionale dell’attacco brigatista in via Fani, i nuovi studi balistici sugli spari avvenuti quel giorno, non sono stati apprezzati dalla stragrande maggioranza dei commissari, che hanno ritenuto il lavoro dei poliziotti troppo “filobrigatista”. Risuonano ancora i commenti sorpresi di fronte alle relazioni dei funzionari Giannini, Tintisona e Boffi: «ma state confermando la ricostruzione fatta dalle Brigate rosse!». Sergio Flamigni, il “grande vecchio” della dietrologia, non riesce a trattenere la stizza per un errore così infantile, a suo avviso commesso dalla Commissione, come quello di aver chiesto nuovi accertamenti; lui che è rimasto affezionato ad un’unica perizia, la prima, quella di Ugolini, la più incerta e inesatta di tutte, la perizia “cieca” per definizione perché fatta quando ancora non erano state recuperate le armi impiegate in via Fani, e dunque la più manipolabile, quella che meglio si addice alle invenzioni dietrologiche del “superkiller” e dello “sparatore da destra”.

In via Gradoli la Commissione non ha trovato tracce biologiche di Moro, con buona pace di chi ha sostenuto (e sostiene ancora) che fosse stato tenuto almeno per un periodo in quella base, ma ha isolato quattro profili di dna: due femminili e due maschili. Non è un mistero che in quella che fu la prima casa delle Br a Roma, hanno risieduto stabilmente almeno tre coppie di militanti: Carla Maria Brioschi e Franco Bonisoli all’inizio, Adriana Faranda e Valerio Morucci dopo, Barbara Balzerani e Mario Moretti fino al 18 aprile 1978. Nella 128 con targa diplomatica vennero trovati ben 39 mozziconi di sigaretta. I responsabili del Ris che hanno in carico le analisi dovranno scoprire chi furono i fumatori: i proprietari effettivi del mezzo rubato dai brigatisti e/o i brigatisti stessi? Quali e quanti? L’informazione, ammesso che giunga, comunque non ci dirà nulla di certo sulla mattina del 16 marzo perché quel mezzo venne usato nelle settimane precedenti. Il dna non ha data e ora.
E dunque a cosa serve tutto questo dispendio di energie e soldi pubblici (l’estrazione del dna e la sua comparazione è una procedura di laboratorio che costa molto) quando sulla vicenda Moro si continua a non vedere la storia politica di quella vicenda, le ragioni che spinsero Dc e Pci a rifiutare la trattativa? Forse più che cercare nuovi brigatisti, con il dna qualcuno sogna in cuor suo di trovare il non brigatista.
Fioroni, che ha auspicato «un contributo alla corretta ricostruzione dei fatti» anche da parte di chi è stato condannato, non troverà la disponibilità degli ex militanti, i più hanno già declinato la richiesta. Perché mai dovrebbero accettare? Nella relazione del dicembre scorso, la Commissione ha dovuto riconoscere, foto alla mano, che nessuna moto sparò al testimone Marini, che il suo parabrezza non venne colpito da proiettili ma si ruppe nei giorni precedenti per una caduta del motorino dal cavalletto, come ammesso dallo stesso teste. Non risulta che Fioroni abbia chiesto alla procura di Roma di attivare la revisione della condanna per tentato omicidio, emessa contro gli imputati del primo processo Moro. Da oltre un anno pende una richiesta di audizione di Enrico Triaca e di Nicola Ciocia per la vicenda delle torture, ma il presidente Fioroni fa ostruzionismo e provocatoriamente manda a chiamare Triaca per chiedergli il dna. Forse vorrà scoprire in quale caserma venne torturato la notte del 17 maggio 1978?
Questa commissione ha ripetutamente dimostrato di non possedere alcuna credibilità, nei due anni che ha avuto per guadagnarsela ha dato spazio solo ai peggiori cialtroni. Per chi dovesse nutrire ancora delle aspettative, vale quanto scrisse Mario Moretti lo scorso anno in risposta ad una missiva inviatagli dal presidente Fioroni: «Esauriti definitivamente da decenni tutti gli aspetti giudiziari – sebbene la mia prigionia perduri  da oltre 34 anni, in mancanza di decisioni liberatorie e conclusive doverose nell’ambito politico – la vicenda delle Brigate rosse appartiene ormai solo alla riflessione storica.[..] In un ambito storico-politico e con quanti si sono accostati all’argomento con onestà intellettuale, la mia disponibilità è stata sempre totale.[…] Per contro, mi sento estraneo e a disagio nell’ambito delle ricostruzioni faziose che hanno la loro giustificazione solo nell’interesse politico di chi pensa di trarne vantaggio».

Per saperne di più
Via Fani, l’invenzione del mistero Casimirri
Rapimento Moro nuove carte mostrano che l’allarme lanciato dai palestinesi non riguardava il presidente della Dc /11a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro


La falsa novità dell’audizione di monsignor Mennini. Il confessore di Moro è già stato interrogato 7 volte

I lavori della nuova commissione d’inchiesta parlamentare sulla vicenda Moro sembrano dei minestroni riscaldati e pure insipidi. L’audizione di monsignor Mennini è stata spacciata come una svolta voluta da papa Bergoglio che avrebbe autorizzato l’attuale nunzio apostolico in Gran Bretagna a rivelare finalmente chissà quali segreti. In realtà don Mennini in passato, tra interrogatori davanti alla magistratura e audizioni di fronte alle precedenti commissioni d’inchiesta, è stato già ascoltato 7 volte. Al giornalista Antonio Padellaro smentì di essere mai entrato nella casa di via Montalcini dove era trattenuto Moro per confessarlo. Una congettura diffusa da Francesco Cossiga che non si dava pace del fatto che la sua polizia non era mai riuscita a beccare sul fatto i postini delle Br e i loro canali di comunicazione. Mennini, in realtà, fu messo sotto controllo a partire dal 22 aprile 1978, quando si scoprì che nei giorni precedenti aveva consegnato delle lettere di Moro alla famiglia. Pubblichiamo di seguito una ricostruzione molto autorevole realizzata dal sito cattolino Aleteia delle dichiarazioni di Mennini fatte davanti alle varie autorità: magistratura, commissioni parlamentari e stampa, nel corso dei decenni passati. Come si può leggere non è affatto vero che il nunzio si sia mai sottratto alle convocazioni e abbia utilizzando come scudo la sua immunità diplomatica. Una maldicenza messa in giro in perfetta malafede dalla solita vulgata dietrologica

 

Chiara Santomiero 7 marzo 2015
Fonte http://www.aleteia.org (http://www.aleteia.org/it/politica/articolo/la-verita-sul-caso-moro-5226074065600512)

Domani, lunedì 9 marzo, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro si terrà l’audizione di mons. Antonio Mennini. Non sarà la prima volta che parla del suo ruolo

Mennini aula bunker Rebibbia

Don Mennini nell’aula bunker del processo Moro

Riuscirà mons. Antonello Mennini, attuale nunzio apostolico in Gran Bretagna, a sollevare alcuni dei veli che pesano sul caso Moro? E’ quanto viene auspicato dalla nuova Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, che lo attende per un’audizione lunedì 9 marzo a Palazzo S. Macuto. “Ci aspettiamo – ha affermato il presidente della Commissione, Giuseppe Fioroni – un contributo di conoscenza da parte dell’uomo che più di tutti fu spiritualmente vicino ad Aldo Moro. Tanti i punti che potrà affrontare: il suo ruolo in quei giorni, i suoi contatti, l’impegno enorme di Paolo VI ad avviare una trattativa per restituire Moro vivo al Paese e alla sua famiglia e perché questo tentativo non andò in porto” (AdnKronos 27 febbraio).
Mennini, figlio di un importante funzionario della banca vaticana dello Ior, formatosi dai gesuiti del collegio Massimo, era nel 1978 vice parroco a Santa Lucia e in rapporti di confidenza e amicizia con Moro che, dalla sua prigione, lo indicò come “postino” per recapitare alcune lettere.
La convinzione circolata con frequente convinzione nei 37 anni trascorsi dal 16 marzo 1978, il giorno in cui il corpo senza vita del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro fu ritrovato nella famosa Renault rossa in via Caetani a Roma, è che l’allora trentenne don Antonello si sia recato nella “prigione del popolo” in cui le Brigate Rosse detenevano lo statista per recargli il sacramento della Confessione prima che fosse ucciso.
Allo stesso modo si è affermata la convinzione che don Antonello sia stato sottratto in fretta e furia dal Vaticano al confronto con le autorità giudiziarie che investigavano sul caso Moro e infilato in un incarico diplomatico dopo l’altro affinchè non potesse rispondere alle domande sul suo coinvolgimento nella vicenda. Almeno su questo punto, però, è possibile riscontrare una evidenza diversa.
Don Mennini partì per la sua prima destinazione in Uganda, nel 1981, cioè ben tre anni dopo la tragica conclusione del caso Moro. E in, realtà, fu sentito tra procure, corti d’assise e commissioni parlamentari almeno 7 volte. Basta consultare, tra l’altro, l’indice degli atti della prima Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia (http://www.archivioflamigni.org/doc/indice-atti-commissione-moro.pdf) istituita nel 1979.
Il 2 giugno del 1978 Mennini fu sentito dalla Procura della Repubblica di Roma e il 12 gennaio 1979 il Tribunale di Roma lo esaminò in merito a “confessione di Moro”. Nel febbraio del 1979 il sostituto procuratore di Roma, Domenico Sica, volle nuovamente ascoltarlo dopo la pubblicazione nel gennaio di quell’anno di un articolo sul Corriere della Sera a firma del giornalista Antonio Padellaro sempre in merito alla presunta confessione avvenuta nella prigione della BR. Padellaro, ex alunno del Massimo come Mennini, aveva chiesto al vice parroco di Santa Lucia se davvero si fosse recato da Moro e questi aveva risposto: “Magari avessi potuto farlo! Purtroppo non mi è stata data la possibilità di offrire consolazione a una persona che mi onorava di affetto e amicizia”.
Il 22 ottobre del 1980 Mennini testimoniò davanti alla Commissione d’inchiesta su via Fani. Il 21 settembre 1982 fu convocato, ma non ascoltato, davanti alla Corte di Assise di Roma dove si svolgevano i procedimenti riunificati Moro uno e Moro bis con la presidenza del giudice Severino Santiapichi. Di lui, però, aveva parlato davanti alla stessa Corte nell’udienza del 19 luglio la vedova di Aldo Moro, la signora Eleonora Chiavarelli. Al presidente Santiapichi il 28 settembre Mennini inviò una lettera informando che stava ripartendo per il servizio diplomatico in Uganda ma restava a disposizione.
Il servizio diplomatico (consigliere di nunziatura in Uganda e Turchia, nel 2000 nunzio apostolico in Bulgaria, dal 2002 presso la Federazione Russa e successivamente anche in Uzbekistan, quindi dal 2010 nel Regno Unito) non impedì a Mennini di tornare davanti dalla Procura di Roma che indagava per il Moro ter nel settembre del 1986 e davanti alla Corte d’Assise per il Moro-quater, di nuovo con il presidente Santiapichi, nel 1993.
Forse è per questo motivo che Mennini richiesto di una nuova audizione dalla cosiddetta seconda Commissione Moro, la “Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”, istituita nel 1988, inviò una lettera al presidente Giovanni Pellegrino per chiedere, “rispettosamente” come si legge, alla Commissione di fare riferimento alle precedenti deposizioni rese alle autorità sia parlamentari che giudiziarie che confermava e rispetto alle quali non aveva nulla da aggiungere. In ogni caso, non trincerandosi dietro lo status di cittadino del Vaticano e “il ruolo ivi ricoperto” come è stato spesso riportato.
“Un comportamento quest’ultimo – afferma la relazione della Commissione parlamentare – che la Commissione non può omettere di valutare almeno a livello indiziario, per affermare dotata di probabilità, sia pur non elevata a certezza, l’ipotesi che tra la famiglia Moro e le Brigate Rosse si fosse stabilito un cosiddetto ‘canale di ritorno'”. Cioè che le lettere dello statista fatte arrivare all’esterno possano avere avuto una risposta diretta e non solo attraverso i mass media. Una lettera indirizzata da Moro a Mennini, ma che il sacerdote non ricevette, e trovata tra le pagine dattiloscritte scoperte nel covo di via Monte Nevoso a Milano nel 1990, sembrava suggerire questa direzione.
Secondo Francesco Cossiga, nel 1978 ministro dell’Interno, Don Mennini entrò nel covo Br e lo confessò durante i 55 giorni. “Ho sempre creduto – affermò Cossiga- che don Antonello, allora suo confessore, abbia incontrato Moro prigioniero delle Br per raccogliere la sua confessione prima dell’esecuzione dopo la condanna a morte. Come ministro dell’Interno allora mi sentii giocato. Mennini ci scappò. Seguendolo avremmo potuto trovare Moro. Ma ancora oggi il Vaticano è riuscito a fare in modo che Mennini non potesse essere interrogato mai da polizia e carabinieri. Avevamo messo sotto controllo telefonico e sotto pedinamento tutta la famiglia e tutti i collaboratori. Ci scappò Don Mennini. Io credo che le Br gli abbiano permesso di recarsi nel covo per incontrare e confessare Moro. Almeno lo spero. Anche se Moro non ne aveva certo bisogno”.
In realtà il telefono di don Mennini, come risulta da un rapporto della Digos agli atti del processo Moro, era già sotto controllo il 22 aprile 1978, cioè il giorno dopo aver consegnato alcune lettere fattegli recapitare da Moro e precedute da due telefonate del sedicente professor Nicolai, alias il brigatista Valerio Morucci: una il 20 aprile e una, di controllo, la mattina del 21 aprile.
In questi anni monsignor Mennini ha mantenuto il riserbo sulla vicenda che lo ha coinvolto: “Sono sempre stato molto discreto quanto al rapporto che avevo con l’onorevole Moro – ha confermato al giornalista Gian Guido Vecchi -. In tante vicende, vuoi in Italia che altrove, la curiosità della gente, non di rado alimentata dai media, è spesso spinta in una ricerca quasi ossessiva di segreti, misteri non chiariti, fatti taciuti, per cui non ci si contenta mai di stare alla realtà dei fatti verificati e storicamente provati. Va quasi da sé che la tragica scomparsa dell’onorevole Moro, cui possiamo associare tante altre persone vittime innocenti della barbarie del terrorismo, resta una ferita ancora aperta: soprattutto, credo, nel cuore dei suoi famigliari, di quanti gli erano più vicini e lo hanno sinceramente amato, come pure di coloro che si sono trovati a dover compiere delle scelte terribili” (Corriere della Sera 27 dicembre 2010).

Per ulteriori approfondimenti
Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia  /1a puntata
Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol /2a puntata
Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi /3a puntata

Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia /1a puntata

Da sempre priva di riscontri la vecchia dietrologia cerca conforto nelle nuove tecnologie. Domenica 22 febbraio la polizia scientifica ha effettuato una scansione laser del luogo dove Aldo Moro venne sequestrato 36 anni fa.
Questo è il primo di un ciclo di interventi dedicato ai lavori della nuova commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana. Leggi le puntate successive (2a e 3a)

Paolo Persichetti
Il Garantista 28 febbraio 2015

10995657_816482041732693_2140707097252357948_nIl tratto di strada che il 16 marzo 1978 vide alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord dare l’assalto, insieme a dei giovani romani di varia estrazione, al convoglio di auto che trasportava il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non trova pace.
Quella mattina, lungo via Fani si erano dati appuntamento in dieci: un tecnico, un contadino, una assistente di sostegno, diversi studenti, un artigiano, un paio di disoccupati, alcuni operai, un commerciante. Il più anziano aveva 32 anni, la più giovane 20. Erano le Brigate rosse, intenzionate a sferrare un attacco senza precedenti al «cuore dello Stato».
A distanza di 36 anni questo fatto storico non è ancora accettato dai cultori del complotto, anzi dei ripetuti complotti di diversa natura e colore, tutti assolutamente reversibili, che nei tre decenni ormai alle spalle si sono succeduti in perfetta antitesi tra loro.
E’ per questo che domenica scorsa l’incrocio tra via Fani e via Stresa, situato nella zona nord di Roma, è stato sottoposto a scansione laser da alcuni tecnici della polizia scientifica che in questo modo tenteranno di far rivivere i fatti di quella mattina di 36 anni fa attraverso alcuni software tridimensionali in grado di elaborare e verificare tutti i dati balistici, peritali e testimoniali raccolti all’epoca delle indagini e dei processi.
Lo ha deciso la terza commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento del leader 10986837_10204730816563878_2601269910022609904_ndemocristiano, insediatasi in ottobre. Dopo tanta dietrologia i commissari hanno pensato di ricostruire sotto forma di realtà virtuale la scena del rapimento. Quanto alla fine possa risultare attendibile una ricostruzione del genere, che integra dati raccolti in epoche lontane e con tecniche ormai sorpassate rispetto all’odierna tecnologia forense, per ora non ci è dato sapere. Il teatro dell’azione fu largamente inquinato dall’invasione di funzionari e vertici delle forze dell’ordine, fotografi e giornalisti che calpestarono i reperti. Addirittura una vettura della Digos, un’Alfasud beige, piombò sulla scena dell’attentato e fu parcheggiata sul lato del marciapiede dove era partito il commando. Si può facilmente ipotizzare che i suoi pneumatici abbiano fatto schizzare, o comunque spostato, diversi reperti, in particolare i bossoli. Ma in fondo, questo è l’aspetto meno importante: dei nuovi rilievi – sempre che risultino attendibili – non possono che confortare quanto è già noto da tempo.
Significativo, invece, è il dato politico che esprime questa iniziativa, mirata «a stabilire – come ha dichiarato il presidente della nuova commissione d’inchiesta, Giuseppe Fioroni – l’oggettività di alcuni fatti sulla base di una certezza: non c’è corrispondenza tra il racconto dei 55 giorni e alcune chiare circostanze».

Sul lato baso della foto è visibile l'alfasud della Digos

Sul lato baso della foto è visibile l’alfasud della Digos

Cinque processi, decine e decine di ergastoli erogati insieme centinaia di anni di carcere, due commissioni parlamentari, le testimonianze dei protagonisti, alcuni importanti lavori storici, non hanno scalfito l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico che da oltre tre decenni alligna sul caso Moro e l’intera storia della lotta armata per il comunismo, quando in realtà è proprio questa ostinazione negazionista il nodo che ha trasformato in un “caso” l’azione di via Fani.
Fa paura ancora oggi cercare risposte alle vere domande che quei 55 giorni sollevano: come prevalse la linea della fermezza? Perché Dc e Pci, in un reciproco gioco di ricatti e sospetti, rimasero irremovibili sulla posizione del rigor mortis? Perché gli uomini di Moro, ben piazzati dentro la Dc e nei gangli dello Stato, non fecero nulla, o ben poco, per agevolare la sua liberazione? Perché il Pci sabotò ogni tentativo di trattativa, anzi denigrò le lettere dell’ostaggio dichiarando che non erano farina del suo sacco, se è vero che Moro era ritenuto la pedina decisiva per portare a termine la strategia del compromesso storico? Le culture politiche di questi due grandi partiti furono poi così all’altezza degli eventi? Non è lì dentro che si dovrebbe scavare senza riverenze e scrupoli per capire?
Invece ancora oggi c’è chi prova ad offuscare l’intelligibilità di quell’evento, come ha fatto recentemente lo storico, ora parlamentare e membro della nuova commissione Moro, Miguel Gotor, restio ad accettare l’idea che dei giovani operai e borgatari romani si fossero organizzati al punto da sfidare lo Stato lasciando il corpo di Moro nel cuore della toponomastica del compromesso storico, «della lotta politica e della guerra fredda» (episodio reiterato con il sequestro D’Urso), a due passi da via delle Botteghe oscure (allora sede nazionale del Pci) e piazza del Gesù (sede nazionale della Dc).
Per Gotor, se le Brigate rosse volevano raggiungere quell’obbiettivo propagandistico, «lo avrebbero lasciato in una discarica della periferia con nella destra una copia dell’Unità e nella sinistra una copia del Popolo, e non si sarebbero mai e poi mai assunte tutti quei rischi incredibili».
Dunque Moro doveva finire nell’immondizia perché ciò che muove dalle periferie non può che sfociare nelle discariche, è quanto mostra di pensare il braccio destro di Bersani, dando prova di un forte pregiudizio classista venato di populismo anticasta. La storia successiva ci dice che a mettergli l’Unità in tasca non furono le Brigate rosse ma l’autore del monumento che gli venne dedicato a Maglie, in Puglia, mentre la sola idea che le periferie dell’epoca potessero appostarsi sotto i Palazzi della politica e dell’economia suscita ancora negli esemplari odierni del ceto politico quegli stessi brividi freddi che l’aristocrazia versagliese provò di fronte ai sanculotti che mettevano a ferro e fuoco l’ancien régime.
Si comprende perché la dietrologia, ora nella sua veste tridimensionale, oltre ad essere un redditizio affare per l’industria editoriale e la pubblicistica da marciapiede, si presta come balsamo consolatorio, diversivo che consente di evadere i quesiti più imbarazzanti, le responsabilità più pesanti. Quanti su questa fondamentale rimozione hanno costruito la loro fortuna, le loro carriere negli anni di quella Seconda repubblica nata sul funerale di Moro?

Via Fani, Le nuove frontiere della dietrologia

La Stasi aveva infiltrati nel sistema politico italiano, non nelle Brigate rosse

Anteprima – Spie dall’Est di Gianluca Falanga (Carocci, pagg. 288, euro 19) Esce il 9 ottobre

ministero-paranoia-200x300Alla fine la commissione bicamerale sul sequestro Moro si è insediata. Un pletorico parlamentino di 59 membri, 19 in più della precedente bicamerale presieduta dall’allora senatore Pellegrino. Nel corso della prima seduta, che si è tenuta all’inizio del mese, è stato eletto presidente il deputato Pd Giuseppe Fioroni.
L’ex missino Maurizio Gasparri, poi in An, Fli e oggi Forza italia, ha dichiarato: «Sono entrato a far parte della commissione parlamentare sul caso Moro per riaffermare la verità già emersa in sede giudiziaria. Moro è stato ucciso dai comunisti delle Brigate Rosse, supportati dall’Est europeo allora comunista. Potremo spazzare via tutto il ciarpame delle ricostruzioni farneticanti, talvolta addirittura narrate in libri più di fantascienza che di storia. Troppi sventurati hanno alimentato fandonie per minimizzare la colpa di chi, nel nome del comunismo, sterminò Moro e la sua scorta».
Incredibile ma vero, Maurizio Gasparri ha ragione quando evoca il ciarpame delle ricostruzioni farneticanti narrate sul caso Moro e più in generale sulla storia della lotta armata per il comunismo in Italia. Ovviamente – come egli stesso annuncia – lo dice perché è sua intenzione sostituirlo con altro ciarpame diametralmemte speculare, come fu a suo tempo quello della Mitrokhin. Le opposte fazioni dietrologiche convergono entrambe su un’unica strategia: negare l’autenticità e l’autonomia di quella esperienza rivoluzionaria.
L’analisi delle fonti, in questo caso quanto è stato ritrovato negli archivi della Stasi, il servizio segreto della Germania est, rivela che in realtà ad essere monitorata era l’intera attività istituzionale, commerciale ed economica dell’Italia. Attraverso l’utilizzo di collaboratori, infiltrati e fonti inconsapevoli, la Stasi raccoglieva informazioni all’interno di tutte le forze politiche istituzionali, nelle imprese di Stato, all’interno del Vaticano. Lo rivela uno studio di prossima pubblicazione, Spie dall’Est di Gianluca Falanga (Carocci, pagg. 288, euro 19).
L’interesse della Stasi verso le Brigate rosse arriva soltanto dopo il rapimento Moro, vicenda che proietta su di loro l’attenzione internazionale. Ma quando questo servizio si pone il problema di infiltrare l’organizzazione per raccogliere informazioni dal suo interno non sa come fare. Non ci sono segretarie o cameriere da infiltrare. Alla fine pensa di rivolgersi ad Heidi Peusch, cittadina della Ddr moglie di Pierino Morlacchi, appartenente al nucleo storico delle Br. Peccato che anni prima, quando insieme ai figli ed al marito – in fuga dall’Italia dopo un mandato di cattura per appartenenza alle Br – tentò di riparare nel suo Paese, venne respinta alla frontiera della Ddr. Le autorità tedesche molto diffidenti verso la donna in odor di dissidenza chiesero informazioni al Pci che sconsigliò vivamente di accoglierla. Morlacchi era stato espulso da questo partito nel 1960, quando nel quartiere del Giambellino a Milano un’intera sezione se n’era andata dal Pci.

Se cerca infiltrati ed informatori, Maurizio Gasparri farebbe bene a rivolgere la propria attenzione verso il suo vecchio partito di provenienza. Il Movimento sociale italiano ne era affollato, vi sguazzavano al suo interno più servizi e agenzie in concorrenza tra loro. E non stupirebbe più, a questo punto, se vi fosse stanto anche qualcuno della Stasi. Quelli erano capaci di tutto


Le vite degli altri (italiani) spiati dalla Stasi

Simonetta Fiori, la Repubblica 6 Ottobre 2014

Gli agenti della Ddr controllavano anche il nostro paese: ne parla lo studioso Gianluca Falanga che ha raccolto in un libro carte e documenti segreti.
«Devo ammetterlo, sono rimasto sorpreso: centinaia e centinaia di carte segrete sull’Italia. Il faldone che mi sono trovato davanti era impressionante: il più spregiudicato servizio segreto comunista ha spiato il nostro paese per decenni, specie tra i Sessanta e gli Ottanta. Ne ha seguito meticolosamente le crisi e gli scandali, le relazioni con gli altri Stati, il potenziale delle forze armate e la qualità della ricerca scientifica ». Da tempo Gianluca Falanga collabora a Berlino con il museo della Stasi, il “ministero della paranoia” a cui ha dedicato due anni fa un saggio molto documentato (Carocci) . Ora s’è preso la briga di andare a studiare le informative che ci riguardano tra le migliaia di tabulati estratti dal cervellone del Sira, ossia le banche dati dell’intelligence della Germania Orientale. Il risultato di queste ricerche è in un libro in uscita sempre da Carocci, Spie dall’Est, la prima indagine sugli agenti della Ddr nella penisola.
La documentazione ovviamente è parziale. «Alla caduta del Muro autentici “gruppi di macerazione” polverizzarono oltre il 90 per cento dell’archivio cartaceo, tutti i nastri magnetici e migliaia di file. Però nella confusione qualcosa è sfuggita di mano. E una copia di back-up con sezioni dell’archivio informatico è stata ritrovata a sud di Berlino. È su quei documenti che ho lavorato per oltre un anno».

Ma perché si sorprende dell’attenzione della Stasi all’Italia? Da noi esisteva il più grande partito comunista d’Occidente.
«Certo, ma all’interno del patto di Varsavia la vigilanza sull’Italia era di competenza di altri paesi. E invece ho trovato relazioni dettagliate sul sistema politico, sulla dialettica tra le correnti dei partiti, sull’economia pubblica e privata, e naturalmente sul Pci. Lo spionaggio era funzionale sia alle strategie nazionali di Berlino Est, specie sul versante commerciale, sia agli interessi degli “amici” ossia il Kgb sovietico. Non a caso la vigilanza della Stasi cresce eccezionalmente nel periodo tra il 1975 e il 1978, segnato dall’avanzata elettorale di Berlinguer ».

Non sembra che gli agenti della Ddr ne siano troppo contenti.
«Erich Honecker, leader del Partito socialista, e Berlinguer erano molto diversi. Il primo condannava ogni forma di comunismo lontana da quella so- vietica, mentre Berlinguer era “un sardo ascetico di origini aristocratiche” — così si legge in un appunto della Stasi — che suscita molta diffidenza a Mosca per la sua “volontà autonomistica”. In tal senso sono molto interessanti le carte conservate nell’archivio del Sed, il partito-Stato di Honecker, presso il Bundesarchiv di Coblenza. Lì ho trovato una serie di colloqui inediti in Italia tra Hermann Axen, responsabile delle relazioni internazionali del Sed, e il suo omologo sovietico Boris Ponomarev, insieme al vice Zagladin. Questi dialoghi, intercorsi tra il 1973 e il 1978, aprono uno squarcio su ciò che si muoveva a Mosca e a Berlino nei confronti del compromesso storico e dell’evoluzione eretica del Pci».

Che cosa emerge?
«Il blocco comunista si trovò spiazzato di fronte all’ascesa del Pci. La ferma volontà di Enrico Berlinguer di non forzare l’ordine democratico rendeva il Pci un pericolo per l’egemonia sovietica. Il malumore è evidente sin dal febbraio del 1973 quando Ponomarev si lamenta con Axen perché i compagni italiani non sono disposti alla lotta armata. “L’Italia è una polveriera pronta ad esplodere da un momento all’altro”, si legge nell’appunto, “e il partito deve preparare il popolo a una tale evenienza. Il compagno Pajetta ha chiesto al Pcus se il Pci deve acquistare le armi. La risposta del Pcus è stata che la classe operaia deve avere sempre chiare tutte le forme di lotta possibili”. I sovietici premono sul Pci agitando il fantasma golpista e neofascista. Ma lamentano che i compagni italiani non vedano alcun serio politico nell’immediato».

Nel settembre di quello stesso anno Berlinguer propone la strategia del compromesso storico.
«Una formula guardata da Mosca con grandissimo sospetto. In una conversazione del 20 ottobre del 1976 Ponomarev ribadisce la sua avversione: “I compagni italiani non vogliono capire che non si può restare sempre sulla difensiva. Anche se v’è l’opportunità di una via pacifica, ogni partito comunista deve essere sempre pronto alla lotta armata”. Concetto riaffermato con forza in un colloquio con Zagladin: “Un partito comunista deve essere sempre pronto a violare i limiti della democrazia borghese”. E nel giugno del 1977, in un nuovo incontro con Axen a Praga, Ponomarev ha modo di tornare sugli “errori” del Pci».

Una tensione destinata a crescere nell’autunno di quello stesso anno.
«Sì, proprio da una tribuna moscovita, per il sessantesimo anniversario della rivoluzione bolscevica, Berlinguer tesse l’elogio della democrazia. Ponomarev non si limita ad abbandonare la sala, ma medita qualcosa di più serio. In un appunto inedito del gennaio del 1978 confida ad Axen che il Pcus ha esaurito la pazienza e che era venuto il momento di richiamare agli ordini il Pci. La posta in gioco era troppo alta per permettere a un partito tanto influente di assumere una politica ormai apertamente antisovietica. “Il compagno Ponomarev”, si legge nella nota, “ci ha informato che il comitato centrale del Pcus ha confermato la definizione di un piano speciale di misure contro l’eurocomunismo”. Non sappiamo quale fu il seguito. Eravamo alla vigilia del sequestro Moro, che avrebbe definitivamente seppellito il compromesso storico».

Sulle Brigate Rosse emergono novità?
«Esiste un’abbondante documentazione, soprattutto all’indomani del rapimento del leader democristiano. Ma in queste carte manca una prova o anche un solo indizio che dimostri una frequentazione tra i servizi e le Br. È molto interessante un appunto che risale al 1980. L’antiterrorismo della Stasi, una struttura ambigua che infiltrava le organizzazioni di lotta armata, mette all’ordine del giorno il proposito di entrare in contatto con le Br. Pochi mesi dopo avrebbe individuato nella moglie del brigatista milanese Piero Morlacchi, la tedesca Heidi Peusch, il potenziale informatore nell’organizzazione armata. Ma il partito vieta di reclutarla all’interno della Germania Est. Le carte si fermano qui».

Un altro capitolo controverso è quello relativo al terrorismo altoatesino.
«La Stasi era interessata a tenere vivo il focolaio di violenza che pesava sulle relazioni tra Roma e Bonn. Un fascicolo interessante è quello dedicato al neonazista Peter Weinmann, dal 1982 a libro paga della Stasi ma già agente dei servizi tedeschi dell’Ovest e dal 1976 confidente della Digos italiana in Alto Adige. I documenti sono gravemente menomati dagli omissis. Fatto sta che tra il 1986 e il 1988 il terrorismo altoatesino conobbe una sanguinosissima ripresa con attentati dinamitardi più simili a quelli che accadevano a Berlino Ovest — dietro i quali c’era la Stasi — che a quelli tradizionali dei gruppi altoatesini. Con la caduta del Muro il fenomeno si esaurì all’improvviso».

Chi erano le spie italiane al servizio della Stasi?
«Questo è più difficile da ricostruire. Il potente servizio segreto aveva confidenti ovunque, a Botteghe Oscure ma anche nel Psi e nella Dc, nelle amministrazioni delle banche e delle grandi imprese pubbliche. Confidenti non sempre consapevoli. La spia italiana più importante è “Optik”, che da Bologna offre un’enorme quantità di informative sulla sicurezza militare. Un ingegnere o comunque un esperto del settore ».

E gli 007 tedeschi attivi in Italia?
«Il caso più spettacolare è quello dell’agente Mungo, alias Ingolf Hähnel, un pluridecorato tenente colonnello dell’intelligence che nel 1977 riesce a infilarsi dappertutto, presso la segreteria di Stato vaticana dove incontra Angelo Sodano e dentro Botteghe Oscure, dove può contare su un dirigente che avrebbe accompagnato Berlinguer nel viaggio in Ungheria e in Jugoslavia. Ovviamente il grosso delle spie agiva presso l’ambasciata italiana a Berlino Est. La missione diplomatica italiana era tenuta sott’occhio da un esercito di segretarie, donne delle pulizie, dame di compagnia, autisti, giardinieri e interpreti. Specialmente negli anni Ottanta il regime di Honecker temeva che gli italiani aiutassero i tedeschi orientali a fuggire oppure che intrattenessero rapporti con i dissidenti».

Tra i “sorvegliati speciali” figura anche Lucio Lombardo Radice.
«Sì, la vigilanza sul matematico risale agli anni Sessanta, dopo la sua protesta pubblicata sull’Unità per la cacciata dall’Università di Humboldt del fisico dissidente Robert Havemann. Fu bollato dalla Stasi come “un elemento borghese”, rimasto legato alla sua classe di appartenenza nonostante la militanza comunista. E quando nel 1982 morì Havemann, il regime vietò a Lombardo Radice l’ingresso nella Ddr».

Rapimento Moro, il borsista Sokolov non è l’agente del Kgb di cui parlano Imposimato e Gotor

Basta avviarsi sui sentieri della ricerca storica e subito le approssimazioni complottiste della dietrologia finiscono in briciole. Appare subito evidente l’inutilità dell’ennesima commissione parlamentare d’inchiesta proposta in questi giorni da alcuni esponenti politici. Uno dei quali, Miguel Gotor, si trova in evidente conflitto d’interessi. Uno storico che veste i panni del politico non è più uno storico, se poi promuove una legge che vuole istituire una commissione d’inchiesta, o decide di dare le dimissioni da parlamentare per svolgere la funzione di consulente storico, il che ne segnalerebbe comunque la subalternità, oppure è meglio che rinunci alle cariche accademiche per la professione politica. Commissione d’inchiesta che, una volta varata, come le precedenti sarà pronta a scrivere verità politiche a colpi di voti di maggioranza, alla faccia dei fatti storici.
Lo studente borsista sovietico Sergej Fedorovich Sokolov, giunto in Italia con una borsa di studio in storia del Risorgimento e che seguì alcune lezioni di Moro nella facoltà di scienze politiche della Sapienza prima del suo rapimento da parte della Brigate rosse, non è l’agente del Kgb di cui hanno scritto di recente l’ex magistrato Ferdinando Imposimato e il giornalista-complottista Sandro Provvisionato (Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro, Chiarelettere 2013).
E’ quanto ha potuto verificare lo storico Marco Clementi nell’articolo che potete leggere qui sotto.

Indagini poco approfondite, omonimie non verificate e facili sovrapposizioni sono bastate per dare corpo alla pista sovietica che si contende la scena delle «interferenze esterne nel caso Moro» con quella statunitense (vedi il ritorno di attenzione su Steve Pieczenick, il consulente antisequestri impiegato dal ministero dell’Interno nei giorni del rapimento), come se le due piste non si annullassero a vicenda.
Sul manifesto di oggi, 1 ottobre 2013, si spiega che il pm Luca Palamara, titolare dell’ennesimo procedimento aperto sul rapimento e l’uccisione del presidente democristiano, ha disposto il sequestro del file di una intervista di Giovanni Minoli all’esperto americano, già collaboratore di Cossiga nella primavera del 1978, diffusa da Radio 24. Pieczenick ha ribadito cose già dette in passato (cf. Abbiamo ucciso Aldo Moro), ovvero di aver ispirato (l’autostima non gli manca) il rifiuto di ogni trattativa soprattutto dopo le lettere di Moro in cui si chiedeva di avviare negoziati con i suoi rapitori, ricordando la strategia tenuta dal governo italiano con gli irredentisti altoatesini, la guerriglia palestinese e le azioni sporche dei servizi israeliani (il cosidetto “Lodo Moro”).
Lettere scritte dalla base brigatista di via Montalcini a Roma dove era tenuto prigioniero. Per Pieczenick un’ostaggio che invitava alla trattativa, ispirandosi ad una diversa logica della ragion di Stato, andava prima screditato (affermando che quel che scriveva non corrispondeva alla sua volontà perché manipolato, drogato o costretto con la violenza), quindi abbandonato al suo destino, unico modo – a suo avviso – per stabilizzare la situazione politica italiana e sconfiggere le Brigate rosse nella partita a scacchi del sequestro.
Una singolare convergenza con la strategia tenuta dal Pci in quei 55 giorni. Dopo la lettera a Cossiga, Pecchioli annunciò al ministro dell’Interno che per il gruppo dirigente di Botteghe oscure Moro era da considerarsi «già morto»; Berlinguer si spese con tutte le sue forze per affermare che gli scritti dalla prigione del leader democristiano non gli appartenevano perché estorti. “Moro non era Moro e i suoi scritti non erano farina del suo sacco”. Il Pci collaborò strettamente con i vertici piduisti dei servizi segreti e si oppose con ogni ricatto possibile all’apertura di qualsiasi negoziato.
E’ singolare che in tutti questi anni nessuno abbia mai proposto di aprire una commissione d’inchiesta sul comportamento tenuto dai partiti politici in quei giorni, in particolare sui fautori del rigor mortis, la cosidetta linea della fermezza.

Sokolov, chi è costui?
Marco Clementi
il manifesto 1 ottobre 2013

Il caso Moro è recentemente tornato attuale a causa della proposta di istituire una nuova Commissione Parlamentare di Inchiesta e della decisione della Procura di Roma di riaprire un fascicolo sul rapimento dell’allora presidente della Democrazia Cristiana. L’ex giudice Ferdinando Imposimato, autore di lunghi studi sulla vicenda ai quale si sono richiamati i due parlamentari del PD firmatari della proposta di legge per la Commissione, Gero Grassi e Giuseppe Fioroni, sostiene da tempo che nel delitto Moro abbiano avuto un ruolo primario forze esterne e, in particolare, il KGB. Come altri prima di lui, si è concentrato sulla figura di Sergej Sokolov, uno studente sovietico che giunse in Italia pochi mesi prima della strage di via Fani con una borsa di studio in Storia del Risorgimento e che frequentò anche alcune lezioni di Aldo Moro alla “Sapienza”. Lo stesso sarebbe tornato in Italia nel 1981 come corrispondente della Tass, per poi comparire nelle liste dell’Archivio Mitrokhin, rapporto Impedian n° 83 del 23 agosto 1995 dove si dice che tale Sergej Fedorovich Sokolov, nato il 5 giugno 1953 [dove?], è stato un ufficiale del KGB “di comprovata attendibilità, con accesso diretto ma parziale”, e corrispondente della Tass a Roma dal 1981 al 1985.
Al di là del fatto che essere un membro dei servizi di sicurezza sovietici non comporta il necessario coinvolgimento della struttura di appartenenza a un complotto internazionale, prima di qualsiasi discussione sarebbe utile individuare con certezza la persona di cui si parla. La storia del KGB è piena di Sokolov: in una raccolta neanche tanto voluminosa di documenti sulla Ljubjanka, già sede del KGB [330 pp., Mosca 1997] sono presenti tre Sokolov, P.N., Ja.P. e I.I. e altri quattro in una successiva [Mosca 2004], uno senza iniziali, un A.G., un P.A. e un F.V. In tutto, sette Sokolov che hanno avuto a che fare con i servizi, dei quali nessuno è certamente Sergej. Dunque, Sokolov è un cognome molto diffuso in Russia, così come lo è il nome Sergej. Per individuare con certezza una persona in caso di piena omonimia di nome e cognome, l’uso russo fornisce come parte integrante del nome anche la paternità, o patronimoco. Se il Sergej dell’archivio Mitrokhin è lo stesso che nel 1978 frequentò le lezioni di Moro, intanto per cominciare il patronimico deve coincidere. Secondo quanto si legge nel libro “Doveva Morire”, edito da Chiarelettere e scritto da Imposimato insieme a Sandro Provvisionato, il Sergej [Fedorovich?] Sokolov studente che frequentò le lezioni di Moro nel 1978, in patria si occupò del notissimo dissidente Andrej Sacharov e di sua moglie Elena Bonner, che visitò più volte a Gor’kij (oggi Nizhnij Novgorod) durante gli anni dell’esilio. Ecco quanto riportato a p. 230: “Nell’estate del 1985 il governo di Mosca è fortemente preoccupato del fatto che l’attenzione dei media di tutto il mondo sia puntata sul destino dell’intellettuale Andrej Dmitrevic Sacharov, l’emblema stesso del dissenso all’interno dell’impero sovietico. Il compito di controllare l’intellettuale e sua moglie, Yelena Bonner, viene affidato a un ufficiale del KGB, proprio Sokolov, che incontra Sacharov nell’ospedale dove è ricoverato, al confino di Gor’kij”.
La figura di questo ufficiale è messa in cattiva luce sostenendo che incaricò i medici di nutrire in modo coatto Sacharov durante uno sciopero della fame e che in seguito propose un accordo allo stesso fisico sovietico: permettere a lui e alla moglie di andare negli Usa per vedere la famiglia a patto che non rilasciassero dichiarazioni pubbliche. Ebbene, anche il Sokolov che si occupò di Sacharov si chiama Sergej, ma il patronimico comincia con la lettera I [Ivanovich?]. Inoltre, secondo le memorie dello stesso dissidente, quel rapporto sembra essere più complesso. Anzitutto, Sergej I. Sokolov era un agente del KGB già nel 1973. Scrive Sacharov: “Nei primi giorni di novembre [del 1973] Ljusia [Elena Bonner] ricevette una citazione che la convocava in veste di testimone a Lefortovo [dove si trova la sezione istruttoria del KGB; a Lefortovo c’è anche il carcere istruttorio, tecnicamente definito isolamento istruttorio]; la citazione le ingiungeva di presentarsi dal giudice istruttore Gubinskij. Prima dell’interrogatorio la conversazione venne condotta da un certo Sokolov (ora pensiamo si trattasse del capo della sezione locale del KGB; in seguito lo incontrammo varie volte a Gor’kij)”.
Se questo è il Sokolov nato nel 1953, nel 1973 aveva 20 anni. Chi conosce il funzionamento dei servizi sovietici sa che è impossibile che a quell’età si potesse essere già a capo di una sezione locale degli stessi, o avere la responsabilità di dissidenti del livello di Sacharov e Elena Bonner. Più avanti nelle sue memorie, pubblicate in Italia da Sugarco nel 1990, Sacharov riprende il discorso [pp. 707-708]:
“Il mattino del 5 settembre [1985] arrivò [a Gor’kij] inaspettatamentee un inviato del KGB dell’URSS, S.I. Sokolov. Probabilmente era direttore di uno degli uffici del KGB incaricati di seguire il mio caso e quello di Ljusja. Nel novembre del 1973, prima che Ljusja fosse interrogata da Syscikov, Sokolov aveva usato con lei, nel corso di un ‘colloquio’, accenti persuasivi. Nel maggio del 1985 era venuto a trovarci per parlare con me e Ljusja (separatamente). Con me era stato assai duro, voleva convicermi dell’assoluta inutilità dello sciopero della fame allo scopo evidente di costringermi a interromperlo”.
Tre sono le cose importanti di questo passaggio: la prima è che il Sokolov che viene a trovare Sacharov nel 1985 è lo stesso di 12 anni prima. La seconda è che egli non ordinò l’alimentazione coatta, ma cercò di dissuadere Sacharov a continuare lo sciopero della fame. Tanto che quando il fisico premio Nobel per la Pace parla nel suo libro di alimentazione forzosa, non fa alcun riferimento a Sokolov. La terza riguarda l’anno: l’11 marzo 1985 venne eletto segretario generale del CC del Pcus Michail Sergeevich Gorbachev che diede il via all’ultimo tentativo di riforma del sistema sovietico, noto come perestrojka. Sokolov giunse a Gor’kij su incarico dello stesso Gorbachev per contrattare con Sacharov il viaggio all’estero di sua moglie e, eventualmente, quello di Sacharov stesso, al quale chiese esplicitamente una sola condizione vincolante: non rivelare i segreti sugli armamenti nucleari sovietici che il dissidente conosceva perché tra i padri della bomba termonucleare sovietica, cosa per la quale era stato insignito in passato per ben tre volte dell’onorificenza di eroe del lavoro socialista.
Per concludere, prima di ogni altra possibile discussione sul presunto coinvolgimento del KGB nel caso Moro, è bene individuare con precisione il Sokolov di cui si sta parlando. Dai riscontri oggettivi, infatti, appare molto probabile che il borsista sovietico e l’agente dei servizi siano due persone diverse.

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