Il rapimento Moro e l’uso pubblico della storia

Una recensione a La polizia della storia di Anna Di Gianantonio apparsa su http://www.pulplibri.it – L’uso politico della memoria serve dunque a dimostrare che nessuna strategia, nessuna organizzazione, nessuna motivazione politica che nasce dal basso può esprimersi senza essere manipolata e resa inefficace dalla presenza dei poteri dello Stato. In questo modo gli anni Settanta sono diventati anni di piombo da cui siamo usciti grazie all’azione determinata della politica della fermezza e della difesa della legalità (Paolo Persichetti, La polizia della storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, Derive Approdi, pp. 240)

Anna Di Gianantonio 15 luglio 2022
https://www.pulplibri.it/paolo-persichetti-la-dietrologia-sul-caso-moro-e-le-domande-a-cui-non-ce-risposta/

Il libro di Paolo Persichetti spiega il disagio di chi, appassionato alle vicende degli anni Sessanta e Settanta, legge i numerosi lavori usciti recentemente – grazie alla desecretazione delle carte decisa dal governo Renzi – sulla cosiddetta “strategia della tensione” e osserva che molte pubblicazioni, invece di chiarire, talvolta complicano il contesto. Per quanto riguarda le stragi di Ordine Nuovo si conoscono i nomi degli esecutori, ma su quelli dei mandanti vi sono molte e diverse ipotesi. Con il passare del tempo e con la produzione di inchieste televisive, film e nuove ricerche, il lettore ha la sensazione di trovarsi alle prese non tanto con pubblicazioni che, utilizzando fonti inedite, si avvicinano alla verità, ma utilizzando generi letterari simili alle spy-story o ai noir.

Per le Brigate Rosse il quadro è ancora più complesso: in un intreccio di fake news, luoghi comuni e veri e propri falsi storici. Il libro di Persichetti è un accurato e complesso smontaggio delle false notizie sul delitto Moro, che si basa sul suo lungo lavoro di ricerca e su quello di una nuova generazione di storici – tra cui Marco Clementi e Elena Santalena con cui ha scritto il primo volume sulla storia delle BR – che intende analizzare gli anni Settanta con gli strumenti della storia, senza sensazionalismi e false piste. Nel testo l’autore fa nomi e cognomi di famosi autori che sulla vicenda del sequestro e della morte di Moro hanno creato una vera e propria fortuna editoriale, alimentando false ipotesi e complottismi.

Di tutte le complesse questioni della vicenda Moro è impossibile fare una sintesi: è necessario leggere le carte e le prove che porta l’autore. Persichetti rovescia innanzitutto l’immagine di Moro traghettatore illuminato che voleva portare i comunisti al governo, illustrando i colloqui che lo statista ebbe con l’ambasciatore americano Richard Gardner. In quelle occasioni fu proprio Moro, spaventato dal consenso del PCI e convinto che le Brigate Rosse destabilizzassero il paese favorendo i comunisti, a chiedere  all’ambasciatore una maggiore attenzione e un attivismo statunitense in Italia. Per rassicurare il diplomatico, Moro garantì che nel nuovo governo Andreotti non ci sarebbe stato alcun ministro di sinistra, smentendo clamorosamente le assicurazioni che erano state fatte al PCI e che riguardavano la presenza di almeno tecnici di area nel nuovo esecutivo.

La scelta di Moro di depennarli dagli incarichi fu contestata dallo stesso futuro presidente del consiglio Andreotti e dal segretario nazionale Zaccagnini che si dimise dalla carica. Il PCI, furioso per la decisione, votò la fiducia solo dopo la notizia del rapimento dello statista. Dunque Moro non fu affatto l’uomo del compromesso storico o delle larghe intese, come fu rappresentato post mortem, quando lo si descrisse come lungimirante antesignano di politiche inclusive mentre durante la prigionia venne considerato incapace di formulare pensieri autonomi.

Altro luogo comune diffuso ancor oggi è la “leggenda nera” su Mario Moretti, considerato una personalità ambigua e legata in qualche modo ai servizi. Moretti sta scontando il quarantaduesimo anno di esecuzione di pena e dunque difficilmente può essere considerato un uomo al servizio dello Stato. I sospetti su di lui vennero diffusi da Alberto Franceschini e Giorgio Semeria, smentiti da indagini interne che rivelarono l’inattendibilità delle accuse, ugualmente utilizzate da ricercatori come Sergio Flamigni che sulla figura di Moretti e sui suoi presunti legami con i poteri forti ha costruito la sua fortuna politica ed editoriale.

La dietrologia sul caso Moro si è esercitata sulla presenza in via Fani di altri soggetti, in particolare su due motociclisti in sella a una Honda, visti sulla scena del rapimento dal testimone Alessandro Marini. I motociclisti scatenarono mille ipotesi sulla loro presunta identità di uomini dei servizi, killer professionisti o agenti di servizi esteri, dando luogo a nuove pubblicazioni. Fu il lungo e minuzioso lavoro storico di Gianremo Armeni nel saggio Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro che mise in luce in luce l’inattendibilità della testimonianza. In via Fani c’erano solamente le dieci persone indicate nei processi come responsabili del sequestro e dell’uccisione della scorta, tutte appartenenti alle Brigate Rosse.

Con una nutrita serie di documenti e di analisi Persichetti denuncia anche le incongruenze della seconda commissione Moro, istituita nel maggio del 2014 con la presidenza di Giuseppe Fioroni. Pur utilizzando tecniche di indagine nuove, come l’analisi del DNA e le ricostruzioni laser della scena del delitto, non si è giunti a nuove conclusioni.

Persichetti sostiene dunque che:

Cinque anni di processi, decine e decine di ergastoli erogati insieme a centinaia di anni di carcere, due commissioni parlamentari, le testimonianze dei protagonisti, alcuni importanti lavori storici, non hanno scalfito l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico che da oltre tre decenni alligna sul sequestro Moro e l’intera storia della lotta armata per il comunismo...

Qual’è il pregiudizio storiografico cui l’autore fa riferimento? Molto semplicemente l’idea che un gruppo armato abbia potuto, senza aiuti esterni, compiere un’azione di quel tipo mentre la lettura “politica” di quegli anni vuole dimostrare che dietro le lotte di massa degli anni Sessanta e Settanta c’erano strategie di potere orchestrate da forze occulte legate allo Stato, ai servizi segreti, a dinamiche internazionali.

L’uso politico della memoria serve dunque a dimostrare che nessuna strategia, nessuna organizzazione, nessuna motivazione politica che nasce dal basso può esprimersi senza essere manipolata e resa inefficace dalla presenza dei poteri dello Stato. In questo modo gli anni Settanta sono diventati anni di piombo da cui siamo usciti grazie all’azione determinata della politica della fermezza e della difesa della legalità.

Secondo Persichetti quali domande sarebbe lecito invece porsi sul caso Moro? Innanzitutto andrebbe fatta un riflessione sull’uso della tortura sui detenuti e sulle detenute delle BR ad opera del funzionario dell’UCIGOS Nicola Ciocia, chiamato professor De Tormentis, che applicò sui prigionieri, soprattutto sulle donne, azioni violente ed umilianti per costringerli a parlare, pur in presenza di una legislazione speciale che consentiva abbondanti sconti di pena a pentiti, collaboratori di giustizia, dissociati. Inoltre: perché la linea della fermezza fu mantenuta sino all’esito tragico della morte di Aldo Moro? Perché i due partiti di massa, DC e PCI, non intervennero per la sua salvezza, nonostante le BR si accontentassero di un riconoscimento della natura politica della loro azione? Perché Fanfani, che doveva pronunciare un discorso di minima apertura e riconoscimento, non parlò, tradendo l’impegno preso con il PSI che si adoperava per una trattativa?

Due ultime considerazioni. L’archivio di Paolo Persichetti, sequestrato l’8 giugno 2021 da agenti della Digos con accuse pretestuose deve essere  restituito al legittimo proprietario. Persichetti ha scontato la sua pena ed è l’unico a poter raccogliere testimonianze dei protagonisti di quegli anni avendo gli strumenti per ragionarci sopra. Non può esistere in Italia un organismo di “polizia di prevenzione” che intervenga sulla ricerca storica per orientarla in direzioni prestabilite. Scandaloso è il fatto che pochi intellettuali si siano mossi a difesa della libertà della ricerca storica, minacciata non solo per quanto riguarda gli anni Settanta. Si pensi alla criminalizzazione degli studiosi delle foibe, passibili del reato di negazionismo.

Infine un’osservazione. È doverosa la ricostruzione storica ma è necessaria anche una riflessione politica su quegli anni. Leggendo il volume, alcune figure di brigatisti come Franceschini emergono per la loro inadeguatezza politica e umana. A mio avviso il terreno autobiografico e psicologico non è un elemento secondario nel fare un bilancio di una fase storica. Inoltre vi sono stati degli errori: innanzitutto, come afferma l’autore, l’aver pensato che il rapimento avrebbe causato contraddizioni forti tra base e dirigenti del PCI riguardo al compromesso storico, contraddizioni che  vennero ridimensionate anche a causa del rapimento. L’uccisione di Guido Rossa nel 1979 non fece che rafforzare la condanna contro le azioni armate e prosciugare quella zona grigia che non si schierava con lo Stato. Sulla questione delle ragioni del consenso e sul tema della violenza sarebbe necessaria una discussione molto articolata.

Quando su richiesta del generale Dalla Chiesa il Pci infiltrò un proprio militante nelle Brigate rosse

Estratto dal libro La polizia della storia (pp. 173-176).
La vicenda venne raccontata per la prima volta nel giugno del 2017 dall’ex responsabile della sezione speciale antiterrorismo dei carabinieri di Roma, Domenico Di Petrillo, durante la sua audizione davanti alla seconda Commissione parlamentare che indagava sul sequestro Moro e poi riportata nel libro, scritto sempre dall’ex colonnello, Il lungo assedio al terrorismo nel diario operativo della Sezione speciale anticrimine Carabinieri di Roma, Melampo 2018. Fatto singolare la Commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, impegnatissima nella ricerca di infiltrati, spie, agenti d’influenza dentro e attorno alle Brigate rosse durante il sequestro Moro, ignorò completamente le rivelazioni. Nessun approfondimento venne disposto: i suoi solerti consulenti, i magistrati Donadio e Salvini, l’ufficiale dei Cc Giraudo, impegnatissimi a sfornare piste, creare e inventare nessi con Servizi di mezzo mondo, mafie e ‘ndranghete varie, snobbarono l’informazione troppo imbarazzante. Eppure sarebbe stato utile accertare modalità, tempi e modi di questa interazione tra Antiterrorismo dei carabinieri e vertici del Partito comunista dell’epoca, conoscere come si svolse questa operazione di intelligence. Niente di tutto ciò. L’unica versione dei fatti ad oggi conosciuta è quella fornitaci dall’ex carabiniere che dice fino ad un certo punto, omette, confonde per tutelare la sua fonte. Fonte, nome in codice «Fontanone», che, a distanza di oltre quarant’anni, si guarda bene dal farsi avanti e raccontare al Paese quella esperienza di cui probabilmente deve provare vergogna se preferisce rimanere celato nelle pieghe del passato. Questa vicenda è raccontata anche nella docuserie che sta andando in onda su Sky in queste settimane Roma di piombo, diario di una lotta.
Nel volume la Polizia della storia potete trovare invece un capitolo interamente dedicato al lavoro di contrasto svolto dalle forze di polizia contro le Brigate rosse, dal titolo «L’uso di esche, infiltrati e rami verdi nell’azione di contrasto alle Brigate rosse» nel quale per la prima volta, documenti alla mano, si ricostruiscono i pochi casi in cui le forze di polizia riuscirono ad impiegare delatori e provocatori. Non emergono casi di infiltrazione di membri dei Servizi o delle Forze dell’ordine, frequente invece è l’uso di esche, in particolare dopo la discesa in campo diretta del Pci che fornì propri militanti, mentre il nome più noto è quello di Girotto. Risultano arruolati due delatori: uno storico proveniente dalla Brigata Ferretto in Veneto, che fu all’origine di numerosi arresti, il secondo di Curcio, della Mantovani, di Semeria; l’altro a Milano che provocò l’arresto di Fenzi e Moretti. Infine c’è la storia di «Fontanone» che permise di agganciare nei primi mesi del 1980, dopo due anni di indagini a vuoto, la colonna romana.

L’operazione Olocausto, il Pci infiltra un proprio militante
Dopo la morte di Guido Rossa il Pci decise di cambiare la propria strategia di contrasto alla lotta armata. Il sindacalista della Cgil era stato ucciso dalla colonna genovese delle Brigate rosse che gli contestava il lavoro informativo svolto all’interno dell’Italsider di Cornigliano per conto del Partito comunista italiano (1). I vertici del Pci non ritennero più sufficiente la semplice attività informativa e il controllo dei luoghi di lavoro più caldi, delle scuole e del territorio, condotta dal proprio apparato di sorveglianza: una struttura riservata coordinata a livello centrale dalla Sezione Affari dello Stato che si appoggiava sulle singole Federazioni. Attività che ormai, come era accaduto per Rossa, esponeva a rischi eccessivi i propri militanti. Una volta individuato Francesco Berardi, operaio dell’Italsider che distribuiva opuscoli e volantini delle Br all’interno della fabbrica, Rossa non esitò a denunciarlo ai carabinieri presso gli uffici della sorveglianza nonostante l’esitazione del Consiglio di fabbrica, dove alcuni non erano convinti di quel gesto e avrebbero voluto affrontare in modo diverso il problema. Nella cultura politica del mondo operaio era piuttosto innaturale un atto del genere, in «The Making of the English Working Class», Edward P. Thompson evoca il concetto di «opacità operaia» per descrivere la tendenza della comunità proletaria a opporre una coltre di riservatezza per tutelare quel che avveniva al proprio interno: forme di illegalità, sabotaggio ma anche divergenze che non venivano risolte chiedendo aiuto all’esterno (2). Rossa aveva infranto questo tradizionale scudo, ma lo aveva fatto seguendo alla lettera le indicazioni del suo partito. Un recente lavoro di Sergio Luzzato ci offre un suo ritratto che aiuta a comprendere meglio le ragioni di quel comportamento: un aspetto caratteriale intransigente, un passato giovanile votato all’alpinismo agonistico animato da ideali nicciani e superomisti. Rossa era stato paracadutista nella brigata Folgore e per una di quelle strane coincidenze della storia uno dei suoi addestratori era stato il “guastatore” Oreste Leonardi, il maresciallo divenuto fedele guardia del corpo di Aldo Moro, morto in via Fani. Anni dopo, la tragica morte del figlioletto muta profondamente il suo sguardo sulla vita, Rossa si avvicina all’impegno sociale, abbandona la precedente visione individualistica e competitiva del mondo anche se, probabilmente, non riuscì a liberarsi della vecchia traccia normativa (3).
La svolta arriva nel settembre 1979 – racconta Domenico Di Petrillo, per molti anni a capo della Sezione speciale anticrimine dei carabinieri di Roma – quando Ugo Pecchioli, il responsabile della sezione Affari dello Stato del Pci (una sorta di Ministero dell’Interno ombra del Partito comunista) comunica a Dalla Chiesa la disponibilità a infiltrare un militante del partito all’interno delle Brigate rosse con l’intento di destabilizzarle. L’unica condizione posta dai vertici di Botteghe Oscure – riferisce sempre Di Petrillo – «era che il militante da infiltrare fosse gestito da un ufficiale del Nord Italia per renderne il più possibile difficile l’individuazione». L’incarico venne affidato al Comandante della Sezione speciale anticrimine di Milano, Umberto Bonaventura, che incontrò per la prima volta la spia del Pci nei pressi della fontana del Gianicolo, circostanza che portò ad attribuirgli il nome in codice «Fontanone». In realtà, stando al racconto della vicenda – fatto sempre da Di Petrillo, prima nel corso della sua audizione del 19 giugno 2017 davanti alla Commissione Fioroni e successivamente in un volume pubblicato l’anno successivo che ripercorre l’attività della Sezione antiterrorismo di Roma, gli incontri con il candidato all’infiltrazione, «si concretizzano in una ricerca di come riuscire ad essere sicuri di approcciare le Brigate rosse. Facemmo vari tentativi che non andarono a buon fine, fino a che arrivammo ad individuare Piccioni, Ricciardi e da lì iniziò l’attività […] Però fu una ricerca, non fu una partenza con l’indicazione: “Andate lì”» (4). Di Petrillo fa capire che la spia non entrò mai nelle Br, ma si limitò a svolgere un lavoro di conoscenza e prossimità che consentì di individuare gli ambienti, i collettivi e i comitati politici romani che facevano da bacino di provenienza delle colonna romana: «Il nostro rapporto durò pochissimi mesi», scrive nel libro: «precisamente, sino a quando riuscimmo a individuare un’area dell’antagonismo romano, nella zona Sud della Capitale, caratterizzata dalla presenza di numerosi collettivi: le Br stavano cercando di indirizzare l’attività e di selezionare al loro interno militanti da arruolare nell’organizzazione» (5). Di Petrillo protegge ancora la fonte, è parco di informazioni e stende un po’ di cortina fumogena, ma è chiaro che l’infiltrazione nell’organico brigatista non ci fu, ma piuttosto un lavoro di perlustrazione ambientale, di individuazione dei riferimenti periferici dell’organizzazione, che conducessero a semplici «contatti» o «irregolari» da fotografare, agganciare e poi pedinare, cercando di ricostruire, appuntamento dopo appuntamento, la rete del gruppo. Di «Fontanone» si sa che era un insegnante, che riuscì a incontrare alcune persone ritenute vicine alle Brigate rosse, che questi incontri vennero fotografati e i volti dei suoi interlocutori immortalati fino a quando il pentito Patrizio Peci riconobbe l’immagine di uno di loro, fornendo l’input decisivo per indirizzare l’indagine verso la persona giusta: Francesco Piccioni, figura di peso della colonna romana, membro del fronte logistico nazionale che aveva partecipato nel dicembre 1979 alla riunione della Direzione strategica convocata in tutta fretta nella base genovese di via Fracchia. Dopo una intensa attività durata mesi Piccioni (Michele) fu catturato il 19 maggio 1980 nella base di via Silvani 7 a Roma, sede del «logistico» della colonna romana. Interessante è un ulteriore episodio: i carabinieri avevano in mano foto di diversi brigatisti immortalati durante queste attività di osservazione e pedinamento. Si trattava sicuramente di militanti che avevano una storia, erano conosciuti nei loro quartieri. «Mi rivolsi – ha spiegato Di Petrillo davanti alla Commissione Fioroni – «al Partito comunista, all’avvocato Tarsitano perché mi aiutasse a identificare queste persone. Ritagliai la foto di uno di questi che stava in via dei Fori Imperiali e dopo qualche giorno mi dette un appuntamento, andai alla Pigna [piazza Venezia, in prossimità dell’inizio di via delle Botteghe Oscure dove si trovava la sede nazionale del Pci] a incontrare Antonio Marini, un uomo del Pci, gli consegnai quel frammento di foto; dopo qualche giorno mi richiamò e mi diede il nome: Marcello Basili» (6). Si trattava di un militante vicino alla brigata di Torrespaccata che una volta arrestato iniziò a collaborare facendo catturare diversi suoi compagni.
Fu sistematica in quegli anni l’attività informativa del Pci a favore delle forze di polizia, «Dalla Chiesa – ha riferito il generale Bozzo – mi aveva incaricato di tenere i rapporti con il Pci. Dal Pci abbiamo avuto tutta la collaborazione possibile e immaginabile. Su questo non può esserci nemmeno un’ombra di dubbio. Io avevo rapporti con Lovrano Bisso, allora Segretario provinciale del Pci: ci aiutò in ogni modo» (7). Alcune testimonianze portano a ritenere che il flusso informativo avvenisse anche in direzione opposta, seppur in misura molto minore. Salvatore Ricciardi, dirigente della colonna romana scomparso il 9 aprile 2020, con una ricca storia politica nel movimento operaio romano, prima nel Psiup (1965), poi tra i fondatori del Cub ferrovieri di Roma, per poi aderire all Brigate rosse nel 1977, mi ha più volte raccontato che dall’interno del Pci romano, qualcuno che non gradiva affatto la scelta della «delazione politica di massa» condotta dai vertici del partito, fece pervenire copia dei nomi di attivisti ritenuti sospetti che erano stati passati alla Questura.

Note

  1. Testimonianza di Loriano Bisso, segretario provinciale del Pci genovese, in Giovanni Fasanella e Sabina Rossa, Guido Rossa mio padre, Bur, pp. 158-159: «[…] Quell’esperienza – si rivelò utile anche di fronte alla minaccia brigatista. Fu un lavoro particolarmente difficile e pericoloso. Per diverse ragioni. Innanzitutto le Brigate rosse avevano una struttura fortemente centralizzata e compartimentata, con una base di sostegno non particolarmente ampia. Quindi non erano facilmente penetrabili. Inoltre, i loro gruppi di fuoco, che applicavano la tattica del “mordi e fuggi”, erano assai efficaci; mentre le forze dell’ordine, pur disponendo di personale di livello, per tutta una fase diedero l’impressione di brancolare nel buio. Tutto questo rendeva assai spregiudicata l’azione delle Br. Per la natura delle difficoltà, quindi decidemmo di concentrare l’attenzione piuttosto su ciò che stava dietro alla produzione del materiale di propaganda brigatista. Vale a dire: chi scriveva volantini e documenti, dove si stampavano, chi li trasportava, come entravano in fabbrica, chi li distribuiva. E poi, su un piano più strettamente politico, dovevamo capire quale grado di consenso quei documenti fossero in grado di suscitare fra i lavoratori. Posso dire questo, che il lavoro di Guido Rossa ci portò assai vicino all’individuazione di gran parte della catena di produzione della propaganda brigatista. Il contributo di tuo padre fu davvero eccellente. Mi aveva parlato di Berardi già alcuni mesi prima di quel 25 ottobre 1978. Lo aveva già individuato e lo teneva d’occhio».
  2. E.P. Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, il Saggiatore, Milano 1968.
  3. S. Luzzato, Giù in mezzo agli uomini. Vita e morte di Guido Rossa, Einaudi 2021.
  4. D. Di Petrillo, audizione davanti alla Commissione Moro 2, 19 giugno 2017.
  5. D. Di Petrillo, Il lungo assedio. La lotta al terrorismo nel diario operativo della sezione speciale anticrimine dei carabinieri di Roma, Melampo, Milano 2018, p. 115-116.
  6. D. Di Petrillo, CM2, 19 giugno 2017.
  7. G. Fasanella, S. Rossa, Guido Rossa mio padre, Bur, Milano p. 141.

Analisi del complottismo intorno al «caso Moro»


Percorsi. «La polizia della storia» di Paolo Persichetti, per DeriveApprodi. Dal 5 maggio nelle librerie. Il volume è diviso in due parti: la prima ripercorre le varie tappe dell’inchiesta contro l’autore; la seconda raccoglie una serie di articoli riguardanti alcune delle molteplici “visioni” che accompagnano da più di quarant’anni il racconto delle vicende legate al rapimento e all’uccisione del presidente della Dc e della sua scorta

Marco Grispigni, il manifesto 3 maggio 2022

L’uscita in questi giorni del libro di Paolo Persichetti, La polizia della storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro (DeriveApprodi, pp. 277, euro 20), ci offre lo spunto per ritornare sulla vicenda giudiziaria di cui ci siamo già occupati sul manifesto. Il volume è diviso in due parti: la prima ripercorre le varie tappe dell’inchiesta contro Persichetti; la seconda raccoglie una serie di articoli pubblicati su giornali, riviste e siti web che smontano, con documenti e testimonianze, alcune delle molteplici fandonie che accompagnano da più di quarant’anni il racconto delle vicende legate al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta.

UN BREVE ACCENNO alla vicenda giudiziaria, ancora aperta dopo quasi un anno, è necessario. Il sequestro dell’archivio di studio e delle carte private di Paolo Persichetti viene giustificato con una accusa surreale: appartenenza a un’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, formata nel 2015, di cui non si faceva il nome, non si conoscevano gli altri appartenenti, né tantomeno gli obiettivi. La roboante accusa si rivela solo un utile grimaldello per ottenere l’autorizzazione al sequestro dell’archivio e ben presto scompare, sostituita da quella di divulgazione di documenti riservati e di favoreggiamento.
Nel vero e proprio teatro dell’assurdo rappresentato da queste vicende emerge una novità inquietante per la quale si passa da Kafka a Orwell: l’esistenza di quella che Persichetti definisce come la «polizia della storia». Si scopre infatti che fra le tante attività di controllo del territorio degli apparati di sicurezza c’è anche quella di occuparsi delle interpretazioni storiografiche sui cosiddetti anni di piombo che si distinguono dalle versioni «ufficiali».
Nella Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza per il 2019, infatti, nella parte che riguarda i «pericoli» interni si segnala che il Comparto intelligence ha rilevato «il proseguire dell’impegno divulgativo, specie attraverso la testimonianza di militanti storici e detenuti “irriducibili”, volto a tramandare la memoria degli anni di piombo» rivolto soprattutto a «un uditorio giovanile della composita area dell’antagonismo di sinistra». Non c’è che dire, una impeccabile interpretazione della ripetuta richiesta di una «storia condivisa». Versioni contrastanti si possono tollerare solo all’interno dell’accademia, siamo un Paese democratico; fuori solo «storia condivisa».

LE PAGINE SU DIFFERENTI aspetti della vicenda Moro vanno nella stessa direzione di quelle di altri studiosi, come Marco Clementi o Vladimiro Satta, a smontare l’incredibile mole di falsità che alimentano i cosiddetti «misteri» del caso Moro. Le interpretazioni complottistiche sulla drammatica vicenda Moro nascono già durante i 55 giorni del sequestro e poi divengono la lettura egemone di quegli avvenimenti. Dai libri di Flamigni fino ai lavori di Gotor una serie enorme di misteri si susseguono, puntualmente smentiti dalle carte processuali e dalle testimonianze, ma capaci di affermarsi ugualmente come un disperato rifiuto di accettare che un avvenimento enorme, il rapimento e l’uccisione del più importante uomo politico di quegli anni, possa essere spiegato esclusivamente all’interno delle vicende della lotta armata.
Negli ultimi anni la possibilità di accedere a numerosi documenti «desecretati» con le direttive Prodi e Renzi ha offerto nuovi e importanti fonti agli studiosi. Da questi archivi emergono documenti inquietanti sulle «frequentazioni» tra personaggi tristemente noti dell’eversione fascista, come Delle Chiaie o Zorzi, con i servizi e in particolare con l’Ufficio affari riservati guidato da Umberto D’Amato. Sempre a proposito dell’Uar ora sappiamo che fin dalla sera del 12 dicembre 1969 i suoi uomini presero nella Questura di Milano la guida delle indagini per la strage di piazza Fontana. C’erano loro in Questura anche la notte che Giuseppe Pinelli volò dalla finestra.

IN QUESTI STESSI ARCHIVI invece non emerge niente che possa sostenere i misteri del caso Moro, una direzione esterna delle Br, la presenza nell’organizzazione di infiltrati. Nonostante questo, la lettura complottistica del caso Moro persiste e continua a occupare le prime pagine dei giornali (ora con l’incredibile teoria dell’anagramma nelle lettere di Moro che avrebbe indicato l’indirizzo della sua prigione), mentre le notizie sulle stragi e l’uso dei fascisti restano confinate nei libri di storia «riservati» agli studiosi. Forse anche questa è l’idea di «storia condivisa».

Persichetti racconta la sua storia processuale in “La polizia della storia”

Recensioni – La storia del sequestro del suo archivio, la girandola di imputazioni, la caccia al reato inesistente, il tentativo di imbavagliare la ricerca storica indipendente, le ultime acquisizioni sul rapimento Moro, una critica serrata delle narrazioni dietrologiche, un bilancio spietato dei lavori della Commisssione parlamentare Moro 2, il tutto raccolto in un racconto avvincente e pieno di colpi di scena. Il 5 maggio nelle librerie, in prevendita su tutti gli store online

Frank Cimini, il Riformista 30 aprile 2022

La polizia della storia è il titolo di 281 pagine, editore Derive Approdi, 20 euro, in libreria dal 5 maggio con cui Paolo Persichetti racconta il suo caso che la dice lunga sulla qualità della nostra democrazia, dalla Prima Repubblica fino ai giorni nostri. Come se non fossero passati ben 44 anni dal sequestro e dall’omicidio di Aldo Moro, il fatto intorno al quale ruotano le parole del ricercatore che ormai quasi un anno fa subì i sigilli al suo archivio, il più pericoloso del mondo. E non ha ancora riavuto dall’8 giugno del 2021 “il maltolto” dove era compresa pure la certificazione medica di Sirio il figlio diversamente abile.
Paolo Persichetti combatte da anni la battaglia contro la dietrologia spiegando che il fenomeno non riguarda solo il passato ma il presente e il futuro di questo paese. Persichetti è coinvolto in una vicenda giudiziaria dove il capo di incolpazione ha subito cinque modifiche e visto l’eliminazione del reato più grave, l’associazione sovversiva finalizzata al terrorismo attraverso la violazione del segreto di carte della commissione parlamentare sul caso Moro che segrete non erano. L’inchiesta è coordinata dal pm Romano Eugenio Albamonte lo stesso che ha chiesto e ottenuto di prendere il Dna dei brigatisti condannati per via Fani e altre persone nell’ambito di una caccia a complici ulteriori veicolando il sospetto che servizi segreti nazionali e esteri avessero avuto un ruolo nella vicenda con cui la Prima Repubblica cominciò a morire.
“L’idea che la realtà sia qualcosa su cui si deve gettare luce perché dominata dall’ombra e dall’invisibile diventa il nuovo modo di giustificare una contronarrazione che si pretende autonoma libera e indipendente dai ‘poteri’ – scrive l’autore – È sconcertante questa idea di un passato fatto di misteri e segreti anziché di processi, rotture, trasformazioni, uno schema cognitivo che riporta ai tempi dell’Inquisizione…. L’idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che dai tumulti che attraverso le strade e i luoghi di lavoro è il segno di una malattia della conoscenza. Attraverso la dietrologia si vuole veicolare l’idea che dietro ogni ribellione non c’è l’agire sociale e politico di gruppi umani ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere”.
Va ricordato che la dietrologia non è un fenomeno solo italiano. Basti pensare a quanto accaduto intorno all’11 settembre. Ma il nostro è per molti aspetti un paese almeno un po’ particolare perché il capo dei dietrologi sta al Quirinale fa pure il presidente del Csm che quasi ogni 16 marzo e 9 maggio insiste: “Bisogna cercare la verità”. Come se cinque processi non avessero accertato anche dalle deposizioni di “dissociati” e “pentiti” che dietro le Brigate Rosse c’erano solo le Brigate Rosse. “Esiste in questo paese un organismo che si chiama polizia di prevenzione il cui ruolo potrebbe finire pericolosamente per sorvegliare l’indagine storica se non addirittura per prevenirla segnando i paletti oltre i quali non è lecito inoltrarsi” scrive nella prefazione Donatella Di Cesare aggiungendo di “una gendarmeria della memoria che assenza una concezione poliziesca della storia narrata in bianco e nero, da una parte i buoni dall’altra i cattivi”.
“Il tratto di strada che il 16 marzo del 1978 vide alcuni operai scesi dalle fabbriche del nord insieme a dei giovani romani dare l’assalto al convoglio di auto che trasportavano l’onorevole Moro non trova pace. Questo fatto storico non è accettato ancora dai cultori del complotto, anzi dei ripetuti complotti di diversa natura e colore, tutti assolutamente reversibili che nei decenni si sono succeduti in perfetta antitesi tra loro” chiosa l’autore. E per questa ragione domenica 22 febbraio 2015 la zona fu sottoposta a scansione laser dalla polizia scientifica. I nuovi rilievi fecero emergere l’assenza di novità. In via Fani agirono le Brigate Rosse. Solo loro. Ma dirlo, riaffermarlo, ribadirlo è pericoloso. In pratica come dimostra la vicenda di Paolo Persichetti un reato.

L’archivio di Persichetti resta nelle mani della magistratura. Per il Gip Savio è fisiologico sequestrare più del dovuto

Il Gip Valerio Savio non ha accolto la richiesta di restituzione del mio archivio personale di studio sugli anni 70 e la storia della lotta armata, sequestrato l’8 giugno 2021. Nonostante l’istanza fosse stata presentata la scorsa estate e discussa solo il 17 dicembre 2021, la decisione è giunta a poche ore dalla data fissata per l’avvio dell’incidente probatorio sul materiale sequestrato, prevista il prossimo venerdì 14 gennaio 2022.
Contravvenendo a quanto indicato nel mandato di perquisizione disposto dalla procura, l’8 giugno 2021 il personale di polizia non si era limitato a individuare e sequestrare la documentazione relativa alle attività della commissione parlamentare Moro 2, che interessava un’indagine dai contorni ancora incerti (nel tempo si sono susseguiti diversi capi d’imputazione: dalla violazione del segreto d’ufficio, all’associazione sovversiva, alla violazione di notizia riservata, al favoreggiamento) ma aveva portato via ogni tipo di supporto informatico. La difformità tra quanto indicato dalla procura e quanto effettivamente preso non era stata successivamente sanata dalla procura con la convalida del materiale sequestrato in eccedenza. Da qui la richiesta di annullamento e restituzione avanzata dall’avvocato Romeo.
Nel provvedimento di rigetto il Gip, pur ammettendo che nel corso della perquisizione vi è stato un «esteso e certo verosimilmente in parte inutile sequestro operato», ha tuttavia ritenuto di non dover censurare questo comportamento, ridimensionando l’operato della polizia come una «una fisiologica o comunque non abnorme estensione del mandato contenuto nel decreto di perquisizione».
Nella ordinanza è scritto anche che nel corso delle operazioni peritali di imminente inizio sarà «possibile discernere i dati utili alle indagini e quelli invece inerenti la vita privata della persona indagata (o comunque irrilevanti per le investigazioni) alla cui restituzione l’indagato legittimamente aspira, e limitare ai primi la copia forense).

Archivio storico Persichetti, il Gip si riserva di decidere sulla legittimità del sequestro

Al termine dell’udienza di venerdì scorso il gip Valerio Savio si è riservato. La decisione arriverà con molta probabilità nel corso della prossima settimana. Era nuovamente presente, come era già avvenuto per il ricorso davanti al tribunale del riesame, il sostituto procuratore della repubblica Eugenio Albamonte che ha sostituito il pm di aula. Partecipazione del tutto inusuale ma alla quale ormai ci siamo abituati e che sta a significare l’importanza che la procura attribuisce a questa inchiesta o forse la preoccupazione per la piega inaspettata che stanno prendendo gli eventi. L’avvocato Francesco Romeo ha spiegato le ragioni del ricorso sottolineando come il personale di polizia sia andato di gran lunga oltre le indicazioni presenti nel mandato di perquisizione disposto dalla procura. Si trattava infatti di perquisire l’abitazione e in particolare tutti i supporti informatici per estrarre e sequestrare unicamente il materiale afferente l’indagine: ovvero la documentazione relativa alle attività della commissione parlamentare Moro 2. Contravvenendo a quanto indicato nel mandato, i tre servizi di polizia che conducevano l’operazione (polizia di prevenzione, digos e polizia postale) hanno invece portato via ogni cosa, arraffando ogni tipo di supporto informatico, oltre alle chiavi di accesso al cloud e diverso materiale cartaceo, raccolto stavolta dopo un’accurata perquisizione della libreria. Per sanare la difformità tra quanto indicato nel mandato di perquisizione e il materiale realmente sequestrato, il pubblico ministero Albamonte avrebbe dovuto effettuare nelle 48 ore successive – come previsto dal codice di procedura – una convalida del materiale acquisito in eccesso. Convalida mai avvenuta. E poco importa, come ha ribattuto Albamonte in aula che di fronte alla mole di materiale digitale archiviato gli operatori di polizia non avrebbero potuto effettuare all’interno dell’abitazione l’estrazione della documentazione che interessava l’indagine. Resta la mancata convalida successiva del pubblico ministero. Ad un certo punto dell’udienza il gip si è reso conto di aver già deciso in favore dell’incidente probatorio sul materiale sequestrato (prossimo 14 gennaio 2022), anticipando la decisione senza aver prima valutato il merito del ricorso sulla legittimità del sequestro. Una situazione imbarazzante!
Di seguito potete leggere la mia dichiarazione depositata agli atti.

Dichiarazione di Paolo Persichetti al Gip Valerio Savio – udienza del 17 Dicembre 2021
Nel corso del 2014, quando le condizioni mediche del mio secondo figlio lo hanno consentito, con grandi sforzi e fatica, anche solo per poche ore a settimana, ho iniziato a frequentare biblioteche e archivi d’ogni tipo alla ricerca di materiali e documenti, oltre a raccogliere tutto quello che i vari portali e le fonti aperte presenti sul web consentivano di rintracciare. Dopo aver consultato parte della documentazione presente preso l’archivio storico del Senato relativa alle attività delle commissioni d’inchiesta parlamentare che hanno lavorato sull’affare Moro, ho scoperto, quasi per caso, le carte della direttiva Prodi versate in archivio di Stato: 27 faldoni che ho consultato interamente per quasi tre anni, previa autorizzazione ministeriale che all’epoca era richiesta. Successivamente è arrivata la direttiva Renzi e altri materiali di notevole interesse (materiale digitale interamente sequestrato lo scorso 8 giugno). Da qui è nata l’idea di un progetto editoriale complesso, insieme a due altri studiosi, che è poi sfociato nel 2017 nella pubblicazione di un primo volume, “Brigate rosse, dalle fabbriche alla compagna di primavera” per le edizioni Deriveapprodi. Successivamente ho chiesto anche l’accesso agli archivi della Corte d’appello depositati presso l’aula bunker di Rebibbia. Nello stesso periodo con i miei colleghi ho avviato anche un lavoro di ascolto delle fonti orali disponibili e raggiungibili in presenza e a distanza. Da qui lo scambio di mail posto all’attenzione delle indagini della procura.
Poiché alla fine del 2014 aveva avviato le sua attività una nuova commissione d’inchiesta parlamentare sulla vicenda del sequestro e della uccisione di Aldo Moro, è iniziato un parallelo lavoro, sempre con i miei colleghi, di studio dei nuovi materiali accessibili prodotti dalla nuova commissione (fondamentalmente audizioni) e di interazione con la commissione stessa, almeno fino al maggio 2016, quando ci è stato impedito di tenere un convegno presso la Camera dei deputati.Preso contatto con un suo membro, insieme ai miei colleghi abbiamo formulato delle proposte come l’audizione, novità assoluta rispetto al passato, di studiosi del caso Moro molto critici rispetto alle ricostruzioni complottiste della vicenda. Grazie a questo lavoro, tra il giugno e il novembre 2015 sono stati auditi il professor Marco Clementi, il documentarista del Senato e in passato archivista della Commissione Stragi, dottor Vladimiro Satta, e un giovane studioso, il dottor Gianremo Armeni. Queste persone hanno portato all’attenzione della commissione uno sguardo nuovo, una metodologia differente, una quantità rilevante di nuove informazioni e nuovi documenti. In particolare il professor Clementi, con il quale collaboravo in modo stretto, nel corso della audizione del 17 giugno 2015, ha depositato delle foto ed un verbale di interrogatorio del testimone Alessandro Marini, che hanno poi condotto il teste a ritornare sulle sue precedenti dichiarazioni e ammettere che nessuno sparo aveva colpito il parabrezza del suo motorino, come per altro risultava nel verbale d’interrogatorio del 1994 (da me scovato presso l’archivio storico del Senato e da tutti sempre ignorato) e le numerose foto del mezzo parcheggiato su un marciapiede di via Fani attestavano. Circostanza rilevante poiché metteva definitamente in dubbio le ricostruzioni che parlavano delle presenza di una moto Honda nella dinamica del rapimento Moro in via Fani. Il professor Clementi ha depositato anche un fonogramma proveniente da Beirut, trovato nelle carte della direttiva Renzi, inviato dal colonnello Giovannone che attestava per la prima volta l’esistenza del “Lodo Moro”, infine uno schizzo disegnato da Mario Moretti che ricostruiva la dinamica dell’azione di via Fani.
Attiro l’attenzione su questa singolare circostanza che mi vede accusato di essermi procurato e aver divulgato documenti riservati, in realtà la bozza di una relazione che sarebbe stata resa pubblica poche ore dopo e che non costituisce quello che in materia storiografica viene definito un documento “primario” che può avere carattere riservato o segretato, come un verbale che raccoglie testimonianze, attività d’indagine in corso, materiale giudiziario, documentazione segregata proveniente da altri Enti, ma rappresenta una sintesi politica – per buona parte già pubblica (si vedano le sintesi delle audizioni), quando in realtà è accaduto l’esatto contrario: con il mio lavoro ho contribuito a far pervenire all’attenzione della Commissione documentazione di significativa rilevanza per i suoi lavori.
Nel luglio del 2015 era stato audito il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che nel riassumere le vicende estradizionali aveva riportato delle informazioni errate riguardo alla posizione giudiziaria e penitenziaria del dottor Alvaro Loiacono Baragiola. Il dottor Baragiola, dopo aver ascoltato su radio radicale l’audizione, mi comunicò il suo disappunto e l’intenzione di intervenire sulla questione. Informai il membro della commissione con cui ero in contato, il quale a sua volta ne parlò con il presidente Giuseppe Fioroni che si mostrò subito interessato. In effetti nell’autunno del 2015 la Commissione Moro 2 aveva avviato una nuova fase: il presidente della Commissione si era convinto della necessità di audire gli ex militanti delle Br che in passato avevano sempre rifiutato, in ragione delle ricostruzioni complottiste sempre avanzate dalle commissioni. In alcune dichiarazioni pubbliche aveva affermato che era venuto il momento di ascoltare queste persone. L’intenzione di intervenire espressa dal dottor Baragiola sembrava quindi confortare i progetti del presidente Fioroni.
Tra il novembre e la fine del dicembre 2015 ci fu un intenso lavorìo che portò ad uno scambio di lettere tra il dottor Baragiola e il Presidente Fioroni, un flusso comunicativo che mi pose inevitabilmente nella posizione di veicolatore dei reciproci messaggi che passavano attraverso una terza persona, un membro della Commissione (e che allego insieme a questo testo). E’ nell’ambito di questo contesto, assolutamente noto al presidente Fioroni, che ho inviato alcune pagine della bozza della prima relazione attinenti ad uno dei punti cruciali della vicenda, su cui si focalizzava l’attrito tra il nostro lavoro di ricostruzione storica del sequestro e l’ipotesi portata avanti dalla Commissione: ovvero l’abbandono in via Licinio Calvo delle tre vetture con cui i brigatisti erano fuggiti da via Fani. Ed è a partire dalle richieste di chiarimenti fatte a più testimoni, non solo al dottor Baragiola, che è iniziato il lungo percorso di ricostruzione dell’azione di via Fani in tutti i suoi aspetti, logistici e politici poi sfociato nel volume sopra citato. Un lavoro condotto in completa trasparenza, senza alcun artificio cospirativo, attraverso le mail e i vari social e appuntamenti in presenza con le fonti residenti in Italia.
Alla luce di queste circostanze non trova fondamento l’accusa di violazione di una qualunque notizia riservata, non avendo io mai ricevuto documenti classificati ma piuttosto letto più volte sulla stampa rivelazioni provenienti dall’interno della commissione presieduta dal presidente Fioroni e, ad oggi, stranamente mai perseguite dalla magistratura. Non comprendo quale possa essere l’attività di favoreggiamento che mi viene contestata. Non mi risulta che intervistare una persona la quale, pur avendo ancora pendenze penali, risiede in un altro Paese dove ha scontato una lunga detenzione, ha acquisito la nazionalità, possiede un domicilio noto (tanto da essere raggiunto dai giornalisti), lavora e vive con la propria famiglia, sia un comportamento vietato dal codice penale. Comprendo ancora meno come si possa elevare una accusa di partecipazione ad associazione sovversiva senza fornire la minima condotta di reato: forse solo perché questa imputazione fornisce agli inquirenti strumenti d’indagine più agevoli e invasivi della sfera personale.
Le chiedo anche come sia possibile entrare in una abitazione per una intera giornata stravolgendo la vita di una persona anziana, di due minori, di cui uno con una grave disabilità, del personale infermieristico e di sostegno che se ne occupa, con il pretesto di prelevare della documentazione molto specifica e limitata, riferita alle attività della Commissione Moro 2, per altro da me fornita subito senza problemi (e direi con estremo stupore visto che me la sono procurata scaricando il materiale dal sito di un ex membro della commissione stessa, https://gerograssi.it/b131-b175/#B131), ed invece portare via tutto ciò che era possibile. Arraffare ogni supporto informatico, persino telefoni cellulari obsoleti e rotti, vecchie pendrive che usavo per il mio lavoro di giornalista, le cartelle sanitarie e scolastiche dei miei figli, l’intero archivio fotografico della mia famiglia e di mia moglie, che è fotografa e da mesi si ritrova privata di parte del suo archivio, sottrarmi i miei strumenti di lavoro, computer, tablet, telefonino, portare via tutto l’archivio dei miei studi universitari, il mio intero archivio storico personale raccolto presso l’archivio centrale dello Stato, l’archivio storico del senato, le biblioteche parlamentari e pubbliche, l’archivio della corte d’appello di Roma, i materiali della direttiva Prodi e Renzi, quelli della prima commissione Moro e della commissione Stragi, una infinità di files scaricati da fonti aperte. Quale può essere la finalità investigativa di un’azione del genere? Una pesca a strascico indiscriminata che mi ha sottratto del mio passato, della mia intimità (cosa può esserci di sospetto nelle foto dei miei figli in sala parto?) e che – a quanto pare – ha il solo fine di menomare la mia attività, di imbavagliare la mia ricerca, di prendere in ostaggio la storia, di sequestrare il passato.
Paolo Persichetti

Persichetti, i pm non mollano, contestano il reato già bocciato

Frank Cimini, Il Riformista 26 novembre 2021

La procura di Roma non demorde cambiando di nuovo l’accusa nella vicenda relativa al sequestro dell’archivio informatico di Paolo Persichetti. Siamo approdati al quinto capo di incolpazione dall’8 giugno il giorno del sequestro. Il pm Eugenio Albamonte di Magistratura Democratica torna a contestare il favoreggiamento di latitanti, ipotesi già bocciata lo scorso 2 luglio in sede di riesame insieme all’associazione sovversiva finalizzata al terrorismo.
Il pm ha presentato una richiesta di incidente probatorio sulla quale dovrà decidere il giudice delle indagini preliminari che rigettando analoga richiesta da parte della difesa aveva bacchettato la procura osservando che non c’era un capo di incolpazione minimamente delineato.
Siamo ai codici, penale e di procedura penale, utilizzati come proiettili contro la ricerca storica indipendente e lo stato di diritto nel silenzio complice di quasi tutti i media e della politica.
Sembra una storia senza fine. L’avvocato Francesco Romeo difensore di Persichetti replica al pm accusandolo di sequestrare per cercare il reato e non come dovrebbe essere di sequestrare perché c’è un reato. Il legale insiste anche sull’impossibilità di contestare il favoreggiamento di latitanti in relazione a fatti per i quali Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono sono già stati condannati all’ergastolo tra i responsabili della strage di via Fani e del sequestro dell’onorevole Aldo Moro.
Persichetti avrebbe trasmesso per posta elettronica a Casimirri e Lojacono atti della commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro. Questi documenti erano stati etichettati come riservati da Giuseppe Fioroni presidente della commissione nonostante fossero destinati alla pubblicazione come parte della relazione a distanza di soli due giorni.
Nell’indagine avviata dal pm Albamonte, sotto il coordinamento del procuratore capo Michele Prestipino, Fioroni è stato sentito come testimone di accusa. Tutta questa storia è frutto di un gioco di sponda tra procura, procura generale che aveva riaperto la caccia ai misteri inesistenti del caso Moro e la commissione parlamentare non rinnovata in questa legislatura ma che continua a far sentire il suo peso.
Il problema è politico. Sotto inchiesta in realtà c’è la ricerca storica indipendente e il lavoro della procura con il sequestro dell’archivio impedisce di fatto la pubblicazione del secondo volume della storia delle Brigate Rosse “Dalle fabbriche alla campagna di primavera” di cui Persichetti è coautore insieme a Marco Clementi e Elisa Santalena. Il 17 dicembre è fissata l’udienza in cui il gip dovrà decidere sull’istanza di dissequestro. Va ricordata la recente circolare del Pg di Trento Giovanni Ilarda mandata anche al Pg della Cassazione in cui si chiedono criteri e pratiche uniformi a livello nazionale nel senso che in caso di sequestro di contenuti di pc e cellulari gli inquirenti una volta estratta la cosiddetta copia forense devono restituire tutto. A Persichetti non è stato ridato indietro niente dopo aver preso persino la certificazione medica del figlio diversamente abile.

Prosegue la caccia al reato inesistente, la procura non molla l’archivio di Persichetti

La caccia al reato inesistente che il pm Eugenio Albamonte conduce da tempo nei miei confronti ha conosciuto un nuovo colpo di scena. Ignorando la decisione del tribunale del riesame e della cassazione, il 12 novembre scorso il responsabile delle inchieste sul terrorismo e i reati informatici della procura di Roma ha messo da parte l’imputazione di associazione sovversiva ed ha rilanciato l’accusa di favoreggiamento. Dopo l’iniziale violazione di segreto d’ufficio da cui l’indagine era partita siamo giunti al quinto cambio di imputazione in 12 mesi.
Il 2 luglio scorso il tribunale del riesame aveva stabilito che le accuse utilizzate per consentire alla polizia di svuotare il mio archivio erano prive delle condotte di reato. La procura si era limitata a enunciare le accuse (associazione sovversiva e favoreggiamento) senza riportare circostanze, modalità e tempi in cui esse si sarebbero materializzate. Come a dire: «sono convinto che hai fatto questo, ma non so quando, come e dove, ma siccome sono un pm faccio come il marchese del Grillo: intercetto le tue comunicazioni, ti faccio pedinare e poi ti sequestro tutto quello che hai in casa, anche le cose di tua moglie e dei tuoi figli. Qualcosa alla fine troverò!».
I giudici del riesame avevano proposto una ipotesi di reato alternativa: la violazione di notizia riservata che si sarebbe consumata l’8 dicembre 2015, quando avevo inviato tramite posta elettronica alcuni stralci della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro 2. Testo che sarebbe stato pubblicato dall’organo parlamentare meno di 48 ore dopo. Pagine destinate ad un gruppo di persone coinvolte nel lavoro di preparazione di un libro sulla storia delle Brigate rosse (leggi qui), poi uscito nel 2017 con Deriveapprodi. Tra queste c’era l’ex brigatista Alvaro Lojacono, ormai cittadino svizzero, che poi aveva girato il testo ad Alessio Casimirri da decenni riparato in Nicaragua, dove ha acquisito la nazionalità. Una lettura giuridica, quella del riesame, che la cassazione lo scorso 10 novembre ha convalidato, anche se al momento non se ne conoscono i motivi. La procura, però, si tiene lontana da questa ipotesi di reato nella consapevolezza che non si tratti di notizie riservate di rilevanza penale. Nel frattempo un altro giudice, il gip Valerio Savio, si era pronunciato sul fascicolo dell’accusa ritenendo che mancasse «una formulata incolpazione anche provvisoria». Ragione che lo aveva condotto a rigettare l’incidente probatorio che il mio difensore aveva richiesto per contrastare l’intenzione del pm di ficcare il naso comunque tra le mie cose, prima ancora che lo stesso gip si fosse pronunciato sulla legittimità del sequestro nell’udienza prevista il prossimo 17 dicembre. Per tutta risposta il pm ha presentato una nuova domanda di incidente probatorio provando questa volta a precisare meglio accusa e condotte di reato.

Il lavoro storico messo sotto accusa
Secondo la Procura le pagine della bozza di relazione da me inviate, nelle quali si affrontava l’episodio delle vetture brigatiste abbandonate in via Licinio Calvo subito dopo il sequestro del leader Dc in via Fani, non avevano come finalità la ricostruzione corretta del percorso di fuga del commando brigatista e la confutazione delle fake news che circolano da decenni sulla vicenda, poi confluita nelle pagine del libro pubblicato nel 2017, ma servivano per il favoreggiamento dei due ex Br. Per la procura in quelle bozze si riportavano «degli accertamenti in corso da parte della predetta commissione, relativi a fatti reato, ancora non completamente chiariti, che coinvolgono anche le loro responsabilità penali». Accusa – come ha rilevato l’avvocato Romeo nelle sue controdeduzioni – difficile da sostenere sul piano giuridico: come avrebbe potuto concretizzarsi il reato di favoreggiamento in una vicenda giudiziaria conclusasi da diversi decenni con condanne all’ergastolo passate in giudicato sia per Casimirri che per Lojacono? Ammesso che possano ancora esistere fatti nuovi, questi sarebbero già assorbiti dalle condanne o largamente prescritti e non potrebbero rivestire più alcuna rilevanza penale ma solamente storica.
Se non c’è una valida ragione giuridica che tiene in piedi l’accusa, quale è allora il movente che spinge il pubblico ministero?
Ascoltato nel dicembre 2020 in qualità di persona informata sui fatti, l’ex presidente della commissione Moro 2 Giuseppe Fioroni aveva sostenuto che vi sarebbero «ulteriori complici del sequestro, seppur con ruoli minori collegati alla logistica, i cui nomi non sono ancora noti». Per poi suggerire che «In tale contesto si potrebbe giustificare un interesse di terze persone legate agli ambienti delle Brigate rosse nel conoscere gli stati di avanzamento dei lavori della commissione con riferimento a questo profilo». Una tesi che si scontra con la logica e la realtà dei fatti.
I temi dell’indagine parlamentare erano facilmente desumibili dalle audizioni pubbliche, accessibili sul sito di radio radicale, trascritte sul portale della commissione stessa e dalle riunioni dell’ufficio di presidenza i cui verbali venivano sistematicamente resi noti. Le piste seguite dalla commissione erano di dominio pubblico, continuamente rilanciate da indiscrezioni giornalistiche, interviste e commenti di commissari molto loquaci. Inoltre i lavori dell’organo di inchiesta parlamentare erano destinati a divenire di dominio pubblico, di lì a poco, con la pubblicazione della prima relazione annuale sullo stato dei lavori il 10 dicembre 2015. Alle «terze persone», accennate da Fioroni, sarebbe bastato attendere qualche ora per conoscerli. Cosa sarebbe mai cambiato in quel breve lasso di tempo? Quel «qualcuno» non aveva certo bisogno di leggere le bozze dedicate a via Licinio Calvo per informarsi. C’è molta presunzione nelle affermazioni all’ex politico di fede andreottiana, giustamente non più rieletto dopo la fallimentare esperienza dell’organismo parlamentare da lui presieduto.
Il teorema del garage compiacente e di una base brigatista prossima al luogo dove vennero lasciate le vetture utilizzate per la prima fase della fuga e addirittura – secondo alcuni oltranzisti – prima prigione di Moro, è un clamoroso falso che circola da diversi decenni. Ne parlò per la prima volta, il 15 novembre del 1978, un quotidiano romano, Il Tempo, che anticipò un articolo dello scrittore Pietro Di Donato apparso nel dicembre successivo sulla rivista erotica-glamour Penthouse, divenuta una delle maggiori referenze del presidente Fioroni. Nel suo racconto Di Donato sosteneva che la prigionia di Moro si era svolta nella zona della Balduina, quartiere limitrofo alla scena del rapimento e al luogo dove era avvenuto il trasbordo del prigioniero ed erano state abbandonate le macchine impiegate in via Fani. Diversi controlli e perquisizioni vennero effettuate senza esito dalle forze di polizia in alcune palazzine e garage dei dintorni. La sortita di Di Donato venne ripresa nel gennaio 1979 da Mino Pecorelli sulla rivista Op. Entrò quindi nella sfera giudiziaria quando il pm Nicolò Amato ne parlò durante le udienze del primo processo Moro. Più tardi se ne occupò, sempre senza pervenire a risultati, la prima commissione Moro e venne consacrata nelle pagine del libro di Sergio Flamigni, La tela del ragno, pubblicato per la prima volta nel 1988 (Edizioni Associate p. 58-61), divenendo uno dei cavalli di battaglia della successiva pubblicistica dietrologica.

Gli ultimi accertamenti della commisssione
Nell’ultimo periodo della sua attività la commissione Moro 2 ha raccolto la testimonianza di una coppia che alla fine del 1978 viveva in via dei Massimi 91, strada situata nella parte più alta della Balduina. I due hanno raccontato di aver ospitato per alcune settimane, sul finire dell’autunno 1978, sei mesi dopo la fine del sequestro, una persona che poi riconobbero essere il brigatista Prospero Gallinari. Dalla vicenda sono scaturite alcune querele nei confronti di uno dei membri della commissione parlamentare (leggi qui e qui) che aveva impropriamente tirato in ballo una giornalista tedesca totalmente estranea all’episodio. All’epoca il comprensorio di via dei Massimi 91 apparteneva allo Ior, Istituto per le opere religiose, ente finanziario del Vaticano. Amministratore unico era Luigi Mennini, padre di don Antonio Mennini, il confessore e uomo di fiducia dello statista democristiano, vice parroco della chiesa di santa Lucia a cui durante il sequestro i brigatisti consegnarono su indicazione dello stesso Moro diverse sue lettere. Alcuni consulenti della commissione si erano lungamente soffermati sull’ipotesi che Alessio Casimirri fosse in qualche modo «intraneo» all’ambiente che risiedeva o circolava in quell’immobile, perché il padre Luciano era in quegli anni responsabile della sala stampa vaticana, senza comprendere quali fossero le rigide regole della compartimentazione e della logistica all’interno delle Brigate rosse, che non poggiava certo sulle relazioni familiari. I successivi accertamenti della commissione non hanno tuttavia trovato conferme e al momento di chiudere i battenti è stato chiesto alla procura di proseguire le indagini. Come si evince da alcune audizioni pubbliche della Commissione, la coppia che aveva fornito ospitalità a Gallinari, proveniva da un’area politica subentrata nelle Brigate rosse dopo la conclusione del sequestro Moro e che aveva relazioni con Adriana Faranda e Valerio Morucci, incaricati dalla colonna romana di trovare una sistemazione a Gallinari dopo l’abbandono repentino della base di via Montalcini nella estate del 1978. Non si comprende quindi quale sia il fondamento investigativo e storiografico dell’accusa che mi viene mossa, mentre appare sempre più evidente l’adesione di polizia e procura a ipotesi complottiste, che non si limitano più a inquinare e depistare le conoscenze storiografiche sulla vicenda Moro ma pretendono di esercitare il controllo assoluto sulla storia degli anni Settanta.

Le puntate precedenti
1. Se fare storia è un reato
2. La polizia della storia
3. La procura sequestra e tace
4. Polizia, procure e dietrologia, la santa alleanza contro la ricerca indipendente sugli anni 70
5. Lo strano comportamento della procura, accusa Persichetti di avere diffuso informazioni riservate ma ignora le ripetute fughe di notizie segretate che hanno contrassegnato l’attività della com
6. Appello – Chi sequestra un archivio attacca la libertà di ricerca
7. Appel – Qui confisque des archives attaque la liberté de la recherche
8. Whoever seizes an archive attacks the freedom of research the appeal signed by researchers and citizens against the investigation by the prosecutor of rome and the police
9. Manca il reato, il gip Savio censura l’inchiesta di Albamonte contro Persichetti
10. Kafka e l’archivio di Persichetti

Interventi sulla vicenda
1. Lo storico Marco Clementi, il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti è un attacco al suo lavoro di ricerca sugli anni 70 – Il Riformista
2. Ora la magistratura vuole orientare anche la ricerca storica – Piero Sansonetti, Il Riformista
3. Paolo Persichetti e il complottismo eterno delle procure – Daniele Zaccaria, Il Dubbio
4. Caso Persichetti, la ricerca storica sotto attacco – Marco Grispigni, il manifesto
5. La commissione Moro e il caso Persichett i- Intervista all’avvocato Francesco Romeo Radio Radicale
6. Caso Persichetti, la ricerca storica deve essere libera e indipendenteFabio Marcelli, Contropiano
7. Quelle pietre d’inciampo preziose che hai seminato – Silvia De Bernadinis
8. Quando la ricerca storica diventa un problema giudiziario il caso di Paolo Persichetti – Davide Drago, Globalproject.info
9.Ricercatore perquisito e indagato per studi sul caso MoroL’indipendente.online/2021/06/15
10. L’ex br Persichetti e l’enigma dell’archivio sotto sequestro
11. Caso Persichetti, procura e riesame non pervenuti – Frank Cimini, Il Riformista
12. L’ex br Persichetti e l’enigma dell’archivio sotto sequestrometronews.it/2021/07/26
13. Archivio Persichetti su Moro, per il gip Savio: “Non c’è reato” – Frank Cimini, Il Riformista
14. Contropiano – Manca il reato, il gip smonta l’inchiesta di Albamonte contro Persichetti
15. Sequestrato l’archivio di Persichetti, mossa della procura per censurare il libro sulle br – Frank Cimini, Il Riformista
16. Archivio Persichetti su Moro per il gip Savio non c’è reato – Frank Cimini, Il Riformista
17. Incolpazione assente, il gip smonta il caso Persichetti – il Dubbio
18.Il gip affossa l’inchiesta contro Paolo Persichetti e la sua ricerca storicawww.radiondadurto.org/2021/11/03/
19. Delitto Moro, l’archivio Persichetti ancora sotto sequestro – Frank Cimini, il Riformista
20. Archivio Persichetti, la cassazione si inventa un nuovo reato – Frank Cimini, il Riformista
21. Contropiano, Kafka e l’archivio di Persichetti
22. Contropiano.org – Prosegue la caccia al reato inesistente, la procura non molla l’archivio di Persichetti
23. Persichetti, i pm non mollano, contestano il reato già bocciato

Kafka e l’archivio di Persichetti

Si è tenuta mercoledì 10 novembre l’udienza della prima sezione della corte di cassazione sul ricorso contro la decisione del Riesame che aveva confermato il sequestro dell’archivio storico di Persichetti

Per la Corte di cassazione allo stato attuale delle indagini è legittimo ipotizzare che la diffusione, l’8 dicembre 2015, a meno di 48 ore della pubblicazione ufficiale, di alcune pagine della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro 2, rientri nella fattispecie del reato di rivelazione di notizie riservate. I giudici della suprema Corte hanno rigettato il ricorso presentato dall’avvocato Francesco Romeo contro la decisone del tribunale del riesame che nel luglio scorso aveva modificato il capo d’imputazione da cui era scaturito il sequestro, l’8 giugno precedente, del mio archivio storico e delle cartelle cliniche e scolastiche dei miei figli e di altro materiale amministrativo e strettamente personale della mia famiglia.
All’epoca i giudici del Riesame non avevano accolto l’impianto accusatorio presentato dal pm Eugenio Albamonte, sulla base del quale Polizia di prevenzione, Digos e Polizia postale mi avevano fermato in strada ed avevano poi perquisito per l’intera giornata l’abitazione della mia famiglia portando via tutti i miei strumenti di lavoro: computer, telefonino, tablet e altri supporti su cui era raccolto il mio intero archivio digitale, ed in parte anche del materiale cartaceo, tra cui alcuni schizzi della via di fuga seguita dal commando brigatista che portò a termine il rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo del 1978, utilizzati per la ricostruzione della vicenda e confluiti nelle pagine del primo volume sulla storia delle Brigate rosse, uscito presso Derviveapprodi nel marzo 2017.
I giudici del Palazzaccio hanno ritenuto valida la correzione delle iniziali contestazioni mosse dalla procura e che poggiavano sul favoreggiamento e l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordinamento costituzionale. Le motivazioni della decisione, estremamente laconica nella formulazione del dispositivo, «la corte rigetta il ricorso e condanna alle spese processuali», verranno rese note non prima di tre settimane. Durante l’udienza, tenutasi il 10 novembre, il procuratore generale ha chiesto il rigetto del ricorso ritenendo «in re ipsa» la dimostrazione del reato, provando a celare dietro l’esercizio retorico della tautologia la propria carenza argomentativa. L’avvocato Romeo nel sottolineare le carenze di motivazione del Riesame ha ricordato come l’unica figura titolata per legge ad apporre il segreto di Stato è il Presidente del consiglio e che non esiste alcuna fonte giuridica che apparenti il Presidente di una commissione parlamentare alle funzioni proprie del capo del governo. Perché una informazione possa rientrare nell’ambito della tutela del segreto di Stato o del segreto politico – ha aggiunto – occorrono specifici requisiti assenti in una bozza di elaborato parlamentare che sarebbe stata resa nota a poche ore di distanza dal sua diffusione. Il destino pubblico della bozza in questione è un dato che rende vana qualsiasi ipotesi di danno per la sicurezza dello Stato e della Costituzione. Come può esserci violazione di segreto in un testo redatto per essere deliberato e reso di pubblico dominio? Contraddizioni irrisolvibili che il collegio di Cassazione ha preferito sorvolare.
Oltretutto le bozze di relazione non rientrano nemmeno tra i materiali sui quali la commissione parlamentare poteva apporre, tramite il suo presidente, un qualsiasi livello di classificazione. Stando alla normativa interna che la stessa commissione aveva deliberato al momento di avviare i propri lavori, le bozze prodotte non erano assimilabili a documenti giudiziari, documenti amministrativi o di governo classificati, documenti privati o classificati al momento dell’acquisizione. La richiesta di riservatezza aveva dunque un semplice valore funzionale legato a ragioni di opportunità: consentire la conduzione dei lavori e delle discussioni in serenità, senza pressioni o turbative esterne. Le notizie riservate che hanno rilevanza penale devono essere omogenee a quelle oggetto di segreto di Stato, non sembra questo il caso anche perché la vicenda dell’abbandono in via Licinio Calvo delle vetture utilizzate dai brigatisti in via Fani e la suggestiva ipotesi di un garage o di una base compiacente nella zona, notizie contenute nelle pagine della bozza incriminata, sono argomento dibattuto da almeno tre decenni: fin dai tempi del primo processo Moro, affrontato nella prima commissione d’inchiesta sul sequestro e tema di un’ampia pubblicistica complottista. Se queste fake news sono assimilabili a segreti di Stato, è folta la schiera di chi lo ha violato impunemente da decenni.

La decisione della suprema Corte rende ancora più intricata la vicenda perché il prossimo 17 dicembre il Gip Valerio Savio dovrà pronunciarsi sulla legittimità del sequestro dell’archivio senza tener conto della decisione del tribunale del riesame e della cassazione. La giustificazione giuridica del sequestro resta infatti ancorata alle ipotesi di accusa iniziali, il favoreggiamento e l’associazione sovversiva, già bocciati dal Gip quando ha rigettato la richiesta di incidente probatorio. A dicembre il giudice dovrà dire se le modalità del sequestro sono state eseguite correttamente o se sono andate oltre il mandato senza che sia intervenuta a sanarle la successiva ratifica del pubblico ministero. La polizia è entrata in casa con un’indicazione limitata alla ricerca di materiali afferenti alla commissione Moro 2 ma all’atto del sequestro ha svaligiato l’intero archivio informatico del nucleo familiare, portando via materiali legalmente raccolti in altre sedi: archivio centrale dello Stato, archivio del tribunale, archivio della commissione stragi, biblioteche e fonti aperte. Nulla a che vedere con i materiali della commissione scaricati tutti via web dal sito di un noto membro della commissione stessa.
Cosa farà il pm Albamonte nel caso il Gip dovesse accogliere la richiesta dell’avvocato Romeo e dissequestrare tutto l’archivio o buona parte di esso? Risequestrerà nuovamente l’archivio sulla base del nuovo capo d’imputazione suggerito dal Riesame e convalidato dalla Cassazione?
Impazzirebbe anche Kafka…

«Manca il reato», il gip Savio censura l’inchiesta di Albamonte contro Persichetti

Manca «una formulata incolpazione anche provvisoria», con queste parole il gip Valerio Savio ha liquidato l’inchiesta aperta dal pm Eugenio Albamonte nei miei confronti. Lo scorso 8 giugno la polizia di prevenzione, insieme a digos e polizia postale, col pretesto di cercare materiale riservato proveniente dalla Commissione parlamentare Moro 2, che ha chiuso i battenti nel febbraio del 2018 (leggi qui), aveva sottratto il mio intero archivio storico, le cartelle sanitarie e scolastiche dei miei figli e altro materiale privato della mia famiglia (leggi qui e qui e qui).
Da cinque mesi ormai il mio materiale d’archivio e tutti i miei strumenti di lavoro (telefonino, computer, tablet, pendrive e hard disk) sono trattenuti dalle forze di polizia senza un motivo giuridicamente valido.
Non è indicato con chiarezza alcun reato, afferma il gip in risposta alla richiesta di incidente probatorio che il mio avvocato, Francesco Romeo, aveva avanzato di fronte alle intenzioni del pm di avviare per proprio conto accertamenti tecnici non ripetibili sul materiale sequestrato senza garanzie giuridiche per la difesa, che avrebbe solo potuto assistere senza poter intervenire sulla scelta delle modalità di ricerca e analisi dell’enorme materiale portato via e che solo in minima parte riguardava l’oggetto della perquisizione. Per queste ragioni, l’avvocato Romeo aveva chiesto al gip di effettuare una valutazione «con forme e secondo modalità non lesive del diritto alla riservatezza ed alla privacy personale dell’indagato nonché della sua privacy familiare» e in forma «limitata ai soli dati e documenti informatici di interesse non relazione alle ipotesi di reato oggetto di contestazione da individuare tramite chiavi di ricerca costituite da parole chiave».
L’incidente probatorio non può essere ammesso – risponde il gip – poiché «in atto contestazione non ve n’è alcuna, neanche provvisoria», motivo che impedisce l’accertamento di un eventuale reato con dispendio di inutili energie e costi a carico dell’Erario.
Dopo la risposta del tribunale del riesame, del 2 luglio scorso, che aveva già dato un colpo importante all’inchiesta della procura romana, ritenendo assenti le condotte di reato specifiche ascrivibili ai capi di imputazione indicati dal pm, ovvero il 270 bis cp (l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico) e il favoreggiamento in realzione all’ipotesi di divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, e suggerendo a questi di ricorrere ad un più idonea ipotesi di reato, la violazione di segreto politico, 262 cp, il giudice per le indagini preliminari è andato ben oltre. Per il Gip nel fascicolo dell’accusa manca una contestazione chiara, «con un minimo di delineazione» dell’ipotesi di reato.
Tre anni di indagini estremamente invasive, per giunta ancora non concluse, condotte attraverso forzature continue, clonazione di telefonini, intercettazioni telefoniche a raffica, intercettazioni ambientali e pedinamenti, intercettazione del traffico di posta elettronica, costate migliaia di euro di soldi pubblici, sono pervenute alla impossibilità di formulare una contestazione chiara e definita. Questa è la surreale storia iniziata nel gennaio del 2019 da una grottesca indagine della digos di Milano conclusasi con un’archiviazione ma subito ripresa dalla procura romana. Una caccia ai fantasmi, una pesante intromissione nella libertà di ricerca storica e lavoro giornalistico.
Il 10 novembre prossimo la cassazione dovrà pronunciarsi sulla vicenda, intanto il mio archivio e i miei strumenti di lavoro restano sotto sequestro.