Vedi Paolo…

Tratto da Esilio e Castigo, retroscena di una estradizione, La città del sole, 2005

 

I passati rivoluzionari faticano a diventare storia. Adagiati nel limbo della rimozione periodicamente vedono schiudersi le porte dell’inferno che risucchia brandelli di vita, trascina esistenze sospese. Lasciti, residui d’epoche finite che rimangono ostaggio dell’uso politico della memoria. Non un passato che torna ma un futuro che manca

 

Era una calda sera d’estate quella del 24 agosto 2002 e l’Italia aveva urgente bisogno di recuperare uno di quei giovani maledetti degli anni ribelli per offrirlo in pasto all’opinione pubblica. Una grossolana impostura, escogitata con l’intento di fornire l’immagine truccata di un brillamte successo operativo dopo l’attentato mortale contro un collaboratore del governo. Marco Biagi era stato ucciso pochi mesi prima da un piccolo gruppo che aveva riesumato dal museo della storia una delle ultime sigle della lotta armata. Un Paese distratto e annoiato, persino futile, conquistato dall’avidità dell’oblio, impaurito dalla possibilità di sapere, era stato scosso dal frastuono di quegli spari improvvisi. Irritato dal brusco risveglio, aveva rovistato furiosamente in un passato ormai sconosciuto. Cercava in spazi e tempi lontani i responsabili di quei colpi senza radici. Attribuiva al passato quella che era una surreale imitazione figlia del presente. Cercava nelle figure di ieri dei colpevoli per l’oggi.

Capitolo V

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Additare al pubblico una figura da crocifiggere, un capro espiatorio su cui riversare la brigatista_persichetti_260802colpa, è parso nel settembre 2002, la soluzione più comoda, l’espediente più facile. E maledetti allora quelli che non si fossero allineati e che da sempre rompevano le righe, come Erri De Luca che conosceva molto bene i fuoriusciti. In una «Lettera a un detenuto politico nuovo di zecca», pubblicata sul Manifesto del 5 settembre, scriveva: «Vedi Paolo, questi poteri hanno bisogno di te[…] di lotta armata si sa tutto, ma si finge di non sapere ancora fino in fondo, per mantenere il fascino in un’opera al nero che ancora sobbolle[…] Tu quarantenne sei quanto di meglio offre il mercato. Sei la selvaggina allevata nella semiprigionia dell’esilio francese[…] Di recente mi hanno chiesto con sincero stupore come mai avevo scritto la prefazione al libro di Scalzone e tuo, Il Nemico inconfessabile. Oggi le parole, i libri tornano ad avere il rispettabile peso del sospetto, e una prefazione può già fornire il brivido del reato associativo. Oggi mi sento associato ai residui penali degli anni Settanta e Ottanta molto più di prima e molto più di una prefazione».

Lo «stupore» a cui accennava De Luca virò presto all’odio. Un illividito Mario Pirani, dal giornale faro di ogni emergenza, sputò fiele. «Ex-BR e ‘cretini’ di ieri e di oggi», titolava un suo fondo apparso sulla Repubblica del 9 settembre. L’articolo era una filippica contro il ritorno dei «pessimi maestri dediti ad inquinare la capacità di giudizio di larghe schiere delle nuove generazioni». Esulcerato per un editoriale di Le Monde uscito in quei giorni e schierato in difesa della dottrina Mitterand, nel quale si ricordava che «la classe politica italiana era ricorsa ad una serie di leggi eccezionali che limitavano gravemente le libertà costituzionali», Pirani rispondeva ai giornalisti d’Oltralpe citando il titolo di un articolo, «Le crétin Kanapa», scritto da Togliatti negli anni Cinquanta per sbarazzarsi dei continui attacchi che dall’Humanité gli lanciava un esponente del PCF francese, adepto dell’ortodossia staliniana, tale Jean Kanapa per l’appunto. In verità, Togliatti non fece altro che scopiazzare la formula, divenuta famosa in Francia, con la quale tempo prima Jean-Paul Sartre aveva liquidato il suo ex-allievo trasformatosi in un pedante adepto dello zdanovismo: «Le seul cretin, c’est Kanapa!». Con tutta evidenza sbagliavano entrambi per difetto, perché di cretini ce ne sono stati almeno due. I lettori non avranno certo difficoltà a capire dove si annida tuttora il secondo.

La cosa non sfuggì alla polizia di prevenzione che inviò l’articolo di De Luca alla digos romana. Quest’ultima lo segnalò addirittura al procuratore capo Italo Ormanni e al suo sostituto Salvatore Vitello. Ma il grottesco non aveva ancora raggiunto il culmine. La risposta che Persichetti invia a De Luca dalle pagine dello stesso quotidiano, il 13 settembre, suscita allarme al Viminale. Era la prima sortita pubblica dopo l’estradizione, per questo attorno alle sue parole c’era molta attenzione. Decisiva in proposito è la fotocopia di quella lettera presente negli atti dell’inchiesta preliminare. Vi si scorgono le sottolineature del funzionario addetto alla rassegna stampa. Nessuno dei passaggi dedicati alle «professioni e carriere dell’emergenza» sfugge al suo tratto di penna. Ma lasciamo la parola a Persichetti che dopo una premessa arriva al punto:

«Hai ragione Erri, hanno bisogno delle nostre apparenze. Hanno bisogno dei nostri corpi per calzarci addosso i panni dei responsabili di sostituzione che hanno ritagliato per noi. Siamo alle conseguenze del dopo 11 settembre[…], il nemico si è fatto impalpabile, agita ombre, scuote paure, per questo il ricorso a capri espiatori può avere una funzione rassicurante. Dopo Napoli e Genova, dopo Bolzaneto e la Diaz, i vertici della polizia sono stati travolti dal discredito. Le polemiche sulle scorte mancate hanno bruciato un ministro degli Interni e trasformato questori e dirigenti dell’antiterrorismo da inquirenti in indagati. Sotto schiaffo le professioni della specialità e le carriere dell’emergenza hanno dovuto reagire. Da questa bassa cucina è nata la mia estradizione.
Caro Erri, non provo dolore; ancora meno rancore. Osservo i loro gesti come guardassi dei minerali. In fondo hanno bisogno di noi come il vampiro ha bisogno della sua vittima, come il drogato del buco. Ma dalla loro parte c’è solo la forza triste della dipendenza priva d’ogni autonomia e potenza. Senza il collo della sua vittima il vampiro muore. C’è uno scarto che ci rende superiori. Noi non abbiamo bisogno di loro, dobbiamo solo scrollarceli di dosso. Ho letto su un giornale che il capo delle guardie pretoriane avrebbe telefonato per annunciare la mia cattura addirittura nel pieno d’una festa. Pare che abbiano immediatamente brindato e cantato. Sembrava una scena da basso impero, di quelle descritte nel Satyricon. Prima di congedarmi e tornare all’allegro brusio della mia cella affollata, vorrei dire ai potenti e potentati di turno[1]: stiamo tornando uno a uno[2] ma non è il caso di rallegrarvene troppo. Non scenderemo muti nel gorgo, siatene inquieti. La storia sta di nuovo accelerando.»

E qui accade qualcosa di molto particolare che mostra come i piccoli Fouché[3] del Viminale, che stavano spulciando quel testo con la lente d’ingrandimento, concepiscono il loro ruolo all’interno di quello che dovrebbe essere uno Stato di diritto. Stizziti dall’impietoso ritratto che usciva da quella prosa sferzante, vi ravvisano un imperdonabile peccato di superbia, un crimine di lesa maestà, un vero e proprio delitto linguistico. Per questo l’allora dirigente della digos romana, Franco Gabrielli, viene incaricato di segnalare alla procura il passaggio finale della lettera che, nessuno si avvede, è palesemente ispirato a una poesia di Cesare Pavese e non a un comunicato delle br. Parafrasi invertita di «scenderemo nel gorgo muti»[4], verso che il poeta aveva scritto in uno dei suoi momenti di disperazione.

In quel delirante frangente l’assenza di rassegnazione viene letta come una minaccia, un messaggio obliquo, un avvertimento mafioso, un invito alla vendetta lanciato a supposti complici, insomma un’ammissione indiretta della propria colpevolezza. Qualcosa di simile alla “prova diabolica” tanto cara al mondo superstizioso dell’inquisizione. Un classico sospetto proiettivo rivelatore non della natura dell’inquisito ma dell’animo torbido di colui che lo lancia, svelando in questo modo ciò che sarebbe stato capace di pensare e dunque di poter fare. Decisamente le frequentazioni letterarie possono rivelarsi pericolose. Il successivo 14 settembre, Persichetti viene impacchettato («preso per il collo» dicono i carcerati) e spedito in isolamento nel carcere di massima sicurezza di Ascoli Piceno, dove resterà per cinque mesi. Qui il 14 novembre riceve una strana lettera anonima, o meglio siglata in modo tale da consentire al misterioso mittente di essere identificato, «qualora decidessi di scriverle ancora». L’anonimo si presentava sotto le vesti di una «studentessa romana di medicina», informatissima sul suo passato giudiziario benché dichiarasse d’aver avuto solo «14 anni» all’epoca in cui egli incappava nel suo primo arresto (1987). L’autore o l’autrice del testo mostrava di avere buone conoscenze anche su vicende più recenti: «la dottrina Mitterand – affermava – era stata confermata da Jospin all’indomani degli accordi di Shenghen e quindi doveva continuare ad essere rispettata per tutti». Nelle quattro pagine stampate con inchiostro verde s’alternavano toni diversi che miravano a convincere il recluso, sprofondato da alcuni mesi nella solitudine dell’isolamento, a «chiedere la grazia e collaborare con la giustizia». Il testo anonimo interloquiva con una sua intervista rilasciata al quotidiano la Stampa del 25 settembre:

«Lei, in quell’intervista, criticava anche le leggi del pentitismo e della dissociazione. Però sedire qualcosa che non disse all’epoca del suo arresto può aiutarla ad uscire dal carcere quanto prima, perché non farlo? La libertà dovrebbe essere una priorità assoluta per un detenuto. Tradire qualche compagno, o, meglio ancora i mandanti di quell’omicidio (facendo così cosa gradita alla vedova Giorgieri), non sarebbe un vero tradimento ma un passo verso il reingresso nella società civile. Per lei gli anni da brigatista sono un periodo finito, nel senso che poi non si è più dedicato ad azioni terroristiche, ma questo non basta. Non basta cambiare rotta, bisogna chiudere i conti col passato, rivelandolo integralmente e soprattutto bisogna condannarlo, ammettere d’aver sbagliato. Mi rendo conto che cambiare strada sia una condanna implicita di quella che si percorreva precedentemente, ma queste cose si devono fare in modo esplicito per essere creduti fino in fondo. Non bastano le interviste a testimoniare di avere una nuova vita, di essere persone nuove, ci vogliono fatti concreti. Sempre in quell’intervista, lei auspicava un’amnistia per tutti voi ex-brigatisti. Io non so se questo è giusto, ma comunque lei sa perfettamente che il suo è un auspicio utopistico. Non ci sarà mai l’amnistia. L’Italia è un paese in cui i terroristi rossi finiscono in galera e ci rimangono e quelli neri o vengono processati dopo vent’anni oppure si godono la vita in Giappone[5]. Le questure, infatti, hanno sempre protetto quelli che seminano il terrore in nome di ideali non comunisti. La cosa è indicativa dello strapotere che le varie armi hanno ed hanno sempre avuto nel nostro Paese. In nome di tutto ciò, pertanto, io la invito, Persichetti, a sfruttare tutte le possibilità che la nostra legislazione le concede per uscire dal carcere al più presto.»

Strano paese l’Italia dove le studentesse di medicina portano lunghi baffi e parlano la lingua dei commissari di polizia. Eccentriche anche quelle domande tanto insistenti su un processo che, essendosi concluso con delle condanne, a rigor di logica avrebbe dovuto definire in modo soddisfacente la verità giudiziaria. Non era certo responsabilità degli imputati, se le motivazioni della sentenza d’appello, che aveva capovolto il giudizio ben più mite emesso dalla corte d’assise di primo grado, erano risultate talmente fragili e poco approfondite, come non mancarono di osservare gli stessi magistrati di Cassazione. Nove persone furono condannate per complicità nell’attentato Giorgieri. Tre di loro si trovavano già in carcere al momento dell’accaduto, detenute da circa due mesi. Altre due, Daniele Mennella e Claudio Nasti, collaboratori di giustizia, vennero lautamente ricompensate per le accuse infarcite di de relato, supposizioni personali, imprecisioni e falsi riconoscimenti, rivolte ai coimputati[6]. I pentiti, tra arresti domiciliari, accesso ai benefici e alle misure alternative, scontarono pochi mesi di carcere. Curioso appariva allora quell’invito a confessare retroscena e circostanze che, a norma di legge, avrebbero dovuto costituire il presupposto della condanna. «Se vuoi uscire devi confessare, fornendo in questo modo quelle prove in grado di legittimare la sentenza per cui sei stato condannato». Più o meno era questo il succo del ragionamento, o forse sarebbe meglio dire il patto infimo, che l’anonimo proponeva nella sua lettera. L’abominio totalitario invadeva quella cella sporca e spartana, una sentina della terra piena di graffiti lasciati da chi in quel luogo era stato sottoposto a lunghe quarantene per spurgare ataviche dipendenze con le droghe, oppure aveva scontato ruvide punizioni. Allungato sulla branda ripiegò i fogli anonimi e riprese in mano il libro che aveva ricevuto proprio in quei giorni. S’immerse di nuovo nella lettura di quelle pagine che descrivevano l‘angosciosa fuga di un uomo braccato dalla feroce soldatesca dei principi luterani che avevano represso nel sangue la rivolta dei contadini anabattisti di Münzer, alla quale anch’egli aveva partecipato. Allora s’accorse di una frase che prima aveva trascurato: «Cercano i reduci. Annientarli, spingerli a confessare ciò che non hanno neanche avuto il tempo di pensare».[7]


[1]D’improvviso il testo si riempie di sottolineature orizzontali e verticali.

[2] I giornali avevano pubblicato una lista di 12 estradandi dalla Francia pronti per la consegna.

[3] «De la merde dans un bas de soie», diceva di lui Napoleone che non per questo disdegnava d’impiegarlo per ogni vil bisogna.

[4] Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino, 1961.

[5] Il riferimento è a Delfo Zorzi, processato e assolto dall’accusa di aver deposto la bomba che esplose il 12 dicembre 1969 in piazza Fontana, a Milano. Zorzi da decenni vive in Giappone, dove ha acquisito la nazionalità e avviato una fiorente attività economica.

[6] Come avvenne anche nei confronti dello stesso Persichetti: «L’elemento accusatorio potrebbe essere costituito dalle dichiarazioni di Mennella – scrivevano i giudici della corte d’assise nella loro sentenza – ma a ben vedere, le affermazioni del predetto “collaboratore” non sono costanti[…] Nell’interrogatorio del 31 maggio 1987 (due giorni dopo l’arresto), il Mennella non ha fatto riferimento al Persichetti. Nello stesso giorno, sottoposto ad ulteriore interrogatorio non ha riconosciuto il Persichetti in una foto mostratagli che effigiava, invece, proprio il Persichetti. Ha dichiarato, inoltre, di avere incontrato Locusta a Corso Vittorio insieme ad un altro giovane che non conosceva. Nell’interrogatorio del 2 giugno 1987 ha ribadito di avere incontrato Locusta a Corso Vittorio, non parlando di Persichetti come accompagnatore del Locusta. Ha poi rettificato per quanto riguarda la foto n° 4, dicendo anche di conoscere Persichetti perché partecipante all’inchiesta Giorgieri. Nell’interrogatorio del 5 giugno 1987 ha raccontato degli incontri con la Gioia dopo l’omicidio Giorgieri, non facendo riferimento al Persichetti. Al dibattimento ha dichiarato di aver conosciuto solo di vista il Persichetti nel marzo 1987 e di non averlo più visto. Quest’ultima affermazione è in contrasto con l’altra secondo la quale l’avrebbe incontrato a Corso Vittorio con Locusta. È probabile che per le contraddizioni sopra evidenziate, il Mennella non ricordi esattamente sulla posizione di Persichetti anche per aver detto che lo stesso Persichetti si faceva chiamare col nome di battaglia “Eugenio” e per averlo subito negato su precisa contestazione del Persichetti». (pp. 361-362 della sentenza della 3a corte d’assise di Roma, 14 dicembre 1989).

[7] Luther Blisset, Q, Einaudi 2000.


Per approfondire
Il Patto dei bravi
24 agosto 2002
Erri De Luca, la fiamma fredda del rancore
La polizia del pensiero
Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Un kidnapping sarkozien
Bologna, l’indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi
Paolo Giovagnoli, quando il pm faceva le autoriduzioni
Paolo Giovagnoli, lo smemorato di Bologna
Negato il permesso all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto

 

 

 

 

 

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Rapimento Moro, nuove rivelazioni in un libro sulla storia delle Brigate rosse

La ricostruzione attraverso le voci di chi non si è pentito e le carte dell’Archivio di Stato. Una Renault 6 verde, spostata e portata via quando arrivò la Renault. Sono alcuni particolari nel volume Brigate rosse – Dalle fabbriche alla campagna di primavera, vol. I, DeriveApprodi

L’auto parcheggiata in via Caetani per tenere il posto alla R4 con Moro

Giovanni Bianconi, Corriere della sera 4 marzo 2017

Layout 1Per essere sicuri di non avere problemi di parcheggio al momento di «consegnare» il cadavere di Aldo Moro, al centro di Roma, i brigatisti rossi decisero che uno di loro andasse a occupare il posto la sera prima in via Caetani; con la sua macchina, ché altre a disposizione non ce n’erano in quel momento e rubarne una sarebbe stato rischioso. Una Renault 6 verde, spostata e portata via quando arrivò la Renault 4 rossa con il suo carico di morte. E in via Mario Fani, dove Moro era stato rapito, i terroristi si mossero con una certa sicurezza anche perché alcuni di loro avevano già fatto appostamenti quando, prima di arruolarsi nelle Br, volevano sparare a Pino Rauti, il deputato missino che abitava proprio in quella strada e che la mattina del 16 marzo 1978 fu uno dei primi a dare l’allarme telefonando al 113.

Il furgone «di scorta»
La via di fuga per portare l’ostaggio nella «prigione del popolo» dove restò chiuso per 55 giorni è stata ripercorsa metro dopo metro da uno degli assalitori: vie secondarie e poco frequentate, di cui altri militanti che parteciparono all’azione erano stati frequentatori abituali: una faceva la maestra d’asilo da quelle parti, un altro aveva un negozio di caccia e pesca nella zona. Tutto filò liscio, e non ci fu bisogno di utilizzare un furgone parcheggiato lungo il tragitto, per eventuali emergenze che non si verificarono. Sono alcuni particolari contenuti in Brigate rosse – Dalle fabbriche alla campagna di primavera (DeriveApprodi, pag. 534, euro 28), primo volume di un lavoro condotto da Marco Clementi, Elisa Santalena e Paolo Persichetti, due storici di professione e un «ricercatore indipendente» (Persichetti) che ha la particolarità di aver aderito alle Br-Unione dei comunisti combattenti, e per questo è stato arrestato, condannato e ha scontato la pena dopo essere stato estradato dalla Francia. Gli autori hanno potuto contare sulle testimonianze inedite di alcuni ex brigatisti non pentiti né dissociati, ma soprattutto hanno consultato per mesi le carte trasmesse all’Archivio di Stato dagli apparati di sicurezza in seguito alle direttive degli ex presidenti del Consiglio Prodi e Renzi, che hanno tolto il segreto su molta documentazione relativa ai cosiddetti «anni di piombo». È la prima ricerca di questo tipo, la cui conclusione porta a sostenere che il sequestro Moro fu la logica evoluzione della strategia messa in campo dalle Br all’inizio degli anni Settanta, e il suo epilogo la tragica ma quasi inevitabile conseguenza della contrapposizione frontale fra lo Stato e i partiti che lo rappresentavano da un lato, e i terroristi dall’altro. Senza misteri che nasconderebbero patti segreti, verità indicibili, collaborazioni occulte e inquinamenti dell’azione brigatista. Una sorta di contro-inchiesta rispetto a quella condotta dalla nuova commissione parlamentare incaricata di provare a svelare nuovi segreti del caso Moro, ancora in attività e già foriera di scoperte e ulteriori acquisizioni; ultima in ordine di tempo le modalità dell’esecuzione di Moro la mattina del 9 maggio: con l’ostaggio colpito a morte non quando era già rannicchiato nel bagagliaio della Renault 4, come riferito finora dai terroristi, ma seduto sul pianale e poi caduto all’indietro. Una sorta di fucilazione.

I dossier di dalla Chiesa
Nel libro ci si sofferma su altri aspetti, come la centralità di un altro «covo» romano brigatista rispetto a quello molto noto di via Gradoli scoperto durante i 55 giorni, in via Chiabrera, al quartiere Ostiense, dove si svolse la riunione operativa dell’8 maggio in cui si assegnarono i compiti per l’indomani. E vengono contestati e ribaltati, anche sulla base dei documenti redatti all’epoca dalle forze di polizia, alcuni presunti misteri come quelli relativi al ritrovamento delle macchine utilizzate dai brigatisti per il sequestro, o alla scoperta del corpo di Moro. Dagli atti consegnati dall’Arma dei carabinieri emerge l’attività del Nucleo speciale guidato dal generale dalla Chiesa, ricomposto nell’estate del ’78. Dalle relazioni semestrali inviate al ministro dell’Interno, si evince una vastissima operazione di raccolta dati e schedature a tappeto, con «più di 16.161 fascicoli e circa 19.780 schede personali, che oggi purtroppo non risultano consultabili (potrebbero anche essere andati distrutti), 9.200 servizi fotografici, di cui 7.391 riferentisi a soggetti e 1.451 a luoghi di interesse operativo». La maggior parte dei fascicoli riguardavano attività svolte a Roma (4.916) e Milano (4.200), ma anche a Napoli (2.100), Torino, Genova, Firenze, Padova e altre città. Consultabili sono invece, presso la Fondazione Gramsci, i verbali delle Direzioni del Pci, nelle quali i dirigenti scelsero non solo di sposare da subito la cosiddetta «linea della fermezza», ma di non attribuire alcuna attendibilità a ciò che Moro scriveva dal carcere brigatista in cui era segregato. «Bisogna negare valore alle cose che ha detto e potrà dire, ciò gioverà alla nostra posizione», sintetizzò Emanuele Macaluso nella riunione del 30 marzo. Fu uno dei passaggi chiave del fronte del rifiuto su cui si ritrovarono i partiti di governo, con l’eccezione finale dei socialisti che provarono a smarcarsi. Storie che avvinghiarono l’Italia di 39 anni fa, e oggi si arricchiscono di dettagli e punti di vista di allora su cui ci si continua a interrogare.

La nuova commissione Moro vuole il dna dei brigatisti

I vecchi militanti non danno il loro consenso. «Abbiamo già raccontato come sono andate le cose. Sono noti i nomi di chi ha frequentato la base di via Gradoli e Moro è sempre stato in via Montalcini». Intanto la commissione insabbia il capitolo sulle torture

Paolo Persichetti, Il Dubbio, 21 ottobre 2016

134308479-82908f12-a9b3-40e7-b2ed-7c0c297db1ecDa alcuni giorni gli uffici Digos della maggiori città italiane stanno convocando molti ex appartenenti alle Brigate rosse su mandato della commissione parlamentare che indaga ancora, dopo quasi 39 anni, sul rapimento e la morte del presidente della Dc Aldo Moro.
I commissari di san Macuto vogliono sapere se gli ex Br sono disponibili a fornire il proprio profilo genetico per effettuare delle indagini comparative su alcuni reperti sequestrati durante le indagini dell’epoca. Molto probabilmente si tratta di quelli rinvenuti nella base di via Gradoli e nella Fiat 128 giardinetta con targa diplomatica che la mattina del 16 marzo bloccò in via Fani l’auto di Moro e della scorta. La comparazione potrebbe riguardare anche alcune tracce ritrovate nella Renault 4 rossa, dove il presidente della Dc venne ucciso, trasportato e fatto ritrovare in via Caetani, a metà strada tra i palazzi della Dc e del Pci che lo avevano decretato morto dopo le sue prime lettere.
Non tutti i nomi che fino ad ora sono trapelati risultano coinvolti nelle inchieste che in passato hanno riguardato il rapimento e l’uccisione del leader democristiano. Tra questi ci sono Giovanni Senzani e Paolo Baschieri, il che fa pensare al tentativo di dare vita ad una pista toscana. Sono stati convocati anche alcuni membri dell’esecutivo brigatista dell’epoca, come il  semilibero Mario Moretti; l’autista della 132 che caricò Moro in via Fani, Bruno Seghetti; Barbara Balzerani che il 16 marzo controllava la parte inferiore dell’incrocio con via Stresa; il responsabile della tipografia di via Pio Foà, Enrico Triaca, arrestato una settimana dopo il 9 maggio 1978 e torturato la sera stessa dal professor De Tormentis, quel Nicola Ciocia, funzionario dell’Ucigos, esperto di waterboarding, la tortura dell’acqua e sale, a cui nessuno chiederà mai il profilo del dna.

Pare che il presidente della Commissione Giuseppe Fioroni confidi molto nelle indagini scientifiche. Almeno così dichiara in pubblico. Eppure, stando ai risultati prodotti dalla sua commissione, non sembra proprio. Nella relazione sul primo anno di attività, il lavoro svolto dalla polizia scientifica e dal Servizio centrale antiterrorismo non è stato tenuto in grande considerazione. La ricostruzione tridimensionale dell’attacco brigatista in via Fani, i nuovi studi balistici sugli spari avvenuti quel giorno, non sono stati apprezzati dalla stragrande maggioranza dei commissari, che hanno ritenuto il lavoro dei poliziotti troppo “filobrigatista”. Risuonano ancora i commenti sorpresi di fronte alle relazioni dei funzionari Giannini, Tintisona e Boffi: «ma state confermando la ricostruzione fatta dalle Brigate rosse!». Sergio Flamigni, il “grande vecchio” della dietrologia, non riesce a trattenere la stizza per un errore così infantile, a suo avviso commesso dalla Commissione, come quello di aver chiesto nuovi accertamenti; lui che è rimasto affezionato ad un’unica perizia, la prima, quella di Ugolini, la più incerta e inesatta di tutte, la perizia “cieca” per definizione perché fatta quando ancora non erano state recuperate le armi impiegate in via Fani, e dunque la più manipolabile, quella che meglio si addice alle invenzioni dietrologiche del “superkiller” e dello “sparatore da destra”.

In via Gradoli la Commissione non ha trovato tracce biologiche di Moro, con buona pace di chi ha sostenuto (e sostiene ancora) che fosse stato tenuto almeno per un periodo in quella base, ma ha isolato quattro profili di dna: due femminili e due maschili. Non è un mistero che in quella che fu la prima casa delle Br a Roma, hanno risieduto stabilmente almeno tre coppie di militanti: Carla Maria Brioschi e Franco Bonisoli all’inizio, Adriana Faranda e Valerio Morucci dopo, Barbara Balzerani e Mario Moretti fino al 18 aprile 1978. Nella 128 con targa diplomatica vennero trovati ben 39 mozziconi di sigaretta. I responsabili del Ris che hanno in carico le analisi dovranno scoprire chi furono i fumatori: i proprietari effettivi del mezzo rubato dai brigatisti e/o i brigatisti stessi? Quali e quanti? L’informazione, ammesso che giunga, comunque non ci dirà nulla di certo sulla mattina del 16 marzo perché quel mezzo venne usato nelle settimane precedenti. Il dna non ha data e ora.
E dunque a cosa serve tutto questo dispendio di energie e soldi pubblici (l’estrazione del dna e la sua comparazione è una procedura di laboratorio che costa molto) quando sulla vicenda Moro si continua a non vedere la storia politica di quella vicenda, le ragioni che spinsero Dc e Pci a rifiutare la trattativa? Forse più che cercare nuovi brigatisti, con il dna qualcuno sogna in cuor suo di trovare il non brigatista.
Fioroni, che ha auspicato «un contributo alla corretta ricostruzione dei fatti» anche da parte di chi è stato condannato, non troverà la disponibilità degli ex militanti, i più hanno già declinato la richiesta. Perché mai dovrebbero accettare? Nella relazione del dicembre scorso, la Commissione ha dovuto riconoscere, foto alla mano, che nessuna moto sparò al testimone Marini, che il suo parabrezza non venne colpito da proiettili ma si ruppe nei giorni precedenti per una caduta del motorino dal cavalletto, come ammesso dallo stesso teste. Non risulta che Fioroni abbia chiesto alla procura di Roma di attivare la revisione della condanna per tentato omicidio, emessa contro gli imputati del primo processo Moro. Da oltre un anno pende una richiesta di audizione di Enrico Triaca e di Nicola Ciocia per la vicenda delle torture, ma il presidente Fioroni fa ostruzionismo e provocatoriamente manda a chiamare Triaca per chiedergli il dna. Forse vorrà scoprire in quale caserma venne torturato la notte del 17 maggio 1978?
Questa commissione ha ripetutamente dimostrato di non possedere alcuna credibilità, nei due anni che ha avuto per guadagnarsela ha dato spazio solo ai peggiori cialtroni. Per chi dovesse nutrire ancora delle aspettative, vale quanto scrisse Mario Moretti lo scorso anno in risposta ad una missiva inviatagli dal presidente Fioroni: «Esauriti definitivamente da decenni tutti gli aspetti giudiziari – sebbene la mia prigionia perduri  da oltre 34 anni, in mancanza di decisioni liberatorie e conclusive doverose nell’ambito politico – la vicenda delle Brigate rosse appartiene ormai solo alla riflessione storica.[..] In un ambito storico-politico e con quanti si sono accostati all’argomento con onestà intellettuale, la mia disponibilità è stata sempre totale.[…] Per contro, mi sento estraneo e a disagio nell’ambito delle ricostruzioni faziose che hanno la loro giustificazione solo nell’interesse politico di chi pensa di trarne vantaggio».

Per saperne di più
Via Fani, l’invenzione del mistero Casimirri
Rapimento Moro nuove carte mostrano che l’allarme lanciato dai palestinesi non riguardava il presidente della Dc /11a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro


Via Fani, l’invenzione del «mistero Casimirri»

Seminare confusione, sollevare polveroni, diffondere una narrazione complottistica – poco importa se zeppa di contraddizioni e assurdità – che allontani dalla discussione dei nodi storico-politici che la vicenda Moro ancora racchiude in sé, è l’ultimo disperato compito che si è data la commissione Moro presieduta da Giuseppe Fioroni. Da diversi mesi i suoi consulenti si stanno occupando di Alessio Casimirri, militante della colonna romana delle Br, presente in via Fani il 16 marzo alla guida della 128 bianca che fece da cancelletto superiore, allontanatosi dalla organizzazione nel 1980, riparato successivamente in Francia e poi in Nicaragua, dove ormai vive da decenni. Intense indagini, conferite alle forze di polizia, si stanno sviluppando da diversi mesi attorno alla storia di Casimirri, la sua famiglia, gli ambienti vaticani (il padre era un importante funzionario della Santa Sede).
Il blog La pattumiera della Storia ha da poco pubblicato una fulminante decostruzione (subito rilanciata dal giornale comunista online Contropiano) di una (presunta, a questo punto) intervista ad Alessio Casimirri, apparsa sulle colonne del magazine Sette, allegato del venerdì al Corriiere della Sera, che ci aiuta a comprendere come il «caso Casimirri» sia stato negli anni artificialmente costruito e ingigantito per dare vita all’ennesima puntata del serial dietrologico sugli anni 70

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Come t’intervisto il brigatista

Fanelli

Un nuovo mistero nel caso Moro
Il caso Moro è divenuto ormai quasi per antonomasia un coacervo di ‘misteri’. Malgrado i numerosi processi, che hanno condannato tutti i responsabili delle Brigate Rosse a decine di ergastoli, viene sistematicamente presentato come un ‘cold case’, un caso irrisolto e sul quale va indagato. I misteri vengono enumerati dagli ‘esperti’, che, a piacere, ne possono scegliere ed esporre pubblicamente uno secondo le necessità del momento.
Gli esperti sono un insieme di professionisti che, nel corso dei quasi quattro decenni trascorsi dal fatto, si sono profilati come conoscitori del caso, per averne scritto e discusso pubblicamente. Sono magistrati in funzione o in pensione, giornalisti, politici di ogni tendenza che hanno partecipato a Commissioni d’inchiesta o ancora ‘consulenti’.
Sotto questa élite, che sul caso ha sviluppato una piccola industria, si trovano gli aspiranti esperti, tra cui spiccano una frazione di vecchi pentiti e dissociati brigatisti – Franceschini, Etro, Morucci, Faranda – che pur vantando conoscenze dirette, possono essere messi a tacere quando dicono cose non conformi al mantenere vivo il mistero del momento.
Del momento, perché il sistema si auto-riproduce; a turno si spara una ‘rivelazione’ sul caso, un articolo accompagnato da lanci di agenzia cui seguono i commenti dei politici. Di fatto però, quando non si tratta di vere e proprie bufale, si tratta di ri-rivelazioni, affermazioni note e fatte anni addietro, spesso più volte, ciclicamente, che sono riproposte come nuove ed amputate degli elementi che in epoche passate le avevano chiarite o contraddette. Un tale vecchiume che neppure più l’autorità giudiziaria italiana, nota per aprire inchieste con la massima facilità, prende in considerazione.
Alla base della piramide c’è però un vasto pubblico, una massa crescente di gente affascinata da complotti di ogni genere, cui l’internet facilita l’illusione di poter dire la loro e di partecipare a svelarli, con il solo risultato di moltiplicare la produzione di misteri e di hoaks. Una cultura che si estende rapidamente, poiché attraversa tutti i campi dello scibile, e particolarmente tra le giovani generazioni. Se n’è reso conto il governo francese, che ha lanciato una campagna contro il complottismo, con tanto di sito web munito di qualche indicazione metodologica.

In Italia, il rubinetto di scoop, rivelazioni e misteri è sempre tenuto aperto dalla stampa mainstream. In un caso recente, la rivelazione del momento sembrava davvero nuova. Uno dei misteri più quotati del caso Moro è la presenza in via Fani, al momento del sequestro, di altri attori oltre alla squadra di brigatisti rossi in azione, e dunque all’intervento diretto di ‘servizi segreti’ nel fatto.

I fautori dei misteri si appoggiano su diverse teorie del complotto, e in Italia vengono chiamati -o addirittura si definiscono essi stessi- ‘dietrologi.’ Il neologismo viene da «chi c’è dietro?», ed ha la sua origine politica nella domanda che era sistematicamente usata dal Partito Comunista Italiano (P.C.I.) per denigrare la sinistra extraparlamentare negli anni ’70. Seguendo l’adagio staliniano (‘pas d’ennemis à gauche’) ed il suo metodo, il P.C.I. chiedeva retoricamente a chi giovasse tale o tal’altra azione di lotta, per concludere che ‘in ultima analisi’ era di destra: sicché le Brigate Rosse erano semplicemente fasciste, o comunque strumenti di quel potere che dicevano di combattere.
Appare dunque sul settimanale Oggi del 18.6.2014 un articolo, preceduto da un battage pubblicitario che lo lancia come scoop, intitolato «In via Fani non eravamo soli» e che riporta un’intervista a Raffaele Fiore.
La novità era che per la prima volta un ex-brigatista condannato per il sequestro Moro e non pentito affermava che vi fossero altri partecipanti all’azione, e quindi in qualche modo confermava la teoria del complotto.
Senonché, un articolo dell’avvocato Steccanella apparso su Il Garantista del 21.6.2014 (cfr. blog Satisfiction) rivelava la manipolazione: l’intervistato aveva parlato di due brigatisti che erano sul luogo ma che lui non conosceva personalmente; persone note e condannate ormai da anni, non ‘esterni’ o ‘terzi’ rispetto alle BR. In risposta, l’autrice dell’intervista, Raffaella Fanelli, cita in giudizio l’autore della critica.

La nuova brigatologa
Come è diventata una ‘esperta’, accolta nell’élite degli specialisti in misteri brigatisti, la Fanelli?
Dal suo sito, appare che, lavorando come free-lance, si sia specializzata nell’intervistare delinquenti e condannati per vari tipi di crimine. Raffaele Fiore l’aveva già intervistato nel 2009, senza risultati capaci di produrre clamore.
Nel 2010 però ha pubblicato su Sette, il magazine del Corriere della Sera, un’intervista ad Alessio Casimirri, che per diversi motivi un certo rilievo l’aveva. Casimirri è stato condannato, in contumacia, per il sequestro Moro, ma non è mai stato arrestato.
E per alcuni è egli stesso un ‘mistero del caso Moro’: per esempio su Il Sole 24 ore del 15.3.2008, ‘I dieci misteri irrisolti del caso Moro‘, Daniele Biacchessi classifica la ‘latitanza di Alessio Casimirri’ al decimo posto.
E non c’è soltanto la hit-parade, in precedenza Casimirri aveva rilasciato solo due interviste a giornali italiani, e sono ormai datate.
La prima è apparsa il 17.11.1988 sul settimanale Famiglia Cristiana, la seconda fu rilasciata a Maurizio Valentini e pubblicata il 23.4.1998 sul settimanale L’Espresso.
Questi due testi sono stati, nel corso degli anni, oggetto di attenzione da parte di inquirenti come di Commissioni d’inchiesta, che ne ne hanno approfondito alcuni dettagli -come le modalità di contatto, o il pagamento di una somma alla famiglia dell’intervistato. (All’intervista di Famiglia Cristiana sono dedicate le ultime tre pagine del rapporto del marzo 2005 su Casimirri alla Commissione d’inchiesta sul caso Mithrokin).
In passato, Casimirri ha risposto anche a giornalisti del suo paese, il Nicaragua, con due interviste, una a Joaquín Tórrez A. su El Nuevo Diario del 1.2.2004 ed un’altra sul Magazine di La Prensa del 12.8.2007. In precedenza, la stampa nicaraguense, come La Tribuna e il sandinista Barricada, che nel frattempo hanno chiuso i battenti, aveva pubblicato anche altri pezzi, articoli e dichiarazioni.
Sulla stampa italiana si trovano inoltre diversi pezzi che contengono dichiarazioni senza fonte, pseudo-interviste e narrazioni di incontri falliti col terribile latitante che gestisce un noto ristorante. Già dai tempi del primo ristorante di Casimirri in città (il Magica Roma a Managua), gli impavidi giornalisti italiani alla ricerca del brividino si mettevano a tavola facendo finta di nulla. Uno della RAI addirittura con una videocamera nascosta.
Una pratica mai cambiata, e benché il racconto che ne risulti sia quello delle proprie frustrazioni, si può sempre implementare con un titolo folkloristico o con qualche commento che nessuno contesterà. Un paio di esempi.
Panorama il 29.1.2004 titola ‘Nel covo di Primula Rossa‘. Giacomo Amadori e Gianluca Ferraris si dedicano calla ‘caccia al latitante’ (sic nel testo), vanno in Guatemala a vedere l’ex-moglie di Casimirri, poi un ‘ex capitano dei servizi d’informazione sandinisti’ e i ‘tassisti di Managua’ che dicono loro quel che i periodistas stranieri amano sentire (‘è un uomo pericoloso’), e da brave spie dilettanti ‘si arrampicano su una collinetta’.
La Stampa 8.3.2010 titola ‘Cena a Managua con Camillo, l’ultimo latitante di via Fani‘: Andrea Colombari e Raphael Zanotti riportano le chiacchiere di Casimirri, cui si sono presentati come semplici clienti. ‘Ma non appena si tocca l’argomento Moro, si chiude a riccio’, scrivono, appena tre mesi prima dell’intervista della Fanelli, uscita il 17.6.2010.
Per La Repubblica, Alessandro Oppes riferisce di un primo tentativo miseramente fallito di parlare con Casimirri il 18.1.2004 (‘Managua, l’ultimo dei vecchi Br tra ricette, squali e misteri‘), e raddoppia l’anno dopo, il 18.2.2005 (‘È nella terra dei sandinisti il paradiso dei fuoriusciti‘) racconta di aver ‘sbirciato’ nel cortile del ristorante attraverso una fessura.

Dunque il servizio pubblicato da Sette-Corriere della Sera ed intitolato ‘L’ultimo di via Fani – Parla Alessio Casimirri‘ ha intrinsecamente il suo peso, visto che dalle precedenti interviste italiane sono trascorsi rispettivamente 12 e 22 anni, e che nei numerosi altri articoli di stampa ci sono solo frasi rubate e discorsi basati su fonti sconosciute o dubbie.
Chiunque voglia capire qualcosa di più sul personaggio non può che basarsi sulle sole interviste ‘certificate’, a maggior ragione quando da un lato non esistono suoi verbali, lettere o comunicati e dall’altro le stesse sentenze di condanna sono state pronunciate in absentia, cioè senza che l’accusato abbia potuto esprimersi.
La produzione di informazioni si è sviluppata in occasioni diverse (quali per esempio le missioni del SISDE in Nicaragua, la extraordinary rendition dall’Egitto di Rita Algranati, ex-compagna di Casimirri, o le domande di estradizione italiane al Nicaragua) e quindi l’analisi deve contestualizzarne la lettura, ma è chiaro che il pezzo della Fanelli appartenga per così dire al rango superiore, e vada confrontato con le altre due interviste autentiche che l’hanno preceduto.
L’intervista è accompagnata da una colonna di commento di un autorevole esperto brigatologo. Giovanni Bianconi, giornalista ed autore di diversi libro sul mondo brigatista, vi esprime una condanna morale fondata sul lavoro della Fanelli, consacrandone così il valore giornalistico e documentario.

C’è del marcio in Nicaragua? o piuttosto in Italia?
Una seconda lettura non porta molto più che a deprecare la povertà di meta-informazioni, sul contesto che porta all’intervista stessa non c’è una parola.
Le altre interviste esclusive erano dovute a circostanze e contatti particolari: l’ambiente vaticano della famiglia Casimirri Labella per Famiglia Cristiana, e l’amicizia d’infanzia con Maurizio Valentini per L’Espresso. L’intervista di Valentini (qui sotto) era inoltre esplicitamente motivata dalla volontà di chiarire alcuni aspetti in difesa di Adriano Sofri nel caso Calabresi.

Esperesso 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Clicca qui per leggere l’intera intervista (L’Espresso Il signor X del delitto Moro)

Quella della Fanelli non lascia trasparire né perché né come sia stata decisa e realizzata.
Gli inviati in un paese lontano spesso offrono al lettore qualche tratto di colore locale accennando al clima, al luogo, al traffico, alla gente o a qualcosa che colpisce per la sua diversità. Qui niente del genere, la presentazione dell’intervistato è separata dal testo principale, che d’entrata catapulta il lettore direttamente a casa di quello che è definito «l’ultimo dei sicari Br di via Fani ancora in libertà». Sarà questione di stile.
Comunque si finisce per concentrarsi ed interrogarsi sulle risposte dell’intervistato, senza peraltro riuscire ad intuire perché abbia accettato di combinare l’intervista.
Allora, tanto vale chiederne ragione al diretto interessato.
-Alessio, che cosa intendevi dire in quell’intervista…
-Quale intervista?
-L’ultima, quella al Corriere della Sera del 2010…
-Io agli italiani ho dato solo due interviste, anni fa, una a uno che da bambini giocavamo insieme, che lavorava per l’Espresso…
-Sì, quelle del secolo scorso, la prima a Famiglia Cristiana
-Quella me l’aveva chiesta mio padre
-Sto parlando di quella più recente, con una certa Fanelli
-Con la stampa nicaraguense anche, è ovvio, e non solo quella sandinista, anche altri giornali mi hanno difeso.
-No, italiana, il Corriere
-Mai data un’intervista a quel giornale.
-Ma questa è stata in casa tua, ci sono dettagli, fotografie…?
-No, proprio no.
-Tra l’altro le tue risposte sono verosimili. Magari è venuta al ristorante e si è messa a chiacchierare…
-Io parlo con tutti i clienti, è il mio mestiere; ci sono spesso italiani, ma quando il discorso gira su quello, io chiudo. No, ti dico. E una donna poi, me la ricorderei.
-Quindi mi confermi che non si è presentata come giornalista e non ti ha poi sottoposto il testo, o almeno il virgolettato, prima di pubblicare?
-Certo. Non so chi sia.

Sul momento, viene da pensare alle regole deontologiche della professione, spesso calpestate in Italia. Ma i dubbi non se ne vanno.
La questione è semplice ma grossa: com’è possibile? Ci si può inventare un’intervista?
Per rispondere, l’unica è fare un lungo ed acribico lavoro di debunking, cercando e controllando la possibile fonte di ogni dettaglio. Si tratta di capire se le informazioni portate dal reportage di Sette fossero pubblicamente note o altrimenti accessibili prima del giugno 2010.
Quella che segue è la sintesi dei risultati d’analisi per il testo principale (introduzione, corpo domande/risposte, conclusioni), le fotografie, il riquadro ed il commento.
Prima ancora, il testo completo, così come impaginato:

corriere

 

Clicca qui per leggere l’intervista su Sette Corriere Della Sera

L’Insieme
L’intervista firmata da Raffaella Fanelli è composta da una dozzina di domande e risposte abbastanza stringate ed è accompagnata, oltre che dalla colonna di commento di Bianconi, da numerose fotografie, nonché da un riquadro informativo siglato dalla stessa autrice. Gli elementi sono strettamente collegati tra loro, le didascalie delle foto rimandano al testo e viceversa, ad esempio avvertendo che era possibile fotografare l’esterno del ristorante «soltanto alle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso».
Un copyright sigla i testi, ma non le immagini, le cui didascalie non menzionano l’origine né accreditano l’autore delle foto.
L’insieme produce un forte effetto di verità; al più ci si può chiedere come mai così poche domande, visto che le pagine sono occupate per la maggior parte da immagini.

L’introduzionecasimir
L’incipit descrive Casimirri «Seduto in poltrona, in jeans e camicia azzurra…». Non che questa sia un’informazione cruciale, Casimirri è un uomo pubblico e vederlo in un tale abbigliamento non ha niente di particolare.
Il buffo è che è esattamente come se lo immagina chiunque abbia visto la foto pubblicata da Repubblica nel 2004 (vedi qui accanto).
Si passa poi alla «casa grande con pareti gialle e infissi in legno, situata al dodicesimo chilometro della
Carretera sur, quella che dalla capitale, Managua, porta a El Crucero, cento metri a sud del Monte abor.»
L’indirizzo non solo è pubblico e facilmente reperibile (già da Facebook), ma è noto da molto tempo ed è menzionato – e anche commentato nelle sue varianti- da molti articoli italiani. Già nell’intervista di Valentini (L’Espresso 1998) figura come incipit.
Se poi si cerca l’indirizzo su google maps, si troverà una foto (Panoramio) con una casa gialla. Non è affatto detto che sia quella giusta, ma è l’unica immagine che c’è in prossimità dell’indirizzo, uno se la può immaginare così.
Se invece per ‘pareti gialle’ s’ha da intendere quelle interne, la cosa è ancora più semplice, risulta da una immagine, menzionata in seguito nel paragrafo fotografie.

Il corpo di domande/risposte
1 e 2 Era in via Fani? –R.: No, quel giorno ero a scuola come insegnante. Le stesse affermazioni Casimirri le ha fatte più volte; figura addirittura nel titolo dell’intervista al Nuevo Diario del 2004.

3 Morucci ha descritto il suo ruolo –R.: Morucci «Confermò che nell’azione di via Fani c’erano anche due esponenti del gruppo Fronte della controinformazione.» Casimirri non ha mai fatto in precedenza tale affermazione. In effetti un «gruppo Fronte della controinformazione» non risulta mai essere esistito in Italia, né dentro né fuori le BR.

4 Ci sono altre dichiarazioni che… –R.: Etro, la frase sui due in moto, non ho mai detto niente del genere. Questa smentita non ha un precedente specifico noto. Nell’intervista all’Espresso (1998) si legge: “Etro lo ricordo come il compagno più giovane, un po’ il cucciolo della colonna romana delle Br, caratterialmente chiuso, non godeva di grande stima e considerazione. Era un br, certo, ma non di prima categoria. Insomma uno a cui non si facevano confidenze del genere.”

5 Lei sa guidare una moto? –R.: So ballare, so cucinare… Che Casimirri sappia ballare lo si sa dal Magazine La Prensa (2007), che con le parole «Eccellente ballerino…» apre il suo servizio.

6 Etro ha mentito anche su Calabresi? –R.: «Certo.» Casimirri ha fatto questa smentita nel 1998, Valentini andò a intervistarlo per L’Epresso proprio per sentirlo in proposito.

7 Allora perché si è rifiutato di rispondere ai magistrati di Milano? –R.: «È stato il governo del Nicaragua a respingere la richiesta di rogatoria». Casimirri non sembra aver fatto tale dichiarazione in precedenza. L’affermazione è però storicamente corretta, che la domanda di rogatoria fosse stata respinta dal governo cui era stata indirizzata venne riportato più volte dalla stampa (ad es. AGI 30.1.2003). Quando un governo decide di non entrare nel merito, per motivi costituzionali, della domanda di un altro governo, la persona interessata non è neppure interpellata.

8 Lei ha mai lavorato per i servizi segreti? – R.: Mai conosciuto Delfino, mai fatto parte del Sismi e mai collaborato con i servizi. Volevano invece sequestrarmi… Una smentita precedente sotto la medesima forma non risulta; sulla medesima sostanza, senza i nomi Delfino e SISMI invece sì: Casimirri ha menzionato di essere stato considerato come colluso con un generale dei Carabinieri che lo avrebbe poi protetto e i tentativi di sequestro nell’intervista (2007) a Magazine La Prensa.

Il sequestro con narcosi e pulmino era già stato ricordato più volte, così ad esempio Giuseppe Rolli sull’Unità del 3.5.2004: “Non dimentico – aveva detto al quotidiano El Nuevo Diario – quello che ho passato negli ultimi undici anni: molti tentativi da parte della autorità italiane e diplomatici di questo paese, alcuni dei quali corrotti, di mettere in atto azioni contro la legge. Come il tentativo di sequestrarmi, narcotizzarmi mettermi in una cesta e portarmi con un pulmino alla frontiera. Ho i nomi di coloro che organizzarono questo nel 1996.”

9 Per questo ci sono guardie armate fuori dalla sua casa? –R.: «Managua non è una città sicura …» Casimirri non conferma esplicitamente l’esistenza di guardie armate. Lo afferma la Fanelli, presentandola come una (sua) osservazione diretta. (su questo punto si ritorna in seguito)

10 Ma lei può contare su potenti amicizie, anche su quella con Daniel Ortega. -–R.: «Ho lavorato per il governo, e con Humberto Ortega, imprenditore in Costa Rica» Non risulta che Casimirri abbia dichiarato in precedenza di aver lavorato con Humberto Ortega. Questi, ex-ministro della difesa e fratello di Daniel Ortega capo del governo, è noto invece che abbia attività imprenditoriali in Costa Rica. Viene indicato come ‘prospero imprenditore in Costa Rica’ da Wikipedia come da diversi media (cfr. bitacora, nacion.com, el Nuevo Diario).

11 Qualcuno dice che lei ha addestrato le teste di cuoio del Nicaragua. –R.: Ho addestrato i sommozzatori della Croce Rossa.
La fonte della domanda (‘qualcuno dice’) si ritrova nel Corriere della Sera del 9.4.1996 ‘Esilio dorato per ex brigatisti’, dove si legge che è un “vicino di casa” a dire che Casimirri “ha addestrato le nostre teste di cuoio”.

Domanda e risposta, ben più precise e chiare, figuravano nell’intervista dell’Espresso (1998): «Per addestrare le truppe speciali sandiniste? È vero che lei è stato istruttore degli incursori dell’ex presidente Daniel Ortega? Io sono un istruttore di sommozzatori. È stato un lavoro volontario che ha riguardato prevalentemente i sub della Croce Rossa e dei pompieri. Fra gli altri allievi, confermo che ho avuto alcuni uomini del ministero dell’Interno di Managua. Non credo che ci sia nulla di scandaloso. Lo ripeto: ho molti amici fra i sandinisti, per ragioni politiche e umane, ma non sono mai stato un agente sandinista. Pensi che come cittadino nicaraguense – sono stato naturalizzato nel 1988 – debbo ancora fare il servizio militare. La coscrizione, qui, è obbligatoria fino a 60 anni: io ne compio 47 il prossimo 2 agosto, e prima o poi mi toccherà andare sotto le armi. Ricordo anche che ormai in Nicaragua i sandinisti sono all’opposizione: hanno avuto la meglio le forze moderate, e io sono lealmente obbediente ai governi di destra che hanno vinto le elezioni.»

12 Adesso mi dirà che ha fatto il volontario tra i poveri e non ha mai fatto parte delle BR? –R.: Ho chiesto asilo politico ed ho comunicato all’Immigrazione la mia appartenenza alle Brigate Rosse; perseguitato per 10 anni; mi hanno offerto 300mila dollari per accusare altri.

L’asilo, l’ottenimento della cittadinanza, l’uso del nome Guido Di Giambattista, sono notizie già ripetute spesso dalla stampa, poiché sono, almeno dal 1993, al centro delle contese legali e non, sfociate nel 2004 in una decisione della Corte Costituzionale nicaraguense. L’offerta di 300mila dollari appare nell’intervista del 2007 sul Magazine La Prensa.

In conclusione del testo
—«…a pochi chilometri dalla sua casa bunker, a sud di San Juan, ha un’altra residenza costruita direttamente sulla spiaggia».
L’informazione è nota e diffusa da tempo, compare in diversi articoli pubblicati in Italia dal 2004 in poi, tra cui i pezzi menzionati sopra, di Amadori per Panorama e di Colombari per La Stampa, oltre che nell’intervista al Nuevo Diario (2004, tradotta in italiano da ReporterAssociati, cfr. Carmillaonline).
—«da anni ha aperto un ristorante, La Cueva del Buzo (la grotta del sub), un caseggiato in mattoni rossi che è possibile fotografare solo alle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso…»
Quella del ristorante, è una notizia talmente nota da non dover essere ricercata. È però seguita dalla frase sul gruppetto di uomini armati, che si ritrova anche alla domanda 9 e nella didascalia delle foto. Maurizio Blondet, ufologo e massonologo, racconta (4.2.2010 effedieffe.com) che nel 2004 tentò di intervistare Casimirri: «Ovviamente non potei vederlo neppure in faccia, fui respinto al cancello della villa da certi individui».

La Newsletter Misteri d’Italia del 13.4.2005 scriveva che Casimirri «E’ difeso da un doppio sistema: guardie armate e gente del posto pronta a difenderlo».

Le fotografie

La foto pubblicata su Sette

La foto pubblicata su Sette

La giornalista racconta di essere stata accolta in casa dall’anziana madre di Casimirri, «Madre e figlio si assomigliano…», scrive, e lì accanto possiamo vedere una fotografia dei due nel giardino di casa.
Sembra la prova provata dell’incontro. Se è vero che sul web si trovano foto della madre ad un tavolo -fatte da clienti del ristorante che ne scrivono un commento- questa ha però un carattere particolarmente privato, quasi intimo. Sembra proprio mostrare i due nel momento dell’incontro con la giornalista.
Sembra, perché non è così. La foto è stata pubblicata sul Magazine settimanale di un altro quotidiano, La Prensa, il 12 agosto 2007.
Corredava quella intervista insieme a molte altre immagini chiaramente tratte dall’album privato dei Casimirri e quindi evidentemente concesse dagli interessati. Il giornale nicaraguense (2007) precisava che la madre aveva 80 anni e che viveva col figlio.

La foto originale su Magazine La Prensa

La foto originale su Magazine La Prensa

Da quella pubblicazione sono tratte altre immagini pubblicate su
Sette.
Il ritratto a busto di Alessio in maglietta rossa, che riempe una pagina ed è ripresa in un occhiello sulla copertina di Sette, è esattamente quella che compariva sulla copertina di La Prensa Magazine. È un’immagine in posa, che implica che il soggetto voglia farsi ritrarre, e proprio per questo i due magazine la riproducono a piena pagina: il messaggio al lettore è ‘eccolo qui come ha accettato di esporsi’.

La pRensa

Clicca qui per leggere l’articolo in integrale (Magazine La Prensa)

Ce n’è poi una in cui egli, in tenuta da sub, ha in spalla un pesce gigantesco; fa parte di una serie, altre immagini simili sono diffuse sul web (basti vedere i profili Facebook o google). Il giornale italiano ha però usato proprio quella uscita sul giornale nicaraguense e non altrove. Se ne può arguire che la Fanelli conosca bene quella pubblicazione.

l'originale su La Prensa Magazine

l’originale su La Prensa Magazine

La copia su Sette

La copia su Sette

Nella quale, in un’altra foto non ripresa da Sette, si vede l’interno dell’abitazione, con «pareti gialle ed infissi in legno» alle spalle di Alessio che ha in braccio il piccolo figlio adottivo colpito da sindrome di Down ed è seduto accanto a moglie e figlia.
Il servizio di Sette si apre con una foto di repertorio di via Fani dopo il sequestro Moro, e comprende, oltre alle quattro immagini citate prima, ancora due foto dell’esterno del ristorante, ed infine l’immagine bizzarramente intitolata ‘Scene da un matrimonio dal carcere’, che non ha alcuna relazione col servizio e pare essere stata aggiunta per semplice morbosità.
In una delle due foto di strada è visibile l’insegna ‘La cueva del buzo’, e l’immagine potrebbe effettivamente essere stata presa ‘prima delle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso’, come spiega la Fanelli in chiusura. Benchè vi appaia un gruppetto di tre uomini, si possono notare sulla strada le ombre lunghe degli alberi, come si producono dopo l’alba o prima del tramonto.

Il riquadro informativo
Occupa circa un terzo di pagina, ed intende riassumere gli eventi «Dall’attacco di via Fani alla condanna del processo Moro-ter». In apertura, afferma che Casimirri «vive in Nicaragua dal 1983, dopo un periodo trascorso in Libia e a Cuba.»
Questa di Libia e a Cuba è stata riprodotta, verosimilmente via dispaccio d’agenzia, da tutta la stampa italiana nel gennaio 2004, vedi ad.es. Corriere della Sera 14.1.2004, il Tempo 15.1.2004, La Provincia 15.1.2004, ADNkronos 16.1.2004.
Non è una notizia, ma un’affermazione gratuita, generica e senza fonte. Ripeti una bugia cento volte, e diviene una verità, diceva Goebbels. È quello che è accaduto, i giornalisti fanno del copia-incolla e nessuno si sogna di controllare, approfondire, verificare. Neppure la Fanelli, che a differenza degli altri aveva occasione di chiederlo direttamente a Casimirri.
Perché non è un dettaglio marginale: nella Libia di Gheddafi e nella Cuba di Fidel Castro non risulta essere mai sbarcato nessun ex-militante della sinistra armata italiana degli anni ’70 in esilio, quindi questo sarebbe l’unico caso, e per ben due paesi. Il periodo di cui si tratta sono gli anni 1980, un’epoca in cui gli Stati Uniti avevano dichiarato la ‘guerra ai terroristi’: proprio così Ronald Reagan, ben prima della «guerra al terrorismo» di Bush; gli stati-canaglia, allora, erano Libia, Cuba, Iran e Nicaragua.
Nella ricerca di una fonte ‘originaria’ della dis-informazione, si trova qualche articolo che fa riferimento alla Libia – data come luogo di rifugio di Rita Algranati, ex-moglie di Casimirri, che invece era in Algeria – e l’opzione Cuba la certifica il magistrato Rosario Priore, all’agenzia ADNkronos il 24.10.2000: «Si seppe che lasciò l’Europa su un aereo russo diretto a l’Havana e di lì si sarebbe rifugiato, ovviamente protetto dal regime sandinista, in Nicaragua.»
Nel 1994, sul Los Angeles Times, Tracy Wilkinson citava un ‘ex-membro dell’intelligence sandinista’ per affermare che Casimirri era arrivato nel 1983 dalla Libia. Questo tipo di fonte appare assai probabile, proprio perché si tratta di una falsa pista. Quando si vede menzionato un ‘agente segreto’ come fonte di una notizia, è chiaro che la notizia stessa non offre garanzia di fondatezza. Un agente segreto, quasi per definizione, non potrà essere sottoposto a verifica, poiché già il rivelarne l’identità lo esporrebbe al pericolo.
È quindi a priori una fonte che può dire, o alla quale si può attribuire, qualsiasi cosa. V’è solo il giornalista che può valutarne la credibilità, e che si prende la responsabilità di smerciare la notizia. Perché quel tipo di fonte non è mai qualificabile come disinteressata. Una qualche ragione per divulgare al pubblico una informazione segreta la deve avere, salvo si voglia credere che lo faccia in nome della verità e senza interesse alcuno. Sta dunque al giornalista prenderla con le pinze e non fondarci sopra il proprio discorso (il pezzo della Wilkinson, sia detto per inciso, non lo fa).
Si può ritenere che l’origine della falsa notizia di Casimirri in Libia rimonti al periodo turbolento del 1993, quando il governo di destra decise di ‘rivedere’ le cittadinanze concesse dal governo sandinista, e tentò di espellere e deportare verso l’Italia Casimirri, con una delle operazioni combinate con gli agenti italiani.
La notizia è falsa poiché Casimirri sbarcò a Managua provenendo da Mosca. Lo ha raccontato lui stesso nell’intervista all’Espresso, e questo è bastato ad alcuni per dire che ‘quindi’, era protetto dal KGB o dal GRU, i servizi segreti sovietici. Il fatto è che all’epoca per andare in Nicaragua non c’erano molte opzioni dall’Europa. L’Aereoflot, la compagnia di bandiera russa, aveva un volo diretto, che come tutti i suoi voli, partiva da Mosca. Non si poteva montare su un volo Aeroflot solo per una tratta esterna all’Unione Sovietica; niente di strano per chi volava verso Managua di arrivare a Mosca, e restare in transito – senza bisogno di visa – fino all’imbarco, come fece appunto Casimirri.
Dire che egli fosse stato prima in Libia aveva un valore di stigmatizzazione, allora la Libia di Gheddafi era vista come la patria dei peggiori terroristi del mondo, e come s’è detto, assieme a Cuba era considerato uno stato-canaglia, nemico mortale.

Il riquadro informativo della Fanelli conclude ricordando che a parte Casimirri, «Di tutti gli altri brigatisti, almeno undici, presenti in via Fani quel 16 marzo1978 nessuno è oggi ancora in carcere.»
I nomi non li fa, ma se non si devono contare Rita Algranati e Mario Moretti, che invece in galera ci stavano e ci stanno ancora oggi, siamo nel flou aritmetico.

La colonna di commento
L’opinione sull’intervista è intitolata ‘Parole insincere e senza rispetto per le vittime’ ed è firmata da Bianconi. Le vittime, nel corso di tutta l’intervista, non sono mai nominate, neppure indirettamente. Ma forse è proprio questo il rimprovero: ciò che le ferirebbe e indignerebbe, secondo l’autore, è ‘il modo sbrigativo col quale liquida quell’esperienza’. Eppure, nell’intervista non c’è ombra di domanda sull’esperienza passata.
Dopo un passaggio in cui si dichiara intristito per ‘il destino piccolo borghese nel quale s’è rifugiato l’ex brigatista’ (una critica proletaria?) l’illustre commentatore ritorna sul quello che Casimirri potrebbe dire, potrebbe raccontare, potrebbe spiegare. Certo, ma se la giornalista non lo chiede?
In basso, scrive che Casimirri ‘mostra di vivere senza troppe preoccupazioni’; due centimetri a sinistra, la didascalia delle immagini è intitolata ‘Vita super-blindata’. Sarebbe quella del latitante timoroso che si fa scortare, la bella vita ai tropici?
Bianconi conclude il suo sermone dicendo che da uno come Casimirri ‘ci si aspettava qualcosa di più’. Su questo ha senz’altro ragione. Ma allora perché inviare una giornalista che preferisce chiedergli se sa guidare una moto?
L’intervista precedente, all’Espresso, 12 anni prima, si conclude con una domanda sulle vittime ed il rimorso. Questa la risposta: «Un luogo comune italiano vuole che sia meglio vivere di rimorsi che di rimpianti. Io credo di essere la prova provata che non è vero. Preferirei sentire il rimpianto di non aver partecipato a un movimento politico che rispondeva alle mie ansie rivoluzionarie giovanili, e non essere alle prese con il rimorso che mi attanaglia oggi».
È dunque chiaro che Bianconi (che non è parte della schiera di dietrologi) fonda il suo discorso – un severo giudizio morale su Casimirri – sulle sole parole della Fanelli, e così facendo ne conferma la veridicità.

Considerazioni e commenti
Dopo aver raccolto così tante pulci, è tempo di dare una pettinata. Anticipando la conclusione, la risposta alla domanda d’origine, ‘è possibile che l’intervista sia stata fatta in casa?’, è un netto sì.
Il servizio di Raffaella Fanelli pubblicato da Sette non contiene un solo elemento di novità.
E l’effetto di verità, una volta scoperto che anche le foto non sono originali, si trasforma nel suo contrario. ‘ESCLUSIVO’, campeggia in rosso sull’apertura del servizio: eppure ben che vada è minestra riscaldata, i lettori di Sette si son visti servire informazioni già pubblicate da almeno tre anni, e la sola cosa che hanno in esclusiva è la scrittura dell’autrice.
Quanto alla qualità del servizio, anche se non è questo il punto centrale, è decisamente bassa. Errori e svarioni denotano una documentazione e una conoscenza approssimative.
L’intervista in senso stretto è risicata e minimalista, e colpisce proprio per la sua pochezza: domande e risposte coprono un paio di minuti al massimo, e davvero sembra uno scambio di battute al bar.
Le ‘domande scritte in fondo al nostro block notes, quelle più imbarazzanti che per giorni ci hanno tormentato sul come porle senza creare diffidenza’ (così la Fanelli, che usa il plurale majestatis) sono una dozzina, di cui tre ridondanti senza che producano approfondimenti, almeno un paio cui si può rispondere con un sì o un no, e l’ultima apertamente polemica.
Imbarazzante come domanda è certo la quinta, ‘Lei sa guidare una moto?’ Pare proprio che l’autrice si sia immaginata Casimirri come pilota della misteriosa Honda segnalata a via Fani da pochi testimoni, e che secondo tutti i brigatisti partecipanti all’azione non esisteva o comunque non era dei loro. Altrimenti perché una domanda così irrilevante, quando di questioni ce ne sarebbero ben altre, ad esempio quelle menzionate da Bianconi nel suo commento?

Alla domanda 8, sembra che il riferimento al capitano dei Carabinieri Delfino (morto da generale nel 2012) venga spontaneamente da Casimirri. Va ricordato che l’accusa di essere stato un infiltrato utilizzato da quel personaggio, assieme ad un mafioso calabrese, nasce nel 1995, dalle parole del magistrato italiano Antonio Marini. Questi disse che si trattava di una ‘ipotesi investigativa’ basata sulle dichiarazioni di Saverio Morabito, pentito della n’drangheta, ma da allora evitò sistematicamente di ricordare che l’ipotesi investigativa non aveva trovato nessun riscontro. La notizia, rilanciata dall’Unità il 16.4.1998, ha i tratti del depistaggio ed è stata regolarmente riprodotta come verità, atto fondativo di uno dei misteri del caso Moro.
Questo tipo di notizie, oltre a denigrare gli interessati che poi sono chiamati a difendersi senza sapere da cosa, serve anche ad altro: lo stesso magistrato Marini, ha raccontato alla Commissione parlamentare d’inchiesta che, grazie al fatto che «sulla stampa queste cose avevano avuto una risonanza eccezionale», gli erano servite per mettere sotto pressione i brigatisti (ovviamente non pronti a vedersi confusi con i mafiosi) e convincere Anna Laura Braghetti e Barbara Balzarani a testimoniare in aula. Nella stessa occasione, il 5.3.2015, il magistrato ha infine riconosciuto che quelle indagini «si sono concluse con un
nulla di fatto, perché erano del tutto infondate le dichiarazioni sulla presenza di Antonio Nirta.»

Alla domanda 9, sulle guardie armate, sono collegati altri elementi, nella parte finale del testo e nel legenda delle foto, e questo leit-motiv che attraversa tutto il servizio intende dipingere Casimirri come una sorta di boss mafioso con scorta armata, addirittura al plurale: ‘gruppi di uomini armati’. Poiché il buonsenso non sembra pesare (il livello di violenza in America Centrale è forse maggiore di quello in Europa, magari bastava guardarsi intorno, come Casimirri invitava a fare) procediamo di logica.
Casimirri ha subito un’aggressione (tempo dopo l’intervista) da una banda di 8 falsi poliziotti, che sono stati in seguito arrestati e processati per rapina; nel riferirne, il giornale Hoy del 1.5.2014, scrive che il ‘vigilante’ del locale venne immobilizzato per primo da un rapinatore armato di Kalashnikov. Sappiamo quindi da fonte sicura che c’era una guardia al locale, e di notte. Fa decisamente senso che se ci si deve organizzare una protezione, questa sia per la notte: quando c’è più pericolo, perché fa buio, e perché il locale è aperto. A che pro invece ‘schierare un drappello’ alle 7 di mattina? Casomai a quell’ora il turno di sorveglianza finisce. Cosa abbia visto la Fanelli non è chiaro, né è provato dalle fotografie.

Un’ultima nota sulle domande: la risposta alla domanda 3, s’è detto che Casimirri non può averla data. Controinformazione era una rivista degli anni ’70 che pubblicava anche materiali delle Brigate Rosse, ma non dipendeva da esse. Le BR avevano un ‘Fronte della controrivoluzione’ (o della controguerriglia) e delle ‘brigate’, non dei ‘gruppi’. La giornalista mette invece in bocca a Casimirri un inesistente «gruppo Fronte della controinformazione». Che Casimirri sia oltretutto anche incompetente sulla sua propria storia? Che lo abbia detto apposta per confondere? o piuttosto scempiaggine dell’autrice, errore dovuto all’approssimazione?

Bilancio
Dalla ricerca non è emerso alcun tipo prova, anche intrinseca ma definitiva, che la giornalista abbia fatto l’intervista, né che abbia incontrato Casimirri, e neppure che sia stata in Nicaragua.
Manca anche una prova definitiva del contrario, malgrado i molti elementi concorrenti che lo indicano.
Il servizio non comprende alcun contributo originale dell’autrice, come si è visto il contenuto riprende in particolare quello delle interviste dei giornali nicaraguensi, il Magazine di La Prensa del 12.8.2007 e El Nuevo Diario del 1.2.2004, rispettivamente della stampa italiana citata. Dal Magazine di La Prensa – che, si noti, corrisponde al magazine Sette del Corriere della Sera, poiché i due giornali sono paragonabili per importanza e posizione politica nei rispettivi paesi – sono state copiate tutte le fotografie più significative.
Che poi il Corriere le abbia comprate o piratate, non si sa, ma in ogni caso non ne menziona né l’autore né la fonte. Risulta possibile e verosimile che l’intervista sia stata composta. Tutti gli elementi repertoriati sopra sono stati raccolti con mezzi minimi -internet, posta e telefono – senza uscire di casa: un’operazione che chiunque può fare. Disponendo di maggiori risorse – mobilità, rete di contatti, denaro, accessi a redazioni, archivi ed emeroteche – la cosa sarebbe stata ancora più facile, e molto probabilmente avrebbe permesso di chiarire anche quei dettagli rimasti incerti.

declaracion(1)Ciò significa che, con la secca smentita di Casimirri, che ha fornito pure una dichiarazione firmata, risulta assai probabile che l’intervista non sia mai stata realmente fatta.
Finalmente, non cambia molto che la giornalista non sia mai andata in Nicaragua, o che ci sia stata senza intervistare Casimirri, o ancora che ci sia stata e come tanti suoi colleghi italiani abbia provato ad attaccar bottone al ristorante, la sostanza rimane. E del resto qui non è mai stata questione di giudicare Raffaella Fanelli, ma di passare sotto la lente d’osservazione una pubblicazione, sì che ogni lettore possa farsene un’idea.
Il mistero è (quasi) svelato.

L’impressione generale prodotta dall’excursus di letture è che l’incompetenza ed il pressapochismo abbiano gioco facile nelle memorie costruite su miti e misteri.
La buona notizia è che quelle memorie non saranno mai condivise. Appartengono solo a chi le produce e le usa.

da http://lapattumieradellastoria.blogspot.it/

Crescono le voci di dissenso sull’attività della commissione Moro, ormai sommersa da un mare di chiacchiere e bufale

BurattiniNon è abitudine di questo blog pubblicare articoli del Fatto quotidiano, megafono del partito delle manette, organo delle procure più emergenzialiste animate dalla teoria dell’azione penale come strumento di lotta politica, esperienza editoriale tra le più nefaste degli ultimi anni per essere riuscita a rendere pensiero comune l’idea che la “questione sociale” sia un corollario di quella penale, al punto da capovolgere ciò che un tempo era l’esercizio stimolante e lungimirante della critica in risentimento fino a blindarne gli orizzonti un tempo proiettati alla ricerca di ipotesi di cambiamento e capovolgimento dell’ordine costituito ed oggi relegate all’interno del filo spinato della legalità. Una legalità, per giunta, piegata alla strumentalità di quella che alcuni studiosi hanno chiamato “guerra civile legale”, ovvero un terreno di scontro politico dove gli attori principali sono le procure e gli apparati che si muovono a colpi di inchieste, intercettazioni, avvisi di garanzia per liquidare o ridimensionare l’avversario di turno.

Se lo facciamo è perché l’articolo che vi proponiamo è il segnale di una insofferenza  diffusa, che oggi lambisce persino uno dei quotidiani che raccoglie sistematicamente le più sgangherate vulgate dietrologiche, verso l’attività della terza commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro, avvenuta 38 anni fa (pensate un po’!), e più in generale verso le ricostruzioni complotiste che si rincorrono, senza nemmeno porsi il problema della coerenza interna e delle reciproca contraddittorietà, sulla vicenda. Ciò non significa che il quotidiano diretto da Marco Travaglio abbia cambiato linea. Il pezzo di Pino Di Nicola è uscito su un blog dell’edizione online, quindi non inficia la linea del cartaceo ma rappresenta comunque un indizio sui dubbi, e una certa stanchezza, verso il disco rigato della narrazione complottista sempre pronta a strombazzare scoperte sconvolgenti che sistematicamente finiscono in un nulla pieno di niente.

Aggiungiamo solo una nota: non è affatto vero che «la verità è sempre più lontana», come conclude l’articolista. La verità, o per meglio dire, il dato storico, è sotto gli occhi di tutti, assodato da tempo. Semmai l’obiettivo della dietrologia è quello di costruire una cortina di ferro, di diffondere una spessa coltre, perché non venga visto. Un diversivo che distoglie lo sguardo. Il vero nodo che resta aperto, infatti, è cosa muove e perché perdura da tanti anni questa necessità di diffondere una versione dietrologica dei fatti, al punto da impedire anche il libero confronto storico, come il bavaglio messo recentemete ad un convegno di ricercatori e studiosi dimostra?

La nostra risposta, già più volte esposta in questo blog, la riproponiamo in una prossima puntata. Buona lettura!

Commissione Moro: tra chiacchiere e bufale la verità sempre più lontana

Primo Di Nicola
Il FattoQuotidiano.it – blog 6 maggio 2016

Forse è arrivato il momento che qualcuno richiami all’ordine gli indaffaratissimi membri della commissione di inchiesta sul caso Moro. Che li richiami al compito originario che è quello, ammesso che si possa ancora, di chiarire i punti oscuri intorno al rapimento e all’uccisione dell’ex leader della Democrazia cristiana e della sua scorta.
Sono mesi e mesi che i commissari audiscono, acquisiscono, esaminano e interrogano. Di tutto e di più. Troppo spesso annunciando novità clamorose. Attraverso le parole di testimoni o documenti più o meno “esplosivi”. Puntualmente ridimensionati e smentiti dai fatti.
Per dire: solo qualche mese fa avevano annunciato la presenza di capi della ‘ndrangheta calabrese sulla scena del sequestro a via Fani. Cosa di una certa importanza, chiaramente. Di cui ci si aspettava ampia documentazione attraverso prove certe e indiscutibili. Ma, una volta esaurito il giro delle facili interviste, paginate sui giornali e ospitate dei soliti commissari in trasmissioni tv, non se ne è saputo più niente, come nulla fosse accaduto.
E l’episodio non è isolato. Perchè quella di riscrivere la storia, e non solo del caso Moro, sembra una voglia matta dalla quale deputati e senatori della commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’onorevole Giuseppe Fioroni non sembrano capaci di sottrarsi. Ieri è toccato alle “rivelazioni” sui rapporti privilegiati tra la nostra intelligence e il mondo arabo negli anni Settanta e Ottanta. Come fossero delle novità. Peccato che del cosiddetto Lodo Moro, cioè quel sistema di relazioni sul quale il nostro paese ha impiantato per decenni la sua politica estera nell’area mediterranea -tra l’altro sottraendo l’Italia alla catena di attentati e violenze legati alla questione palestinese- se ne sapesse eccome, visto che nei decenni passati i giornali ne hanno scritto in abbondanza.
Gli unici a non essersene accorti sembrano proprio i componenti della commissione Moro e il loro stuolo di informatissimi consulenti. Con una aggravante, questa volta. Quella di scaricare sulla sponda araba le responsabilità delle orribili stragi di Ustica e Bologna.
Per carità, ce ne fossero le prove, nulla da obiettare. Ci mancherebbe. Qui invece si fanno solo ipotesi spacciate poi per verità, tanto indiscusse da essere poi rilanciate dai giornali come grandi scoop.
Non si stesse speculando sul dolore altrui, verrebbe da sorridere e voltare pagina. Ma non si può. Allora vale la pena porre il problema di quello che questa commissione sta facendo (o non sta facendo). E lo facciamo rivolgendoci direttamente al presidente Fioroni. Certo, non è colpa sua se troppi dei suoi commissari spesso partono per la tangente. Ma siamo sicuri che così si stiano correttamente perseguendo gli obiettivi per i quali la commissione è stata istituita? O non si stanno piuttosto facendo troppe chiacchiere alimentando equivoci (più o meno storici) e bufale giornalistiche a danno della verità?

Il bavaglio alla storia, annullato il convegno sul sequestro Moro

Convegno MoroNon si terrà più il convegno previsto il prossimo 12 maggio 2016 presso la Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto (Camera dei Deputati) dal titolo “Il Caso Moro: la politica, la ricerca, la storia. Voltare pagina si può” (vedi locandina qui accanto).
Ne danno notizia in un secco comunicato, che potete leggere qui sotto, tre dei relatori che avrebbero dovuto prendere la parola.
La gioranta di lavori storici era stata organizzata da Fabio Lavagno, deputato del Partito Democratico e membro non omologato alle tesi complottiste dell’attuale Commissione bicamerale di inchiesta sul caso Moro.
Nel comunicato di presentazione della iniziativa diffuso nei giorni scorsi, ed oggi non più reperibile sul sito dello stesso Lavagno (http://www.fabiolavagno.it/blog/archives/10408), si poteva leggere «a quasi quattro decenni dal rapimento e l’uccisione del presidente democristiano e della sua scorta da parte di molti si sente la necessità di storicizzare quegli avvenimenti, collocandoli nel loro contesto di scontro politico, sociale e generazionale, che segnò l’Italia negli anni Settanta e Ottanta. Studiosi provenienti dall’Italia e dall’estero che da molti anni si occupano della vicenda (Elisa Santalena, Nicola Lofoco Monica Lanzoni, Paolo Persichetti, Vladimiro Satta, Gianremo Armeni, Luciano Seno, Pino Casamassima e Marco Clementi), ne analizzeranno vari aspetti, dalle fonti disponibili alla metodologia della ricerca, dall’origine della dietrologia alla posizione dei partiti durante la crisi, fino ad aspetti ancora poco indagati ma non meno importanti, come le conseguenze del caso Moro sul sistema carcerario italiano e le esperienze di altri paesi per uscire dall’emergenza»
Dopo una sessione di discussione sulle relazioni tenute nel corso della mattinata era prevista anche una tavola rotonda moderata da Massimo Bordin di radio radicale sul tema «Voltare pagina si può», a cui avrebbero preso parte Oreste Scalzone, esponente dei movimenti degli anni 70, il presidente della Casa della Memoria 28 maggio 1974 Manlio Milani, il presidente della commissione riforme del CSM Piergiorgio Morosini, il generale dei Carabinieri Giampaolo Sechi, il presidente dell’associazione caduti di via Fani Giovanni Ricci e Annachiara Valle di Famiglia Cristiana.

Il comunicato

Pressioni politiche hanno messo l’organizzazione del convegno “Aldo Moro: la ricerca, la politica, la storia, nella condizione di rinviare sine die l’iniziativa. Questa situazione si ripete con regolarità quando si presentano possibilità di confronto pubblico che non sia irregimentato in stringenti letture monocromatiche del passato. Noi crediamo che quattro decenni costituiscano un tempo più che sufficiente per uscire dalla logica emergenziale e perché la parola su quegli anni passi finalmente alla storia. Crediamo, anche, che le istituzioni debbano togliere la propria tutela etica su un periodo che non è figlio illegittimo della storia italiana.

Marco Clementi
Paolo Persichetti
Elisa Santalena

 

 

 

Rapimento Moro, nuove carte mostrano che l’allarme lanciato dai palestinesi non riguardava il presidente della Dc /1

di Marco Clementi e Paolo Persichetti

 

20 april 1Il 20 aprile 1978, in pieno rapimento Moro, un ex appartenente ai Servizi di sicurezza del Venezuela fornisce al Sismi informazioni su due riunioni segrete tenute a Madrid e poi a Parigi nei primi mesi del 1978 sotto la direzione di una «Giunta di coordinamento rivoluzionario», la JCR (Junta coordinadora revolucionaria). La notizia, esposta in questi termini, era già nota alla prima commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro (presieduta tra gli altri dal senatore Libero Gualtieri nel corso dell’VIII legislatura, 1979-1983). Il Sismi ne aveva scritto all’interno di una Relazione (pag. 21-22) inviata alla commissione, dove forniva «elementi specifici di risposta in funzione dei quesiti posti alla Commissione Parlamentare d’inchiesta» [1]. Oggi 7 20 aprile doc 2 copiasiamo in grado di presentarvi nella sua versione integrale quell’appunto del 20 aprile citato dal Sismi. Si tratta di un testo di due pagine redatto senza intestazione, data, numeri di protocollo e altri riferimenti (lo potete visionare qui accanto) ritrovato tra le carte della direttiva Prodi depositate presso l’Archivio centrale dello Stato (Direttiva Prodi, “Caso Moro”, Fondo Ministero Interno Gabinetto Speciale, busta 11).

Perché questo documento è importante?
Recentemente si è tornati a parlare, contro ogni evidenza, di segnali che avrebbero anticipato il progetto di sequestro del presidente della Democrazia cristiana e messo addirittura in allarme il maresciallo Leonardi e lo stesso Moro. Lo ha fatto la nuova commissione d’inchiesta parlamentare, presieduta da Giuseppe Fioroni, mischiando episodi diversi, in passato ampiamente indagati e rivelatisi infondati [2], che suscitarono una certa preoccupazione da parte del leader democristiano, non per la sua persona ma per le carte riservate presenti nell’archivio personale di via Savoia (oggi sappiamo – leggi qui – che vi erano conservati documenti di Stato [3], in particolare le carte del caso Sifar e dello scandalo Lockeed, di cui si discuteva molto in quel periodo [4]). La preoccupazione per la tutela di quei dossier era tale che Moro chiese alle forze di polizia «un servizio di vigilanza a tutela dell’ufficio di via Savoia» nelle ore della giornata in cui non era presente, richiesta che mostra quanto fosse poco allarmato per la sua persona [5]. Altro spunto utilizzato dalla commissione per rilanciare la pista dell’allarme preventivo è stato il cablo pervenuto da Beirut il 18 febbraio 1978 (in realtà comunicato al Sismi il giorno precedente) [6], dove la fonte 2000 (presumibilmente il colonnello Giovannone capocentro in Libano) riferiva la notizia fornitagli dal capo del FPLP George Habash di una possibile azione terroristica che avrebbe potuto coinvolgere l’Italia. Il documento è stato rinvenuto da chi scrive nella scorsa primavera tra i files depositati dall’Aise presso l’Archivio centrale dello Stato, nell’ambito delle Direttive Prodi e Renzi, e reso pubblico nel corso dell’audizione tenuta il 17 giugno 2015 davanti alla nuova commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro [7]. Poiché il colonnello Giovannone era un uomo vicino a Moro e per suo conto svolgeva un ruolo centrale nella gestione del cosiddetto “Lodo Moro”, la commissione ha ipotizzato che Moro stesso fosse stato informato di quell’allarme senza tuttavia aver trovato conferme che l’informazione di Habash facesse riferimento a un progetto di attacco contro il presidente della Dc [8].

La ratio che sta dietro il tentativo ostinato di voler a tutti i costi dimostrare l’esistenza di un preallarme che avesse anticipato la preparazione di un attentato contro Aldo Moro, nella migliore delle ipotesi condurrebbe a denunciare la colpevole negligenza dei Servizi di intelligence e delle forze di Polizia per aver trascurato i segnali premonitori del pericolo imminente; in realtà serve ai fautori delle tesi complottiste, e delle narrazioni dietrologiche che imperversano sulla storia del sequestro Moro, per dimostrare il ruolo connivente, se non addirittura attivo dei Servizi, e di “forze oscure dello Stato”, nella organizzazione, esecuzione e gestione del sequestro.

L’appunto del 20 aprile assume dunque una rilevanza particolare perché dal raffronto incrociato con le indicazioni contenute nel cablo di Beirut si riscontra la presenza di due informazioni sovrapponibili:

  1. L’incontro avvenuto non molto tempo prima in un Paese europeo: «progetto congiunto discusso giorni scorsi in Europa», riferisce il cablo di Beirut; due riunioni segrete, una a Madrid e l’altra a Parigi, secondo l’appunto del 20 aprile.
  2. Il contenuto della riunione: progetto di una «operazione terroristica di notevole portata» per il cablo proveniente da Beirut; «l’esecuzione di azione clamorosa contro un’eminente personalità politica pubblica dell’Europa Occidentale», riferita nel documento del 20 aprile.

Entrambi i documenti si riferivano a Moro?
1 Cablo Beirut 17:18 febbraio 4309
La domanda è più che logica alla luce di quanto avvenuto il 16 marzo in via Fani, ma la risposta è negativa. Come vedremo meglio nella seconda puntata il Sismi svilupperà una intensa attività informativa per verificare la portata e il significato della informazione del 18 febbraio, sia precedentemente che successivamente all’azione di via Fani. Ripetutamente interpellate e sollecitate le varie organizzazioni palestinesi non solo ribadirono di non aver mai avuto notizia del progetto brigatista di sequestro, ma si mostrarono incapaci di instaurare un qualsiasi contatto, diretto o indiretto con i rapitori, e di riuscire a influenzarne politicamente, anche a distanza, l’azione. Come già sottolineato nell’audizione del 17 giugno 2015, il cablo proveniente da Beirut, in realtà, porta ad escludere ogni riferimento all’imminenza di un’azione delle Br in Italia, perché l’interlocutore del FPLP, ossia George Habash, sembra voler rassicurare il Sismi che l’Italia ne sarebbe stata fuori. Altre informative e indagini svolte dal Servizio – su cui ci soffermeremo sempre nella seconda puntata – corroborano piuttosto l’ipotesi di un attentato nei confronti di un obiettivo riguardante l’area mediorientale, che avrebbe potuto coinvolgere l’Italia al massimo come luogo di transito. Nel successivo appunto del 20 aprile si precisa con molta nettezza che il progetto di esecuzione di una clamorosa azione contro un’eminente personalità politica dell’Europa Occidentale «non è riferita all’On. Moro, come da recente precisazione della fonte». Sempre nello stesso appunto, tra i gruppi politici rivoluzionari indicati come partecipanti alle riunioni segrete della «Giunta», non sono mai menzionati gruppi combattenti europei come Eta, Raf, Br, Pl.

L’appunto del 20 aprile 1978
Il documento, suddiviso in tre punti, riferisce di una prima riunione segreta della “Giunta di coordinazione rivoluzionaria” tenutasi a Madrid nel gennaio 1978, nella quale avrebbero partecipato i rappresentati di formazioni politiche rivoluzionarie, in prevalenza sudamericane: il Mir cileno, l’Erp e i Montoneros argentini, l’Eln boliviano, i Tupamaros uruguaiani, il Mrp brasiliano, Baniera roja e la Liga socialista venezuelani. Insieme a loro viene segnalata la presenza di rivoluzionari di sinistra di altri Paesi (formulazione che lascia pensare ad una partecipazione di tipo individuale), dalla Colombia al Centroamerica, Usa, Germania occidentale, Giappone, Singapore. Avrebbero partecipato anche i guerriglieri del Fplp di George Habash (il che fornirebbe una spiegazione sul possesso delle informazioni riferite nel cablo del 18 febbraio), il Fronte polisario, il Pcte spagnolo, una formazione francese d’ispirazione trotzkista che nel punto successivo è indicato tra i gruppi iberici e Lotta Continua.

Preciso nel riferire delle realtà politico-rivoluzionarie del Sudamerica, che evidentemente la fonte, vista l’origine geografica, conosce direttamente, le informazioni diventano molto più lacunose quando si tratta di riportare la composizione dei gruppi degli altri continenti ed è ipotizzabile un errore per quanto riguarda LC.

Nella seconda riunione segreta tenutasi a Parigi si sarebbe decisa una strutturazione per aree regionali del coordinamento: sezione latino-americana; iberica; europea, nordamericana e asiatica. Il punto tre affronta i contenuti operativi di questo secondo incontro:

  • la finalizzazione di un piano per il trafugamento di equipaggiamento altamente sofisticato (armi portatili, laser con congegni di mira di nuovo tipo ecc);
  • l’esecuzione di un’azione clamorosa contro un’eminente personalità politica pubblica dell’Europa Occidentale (non riferita all’On. Moro, come da recente precisazione della Fonte);
  • la creazione di una centrale in Europa per la produzione di documenti personali falsi;
  • l’istituzione di un comitato tecnico-scientifico per lo studio di armamenti atomici;
  • l’addestramento dei guerriglieri in campi angolani da parte dei cubani;
  • l’incremento della lotta armata, soprattutto in Argentina, Brasile e Cile;
  • lo sviluppo di azioni terroristiche in occasione del campionato di Calcio in Argentina;
  • una nuova riunione in Svezia.

L’ex agente dei servizi venezuelani viene sentito a rapimento in corso e si offre per organizzare un’azione di infiltrazione utilizzando un nucleo di propri informatori [9]. Offerta in seguito esclusa dopo una serie di trattative – spiega il Sismi nella relazione inviata alla commissione – per le «scarse garanzie offerte dagli interlocutori» che tentano di accreditarsi millantando «il possesso di primizie informative» al momento del rinvenimento del cadavere di Moro, «giocando sulla differenza dei fusi orari rispetto all’immediata diffusione della notizia sul piano mondiale». Oltre alla coincidenza con i contenuti del cablo del 18 febbraio, è proprio questa mancanza di informazioni sulle Brigate rosse e il rapimento in corso che paradossalmente rafforza quanto riferito sulle riunioni della “Giunta” che, palesemente, nulla hanno a che vedere con quanto stava avvenendo in Italia.

La Junta coordinadora revolucionaria
Qualche informazione in più va spesa sulla JCR. Sorprende, infatti, ritrovare nel 1978, e per giunta in Europa, la sigla di questa organizzazione internazionalista nata nel 1974 dalla decisione delle formazioni rivoluzionarie dell’America Latina di stringere un’alleanza dopo il golpe cileno dell’anno precedente e coordinare le proprie forze e strategie per combattere le dittature militari del Cono Sud ispirate e sostenute dagli Stati Uniti. La JCR, soprattutto tramite l’ERP argentina, ha avuto relazioni intense con la Quarta internazionale, in particolare con i francesi della Ligue communiste révolutionnaire che appoggiarono l’opzione armata in Argentina. Gli storici più accreditati spiegano come la JCR, che le feroci dittature militari affrontarono dispiegando il piano Condor, entrò in crisi nel 1977 a seguito delle divisioni emerse all’interno dell’ Erp e alle relazioni stabilite dal Mir con Cuba in vista di un rientro in Cile. Un colpo molto duro arrivò nel 1975 con l’arresto e la tortura in Paraguay, da parte della polizia segreta di Alfredo Stroessner, di due dei suoi maggiori dirigenti: Jorge Fuentes soprannominato “El Trosko”, membro del Mir cileno, e Amilcar Santucho esponente dell’Erp argentino. Nella metà degli anni 70, la JCR che aveva il suo massimo radicamento in America latina, aprì delle sedi in Messico, ad Algeri e in Europa, dove per un periodo stabilì il suo segretariato centrale. E’ probabile che nel 1978, grazie alla rete degli esuli, si sia tentato di rilanciare la struttura internazionalista. Questo spiegherebbe le riunioni di Madrid e Parigi, anche se sembra che in questa fase la JCR non avesse più alcuna operatività reale. Aldo Marchesi, ritenuto uno degli studiosi più competenti delle vicende di questa organizzazione rivoluzionaria, scrive che in alcuni rapporti dei Servizi dei regimi Sud dittatoriali Americani si riferiscono riunioni tenute in Europa, dopo il 1977, con formazioni rivoluzionarie locali da coordinamenti indicati con la sigla JCR, che tuttavia non avevano più l’estensione organizzativa della prima JCR [10].

La nota del 15 aprile 1978
9 nota 15 aprile 4291:1
Il 5 aprile 1978 un’agenzia di stampa di destra, l’Aipe, dirama un dispaccio (n° 1640) in cui si riporta un allarme dei servizi di sicurezza francesi sul rischio di un nuovo gesto spettacolare.

«Il servizio segreto francese, cioè lo SDECE, – riferisce l’agenzia – è in stato di preallarme. Ha informazioni in base alle quali i terroristi comunisti europei stanno preparando spettacolari imprese, questa volta contro impianti e servizi, in alcuni Paesi dell’Europa Occidentale. Questo allarme è stato comunicato anche alle autorità di sicurezza dell’Italia, che oggi è il Paese più esposto al terrorismo comunista» [11].

La nota d’agenzia suscita una richiesta di verifiche e spiegazioni all’interno del Sismi. Il 15 aprile il Servizio redige un appunto di particolare interesse, in «Visione per il signor Capo Reparto», in cui nonostante la presenza di alcuni omissis (di cui sarebbe necessario provvedere alla rimozione) emergono ulteriori informazioni, per esempio un allarme del mese di Gennaio 1978 che avrebbe interessato le città di Londra e Parigi, e dal quale si scopre la presenza di altri documenti non ancora resi pubblici [12].

AIPE

Dispaccio Aipe

L’estensore precisa che «nessun preallarme relativo ad attentati terroristici in Europa Occidentale è recentemente pervenuto da Omissis. Siamo stati invece noi, nel gennaio scorso ad estendere in Omissis [nel testo sono appuntati a mano i numeri di protocollo di documenti ancora non versati in Acs, nel fondo della direttiva Prodi, 361=2 pal 38 (1512 + 1514)] un allarme (all. 2) pervenutoci da “R” ed interessante in particolar modo Londra e Parigi.
Poiché in tale messaggio si fa riferimento ad “organizzazioni terroristiche europee” non è da escludere che si tratti proprio di quello cui fa riferimento la nota d’agenzia».

«Altro Stato d’allarme – prosegue sempre la precisazione del Sismi – esteso più recentemente in Omissis» è quello in allegato 2 [numero aggiunto a penna insieme ai protocolli 1526 + 1527 + 1528, rispettivamente il cablo proveniente da Beirut, e la stessa informazione girata al Sisde, Ministero interni e Servizi alleati] [13] sempre originato da “R”.
E anche tale messaggio ha qualche assonanza con la nota d’agenzia poiché si parla di una “operazione di notevole portata” e nella nota si dice “spettacolari imprese”. Non si dispone di elemento utile a risalire al responsabile della diffusione delle notizie di cui alla nota successiva».

L’allarme dello Sdece francese sarebbe stato – almeno stando a quanto sostiene il Sismi – soltanto un’eco delle informative diffuse dal Servizio italiano presso quelli alleati. Ma quel che appare ancora più interessante in questo documento, con il beneficio del dubbio degli omissis, è l’indicazione di Londra e Parigi come sedi possibili degli attentati.

1/continua

Note

[1] ACS, “Caso Moro”, fondo Ministero Interno Gabinetto Speciale (MIGS) busta 11. Tra i quesiti affrontati dal Servizio militare al punto a) si chiedeva (pag. 2), «se vi sono state informazioni, comunque collegabili alla strage di via Fani, concernenti possibili azioni terroristiche nel periodo precedente il sequestro di Aldo Moro e come tali informazioni siano state controllate ed eventualmente utilizzate»; al punto b) (pag. 10) «se Moro abbia ricevuto, nei mesi precedenti il rapimento, minacce o avvertimenti diretti a fargli abbandonare l’attività politica».
Prima di fornire risposte sulle informazioni raccolte e l’attività di prevenzione svolta, il Sismi precisa, senza lasciare spazio ad interpretazioni, che «Nel periodo antecedente la strage di Via Fani non risulta che il SISMI abbia mai raccolto elementi che potessero far in qualche modo prevedere lo insorgere della vicenda MORO, sia sotto il profilo dell’acquisizione di informazioni su possibili e dirette azioni terroristiche e sia dal punto di vista dell’esistenza di semplici minacce od avvertimenti nei confronti del Parlamentare».

[2] Sul presunto «sequestro annunciato», parafrasi di un famoso libro di Garcia Marquez, si rinvia al volume di Vladimiro Satta, Odissea del caso Moro, Edup edizioni 2003, pagina 150, in cui l’autore ricostruisce con dovizia di particolari gli episodi dei falsi allarmi avvenuti sotto lo studio personale di Aldo Moro in via Savoia. In particolare la presenza di un motociclista sospetto con in mano un oggetto luccicante che poteva corrispondere ad una pistola, segnalata da Franco Di Bella, allora direttore del Corriere della sera, l’11 novembre 1977. L’uomo intravisto anche da altri testimoni venne poi identificato. Aveva precedenti per scippo ma la perquisizione della sua abitazione non diede alcun esito. Il secondo episodio del 4 febbraio 1978 riguardò un dipendente del Banco di Roma, Franco Moreno, visto aggirarsi con fare sospetto, secondo le impressioni ricavate da un testimone, nei pressi dello studio privato di Moro. Anche qui l’allarme risultò privo di qualsiasi fondamento.

[3] Vedi in proposito l’articolo di Marco Clementi sui documenti presenti nello studio privato di Aldo Moro in via Savoia a Roma, in https://insorgenze.net/2016/01/03/per-la-nato-moro-non-possedeva-segreti-che-mettessero-a-rischio-la-sicurezza-atlantica-2/

[4] Basti ricordare che il giorno del sequestro Repubblica aveva lanciato in prima pagina l’ipotesi che il collettore di tangenti della vicenda, sotto il nome in codice di Antelope Coobler, fosse lo stesso Moro. Edizione subito ritirata e sostituita con una nuova totalmente agiografica appena si diffuse la notizia del sequestro.

[5] Secondo quanto riferito da Nicola Rana, uno dei più stretti collaboratori di Moro che lavorava nell’ufficio privato del presidente Dc, fu lui stesso e non Moro a convocare il capo della polizia nello studio di via Savoia per ragioni che attenevano ad una serie di episodi: il caso Moreno e il furto reiterato dell’autoradio dalla sua automobile privata. Nell’audizione del 30 settembre 1980, davanti alla prima commissione Moro, Rana riferisce di aver incontrato il 15 marzo 1978 a sera, nell’ufficio di via Savoia, il capo della Polizia Parlato. Questa informazione contrasta con una relazione del 22 febbraio 1979, redatta dal capo della Digos e indirizzata al questore di Roma De Francesco, nella quale Domenico Spinella riferisce di esser andato di persona il 15 a sera in via Savoia per organizzare la vigilanza dell’ufficio nelle ore di assenza di Moro e della sua scorta. Per altro nella stessa relazione Spinella ricorda che la notizia dell’agguato di via Fani gli arrivò quando si trovava nell’ufficio di De Francesco. Nell’ultima audizione del 16 febbraio 2016, Rana afferma di non ricordare più con esattezza chi venne la sera del 15 marzo, se il capo della Polizia con cui aveva notevole dimestichezza o Spinella. Tuttavia conferma le ragioni di quella visita: «Torno a ripetere che una preoccupazione specifica e diretta su queste vicende non l’avevamo. Il furto riguarda il fatto che per 5-6-7 volte fu tolta la radio alla mia macchina, che era un’A112. Molto probabilmente attirava l’attenzione di giovani scapestrati, che toglievano la radio. A un certo momento poi determinate cose prendono una direzione anche sul piano delle preoccupazioni, che fino a quel momento non avevo, perché era un periodo in cui il furto di auto alle macchine era di moda. Peraltro, la mia macchina era piuttosto attraente e, quindi, i ragazzacci ne erano attratti».

[6] ACS, Acsnas-1/direttiva Prodi/AISE Moro II (marzo 2015) articolazione 1 (div CS CT e COT)/14 Faldone/volume 2, file 4309, UFFICIO R reparto “D” 1626 Segreto.

[7] Audizione del Professor Marco Clementi, 17 giugno 2015, davanti alla nuova commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.

[8] Riguardo a tale ipotesi esiste tuttavia una secca smentita pronunciata da Nicola Rana nel corso della audizione tenuta davanti all’ultima commissione d’inchiesta Moro, cf. seduta n. 71 di Martedì 16 febbraio 2016.

[9] ACS, Caso Moro, MIGS, b. 16, SISMI, “Relazione per l’Inchiesta parlamentare sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro”, p. 22

[10] Aldo Marchesi, in Geografías de la protesta armada: nueva izquierda y latinoamericanismo en el cono sur. El ejemplo de la Junta de Coordinación Revolucionaria, Sociohistórica 2009, n° 25, pp. 41-72, Memoria Académica.

[11] ACS, direttiva Prodi/AISE Moro II (marzo 2015) articolazione 1 (div CS CT e COT)/14 Faldone/volume 2, file 4221, 15 aprile 1978, 2 pal 38/1558 Riservato, 3 fogli.

[12] Ivi, primo foglio «VISIONE PER IL SIGNOR CAPO REPARTO».

[13] ACS, direttiva Prodi/AISE Moro II (marzo 2015) articolazione 1 (div CS CT e COT)/14 Faldone/volume 2, file 4299, 18 febbraio 1978, ore 12.25, 2 pal 38/1527 Riservatissimo; file 4304 sempre 18 febbraio 1978, ore 18.30, 2 pal 38/1528 Riservato.