Il sequestro Moro, tra storia e fake news: intervista a Paolo Persichetti

INTERVISTA | di Cristiana Pugliese – RADIO – 20:05 Durata: 37 min 9 sec 12 novembre 2020

Conferenza stampa della Commissione Moro 2 – 14 dicembre 2017

Paolo Persichetti, giornalista , scrittore e coautore di “Brigate Rosse.
Dalle fabbriche alla ‘Campagna di primavera’”.
Vol I (DeriveApprodi)
“Il sequestro Moro, tra storia e fake news: intervista a Paolo Persichetti” realizzata da Cristiana Pugliese con Paolo Persichetti (giornalista e scrittore).
L’intervista è stata registrata giovedì 12 novembre 2020 alle ore 20:05.
Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Brigate Rosse, Cultura, Dc, Fioroni, Giustizia, Grassi, Informazione, Kraatz, Libro, Moro, Parlamento, Politica, Rapimenti, Storia, Terrorismo.
La registrazione audio ha una durata di 37 minuti.

Caro Grassi perché dici tante balle sul delitto Moro?

Paolo Persichetti
Il Riformista 13 novembre 2020

Gero Grassi, l’ex membro della seconda commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro che ha chiuso i battenti nella passata legislatura, è incappato in una nuova querela dopo quella promossa da una coppia di coniugi indicati come i veri carcerieri di Moro nella loro abitazione di via dei Massimi 91, a Roma. A denunciarlo, stavolta è stata la giornalista Birgit Kraatz, corrispondente in Italia per oltre trent’anni delle più importanti testate giornalistiche tedesche.
Nella denuncia per «diffamazione aggravata a mezzo stampa e internet» e per altri reati che la procura potrebbe ulteriormente individuare, la giornalista contesta a l’ex parlamentare di aver sostenuto in più occasioni la sua appartenenza al «gruppo eversivo tedesco denominato 2 giugno, noto specialmente in Germania per avere compiuto negli anni 70 atti di terrorismo», insinuando che nel 1978, quando la giornalista abitava a Roma, sempre in via Massimi 91, avrebbe fiancheggiato «l’attività delle Brigate Rosse durante la prigionia dell’onorevole Aldo Moro», consentendo a Franco Piperno, suo amico, di controllare dalle finestre della sua abitazione l’arrivo nel garage della palazzina del commando brigatista con l’ostaggio.
Affermazioni ribadite con ampio risalto in alcune pagine del volume (pp. 143 e 159) Aldo Moro: la verità negata, terza edizione, che Gero Grassi ha pubblicato nel dicembre 2019 col patrocinio della Regione Puglia (scaricabile gratuitamente anche dal suo sito: http://www.gerograssi.it). Un racconto grossolanamente falso e inverosimile, protesta la Kraatz che riassume la sua esperienza lavorativa ricordando di essere arrivata in Italia nel 1968 come corrispondente del settimanale Die Weltwoche; di aver successivamente lavorato per la Zdf (il secondo canale della televisione tedesca), nel 1976 per Stern e dal 1980 fino al 1990 per Der Spiegel. In seguito ha collaborato con Rai 3 in occasione del processo politico di riunificazione tedesca. Iscritta alla Spd dal 1974, la Kraatz ha di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 Enrico Berlinguer (è citata nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha pubblicato per Editori riuniti un libro intervista col premier e capo della socialdemocrazia tedesca fautore della Ostpolitik, Willy Brandt, Non siamo nati eroi.
Nel corso della sua carriera ha intervistato Helmut Schmidt, Theo Waigel, Oskar Lafontaine e l’intero establishment della politica, della economia e della cultura italiana. Insomma una professionista affermata e molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, compagna di Lucio Magri da cui ha avuto una figlia nel 1974. Nella denuncia, Birgit Kraatz precisa anche di «aver sempre abitato da sola in via dei Massimi 91, con la figlia Jessica, all’epoca di 4 anni, e la governante che accudiva la bambina quando era fuori per lavoro», sottolinea inoltre che all’epoca del sequestro Moro «non aveva alcun rapporto sentimentale con il prof. Franco Piperno che aveva conosciuto anni prima durante una intervista». In una intervista a Radio radicale del 22 ottobre scorso, Gero Grassi ha tentato una disperata difesa sostenendo di essersi limitato a riportare quanto sostenuto nella terza relazione della commissione, approvata dalla camera il 13 dicembre 2017 e dunque di non avere colpa se quanto vi era sostenuto non risponde al vero. Un tentativo di trincerarsi dietro l’immunità che protegge i lavori della commissione parlamentare. In realtà, le contestazioni mosse all’ex parlamentare dalla signora Kraatz fanno riferimento ad affermazioni e testi successivi alla decadenza del mandato parlamentare, ma soprattutto reiterate quando ormai era nota e comprovata la loro infondatezza.
Nella querela Birgit Kraatz elenca i ripetuti tentativi fatti per informare il presidente della commissione Fioroni dell’errore commesso e chiedere la dovuta rettifica. Avuta notizia di quanto veniva affermato nei suoi confronti in alcune pagine della terza ed ultima relazione della commissione, il 22 febbraio 2018 Birgit Kraatz inviava una prima raccomandata al presidente Fioroni nella quale ricordava tra l’altro che dalle finestre della sua abitazione «l’entrata del garage di via dei Massimi 91 non era né visibile né raggiungibile, come sarebbe stato facile verificare con un semplice sopralluogo». La raccomandata non riceveva risposta. Il 26 aprile 2018 sul quotidiano il Dubbio appariva una intervista a Franco Piperno nella quale erano presenti numerose informazioni che smentivano le affermazioni della Commissione. Il 4 ottobre successivo in una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del suo libro, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, Giuseppe Fioroni spiegava che ad agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che escludeva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno. L’Ansa del giorno successivo ne riprendeva le parole. Il 18 ottobre 2018 gli avvocati di Birgit Kraatz inviavano una seconda raccomandata al presidente Fioroni contenente un documento della Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale). La più alta autorità pubblica tedesca in materia di polizia affermava che la signora Kraatz: «non ha mai avuto contati o altro legame col gruppo “2 Giugno che vadano aldilà dell’attinenza del lavoro giornalistico allora svolto sull’argomento di sinistra in Germania e in Italia». I legali chiedevano anche di correggere i passi errati della relazione riferiti alla Kraatz e di far cancellare i medesimi passaggi dai motori di ricerca di Internet.
Nonostante queste importanti rettifiche Gero Grassi rilanciava le sue accuse contro Birgit Kraatz nella terza edizione del suo libro su Moro, accuse che ribadita anche in una intervista all’Agi del 5 marzo 2020. Nel frattempo nessuna richiesta di scuse o gesto di cortesia perveniva alla signora Kraatz da parte dell’ex presidente della Commissione Moro 2. Al contrario, lo scorso 16 ottobre presso la biblioteca e archivio storico del Senato, in occasione della presentazione del libro di Gero Grassi oggetto della querela, Giuseppe Fioroni invece di correggere l’errore sulla Kraatz ribadiva che in via dei Massimi 91 «c’era di tutto e di più… c’era qualche fiancheggiatrice della 2 giugno».

Via Gradoli, comitato anti fake su Moro: 51 storici firmano contro ‘complottismo’

In meno di un mese i firmatari «contro la dietrologia» sul sequestro Moro sono più che raddoppiati. A quei 23 tra storici, ricercatori, studiosi indipendenti e giornalisti che lo scorso 17 agosto avevano reso noto il loro circostanziato dissenso «sulle fantasie di complotto» (in modo particolare sulla vicenda di via Gradoli), si sono aggiunti altri 28 analoghi firmatari e portato a 51 il numero totale (qui il testo della lettera).
L’obiettivo è «spazzare via una volta per tutte la ‘fake news’ che vuole esistente un legame occulto tra il Sisde e le Br»: legame, in realtà, «sempre smentito dalle ricerche storiografiche e dalle risultanze processuali», si spiega nel documento. «L’attività giudiziaria e delle diverse commissioni d’inchiesta ha accertato che Moro non è mai stato tenuto sotto sequestro nei locali di via Gradoli, che fungevano invece da base per due brigatisti, Mario Moretti e Barbara Balzerani», scrivono i firmatari, sottolineando che «l’ultima Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ha addirittura effettuato un’indagine Dna sui reperti sequestrati nell’appartamento di via Gradoli, constatando l’assenza di tracce genetiche riconducibili ad Aldo Moro».
«Dal punto di vista culturale, e politico, mi sembra che il nostro pacatissimo intervento sia stato un fatto significativo», commenta lo storico Marco Clementi, uno dei primi a sottoscrivere il documento. «È stata una presa di posizione rilevante per molti motivi, mi limito a citarne uno: richiama tutti, ma proprio tutti, a misurarsi con il principio di realtà e per esempio con la cronologia dei fatti. In breve, è la rivincita del punto di vista storico sulle dietrologie raffazzonate che hanno mistificato le narrazioni successive al sequestro».
I firmatari sono storici universitari, ricercatori indipendenti, giornalisti dedicati al tema. Molti tra loro hanno pubblicato saggi di ricostruzione sulla lotta armata e più in generale sui bellicosi anni Settanta. E ci sono anche studiosi stranieri, come Richard Drake, professore di storia alla University of Montana, autore di “Il caso Aldo Moro” (Tropea). Da segnalare le firme di Monica Galfrè e Massimo Scavino e di autori come Aldo Grandi e Massimiliano Griner, mentre si preannunciano altre firme che potrebbero ulteriormente ampliare il numero.
«Tanto da rendere esplicito – spiega Matteo Albanese, ricercatore presso l’università di Padova – un bisogno ormai diffuso: quello di processare criticamente le tante congetture, amplificate da molta e disattenta stampa come verità acquisite. Vere e proprie fake news, diciamolo. Stiamo ragionando sull’opportunità di intervenire più spesso, se e quando necessario».

Ai precedenti 23 firmatari (Matteo Antonio Albanese, Gianremo Armeni, Andrea Brazzoduro, Frank Cimini, Marco Clementi, Andrea Colombo, Silvia De Bernardinis, Christian De Vito, Italo Di Sabato, Eros Francescangeli, Mario Gamba, Marco Grispigni, Davide F. Jabes, Nicola Lofoco, Carla Mosca, Paolo Persichetti, Giovanni Pietrangeli, Francesco Pota, Nicola Rao, Ilenia Rossini, Elisa Santalena, Vladimiro Satta, Giuliano Spazzali, Davide Steccanella, Ugo Maria Tassinari) si sono aggiunti altri 27 tra storici e ricercatori.

Ecco i nuovi firmatari: Luca Alteri, Sapienza Università di Roma e Istituto di Studi Politici “S. Pio V”. Sociologo, studia la questione urbana e la partecipazione politica non convenzionale; Alessandro Barile, ricercatore in Storia contemporanea, Sapienza università di Roma; redazione Zapruder; Mario Ayala, storico, professore associato Universidad Nacional de Tierra del Fuego, Antártida e Islas del Atlántico Sur; Chantal Castiglione, scrittrice e studiosa dei movimenti sociali; Francesco Catastini, ricercatore all’Università di Padova; Fabio de Nardis, professore associato di sociologia dei fenomeni politici, Università di Foggia e Università del Salento; Paolo De Nardis, ordinario di Sociologia presso Sapienza Università di Roma, dirige l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”; Monica Galfrè, professore associato di Storia contemporanea, Università di Firenze; Aldo Grandi, giornalista e saggista; Massimiliano Griner, storico, sceneggiatore, autore televisivo e radiofonico; Guillaume Guidon, dottore in Storia Contemporanea all’Université Grenoble Alpes e ricercatore indipendente; Antonio Lenzi, PhD in storia dei partiti e dei movimenti politici, Università di Urbino; Ottone Ovidi, ricercatore presso l’università Paris 10 Nanterre, fa parte della redazione di “Storie in movimento/Zapruder”; Alberto Pantaloni, storico, editor della collana storica di DeriveApprodi; Francesco Pota, ricercatore, redazione “Storie in movimento/Zapruder”; Alberto Prunetti, scrittore e traduttore; Tommaso Rebora, dottorando in Studi storici dal Medioevo all’età contemporanea, Università degli studi di Teramo; Susanna Roitman ricercatrice e docente dell’Universidad Nacional de Villa María, Argentina e direttrice dell’Osservatorio sul lavoro e conflitti di Cordoba; Marco Scavino, ricercatore di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino; Chiara Stagno, dottoranda in storia all’università Orientale di Napoli.

Basta fake news sul sequestro Moro, un gruppo di storici scrive una lettera aperta contro le dietrologie

Non se ne può più delle dietrologie sul sequestro Moro, di narrazioni complottiste costruite in spregio dei più elementari criteri logici, prive di correlazioni, del rispetto della cronologia, della verifica delle fonti, di de relato che mettono in bocca a defunti le affermazioni più improbabili e che ovviamente nessuno può confermare o smentire. Un gruppo di storici e studiosi, con origini, percorsi e orizzonti diversi, hanno detto basta. In una lettera aperta invitano la comunità degli studiosi e il mondo della comunicazione a non avallare più simili approcci e ripristinare il rispetto del metodo storiografico. La lettera aperta prende avvio dai numerosi resoconti giornalistici apparsi in occasione del quarantennale della strage di Bologna e nei quali, in forma diretta o allusiva, si costruiva un nesso abusivo tra la bomba alla stazione e la vicenda Moro

Diversi organi di stampa insistono nel riproporre ai loro lettori finti misteri e ricorrenti fantasie di complotto sul sequestro di Aldo Moro. È successo anche sul Manifesto del 2 agosto. In occasione del quarantennale della strage di Bologna, un articolo di Tommaso di Francesco e un intervento di Saverio Ferrari richiamano l’argomento, benché nulla c’entri con il tema affrontato. Ci riferiamo, in particolare, al seguente passaggio «… Catracchia, l’amministratore per conto del Sisde delle palazzine di via Gradoli, dove al civico 96 si trovava il covo Br affittato dall’ingegner Borghi, alias Mario Moretti, dove Aldo Moro fu inizialmente tenuto prigioniero».
È un’affermazione priva di fondamento che induce il lettore a credere accertato un legame occulto tra il Sisde e le Br: legame, in realtà, sempre smentito dalle ricerche storiografiche e dalle risultanze processuali. Al contrario, l’attività giudiziaria e delle diverse commissioni d’inchiesta ha accertato che l’on. Moro non è mai stato tenuto sotto sequestro nei locali di via Gradoli, che fungevano invece da base per due brigatisti, Mario Moretti e Barbara Balzerani. L’ultima Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ha addirittura effettuato un’indagine Dna sui reperti sequestrati nell’appartamento di via Gradoli, constatando l’assenza di tracce genetiche riconducibili ad Aldo Moro.
In ordine all’episodio dell’affitto di via Gradoli, c’è da dire che in più Corti di Assise sono emerse chiare evidenze. Ci sembra doveroso segnalarle, le elenchiamo in queste poche righe:

  1. L’ingegner Borghi/Moretti ha affittato i locali di via Gradoli 96 a seguito di normale annuncio pubblicitario nel dicembre del 1975;
  2. I locatori erano i signori Giancarlo Ferrerò e Luciana Bozzi, proprietari dell’appartamento dal rogito avvenuto in data 01/07/1974;
  3. È accertato che si è trattato di una transazione tra privati, senza coinvolgere la figura dell’amministratore;
  4. Il Sisde, il nuovo servizio segreto civile, è stato creato nel 1977, cioè due anni dopo la stipula del contratto di affitto per la base brigatista.
  5. È evidente che il contratto d’affitto tra brigatisti e coniugi Ferrerò non poteva perciò essere implicato con il Sisde, del resto inesistente in quel momento.
  6. Occorre peraltro ricordare che, com’è noto, la base Br di via Gradoli 96 ha cessato di essere “un covo” nel 1978, proprio durante il sequestro Moro.
  7. Per evitare contiguità immotivate e fuorvianti, va sottolineato che la base dei Nar era invece al civico 65 di via Gradoli e comunque il loro soggiorno risale al 1981. Un altro estremista di destra aveva in realtà abitato in via Gradoli 96 – Enrico Tomaselli di Terza Posizione – ma nel 1986, cioè molti anni dopo i fatti in oggetto. Per completezza documentale, va comunque precisato che non si trattava dello stesso vano occupato a suo tempo dalle Br. Infine, risulta che ad affittare il monolocale al Tomaselli non sia stato l’amministratore Catracchia ma un altro estremista di destra figlio di un magistrato di Cassazione: Andrea Insabato, proprietario del piccolo appartamento e peraltro futuro attentatore alla sede del Manifesto nel dicembre 2000.
  8. In ogni caso le tre società immobiliari, proprietarie di alcuni degli appartamenti presenti nelle due palazzine del civico 96, sono state tutte create prima della nascita del Sisde, dunque non ne potevano essere un’emanazione.
  9. In particolare, sono agli atti le proprietà immobiliari di Vincenzo Parisi, nel 1978 questore di Grosseto, dal 1980 in organico al Sisde (di cui diventa direttore nel 1984) e nel 1987 capo della Polizia.
  10. L’intensa attività immobiliarista del dirigente Parisi, con gli appartamenti intestati alle figlie Maria Rosaria e Daniela, non sembra richiamare reconditi misteri. Ad ogni buon conto, sono fatti notarili riguardanti il civico 75 che ricorrono una prima volta un anno e mezzo dopo il rapimento Moro mentre i successivi, inerenti al civico 96, avvengono oltre la metà degli anni 80: quattro e nove anni dopo la stipula del contratto di affitto del 1975 da parte delle Brigate Rosse.
  11. Quando si tratta dell’immobile di via Gradoli queste date abitualmente non vengono segnalate ai lettori. E invece, in questa come in molte altre occasioni, la precisione sui tempi cronologici è necessaria per un’interpretazione ponderata dei fatti ispirata al metodo storico. Un’analisi corretta dei tempi, delle fonti e del nesso causa-effetto smentisce seccamente ogni possibile coinvolgimento di entità non riconducibili alla lotta armata intrapresa dalle Br nel lontano 1970. Denunciamo pertanto il mancato rispetto dei più elementari criteri di verità e di logica nella ricostruzione di eventi e circostanze, una degenerazione particolarmente grave della e nella stampa italiana.

Matteo Antonio Albanese, Luca Altieri, Gianremo Armeni, Mario Ayala, Alessandro Barile, Andrea Brazzoduro, Edoardo Caizzi, Chantal Castiglione, Francesco Catastini, Frank Cimini, Marco Clementi, Andrea Colombo, Giovanna Cracco, Adriano D’Amico, Silvia De Bernardinis, Elisabetta Della Corte, Fabio De Nardis, Paolo De Nardis, Joshua Depaolis, Christian De Vito, Italo Di Sabato, Richard Drake, Nicola Erba, Eros Francescangeli, Monica Galfré, Mario Gamba, Aldo Grandi, Massimiliano Griner, Marco Grispigni, Guillaume Guidon, Davide F. Jabes, Antonio Lenzi, Nicola Lofoco, Emilio Mentasti, Carla Mosca, Ottone Ovidi, Alberto Pantaloni, Paolo Persichetti, Giovanni Pietrangeli, Roberto Polito, Francesco Pota, Elena Pozzato, Alberto Prunetti, Nicola Rao, Tommaso Rebora, Susanna Roitman, Francesco Romeo, Ilenia Rossini, Elisa Santalena, Vladimiro Satta, Marco Scavino, Davide Serafino, Giuliano Spazzali, Chiara Stagno, Davide Steccanella, Andrea Tarturli, Ugo Maria Tassinari, Vincenzo Tessandori, Simón Vázquez, Luciano Villani

Roma, 12 agosto 2020 (aggiornato il 1 ottobre 2020)

La versione inglese della lettera (https://insorgenze.net/2020/10/02/enough-with-the-conspiracy-theories-and-fake-news-on-the-moro-kidnapping-historians-and-scholars-join-forces-in-an-open-letter/)

Chi sono i 59 firmatari della lettera:
L’intervento è stato elaborato da un nutrito gruppo di storici e di esperti, da tempo impegnati in studi di rilevanza storica sulle Brigate Rosse e sulle altre formazioni combattenti, più in generale sui movimenti sovversivi degli anni Settanta. Ecco alcune informazioni sintetiche.

Matteo Antonio Albanese è ricercatore all’Università di Padova e autore del recentissimo volumeTondini di ferro e bossoli di piombo. Una storia sociale delle Brigate rosse”(Pacini editore).
Luca Alteri, Sapienza Università di Roma e Istituto di Studi Politici “S. Pio V”. Sociologo, studia la questione urbana e la partecipazione politica non convenzionale.
Gianremo Armeni, sociologo, ha pubblicato diversi libri sulla lotta armata:“Questi fantasmi, il primo mistero del caso Moro” (Tra le righe libri), “Bi. Erre. I Fondatori” (Paesi Edizioni), “Buone regole. Il vademecum del brigatista” (Prospettiva Editrice), La strategia vincente del generale Dalla Chiesa contro le Brigate rosse (edizioni associate).
Mario Ayala, storico, professore associato Universidad Nacional de Tierra del Fuego, Antártida e Islas del Atlántico Sur.
Alessandro Barile, ricercatore in Storia contemporanea, Sapienza università di Roma; redazione Zapruder.
Andrea Brazzoduro, ricercatore (autore del saggio “Soldati senza causa. Memorie della guerra d’Algeria”, Laterza), redazione “Storie in movimento/Zapruder”, rivista quadrimestrale di storia del conflitto sociale con cui collaborano oltre trecento storici.
Chantal Castiglione, scrittrice e studiosa dei movimenti sociali. Ha pubblicato “Tra speranze e illusioni l’Italia negli Anni di Piombo” (Falco Editore 2013) e “Canto per un ribelle. Lettere di lotta e disobbedienza” (Edizioni Erranti 2018).
Francesco Catastini, ricercatore all’Università di Padova. Tra i suoi libri “A ritroso. La ricerca storica e i suoi tempi” (Pacini).
Frank Cimini, cronista di giudiziaria, storico polemista a difesa dei movimenti degli anni Settanta, è stato il direttore responsabile di “Controinformazione”, di “Autonomia” e di “Sinopsis”, e ha fondato ed anima il sito giustiziami.it
Marco Clementi, professore associato di storia dell’Europa Orientale all’Università della Calabria, autore di numerosi saggi, tra cui “Storia del dissenso sovietico” (Odradek), “Gli ultimi ebrei di Rodi” (Derive Approdi), “La pazzia di Moro” (Mondadori), “Storia delle Brigate rosse” (Odradek). È coautore di “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera” (Derive Approdi).
Andrea Colombo, ha seguito per molti anni sul Manifesto il caso Moro e ha scritto “Un affare di Stato, il delitto Moro quarant’anni dopo» (Cairo editore).
Silvia De Bernardinis, ricercatrice, ha scritto una tesi di dottorato su “Lotta di classe e lotta armata nella crisi fordista degli anni 70 in Italia: le Brigate Rosse”.
Elisabetta Della Corte, sociologa, docente università della Calabria.
Fabio de Nardis, professore associato di sociologia dei fenomeni politici, Università di Foggia e Università del Salento.
Paolo De Nardis, ordinario di Sociologia presso Sapienza Università di Roma, dirige l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”. Si occupa di mutamento sociale, teoria politica e pensiero marxista.
Joshua Depaolis, ricercatore indipendente, autore di «1978: a new stage in the class war? Selected documents on the Spring Campaign of the Red Brigades», (Kersplebedeb).
Christian De Vito, storico, ricercatore all’Università di Bonn, è autore di “Camosci e portachiavi” (Laterza), un saggio sulle carceri speciali.
Italo Di Sabato è tra i fondatori dell’Osservatorio sulla la Repressione, un organismo che dal 2007 coordina studi, ricerche, dibattiti e seminari sui temi della repressione, della legislazione speciale, della situazione carceraria.
Richard Drake, professore alla Lucile Speer Research Chair in Politics and History Department of History, University of Montana. È autore di “The Aldo Moro Murder Case” (Cambridge, Harvard UP), tradotto e pubblicato in Italia: “Il caso Aldo Moro” (Tropea).
Eros Francescangeli, ricercatore all’Università di Parma, ha pubblicato “Arditi del popolo: Argo Secondari e la prima organizzazione antifascista, 1917-1922” (Odradek), redazione“Storie in movimento/Zapruder”.
Monica Galfrè, professore associato di Storia contemporanea, Università di Firenze. È autrice di “La guerra è finita. L’Italia e l’uscita dal terrorismo 1980-1987” (Laterza).
Mario Gamba, giornalista esperto di musica contemporanea, ha lavorato per il Manifesto, Alias, L’Espresso, Reporter, Outlet e il Tg3. Ha scritto una memorabile cronaca dei funerali di Prospero Gallinari e su Alfabeta2 ha pubblicato un intervento dal titolo “Memoria ed esorcismo”.
Aldo Grandi, giornalista e saggista, ha pubblicato numerose opere di ricostruzione storica. Tra queste: “Giangiacomo Feltrinelli, la dinastia, il rivoluzionario” (Dalai Editore); “Insurrezione armata” (Bur); “L’ultimo brigatista” (Bur); “La generazione degli anni perduti. Potere Operaio” (Einaudi).
Massimiliano Griner, storico, sceneggiatore, autore televisivo e radiofonico. Ha pubblicato numerosi saggi di storia contemporanea, tra cui “La Banda Koch” (Bollati Boringhieri) e “La zona grigia. Intellettuali, professori, giornalisti, avvocati, magistrati, operai. Una certa Italia idealista e rivoluzionaria” (Chiarelettere).
Marco Grispigni è uno studioso dei movimenti sociali e politici degli anni Sessanta e Settanta. Ha pubblicato diversi volumi: “Il Settantasette” (Il Saggiatore); “Elogio dell’estremismo. Storiografia e movimenti” (Manifestolibri); “Gli anni Settanta raccontati a ragazze e ragazzi” (Manifestolibri); “Quella sera a Milano era caldo. La stagione dei movimenti e la violenza politica” (Manifestolibri); “Il 1968 raccontato a ragazze e ragazzi” (Manifestolibri).
Guillaume Guidon, dottore in Storia Contemporanea all’Université Grenoble Alpes – Ricercatore indipendente
Davide F. Jabes, storico, ricercatore indipendente e consulente editoriale. È coautore di “Impero. The Axis PowersV-1 Carrying Capital Ship(Fonthill).
Antonio Lenzi, PhD in storia dei partiti e dei movimenti politici, Università di Urbino.
Nicola Lofoco, giornalista specializzato in terrorismo italiano e internazionale, è autore di “Il caso Moro, misteri e segreti svelati” (Gelso Rosso). Collabora con Huffington Post e ha un proprio sito http://www.nicolalofoco.it
Emilio Mentasti, ricercatore indipendente, autore di “La Guardia rossa racconta. Storia del comitato operaio della Magneti Marelli” (Colibrì), “Senza tregua, storia dei comitati comunisti per il potere operaio 1975-1976”, (Colibrì), “Bergamo 1967-1980. Lotte, movimenti, organizzazioni”, (Colibrì).
Carla Mosca, ex giornalista Rai, ha seguito per il servizio pubblico le principali vicende giudiziarie connesse agli anni Settanta. Ha scritto, assieme a Rossana Rossanda e Mario Moretti, “Brigate Rosse, una storia italiana” (Oscar Mondadori).
Ottone Ovidi, ricercatore presso l’università Paris 10 Nanterre, fa parte della redazione di “Storie in movimento/Zapruder”.
Alberto Pantaloni, storico, editor della collana storica di DeriveApprodi.
Paolo Persichetti, già Br esule a Parigi, ha insegnato sociologia politica a Paris 8 Vincennes-Saint Dénis, è oggi ricercatore indipendente e autore del blog “Insorgenze.net”. Ha collaborato con Liberazione e Il Garantista. Con Oreste Scalzone ha scritto “Il nemico inconfessabile” (Odradek) ed è coautore di “Brigate rosse dalle fabbriche alla campagna di primavera” (Derive Approdi).
Giovanni Pietrangeli, ricercatore, redazione “Storie in movimento/Zapruder”.
Roberto Polito, storico dell’antichità, già ricercatore presso University of Cambridge ricercatore.
Francesco Pota, ricercatore, redazione “Storie in movimento/Zapruder”.
Alberto Prunetti, scrittore e traduttore, ha scritto numerosi libri, tra cui “Amianto, una storia operaia” (Edizioni Alegre) e “Nel girone dei bestemmiatori. Una commedia operaia” (Laterza). Fa parte di diverse redazioni, come Carmilla on line, Nuova Rivista Letteraria e Jacobin Italia.
Nicola Rao, giornalista e saggista, autore di diversi libri sulla storia del terrorismo di destra e di sinistra. Sulle Br ha pubblicato il volume “Colpo al cuore. Dai pentiti ai metodi speciali. Come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata” (Sperling&Kupfer).
Tommaso Rebora, dottorando in Studi storici dal Medioevo all’età contemporanea, Università degli studi di Teramo.
Susanna Roitman ricercatrice e docente dell’Universidad Nacional de Villa María, Argentina. Direttrice dell’Osservatorio sul lavoro e conflitti di Cordoba.
Ilenia Rossini ricercatrice, redazione “Storie in movimento/Zapruder”.
Elisa Santalena, professore associato di Storia italiana contemporanea presso l’Université Grenoble Alpes, esperta di carcere speciale, è coautrice di “Brigate rosse dalle fabbriche alla campagna di primavera” (Derive Approdi).
Vladimiro Satta, già documentarista della Commissione Stragi, è autore di “Odissea nel caso Moro” (Edup), “Il caso Moro e i suoi falsi misteri” (Rubettino), “I nemici della Repubblica” (Rizzoli).
Marco Scavino è ricercatore di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Recentemente ha pubblicato “Potere operaio. La storia, la teoria, vol. 1” (DeriveApprodi).
Davide Serafino, ricercatore e insegnante, ha pubblicatoLa lotta armata a Genova. Dal Gruppo 22 ottobre alle Brigate rosse”, 1969-1981”( Pacini).
Giuliano Spazzali, avvocato penalista, è stato uno dei principali esponenti del “Soccorso Rosso Militante”. Ha difeso gli anarchici del Circolo Ponte della Ghisolfa nella vicenda di Piazza Fontana, e successivamente anche numerosi protagonisti della lotta armata. Ha pubblicato il saggio “La zecca e il garbuglio” (Machina Libri).
Chiara Stagno, dottoranda in storia all’università Orientale di Napoli.
Davide Steccanella, avvocato penalista, poligrafo, ha all’attivo numerosi saggi tra i quali “Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata” (Bietti Editore), “Le indomabili. Storie di donne rivoluzionarie” (Pagina Uno), “Le brigate Rosse e la lotta armata in Italia” (Narcissus.me). È autore anche del romanzo “Gli sfiorati” (Bietti), una narrazione autobiografica collocata a ridosso dei principali eventi sovversivi italiani. Ogni anno pubblica “L’Agenda Rivoluzionaria” (Mimesis), una cronologia quotidiana di ricorrenze riconducibili a figure e storie del Novecento ribelle.
Andrea Tanturli, archivista presso l’Archivio di Stato di Firenze.
Ugo Maria Tassinari, giornalista e insegnante, è stato lo storico fondatore del sito “Fascinazione” (dedicato all’estrema destra italiana) e oggi del blog AlterUgo. Ha scritto vari saggi e curato numerose pubblicazioni, tra cui “Biennio Rosso” di Oreste Scalzone (Sugarco) e “Evasioni. Melfi: operai in fuga dalla fabbrica penitenziario e altre storie” di Elisabetta Della Corte (Immaginapoli).
Vincenzo Tessandori, storica firma di La Stampa, ha scritto due libri sulla lotta armata degli anni Settanta, tra cui “Br. Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse” (Baldini e Castoldi) e “Qui Br. Il racconto, le voci” (Baldini e Castoldi).
Luciano Villani, ricercatore di storia contemporanea, Università la Sapienza, Roma.

Aderiscono
Adriano D’Amico
, avvocato, autore di «L‘occupazione Delle Terre. Una Grande Epopea Contadina», (Calabria letteraria editrice).
Edoardo Caizzi, edizioni Milieu.
Giovanna Cracco, direttrice della rivista Paginauno.
Nicola Erba, edizioni Milieu.
Elena Pozzato, edizioni Milieu.
Francesco Romeo, avvocato, si è occupato tra l’altro del processo che ha portato al riconoscimento delle torture contro Enrico Triaca, arrestato per appartenenza alle Brigate rosse nel maggio del 1978.
Simón Vázquez, Tigre de Paper edicions.

 

Cossiga e gli ex Br, «Ormai la cosiddetta “giustizia” che si è esercitata verso di voi, anche se legalmente giustificabile, è politicamente o “vendetta” o “paura”»

Il titolo della edizione cartacea del Corriere della sera uscito in edicola il 7 agosto 2020 citava le «lettere inedite», titolo che si ritrova anche nella stringa (https://www.corriere.it/…/cossiga-ex-br-lettere-inedite-mi-…).  Stranamente nell’edizione online, quelle lettere «inedite» sono diventate «segrete». Un malizioso stravolgimento del pezzo firmato da Bianconi e della realtà dei fatti, perché l’epistolario di Cossiga non fu segreto né tantomeno inedito

 

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Chi ricorda l’estate del 1991, sa bene come andarono le cose, a partire dai quattro decreti di grazia d’ufficio proposti (cioè promossi direttamente dalla presidenza della Repubblica e non richiesti da Curcio) e rifiutati dall’allora Guardasigilli Martelli (che secondo la Costituzione avrebbe dovuto controfirmare). Questione poi avocata dal presidente del consiglio Andreotti che, a sua volta, pose il veto del governo, spalleggiato dal Pci. Ne scaturì un conflitto di attribuzioni di natura costituzionale che celava anche un conflitto politico. Cossiga graziando Curcio con motivazioni dichiaratamente politiche voleva aprire la stagione dell’amnistia e chiudere con l’emergenza giudiziaria, convinto che questa avesse creato un vulnus nella tradizione giuridica, inasprendo il codice Rocco rispetto alla versione originale d’epoca fascista e soprattutto introducendo palesi criteri d’iniquità nei trattamenti processuali, penali e penitenziari: dove pentiti e dissociati a parità di reati si avvalevano di trattamenti di favore rispetto a chi aveva rifiutato di accedere a quei dispositivi mantenendo la propria dignità personale e politica. Non solo, ma Cossiga aveva capito che la delega fornita alla magistratura aveva favorito il suo ingresso negli affari politici, iniziando a destabilizzare l’equilibrio tra poteri previsto dalla costituzionalismo liberale. Cossiga era cosciente di aver innescato lui stesso una profonda ferita nella tradizione giuridica italiana quindi pensava all’amnistia come ad uno dei modi per disinnescare l’emergenza giudiziaria, ricollocare la sfera giudiziaria nel suo alveo naturale e rilanciare una più corretta dialettica politica e sociale. Intravedeva all’orizzonte quel che poteva accadere di lì a poco e poi accadde: la fine della Prima repubblica e l’avvento del protagonismo politico delle procure che deflagrò con le inchieste per «Mani pulite». Mesi prima aveva avviato un duro braccio di ferro con il Consiglio superiore della magistratura sulla definizione di alcuni ordini del giorno, uno di essi riguardava la vicenda Gladio, fino al ritiro della delega al vicepresidente Giovanni Galloni. Nel novembre successivo inviò la forza pubblica nell’aula del Csm, giustificando la presenza in aula dei Carabinieri con i ‘poteri di polizia delle sedute’ a lui attribuiti. Da quello scontro venne fuori la stagione delle “esternazioni», del «presidente picconatore».

Il 28 luglio, in una delle sue sortite Cossiga disse: «Quando noi, alla fine degli Anni Settanta, ci battevamo con tutta la forza di cui poteva disporre lo Stato contro la banda armata detta Brigate rosse, il partito comunista di mio cugino Berlinguer portava in quella lotta anche un impegno ulteriore, per un fatto propriamente politico, che andava oltre quello, comune a tutti, della difesa dello Stato dall’eversione. A quei tempi il Pci voleva impedire a qualsiasi costo che una guerriglia, in qualsiasi maniera legittimata, potesse pretendere di occupare uno spazio alla sua estrema sinistra. Guai se, dal punto di vista del Pci, la guerriglia brigatista avesse ottenuto una legittimazione alla maniera dell’Olp. Questo interesse in qualche misura privato del Pci si aggiungeva allora al nostro, che era semplicemente quello di difendere lo Stato, battere quei nemici, ma senza rinunciare a capirli: per far fallire il loro piano dal punto di vista morale e politico, e poi anche sul terreno dello scontro militare. Quello volevamo ottenere e quello ottenemmo. Io fui sconfitto col caso Moro, è vero. Ma sono stato un combattente di prima linea in quella guerra». Ed ancora, «I comunisti sono stati i più scatenati contro di me in questo momento. Mi dispiace per loro, perché io credo che proprio a sinistra sia stato capito nel modo giusto quello che era mia intenzione sottolineare dando la grazia a Curcio […] Il Pci – mi scusi, io seguito a chiamarlo Pci – è rimasto in braghe di tela. Politicamente sono sconfitti: non hanno saputo cogliere neanche una questione così delicata e importante per la sinistra, qual era e resta la questione del terrorismo e del partito armato. Io ho proposto la grazia per Curcio perché sento di essere il capo di uno Stato forte. Loro sono apparsi deboli», (La Stampa, 15 agosto 1991).

L’epistolario di Cossiga è una diretta conseguenza di quella clamorosa stagione di cui si trova traccia nelle emeroteche. Dopo il rifiuto della grazia, Cossiga rese visita in carcere a Curcio, da qui il resoconto che questi scrisse del loro incontro. Negli anni successivi arrivarono le altre lettere a Gallinari e Maccari, il biglietto per il libro intervista di Mario Moretti del 1993, che ricostruiva la storia delle Brigate rosse e il sequestro Moro. Nel 2002 la lettera al sottoscritto, pervenuta nel reparto di isolamento del carcere di Marino del Tronto, immediatamente dopo la mia estradizione dalla Francia, salutata da tutti i media italiani come la fine della dottrina Mitterrand. Lettera che fece il giro del mondo, finendo davanti alle giuridizioni francesi, argentine e brasiliane. Questi messaggi, e le dichiarazioni del 1991 di Cossiga, meriterebbero una riflessione più approfondita. Per il momento mi limito a sottolineare solo una cosa: Renato Curcio ricevette la visita di Cossiga dopo il rifiuto della grazia, sucessivamente chiese al tribunale di Sassari un cumulo di pena che gli avrebbe permesso l’uscita dal carcere. I magistrati sardi glielo negarono. Terminò di scontare la pena molto più tardi. Prospero Gallinari e Gennaro Maccari sono morti durante l’esecuzione della loro condanna. Mario Moretti è ancora “fine pena mai”, ha raggiunto ormai il suo 39vesimo anno di carcere. Il sottoscritto ha terminato la pena nel 2014, scontata fino all’ultimo giorno (quindici anni e alcuni mesi). L’interlocuzione con Cossiga verteva su una soluzione generale della prigionia politica che alla fine non ci fu. Quelle di Cossiga furono le lettere di uno sconfitto, un capo di stato maggiore che aveva vinto la battaglia contro la lotta armata ma aveva perso la guerra contro l’emergenza, da lui stesso creata.

Documenti – Un articolo di Giovanni Bianconi racconta la corrispondenza privata, resa pubblica dalla Camera dei deputati, che l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga ebbe con alcuni esponenti delle Brigate rosse dal 1991 fino al 2002

Corriere della sera del 7 agosto 2020
di Giovanni Bianconi

Un anno dopo il fallito tentativo di concedergli la grazia nell’estate 1991, l’ormai ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga incontrò Renato Curcio, uno dei fondatori delle Brigate rosse. Il colloquio avvenne a quattr’occhi, nel carcere romano di Rebibbia, il 25 novembre 1992, quando Cossiga aveva lasciato il Quirinale da sei mesi. Parlarono di molte cose, dal «carattere sociale e politico del fenomeno armato», che l’ex capo dello Stato non definiva terrorismo bensì «sovversivismo di sinistra», al caso Moro, alla vicenda della grazia abortita. 

Cossiga spiegò che nelle sue intenzioni quell’atto di clemenza unilaterale doveva essere un primo passo per superare le leggi di emergenza a cui lui stesso aveva contributo, prima da ministro dell’Interno e poi da presidente del Consiglio, quando le Br avevano lanciato il loro «attacco al cuore dello Stato». I vertici delle forze di sicurezza erano d’accordo, ma i parenti delle vittime no, al pari di alcune forze politiche; in primo luogo l’ex Pci divenuto Partito democratico della sinistra.
Lo scritto di Curcio
«Il senatore Cossiga ha commentato che, in effetti, la nostra esperienza, per molti di quel partito, rappresenta ciò che essi hanno segretamente desiderato e mai apertamente osato fare», ha scritto Curcio in un resoconto dell’incontro conservato nell’archivio privato del presidente emerito. Insieme e a un biglietto inviato al fondatore delle Br per ringrazialo dell’incontro che «è stato per me di grande interesse politico, culturale, e soprattutto umano». Risposta dell’ex brigatista: «Debbo dirle che dopo anni di fuoco, non solo metaforico, e di K (nell’estrema sinistra il ministro dell’Interno del ’77 veniva chiamato Kossiga, con la doppia S stilizzata come il simbolo delle SS naziste, ndr), ho sentito la nostra stretta di mano come segno di una nuova maturazione personale… Il colloquio mi ha lasciato una visione più chiara dei sentieri percorsi e anche di me stesso, e di ciò le sono grato». 

Curcio comincerà a uscire dal carcere solo l’anno successivo, in un periodo in cui Cossiga (non più Kossiga bensì il «picconatore» del sistema di cui era stato parte) ha intrattenuto rapporti epistolari e diretti con molti ex terroristi. In prevalenza di sinistra, ma non solo. Nel suo archivio donato alla Camera dei deputati, oltre al carteggio con Curcio ci sono le lettere inviate ad altri brigatisti come Prospero Gallinari, Mario Moretti e Germano Maccari, militanti dell’Unione dei comunisti combattenti, pentiti come Marco Barbone e l’ex di Prima linea Roberto Sandalo, esponenti dell’Autonomia operaia fuggiti in Francia per evitare il carcere, a cominciare da Toni Negri. Il quale, una volta rientrato in Italia per finire di scontare la pena, si rivolse all’ex presidente per chiedere una buona parola con un dirigente della Digos.

La vacanza di Toni Negri
Su sollecitazione di Cossiga, in virtù di un’antica conoscenza personale e «come primo effetto della reciproca smobilitazione ideologica», Negri gli dava del tu, e il 12 aprile 1998, giorno di Pasqua, gli scrisse per fargli gli auguri e «per chiederti di intervenire eccezionalmente in mio favore». Dopo un primo diniego, il professore detenuto aspirava a ottenere un permesso per «una brevissima vacanza», però serviva che la polizia «dichiarasse insussistente, come in realtà è, il pericolo di fuga». Così Negri s’era rivolto al presidente emerito: «Mi permetto di insistere con te perché, se ti è possibile, tu faccia questo intervento. Ti ringrazio fin d’ora per quello che potrai fare». 

All’ex carceriere di Moro Prospero Gallinari, scarcerato per motivi di salute, Cossiga scrisse il 5 maggio ’94: «Sono lieto che Lei sia rientrato a casa e formulo gli auguri più fervidi per una vita normale e serena». Aggiungendo il rammarico perché nell’ex Pci c’era chi considerava le Br «uno strumento della Cia e della P2! Che vergogna e che falsità, che viltà e che malafede! Ma non se la prenda. Se viene a Roma me lo faccia sapere». 

In una lettera a Mario Moretti, il «regista» del caso Moro, l’ex presidente lo ringrazia per il libro sulla storia delle Br scritto nel 1994, e ribadisce la sua idea di un fenomeno «radicato socialmente e radicalmente nella società e nella sinistra italiana, e collegata alla divisione ideologica dell’Europa».

L’omicidio Giorgieri
È per questa sua analisi che Cossiga, morto dieci anni fa, è stato e continua ad essere pressoché l’unico politico apprezzato dagli ex militanti della lotta armata di sinistra. Compresi i giovani aderenti alla fazione brigatista che nel 1987 uccisero il generale Licio Giorgieri, come Francesco Maietta e Fabrizio Melorio. «Le sue esternazioni hanno avuto per me lo stesso effetto di rottura e di nuovo punto di partenza delle considerazioni del professor De Felice in materia di fascismo e resistenza», gli scrive Maietta dalla cella nel 1993; cinque anni dopo Cossiga sarà ospite al matrimonio dell’ex brigatista, uscito dal carcere. 

E al suo compagno di cella Melorio, che all’ex presidente aveva raccontato il passaggio dall’essere suo nemico giurato nel ’77 a «condividere molte delle cose che lei sostiene», Cossiga confida: «Ho letto con attenzione, trepidazione e commozione la sua lettera… perché in fondo mi sento anche un po’ “colpevole” della Sua prigionia, essendo stato uno di quelli che hanno combattuto quella guerra, e per di più per essermi trovato dalla parte dei vincitori».

La mamma di Mambro
Nel 2002 il «picconatore» manda una lettera a Paolo Persichetti, altro ex dell’Udcc appena estradato dalla Francia e chiuso in prigione: «Ormai la cosiddetta “giustizia” che si è esercitata e ancora si esercita verso di voi, anche se legalmente giustificabile, è politicamente o “vendetta” o “paura”, come appunto lo è per molti comunisti di quel periodo, quale titolo di legittimità repubblicana che credono di essersi conquistati non col voto popolare o con le lotte di massa, ma con la loro collaborazione con le forze di polizia e di sicurezza dello Stato». 

In un altro faldone, insieme a documenti e atti parlamentari e giudiziari sulla strage di Bologna di quarant’anni fa, sono conservate alcune lettere inviate a Cossiga da Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, quando ancora erano sotto processo per la bomba alla quale si sono sempre proclamati estranei. Dopo la condanna nell’appello bis, a luglio ’94, gli scrisse pure la mamma di Francesca Mambro: «Io e i miei figli Le chiediamo aiuto per la ricerca della verità, perché chi è dalla parte della Giustizia si senta anche dalla parte della difesa di Francesca e Valerio». Ma un anno dopo arrivò l’ergastolo definitivo.

Il testo della lettera di Cossiga
Francesco Cossiga, Eravate dei nemici politici, non dei criminali
La fotocopia della lettera di Cossiga

L’intervista alla Stampa
Persichetti, «Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70»

Un ritratto di Cossiga
Franco Piperno, Cossiga architetto dell’emergenza giudiziaria. Era convinto che con l’amnistia si sarebbero chiusi gli aspetti più orripilanti di quegli anni

La lettera del giudice Guido Salvini a Insorgenze, «non credo al complotto nel rapimento Moro, ma non tutto è chiaro»

Video

Il dottor Guido Salvini, attualmente Gip presso il tribunale di Milano mi ha inviato questa lettera. Autore quando era giudice istruttore della nuova inchiesta sulla strage di Piazza Fontana (Milano 1969), che ha finalmente individuato gli autori dell’attentato, e un’altra indagine sulla strage di piazza della Loggia (Brescia 1974). Esperto di quel complesso mondo di relazioni e intrecci tra destra, ordinovista e avanguardista, e apparati dello Stato, ha condotto inchieste anche sul fronte opposto: l’omicidio del militante di estrema destra Sergio Ramelli, 1975, da parte del servizio d’ordine di Avanguardia operaia e sui fatti di via De Amicis a Milano nel 1977, che portarono all’uccisone dell’agente Antonio Custra.  Il dottor Salvini contesta il giudizio negativo da noi espresso nel corso di una intervista (leggi qui) sulla sua attività di consulente della seconda commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni. Pubblico il suo testo accompagnato da una mia replica ringraziando il giudice Salvini per l’attenzione mostrata

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Vi scrive Guido Salvini giudice del Tribunale di Milano. Ho letto la vostra intervista a Matteo Antonio Albanese autore del libro Tondini di ferro e bossoli di piombo. Ho trovato interessanti le riflessioni sui rapporti tormentati che vi furono tra il Pci e il mondo delle Brigate rosse ai suoi inizi e sull’intuizione da parte di queste ultime del fenomeno della globalizzazione. In una domanda posta dall’intervistatore mi sono però attribuite, anche in modo inutilmente sgarbato, opinioni sul sequestro Moro che non ho mai avuto e che non ho mai espresso e che al più possono essere proprie di qualche parlamentare componente della seconda Commissione Moro per la quale ho lavorato in completa autonomia come consulente. Infatti non ho mai pensato né scritto, come è facile verificare, che il sequestro Moro sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60- ‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose. Queste sono opinioni di altri che l’articolo non cita

Credo tuttavia che soprattutto negli ultimi giorni del sequestro vi siano state in entrambe le parti, lo Stato e le Brigate Rosse, incertezze e imbarazzi su come affrontare la possibile liberazione dell’ostaggio da un lato e come portare a termine l’operazione dall’altro e che questa situazione, in cui i due attori dovevano necessariamente compiere scelte di interesse e forse auspicate anche da realtà esterne al sequestro, abbia in entrambi provocato in alcuni passaggi un’amputazione della narrazione di quanto avvenuto. Mi riferisco, ad esempio, per quanto riguarda lo Stato, all’incertezza se fare di tutto perché Moro fosse recuperato vivo e alla contemporanea assillante ricerca dei memoriali dello statista giudicati pericolosi per gli equilibri dell’epoca. Per quanto concerne le Brigate Rosse mi riferisco alle non convincenti versioni in merito al luogo o ai luoghi ove l’ostaggio fu tenuto prigioniero e alle modalità con le quali, mentre erano ancora in corso contatti ed iniziative, ha trascorso le ultime ore e con le quali è stato ucciso. Su questi passaggi vi sono probabilmente ancora alcune verità e forse il ruolo di alcune persone da proteggere. Spero di essermi spiegato in queste poche righe e forse la lettura del libro potrà spingermi a tornare in modo più ampio sull’argomento sul mio sito guido.salvini.it

Vi ringrazio per l’attenzione.
cordialità
Guido Salvini

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Dott. Salvini,
Registro con favore il giudizio anticomplottista da lei espresso sul sequestro Moro, cito le sue parole: «il sequestro Moro non sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60-‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose».

La mia valutazione negativa del suo lavoro di consulente nella commissione Moro 2 era tuttavia fondata sull’analisi delle sue attività: escussioni di testimoni, indagini perlustrative, proposte di piste da indagare che manifestavano un consolidato pregiudizio dietrologico. Mi riferisco all’endorsement del libro di un personaggio imbarazzante come Paolo Cucchiarelli (20 giugno 2016, n. prot. 2060 e 682/1), nel quale si individuavano almeno 4 spunti di indagine da seguire, tra cui le dichiarazioni di un pentito della ‘ndrangheta Fonti, anche lui replicante di fake news, come la presenza di Moro nell’angusto monolocale di via Gradoli in una fase del sequestro (circostanza smentita dalle evidenze genetiche delle analisi sulla tracce di Dna, condotta dalla stessa commissione), oppure su un presunto ruolo di Giustino De Vuono in via Fani e nella esecuzione del presidente del consiglio nazionale della Dc. O ancora l’articolo fiction dello scrittore Pietro De Donato apparso nel novembre 1978 su Penthause, rivista glamour notoriamente specializzata sul tema. E ancora la richiesta di sentire, protocollo 519/1, il collaboratore di giustizia, sempre della ‘ndrangheta, Stefano Carmine Serpa che nulla mai aveva detto sulle Brigate rosse e il rapimento Moro, ma in una deposizione del 2010 aveva riferito dei rapporti tra il generale dei Cc Delfino e Antonio Nirta, altro affiliato alle cosche ‘ndranghestite. L’ulteriore sostegno ai testi (28 dic 2018, prot. 2497 – e 844/1) di Mario Josè Cerenghino, autore di libri in coppia con Giovanni Fasanella, la cui ossessione complottista non ha bisogno di presentazioni, o ancora di Rocco Turi, autore di una storia segreta del Pci, dai partigiani al caso Moro, sostenitore di una tesi dietrologica diametralmente opposta alla precedente, che intravede nelle Repubblica popolare cecoslovacca una funzione promotrice dell’attività delle Brigate rosse, fino fantasticare l’addestramento in campi dell’Europa orientale dei militanti Br. Potrei continuare, ma non serve.

Nella seconda parte della lettera, contradicendo quanto affermato all’inizio, solleva nuovi dubbi sugli ultimi momenti del sequestro. Convengo con lei che da parte dello Stato, ed in modo particolare delle due maggiori forze politiche protagoniste della linea della fermezza, Democrazia cristiana e Partito comunista, vi siano ancora moltissime cose da scoprire sulla decisione ostinata e sui comportamenti messi in campo per evitare, fino a sabotare, qualsiasi iniziativa di mediazione e negoziato in favore della liberazione dell’ostaggio. Mi riferisco, per esempio, all’impegno preso e non mantenuto dal senatore Fanfani di intervenire il 7 maggio 1978, con un messaggio di apertura all’interno di una dichiarazione pubblica. 
Ritengo che da parte brigatista i dubbi da lei espressi non trovino fondamento. Cosa c’è di poco chiaro e non trasparente nella telefonata del 30 aprile realizzata da Mario Moretti alla famiglia Moro? Consapevole della necessità di uscire dal vicolo cieco in cui si era infilata la vicenda, il responsabile dell’esecutivo brigatista tentò una mediazione finale che ridimensionava le precedenti rivendicazioni, la liberazione di uno o più prigionieri politici, e chiedeva un semplice segnale di apertura, che nella trattativa che sarebbe seguita dopo la sospensione della sentenza poteva vertere nel miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri. Perché questo aspetto continua ad essere evitato, sottovalutato e poco studiato, avvalorando contorte ipotesi di trattative parallele, somme di denaro o altro, rifiutate in principio dalle Br? Forse perché la responsabilità di chi si è sottratto a tutto ciò non è ancora politicamente sostenibile?
Ed ancora, sull’ipotesi dello spostamento dell’ostaggio, la invito a studiare tutti i sequestri, politici o a scopo di finanziamento, realizzati dalle Brigate rosse. Mi dica se c’è un solo caso dove l’ostaggio viene traslocato durante la prigionia? Approntare una base-prigione è cosa molto complessa e se non si comprende qual era il modo di approntare la logistica nelle Br si può cadere in facili giochi di fantasia.
Infine, tra i temi che la commissione ha rifiutato di affrontare c’è quello della tortura, verità indicibile di questo Paese. Un commissario aveva presentato un’articolata richiesta di approfondimento della vicenda di Enrico Triaca, il tipografo di via Pio Foà arrestato e torturato il 17 maggio 1978, una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Moro, con una lista di testimoni da ascoltare, tra cui Nicola Ciocia, il funzionario dell’Ucigos soprannominato “dottor De Tormentis”, esperto in waterboarding. Sorprende che lei non se ne sia interessato sollecitando spunti d’inchiesta, audizioni o proponendo materiali e sentenze della magistratura presenti sulla questione? Dottor Salvini, ha perso davvero una grande occasione.
Cordialmente, Paolo Persichetti

Le bugie di Alberto Franceschini

Pierluigi Zuffada, militante del nucleo storico delle Brigate rosse, tra i fondatori della Brigata di fabbrica della Sit-Siemens di Milano, risponde alle dichiarazioni di Alberto Franceschini raccolte da Concetto Vecchio su Repubblica del 30 luglio 2020 (qui), in una lettera inviata alla ricercatrice Silvia De Bernardinis e alla redazione del blog Insorgenze. Il valore storico delle affermazioni di Zuffada merita sicuramente un ulteriore approfondimento, anche alla luce delle novità storiografiche emerse negli ultimi tempi (la vicenda di Silvano Girotto, la telefonata a Levati e le circostanze dell’arresto di Semeria) che rafforzano la sua versione dei fatti contro quella di Franceschini. Ne riparleremo presto

Di Pierluigi Zuffada

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“Cara Silvia buongiorno. Ormai è trascorso tanto tempo dall’ultimo incontro e sinceramente mi dispiace rifarmi vivo per una questione esterna al nostro rapporto, quasi imposta. Mi riferisco all’intervista di Franceschini pubblicata su La Repubblica on line. Della mia militanza nelle Brigate Rosse non ho mai parlato con chiunque, tantomeno pubblicamente. La mia storia è tutta mia, e ciò che oggi sono è il frutto di tutti i miei 74 anni di vita, di ciò che pensavo e ho fatto, e delle persone con cui ho avuto rapporti. In sostanza, come succede ad ogni persona, la mia coscienza deriva dall’intero percorso della mia vita, ed è il risultato di una doppia e simultanea operazione: guardarsi dentro per guardare fuori, guardare i mutamenti del fuori per capire i mutamenti dentro di te. Ma arrivo all’intervista di Franceschini. Non c’è molto da dire, tantomeno ragionare sui motivi che hanno spinto Repubblica a costruirla e pubblicarla. Un mio amico sostiene che la giustificazione è come il buco del culo: anche per le cose più ignobili, se ne trova sempre una. Mi piace, invece, parlare di alcuni fatti.

La liberazione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato e l’ingenuità di Franceschini a Pianosa
Il primo riguarda la liberazione di Renato. La liberazione è stata decisa dall’Esecutivo dell’organizzazione all’interno di un programma per la liberazione dei compagni dalle galere. L’inchiesta ha portato a scegliere il carcere di Casale Monferrato come primo obiettivo, e tale scelta è stata imposta dalle allora capacità operative dell’Organizzazione, soprattutto dall’inesperienza nell’assaltare un carcere. Nella decisione di scegliere Casale hanno pesato soprattutto le argomentazioni di “Mara” Cagol. In contemporanea era stata fatta un’inchiesta sul carcere di Saluzzo, dove Franceschini era recluso, e addirittura in seguito al suo trasferimento a Pianosa, Moretti ha portato avanti inchieste per pianificare un’evasione da Pianosa. Da notare che Franceschini si è fatto beccare sul tetto di quel carcere durante una ricognizione per scappare, vanificando di fatto tutto il progetto di fuga. Se non ricordo male, né lui, né i suoi compagni di cella sono mai stati incriminati per tentata evasione, o danneggiamento delle sbarre della finestra. Ma ritornando a Casale, nella fase di pianificazione dell’azione sono stati evidenziati errori “tecnici”, per il superamento di uno di questi io sono stato chiamato da Mario Moretti: una volta corretto, ho insistito per parteciparvi attivamente, e in seguito processato e condannato.

Non potendo attaccare Mara, Franceschini ha preso di mira Moretti
Ma a partire dalla liberazione di Renato, Franceschini ha iniziato a imputare a Mario di non essere andato a liberarlo: la sua “visione” su Moretti è stata rafforzata dall’aver preferito Renato a lui. Non poteva prendersela con Mara, conoscendo bene come era fatta: lei non gliela avrebbe mai fatta passare. Si può dire che Franceschini abbia tratto un vantaggio dalla morte di Mara, nel senso che si è trovato un testimone in meno per contrastare la sua versione.

La vera storia della cattura di Pinerolo
Ma da dove parte l’idea di Mario come infiltrato, agente più o meno segreto, doppio-triplo giochista? Dalla sua cattura a Pinerolo, insieme a Renato, mentre si accingevano ad incontrare Girotto, “frate mitra” come alcuni giornali lo presentavano. Innanzitutto Franceschini non doveva andare a quell’appuntamento, a cui doveva essere presente solo Renato. Ma ancor prima di quell’incontro con il “guerrigliero”, Mara aveva avvisato Renato e Franceschini che Girotto non la raccontava giusta. Secondo lei, Girotto non era mai stato sulle montagne o le foreste della Bolivia o di qualche altro paese andino, perche lui… non aveva il passo da montanaro. Chi vive per un lungo periodo in montagna assume posture e andature del tutto particolari. Girotto non le aveva, e Mara aveva iniziato a sospettare di lui. Ma i sospetti di Mara non hanno trovato credito, altrimenti i due non si sarebbero fatti arrestare. Ma la cosa non finisce lì. La sera prima dell’appuntamento, alla colonna milanese arriva una “soffiata”: l’appuntamento tra Renato e Girotto era una trappola. Non siamo riusciti MAI a risalire alla fonte originaria di quella soffiata, in quanto della notizia erano a conoscenza solo i Carabinieri di Dalla Chiesa e la Procura di Torino. In base a quella soffiata Mario, accompagnato da due compagni, inizia un folle viaggio di notte alla ricerca di Renato per avvisarlo della trappola. Non sapevano dove abitasse a Torino, per cui decisero di andare da Franceschini, di cui conoscevano l’alloggio a Piacenza. La decisione di andare da Franceschini fu presa perchè lui conosceva dove Renato abitava. Arrivati a Piacenza, scoprono che Franceschini non è in casa; i compagni lo aspettano in strada perchè pensano che sia andato al cinema, in quanto la finestra dell’appartamento che dava sulla strada era aperta, segno evidente che lui non poteva essere andato lontano e, soprattutto, che di lì a poco sarebbe rientrato in casa. Quando dopo l’una di notte non lo vedono rincasare, i compagni partano per l’Astigiano per avvisare Mara, che conosce l’abitazione di Renato, ma non la trovano. Pensano che sia a Torino a casa di Renato, per cui da lì vanno a Torino per cercarli, sperando che un contatto del luogo potesse conoscere l’abitazione di Renato. Non trovano il contatto, e in quel momento Mario e i due compagni prendono una decisione folle, anche perchè era arrivata la mattina: vanno al luogo dell’appuntamento a Pinerolo nella speranza di avvisare Renato prima dell’incontro con Girotto, rischiando di cadere anch’essi nella trappola. Pensavano che ad accompagnarlo fosse Mara, non certo che Franceschini fosse presente all’appuntamento. Si accorgono di una situazione strana, nel senso che il luogo pullula di agenti in borghese. La trappola era già scattata, i compagni riescono a svignarsela. Da quel giorno, Franceschini individua in Mario Moretti il responsabile della sua cattura, idea rafforzata in seguito dal fatto che Mario non veniva catturato. Sic!

Mario Moretti nel 1975 era ricercato, non poteva tornare in fabbrica, Franceschini mente anche su questo punto
Anche l’inadeguatezza di Moretti a far parte dell’Esecutivo delle Brigate Rosse, che Franceschini sostiene di aver detto personalmente a Mario in occasione dell’Esecutivo tenuto il giorno prima del suo arresto a Pinerolo, è una circostanza che non torna. Franceschini dice di aver sostenuto durante la riunione che Mario avrebbe dovuto ritornare in fabbrica per correggere la “concezione sindacalista” del suo pensiero. E questo avrebbe potuto tranquillamente farlo, in quanto Mario, secondo sempre Franceschini, fino al ’76 non era ricercato. L’individuazione della base di Via Boiardo, in seguito alle indicazioni date alla polizia da Pisetta, ha portato alla “latitanza” di Mario, in seguito anche al ritrovamento nella base dei tentativi di sviluppo di fotografie, allo scopo di impratichirsi in quella tecnica. Quelle foto ritraevano il figlio di Mario. Immediatamente dopo la scoperta della base (il famoso “covo di via Boiardo”) furono eseguite perquisizioni nella casa della moglie di Mario allo scopo di ritrovare prove di reato. Era il maggio del 1972! Da quel momento Mario fu ricercato dalle forze di polizia. Da tenere presente che Mario entrò in clandestinità alla fine del 1971, ultimo anno in cui fu impiegato alla Sit Siemens. Mario non fu mai un “latitante”, in quanto entrò in clandestinità per una scelta fatta dall’Organizzazione mesi prima del 1972.

La campagna di primavera fu gestita da tutte le componenti dell’organizzazione, durante il rapimento i militanti prigionieri ebbero un ruolo importante e quello di Franceschini fu decisivo
Ma arrivo con gli ultimi due punti. Nell’intervista Franceschini si ritiene responsabile di aver costruito un’organizzazione che, solo dopo la sua cattura, e quindi al di fuori di una sua partecipazione o decisione, si è macchiata di numerosi delitti. Considero solo il “caso
Moro”. La gestione politica della Campagna di Primavera è stata fatta da tutte le componenti dell’organizzazione. Ugualmente va detto che il Fronte delle Carceri ha avuto un peso non indifferente, anzi. Per inciso, a mio personale parere, e ripeto personale, l’aver richiesto con il Secondo Comunicato la liberazione dei compagni imprigionati in cambio della vita di Moro sia stato un errore madornale, in quanto con quella richiesta si sono chiuse tutte le possibilità di manovra. Si sono chiuse cioè tutte le possibilità di evidenziare le contraddizioni in campo alle forze istituzionali e addirittura di aprirne delle nuove, e magari di trovare un’altra soluzione all’iniziativa. Con quella richiesta è stata facilitata l’intransigenza del Pci, da cui ha origine l’esito del rapimento e la morte di Moro. Al di là di un mio convincimento per nulla recente, proprio perchè il Fronte carcerario ha avuto un peso notevole, Franceschini è completamente responsabile, se non addirittura il principale artefice della richiesta di liberazione dei prigionieri politici. E di come la storia sia finita.

Nel 1978 Andreotti aveva la scorta, Franceschini non sa quel che dice
Lascio perdere l’affermazione sulla presunta inadeguatezza di Mario a essere un dirigente delle Brigate Rosse: ricordo solo che il suo arresto avvenne nel 1981, dopo 10 anni di dirigenza dell’organizzazione. Franceschini inoltre afferma che in carcere «non gli fu mai spiegata» la scelta di rapire Moro e di uccidere gli agenti di scorta, invece di rapire Andreotti. Andreotti non era scortato (e non sarebbero di conseguenza stati sacrificati gli agenti della scorta), cosa che lui stesso aveva verificato prima dell’arresto a Pinerolo (avvenuto nel ’74): infatti Andreotti gironzolava per Roma, ovviamente senza scorta, e addirittura Franceschini afferma che «arrivai persino a toccargli la gobba». Consideriamo solo le date: indagine condotta a Roma da Franceschini nel 1974, rapimento Moro nel 1978. Sono passati 4 anni, di guerriglia e di ovvia ristrutturazione degli apparati dello stato.

Ritornando tra le braccia del Pci, Franceschini si è ritagliato il ruolo di suggeritore degli scenari dietrologici utili a quel partito
Per ultimo. Franceschini conosce bene i suoi polli: c’è cresciuto, si è alimentato, c’è ritornato. Sto parlando del Pci. Grazie al Pci di allora ha trovato una collocazione sociale e lavorativa in seguito alla sua dissociazione. Ma per portare acqua al suo mulino, Franceschini sa bene che doveva dare qualcosa in più. E il “qualcosa in più” fa parte proprio della sua personalità: lui si considerava il più intelligente e … il più furbo, proprio così. E conoscendo i suoi polli, sapendo che la sola dissociazione non era poi la carta definitiva da giocare, ecco che trova la via maestra da percorrere tutta, insieme a Flamigni e soci: grazie alla veste politica e culturale del “redento”, inizia a suggerire argomenti che sicuramente avrebbero fatto presa nei suoi interlocutori, a rafforzare cioè la ricerca e di chi sta dietro alle “sedicenti”, o “cosidette” Brigate Rosse. La rinsposta per Franceschini è semplice: ma sicuramente Moretti. Poichè è difficile sostenere che Moretti sia al servizio del Kgb o della Cia, Franceschini insistere su una presunta ambiguità del “capo”, lasciando poi ai suoi interlocutori/padroni il compito di ricamarci a dovere, cosa di cui sono veramente abili, facendo continuo sfoggio pur indossando abiti via via diversi, a seconda della convenienza del momento: dal Pci verso la Dc, cavalcando oggi il Pd. Sembra il testo di una canzone di Rino Gaetano. Fra parentesi, Moretti sta espiando ancora una pena, a 39 anni e mezzo dalla sua cattura! Già, dimostrazione evidente della sua presunta ambiguità.

Concludo. Mi sembra ormai giunto il momento di chiudere definitivamente con queste storie, e questa lettera che scrivo la interpreto come un piccolissimo contributo a chiudere con le polemiche. La società in cui sono nate, sono cresciute, hanno avuto importanza e sono morte le varie componenti del movimento rivoluzionario degli anni 70 e 80, non esiste più. Le contraddizioni sociali e di classe oggi marciano su altri mezzi e per altre strade, irriconoscibili da quelli d’allora. Per cui … mi sembra opportuno finire di dare elementi concreti di verità a coloro che li usano per distruggere ogni attuale possibilità di antagonismo. Penso che bisognerebbe lottare per l’ignoranza del potere.

 

«Le Brigate rosse furono le prime a parlare di globalizzazione»

Anteprima – E’ in uscita nelle librerie Tondini di ferro e bossoli di piombo. Una storia sociale delle Brigate rosse, di Matteo Antonio Albanese, Pacini editore. Il volume, che si ferma al 1974, propone alcune importanti scoperte documentali e delle nuove proposte interpretative che faranno discutere. Ne ho parlato con l’autore

Albanese

Alcuni anni fa il sociologo Pio Marconi scrisse che le Brigate rosse, attraverso la categoria di Stato imperialista delle multinazionali, avevano individuato con largo anticipo la fase di internazionalizzazione del modo di produzione e del mercato capitalistico, successivamente definito “globalizzazione”. Nel tuo lavoro aggiungi un fatto nuovo: sostieni che le Brigate rosse furono in assoluto le prime ad introdurre e descrivere il fenomeno della globalizzazione del sistema capitalistico. Puoi spiegare come sei giunto a questa scoperta?

Lessi alcuni dei lavori di Pio Marconi mentre preparavo il mio progetto di ricerca per l’ammissione al dottorato. Mi ricordo che in quei mesi avevo cominciato a leggere con un poco di attenzione le varie pubblicazioni, scientifiche e non, sul fenomeno brigatista. Vivendo, allora, a Milano mi sembrò naturale cominciare un giro dei vari luoghi della città in cui quella memoria era stata in qualche modo conservata. La libreria Calusca e l’archivio Primo Moroni sono stati passaggi importanti per cominciare ad inquadrare il fenomeno. Nello specifico, però, fu una bancarella di libri alla festa dell’Unità il luogo dove trovai, ed acquistai, un paio di numeri di Sinistra Proletaria. Un articolo, in particolare, mi colpì molto: era intitolato la globalizzazione del capitale finanziario ed è contenuto nel numero luglio-settembre 1970. Nel corso degli anni ho poi avuto modo di scoprire, grazie ad Harold James professore di storia economica a Princeton che quella definizione elaborata in quella data anticipava di quasi un anno la prima categorizzazione conosciuta di questo fenomeno in questi termini (tutti i riferimenti sono presenti in un articolo scritto da me e Harold James ed uscito il 2 febbraio 2011 su Project Syndicate). Mi sembra, poi, interessante ricordare come tra le carte del fondo Pci all’Istituto Gramsci di Roma mi sono imbattuto nella stessa pubblicazione che, evidentemente, i militanti del Pci deputati allo studio dei gruppi della sinistra extraparlamentare avevano trovato, ritenuto degno di nota e catalogato. Era una prima ma fondamentale scoperta “archivistica” che ha cominciato a farmi riflettere sulla dimensione del dibattito in corso in quegli anni e che mi riportato alla memoria alcuni saggi sui Quaderni Piacentini e poi su Quaderni Rossi. Ecco, credo che lo sforzo più grande non sia solo confinato al mero dato cronologico dell’utilizzo della categoria, che pure rimane indicativo, ma che, invece, ci metta nella direzione per contestualizzare quell’utilizzo, per comprenderne i legami semantici e politici dentro un campo politico preciso.

Ancora oggi molti studiosi e osservatori che si occupano dell’esperienza brigatista si soffermano su una loro presunta inadeguatezza culturale, eppure queste scoperte storiografiche ci descrivono una situazione diversa. Alla luce di queste nuove evidenze, che giudizio suggerisce allo storico la distanza che emerge tra il respiro prospettico dell’analisi brigatista e il tatticismo nel quale era incagliato il Pci alla continua ricerca di formule e alleanze politiche che gli fornissero una legittimazione istituzionale?

La domanda è molto importante e la sua risposta per cercare di essere esaustiva necessita di una precisazione importante. Le Brigate rosse sono state un gruppo rivoluzionario, il partito comunista in quegli anni ha da tempo dismesso l’idea e ogni tipo di strategia rivoluzionaria. Non dico assolutamente che dentro quel partito non fossero rimaste culture e fascinazioni rivoluzionarie ma credo sia storicamente accurato dire che il Pci non fosse un’organizzazione che si poneva la rivoluzione come orizzonte strategico. Le Br invece sì. Le Br, al pari di molti altri soggetti rivoluzionari (o presunti tali) del tempo, nascono e crescono dentro un dibattito internazionale sulle forme di trasformazione. Fu un dibattito articolato e ricco che ebbe la fortuna di vivere anche grazie all’apporto di alcuni dei migliori intellettuali del momento. Le Br, poi, fanno un passo ulteriore e cioè quello dell’intuizione, più che di piena comprensione parlerei di intuizione, della globalizzazione. Sono convinto che l’internità ad alcune realtà di punta del capitalismo di quel periodo abbia fornito la “materia prima” per quell’analisi sviluppata dal gruppo di studio interno della Ibm; a questo aspetto si unisca la sensibilità di Curcio (e di altri tra cui Margherita Cagol il cui ruolo, forse, è troppo sottostimato) che aveva studiato intensamente la sociologia industriale americana. Se di inadeguatezza, invece, si può parlare questa, a mio modo di vedere, è sulla ricaduta politica di quella trasformazione. L’idea che la crisi del fordismo, ed in ultima analisi della sua scomparsa dal mondo occidentale, potesse essere l’occasione per una rivoluzione in senso socialista rimane il punto debole dell’analisi brigatista. Non è, questa, una critica che si possa muovere alle sole Br in quanto molti altri gruppi, da prospettive differenti, cadono nello stesso errore. L’errata valutazione del profondo cambio sociologico, financo antropologico, che stava avvenendo dentro la classe operaia e le sue strutture sfugge all’analisi della sinistra rivoluzionaria. Da questo punto di vista la lenta trasformazione del Pci in partito socialdemocratico, elemento colto pienamente da Moro, è irreversibile e profondamente innervato nel corpo vivo di quel partito e la sua ricerca di una diversa collocazione sia internazionale che istituzionale, già cominciata sul finire degli anni ’60, rimangono il nodo storiografico e politico ineludibile.

Eppure la scelta di portare l’iniziativa armata fuori dalle fabbriche mettendo radice nei territori ed in particolare nelle periferie di alcune grandi città, come Roma, poi Napoli (in quelle milanesi – come sottolinei nel tuo lavoro – erano presenti fin dalla nascita), sembra dimostrare che le Br fossero consapevoli di questa mutazione (sulla scia della riflessione che proveniva dell’esperienza operaista). Più che l’avvio di un processo rivoluzionario, la distanza storica ci permette forse di dire che esse agirono come una controtendenza che si oppose ai processi di ristrutturazione produttiva dell’economia e dello Stato? Si può dire che la presenza della lotta armata ha ritardato di almeno un decennio la rottura di quegli argini che hanno lasciato via libera agli spiriti animali del capitalismo ultraliberale più selvaggio? In fondo la Fiat riesce a realizzare la massiccia ondata di licenziamenti, i famosi 23 mila del settembre 1980, solo dopo lo smantellamento della colonna torinese e genovese provocata dalla delazione di Patrizio Peci.

Come cercavo di dire, ed è per questo che nel libro si può incontrare spesso la parola “cultura” e la categoria di habitus, le Br sentono questo cambiamento, lo avvertono e non sono sole. Tutta l’elaborazione negriana sull’operaio sociale che affonda le proprie radici nel pensiero di Tronti (anche in polemica con esso) è un processo di riflessione collettiva sulle trasformazioni in atto. Per intenderci non credo ai cattivi maestri; penso che da un punto di vista storico siano i processi, che sono plurali per loro natura e, molto raramente i singoli, a fare la differenza. Insomma, in Italia, e non solo, c’è un processo endogeno di lunga durata che investe centinaia di migliaia di persone (alle elezioni del 1972 le liste alla sinistra del Pci raccolgono mezzo milione di voti) e che per almeno un decennio ha un problema centrale: la presa del potere e la rivoluzione in un paese come l’Italia. Possiamo leggere le Br fuori da questo contesto? No, non scherziamo. Ora se il processo di cambiamento del modello produttivo (non del modo, chiaramente) è un accidente che dura da circa 4 decenni, le variabili da considerare sono molte. È stato Serge Mallet a scrivere di questa trasformazione già agli inizi degli anni ’60 soprattutto, come spesso avviene, nelle realtà più avanzate del capitalismo francese. La riproduzione sociale del capitale portava, quasi (il quasi è estremamente importante) forzosamente, le lotte fuori dalla fabbrica. Di nuovo non sono le sole Br a riflettere su temi quali la casa, i trasporti ed in generale alle condizioni extra-produttive della vita dei lavoratori ma stanno dentro un movimento ampio. Sicuramente furono un fenomeno di controtendenza e la loro presa dentro le fabbriche e nei quartieri popolari si può, ed a mio parere si deve, leggere dentro il contesto della crisi. Quanto, poi, quella crisi si sia dipanata anche a causa dell’azione dei soggetti e quanto, invece, abbia vissuto di tempistiche legate al progetto di ristrutturazione che investiva un ciclo produttivo sempre più globalizzato è, a mio parere, solo abbozzato nel libro e mi riprometto di studiarlo in maniera più approfondita.

Proponi una strumentazione concettuale ispirata alla lezione di Pierre Bourdieu, in particolare ti soffermi con molta efficacia sulla nozione di “habitus” e sul peso che ha avuto nel determinare la radicalità del movimento operaio e di altri segmenti sociali che si intrecciano e associano alle sue lotte fino alla crescita di una area politica rivoluzionaria alla sinistra del Pci.

Non posso assumermi meriti non miei; fu il mio allora relatore di dottorato Gerhard Haupt che è un profondo conoscitore del pensiero di Bourdieu ad indirizzarmi in questa direzione. Da parte mia ho cercato di calare quella teoria sia dentro le ricerche esistenti, da Marco Revelli a Giuseppe Berta ed altri, e alle carte degli archivi sindacali che ho visitato. In particolare, mi colpirono molto una serie di volantini di alcune fabbriche del milanese datati fine 1972 (Borletti ed altri) che cominciavano a parlare delle lotte contro la cassa integrazione e contro i primi processi di internazionalizzazione delle produzioni. Questi primi “sintomi” di globalizzazione si legavano a doppio filo non solo con l’articolo di Sinistra Proletaria che ho già citato ma anche con un volantino molto simile dei Comitati di Base Pirelli dell’ottobre 1969. Di fronte a queste testimonianze documentali ed a questa letteratura ho cominciato a pensare alla tuta blu non solo come abito ma come habitus, appunto, come conglomerato sociale e culturale e come narrazione salvifica che era stata “venduta” ai milioni di contadini che emigrarono al nord con il sogno del posto fisso in fabbrica. Una fabbrica che, invece di espandersi, come pensava un certo operaismo, stava cercando di fuggire verso altri lidi. Cosa succedeva a quella narrazione ed a quel sogno inseguito con tanta caparbietà da quella generazione? Come mutava non solo la condizione sociale e culturale di chi perdeva il lavoro ma anche quella dei figli di quel soggetto? Ecco credo che se la guardiamo attraverso questa lente e tenendo presente che per il filosofo francese la “costruzione” dell’habitus è un processo di violenza simbolica e qui di violenza si parla, le due cose non possano essere non messe in collegamento. Un collegamento non diretto e meccanicista ma culturale, sociale e di narrativa. Per quanto riguarda la nascita alla sinistra del Pci credo che il tutto vada messo nella giusta ottica; soggetti, pur piccoli, alla sinistra del Pci esistono dal 1960 con le varie scissioni di gruppuscoli maoisti che cominciano a portare una critica serrata a quel partito che si stava, inesorabilmente, trasformando. Semmai c’è da porsi la domanda di quanta compenetrazione ci fu tra gruppi della sinistra extraparlamentare e movimento operaio perché se è vero che gli studenti “andarono al popolo” non penso che questo dato vada sovrastimato senza sottolineare anche le diffidenze che pezzi di mondo del lavoro mantennero sempre nei confronti di quei giovani che, spesso, provenivano, comunque, da contesti sociali più agiati.

L’arco temporale che affronti nel volume va dal 1968 al 1974. Un periodo caratterizzato da mutamenti sociali ed economici rapidi, drastici passaggi di fase: in quegli anni si sviluppa fino al suo apice la spinta delle lotte operaie tra biennio 68-69 e fazzoletti rossi alla Fiat, ci sono eventi acuti come lo stragismo, lo choc petrolifero. Le Br non credono a svolte golpiste sono molto attente invece alle proposte avanzate dalla Trilateral, raccolte nel famoso rapporto preparato da Croizier e Huntigton sulla crisi della democrazia e la loro governabilità. Tuttavia nello loro prime azioni selezionano obiettivi che appartengono a quel personale fascista recuperato dagli apparati di comando delle imprese. Come spieghi questa dualità?

A questa domanda, in realtà, hanno risposto le Br nell’autointervista che è pubblica fin da subito, nel 1971: i fascisti, o meglio il neofascismo, rimane lo strumento del capitale ma il progetto non è più quello di una svolta dittatoriale ma la costruzione di una cultura autoritaria di massa. In questo sta la distanza con Feltrinelli che, invece, pensava ad una riedizione del fascismo tout-court. Questa linea che si intravede già nelle rivendicazioni delle prime azioni con la dicitura «fascisti in camicia bianca» porterà, come conseguenza logica, allo sviluppo della campagna di primavera del 1974 con il rapimento Sossi. Va da sé, però, che le Br hanno nei primi anni della loro vita politica due obiettivi: il primo è quello di accreditarsi presso il soggetto sociale di riferimento che era la classe operaia e, quindi, intervenire sulle contraddizioni quotidiane dei luoghi in cui militavano era quasi scontato. Le Br nascono in fabbrica, e molto meno nel movimento studentesco, e da lì “devono” partire. Hanno, però, sempre ribadito, fino a dire nel 1973 che i fascisti erano di per sé poco importanti, che il progetto delle classi dominanti era quello della costruzione di una democrazia autoritaria di stampo gaullista. C’è, poi, un altro elemento centrale: l’egemonia sulla classe operaia si svolge con e contro un avversario politico: il Pci ed è per questo che la relazione con quel partito e le sue strutture fu così importante.

Veniamo ad un’altra novità che si trova nel tuo libro: negli archivi del Pci hai trovato due documenti inediti che mettono in luce nuovi aspetti del rapporto conflittuale tra Pci e Br. Ce ne puoi parlare?

Sì, nell’archivio del Pci trovo documenti che, insieme alle interviste, mi aiutano a comprendere meglio la relazione tra Br e Partito: una relazione che, lo ripeto, è quanto meno duale. Quello che mi interessava sottolineare erano due punti e credo, anche grazie a questa documentazione di esserci riuscito: il Pci conosceva le Br e le conosceva bene. Sapeva non solo chi fossero, almeno a grandi linee, ma ne conoscevano la linea politica perché le Br erano soggetto interno alla classe ed alle sue organizzazioni. Su questo punto non si può più tornare indietro. Di conseguenza tutta la pubblicistica sulle “sedicenti” Br va letta ed interpretata come uno scontro, quasi una pedagogia nel paternalismo che caratterizzava quel partito, tutto interno alla sinistra italiana. Sono convinto che, anziché affidarsi a strambe teorie del complotto, vada letto lo scontro in atto tra un partito, enorme ed innervato nella società, contro un gruppo rivoluzionario. Almeno fino alla fine del 1973 questo scontro il Pci cercherà di regolarlo, appunto, come uno screzio di famiglia (altro che album!). Non le disconosce le Br, anzi, le riconosce pienamente come avversario e le tratta con condiscendenza nell’idea, assolutamente fondata, che fossero espressione del radicalismo espresso da pezzi di movimento ed ha l’obiettivo di far rientrare quel gruppo, o almeno una gran parte di esso, dentro l’alveo della sinistra istituzionale. A questo compromesso le Br non scendono e lì si apre tutta un’altra storia ed una diversa relazione politica tra i due soggetti.

In effetti c’è un’ammissione fatta da Enrico Berlinguer nel corso di una intervista a Repubblica del 22 aprile 1978 nella quale il segretario del Pci dichiara che le Br: «sono i nostri antagonisti diretti, sostenitori di un’opzione alternativa nella sinistra». Una frase pronunciata nei giorni del sequestro Moro, stranamente sfuggita al linguaggio sempre controllato di Berlinguer e che tuttavia non ha mai attirato l’attenzione degli storici. Tonino Paroli, uno degli esponenti del gruppo dell’appartamento che partecipò alla fondazione delle Br, da me interpellato sui documenti che hai scoperto, si è mostrato molto perplesso. Sostiene che nessuno dei Br che provenivano dall’esperienza dell’appartamento è poi rientrato nel Pci. A suo avviso, probabilmente, si tratta di alcuni esponenti dell’appartamento che hanno frequentato il Cpm, Sinistra proletaria, magari sono andati un pochino oltre, forse commettendo anche qualche piccola azione illegale, ma poi si sono fermati rientrando nel Pci.

Allora la domanda ha una sua complessità e devo dividere la risposta in due parti: in primo luogo è assolutamente possibile che l’interpretazione di Paroli sia esatta: quelli che si ritrovano a bussare alla porta del partito sono stati elementi “minori” che non hanno, poi, aderito integralmente al progetto politico brigatista. Questo, però, ci parla di nuovo della dimensione assunta, in un certo momento, dal fenomeno Br. Quanti sono stati le donne e gli uomini che hanno gravitato in quell’area in diversi momenti? A mio parere molti di più di quanto ancora oggi non si sappia o non si voglia sapere. Questo, in sé, non muta la natura di quel documento, non sposta di una virgola il nodo della relazione politica tra Br e Pci e non la sposta anche perché, almeno fino alla fine del ’73 le Br non sono, da un punto di vista strettamente penale che era quello che più preoccupava il Pci, accusate di grosse cose. A dirla così oggi, si può sorridere, ma il livello di illegalità sul quale si muovevano le Br non era affatto dissimile da quello di decine e decine di altre sigle più o meno estemporanee della sinistra italiana inclusi alcuni membri del Pci. Quello che è interessante in quel documento non è tanto che alcuni militanti, inseriti a pieno titolo o meno cambia poco in quella fase, vogliano ritornare nel Pci spaventati o perché, forse, fanno considerazioni politiche altre ma è la risposta del partito ad essere importante con tutto ciò che ne consegue. Il secondo punto, poi, che mi fa riflettere su quanto detto da Paroli afferisce alla seconda mandata di documenti, come sai sono 2 fascicoli diversi, in cui si parla apertamente di elementi a quell’epoca di punta delle Br conosciuti dal Pci e c’è la famosa proposta di collegio di difesa pagato dal Pci a membri delle Br. Questo accenno è importante non solo perché lo riporta anni prima Franceschini nel suo libro ma anche perché lo ribadisce Curcio nel corso della sua chiacchierata con me quando mi dice che vi fu una riunione tra Br ed alcuni esponenti del Pci; riunione nel corso della quale la proposta fu formalizzata e respinta dalle Br. Tre indizi, insomma mi sembrano sufficienti a fare non dico una prova ma almeno ad indicare una direzione di ricerca.

Nel corso delle tue ricerche sulle relazioni tra Pci e Br dai corpo al dubbio che l’operazione Girotto, che portò all’arresto di Curcio e Franceschini, non sia opera solo di Dalla Chiesa ma ci sia stato anche un intervento pesante del Pci.

Come giustamente dici, è un dubbio. La storia si fa solo con i dubbi i quali però devono essere supportati da qualche indizio documentale. Su questo punto, lo dichiaro nel libro non ho prove schiaccianti ma solo un’inferenza logica che non è sufficiente, non prova nulla ma apre, semmai, la strada per eventuali altre ricerche. La risposta sta nella domanda successiva. Se il Pci deve intervenire nel corso del processo Sossi per bloccare la disponibilità di Cuba ad ospitare i militanti della XXII ottobre in caso di scarcerazione com’è possibile che poche settimane dopo si presenti un ex prete guerrigliero chiedendo informazioni sulle Br portandosi dietro delle credenziali cubane? Non mi sembra né un caso né, in quel clima politico internazionale, una svista possibile. Girotto fa il nome di un uomo dei servizi cubani che gli firma una lettera con la quale si presenta a Lazagna, lo stesso Lazagna non si fida pienamente di lui. Ora è possibile che i cubani, ripeto poche settimane dopo il problema con Sossi ed i militanti della XXII ottobre, non si pongano il problema prima di firmare “patenti di comunismo” ad un italiano di avvisare il partito comunista italiano? A me, francamente pare inverosimile. Per di più, e questo ce lo dice Dalla Chiesa, sappiamo che dopo il rifiuto delle Br all’offerta del partito il Pci comincia un’opera di collaborazione con la polizia che diventerà sempre più stretta con il passare degli anni e con l’aumento della ferocia degli attacchi brigatisti. Di nuovo tre indizi non faranno una prova ma ci indicano una direzione fino ad oggi negletta.

Nel volume citi una significativa testimonianza di Sergio Flamigni che, a mio avviso, rende palese quanto sia falsa e dolosa la narrazione dietrologica avviata dal Pci negli anni 80. Se Berlinguer è costretto a chiamare Mosca per chiedere di fare pressione su Fidel Castro affinché ritiri la propria disponibilità ad offrire asilo ai militanti della XXII ottobre in cambio della liberazione di Sossi, cosa mai c’entrano la Cia, la Nato, gli americani, la P2? E’ una storia tutta interna alla terribile dialettica del movimento comunista. Dubito che Flamigni non abbia avuto mai conoscenza dei documenti della federazione di Reggio Emilia. Sulla storia delle Brigate rosse la sua posizione è dettata da una malafede totale.

La testimonianza di Flamigni sulla telefonata è stata molto importante: tu dici dolosa, posso concordare, io ti dico dolorosa. Intendiamoci non giustifico il complottismo, non mi piace e credo sia chiaro, penso anche, però, che per molti militanti e dirigenti del Pci di quella generazione e di quella successiva sia stata incomprensibile la rottura. Per quanto conoscessero, a fondo anche per via dell’infiltrazione che praticavano in molti gruppi, le tematiche che si agitavano dentro la sinistra rivoluzionaria non hanno mai compreso e non sono riusciti a processare quello che, ai loro occhi, era un tradimento. Di fronte a questo tradimento hanno reagito costruendosi una comoda realtà parallela nella quale chiunque rifiutasse la via Pci era, per forza, manipolato o peggio prezzolato. Lo dico nel libro, il livello di paranoia era altissimo ma, allo stesso tempo, sono gli anni delle stragi e delle trame neofasciste non possiamo non tenere conto di questo dato. Se mi chiedi cosa c’entrassero la Cia o la Nato con l’operazione Sossi ti dico: assolutamente nulla. Allo stesso tempo quei soggetti erano presenti in modo decisivo nel paese in quegli anni. Lo spettro dell’interferenza americana era una costante ad ogni livello. Ripeto il disastro creato dal complottismo è enorme e serviranno anni per uscirne ma allo stesso tempo non si deve ignorare che le trame per la destabilizzazione del paese c’erano ed erano reali. Sia chiaro il complottismo non fa bene alla ricostruzione storica di quegli come di altri eventi ma è altrettanto vero che per decenni si è chiesta una verità almeno storica sulle stragi e siamo ancora lontani dall’aver accesso a tutti i documenti che, probabilmente, farebbero chiarezza su molti aspetti.

Sulla questione delle stragi, della cosiddetta “strategia della tensione” che ritengo una categoria inadeguata, tendo a separare il dato storiografico assodato, gli attentati dinamitardi realizzati in grande quantità in quegli anni dall’estrema destra con la supervisione, il controllo a distanza, il lasciar fare, degli apparati, le connessioni con alcuni servizi militari esteri, dall’uso politico che di tutto ciò si è fatto. La denuncia di trame e complotti è diventato dentro la sinistra un alibi per giustificare i propri fallimenti politici, l’incapacità di leggere i mutamenti di fase, giustificare la continua ricerca di un capro espiatorio su cui riversare i propri insuccessi: da Portella delle Ginestre fino al ponte di Genova, la storia della Repubblica viene letta come un continuum criminale di trame animate da un disegno comune, una «scatola nera unica», come ha scritto tempo fa Travaglio (che di sinistra non è). De Lorenzo, le stragi, Moro, l’agenda rossa, Berlusconi, la trattativa Stato-Mafia. Penso ad un magistrato come Guido Salvini che tanto ha fatto per ricostruire le vicende di piazza Fontana e Brescia. Nominato consulente della commissione Moro 2, chiusasi senza risultati, si è mosso con lo stesso paradigma di pensiero. Convinto che la storia delle Br e del sequestro Moro non fosse diversa da quella delle stragi di Stato, ha fatto una pessima fugura.

Come sai mi sono occupato per parecchi anni, ed ancora lo faccio, di estremismo di destra e neofascismo, quindi, parlo con un poco di letture alle spalle e quel minimo di approfondimento della questione: sono d’accordo quando dici che “strategia della tensione” è una categoria inadeguata, tanto quanto lo è quella di guerra civile strisciante per intenderci. Ci siamo, forse, tutti me compreso adagiati su questa dicitura giornalistica che, però, ha il pregio dell’immediatezza. Di nuovo debbo spezzare la risposta in due punti: in primo luogo il disegno che vede insieme pezzi degli apparati di sicurezza dello Stato, non solo italiani, ed estremismo neofascista per quanto fosse gridata a gran voce da molti, penso al libro inchiesta su Piazza Fontana che pur contenendo alcuni errori si rivelò nel tempo piuttosto preciso, tu sai bene quanti anni ci sono voluti per appurare da un punto di vista penale e storico quei legami e quelle responsabilità. Questo ci rimanda direttamente alla costante e meticolosa opera di disinformazione posta in essere da quel grumo di poteri che comprendevano mass media, uomini d’affari, pezzi della maggioranza governativa, alte schiere militari, solo per citarne alcuni. Capisci che in quegli anni fu estremamente difficile per tutti riuscire ad intravedere la verità dietro quella cortina di fumo. Per quel che riguarda, invece, l’uso strumentale che una certa sinistra ha fatto nel corso degli anni dello stragismo, io credo che ci sia un’ulteriore precisazione importante: tu parli di incapacità di leggere i mutamenti e posso essere d’accordo, io, però, non sottovaluterei delle scelte che vengono fatte in maniera consequenziale. L’idea della trasformazione dell’Italia in una democrazia parlamentare maggioritaria all’interno della quale il Pci si trasformasse in un partito socialdemocratico era l’asse portante della strategia di Moro ma non è che a Botteghe Oscure non lo sapessero. L’idea che bisognasse uscire da una fase di contrapposizione sociale fino ad espellere qualsiasi forma di contrasto, Schmitt direbbe di politica, non è un’idea soltanto della Dc. Allora, io credo che i risultati di alcune inchieste saranno sempre poveri se non si fa lo sforzo di comprendere come sia cambiato il quadro di riferimento politico, e anche sociale, del paese tra la metà degli anni ’70 fino al 1992 con la scomparsa dei regimi sovietici.

Veniamo agli aspetti, a mio avviso, problematici della tua ricerca: introduci una periodizzazione innovativa che anticipa di due anni la svolta delle Br con l’assalto alla sezione missina di Padova, del 1974, anziché con l’azione Coco del 1976.

Le periodizzazioni in storia sono sempre difficilissime; quello che ho tentato di fare è di dare unitarietà alla storia brigatista di quei primi anni. L’omicidio Coco è la continuazione dell’operazione Sossi ma, nel frattempo, l’omicidio è già entrato nella storia delle Br. Inutile nasconderci dietro un dito il fatto che a morire siano stati due militanti missini per anni ha fatto sì che questo episodio venisse in qualche modo derubricato a momento secondario e minore. Le divisioni tra prima e dopo non mi fanno impazzire ed il tentativo di riportare la morte di Giralucci e Mazzola dentro l’alveo della storia brigatista, a mio parere, è una parte importante di un ragionamento: le Br erano un gruppo armato e la questione, almeno a livello teorico, era patrimonio culturale e politico condiviso. Su questo, infatti, c’è una distanza enorme con altre sigle che in quel periodo avevano le stesse pratiche ma non rivendicavano come la nascente Autonomia Operaia. Se assumiamo la rivendicazione, di cui parlerò dopo, come gesto politico allora gli va dato il giusto peso ed a quel momento che, ricordiamolo, avviene a ridosso della strage di Brescia, va attribuita una valenza che può fare da spartiacque anche se, ripeto, vedo una rottura nella storia brigatista almeno non fino al cambiamento sociologico portato dal movimento del ’77 che fu, effettivamente, peculiare.

E’ vero, la scelta di assumere politicamente quelle uccisioni ha una valenza particolare sempre sottovalutata dal punto di vista storiografico, vicenda che per altro provocò la rottura dell’asse con Negri e l’uscita dei suoi dalla rivista Controinformazione. E’ anche vero che questo episodio smonta l’artificiosa suddivisione tra prime Br, vere, integre e buone, e le successive: quelle morettiane, sanguinarie e “dubbie”. L’orizzonte dell’omicidio politico era già stato oltrepassato ben prima, quando a dirigere il gruppo c’erano ancora Curcio e Franceschini. Inoltre, pochi mesi dopo, a settembre, Carlo Picchiura, membro della nascente colonna veneta, in un conflitto a fuoco occasionale ad un posto di blocco uccise un agente di polizia. Tuttavia, la vicenda di Padova fu un incidente di percorso: un’azione pianificata male e realizzata peggio. L’azione Coco resta un punto di svolta perché dopo una fase di confronto nazionale, una sorta di tavolo comune che riuniva diversi gruppi e aree combattenti, le Br rompono gli indugi e tornano sulla scena concludendo l’azione Sossi, dopo aver avviato una importante riorganizzazione interna e logistica. Stavolta non vi è nulla di improvvisato ma l’intenzione di indicare a tutto il movimento rivoluzionario quale è la via da seguire se si vuole fare la lotta armata in Italia.

L’azione Coco è un’azione preparata e pensata come risposta diretta di tutta l’organizzazione alla campagna contro Sossi, su questo punto non ci piove. Ed il momento di confronto con le altre sigle rafforza la mia idea. Eravamo in una fase di stallo dal punto di vista di coloro i quali pensavano alla lotta armata. Rimane, a mio parere, importante l’azione padovana perché per chiunque, persino per le “cattivissime” Brigate rosse, uccidere un uomo (o due come nel caso specifico) è un passo gigantesco. Affermare i principi della lotta armata e praticarli sono cose diverse. L’azione padovana è pensata (non è per intenderci un brigatista che vistosi fermare ad un posto di blocco inatteso, spara) ed attuata male, lo dicono tutti. La mia domanda di ricerca, la cui risposta come capita a chiunque può anche non essere corretta, è stata: nella pianificazione di quell’azione pensata e svolta così male c’è la possibilità che alcuni membri delle Br abbiano visto un’opportunità? In realtà non ho fatto altro se non trattare le Br per quelle che furono, cioè un gruppo politico armato, e sgombrare il campo da un mostro mitologico che è stato rappresentato come un cubo unanime e non scalfibile.

Altra questione da te proposta è la presenza di una dialettica interna tra una presunta ala militare e un’ala politica, dovuta – secondo quanto sostieni – alla divisione che ci fu a conclusione del sequestro Sossi. Uno strascico che avrebbe provocato una forzatura dell’ala militare nell’azione di Padova.

Questo punto che è stato sviluppato dentro la trattazione del duplice omicidio padovano è, probabilmente, la parte più complessa del libro e mi preme fare due precisazioni anche se so che su questo punto specifico ci possono essere disaccordi. Prima precisazione: la retorica delle Br come cubo d’acciaio l’ho sempre trovata un’invenzione. Le Br furono un gruppo politico e come all’interno di ogni altro gruppo politico che vi fossero scontri sulla linea è un dato di fatto. Credo che sorvolare su questo aspetto alimenti l’idea di chi crede all’esistenza del cervello unico, cosa che nella storia dei gruppi politici non è mai esistita neppure nella destra neofascista. Il tentativo di articolare questa visione intorno al nodo del “passare all’azione” mi sembrava fosse quasi naturale visto le ricostruzioni fatte da molti dei protagonisti del tempo ed alla luce dell’esito finale dell’operazione Sossi che, anche se frutta al gruppo una visibilità politica enorme, non raggiunge l’obiettivo della scarcerazione dei militanti della XXII ottobre. Il secondo punto si annoda inevitabilmente al primo ed ha a che fare con il teorema 7 aprile. Ho già detto di non credere ai cattivi maestri e non credo nemmeno all’esistenza del partito armato. Credo, invece, nell’esistenza di una galassia armata all’interno della quale c’era un dibattito, a volte anche aspro, tra organizzazioni e dentro la stessa organizzazione. Credo che il passaggio di militanti da una sigla all’altra fosse nell’ordine delle cose. Non vedo, però, rapporto di subordinazione o capi né tra gruppi che internamente ai gruppi stessi. Se il capo delle Br non è mai esistito, potevano esserci, semmai, singoli che avevano più o meno influenza dentro un dibattito, la “leggerezza” con la quale viene preparata l’effrazione nella federazione del Msi la leggo, a pochi giorni dallo scontro su Sossi e a ridosso dalla strage neofascista di Brescia, come una parte di quel dibattito interno. Non penso, insomma, a due “ali” contrapposte che non condividevano l’idea di fondo della lotta armata ma ad un dibattito articolato che, in un gruppo armato, si materializza non soltanto nella rivendicazione ma nella prassi.

Che nelle Br si discutesse molto e ci fossero sensibilità, culture e nel tempo fossero emerse linee diverse, è un fatto storicamente accertato. Esiste una mole documentale importante, ci sono le molteplici scissioni, i distacchi, gli abbandoni. Le Brigate rosse sono state attraversate dagli anni 70, molti militanti vi hanno transitato – come tu stesso ricordi – per periodi più o meno brevi per poi uscirne per ragioni non sempre personali: basti anche solo pensare a Gianfranco Faina, comunista libertario, che contribuisce in modo decisivo alla nascita della colonna genovese e che presto si distaccherà per fondare un suo gruppo, o Corrado Alunni, Susanna Ronconi e Fabrizio Pelli che esce su posizioni libertarie. Il problema è definire in modo corretto i termini della dialettica interna: il dualismo che tu proponi subito dopo Sossi mi sembra errato anche nella scelta degli interpreti.

Di nuovo io credo che sia quello il nodo del dibattito; in un’organizzazione armata che le contraddizioni che emergono nel corso di un dibattito politico possano avere delle ripercussioni, dirette o indirette, nell’azione a me non sembra peregrino. Come dico nel libro non ho mai creduto alla divisione in “ala militare” ed “ala politica” perché la scelta della lotta armata era condivisa da tutti. La questione semmai si innesta sull’opportunità e mentre per Coco questa opportunità sarà largamente condivisa, l’azione padovana è confusa al punto che alcuni membri sicuramente carismatici come Curcio lamenteranno di non esserne stati informati in modo esaustivo. Allo stesso tempo mi sembrava interessante, non dico che sia la sola chiave di lettura, perché c’è l’elemento dell’inchiesta interna, doverosa visto il risultato tragico dell’azione, che le Br svolgono (anche questa era prassi normale) e che non divide l’organizzazione in ali; per intenderci lo stesso militante poteva essere in generale più cauto sulla questione Sossi ed avere, invece, l’idea che quell’incidente sul lavoro avesse, in realtà, “sbloccato”, il dibattito interno.

Avere vent’anni nel luglio 60. Storia di Salvatore Ricciardi

Salvo bandieraSessant’anni di lotta politica e battaglie sociali, è stata questa la vita di Salvatore Ricciardi. Nato a Roma nel 1940, cresciuto nel quartiere di Porta san Paolo quando la città veniva bombardata dagli angloamericani, Salvatore appartiene a quella generazione che ha traversato per intero la storia del secondo Novecento italiano sapendo andare oltre, valicando il millennio.
Avere vent’anni nel luglio 60. Parte da questa data fatidica, gli scontri di Porta san Paolo del 6 luglio 1960, la traiettoria politica di Salvatore che lui stesso ha raccontato: «In quei giorni scoprimmo il sampietrino e la «breccola»… Scoprimmo una cosa ancora più importante: non eravamo soli. C’erano tanti gruppi di ragazzi nelle strade di Roma, che come noi avevano attraversato quel dopoguerra accumulando un malessere e una rabbia contro chi li condannava a una difficile esistenza. Come noi avevano quella sorta di ripulsa per la politica che sapeva troppo di schede elettorali, di “mozioni” e “ordini del giorno”, e sapeva poco di vita reale. Come noi avevano accumulato un’infinità di domande, ma, fin lì, nessuna risposta. Come noi volevano fare qualcosa» (leggi qui).
Lavoratore edile nei primi anni sessanta, dopo la prematura scomparsa del padre diventa ferroviere, attivista sindacale nella Cgil a cui segue l’ingresso nel Psiup (Partito socialista di unità proletaria, formazione che si collocava alla sinistra del Pci), sezione di Garbatella, quartiere popolare e proletario della Capitale, segue – a metà degli anni 60 – il lavoro politico nelle fabbriche di Pomezia, «un territorio – come si legge nella presentazione del suo blog (leggi qui) – che  rappresentava, nei voleri dei governi, il polo industriale di Roma e offriva notevoli facilitazioni agli imprenditori. Nel 1967 incontriamo davanti ai cancelli di queste fabbriche le compagne e i compagni del Potere Operaio di Pomezia (di cui si è persa memoria, eppure era frequentato da compagni/e molto capaci, in rapporto con Quaderni Rossi). Agli inizi dei movimenti del ’68 studentesco e operaio, proponiamo al Psiup di “sciogliersi nel movimento” per ridefinire le proposte politiche e anche gli assetti organizzativi; ritenevamo quel partito “vecchio” come gli altri e volevamo esplorare e moltiplicare i percorsi dell’autorganizzazione. Perdemmo il congresso provinciale su questa proposta (dicembre ’68), per pochissimi voti a causa dei “funzionari” che non volevano perdere il “posto di lavoro”. Usciamo dal Psiup e proponiamo alle assemblee del movimento di gettarsi nella costruzione degli organismi autorganizzati moltiplicando una tendenza che dilagava non solo in questo paese e di cui il Cub (Comitato unitario di base) dei lavoratori della Pirelli Bicocca era il punto di riferimento. La Fatme, la Sacet, la CocaCola, e tante altre realtà lavorative. Nel 1971 con altri ferrovieri diamo vita al Cub dei ferrovieri di Roma (leggi qui), che blocca il traffico ferroviario nei primi giorni di agosto 1971 e apre la sua sede nel quartiere di San Lorenzo (storico insediamento di ferrovieri) in Via dei Volsci 2-4. Che ospiterà, di lì a poco, gli aggregati di lavoratori che si muovono sul terreno dell’autorganizzazione, per primi l’assemblea lavoratori/trici del Policlinico e il Comitato politico Enel; poi, via via, tutti gli altri».
L’instancabile lavoro politico di Salvatore prosegue con la fondazione del Comitato politico ferrovieri (Cpf), «con un carattere più politico e più agile. Prendemmo la sede nel quartiere di San Lorenzo, in via di Porta Labicana 12, a pochi metri da quella che era stata la prima sede del Cub, in via dei Volsci».
Il Cpf fu parte integrante dell’Assemblea cittadina che si riuniva in via dei Volsci negli anni dal 1974 al 1976 e raccoglieva gran parte dei comitati politici territoriali romani, percorso che giunse a un bivio quando al suo interno alcune componenti decisero di entrare nel percorso di fondazione della colonna romana delle Brigate rosse. Convinto che bisognasse fare di più, che servisse un altro livello di scontro e di organizzazione per rispondere ai pesanti processi di ristrutturazione, nel 1977 anche Salvatore decise di entrare nelle Brigate rosse, nonostante avesse lasciato a casa una figlia piccola, un’esperienza vissuta intensamente, senza sconti. Diede vita alla Brigata ferrovieri (leggi qui), per poi dirigere alcune brigate territoriali, come quella di Primavalle, ed entrare nella Direzione di colonna, fino all’arresto del 20 maggio 80, in piazza Cesarini Sforza.
L’ingresso in carcere inizia con una evasione mancata per un soffio da Regina coeli e poi con la rivolta di Trani a fine dicembre 1980. Seguono anni di carcere speciale, il rifiuto della dissociazione, la patologia cardiaca che si palesa, la chiusura del ciclo politico della lotta armata. Nel 1990 comincia, insieme a Prospero Gallinari, la battaglia per la sospensione pena e la possibilità di operarsi all’esterno che ottiene nel 1995. Nel marzo 1998 viene nuovamente reincarcerato. Tornerà fuori con il lavoro esterno (art. 21) come redattore di radio Onda Rossa e la collaborazione nella Fondazione Basso, riallacciando rapporti bruscamente interrotti ai tempi dell’ingresso nelle Brigate rosse. Venne quindi la semilibertà fino alla conclusione della pena nel 2010. Ai microfoni di Onda rossa era la voce, oltre che delle sue storiche rassegne stampa e del lavoro redazionale, di due trasmissioni tematiche “Parole contro” e “La conta”, che non a caso si svolgeva nell’ora della conta carceraria, dalle 15 alle 16, quando i detenuti, in tutte le carceri italiane, vengo chiusi in cella per la conta e il cambio turno della custodia. L’impegno contro il carcere è stato il filo conduttore dell’ultima parte della sua vita con l’esperienza di Scarceranda, Odio il carcere, e i libri, Solo un tratto di strada, brevi cenni sulle lotte e il dibattito nel ciclo di lotte 68-69, Supplemento a Stampa alternativa, maggio 1989, Che cos’è il carcere. Vademecum di resistenza, (Deriveapprodi 2015) (qui) e Esclusi dal consorzio sociale (qui), senza dimenticare Maelstrom, Scene di lotta di classe in Italia dal 1960 al 1980, Deriveapprodi 2011 (qui) e l’intervista biografica di Ottone Ovidi, Salvatore Ricciardi, Bordeaux 2018 (qui).
Nel frattempo non aveva smesso di sperimentare terreni nuovi, confrontarsi con generazioni lontane anni luce dalla sua storia e dal suo vissuto, alla ricerca di ogni nuova contraddizione o accenno di lotta, come l’impegno profuso per sostenere le recenti lotte della logistica, con l’umiltà e pedagogia dei vecchi comunisti, convinto che ogni scintilla potesse essere l’occasione per dare nuovamente fuoco alla prateria. Una curiosità insaziabile che negli anni 60 e primi anni 70 l’aveva portato a vagare insieme a Gabriella, sua moglie, per l’Europa con la loro Cinquecento: a Praga per vedere da vicino cosa era stata quella «Primavera», o in Algeria per conoscere da vicino l’esperienza della lotta anticoloniale, o il grande amore per la Palestina, purtroppo mai attraversata, che l’aveva portato a studiare l’arabo in carcere fino ed entrare in contatto con tanti docenti arabisti. Lo salutiamo con le parole di un giovane compagno, perché Salvatore, Salvo per noi tutti, era questo: «Supermariobros delle autogestioni delle nostre scuole, spacciatore di Smemorande, instancabile divulgatore dell’abolizionismo tra noi ancora adolescenti, seminatore di fondi di pipa, procacciatore di introvabili numeri di dimenticate riviste. Il racconto della via prima che fosse la via, di Trani prima e dopo Trani, la spiegazione paziente della centralità della contraddizione capitale-lavoro ai nostri sguardi ebeti. Il rifiuto di sentirsi reduce, l’umiltà di sentirsi sempre un compagno tra i compagni, la curiosità incomprensibile per le nostre farneticazioni. Grazie».
Un abbraccio alle sue donne, la figlia Nicoletta, Gabriella, le sorelle Mariolina e Cloti, la sua compagna Tania. Un ricordo alla sua mamma, Claudia, morta mentre Salvo era in carcere e il permesso per assistere al funerale arrivò, come una beffa, solo il giorno dopo.

Ciao Salvatore

Storia di Salvatore
Brigate rosse, una storia che viene da lontano. Maelstrom, Scene di lotta di classe in Italia dal 1960 al 1980, il libro di Salvatore Ricciardi
Dai Cub alla Brigata ferrovieri
Contromaelstrom.com, il blog di Salvatore Ricciardi
Radiocane.info/ Salvatore Ricciardi

La Brigata ferrovieri

Dal Comitato unitario di base alla Brigata ferrovieri delle Brigate rosse

di Salvatore Ricciardi

scalo_locomotorilateraleRoma negli anni Sessanta e Settanta non era una città operaia, come non lo era mai stata, qualche grande fabbrica come la Fatme con circa 3.000 dipendenti, il resto erano piccole o medie dislocate lungo la via Tiburtina e la via Ostiense, fabbriche che man mano chiudevano o si spostavano altrove.
Roma aveva però dei consistenti e combattivi settori operai nei servizi, quelli che, nel movimento chiamavamo “servizi industriali”: i ferrovieri, i lavoratori del trasporto urbano, Atac e Stefer, i lavoratori della Romana Gas, i lavoratori elettrici dell’Acea e dell’Enel, quelli della telefonia della Sip, quelli degli Aeroporti romani, ecc., perché avevano delle lavorazioni simili a quelli delle fabbriche industriali e soprattutto stavano subendo delle trasformazioni che portavano queste attività ad abbandonare il ruolo di “servizio per la cittadinanza” per essere orientate alla produzione di profitto, con processi di privatizzazione, esternalizzazione e scomposizione in settori, ecc.; che negli anni Novanta vedremo svilupparsi appieno. Poi c’erano le attività che ruotavano intorno al mondo dell’istruzione e, soprattutto, gli ospedalieri, numerosi, combattivi e ben organizzati. Anche loro subiranno la privatizzazione e l’esternalizzazione, con l’utilizzo di cooperative il più delle volte fraudolente, che hanno condotto alla disaggregazione della compattezza di tutti i settori lavorativi, indebolendoli notevolmente.
Ma il portato conflittuale della città di Roma è stato prevalentemente appannaggio delle lotte di quartiere sul tema centrale della lotta per la casa, a causa della carenza drammatica dell’edilizia pubblica e dei costi esorbitanti degli affitti. Il territorio da tempo era diventato terra di profitto per bande di “palazzinari” che hanno distrutto e reso caotica la città. Numerose realtà di movimento, collettivi e comitati, sorgevano e si sviluppavano sul terreno della lotta per la casa, con occupazioni e difesa dagli sfratti, raggiungendo un buon livello di organizzazione con i proletari dei quartieri, da cui sono emersi numerosi e validi attivisti e militanti.

L’officina ferroviaria Scalo san Lorenzo
Nelle Ferrovie dello stato un ruolo importante lo avevano le grandi officine per la manutenzione e la riparazione dei locomotori, queste erano molto simili alle fabbriche, sia per le attività che si svolgevano, sia per gli orari di lavoro e per la disciplina interna. A Roma una era interna allo scalo ferroviario San Lorenzo, in un quartiere popolare, molto vicino alla stazione di Roma Termini; l’altra era nello scalo merci Roma smistamento utilizzato anche come deposito dei convogli ferroviari e come terminal, nelle vicinanze della stazione di Nuovo Salario, a nord est di Roma nei pressi del Grande Raccordo Anulare.
C’era tensione nelle ferrovie nel decennio Sessanta. Il governo voleva sopprimere 5000 km di rotaie sui 16.000 delle Ferrovie italiane e tagliare i fondi destinati alla manutenzione. Un tentativo di assassinare la rete ferroviaria pubblica per “pendolari” che, al contrario, necessitava di potenziamenti, a vantaggio del trasporto su gomma.
In quegli anni nelle Ferrovie c’era un grande fermento sindacale comune a tutti gli ambienti di lavoro, dopo che negli anni Cinquanta vi era stata una dura repressione e caccia all’attivista.
I ferrovieri, come le altre categorie, iniziarono un percorso di scioperi per unificare nella paga base del salario le tantissime voci delle competenze accessorie. Lo Sfi-Cgil (Sindacato Ferrovieri Italiano) iniziò un lungo sciopero gettando le basi per obiettivi che si raggiungeranno nel ’69, ma nel ’64 si scatenò una canea forcaiola per regolamentare gli scioperi dei servizi pubblici.
La nascita del Cub ferrovieri
Lo scontro interno allo Sfi-Cgil era esploso nel ’70, intorno alla costruzione della piattaforma per il rinnovo del contratto. I vertici sindacali non volevano portare la bozza di piattaforma alla verifica delle assemblee dei lavoratori. I compagni della sinistra dello Sfi-Cgil invitarono i ferrovieri a ritirare la «delega» all’azienda per la «trattenuta sindacale» sulla busta paga, che poi l’azienda versava al sindacato. Nel volantino si invitavano i dirigenti sindacali a venire tra i ferrovieri per riscuotere la quota mensile sindacale, «così li potremo vedere in faccia», si ironizzava. Migliaia di ferrovieri seguirono questa indicazione.
Le condizioni per la nascita del Comitati di base si crearono dentro la Commissione interna della stazione di Roma Termini. A differenza di quanto avvenne alla Fatme, dove il Comitato di base era nato fuori dalla Commissione interna. Nel ’71, a Roma Termini, nella Commissione interna i membri del Sindacato ferrovieri Sfi-Cgil erano in maggioranza con una presenza di compagni molto attivi. Raccogliendo le sollecitazioni dei lavoratori dei «piazzali» e degli scali (manovratori e deviatori), la Commissione interna di Roma Termini lanciò una vertenza per ridurre l’orario di lavoro di questo e di altri settori di attività lavorative usuranti e pericolose. Le segreterie provinciali e nazionali dei sindacati confederali negarono alla Commissione interna la legittimità di gestire una vertenza che aveva carattere nazionale e intimarono ai suoi membri di dimettersi. Si dimisero quelli della Cisl, della Uil e l’unico della Cisnal. I cinque della Cgil rimasti così in minoranza, cinque su undici, convocarono un’assemblea cui parteciparono oltre 500 ferrovieri, l’assemblea confermò gli obiettivi e si pronunciò per lo sciopero, inoltre si pronunciò per la formazione di un organismo autorganizzato che potesse convocare gli scioperi e portare avanti la lotta.
Era l’estate del ’71, era nato il Cub (Comitato Unitario di Base) dei ferrovieri di Roma Termini. Lo sciopero convocato dal Cub ebbe molte adesioni riproducendosi in molti altri impianti. Il traffico si bloccò totalmente nel «compartimento» di Roma (il «compartimento» è un settore della rete ferroviaria nazionale che corrisponde, grosso modo, a ciascuna regione) e interruppe il collegamento tra sud e nord del Paese. Il sindacato organizzò il crumiraggio facendo venire da tutta Italia ferrovieri «fedeli» per lavorare al posto degli scioperanti, ma non riuscì a fermare lo sciopero. La polizia perquisì le case di alcuni compagni del Cub.
Lo sciopero di 48 ore iniziò alle ore 21 del 7 agosto e terminò alle ore 21 del 9 agosto (l’orario di inizio degli scioperi in ferrovia è alle ore 21 perché è l’inizio del turno notturno del «personale viaggiante»: conduttori e capo treno e del «personale di macchina»: macchinisti e aiuto macchinisti). Il Cub era legittimato dall’assemblea di Roma Termini a proclamare uno sciopero in quell’impianto, non uno sciopero nazionale. Così il Cub invitò tutte le rappresentanze sindacali di ciascun impianto a riprendere i temi e le modalità dello sciopero di Termini per generalizzare lo sciopero; la generalizzazione dello sciopero si diffuse in quasi tutti gli impianti del compartimento di Roma. Dopo quello sciopero, poiché non si sbloccava la vertenza, si prospettò un altro sciopero che doveva avere l’effetto di una tempesta: 72 ore a ridosso di ferragosto, il momento di maggior traffico ferroviario.

Lo sciopero del 7 agosto 1971
Lo sciopero del 7 agosto era riuscito e aveva diffuso l’idea dell’autorganizzazione che sembrava a molti lavoratori la soluzione per i loro problemi. In pochi giorni il Cub di Roma Termini era diventato Cub dei ferrovieri di Roma, grazie alla costruzione di Comitati di base in tutti gli impianti. Molti gli aderenti negli uffici tecnici, grazie alla giovane età dei nuovi assunti, così come nello scalo San Lorenzo, nella stazione di Trastevere, in quella di Ostiense, di Tiburtina e di Roma Smistamento. Un trionfo. Nonostante il tentativo di crumiraggio del sindacato e l’occupazione delle stazioni a opera della polizia e del genio ferroviario dell’esercito, il 90 % dei ferrovieri di Roma aveva partecipato. Con quel punto di forza facevamo sapere che lo sciopero di 72 ore l’avremmo ritirato se il sindacato avesse smesso di organizzare il crumiraggio e l’azienda accettato le nostre richieste.
Vittoria su tutta la linea, la Cgil fece un gran passo indietro, i burocrati sindacali si accapigliarono tra loro, ciascuno incolpando l’altro. L’azienda chiamò il sindacato perché firmasse un accordo con le richieste dei ferrovieri del Cub. Il Cub non firmava accordi, ma imponeva, con la lotta, ad altri di firmarli.

La diffusione dei Cub ferrovieri
I Cub in ferrovia crebbero come i funghi: a Firenze, a Milano, alle officine di Napoli S. Maria La Bruna e in quelle di Foligno, le più grandi officine delle Fs nelle quali si contavano numerosi e frequenti incidenti sul lavoro.
Alcuni macchinisti di Genova-Brignole costruirono, nei primi mesi del 1975, il Comitato unitario di lotta (Cudl) che aveva lanciato una consultazione tra i macchinisti della Liguria per costruire una piattaforma di base. Su questa piattaforma il primo agosto proclamarono uno sciopero per la Liguria che riscosse massicce adesioni tra i macchinisti di Genova. Un’assemblea a Napoli propose uno sciopero di dieci giorni, dal 16 al 26 agosto di quello stesso anno.
Negli incontri con cui si cercava di coordinare questo enorme patrimonio di lotta si confrontavano una quantità di linguaggi diversi, ma c’era da continuare l’esperimento e consolidarne la tenuta. Le discussioni erano profonde, così le valutazioni, tante e diverse e ci occupavano molto tempo: dare risposta alle domande dei lavoratori che avevano fatto proprio il comitato. Piovevano le sottoscrizioni dei ferrovieri e, nel consegnarcela ogni mese, rispondevano a loro modo alla domanda: «Cosa vuole essere il Cub?». Molti di loro volevano costruire un sindacato che si battesse per i loro interessi, senza aspirare alla partecipazione ai Consigli di Amministrazione delle aziende pubbliche.
Fare un nuovo sindacato era una volontà molto diffusa, grazie anche alla propaganda ideologica della sinistra storica. Non era facile far capire ai lavoratori che anche un sindacato conflittuale non era garanzia per il mantenimento e l’accrescimento delle conquiste operaie; quando nelle aziende diminuivano i profitti, i padroni urlavano che c’era la crisi e il pericolo delle chiusura e utilizzavano il terrore di questa parola per impedire le lotte e togliere quanto i lavoratori avevano conquistato prima, compresi i diritti. I più capaci avevano capito che i diritti risiedevano nella nostra capacità di organizzazione e di lotta.
La disputa tra chi voleva mantenere il Comitato nella sua funzione originaria e chi voleva farne un sindacato aveva indebolito la presa sui ferrovieri di questa esperienza autorganizzata. Ancor prima di riunirsi sotto la sigla sindacale CO.M.U. (Comitato Macchinisti Uniti) i macchinisti aderenti ai comitati di base, nell’anno 1982, fondarono una rivista che tutt’oggi viene stampata, dal nome evocativo: “Ancora IN MARCIA!”. La pubblicazione infatti porta avanti lo spirito e la vocazione dello storico giornale dei macchinisti “IN MARCIA!” fondato dal macchinista Augusto Castrucci nel 1908 e chiuso per volere dello SFI nel 1979.
Il CO.M.U è nato ufficialmente con la registrazione del proprio statuto il 9 luglio del 1992 con atto notarile registrato a Roma, successivamente è confluito nell’Orsa (Organizzazione sindacale autonomi e di base), dopo aver contribuito a fondarla.

Il Comitato politico ferrovieri
A Roma, con i compagni più giovani avevamo costituito, in continuità con il Cub, il Comitato politico ferrovieri (Cpf), con un carattere più politico e più agile. Prendemmo la sede nel quartiere di San Lorenzo, in via di Porta Labicana 12, a pochi metri da quella che era stata la prima sede del Cub, in via dei Volsci, 2, 4.
In quella seconda metà degli anni Settanta iniziò in sordina la ristrutturazione, i cui effetti si vedranno poi negli anni Novanta: l’espulsione di circa 50.000 ferrovieri, l’esternalizzazione, il degrado del traffico locale per i pendolari a vantaggio delle opere come l’alta velocità, la dissoluzione del trasporto pubblico ferroviario che oggi abbiamo sotto gli occhi.
Buttammo tutte le nostre energie in quella battaglia, consapevoli che una ristrutturazione privatistica avrebbe diminuito la possibilità di lotta e di autorganizzazione nelle Fs, e assassinato la coscienza di classe, mettendo settori di lavoratori contro altri lavoratori. Non riuscimmo a portare gran parte dei ferrovieri su una lotta frontale contro quella ristrutturazione, prevalse l’altra opzione, quella delle rivendicazioni di settore privilegiando lo strumento sindacale e molti ferrovieri si adagiarono su quel terreno. Ma ciò successe anche in altri settori operai. Di fronte all’attacco padronale, con ristrutturazioni e licenziamenti, e a quello statale, con le «leggi speciali», lo scontro rischiava di frantumarsi in mille rivoli.

La Brigata ferrovieri
Eravamo nel 1978-79, con i compagni e le compagne più attive e politicamente mature, ci ponemmo il problema della necessità di un salto. I comitati avrebbero tratto maggior forza nel continuare la lotta se fosse decollato un attacco a livello più alto contro i meccanismi portanti della ristrutturazione, dimostrando concretamente che era possibile colpirli e contrastare quel progetto antioperaio, come era avvenuto nelle fabbriche del nord. Individuammo le prime mosse dell’azienda nel coinvolgere i settori dirigenziali in una stretta per ottenere una più rigida disciplina e una maggiore produttività. Allo scalo San Lorenzo che aveva modalità lavorative simili a una fabbrica, i capi reparto iniziarono a colpire gli operai con provvedimenti disciplinari sempre più duri. Volevano creare un clima di paura che rompesse la solidarietà e l’unità fino ad allora molto forte, mettendo gli operai uno contro l’altro. Era urgente intervenire.
Contatti e discussioni dimostrarono che era possibile costruire nel polo ferroviario di Roma una “brigata ferrovieri”. Nacque subito il problema del rapporto tra il Cpf e la brigata perché alcuni/e compagni/e facevano parte dell’uno e dell’altra. Le esperienze maturate nelle brigate delle fabbriche del nord, dove questo problema si era già presentato e affrontato, ci fu utilissimo. E così procedemmo. Le azioni della brigata tracciavano la strada per le iniziative di lotta che i comitati avevano già intrapreso e volevano continuare.

La prima azione
La scelta della prima azione fu quella di colpire un capo reparto di buon livello che aveva raccolto l’invito della dirigenza aziendale mettendo in opera provvedimenti disciplinari conto gli operai più combattivi. Essendo la prima azione nelle ferrovie, procedemmo con questa modalità: gli attaccammo al collo un cartello che riprendeva le parole d’ordine del volantino contro la ristrutturazione e con la pece in testa, il capetto rimase molto tempo sotto la sua abitazione, all’interno di un complesso abitato da molti ferrovieri.
L’entusiasmo che scatenò tra i ferrovieri dello scalo San Lorenzo, e non solo, fu enorme. Molti capivano che la ristrutturazione in arrivo portava con se la dura repressione negli ambienti di lavoro che dovevano diventare rigidamente disciplinati e ordinatamente produttivi. In brigata, ascoltando i ragionamenti di molti lavoratori, ci ponemmo il compito di continuare ad attaccare i livelli della gerarchia di impianto (l’impianto ferroviario corrisponde, grosso modo, a un settore di una fabbrica; è un impianto ferroviario, una stazione, uno scalo, un’officina di riparazione, ma anche un ufficio tecnico).

Le altre azioni
Altre azioni furono portate allo scalo Smistamento, ma non si riuscì a procedere oltre per gli attacchi della controrivoluzione che nel maggio ‘80 colpì pesantemente la colonna romana. Il 25 febbraio 1980 la colonna romana realizzò un esproprio di quattrocentocinquanta milioni al ministero dei Trasporti nel giorno delle paghe. Un ottima azione realizzata anche grazie al lavoro della brigata ferrovieri.

Per approfondire
Avere vent’anni nel luglio 60. Storia di Salvatore Ricciardi