Condannato per calunnia dopo aver denunciato le torture subite, Enrico Triaca ha presentato istanza alla corte d’appello di Perugia e una lettera a Napolitano per chiedere la revisione del processo

Fonte www.tmnews.it

Roma, 12 dic. (TMNews) – Una istanza di revisione alla corte d’appello di Perugia e una lettera al presidente della Repubblica per denunciare che lui dopo l’arresto del 17 maggio 1978 fu torturato dalla polizia con la tecnica dell’acqua e sale oggi nota come waterboarding. E’ una richiesta che potrebbe riaprire una pagina di storia della lotta al terrorismo quella presentata ai magistrati umbri dai legali di Enrico Triaca, il cosiddetto “tipografo delle Brigate rosse”.

Dietro le sbarre, per il coinvolgimento nella banda armata, lui è rimasto oltre 15 anni. La pena che contesta, che non gli è mai andata giù, è quella ad un anno 1 anno e 4 mesi per il reato di calunnia a danno proprio di quello Stato che lo aveva torturato. Il riferimento nell’atto firmato dagli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo, è all’attività dei “cinque dell’ave maria” e del “professor de Tormentis”. E poi da febbraio del 2012 è notorio chi si nascondeva dietro quello pseudonimo, perché quell’ex funzionario di polizia è stato intervistato da un noto quotidiano ed ha dato la sua versione dei fatti.

L’avvocato Romeo aggiunge: “E’ molto facile indignarsi e criticare la tortura quando viene praticata in altri paesi; è molto facile zittire con una condanna per calunnia, chi ha denunciato di essere torturato; è difficile, anzi, impossibile, affrontare la propria cattiva coscienza anche se appartiene al passato. Ci auguriamo, inoltre, che possa contribuire a rompere l’assordante silenzio tenuto dalle istituzioni e dalla magistratura romana dopo che la notizia sulle torture praticate dal ‘professor De Tormentis’ è divenuta di dominio pubblico”.

In una lettera inviata al presidente della Repubblica, Triaca spiega: “Chiedo la revisione di quella condanna per calunnia, perché la verità venga ristabilita, ma visto il silenzio, politico, non nutro molta speranza nell’esito positivo di questa storia. Pur tuttavia, è una strada che sento di dover percorrere, anche perché ci sono personaggi, coinvolti, o che quanto meno sanno, che ancora oggi ricoprono ruoli istituzionali, e per contro ci sono ancora prigionieri che sono in carcere dopo 30 anni, dopo aver subito torture dallo Stato che lei, magnificamente, oggi rappresenta”.

Questa storia – argomenta Triaca – “non si può licenziare la cosa con frasi tipo: parti deviate dello Stato, mele marce o schegge impazzite”. Ora “è lo Stato tutto ad essere coinvolto, la politica che ordinò le torture, i ‘bravi’ tutori dell’ordine che le eseguirono, la magistratura che li assolse, i media che li coprirono. E capisco anche le difficoltà alle quali dovete far fronte, per 30 anni avete raccontato al popolo di aver vinto usando, solo, i mezzi e gli strumenti che la legge e la costituzione vi consentivano, ma é proprio in questi frangenti che si misura la dignità e autorevolezza di una persona, di uno Stato”.


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