Non erano calunnie. Il tribunale di Perugia riapre il processo alle torture contro le Br

Anni ’70 – svolta sul “caso Triaca”

Samir Hassan, il manifesto 20 giugno 2013

IMG_1517L’istanza di revisione del processo per calunnia presentata dal collegio difensivo di Enrico Triaca, il tipografo delle Br arrestato il 17 maggio del ’78 nel corso delle indagini sulla morte di Moro, è giunta ad una svolta. Lo scorso 18 giugno la Corte d’appello di Perugia, presieduta da Giancarlo Massei, ha ammesso tre nuovi testi le cui testimonianze potrebbero finalmente far luce su una delle pagine volutamente più dimenticate degli anni ’70. Dopo l’arresto, infatti, Triaca fu pestato e torturato, sottoposto alla pratica del waterboarding da una squadra speciale dell’Antiterrorismo comandata da “De Tormentis”, eteronimo di Nicola Ciocia, dirigente dell’Ucigos. Soprattutto in base a queste premesse, la decisione della corte perugina sembra muovere in una direzione tanto anomala quanto importante. Sentiti i pareri favorevoli sia del procuratore generale sia degli avvocati di Triaca (Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo), i giudici hanno dato il placet affinché, nella prima udienza del dibattimento fissata il prossimo 15 ottobre, vengano ascoltati Matteo Indice, Nicola Rao e Salvatore Rino Genova. Il primo, giornalista de Il Secolo XIX, raccolse nel 2007 le testimonianze di Rino Genova e l’ammissione, fatta però dietro lo pseudonimo di “ Professor De Tormentis”, di Nicola Ciocia che svelò di essere stato a capo di una squadra alle dirette dipendenze degli Interni, creata in seguito al sequestro Moro e specializzata negli interrogatori sotto tortura. Nicola Rao, noto giornalista, è invece autore del libro Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le BR. La storia mai raccontata (Sperling & Kupfer, 2011), in cui sono racchiuse le dichiarazioni di Ciocia in relazione alle torture praticate a Triaca. Il nome di Rino Genova, noto ex commissario Digos, è invece legato alle confidenze di Ciocia da lui raccolte in merito alle torture perpetrate su Triaca, oltre al fatto che lo stesso Rino Genova ha assistito in varie occasioni ai “lavori” della squadra De Tormentis contro altri presunti brigatisti. Nell’accogliere per intero le prove presentate dal collegio difensivo di Triaca (tra cui un’intervista fatta da Fulvio Buffi per il Corriere, nel febbraio 2012, in cui Ciocia rivendica la paternità del nomignolo “De Tormentis”), la corte si è riservata di valutare se sentire anche lo stesso Ciocia, altro teste indicato dagli avvocati di Triaca; una riserva dovuta al fatto che, essendo quelle di Ciocia delle dichiarazioni autoaccusatorie, la posizione di quest’ultimo potrebbe mutare in sede processuale da teste a indiziato (anche se per fatti ad oggi prescritti).
«La decisione della Corte d’appello è un segnale positivo. Da qui si deve partire per mantenere viva l’attenzione su questo caso; far emergere la verità di fondo, inchiodare lo Stato davanti ai suoi crimini e costringerlo, anche se solo formalmente, ad una pubblica assunzione di responsabilità. Ciononostante, ho l’impressione che lo Stato sia trincerato dietro i suoi stessi silenzi, come ben dimostrano l’oscuramento dei media in merito a questo episodio», dichiara lo stesso Triaca. «La portata del processo – continua – assume una forte valenza simbolica, un ariete capace di scardinare il muro di silenzio che impedisce un dibattito aperto e storicizzante su gli anni ‘70». Quanto alla continuità della repressione di Stato, alla tortura sistemica e sistematica degli apparati statali, Triaca afferma: «Oggi lo Stato tortura anche attraverso singoli episodi, di puro e violento sfogo. Contro di noi si combatteva una battaglia più grande, non riconducibile ad un singolo caso, una pianificazione repressiva studiata a tavolino. La continuità dello Stato, oggi, non è tanto nel modo di persecuzione quanto nella capacità di depistare e mentire, di giustificare e assolvere la tortura di Stato». Che si tratti di un passo importante è anche l’opinione di Francesco Romeo, uno dei legali di Triaca, che aggiunge: «Il processo del ’78 fu un processo sommario e sbrigativo, volto non tanto a condannare Triaca quanto a negare la denuncia delle torture. Noi, oggi, puntiamo a ristabilire la verità storica di quanto realmente accaduto».

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Condannato per calunnia dopo aver denunciato le torture, Triaca chiede la revisione del-processo

Per approfondire la storia delle torture
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Il Processo alle torture si farà. La corte d’appello di Perugia accoglie la richiesta di Enrico Triaca, il tipografo delle Br sottoposto a waterboarding dal poliziotto dell’Ucigos Nicola Ciocia

La corte d’appello di Perugia ha accolto la richiesta di revisione del processo che portò alla condanna per calunnia di Enrico Triaca, dopo che questi aveva denunciato le torture subite durante gli interrogatori seguiti all’arresto avvenuto il 17 maggio 1978 nell’ambito delle indagini sul rapimento Moro.
IMG_0475La corte, letta l’istanza presentata dagli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo, sentito il parere favorevole espresso dal procuratore generale, ha ammesso come nuovi testi Nicola Rao, giornalista e autore del libro Colpo al cuore. Dai Pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Spelling & Kupfer, nel quale si riportano le rivelazioni di Nicola Ciocia, ex funzionario dell’Ucigos, in merito alle torture praticate su Enrico Triaca; Salvatore Rino Genova, ex commissario della Digos che ha raccolto le confidenze di Ciocia sulle torture realizzate contro Triaca ed ha assistito alle altre sevizie e torture praticate da Ciocia negli anni successivi sul corpo di altre persone arrestate con l’accusa di appartenere alle Brigate rosse; e infine di Matteo Indice, giornalista del Secolo XIX che nel 2007 raccolse la testimonianza di Genova e le ammissioni di Ciocia che raccontò (a condizione di apparire soltanto con lo pseudonimo di “professor De Tormentis”, il nomignolo che gli era stato affibbiato durante una pausa delle torture da Umberto Improta) di essere stato a capo di una squadra speciale del ministero degli Interni, addetta agli interrogatori sotto tortura, creata nel 1978 durante il sequestro Moro ma che aveva sperimentato i suoi metodi già a metà degli anni 70 nell’inchiesta napoletana contro i Nap e contro la criminalità organizzata, e che ebbe mani libere durante tutto il 1982 dopo la decisione del governo Spadolini di ricorrere in modo sistematico all’uso della tortura per contrastare la lotta armata. La corte ha accolto per intero le prove documentali presentate, tra cui l’intervista di Fulvio Bufi, apparsa sul Corriere della sera del 10 febbraio 2012 (leggi qui), nella quale Ciocia ammette di essere il “professor De Tormentis”.
La corte si è riservata di valutare la posizione di Nicola Ciocia, l’altro teste indicato dalla difesa di Triaca per le sue dichiarazioni autoaccusatorie, rinviando la decisione a dopo l’esame degli altri testimoni. Le loro dichiarazioni infatti potrebbero risultare “indizianti”, modificando la posizione di Ciocia da teste a indiziato seppur per fatti oggi prescritti (ricordiamo che il reato di tortura non è previsto dal codice penale italiano, le sevizie commesse da funzionari dello Stato vengono equiparate a normali violenze e lesioni private i cui tempi di prescrizione sono molto rapidi), trasformandolo in “testimone assistito” dal proprio difensore che proprio perché non potendo più essere imputato o indagato, non potrebbe più avvalersi della facoltà di non rispondere o dichiarare il falso, pena il reato di falsa testimonianza o reticenza, reato che essendo commesso sul momento non sarebbe più cancellato dalla prescrizione.
Di seguito il dispositivo letto dal presidente Giancarlo Massei


Corte d’appello di Perugia

Presidente Giancarlo Massei
Relatore Massimo Ricciarelli
Procuratore generale Massimo Cosucci

La Corte d’appello di Perugia,
letta l’istanza di revisione presentata nell’interesse di Triaca Enrico, valutati gli elementi di prova addotti, letta la lista dei testi depositata nelle more,
rilevato che in relazione alle fonti e ai temi di prova indicati si impone l’ammissione in qualità di testi di Nicola Rao, Salvatore Rino Genova e Matteo Indice, dovendosi invece formulare una riserva con riguardo alla posizione di Nicola Ciocia da rivalutarsi alla luce delle dichiarazioni che saranno rese dagli altri testi potendosi allo stato profilare elementi indizianti tali da determinare incompatibilità alla testimonianza richiesta.
Ritenuto inoltre di ammettere tutte le prove documentali prodotte, per questi motivi ammette le prove documentali prodotte e ammette altresì in qualità di testi Nicola Rao, Salvatore Rino Genova, Matteo Indice, con la riserva in ordine della posizione di Nicola Ciocia.
Dispone che la citazione dei testi avvenga a cura della difesa e rinvia la causa per l’audizione dei testi all’udienza del 15 ottobre 2013 ore 9 invitando le parti a comparire senza ulteriori avvisi.

Perugia 18 giugno 2013

La registrazione audio dell’udienza (fonte www.radioradicale.it)

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Si tiene stamani l’udienza presso la corte d’appello del tribunale di Perugia che dovrà decidere se accogliere la richiesta di revisione della condanna per calunnia pronunciata contro Enrico Triaca dopo che questi aveva denunciato le torture subite nelle fasi successive all’arresto avvenuto nel maggio 1978. La corte dovrà decidere se le nuove prove depositate a sostegno della richiesta di revisione, dopo le pubbliche ammissioni fatte recentemente da Nicola Ciocia (l’ex funzionario di polizia originario di Bitonto, soprannominato “professor De Tormentis” per la sua abilità con la tortura dell’acqua e sale), che ha rivelato di aver torturato Triaca, siano tali da consentire la riapertura del dibattimento

jpg_2178052Enrico Triaca, noto alle cronache come il “tipografo delle Br”, arrestato il 17 magio 1978, pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo del presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, in via Caetani a Roma, denunciò di essere stato torturato mentre era nelle mani della polizia perché rendesse dichiarazioni accusatorie. Dagli uffici della Digos, dove era stato condotto dopo l’arresto, fu portato nella caserma di Castro Pretorio. Qui venne a parlargli un funzionario che si presentò come un suo compaesano (Triaca è di origini pugliesi), quindi fu prelevato da una squadra di uomini travisati che lo incappucciarono e lo trasportarono in una sede ignota. Nel corso del tragitto iniziarono le minacce mentre i suoi sequestratori scarrellavano le armi. Arrivato a destinazione fu violentemente pestato ed alla fine sottoposto al waterboarding, la tortura dell’acqua e sale che produce una sensazione di annegamento (leggi qui il racconto di Triaca).

La ritorsione di Gallucci
showimg2Riportato in questura, di fronte al magistrato fece mettere a verbale le torture subite ma per rappresaglia venne a sua volta denunciato per calunnia dall’allora procuratore capo di Roma Achille Gallucci, che per conto del potere democristiano custodiva il tribunale della capitale, non a caso denominato il “porto delle nebbie”, insabbiando le inchieste non gradite a piazza del Gesù (dove si trovava la sede della Dc) e rivolgendo gli strali della giustizia inquisitoriale contro i nemici politici.

Una folla di nomi famosi
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Nel corso del processo farsa tenutosi nel novembre successivo, Triaca fu condannato ad un anno e quattro mesi di carcere per calunnia. Pena che si aggiunse a quella per appartenenza alle Brigate rosse e in un primo momento anche per il sequestro Moro. Verdetto ribadito in appello e poi in cassazione. Nel corso del processo, oltre all’allora capo della Digos romana, Domenico Spinella, sfilarono poliziotti che successivamente hanno fatto molta carriera, da Carlo De Stefano che condusse l’iniziale perquisizione nella tipografia di via Pio Foa, arrivato a dirigere la Polizia di prevenzione (denominazione assunta dall’Ucigos), poi nominato prefetto e recentemente sottosegretario agli Interni durante il governo Monti (leggi qui), a Michele Finocchi, promosso capo di gabinetto del Sisde, praticamente il numero due sotto la gestione di Malpica e coinvolto nello scandalo dei fondi neri per questo latitante in Svizzera dove venne successivamente arrestato dal Ros dei carabinieri. Il ruolo di Finocchi è centrale nella gestione dell’interrogatorio violento di Triaca poiché è lui che raccoglie i due fogli della “deposizione” estorta, di cui uno mai controfirmato.

Dalle torture a Bilderberg, l’ambigua posizione di Imposimato
Ferdinando-ImposimatoNon ci sono solo poliziotti ad interrogare Triaca, arrivarono anche Luciano Infelisi e poi come giudice istruttore Ferdinando Imposimato, che delle torture non si curò minimamente. Omise, coprì anche lui nonostante l’ibrida funzione di magistrato dell’istruzione gli avrebbe imposto di fare luce su tutte le circostanze dell’arresto.
Ad Imposimato la questione non interessava ed oggi, alla stregua dell’abbé Barruel, utilizza la coltre fumogena della dietrologia evocando il ruolo di alcune lobby nelle vicende della lotta armata per il comunismo, come il gruppo Bilderberg (dietro l’imput del suo ultimo delirante libro, la procura di Roma ha riaperto una quinta inchiesta sul rapimento Moro), per evitare imbarazzanti domande su quello che resta l’unico vero mistero della lotta armata: l’impiego delle torture di Stato.

La tortura dell’acqua e sale (waterboarding), conosciuta nelle questure italiane anche con il nome della “cassetta”
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Le parole di Nicola Ciocia, alias “professor De Tormentis”
162521007-2d0fba44-c393-4578-8c05-7b233e6357f74«Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un’operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti» (a Matteo Indice, Il Secolo XIX 24 giugno 2007).
La struttura – rivela a Nicola Rao, autore di Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali. Come lo Stato uccise le Br, Sperling&Kupfer 2011) è intervenuta una prima volta nel maggio 1978 contro il tipografo delle Br, Enrico Triaca. Ma dopo la denuncia del “trattamento” da parte di Triaca la squadretta viene messa in sonno perché – gli spiegarono – non si potevano ripetere, a breve distanza, trattamenti su diverse persone: «se c’è solo uno ad accusarci, lascia il tempo che trova, ma se sono diversi, è più complicato negare e difenderci». All’inizio del 1982 il “profesore” viene richiamato in servizio. Più che un racconto quella di “De Tormentis” appare una vera e propria rivendicazione senza rimorsi: «io ero un duro che insegnava ai sottoposti lealtà e inorridiva per la corruzione», afferma presagendo i tempi del populismo giustizialista. «Occorreva ristabilire una forma di “auctoritas”, con ogni metodo. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto».

Di seguito un estratto della richiesta di revisione preparata dagli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo
«I difensori contattavano il sig. Matteo Indice nato a Genova il 7/6/1977, giornalista, [leggi qui la sua intervista a Ciocia che parla nascondendosi sotto lo pseudonimo di “professor De Tormentis”] ed in data 30/7/2012 acquisivano le dichiarazioni (anche a mezzo registrazione audio con conseguente trascrizione integrale allegata); Matteo Indice dichiarava: di aver conosciuto Nicola Ciocia nel 2007 per il tramite di Salvatore Genova che lo accompagnò a Napoli per incontrarlo; di averlo incontrato a casa sua, in Campania, ove Ciocia gli raccontò nei dettagli la storia della struttura denominata “i cinque dell’ave Maria” da lui diretta; Ciocia ammise che lui ed i suoi uomini praticavano torture ma, lo facevano per il bene dello Stato; ammise di aver praticato la tecnica dell’acqua e sale (waterboarding) nei confronti di detenuti comuni e politici sia di destra che di sinistra; fece capire anche che il waterboarding era il sistema più leggero e, che usavano anche altro senza specificare oltre; ammise di essere stato soprannominato “Dottor De Tormentis”; Ciocia citò al giornalista anche il caso Triaca da lui definito interrogatorio esemplare, premettendo che lo avevano torchiato; a richiesta del giornalista se fosse stata usata l’acqua e sale Ciocia rispose “certo che lo usammo”; Ciocia spiegò anche che il suo gruppo era clandestino ed era stato creato per volontà dell’Ucigos, i suoi superiori erano i vertici dell’Ucigos da questi veniva incaricato di trattare ed interrogare le persone arrestate; delle azioni del suo gruppo erano informati: il Capo della polizia ed il Ministro dell’Interno dell’epoca (cfr. doc. all.  y, z))».

«De Tormenti sono io»
Bufi

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Le torture della repubblica

Condannato per calunnia dopo aver denunciato le torture subite, Enrico Triaca ha presentato istanza alla corte d’appello di Perugia e una lettera a Napolitano per chiedere la revisione del processo

Fonte www.tmnews.it

Roma, 12 dic. (TMNews) – Una istanza di revisione alla corte d’appello di Perugia e una lettera al presidente della Repubblica per denunciare che lui dopo l’arresto del 17 maggio 1978 fu torturato dalla polizia con la tecnica dell’acqua e sale oggi nota come waterboarding. E’ una richiesta che potrebbe riaprire una pagina di storia della lotta al terrorismo quella presentata ai magistrati umbri dai legali di Enrico Triaca, il cosiddetto “tipografo delle Brigate rosse”.

Dietro le sbarre, per il coinvolgimento nella banda armata, lui è rimasto oltre 15 anni. La pena che contesta, che non gli è mai andata giù, è quella ad un anno 1 anno e 4 mesi per il reato di calunnia a danno proprio di quello Stato che lo aveva torturato. Il riferimento nell’atto firmato dagli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo, è all’attività dei “cinque dell’ave maria” e del “professor de Tormentis”. E poi da febbraio del 2012 è notorio chi si nascondeva dietro quello pseudonimo, perché quell’ex funzionario di polizia è stato intervistato da un noto quotidiano ed ha dato la sua versione dei fatti.

L’avvocato Romeo aggiunge: “E’ molto facile indignarsi e criticare la tortura quando viene praticata in altri paesi; è molto facile zittire con una condanna per calunnia, chi ha denunciato di essere torturato; è difficile, anzi, impossibile, affrontare la propria cattiva coscienza anche se appartiene al passato. Ci auguriamo, inoltre, che possa contribuire a rompere l’assordante silenzio tenuto dalle istituzioni e dalla magistratura romana dopo che la notizia sulle torture praticate dal ‘professor De Tormentis’ è divenuta di dominio pubblico”.

In una lettera inviata al presidente della Repubblica, Triaca spiega: “Chiedo la revisione di quella condanna per calunnia, perché la verità venga ristabilita, ma visto il silenzio, politico, non nutro molta speranza nell’esito positivo di questa storia. Pur tuttavia, è una strada che sento di dover percorrere, anche perché ci sono personaggi, coinvolti, o che quanto meno sanno, che ancora oggi ricoprono ruoli istituzionali, e per contro ci sono ancora prigionieri che sono in carcere dopo 30 anni, dopo aver subito torture dallo Stato che lei, magnificamente, oggi rappresenta”.

Questa storia – argomenta Triaca – “non si può licenziare la cosa con frasi tipo: parti deviate dello Stato, mele marce o schegge impazzite”. Ora “è lo Stato tutto ad essere coinvolto, la politica che ordinò le torture, i ‘bravi’ tutori dell’ordine che le eseguirono, la magistratura che li assolse, i media che li coprirono. E capisco anche le difficoltà alle quali dovete far fronte, per 30 anni avete raccontato al popolo di aver vinto usando, solo, i mezzi e gli strumenti che la legge e la costituzione vi consentivano, ma é proprio in questi frangenti che si misura la dignità e autorevolezza di una persona, di uno Stato”.


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