Massimo Bordin e quel ricordo di un torturatore

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Ho conosciuto Massimo Bordin nel 2011. Stavo terminando l’inchiesta sul capo della squadretta del ministero dell’Interno responsabile delle torture praticate nel maggio 1978 a Enrico Triaca, conosciuto come il tipografo delle Br, e poi durante tutto il 1982 contro altri militanti accusati di appartenere alle Brigate rosse. Matteo Indice, sul Secolo XIX e poi Nicola Rao in un libro avevano avvicinato questo personaggio. Lo avevano intervistato senza tuttavia mai svelarne il nome, si erano limitati ad indicarlo col soprannome di «professor De Tormentis», affibbiatogli dal suo capo Umberto Improta. Soprannome che si era guadagnato sul campo per la sua abilità nel condurre interrogatori sotto tortura, in modo particolare con la tecnica della «cassetta», l’acqua e sale, divenuta nota a livello mondiale dopo Guantanamo con l’etichetta di waterboarding.
Il «professor De Tormentis», raggiunto il grado di questore aveva lasciato la polizia per entrare nel mondo dell’avvocatura (sic!). Era molto orgoglioso del suo passato e disseminava tracce ovunque. Si era candidato in una tornata elettorale con Fiamma Tricolore e aveva scritto persino degli articoli. Insomma l’avevo beccato. Sapevo chi era, dove aveva sede il suo studio legale. Ormai ero certo. Si chiamava Nicola Ciocia. All’epoca lavoravo a Liberazione ma soprattutto ero in semilibertà. Il mio avvocato era molto preoccupato per l’articolo che stavo preparando, temeva ripercussioni immediate, una querela e la mia chiusura in cella. Risultato che qualche tempo dopo cercò di ottenere Roberto Saviano per un’altra vicenda che riguardava le sue bugie sulla madre di Peppino Impastato. Anche in redazione erano preoccupati, alla fine cedetti. Avrei scritto l’articolo riempiendolo con una tale quantità di informazioni circostanziate che bastava fare un clic sul web per conoscere la sua identità (lo potete trovare qui). Non mi arresi, ovviamente, e feci di tutto perché quel nome uscisse comunque, come avvenne qualche tempo dopo sul Corriere della sera. La vicenda poi finì anche in mano alla magistratura, che grazie alla forza di Enrico Triaca e alla competenza dell’avvocato Francesco Romeo riconobbe l’esistenza (leggi qui) delle torture praticate da Ciocia e dalla sua squadra.
Mentre completavo l’inchiesta avevo letto che l’avvocato Nicola Ciocia aveva partecipato al processo Cirillo, del quale era stato durante l’inchiesta, grazie alle innumerevoli sedute di tortura praticate contri gli imputati, uno dei principali inquirenti. Siccome avevo bisogno di ulteriori conferme e dettagli per blindare il pezzo, avevo cercato le registrazioni delle udienze su radio radicale. Massimo Bordin aveva seguito per la radio quel processo. Fu quella la ragione che mi spinse a chiamarlo e prendere un appuntamento. Dopo aver inviato il solito fax al commissariato per comunicare che mi sarei recato nella redazione di radio radicale per motivi di lavoro, raggiunsi via Principe Amedeo. Salii le scale ripide fino all’ultimo piano, dove si trova la sede. Si accedeva all’ufficio di Bordin attraverso un piccolo corridoio. La stanza era piccola con un grande tavolo sommerso di libri e giornali. Un caos perfettamente organizzato. Stava lì con il suo toscano e il suo sorriso. Gli avevo accennato qualcosa per telefono e una volta davanti a lui si accese quella enorme banca dati che era la sua memoria: precisa, circostanziata, visiva, ricca di infiniti aneddoti. Mi disse subito che si ricordava di Ciocia che nel processo teneva la difesa di un poliziotto, suo subordinato quando era ancora in servizio. «Come si può dimenticare quel personaggio!» Esclamo. Mi raccontò immediatamente un episodio che diceva tutto di come Massimo sapeva riassumere le situazioni: Ciocia aveva iniziato il controinterrogatorio di un imputato che lui stesso aveva interrogato durante le indagini. Potete immagina come.
Con fare aggressivo lo incalzava dicendogli: – ma come, non ti ricordi quando con le lacrime agli occhi mi dicevi queste cose?
E l’imputato: – Avvoca’ ma quelle non erano lacrime, erano i suoi sputi!
E Massimo sorrise!

Mi mancherai davvero, ciao!

Per saperne di più su Nicola Ciocia e le torture
Le torture della Repubblica

CasaPound «un’associazione che vuole rilanciare il Fascismo». Il Gip di Roma ridimensiona l’informativa del Viminale

Archiviazione 1Il gip di Roma Vilma Passamonti scrive quello che la polizia di prevenzione nella sua infornativa sui “bravi ragazzi di CasaPound” aveva in tutti i modi evitato di dire. E lo fa nella maniera più oggettiva possibile, ovvero citando le stesse parole che le tartarughine di via Napoleone III  utilizzano sul loro sito per definire se stessi e i propri obiettivi: «l’associazione si propone di sviluppare in maniera organica un progetto e una struttura politica nuova, che proietti nel futuro il patrimonio ideale e umano che il Fascismo italiano ha costruito con immenso sacrificio». Il passaggio appena citato fa parte del provvedimento reso noto nel pomeriggio di oggi [ieri 5 febbraio 2016 ndr] con il quale il giudice ha archiviato la querela (la trovate qui) che Gianluca Iannone aveva presentato contro un mio articolo apparso su Liberazione dell’8 maggio 2010 (lo potete leggere qui). La denuncia puntava l’indice contro un passaggio del testo in cui riferiva delle «aggresioni, spedizioni punitive, iniziative contro i disabili, xenofobia e brindisi alla Shoà», compiute da esponenti di CasaPound. Episodi ritenuti da Iannone non veritieri e lesivi della onorabilità dell’associazione. Nel corso delle varie memorie depositate dalla parte querelante si invitava ripetutamente il magistrato a richiedere informazioni alla digos per avere chiarimenti sull’operato dell’organizzazione. Un singolare dimostrazione di fiducia o di chiromanzia verso le informative della polizia nonostante l’esistenza di centinaia di denunce e decine di arresti. Questa strategia dispiegata anche in altre cause alla fine ha sortito la richiesta del giudice del tribunale civile di Roma dove pendeva la denuncia dalla figlia di Erza Pound, da cui è scaturaita la nota informativa della polizia di prevenzione (la trovate qui) che tanto ha fatto discutere in questi giorni.
Nel provvedimento redatto il gip sostiene che nell’articolo messo sotto accusa non solo il diritto di cronaca è stato correttamente rispettato ma – aggiunge – che i fatti riportati sono veri: nello scritto «un nucleo essenziale di veridicità dei fatti… sussiste con certezza secondo quanto documentato anche da articoli giornalistici dell’epoca, attenendo dunque o trovando la propria fonte in fatti anche pubblicamente conosciuti». La querela è dunque senza fondamento.
Da rilevare come nel citare i singoli episodi che attestano le «aggresioni, spedizioni punitive, iniziative contro i disabili, xenofobia e brindisi alla Shoà», il magistrato indirettamente faccia emergere uno degli aspetti più sconcertanti della nota informativa della polizia di prevenzione, ovvero la mancata risposta ad alcuni «precisi questiti posti dal Tribunale civile di Roma» (come potete leggere più avanti nel testo integrale della risposta scritta alla interrogazione presentata da SI).
Oltre ai «dati conoscitivi sull’associazione» e «informazioni sull’articolazione della struttura organizzativa anche a livello periferico», dal Tribunale civile erano venute richieste di notizie «sull’eventuale diretto coinvolgimento del sodalizio in procedimenti penali o attività d’indagine, sfociate in denunce o rapporti informativi all’Autorità giudiziaria per fatti di violenza o per manifestazioni politiche non autorizzate, segnatamente di carattere antisemita e/o nazista».
Se le violenze e le aggresioni sono state esposte con una sintassi minimalista, per altro concentrandole all’interno delle tifoserie ultras e trovando per esse una pseudogiustificazione nella presenza dell’attivismo politico della parte avversa, senza dare notizia adeguata delle numerose indagini e decisioni di giustizia, sui comportamenti a carattere antisemita e/o nazista la nota ha taciuto ogni notizia. Spiega il ministero, prendendo con prudenza le distanze, che la nota in questione «non costituisce un documento di analisi o di valutazione sul movimento». E allora di che si tratta? Certamente di un testo pesantemente omissivo.

Di seguito potete leggere il dispostivo integrale del gip di Roma, la risposta scritta dal Viminale alla interrogazione parlamentare di SI, e subito dopo i link della documentazione presenti nella memoria difensiva redatta dall’avvocato Francesco Romeo

Archiviazione 1

Archiviazione 2 Archiviazione 3

La replica del ministero

Risposta ministero 1

Ministero 2

Link riportati nella memoria difensiva

http://roma.repubblica.it/dettaglio/casa-pound-slogan-choc-contro-i-disabili/1608090

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/02/06/un-brindisi-all-olocausto-fanzine-choc-dei-neonazisti.html

http://iltirreno.gelocal.it/prato/cronaca/2011/04/23/news/consigliere-del-pdl-fa-l-elogio-di-hitler-1.2447259

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/politica/2011/23-aprile-2011/se-candidato-municipalita-fa-auguri-adolf-hitler-190497830024.shtml

http://www.tusciaweb.it/notizie/2009/settembre/24_5volantini.htm

http://www.tusciaweb.it/notizie/2009/settembre/25_3scritte.htm http://www.newtuscia.it/archivio/rassegna-stampa/2009/09/24/scritte-offensive-contro-larci-picchiarelli-e-ascanio-celestini-interviene-il-presidente-mazzoli.asp

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/11/29/casapound-ferma-i-bimbi-rom-a-scuola15.html

http://www.romagnaoggi.it/cronaca/predappio-picchio-carabiniere-condannato-leader-della-destra-radicale.html

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/07/15/la-vendetta-dei-fascisti-di-casa-pound.024la.html

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/06/15/si-oppose-alla-perquisizione-a-processo-il-capo-di-casapoundRoma08.html

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/12_luglio_9/zippo-casa-pound-condanna-201938275553.shtml

http://www.lettera43.it/attualita/36236/casa-pound-brinda-alla-morte-di-saviotti.htm

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/salerno/notizie/cronaca/2013/24-gennaio-2013/banda-armata-attentati-aggressioniarrestati-esponenti-estrema-destra-2113686177952.shtml

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2013/24-gennaio-2013/arrestati-estremisti-destrac-anche-figlia-florino-2113688177241.shtml

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2013/24-gennaio-2013/savuto-camere-gas-mai-esistite-ma-non-bisogna-dirlo-pubblicamente-2113693718121.shtml

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2013/26-gennaio-2013/frasi-odio-che-schifo-ebreo-la-kippah-2113721169342.shtml

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/politica/2013/29-gennaio-2013/inchiesta-casapound-napolitano-miserabile-paccottiglia-risposta-dura-2113757375301.shtml

Per saperne di più
Il documento shock del ministero dell’Interno, “Casapound solo bravi ragazzi“
La querela di Casapound, non siamo violenti, facciamo solo il bene del prossimo
Più case meno pound
Casapound non gradisce che si parli dei finanziamenti ricevuti dal comune di Roma
La destra romana, fascisti neo-ex-post, chiedono la chiusura di radio Onda rossa
Sbagliato andare a Casapound, andiamo nelle periferie

Le torture degli altri

Un reato a geometria variabile. Per la procura della repubblica di Roma c’è tortura solo se le sevizie avvengono oltre i confini nazionali. In Italia è semplice abuso d’autorità. Ecco la storia del doppio binario impiegato dalla magistratura inquirente di fronte al caso dell’uruguaiano Jorge Nestor Fernandez Troccoli, ex capitano della marina uruguayana e ex capo del Fusna (servizi segreti della marina militare), messo sotto accusa dal pubblico ministero Giancarlo Capaldo per le sue responsabilità nella tortura e successiva scomparsa di sei cittadini italo-uruguayani militanti antidittatura, avvenuta nel 1977, e del funzionario dell’ucigos Nicola Ciocia che nel maggio 1978 torturò Enrico Triaca (episodio sancito in via definitiva da una sentenza della corte d’appello di Perugia) e nel 1982 decine di altri arrestati per appartenenza alle Brigate rosse

di Francesco Romeo
Il Garantista 10 dicembre 2014

Troccoli

Jorge Nestor Fernandez Troccoli

Il reato di tortura nel nostro codice penale non c’è, non ha ancora trovato posto. I casi di tortura, invece, ci sono da sempre.
Alla Procura di Roma, sono convinti che gli episodi di tortura siano tali solo quando riguardano fatti che accadono o sono accaduti al di fuori dei nostri confini: si sa, noi italiani siamo brava gente.
Capita, così, che la procura capitolina abbia chiesto il rinvio a giudizio del cittadino uruguaiano Nestor Troccoli accusato di aver commesso negli anni 70’ diversi omicidi di militanti di organizzazioni di opposizione politica alle giunte militari argentina ed uruguaiana e di sequestro di persona a scopo di estorsione per avere arrestato, senza alcun provvedimento dell’autorità legittima, un numero indeterminato di persone per i loro presunti rapporti con queste organizzazioni e per averle sottoposte a detenzione illegale e tortura, al fine di estorcere loro indicazioni sull’identità di altri partecipanti alle citate organizzazioni, sui nomi di battaglia, sulla localizzazione e sulla partecipazione degli stessi a presunte azioni sovversive. In assenza del reato di tortura si è contestato, comunque, un reato gravissimo e, si è detto chiaramente che la tortura era finalizzata all’estorsione di informazioni: nomina sunt essentia rerum.

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

A Perugia, lo scorso anno la Corte di Appello di quella città ha pronunciato una sentenza, passata in giudicato, con la quale ha revocato la condanna per calunnia nei confronti di Enrico Triaca, militante delle Brigate rosse, tratto in arresto pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro.
Enrico Triaca, dopo essere stato arrestato era finito nelle mani di una squadra “coperta” della polizia italiana, denominata “i cinque dell’ave maria” e sottoposto alla tortura del waterboarding (allora chiamata “algerina”) per ottenere informazioni su altri componenti l’organizzazione armata; un mese dopo l’arresto, Triaca aveva denunciato al magistrato di essere stato torturato ed aveva ritrattato le dichiarazioni rese; per tutta risposta fu tratto a giudizio per direttissima per il reato di calunnia (caso unico nella storia processualpenalistica italiana) e condannato. Seguendo il filo nero costituito dalla pubblicazione di libri, servizi televisivi ed interviste giornalistiche si è individuato il dirigente di quella struttura della polizia italiana soprannominato “dottor de tormentis” e, si è dimostrato che era stato lui a dirigere il waterboarding praticato su Enrico Triaca.
La Corte di Appello di Perugia ha accertato che quella squadra della polizia capitanata dal dottor de tormentis, utilizzò la tortura nel caso di Enrico Triaca ed anche in altre occasioni ed ha trasmesso gli atti alla procura di Roma per valutare quali reati emergessero a carico del dott. de tormentis, al secolo Nicola Ciocia, segnalando che anche se fosse maturata la prescrizione, il Ciocia vi avrebbe potuto rinunciare.
Alla procura di Roma, dopo aver letto la sentenza della Corte di Appello di Perugia, hanno pensato che, tutto sommato, il waterboarding quando viene praticato all’interno dei confini nazionali, non rientra nell’ambito della tortura e, anzi, nemmeno la si deve nominare. Così, nei confronti di Ciocia è stata formulata l’accusa di abuso d’autorità sulle persone arrestate art. 608 del codice penale per aver: “sottoposto a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata” così recita la norma (Triaca era stato sottratto ai poliziotti che lo avevano arrestato, dalla squadra di de tormentis). Il “waterboarding”, dunque, è una misura di rigore tutta italiana, mica tortura. Ciocia non ha rinunciato alla prescrizione ed il procedimento si è avviato sul binario procedurale che lo condurrà in archivio.
Balza agli occhi l’asimmetria della procura capitolina nel trattamento riservato ai due casi di tortura e, non perché Troccoli forse sarà giudicato (per gli omicidi, non per i sequestri di persona prescritti) e, Ciocia non lo sarà, ma per quel riflesso, quasi pavloviano, per quale ci siamo indignati e, ci indigniamo ancora per il waterboarding a Guantanamo e per le torture ad Abu Grahib, ma chiudiamo gli occhi e giriamo la testa dall’altra parte se le stesse cose accadono a casa nostra, non riusciamo nemmeno a nominarle: si sa, noi italiani siamo brava gente, del reato di tortura non ce n’è bisogno.

Per saperne di più
Perché la nuova commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc ?
Gli anni spezzati dalla tortura di Stato
Le torture della repubblica

L’«amnistia sociale» per tutti quelli (tanti) che criticano il potere

Ci battiamo da anni contro un sistema carcerario fuorilegge, per l’amnistia, l’indulto, insieme a decine di associazioni

Giovanni Russo Spena, il manifesto 12 Settembre 2013

Oggi ci è inibito da larga parte delle sinistre.È inutile precisare,con argomenti e scienza giuridica che Berlusconi non potrebbe fruire delle nostre proposte di amnistia. Ha ragione Bascetta: nel nome del cosiddetto «antiberlusconismo» il merito di ogni questione, ogni principio può essere sacrificato,lasciando campo libero al giustizialismo populista e all’ipertrofia punitiva in un carcere diventato sempre più una struttura classista.
Sento, allora, il dovere di aggiungere la mia modesta testimonianza alle argomentazioni di Pepino, Gianni, Corleone, Gonnella, Romeo. Forse possiamo cogliere l’occasione per squarciare ipocrisie,per aprire, dopo anni di rimozione istituzionale, finalmente, un «dibattito sul diritto penale che vogliamo e sulle modalità di gestione del conflitto sociale». Terreni su cui le sinistre hanno fatto bancarotta e che ritengo, invece, fondativi per la costruzione di una sinistra alternativa. Non sono temi collaterali, da specialisti marginali, così come, ad esempio, non lo è l’organizzazione dei migranti. Ritengo, anzi, che il contesto, con la connessione tra crisi del liberismo, recessione, postdemocrazia (il capitale pretende, e ottiene dalle maggiori forze politiche, una ex democrazia costituzionale) ci induca ad assumere la centralità della campagna per l’«amnistia sociale» (bene illustrata da Romeo sul manifesto qualche giorno fa. Parlo della guerra che il potere ha aperto contro migranti, movimenti, settori sindacali, militanti politici, grumi di resistenza sociale. Vengono applicati spesso, contro ragazze e ragazzi, figure di reato (devastazione,saccheggio) inusuali, che Mussolini pretese per gli oppositori del regime. Correttamente Pepino scrive di un’amnistia che guarda al futuro «perché sia l’anticipazione di un sistema penale diverso che includa i reati che stigmatizzano le persone ma escludendo quelli che destano allarme sociale. Come i reati fiscali». Va combattuto il paradigma impostosi negli anni del «diritto del nemico» (il «nemico migrante clandestino» ne è metafora, per le legislazioni emergenzialiste, ma anche per le ordinanze di tanti sindaci, anche del Pd). Ho vissuto di persona l’amnistia (che Pepino descrive) del’70. Essa da un lato proiettò la sua forza politica sul miglioramento della generale condizione carceraria (è sempre cosi: i provvedimenti di clemenza preparano ed agevolano riforme strutturali), dall’altro lato ricostruì un equilibrio sociale che era stato rotto dalla repressione di stato contro conflitto operaio, agrario, studentesco. Proprio qui siamo ora. Denunce di attivisti sociali, condanne, penalizzazione e carcerizzazione di circa ventimila persone (in quotidiana crescita), colpevoli di lotta di classe, a cui viene impedito il già aspro percorso lavorativo, con applicazione di misure dettate da una logica strisciante, anche negli apparati statali, di «stato di eccezione», di «stato penale» (fogli di via, sorveglianze speciali, ecc.). La Val Susa e tutte le zone di insediamento di discariche, inceneritori, grandi abnormi impianti sono diventate «zone rosse» (a controllo e disciplina militare); e il diritto di resistenza,anche il più aspro, contro la militarizzazione è dentro i principi della legalità internazionale. Le fabbriche in lotta (da Pomigliano alla Irisbus) sono militarmente presidiate. Le lotte per il diritto all’abitare diventano associazioni sovversive. E così via. La guerra giudiziaria contro la critica del potere agita concretamente i mille rivoli carsici nei territori. Con la proposta di «amnistia sociale» ci richiamiamo a diritti costituzionali vissuti, non solo proclamati. Posso permettermi di proporre che anche questo tema sia assunto all’interno dell’importante «via maestra» del 12 ottobre?

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Serve un’amnistia sociale per difendere i movimenti e sconfiggere i giustizialismi

La lunga stagione berlusconiana, una guerra dei vent’anni che ha visto affiorare giustizialismi di opposte fazioni, berlusconiani e antiberlusconiani, è stata condotta a senso unico: dall’alto verso il basso, contro i movimenti sociali di opposizione, i migranti e i ceti sociali più deboli che affollano le carceri. Per questo è fondamentale porre oggi all’ordine del giorno quella che è stata chiamata “amnistia sociale”, per distinguere la sua politicità non istituzionale dalla sfera del ceto politico che alberga nelle istituzioni, distinzione necessaria in un’epoca di populismi e legalitarismi che hanno inquinato il linguaggio politico della sinistra. Solo un’amnistia politica generale può ristabilire il principio di uguaglianza:  pari trattamento per tutti e per ciascuno. Nessuno escluso

Francesco Romeo*
il manifesto 6 settembre 2013

In quest’ultimo scorcio d’estate i palazzi della politica istituzionale sono attraversati da un lavorìo incessante, un fervore votato al tentativo di salvare Silvio Berlusconi dalla decadenza del proprio mandato parlamentare dopo la condanna passata in giudicato.
L’intero discorso pubblico ruota attorno alla contesa tra chi vorrebbe salvarlo a qualunque costo e chi è disposto a tutto pur di vederlo rotolare nella polvere. In mezzo stanno quelli in cerca di un cavillo che possa salvare capra (governo) e cavoli (Silvio).
Sulle pagine del manifesto si è sviluppata una discussione sull’amnistia che, salvo un paio di eccezioni, non è sfuggita – come ha rilevato Marco Bascetta – a questa dannazione berlusconicentrica. Eppure, dal giugno scorso, è in campo una campagna per l’amnistia sociale (il cui “manifesto” è stato pubblicato su queste pagine). Iniziativa nata fuori dal circuito della politica istituzionale e che ha raccolto una larga adesione nei movimenti sociali. Sorprende che questa proposta sia rimasta fuori da un dibattito che non ha ritenuto di estendere l’amnistia anche agli effetti repressivi che si abbattono sulle lotte politiche e sociali, in un momento storico che vede l’emergenza giudiziaria colpire anche il semplice dissenso ricorrendo a teoremi e arsenali penali concepiti in altre epoche per rispondere a ben altro tipo di sfide. Sorprende, ma non stupisce, vista l’impostazione meramente politicista della discussione.
La rimozione è tale che persino Manconi ed Anastasia hanno commesso l’errore di affermare che in Italia vi è stata una sola amnistia politica, quella firmata da Togliatti nel lontano 1946. Bene ha fatto Livio Pepino a ricordare i provvedimenti di clemenza del 1968 e del 1970: amnistie “politiche” di particolare ampiezza estese anche ai reati di devastazione, blocco stradale o ferroviario e alla detenzione di armi da guerra etc. Amnistie votate mentre il ’68 e l’autunno caldo erano ancora in corso. Provvedimenti forti che grazie al loro nucleo politico specifico consentirono l’adozione di una clemenza più generale rivolta ad una vasta gamma di reati comuni che favorì lo sfollamento delle carceri. E se ancora non bastasse, durante gli anni 60 furono approvate altre tre amnistie-indulto per chiudere gli strascichi penali dell’epoca bellica e riequilibrare la repressione contro i moti cittadini e le lotte agrarie.
E’ sotto gli occhi di tutti che in questi anni i movimenti sociali, spesso da soli, hanno fatto opposizione nelle piazze d’Italia, pagando un prezzo molto alto in termini di violenza subita, di denunce per gli attivisti (in numero superiore alle 15.000) e di condanne riportate. Senza contare che denunce e condanne rappresentano un ostacolo non facilmente superabile per l’ingresso nel mondo del lavoro e costituiscono il presupposto per l’applicazione di misure odiose come l’avviso orale, il foglio di via, la sorveglianza speciale.
La lunga stagione berlusconiana, una guerra dei vent’anni che ha visto affiorare giustizialismi di opposte fazioni, berlusconiani e antiberlusconiani, è stata condotta a senso unico: dall’alto verso il basso, contro i movimenti sociali di opposizione, i migranti e i ceti sociali più deboli che affollano le carceri.
Per questo è fondamentale porre oggi all’ordine del giorno quella che è stata chiamata “amnistia sociale”, per distinguere la sua politicità non istituzionale dalla sfera del ceto politico che alberga nelle istituzioni, distinzione necessaria in un’epoca di populismi e legalitarismi che hanno inquinato il linguaggio politico della sinistra.
Occorre ripristinare un principio di giustizia di fronte ad condanne come quelle per i fatti di Genova del 2001, che hanno visto applicare ai manifestanti pene fino a 15 anni di reclusione per devastazione, mentre oltre 300 appartenenti alla polizia di Stato che hanno partecipato al massacro della Diaz sono rimasti ignoti per gli ostacoli frapposti alle indagini e i procedimenti per 222 episodi di violenza in strada, compiuti da appartenenti alle forze dell’ordine, sono stati archiviati per l’impossibilità d’identificare i colpevoli.
Bisogna metter fine all’ipertrofia emergenziale di magistrati e apparati che hanno in odio il dissenso, che adorano le democrazie senza popolo e le società silenziate. L’amnistia sociale è il primo passo per smantellare quell’arsenale giuridico speciale che ha permesso alla procura di Torino di ricorrere ad accuse abnormi, come il reato di attentato per finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico, anche contro chi non si propone rivolgimenti politici ma lotta per la difesa dei propri territori, come il movimento NoTav, ed al governo di arricchirlo con nuove disposizioni come quelle contenute nel cosiddetto decreto sul “femminicidio”. Norme che estendono l’impiego di contingenti dell’esercito, a disposizione dei prefetti, sul territorio nazionale non più solo a servizi di perlustrazione e pattuglia ma “anche”, ad esempio, ad un possibile uso come forza di ordine pubblico contro i manifestanti. Una dichiarazione di guerra dello Stato verso un nemico interno individuato nei movimenti sociali di protesta.
Oltre a tentare di arginare tutto ciò, la campagna per l’amnistia sociale può servire a ridare forza ad alcuni principi sanciti nella costituzione: se l’occupazione di case abbandonate è reato per il codice penale; il diritto all’abitazione è un diritto costituzionale; ancora, la Costituzione stabilisce che la proprietà privata non può contrastare l’utilità sociale o la dignità umana e può essere indirizzata a fini sociali.
La forte spinta verso la giustizia e l’eguaglianza contenuta nello spirito di questa campagna permette anche di contestare alla radice quel “principio di ostatività” contenuto nelle norme carcerarie (4bis e 41bis), che è alla base dei criteri di differenziazione dei trattamenti e della premialità recepiti ormai in tutte le misure di clemenza (indulto del 2006 e indultini vari) e pseudosfollamento carcerario varati negli ultimi anni e, acriticamente assorbiti negli stessi progetti di amnistia-indulto (Manconi) depositati in parlamento. Solo un’amnistia politica generale può ristabilire il principio di uguaglianza:  pari trattamento per tutti e per ciascuno. Nessuno escluso.

* Avvocato

Per saperne di più sull’amnistia sociale
– Amnistia-sociale
– L’amnistia per le lotte sociali, il manifesto dei movimenti e le adesioni aggiornate
– Livio Pepino, “serve un’amnistia anche per i reati politici che vada oltre i delitti bagatellari
– Un appello di resistenza alla repressione del conflitto sociale
– Vincenzo Guagliardo, “Siamo di fronte alla pervasivita di un sistema penale eretto contro ogni manifestazione del conflitto sociale”
– No Tav, No Muos, sindacati di base e centri sociali lanciano la campagna per l’amnistia sociale
Marco Bascetta, Chi ha paura dell’amnistia? L’antiberlusconismo che sacrifica tutto sull’altare del nemico

Non erano calunnie. Il tribunale di Perugia riapre il processo alle torture contro le Br

Anni ’70 – svolta sul “caso Triaca”

Samir Hassan, il manifesto 20 giugno 2013

IMG_1517L’istanza di revisione del processo per calunnia presentata dal collegio difensivo di Enrico Triaca, il tipografo delle Br arrestato il 17 maggio del ’78 nel corso delle indagini sulla morte di Moro, è giunta ad una svolta. Lo scorso 18 giugno la Corte d’appello di Perugia, presieduta da Giancarlo Massei, ha ammesso tre nuovi testi le cui testimonianze potrebbero finalmente far luce su una delle pagine volutamente più dimenticate degli anni ’70. Dopo l’arresto, infatti, Triaca fu pestato e torturato, sottoposto alla pratica del waterboarding da una squadra speciale dell’Antiterrorismo comandata da “De Tormentis”, eteronimo di Nicola Ciocia, dirigente dell’Ucigos. Soprattutto in base a queste premesse, la decisione della corte perugina sembra muovere in una direzione tanto anomala quanto importante. Sentiti i pareri favorevoli sia del procuratore generale sia degli avvocati di Triaca (Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo), i giudici hanno dato il placet affinché, nella prima udienza del dibattimento fissata il prossimo 15 ottobre, vengano ascoltati Matteo Indice, Nicola Rao e Salvatore Rino Genova. Il primo, giornalista de Il Secolo XIX, raccolse nel 2007 le testimonianze di Rino Genova e l’ammissione, fatta però dietro lo pseudonimo di “ Professor De Tormentis”, di Nicola Ciocia che svelò di essere stato a capo di una squadra alle dirette dipendenze degli Interni, creata in seguito al sequestro Moro e specializzata negli interrogatori sotto tortura. Nicola Rao, noto giornalista, è invece autore del libro Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le BR. La storia mai raccontata (Sperling & Kupfer, 2011), in cui sono racchiuse le dichiarazioni di Ciocia in relazione alle torture praticate a Triaca. Il nome di Rino Genova, noto ex commissario Digos, è invece legato alle confidenze di Ciocia da lui raccolte in merito alle torture perpetrate su Triaca, oltre al fatto che lo stesso Rino Genova ha assistito in varie occasioni ai “lavori” della squadra De Tormentis contro altri presunti brigatisti. Nell’accogliere per intero le prove presentate dal collegio difensivo di Triaca (tra cui un’intervista fatta da Fulvio Buffi per il Corriere, nel febbraio 2012, in cui Ciocia rivendica la paternità del nomignolo “De Tormentis”), la corte si è riservata di valutare se sentire anche lo stesso Ciocia, altro teste indicato dagli avvocati di Triaca; una riserva dovuta al fatto che, essendo quelle di Ciocia delle dichiarazioni autoaccusatorie, la posizione di quest’ultimo potrebbe mutare in sede processuale da teste a indiziato (anche se per fatti ad oggi prescritti).
«La decisione della Corte d’appello è un segnale positivo. Da qui si deve partire per mantenere viva l’attenzione su questo caso; far emergere la verità di fondo, inchiodare lo Stato davanti ai suoi crimini e costringerlo, anche se solo formalmente, ad una pubblica assunzione di responsabilità. Ciononostante, ho l’impressione che lo Stato sia trincerato dietro i suoi stessi silenzi, come ben dimostrano l’oscuramento dei media in merito a questo episodio», dichiara lo stesso Triaca. «La portata del processo – continua – assume una forte valenza simbolica, un ariete capace di scardinare il muro di silenzio che impedisce un dibattito aperto e storicizzante su gli anni ‘70». Quanto alla continuità della repressione di Stato, alla tortura sistemica e sistematica degli apparati statali, Triaca afferma: «Oggi lo Stato tortura anche attraverso singoli episodi, di puro e violento sfogo. Contro di noi si combatteva una battaglia più grande, non riconducibile ad un singolo caso, una pianificazione repressiva studiata a tavolino. La continuità dello Stato, oggi, non è tanto nel modo di persecuzione quanto nella capacità di depistare e mentire, di giustificare e assolvere la tortura di Stato». Che si tratti di un passo importante è anche l’opinione di Francesco Romeo, uno dei legali di Triaca, che aggiunge: «Il processo del ’78 fu un processo sommario e sbrigativo, volto non tanto a condannare Triaca quanto a negare la denuncia delle torture. Noi, oggi, puntiamo a ristabilire la verità storica di quanto realmente accaduto».

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La corte d’appello di Perugia ha accolto la richiesta di revisione del processo che portò alla condanna per calunnia di Enrico Triaca, dopo che questi aveva denunciato le torture subite durante gli interrogatori seguiti all’arresto avvenuto il 17 maggio 1978 nell’ambito delle indagini sul rapimento Moro.
IMG_0475La corte, letta l’istanza presentata dagli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo, sentito il parere favorevole espresso dal procuratore generale, ha ammesso come nuovi testi Nicola Rao, giornalista e autore del libro Colpo al cuore. Dai Pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Spelling & Kupfer, nel quale si riportano le rivelazioni di Nicola Ciocia, ex funzionario dell’Ucigos, in merito alle torture praticate su Enrico Triaca; Salvatore Rino Genova, ex commissario della Digos che ha raccolto le confidenze di Ciocia sulle torture realizzate contro Triaca ed ha assistito alle altre sevizie e torture praticate da Ciocia negli anni successivi sul corpo di altre persone arrestate con l’accusa di appartenere alle Brigate rosse; e infine di Matteo Indice, giornalista del Secolo XIX che nel 2007 raccolse la testimonianza di Genova e le ammissioni di Ciocia che raccontò (a condizione di apparire soltanto con lo pseudonimo di “professor De Tormentis”, il nomignolo che gli era stato affibbiato durante una pausa delle torture da Umberto Improta) di essere stato a capo di una squadra speciale del ministero degli Interni, addetta agli interrogatori sotto tortura, creata nel 1978 durante il sequestro Moro ma che aveva sperimentato i suoi metodi già a metà degli anni 70 nell’inchiesta napoletana contro i Nap e contro la criminalità organizzata, e che ebbe mani libere durante tutto il 1982 dopo la decisione del governo Spadolini di ricorrere in modo sistematico all’uso della tortura per contrastare la lotta armata. La corte ha accolto per intero le prove documentali presentate, tra cui l’intervista di Fulvio Bufi, apparsa sul Corriere della sera del 10 febbraio 2012 (leggi qui), nella quale Ciocia ammette di essere il “professor De Tormentis”.
La corte si è riservata di valutare la posizione di Nicola Ciocia, l’altro teste indicato dalla difesa di Triaca per le sue dichiarazioni autoaccusatorie, rinviando la decisione a dopo l’esame degli altri testimoni. Le loro dichiarazioni infatti potrebbero risultare “indizianti”, modificando la posizione di Ciocia da teste a indiziato seppur per fatti oggi prescritti (ricordiamo che il reato di tortura non è previsto dal codice penale italiano, le sevizie commesse da funzionari dello Stato vengono equiparate a normali violenze e lesioni private i cui tempi di prescrizione sono molto rapidi), trasformandolo in “testimone assistito” dal proprio difensore che proprio perché non potendo più essere imputato o indagato, non potrebbe più avvalersi della facoltà di non rispondere o dichiarare il falso, pena il reato di falsa testimonianza o reticenza, reato che essendo commesso sul momento non sarebbe più cancellato dalla prescrizione.
Di seguito il dispositivo letto dal presidente Giancarlo Massei


Corte d’appello di Perugia

Presidente Giancarlo Massei
Relatore Massimo Ricciarelli
Procuratore generale Massimo Cosucci

La Corte d’appello di Perugia,
letta l’istanza di revisione presentata nell’interesse di Triaca Enrico, valutati gli elementi di prova addotti, letta la lista dei testi depositata nelle more,
rilevato che in relazione alle fonti e ai temi di prova indicati si impone l’ammissione in qualità di testi di Nicola Rao, Salvatore Rino Genova e Matteo Indice, dovendosi invece formulare una riserva con riguardo alla posizione di Nicola Ciocia da rivalutarsi alla luce delle dichiarazioni che saranno rese dagli altri testi potendosi allo stato profilare elementi indizianti tali da determinare incompatibilità alla testimonianza richiesta.
Ritenuto inoltre di ammettere tutte le prove documentali prodotte, per questi motivi ammette le prove documentali prodotte e ammette altresì in qualità di testi Nicola Rao, Salvatore Rino Genova, Matteo Indice, con la riserva in ordine della posizione di Nicola Ciocia.
Dispone che la citazione dei testi avvenga a cura della difesa e rinvia la causa per l’audizione dei testi all’udienza del 15 ottobre 2013 ore 9 invitando le parti a comparire senza ulteriori avvisi.

Perugia 18 giugno 2013

La registrazione audio dell’udienza (fonte www.radioradicale.it)

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