Gallinari, Gotor e le lettere di Moro

Miguel Gotor, perfidie e miseria di uno storico italiano

Dopo la notizia della morte di Propsero Gallinari, il quotidiano la Repubblica ha intervistato una delle sue penne più importanti, Miguel Gotor, storico cinquecentista, specialista di eresia e inquisizione, vicino alla famiglia Moro e storico “ufficiale” del Quirinale (è amico di uno dei figli di Napolitano, docente di diritto pubblico a Roma tre), oltre ad essere descritto come uno dei consiglieri più ascoltati di Bersani e addirittura “ministrabile” nel caso il centrosinistra riesca davvero a vincere le prossime elezioni.
Benché non sia uno specialista di “Contemporanea”, Gotor si è ritagliato il ruolo di storico del caso Moro, vicenda sulla quale ha pubblicato due volumi (Aldo Moro, lettere dalla prigionia, Einaudi 2008; Il Memoriale della Repubblica, Einaudi 2011) e svariati articoli.

Al giornalista di Repubblica che lo intervistava Gotor ha spiegato che fu Gallinari a battere le lettere di Moro, «Fu una lettera di Prospero Gallinari alla sorella, nel 1975, recuperata dagli inquirenti, a farmi scoprire che era stato lui, uno dei carcerieri di Aldo Moro, a redigere la versione dattiloscritta di tutte le lettere del presidente della Dc dalla ‘prigione del popolo’ di via Montalcini a Roma».
«Di quelle lettere – continua Gotor – le Br ne resero pubbliche solo una trentina, ma l’intero corpus fu battuto a macchina nel covo dove era tenuto prigioniero Moro. Il dattiloscritto, però, riportava alcuni evidenti errori di ortografia continuamente ripetuti: soprattutto l’accentazione dei pronomi personali. Quegli stessi errori sono presenti nella lettera di Gallinari alla sorella e, dunque, rendono possibile identificare l’autore del dattiloscritto».

Le parole di Gotor, forse a causa della sintesi giornalistica, sono risultate talmente ambigue da ingenerare confusione tra le lettere e il cosiddetto Memoriale e suggeriscono la singolare idea che l’autore di entrambi i testi non sia stato Moro ma uno dei militanti delle Brigate rosse che lo tenevano in consegna, ovvero Prospero Gallinari.

Tuttavia il ritrovamento nel 1990 del fascicolo con le copie fotostatiche del manoscritto del memoriale insieme alle fotocopia di altre lettere inedite e brutte copie di altri testi, smentisce palesemente una tesi del genere. Gotor voleva dire che Gallinari ha avuto il compito di ritrascivere a macchina la versione del memoriale poi ritrovata sul tavolo dell’appartamento di via Montenevoso nell’ottobre 1978.

In realtà nel suo Il Memoriale della Repubblica lo storico ha elaborato una ricostruzione di quel che avvenne molto più aggrovigliata e sofisticata, non per questo carica di velenosa perfidia. Vediamo cosa dice:

«Da questi dati oggettivi, che riguardano la materialità dei testi e la loro collazione, credo esca confortata l’ipotesi già avanzata che i dattiloscritti fossero battuti a macchina durante il sequestro – solo quelli che riguardavano temi particolarmente caldi a giudizio di Moretti e di Gallinari (50) – affinché potessero uscire dalla prigione senza che il corriere incorresse in particolari rischi, proprio perché dattiloscritti e non firmati. I fogli erano esaminati in quel formato dal comitato esecutivo delle Br per poi rientrare nel covo e venire dettati a Moro con i dovuti inserti imposti dai brigatisti o contrattati dal prigioniero, il quale trascorreva ore allucinate e febbrili a copiare e ricopiare i suoi testi fino alla loro versione definitiva, come indicano innumerevoli e inequivocabili segni grafici e sviste tipiche del copista. Questo è il «battere e levare» che segna il ritmo della scrittura perseguitata del prigioniero, un prodotto sporco, ambiguo e pattuito tra la vittima e i suoi carnefici, delimitato da un filo spinato in cui l’autorialità senza libertà di Moro si trasforma in un’incessante dialettica tra istinto di conservazione e morte. Non il monumento di un eroe, ma il simulacro di un’umanità dolente e creaturale che si esprime dentro una zona grigia, la condizione necessaria perché quel discorso non solo si pronunciasse, ma lasciasse memoria di se stesso, testimonio di una tragedia che assume la forma di una disperata battaglia tra le inesauribili possibilità del linguaggio e la logica del terrore. Evidentemente, nel caso delle due versioni dello scritto su Taviani, sempre di Moro si tratta, perché lui che scrive, ma quelle parole sono allo stesso tempo sue e non sue. Eppure non si è lontani dal vero se si afferma che gli inserti presenti nella versione pubblicizzata dai brigatisti furono inclusi in un secondo momento su specifica richiesta dei carcerieri, che di fatto costrinsero il prigioniero a sottoscrivere un verbale contro un suo compagno di partito in cui la dimensione dell’ingerenza americana doveva essere l’elemento dietrologia più pregnante e ricattatorio».

Insomma le lettere dello statista democristiano uscite dal carcere del popolo non sarebbero interamente farina del sacco di Moro ma una creazione delle Br.

Lo storico Marco Clementi, autore di una monografia, La Pazzia di Aldo Moro, Rizzoli 2008 (prima edizione 2001 presso Odradek) e di una Storia delle Brigate rosse, 2007, commentando questa tesi sul suo blog (primadellapioggia.blogspot.it, mai-muore-la-dietrologia-invece.html) ha detto che «Gotor è un dietrologo non cospiratore, nel senso che non parla di servizi segreti, come altri hanno fatto in passato. Si limita a togliere a Moro attendibilità. La stessa cosa che dicevano di quelle lettere tutti i politici italiani durante il rapimento».
La scienza storica – ha aggiunto – «è andata avanti negli ultimi 15 anni. La cosa è sfuggita a Gotor e a “Repubblica”. Una miseria per il nostro paese e per la nostra storia, continuamente inquinata purché si dimostri che in Italia non c’è mai stato uno scontro di classe, nessuno ha processato la DC e il suo presidente. E che Moro è stato lasciato solo da quelle forze politiche che egli stesso aveva messo insieme per sostenere il governo Andreotti. E’ bene ripeterlo: una miseria».

Da cosa ricava Gotor la convinzione che le parole scritte da Moro non sarebbero completamente sue? Dal fatto che esisterebbero più versioni delle lettere e delle pagine del memoriale, con aggiunte, tagli, modifiche ed attraverso una comparazione con le diverse versioni del dattiloscritto. Una considerazione che non tiene conto del fatto, se è vero che la ritrascrizione dattilografata del memoriale avvenne durante il sequestro (come racconta lo stesso Gallinari), dunque in via Montalcini e non in via Montenevoso a Milano, dove le carte di Moro arrivarono in settembre, che nel frattempo Moro continuava a scrivere, riscrivere e correggere nuove pagine.

E’ davvero singolare che Gotor finisca in qualche modo per fare da sponda a quel gioco di delegittimazione delle parole del prigioniero che fu invece propria del governo e dell’intero fronte politico della fermezza, Pci in testa, che egli stesso descrive in un altro passaggio del suo libro:

«Il governo italiano adottò una strada crudele, ma obbligata, quella di depotenziare l’attendibilità del prigioniero per diminuire l’efficacia dell’azione propagandistica dei sequestratori. Si trattava di un classico espediente di antiguerriglia psicologica che, per essere efficace – e lo fu con zelo speciale, si direbbe emotivamente partecipato – dovette contare sul sostegno delle principali agenzie di comunicazione del paese, che risposero con un coro dall’impressionante unanimità».

Una situazione d’eccezione che lo stesso Gotor in un impeto di coraggio non esita ha definire «uno spazio extragiudiziale ed extrapolitico» (pagina 67, Il Memoriale della Republica), caratteristico degli «stati di eccezione, quelli non dichiarati, [dove] le sovranità si restringono sino a farsi solitarie ed esclusive» (idem).

Nel 2006 Prospero Gallinari col il suo consueto stile asciutto aveva raccontato come erano andate le cose all’interno dell’appartamento di via Montalcini, dove era trattenuto Moro. Leggiamo di seguito la sua testimonianza che oltre ad anticipare di ben cinque anni ciò che Gotor dirà di aver scoperto nel 2011, smentisce radicalmente le ipotesi avanzate dallo storico di origine catalana.

Il PrigionieroPagine 187-188, da Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate Rosse, Bompiani 2006

La prima regola ineludibile in una istuazione come quella è il rispetto verso il prigioniero.

Le condizioni di vita sono ovviamente precarie, gli spazi ristretti, i criteri di sicurezza inderogabili. E’ in questo contesto che occorre governare i problemi che si presentano giorno dopo giorno. Abbiamo costruito un impianto di aerazione che permette il cambio dell’aria all’interno della celletta nella quale Moro vive. Ma di notte l’apparechio non può restare in funzione, perché il rumore che provoca è troppo elevato e creerebbe disturbo se non addirittura sospetti fra gli inquilini dei piani susperiori. Una cosa mal calcolata, e ci rendiamo subito conto che, durante quelle ore, Moro non riesce a respirare decentemente. La quiete della notte è però anche il momento più pericoloso per qualsiasi reazione incontrollata del prigioniero. Così si crea la prima occasione nella quale rivolgo la parola a Moro, stabilendo le condizioni di un accordo: “Io le tengo la porta aperta e lei mi garantisce il silenzio”.

Ci chiede di leggere. Gli diamo libri sul movimento operaio e sulla storia del comunismo. Ma gli facciamo avere anche la Bibbia. Si immerge in quelle pagine. Le Scritture della religione in cui crede lo aiutano ad astrarsi dalla realtà che lo circonda. Chiede di ascoltare la messa. Non possiamo rischiare di fargli sentire messaggi in diretta o notizie che non siamo in grado di controllare. Così, insieme a Laura, registrriamo la cerimonia trasmessa ogni domenica in televisione. Con una cassetta e il registratore a pile, seguirà la messa in differita risentendola continuamente.

Questo sarà il modo in cui le Brigate Rosse e Aldo Moro intraterranno i loro rapporti durante i 55 giorni del sequestro. Un modo che, seppure all’interno di una condizione estrema come quella, si rifletterà negli interrogatori (o sarebbe meglio dire nelle discussioni che Mario instaurerà con lui), negli scritti che lo stesso sequestrato redigerà, nella vita quotidiana che, giorno per giorno, avrà luogo nella base.

Inizialmenete riproduciamo tutti gli interrogatori attraverso il microfono cha abbiamo installato nella stanzetta-prigione, con audio e registratore all’esterno. Insieme a Germano, mi dedico al complicatissimo compito di sbobinare i nastri e trascriverli. Poi ci accorgiamo che, in realtà, è Moro stesso che tende a mettere per iscritto tutti i suoi ragionamenti e le riflessioni politiche emerse nelle discussioni con Mario. Di conseguenza, il nostro lavoro certosino risulta inutile. Chiudiamo con le registrazioni e distruggiamo il paio di cassette riempite. Resta la parola scritta, che appare subito importante anche per lo stesso presidente della DC. Moro si rende velocemente conto che il suo problema è tutto politico. E’ stato sequestrato in rappresentanza di un partito e di una politica che noi attacchiamo in base a considerazioni generali, e capisce che l’unico modo per favorire la sua liberazione è proprio quello di investire di responsabilità l’insieme del suo partito, chiamando in causa i maggiori rappresentanti del potere democristiano.

E’ una perspicacia che non smarrirà neppure per un attimo, nelle varie fasi di quello scontro. Avrà la lucidità di condurre questa battaglia fino alla fine, anche se, a un certo punto, si renderà conto che gli è stata fatta terra bruciata attorno, che interessi interni al suo partito, all’establishement politico generale, hanno preso il sopravvento su qualsiasi possibilità di soluzione. Anche i suoi più fedeli amici sono ormai schiaciati dalle condizioni che si sono venute a creare. Debolezze, opportunismi, piccole e grandi ragion di Stato, bloccano il quadro della situazione, comprimendolo sotto il ricatto di una cornice ferrea: quella politica delle fermezza messa in campo da una parte del suo partito e dal PCI.

La cerimonia di saluto
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri

La storia
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

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4 thoughts on “Gallinari, Gotor e le lettere di Moro

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