Franco Piperno, «Il Pci impedì a Fanfani di salvare Moro. Gotor? Scrive balle»

L’intervista – «Io in via Gradoli? Una balla di Gotor». Piperno ritorna sulle ultime settimane del sequestro Moro, tra fine aprile e inizio maggio ’78, quando emerse un accenno di trattativa che poi non ebbe seguito. Liquida Miguel Gotor, che nelle ultime settimane lo ha accusato sul Fatto Quotidiano di essere la gola profonda che avrebbe portato alla scoperta della base brigatista di via Gradoli: «non a caso dagli scrittori di libri polizieschi ritenuto uno storico ma dagli storici considerato solo un romanziere». Infine ridicolizza le “clamorose scoperte”, annunciate nella ultima relazione intermedia prodotta dalla defunta Commissione Moro 2

Paolo Persichetti
Il Dubbio 26 aprile 2018

Il sequestro Moro poteva concludersi senza la morte dell’ostaggio? Franco Piperno ribadisce che era possibile. Tutto ruota attorno ai giorni concitati d’inizio maggio ‘78, dopo la telefonata di Moretti del 30 aprile alla famiglia dello statista democristiano e il comunicato Br nel quale figurava quel gerundio – «stiamo eseguendo la sentenza» – che di fatto rimandava l’esecuzione. L’iniziativa socialista aveva aperto un canale di comunicazione ed ai brigatisti era stato detto che il 7 maggio Fanfani avrebbe fatto un’importante dichiarazione di apertura. Perché tacque? Il suo silenzio fu la conseguenza di una interferenza del Pci, che forte dei suoi voti indispensabili per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica aveva validi argomenti per condizionare le decisioni del Presidente del Senato, uno dei pretendenti più quotati? Durante le trattative per la formazione del nuovo governo, Fanfani aveva cercato di scavalcare a sinistra Moro proponendo un governo d’emergenza con la partecipazione diretta dei comunisti. Ne scrive sui suoi Diari un infastidito Andreotti e lo testimonia l’ambasciatore Usa Gardner, allarmatissimo ma poi rassicurato dall’opzione ben più moderata di Moro che tenne fuori dal governo i tre ministri tecnici indicati dal Pci, rompendo gli accordi presi da Zaccagnini, pronto a dimettersi, e dallo stesso Andreotti. Piperno giocò un ruolo chiave attorno a quell’abbozzo di trattativa che però non riuscì  a conseguire il suo scopo. Una lacerazione della «linea della fermezza» che ancora oggi disturba la storiografia ispirata a quelle posizioni e che a distanza di quarant’anni non rinuncia a lanciare i propri strali dietrologici, calunniando i protagonisti di quella complicata vicenda.
Sul Fatto Quotidiano del 6 e del 20 aprile Miguel Gotor ha tirato in ballo nella intricata vicenda di via Gradoli la responsabilità di Franco Piperno, figura di spicco del ’68, tra i fondatori di Potere operaio, coinvolto nei processi 7 aprile e Metropoli. Secondo l’ex parlamentare, già membro della Commissione Moro, dietro la messa in scena della seduta spiritica che si tenne il 2 aprile 1978 a Zappolino, piccola frazione distante una trentina di chilometri da Bologna, nella casa di campagna del professor Clò, presenti Romano Prodi ed altri docenti universitari, che negli anni successivi saranno destinati ad incarichi di governo, ci sarebbe stata la “soffiata” di «un esponente di prestigio dell’area dell’eversione». Piperno avrebbe fornito il suggerimento al futuro ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, secondo alcune voci mai confermate presente anch’egli alla seduta spiritica, approfittando del fatto che fosse fondatore e rettore  dell’Unical, l’università della Calabria,  dove Piperno stesso era docente di fisica.

In via Gradoli, situata nella zona Nord di Roma, il 18 aprile 1978 i Vigili del fuoco, chiamati per una perdita d’acqua, scoprirono una importante base delle Brigate rosse, affittata nel dicembre 1975 all’ingegner Borghi, alias Mario Moretti.

Nel “rapportino”, la scheda che riassume modalità, cause e soluzioni adottate dalla squadra dei Vigili del fuoco per portare a termine l’intervento, redatto al rientro in sede, il Caposquadra Giuseppe Leonardi scrive che alle 9.47 dall’interno 7: «Per mezzo di scala a ganci si provvedeva ad entrare nell’appartamento soprastante [int. 11] per constatare la causa di infiltrazione di acqua». Alla voce probabili cause, risponde: «Dimenticanza chiusura rubinetto della doccia del bagno» Nel relazione dattiloscritta specifica più dettagliatamente: «Il danno era semplicemente provocato dalla doccia, del tipo telefono, ri[ma…] aperta e rivolta contro il muro che faceva infiltrare l’acqua da dietro la vasca da bagno dietro il muro danneggiando i solai sottostanti. Si elimina[…] danno chiudendo il rubinetto erogatore» Più avanti il Caposquadra spiega che «posti in vista di un tavolo, vi erano volantini a firma delle “Brigate rosse» e  «volumi delle B.R» che attirarono la sua attenzione facendo scattare l’allarme.

La preziosa informazione sull’ubicazione della base brigatista – lascia intendere Gotor – sarebbe pervenuta all’ex esponente di Potop dalla proprietaria dell’appartamento di via Gradoli: i due si sarebbero conosciuti alla fine degli anni ‘60 per via della comune frequentazione del Cnen, il centro di ricerca nucleare di Frascati. Gotor, sostenitore della tesi che il danno d’acqua non fosse casuale, solleva ulteriori sospetti, ipotizzando che «un brigatista dissidente, un esponente dell’area dell’autonomia collaborativo con lo Stato o un agente dell’antiterrorismo» possa essere entrato nell’appartamento la mattina del 18 aprile, dopo l’uscita di Balzerani e Moretti che quella sera non sarebbe dovuto rientrare, con l’obiettivo di provare a recuperare gli scritti di Moro, sperando fossero nell’appartamento e poi provocare il danno d’acqua che fece cadere la base.
Tuttavia nel corso della fantomatica seduta spiritica emerse un’indicazione molto diversa dalla strada dove qualche settimana dopo venne rinvenuta la base brigatista. Nell’appunto manoscritto, subito girato al capo della polizia Parlato, redatto da Luigi Zanda, collaboratore del ministro dell’Interno Cossiga, che il 5 aprile ricevette la segnalazione da Umberto Cavina, addetto stampa di Benigno Zaccagnini, a suo volta informato il giorno precedente da Romano Prodi di passaggio a Roma, è annotato: «Caro dottore, ecco le indicazioni di cui s’è detto: Via Monreale 28, scala D, int. 1, piano terreno, Milano; lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina».
Per giustificare questa incongruenza, Gotor inventa la categoria del “depistaggio a fini informativi”, attribuendo a Piperno una sofisticata strategia che mescolando vero e falso avrebbe mirato a «provocare il fallimento dell’azione Moro senza far arrestare Moretti, che era un avversario politico con una diversa prospettiva rivoluzionaria, non un nemico da tradire», per facilitare la riuscita della soluzione negoziata del sequestro nei giorni in cui il vertice socialista si era attivato in questa direzione.

Abbiamo chiesto a Franco Piperno come ci si sente ad essere raffigurato nei panni di una sorta di Cagliostro, burattinaio che tira le fila di un gioco spregiudicato.
Penso che sia la personalità irrisolta di Gotor ad assegnarmi un ruolo del genere;  non a caso dagli scrittori di libri polizieschi il Nostro viene ritenuto uno storico mentre secondo gli storici siamo in presenza di un romanziere. In ogni caso, ad essere sincero, non posso certo dire che sia il prof. Gotor ad avermi calunniato di più. Ben  prima  dei suoi articoli sul Fatto Quotidiano, sul finire degli anni ‘70, mi hanno fatto decisamente di peggio, sono stato accusato, dalla Procura di Padova e poi da quella di Roma, oltre che del delitto Moro, di ben 20 omicidi e 15 rapine; e, per non farmi mancare niente, ci si mise anche la giornalista americana Clara Sterling: in un suo libro sull’Italia di quegli anni scrisse che la Cia aveva accertato come io fossi un agente segreto comunista, educato alla guerriglia a Praga, frequentando i corsi tenuti nella capitale cecoslovacca direttamente dal Kgb.

Una spia dell’Est? Proprio tu che conoscevi i dirigenti del Kor, il Comitato di difesa degli operai polacchi?
Già, li incontrai tutti insieme nel dicembre del 1978: Jacek Kuron, Adam Michnik e gli altri. Non a caso ci fu poi chi per compensare provò a dire che lavoravo per la Cia perché ero riparato in Canada.

Ma non ti era stato rifiutato l’ingresso quando su invito del Mit di Cambridge ti eri recato negli Usa?
Fu quella la ragione per cui poi mi ritrovai nel Quebec, in Canada, tra i pellerossa.

Quindi smentisci di aver mai parlato con Andreatta?
Faccio molta fatica a prendere sul serio ricostruzioni del genere. Sono arrivato all’università di Cosenza solo all’inizio del 1975, In precedenza ero docente al Politecnico di Milano. All’epoca il rettore dell’Unical era Cesare Roda, Andreatta aveva l’asciato l’università calabrese l’anno precedente; e nel 1976 venne eletto per la prima volta in Parlamento. Non ho mai avuto occasione di conoscerlo. Mi par di capire che Gotor non si sia per nulla informato prima di scrivere.

E via Gradoli? Una vecchia nota di Ansoino Andreassi, funzionario dell’Ucigos, del 6 luglio 1979 riferiva, non sulla base di documenti amministrativi accertati ma di voci provenienti da fonti riservate, originate dal Sismi e dalla questura di Genova, che avresti conosciuto fin dal 1969, al Cnen della Casaccia, Luciana Bozzi, proprietaria dell’appartamento di via Gradoli. Per tenere in piedi le sue congetture, in barba all’Ucigos, Gotor sposta addirittura la Bozzi a Frascati mentre l’informativa della polizia la colloca alla Casaccia, oltretutto il contratto fu stipulato da Moretti col marito della Bozzi, anch’egli coproprietario.
Infatti, ho fatto la mia tesi e poi la specializzazione in fisica della fusione nucleare al Cnen di Frascati, non ho mai frequentato la  Casaccia e il nome di Luciana Bozzi non mi dice assolutamente nulla.

La seconda commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, allude ad un tuo ruolo di supervisore del sequestro. Un suo consulente, il colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, afferma che la mattina del 16 marzo dalle finestre dell’abitazione della signora Birgit Kraatz, descritta come un’esponente del gruppo sovversivo tedesco «2 giugno», in via dei Massimi 91, avresti osservato i movimenti del commando brigatista verificando che tutto procedesse come previsto: il parcheggio delle vetture nel garage della palazzina dello Ior e il trasbordo di Moro nell’attico.  Siamo al delirio?
Anche oltre! Birgit Kraatz era una giornalista assolutamente ben introdotta nei circoli della stampa e del mondo politico romano. L’ho conosciuta nei primi anni ‘70 in occasione di una intervista sul movimento studentesco romano rilasciata per Der Spiegel, il giornale di cui in quegli anni era corrispondente. Niente più lontano dalla intelligenza e dalla sensibilità della signora Kraatz il ruolo di sorvegliante delle prestazioni dei brigatisti.

In effetti aver tirato in ballo il nome della signora Kraatz appare l’ennesimo incredibile infortunio di questa commissione. Non solo è iscritta alla Spd dal ’74, e di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 lo stesso Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini), ma è stata corrispondente per più di trent’anni oltre che di Der Spiegel, dello Stern e ZDF, ha scritto un libro intervista con Willy Brandt, pubblicato da Editori riuniti.


C’è un episodio molto importante che smentisce alla radice quanto afferma Gotor: poche settimane dopo la morte di Moro hai incontrato Mario Moretti. Perché?
La richiesta era venuta dalle Br; l’incontro, come ho riferito alla Commissione presieduta dall’on. Pellegrino, si svolse in un appartamento del quartiere Prati.

In commissione Stragi ad una precisa domanda dicesti che ad aprire la porta era stato un maggiordomo. L’episodio suggestionò molto la fantasia dei commissari: il Presidente Pellegrino vi intravide la presenza di «inquietanti zone di contiguità» che negli anni successivi hanno alimentato la pubblicistica cospirazionista.
Il maggiordomo con i guanti era un modo metaforico per sottolineare la qualità alto-borghese dell’appartamento.

Insomma li hai presi in giro e loro ci hanno creduto. Cosa volevano sapere le Br?
Moretti ed i suoi avevano chiesto d’incontrarmi con urgenza per ricostruire l’insuccesso della trattativa ma anche per chiarire se ci fosse stata una nostra influenza esterna sui loro militanti provenienti da Potop. Volevano capire se la vicenda della trattativa fosse stata una nostra costruzione per orientare il sequestro. Nonostante queste premesse la discussione si concentrò subito sul silenzio di Fanfani. Volevano capire perché il presidente del Senato non parlò il 7 maggio smentendo l’impegno preso. Lì mi resi conto di quanto le Brigate rosse avessero preso sul serio quei segnali di apertura e capii che il sequestro avrebbe potuto avere un esito diverso se solo ci fosse stata quella dichiarazione annunciata.

Come sei finito in questa storia?
In realtà all’inizio furono Scialoia e Mieli a contattarmi per conto di Livio Zanetti, che conoscevo perché l’Espresso da lui diretto aveva seguito tutto il ‘68. Zanetti mi fece capire che c’era una forte insistenza dei socialisti per aprire una trattativa. Fu lui a mettermi in contatto con Signorile, vice segretario del Psi che si muoveva per conto di Craxi. Il segretario non voleva esporsi direttamente, lo incontrai personalmente solo alcune settimane dopo la morte di Moro. Inizialmente ero restio a farmi coinvolgere malgrado fossi assolutamente consapevole che l’eventuale uccisione di Moro avrebbe provocato  una repressione tragicamente liberticida per tutti i movimenti antagonisti di quegli anni. Per altro, il mio trasferimento in Calabria mi aveva allontanato dalla militanza politica; oltre ad insegnare, dirigevo un dipartimento universitario sicché mi restava poco o nessun tempo per l’attività politica extra-accademica. Poi, a metà aprile accadde qualcosa destinata a mutare non solo il mio umore ma la mia vita stessa: Fiora Pirri Ardizzone, allora mia moglie, venne arrestata ed accusata di aver partecipato al rapimento di Moro in via Fani ed all’uccisione degli uomini della scorta. Un testimone aveva scambiato il suo volto con quello di una donna del commando, quando in realtà quella mattina Fiora partecipava ad una assemblea universitaria a Cosenza. Di conseguenza riorganizzai da cima a fondo la mia agenda, rimandai l’impegno  di “visiting professor” assunto con il Mit di Boston e mi lasciai afferrare dal dramma che, per altro, l’intero nostro Paese stava vivendo. Cosi, una  settimana dopo quell’arresto, mi recai a Roma per incontrare Zanetti e poi Signorile. A maggio il direttore dell’Espresso mi chiese un articolo sulla trattativa che ebbe un destino singolare: apparso il giorno del ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani, dopo 5 ore fu ritirato dalle edicole e inviato al macero. Nel dicembre del 1978 ripresi e sviluppai quel testo che uscì su Pre-print col titolo «Dal terrorismo alla guerriglia».

Quello che riprendeva il verso di Yeats, «coniugare insieme la terribile bellezza del 12 marzo del ‘77 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani»?
Sì, nel testo ragionavo cercando di spiegare perché era meglio liberare Moro. Al tempo stesso tentavo di aprire un discorso sulla lotta armata legandola al carattere insurrezionale della manifestazione del 12 marzo. Quel giorno ero di passaggio in città perché dovevo raggiungere la fiera di Lipsia, allora nella Ddr, dove avevo un appuntamento con degli armeni per acquistare un computer necessario al Dipartimento di Fisica che allora dirigevo. Per inciso la  “macchina socialistica” costava all’epoca un decimo della sua analoga “capitalistica”, ma occupava uno spazio venti volte maggiore – insomma fu un viaggio inutile, salvo il fatto che per caso mi offrì l’occasione, nel pomeriggio di quel fatale giorno di marzo, di partecipare ad un vero e proprio tentativo insurrezionale. Nel centro storico di Roma, tutti i negozi e perfino i bar erano chiusi: per le strade ed i vicoli si svolgevano durissimi scontri tra manifestanti e gendarmi, scontri nei quali gli abitanti, per esempio quelli di Campo de Fiori, fraternizzavamo attivamente con i dimostranti. Ricordo un fruttivendolo che aveva riaperto il suo negozio per dare rifugio ai feriti; così come un’armeria su Lungotevere presa d’assalto e saccheggiata dalla folla in tumulto. Prima di quel pomeriggio di marzo, nei miei non brevi anni di militanza, non avevo mai partecipato o anche solo assistito ad una esperienza di ribellione sociale, per dir così, allo stato nascente. Da qui l’immagine sulla «terribile bellezza» che riprendeva gli scontri della Pasqua irlandese del 1916.

Secondo te perché Fanfani non parlò?
Ritengo che ci fu un intervento molto forte del Pci, una pressione che fece venir meno l’impegno preso. Io penso che Fanfani avesse informato il Pci del suo intento. Non poteva fare diversamente anche per il ruolo istituzionale che rivestiva. Signorile non aveva parlato solo con Craxi ma anche con altri politici. Di sicuro ne era al corrente il Presidente della Repubblica Leone, il suo addetto militare, ovviamente i vertici socialisti e del partito democristiano. Lo sapevano in troppi perché la cosa non fosse circolata e pervenuta al Pci.

In effetti il 2 di maggio Berlinguer aveva visto Craxi e Balzamo. Durante l’incontro i socialisti spiegarono che un modo possibile per salvare la vita di Moro sarebbe stato, per esempio, la scarcerazione anche di un solo detenuto politico con problemi di salute ed in regime di carcerazione preventiva. Berlinguer era radicalmente contrario a qualsiasi concessione favorevole ai brigatisti; piuttosto si mostrava, come un commissario della polizia politica, interessato ad avere informazioni sui canali di cui si avvalevano i socialisti e che li rendevano sicuri di una possibile liberazione dell’ostaggio. In ogni caso, bisogna pur dire che il tentativo dei socialisti, nel quale fosti coinvolto e travolto, non riuscì e vinse il partito della «fermezza repubblicana», quello che aveva rimosso ogni autocritica e si mostrava disposto a sacrificare la vita di Moro.
In un primo momento Fanfani si era mostrato disponibile ad intervenire pubblicamente: Signorile lo aveva incontrato per la sua posizione critica rispetto alla linea della fermezza ed aveva ricevuto rassicurazioni. Alle Br giunse questa informazione: «Fanfani ha una disponibilità ad ascoltare le richieste delle Br purché queste non comportino inaccettabili violazioni  della legalità». Ad esempio: alleggerire le condizioni carcerarie, al limite della tortura, alle quali erano sottoposti migliaia di detenuti politici. La domenica invece parlò Bartolomei, credo ad Arezzo, dove pronunciò un bla bla incomprensibile e inaccettabile a livello di senso comune. Noi che eravamo della partita riuscimmo a percepire nelle sfumature di una frase un esile messaggio. Ma non era questo il segnale atteso. Per i brigatisti che si aspettavano una dichiarazione chiara e netta quel discorso suonò come un rifiuto.

Signorile ha raccontato che davanti a lui Fanfani aveva dato istruzioni telefoniche a Bartolomei su cosa dire mentre si era riservato di prendere la parola nella riunione di Direzione prevista il 9  maggio. Ma alla fine non disse nulla neanche in quella sede, basta leggere i suoi diari. La notizia del ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani arrivò dopo il suo intervento.
Risulta anche a me. Credo che questo repentino cambio di atteggiamento riassuma il nodo politico della vicenda: Fanfani fece un passo indietro su pressione del Pci.

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Piperno, «Moro si poteva salvare. Gotor scrive balle»

Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol /2a puntata

Proprio mentre le agenzie annunciano che il prossimo 9 marzo 2015 verrà ascoltato per la prima volta davanti ad una commissione parlamentare d’inchiesta don Mennini (sembra che papa Bergoglio lo abbia autorizzato), l’attuale nunzio apostolico a Londra che fu confessore di Moro e soprattutto durante il sequestro terminale (sfuggito ai controlli della polizia) di alcune lettere e messaggi del leader democristiano, indirizzati in particolare al Vaticano e al suo entourage più stretto, prosegue il nostro ciclo di interventi con la pubblicazione della seconda puntata (leggi qui la prima e la terza) dedicata ai lavori della nuova commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro.
In realtà don Antonio Mennini ammise già nel gennaio 1979, di fronte alla magistratura, di aver ricevuto nel corso dei 55 giorni del rapimento su segnalazione del sedicente prof. Nicolai, alias Valerio Morucci, comunicazioni telefoniche e scritti che aveva prelevato e consegnato alla famiglia Moro

Paolo Persichetti
Il Garantista 1 marzo 2015

3. Folla via Stresa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla spinta di novità che si annunciavano clamorose, subito riprese con grande risonanza dai media che hanno dato vita ad una lunga campagna puntuata da rivelazioni sensazionali e pubblicistica dietrologica, lo scorso maggio 2014 è stata istituita la terza commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro. Tuttavia prim’ancora che iniziassero i lavori la magistratura inquirente si è incaricata di fare pulizia su alcuni tentativi di intossicazione della realtà storica.
Ad anticipare la nuova stagione dei misteri era stato, nel 2011, un libro di Miguel Gotor, Il memoriale delle Repubblica (Einaudi). Un volume corposo e ripetitivo in alcune sue parti, ma che ha rappresentato un sicuro salto di qualità nella narrazione complottistica della vicenda Moro. Senza dubbio di ben altro spessore rispetto al lavoro di Aldo Giannuli, Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro (Marco Tropea), uscito lo stesso anno. Storico non contemporaneista, Gotor ha provato a cimentarsi in un intricato racconto che combinando approccio filologico e dietrologia ha finito per dare vita ad un romanzato tentativo di riabilitazione postuma del leader democristiano, separato dalle sue lettere ritenute il frutto di una titanica lotta con i suoi coercitori-censori.
Successivamente, nella primavera del 2013, è arrivato nelle librerie il volume di Ferdinando Imposimato, giudice istruttore nella prima inchiesta Moro. Un testo a sensazione dal titolo: I 55 giorni che cambiarono l’Italia. Perché Moro doveva morire (Newton Compton), divenuto presto un successo editoriale con oltre 95 mila copie vendute. L’ex giudice in pensione riapriva la questione di via Montalcini, la base brigatista dove Moro fu rinchiuso nei 55 giorni del sequestro. Vittima di un grossolano raggiro, l’ex magistrato aveva dato credito ad uno strano personaggio, tale Giovanni Ladu, ex ufficiale della Guardia di finanza che per dare maggiore credibilità alle proprie “rivelazioni” aveva inventato l’esistenza di un secondo testimone, contattando il vecchio giudice con un nickname di fantasia intestato a tale Oscar Puddu, ex ufficiale di Gladio, mai esistito ovviamente.
Ladu, alias Puddu, sosteneva che i servizi sapessero dell’abitazione dove Moro era trattenuto e che addirittura avessero occupato l’appartamento sovrastante per controllarlo meglio, decidendo alla fine di non salvarlo su ordine dell’allora presidente del consiglio Andreotti e del ministro dell’Interno Cossiga. Sonore panzane, ma di grande effetto mediatico perché la storia, messa in questi termini, sembrava quasi una versione antelitteram della vulgata che in quei giorni dominava le polemiche sulla trattativa Stato-Mafia. Moro vi appariva come una specie di protomartire che anticipava il destino poi toccato alla coppia Falcone-Borsellino; tutti e tre fatti morire da politici cinici e bari, in combutta con poteri occulti, apparati opachi non meglio precisati e servizi delle grandi potenze che avevano delegato il lavoro sporco ai brigatisti, rappresentati come dei semplici convinti di fare la guerra a quel re di Prussia che invece li manovrava a loro insaputa. L’iperbole cospirazionista di Imposimato e poi giunta a chiamare in causa una nuova sinarchia universale guidata dal gruppo Bilderberg, tesi che l’ha reso una delle icone più amate dai fans delle scie chimiche.
Ma questa volta la favola non ha avuto il suo dulcis in fundo e Giovanni Ladu è finito indagato per calunnia, mentre l’ex giudice senza batter ciglio ha continuato a vendere nelle librerie il suo libro, mai corretto, e presentarlo in giro per l’Italia, persino nelle scuole, fino a diventare il candidato grillino alla presidenza della repubblica.
Sulla scia del successo editoriale del libro di Imposimato, nel giugno successivo, anche Vitantonio Raso, uno dei due artificieri che intervennero in via Caetani sulla Renault 4 nella quale le Brigate rosse fecero ritrovare il corpo di Moro, cercò di conquistare la scena per offrire un po’ di pubblicità alle sue memorie, La bomba umana (Seneca edizioni).
Secondo Raso la versione ufficiale del ritrovamento del corpo di Moro era falsa. La scoperta andava anticipata di alcune ore, molto prima della telefonata di Morucci al professor Tritto. Cossiga sarebbe arrivato sul luogo almeno due ore prima, per poi tornare una seconda volta e mettere in scena il ritrovamento ufficiale. Questo perché, ça va sans dire, tutte le mosse delle Brigate rosse erano conosciute in anticipo. Anche in questo caso un gigantesco depistaggio. Non c’è voluto molto alla magistratura per scoprire che Raso mentiva. Nessuno dei numerosi testimoni che quella mattina transitarono per via Caetani ha confermato la sua versione e così anche lui è finito sotto indagine per calunnia.
Non deve stupire, dunque, se la vicenda Moro appare sempre più come una delle migliori conferme del paradigma di Andy Warhol: «un quarto d’ora di celebrità non si nega a nessuno».
Obbligata ad aprire l’ennesima inchiesta, la moro sexies, la magistratura questa volta ha rotto le uova nel paniere della dietrologia parlamentare mettendo in serio imbarazzo i fautori della nuova commissione d’inchiesta. Uno dopo l’altro, infatti, i petali della margherita dei misteri sono caduti e nelle mani di quei parlamentari che del complottismo hanno fatto la loro impresa politica è rimasto solo un misero gambo appassito. Continuare a sostenere la necessità della commissione sembrava ormai un’impresa disperata fino a quando, nel marzo del 2014, il circo Barnum dei misteri ha rilanciato le dichiarazioni di un ex ispettore di polizia.
Enrico Rossi, con un passato alla Digos di Torino, denunciava resistenze nelle indagini su una lettera anonima nella quale si raccontava di due agenti dei servizi presenti in via Fani, a cavallo di una moto Honda, al momento del rapimento del dirigente democristiano. I due – sempre secondo l’anonimo – alle dirette dipendenze di un colonnello del Sismi avrebbero dato manforte al nucleo brigatista.
Il clamore mediatico e le pressioni della politica (il Copasir convocò una serie di audizioni) provocarono l’avocazione delle indagini da parte della procura generale. L’episodio diede nuova linfa alle ragioni della commissione fino alla doccia fredda della richiesta di archiviazione dello scorso novembre 2014. All’origine delle sensazionali rivelazioni ci sarebbe stato, secondo il procuratore generale Ciampoli, lo stesso personaggio indicato nella lettera come uno dei due motociclisti. Il racconto che vi era riportato era apparso subito ai più attenti un calco della sceneggiatura di uno dei peggiori film girati sul rapimento Moro, Piazza delle cinque lune di Renzo Martinelli, uscito nel 2003.
Antonio Fissore, l’uomo chiamato in causa nella lettera, malato di cancro come nella sceneggiatura del film, si sarebbe preso gioco di tutti ridendo all’idea che dopo la sua morte sarebbe finito al centro dell’attenzione generale. Insomma una grande burla degna della migliore stagione della commedia all’italiana.
Una tragicommedia recitata sullo sfondo di forti attriti tra l’ufficio titolare della sesta inchiesta Moro, poco propenso a dare credito ad operazioni goliardiche del genere, e l’entrata a gamba tesa di un procuratore generale prossimo alla pensione ma che nella sua richiesta di archiviazione, una rassegna della pubblicistica complottistica con tanto di lunghi copia-incolla, ripresi in particolare dal testo di Gotor sul memoriale Moro, riportava un episodio rivelatore delle origini di questi scoop: a procurare il contatto tra l’ex poliziotto e Paolo Cucchiarelli, che attraverso l’Ansa ha lanciato le presunte rivelazioni di Raso e poi di Rossi, era stato «Alberto Bellocco di Domodossola, rappresentante in Piemonte del Movimento politico che si stava coagulando attorno a Maria Fida Moro la quale anch’ella lo aveva sollecitato in tal senso».
Sgonfiatosi anche il mistero della Honda, la decisione di fare ricorso a nuove tecnologie d’indagine, come la scansione laser del luogo del rapimento, nonostante i 36 anni di distanza, è stata per la commissione una disperata scelta di ripiego, un modo per provare a dare ancora una qualche briciola di senso ad una commissione senza senso.

2/continua

Le altre puntate
3a puntata  – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia

Per saperne di più
Lotta armata e teorie del complotto

Andy Warhol e  il caso Moro

Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia /1a puntata

Da sempre priva di riscontri la vecchia dietrologia cerca conforto nelle nuove tecnologie. Domenica 22 febbraio la polizia scientifica ha effettuato una scansione laser del luogo dove Aldo Moro venne sequestrato 36 anni fa.
Questo è il primo di un ciclo di interventi dedicato ai lavori della nuova commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana. Leggi le puntate successive (2a e 3a)

Paolo Persichetti
Il Garantista 28 febbraio 2015

10995657_816482041732693_2140707097252357948_nIl tratto di strada che il 16 marzo 1978 vide alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord dare l’assalto, insieme a dei giovani romani di varia estrazione, al convoglio di auto che trasportava il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non trova pace.
Quella mattina, lungo via Fani si erano dati appuntamento in dieci: un tecnico, un contadino, una assistente di sostegno, diversi studenti, un artigiano, un paio di disoccupati, alcuni operai, un commerciante. Il più anziano aveva 32 anni, la più giovane 20. Erano le Brigate rosse, intenzionate a sferrare un attacco senza precedenti al «cuore dello Stato».
A distanza di 36 anni questo fatto storico non è ancora accettato dai cultori del complotto, anzi dei ripetuti complotti di diversa natura e colore, tutti assolutamente reversibili, che nei tre decenni ormai alle spalle si sono succeduti in perfetta antitesi tra loro.
E’ per questo che domenica scorsa l’incrocio tra via Fani e via Stresa, situato nella zona nord di Roma, è stato sottoposto a scansione laser da alcuni tecnici della polizia scientifica che in questo modo tenteranno di far rivivere i fatti di quella mattina di 36 anni fa attraverso alcuni software tridimensionali in grado di elaborare e verificare tutti i dati balistici, peritali e testimoniali raccolti all’epoca delle indagini e dei processi.
Lo ha deciso la terza commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento del leader 10986837_10204730816563878_2601269910022609904_ndemocristiano, insediatasi in ottobre. Dopo tanta dietrologia i commissari hanno pensato di ricostruire sotto forma di realtà virtuale la scena del rapimento. Quanto alla fine possa risultare attendibile una ricostruzione del genere, che integra dati raccolti in epoche lontane e con tecniche ormai sorpassate rispetto all’odierna tecnologia forense, per ora non ci è dato sapere. Il teatro dell’azione fu largamente inquinato dall’invasione di funzionari e vertici delle forze dell’ordine, fotografi e giornalisti che calpestarono i reperti. Addirittura una vettura della Digos, un’Alfasud beige, piombò sulla scena dell’attentato e fu parcheggiata sul lato del marciapiede dove era partito il commando. Si può facilmente ipotizzare che i suoi pneumatici abbiano fatto schizzare, o comunque spostato, diversi reperti, in particolare i bossoli. Ma in fondo, questo è l’aspetto meno importante: dei nuovi rilievi – sempre che risultino attendibili – non possono che confortare quanto è già noto da tempo.
Significativo, invece, è il dato politico che esprime questa iniziativa, mirata «a stabilire – come ha dichiarato il presidente della nuova commissione d’inchiesta, Giuseppe Fioroni – l’oggettività di alcuni fatti sulla base di una certezza: non c’è corrispondenza tra il racconto dei 55 giorni e alcune chiare circostanze».

Sul lato baso della foto è visibile l'alfasud della Digos

Sul lato baso della foto è visibile l’alfasud della Digos

Cinque processi, decine e decine di ergastoli erogati insieme centinaia di anni di carcere, due commissioni parlamentari, le testimonianze dei protagonisti, alcuni importanti lavori storici, non hanno scalfito l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico che da oltre tre decenni alligna sul caso Moro e l’intera storia della lotta armata per il comunismo, quando in realtà è proprio questa ostinazione negazionista il nodo che ha trasformato in un “caso” l’azione di via Fani.
Fa paura ancora oggi cercare risposte alle vere domande che quei 55 giorni sollevano: come prevalse la linea della fermezza? Perché Dc e Pci, in un reciproco gioco di ricatti e sospetti, rimasero irremovibili sulla posizione del rigor mortis? Perché gli uomini di Moro, ben piazzati dentro la Dc e nei gangli dello Stato, non fecero nulla, o ben poco, per agevolare la sua liberazione? Perché il Pci sabotò ogni tentativo di trattativa, anzi denigrò le lettere dell’ostaggio dichiarando che non erano farina del suo sacco, se è vero che Moro era ritenuto la pedina decisiva per portare a termine la strategia del compromesso storico? Le culture politiche di questi due grandi partiti furono poi così all’altezza degli eventi? Non è lì dentro che si dovrebbe scavare senza riverenze e scrupoli per capire?
Invece ancora oggi c’è chi prova ad offuscare l’intelligibilità di quell’evento, come ha fatto recentemente lo storico, ora parlamentare e membro della nuova commissione Moro, Miguel Gotor, restio ad accettare l’idea che dei giovani operai e borgatari romani si fossero organizzati al punto da sfidare lo Stato lasciando il corpo di Moro nel cuore della toponomastica del compromesso storico, «della lotta politica e della guerra fredda» (episodio reiterato con il sequestro D’Urso), a due passi da via delle Botteghe oscure (allora sede nazionale del Pci) e piazza del Gesù (sede nazionale della Dc).
Per Gotor, se le Brigate rosse volevano raggiungere quell’obbiettivo propagandistico, «lo avrebbero lasciato in una discarica della periferia con nella destra una copia dell’Unità e nella sinistra una copia del Popolo, e non si sarebbero mai e poi mai assunte tutti quei rischi incredibili».
Dunque Moro doveva finire nell’immondizia perché ciò che muove dalle periferie non può che sfociare nelle discariche, è quanto mostra di pensare il braccio destro di Bersani, dando prova di un forte pregiudizio classista venato di populismo anticasta. La storia successiva ci dice che a mettergli l’Unità in tasca non furono le Brigate rosse ma l’autore del monumento che gli venne dedicato a Maglie, in Puglia, mentre la sola idea che le periferie dell’epoca potessero appostarsi sotto i Palazzi della politica e dell’economia suscita ancora negli esemplari odierni del ceto politico quegli stessi brividi freddi che l’aristocrazia versagliese provò di fronte ai sanculotti che mettevano a ferro e fuoco l’ancien régime.
Si comprende perché la dietrologia, ora nella sua veste tridimensionale, oltre ad essere un redditizio affare per l’industria editoriale e la pubblicistica da marciapiede, si presta come balsamo consolatorio, diversivo che consente di evadere i quesiti più imbarazzanti, le responsabilità più pesanti. Quanti su questa fondamentale rimozione hanno costruito la loro fortuna, le loro carriere negli anni di quella Seconda repubblica nata sul funerale di Moro?

Via Fani, Le nuove frontiere della dietrologia

Rapimento Moro, ma quali servizi sulla moto Honda di via Fani c’erano due giovani che abitavano nel quartiere

Sulla motocicletta Honda che la mattina del 16 marzo 1978 transitò in via Fani, pochi minuti prima che scattasse l’attacco delle Brigate rosse contro la scorta del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non c’erano uomini del Sismi ma due giovani del quartiere. I loro nomi, come ha ricordato recentemente un articolo apparso su Contropiano, sono noti da tempo alla magistratura: identificati dalla Digos nella primavera del 1998 chiarirono la loro posizione davanti al pubblico ministero Antonio Marini.
Nonostante la circostanza fosse stata ampiamente chiarita 16 anni fa, non si è esitato a rilanciare sull’Ansa un nuovo depistaggio, partendo da una lettera anonima inviata al quotidiano la Stampa nel 2009 che indicava a cavallo della Honda due presunti agenti del Sismi, i servizi segreti militari, ovviamente deceduti nel frattempo. Pista archiviata nel 2009 dalle procure di Torino e Roma dopo che gli uffici della Digos ne avevano verificato l’inconsistenza.


Su via Fani un’onda di dietrologia

di Marco Clementi e Paolo Persichetti

cb500fk2b2 Abitavano in via Stresa, a poche decine di metri dall’incrocio dove venne portata a termine l’azione più importante delle Brigate rosse. Giuseppe Biancucci aveva 23 anni e Roberta Angelotti 20, quella mattina stavano tornando a casa ignari di quel che stava accadendo, non avevano armi con loro e non facevano parte delle Brigate rosse anche se gravitavano in un’area politica contigua. Erano sulla moto che transitò pochi attimi prima dell’arrivo del convoglio di Moro che subì l’attaccato di un nucleo composto da dieci brigatisti. La motocicletta che passò improvvisamente sulla scena non c’entrava nulla con quell’azione, anzi, creò solo imbarazzo. Biancucci e Angelotti, conosciuti a Roma Nord come “Peppe e Peppa” erano due “compagni” che militavano nel “Comitato proletario di Primavalle Mario Salvi”, dal nome del “militante comunista combattente” ucciso nel 1976 con un colpo di pistola alle spalle da Domenico Velluto, guardia carceraria, alla fine di una manifestazione sotto il ministero della Giustizia.
La loro militanza politica è una circostanza decisiva perché spiega due cose: il comportamento tenuto una volta giunti all’incrocio tra via Fani e via Stresa e il loro successivo silenzio. Dettaglio non da poco, Biancucci e Angelotti vennero arrestati nella primavera successiva nel corso di una inchiesta condotta dai Carabinieri nella zona Nord della capitale contro l’Mpro, un’area che le Brigate rosse stavano tentando di creare al di fuori dell’organizzazione con l’intento di coinvolgere parte del “movimento”.
Come ha raccontato Contropiano, Giuseppe Biancucci conosceva molto bene due persone che erano in via Fani quella mattina: Valerio Morucci, uno degli “steward” che dietro la siepe del bar Olivetti attendevano la vettura di Moro e la sua scorta e Alessio Casimirri, uno dei componenti del “cancelletto superiore”. Con il primo aveva frequentato il liceo mentre con il secondo aveva condiviso la militanza nel comitato di Primavalle. Rallentò perché si accorse di loro, vide Morucci camuffato, capì che stava accadendo qualcosa di grosso, addirittura lo salutò con un cenno di mano e poi via a tutto gas verso casa. Quell’esitazione, gli sguardi di complicità scambiati con i vecchi compagni furono poi interpretati da alcuni testimoni oculari, alquanto confusi e contraddittori, come il segno di una complicità operativa che non ci fu.
La domanda giusta, allora, non è cosa stessero facendo Biancucci e Angelotti sotto casa sulla loro moto con targa regolare, ma perché non hanno mai parlato. Porsi una domanda giusta è il segreto per avere una risposta di qualche interesse. L’esatto opposto di quel che fa la dietrologia. Per la cronaca, Biancucci rientrava dal lavoro, smontava dal turno di notte nel garage del padre situato a poca distanza.
E forse non ha mai parlato, perché in via Fani aveva visto degli amici, perché magari era convinto che stessero facendo una cosa condivisibile, o semplicemente perché un “compagno” non fa la spia. Tempi diversi da quelli odierni.
A parlare ci pensarono poi altri, alcuni pentiti come Raimondo Etro che rientrato da una lunga latitanza all’inizio degli anni 90 per discolparsi dal sospetto di essere stato uno dei passeggeri della moto riferì l’episodio sentito raccontare da Casimirri: «ad un certo punto sono passati quei due cretini su una moto». Individuati dalla Digos, Biancucci e Angelotti vennero ascoltati nella primavera del 1998 dal magistrato che cercò di incastrarli su un’altra vicenda, quella del tentato omicidio di Domenico Velluto, l’assassino di Mario Salvi, e della morte del suo vicino di tavolo, Mario Amato, colpito per errore in una trattoria mentre festeggiava la scarcerazione. I due ammisero di essere passati per via Fani quella mattina ma con tutto il resto non c’entravano nulla. Successivamente, come ha riportato Contropiano la settimana scorsa, uno dei testimoni chiave di via Fani, l’ingegner Marini (citato sempre a sproposito) riconobbe addirittura lo stesso Biancucci, scomparso precocemente nel 2010, come il guidatore della moto.

 Le considerazioni che questa storia suggerisce sono molte:

1) 16 anni fa la magistratura è pervenuta ad una ricostruzione della vicenda della moto di via Fani che si avvale di elementi probanti molto forti: la deposizione dei due motociclisti che hanno ammesso la circostanza, la plausibilità del loro racconto, la prossimità delle loro abitazioni con via Fani, il riconoscimento del testimone, il possesso della moto da parte del Biancucci compatibile temporalmente con i fatti, la testimonianza di uno dei brigatisti presenti in via Fani. Evidenze del tutto ignorate dal circo mediatico che ha rincorso uno scoop fondato su una lettera anonima farcita di contraddizioni. Possibile che nessuno sapesse dell’inchiesta del 1998? Che nessuno si sia ricordato?

2) La lettera anonima e il racconto dell’ex poliziotto in pensione, la stesura romanzata della vicenda facevano acqua da tutte le parti. Ci voleva molto poco per sentire puzza di marcio. L’autore dell’articolo scegliendo un registro narrativo vittimistico-persecutorio ha omesso di raccontare come le procure di Torino (pm Ausilio) e Roma (procuratore aggiunto Capaldo, a cui venne trasmesso il fascicolo per competenza), avessero fatto accertamenti escludendo l’attendibilità di quanto asserito in quella lettera ed inviando la pratica verso una inevitabile archiviazione (Cf. la copia delle lettera).

Lettera Honda copiaSi potevano evincere da subito due grossolane contraddizioni:

a) Stando al suo contenuto, l’anonimo autore del testo (dalla sintassi traballante) sarebbe il passeggero posteriore della motocicletta, quello che secondo uno dei testimoni più citati di via Fani – l’ingegner Marini – aveva un sottocasco scuro sul volto e soprattutto era armato con una piccola mitraglietta con cui avrebbe sparato ad altezza d’uomo (anche se i bossoli non sono mai stati trovati e l’esame balistico non conferma affatto l’episodio). Perché mai dunque la ricerca delle armi si è indirizzata solo sul guidatore (di cui si forniscono tracce nella missiva) che non aveva armi in mano? Ed a lui sarebbe stata trovata una improbabile pistola per nulla riconducibile ad una mitraglietta (vedi l’immagine qui sotto)?

b) Racconta l’ex poliziotto di aver trovato l’arma sospetta nella cantina del supposto guidatore, vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo “Moro rapito dalle Brigate Rosse”. Se non è un copione cinematografico poco ci manca. L’arma era una Drulov cecoslovacca, pistola sportiva monocolpo a gas compresso Co2, con canna molto lunga. Poco maneggevole, basta provarla per capire che va bene solo per il tiro a segno, da posizione immobile e con tempo prestabilito per la mira, inutilizzabile in un’azione come quella di via Fani, impensabile come arma in dotazione a corpi speciali.

Drulov copia

 3) Siamo ormai al terzo tentativo fallito di accreditare in pochi mesi nuove piste, rivelazioni e misteri, dopo la clamorosa defaillance dell’ex magistrato Imposimato, raggirato da un personaggio che si è finto teste chiave assumendo diverse personalità e nikname e per questo ora indagato dalla magistratura. Queste “rivelazioni” assumono rilevanza non per la loro veridicità intrinseca ma solo per l’enorme pressione mediatica che le sospinge e una volontà politica largamente condivisa, decisa a non seppellire il cadavere di Moro per perpetuarne l’uso strumentale nell’arena politica con una nuova commissione parlamentare d’inchiesta.

4) Quale è il significato ultimo di tanta dietrologia sul rapimento Moro? Estirpare da ogni ordine del pensabile l’idea stessa di rivoluzione. Sradicare quegli eventi dall’ordine del possibile. Negarne non solo la verità storica (su cui il dibattito resta, ovviamente, aperto), ma l’ipotesi stessa che possa essere avvenuta. Presentare, quindi, le rivoluzioni come eventi inutili, se non infidi, sempre e comunque manovrati dai poteri forti, in cui c’è sempre un grande vecchio che non si trova e una verità occulta che sfugge continuamente. Si è diffusa una sorta di malattia della conoscenza, una incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una strada diretta al potere. La dietrologia e il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, di pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, ideologica, politica, culturale, religiosa, di genere.
Infine, impedisce di vedere ciò che appare acclarato, talmente grande ed evidente, che finisce sempre per rimanere celato dalle “rivelazioni”: lo Stato, i partiti, assunsero durante i 55 giorni del rapimento Moro una posizione ben precisa. Non trattarono. Fu una legittima scelta politica che, però, conteneva in sé la potenzialità che Moro potesse venire ucciso. Si tratta di una responsabilità non da poco ma, lo ripetiamo, assolutamente legittima. In tale contesto, i servizi potevano logicamente servire a trovare Moro, o a controllare che non uscisse vivo dalla prigione del popolo? Più si insiste sulla seconda ipotesi, più sfugge il lato politico della vicenda. Più si preme il tasto della dietrologia, meno si ricordano le dichiarazioni quotidiane di quei giorni, per cui, come disse un alto esponente del Pci dopo la prima lettera a Cossiga, “per noi Moro è politicamente morto”.

Cosa accadde a via Fani la mattina del 16 marzo 1978?
Roma,16 marzo 1978, in via Fani alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord insieme ad un gruppo di precari romani provano a cambiare la storia d’Italia. Erano le Brigate rosse

Sulle recenti rivelazioni
www.contropiano.org “Un faro nel buio
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Rapimento Moro, il borsista Sokolov non è l’agente del Kgb di cui parlano Imposimato e Gotor

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Rapimento Moro, il borsista Sokolov non è l’agente del Kgb di cui parlano Imposimato e Gotor

Basta avviarsi sui sentieri della ricerca storica e subito le approssimazioni complottiste della dietrologia finiscono in briciole. Appare subito evidente l’inutilità dell’ennesima commissione parlamentare d’inchiesta proposta in questi giorni da alcuni esponenti politici. Uno dei quali, Miguel Gotor, si trova in evidente conflitto d’interessi. Uno storico che veste i panni del politico non è più uno storico, se poi promuove una legge che vuole istituire una commissione d’inchiesta, o decide di dare le dimissioni da parlamentare per svolgere la funzione di consulente storico, il che ne segnalerebbe comunque la subalternità, oppure è meglio che rinunci alle cariche accademiche per la professione politica. Commissione d’inchiesta che, una volta varata, come le precedenti sarà pronta a scrivere verità politiche a colpi di voti di maggioranza, alla faccia dei fatti storici.
Lo studente borsista sovietico Sergej Fedorovich Sokolov, giunto in Italia con una borsa di studio in storia del Risorgimento e che seguì alcune lezioni di Moro nella facoltà di scienze politiche della Sapienza prima del suo rapimento da parte della Brigate rosse, non è l’agente del Kgb di cui hanno scritto di recente l’ex magistrato Ferdinando Imposimato e il giornalista-complottista Sandro Provvisionato (Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro, Chiarelettere 2013).
E’ quanto ha potuto verificare lo storico Marco Clementi nell’articolo che potete leggere qui sotto.

Indagini poco approfondite, omonimie non verificate e facili sovrapposizioni sono bastate per dare corpo alla pista sovietica che si contende la scena delle «interferenze esterne nel caso Moro» con quella statunitense (vedi il ritorno di attenzione su Steve Pieczenick, il consulente antisequestri impiegato dal ministero dell’Interno nei giorni del rapimento), come se le due piste non si annullassero a vicenda.
Sul manifesto di oggi, 1 ottobre 2013, si spiega che il pm Luca Palamara, titolare dell’ennesimo procedimento aperto sul rapimento e l’uccisione del presidente democristiano, ha disposto il sequestro del file di una intervista di Giovanni Minoli all’esperto americano, già collaboratore di Cossiga nella primavera del 1978, diffusa da Radio 24. Pieczenick ha ribadito cose già dette in passato (cf. Abbiamo ucciso Aldo Moro), ovvero di aver ispirato (l’autostima non gli manca) il rifiuto di ogni trattativa soprattutto dopo le lettere di Moro in cui si chiedeva di avviare negoziati con i suoi rapitori, ricordando la strategia tenuta dal governo italiano con gli irredentisti altoatesini, la guerriglia palestinese e le azioni sporche dei servizi israeliani (il cosidetto “Lodo Moro”).
Lettere scritte dalla base brigatista di via Montalcini a Roma dove era tenuto prigioniero. Per Pieczenick un’ostaggio che invitava alla trattativa, ispirandosi ad una diversa logica della ragion di Stato, andava prima screditato (affermando che quel che scriveva non corrispondeva alla sua volontà perché manipolato, drogato o costretto con la violenza), quindi abbandonato al suo destino, unico modo – a suo avviso – per stabilizzare la situazione politica italiana e sconfiggere le Brigate rosse nella partita a scacchi del sequestro.
Una singolare convergenza con la strategia tenuta dal Pci in quei 55 giorni. Dopo la lettera a Cossiga, Pecchioli annunciò al ministro dell’Interno che per il gruppo dirigente di Botteghe oscure Moro era da considerarsi «già morto»; Berlinguer si spese con tutte le sue forze per affermare che gli scritti dalla prigione del leader democristiano non gli appartenevano perché estorti. “Moro non era Moro e i suoi scritti non erano farina del suo sacco”. Il Pci collaborò strettamente con i vertici piduisti dei servizi segreti e si oppose con ogni ricatto possibile all’apertura di qualsiasi negoziato.
E’ singolare che in tutti questi anni nessuno abbia mai proposto di aprire una commissione d’inchiesta sul comportamento tenuto dai partiti politici in quei giorni, in particolare sui fautori del rigor mortis, la cosidetta linea della fermezza.

Sokolov, chi è costui?
Marco Clementi
il manifesto 1 ottobre 2013

Il caso Moro è recentemente tornato attuale a causa della proposta di istituire una nuova Commissione Parlamentare di Inchiesta e della decisione della Procura di Roma di riaprire un fascicolo sul rapimento dell’allora presidente della Democrazia Cristiana. L’ex giudice Ferdinando Imposimato, autore di lunghi studi sulla vicenda ai quale si sono richiamati i due parlamentari del PD firmatari della proposta di legge per la Commissione, Gero Grassi e Giuseppe Fioroni, sostiene da tempo che nel delitto Moro abbiano avuto un ruolo primario forze esterne e, in particolare, il KGB. Come altri prima di lui, si è concentrato sulla figura di Sergej Sokolov, uno studente sovietico che giunse in Italia pochi mesi prima della strage di via Fani con una borsa di studio in Storia del Risorgimento e che frequentò anche alcune lezioni di Aldo Moro alla “Sapienza”. Lo stesso sarebbe tornato in Italia nel 1981 come corrispondente della Tass, per poi comparire nelle liste dell’Archivio Mitrokhin, rapporto Impedian n° 83 del 23 agosto 1995 dove si dice che tale Sergej Fedorovich Sokolov, nato il 5 giugno 1953 [dove?], è stato un ufficiale del KGB “di comprovata attendibilità, con accesso diretto ma parziale”, e corrispondente della Tass a Roma dal 1981 al 1985.
Al di là del fatto che essere un membro dei servizi di sicurezza sovietici non comporta il necessario coinvolgimento della struttura di appartenenza a un complotto internazionale, prima di qualsiasi discussione sarebbe utile individuare con certezza la persona di cui si parla. La storia del KGB è piena di Sokolov: in una raccolta neanche tanto voluminosa di documenti sulla Ljubjanka, già sede del KGB [330 pp., Mosca 1997] sono presenti tre Sokolov, P.N., Ja.P. e I.I. e altri quattro in una successiva [Mosca 2004], uno senza iniziali, un A.G., un P.A. e un F.V. In tutto, sette Sokolov che hanno avuto a che fare con i servizi, dei quali nessuno è certamente Sergej. Dunque, Sokolov è un cognome molto diffuso in Russia, così come lo è il nome Sergej. Per individuare con certezza una persona in caso di piena omonimia di nome e cognome, l’uso russo fornisce come parte integrante del nome anche la paternità, o patronimoco. Se il Sergej dell’archivio Mitrokhin è lo stesso che nel 1978 frequentò le lezioni di Moro, intanto per cominciare il patronimico deve coincidere. Secondo quanto si legge nel libro “Doveva Morire”, edito da Chiarelettere e scritto da Imposimato insieme a Sandro Provvisionato, il Sergej [Fedorovich?] Sokolov studente che frequentò le lezioni di Moro nel 1978, in patria si occupò del notissimo dissidente Andrej Sacharov e di sua moglie Elena Bonner, che visitò più volte a Gor’kij (oggi Nizhnij Novgorod) durante gli anni dell’esilio. Ecco quanto riportato a p. 230: “Nell’estate del 1985 il governo di Mosca è fortemente preoccupato del fatto che l’attenzione dei media di tutto il mondo sia puntata sul destino dell’intellettuale Andrej Dmitrevic Sacharov, l’emblema stesso del dissenso all’interno dell’impero sovietico. Il compito di controllare l’intellettuale e sua moglie, Yelena Bonner, viene affidato a un ufficiale del KGB, proprio Sokolov, che incontra Sacharov nell’ospedale dove è ricoverato, al confino di Gor’kij”.
La figura di questo ufficiale è messa in cattiva luce sostenendo che incaricò i medici di nutrire in modo coatto Sacharov durante uno sciopero della fame e che in seguito propose un accordo allo stesso fisico sovietico: permettere a lui e alla moglie di andare negli Usa per vedere la famiglia a patto che non rilasciassero dichiarazioni pubbliche. Ebbene, anche il Sokolov che si occupò di Sacharov si chiama Sergej, ma il patronimico comincia con la lettera I [Ivanovich?]. Inoltre, secondo le memorie dello stesso dissidente, quel rapporto sembra essere più complesso. Anzitutto, Sergej I. Sokolov era un agente del KGB già nel 1973. Scrive Sacharov: “Nei primi giorni di novembre [del 1973] Ljusia [Elena Bonner] ricevette una citazione che la convocava in veste di testimone a Lefortovo [dove si trova la sezione istruttoria del KGB; a Lefortovo c’è anche il carcere istruttorio, tecnicamente definito isolamento istruttorio]; la citazione le ingiungeva di presentarsi dal giudice istruttore Gubinskij. Prima dell’interrogatorio la conversazione venne condotta da un certo Sokolov (ora pensiamo si trattasse del capo della sezione locale del KGB; in seguito lo incontrammo varie volte a Gor’kij)”.
Se questo è il Sokolov nato nel 1953, nel 1973 aveva 20 anni. Chi conosce il funzionamento dei servizi sovietici sa che è impossibile che a quell’età si potesse essere già a capo di una sezione locale degli stessi, o avere la responsabilità di dissidenti del livello di Sacharov e Elena Bonner. Più avanti nelle sue memorie, pubblicate in Italia da Sugarco nel 1990, Sacharov riprende il discorso [pp. 707-708]:
“Il mattino del 5 settembre [1985] arrivò [a Gor’kij] inaspettatamentee un inviato del KGB dell’URSS, S.I. Sokolov. Probabilmente era direttore di uno degli uffici del KGB incaricati di seguire il mio caso e quello di Ljusja. Nel novembre del 1973, prima che Ljusja fosse interrogata da Syscikov, Sokolov aveva usato con lei, nel corso di un ‘colloquio’, accenti persuasivi. Nel maggio del 1985 era venuto a trovarci per parlare con me e Ljusja (separatamente). Con me era stato assai duro, voleva convicermi dell’assoluta inutilità dello sciopero della fame allo scopo evidente di costringermi a interromperlo”.
Tre sono le cose importanti di questo passaggio: la prima è che il Sokolov che viene a trovare Sacharov nel 1985 è lo stesso di 12 anni prima. La seconda è che egli non ordinò l’alimentazione coatta, ma cercò di dissuadere Sacharov a continuare lo sciopero della fame. Tanto che quando il fisico premio Nobel per la Pace parla nel suo libro di alimentazione forzosa, non fa alcun riferimento a Sokolov. La terza riguarda l’anno: l’11 marzo 1985 venne eletto segretario generale del CC del Pcus Michail Sergeevich Gorbachev che diede il via all’ultimo tentativo di riforma del sistema sovietico, noto come perestrojka. Sokolov giunse a Gor’kij su incarico dello stesso Gorbachev per contrattare con Sacharov il viaggio all’estero di sua moglie e, eventualmente, quello di Sacharov stesso, al quale chiese esplicitamente una sola condizione vincolante: non rivelare i segreti sugli armamenti nucleari sovietici che il dissidente conosceva perché tra i padri della bomba termonucleare sovietica, cosa per la quale era stato insignito in passato per ben tre volte dell’onorificenza di eroe del lavoro socialista.
Per concludere, prima di ogni altra possibile discussione sul presunto coinvolgimento del KGB nel caso Moro, è bene individuare con precisione il Sokolov di cui si sta parlando. Dai riscontri oggettivi, infatti, appare molto probabile che il borsista sovietico e l’agente dei servizi siano due persone diverse.

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Gallinari, Gotor e le lettere di Moro

Miguel Gotor, perfidie e miseria di uno storico italiano

Dopo la notizia della morte di Propsero Gallinari, il quotidiano la Repubblica ha intervistato una delle sue penne più importanti, Miguel Gotor, storico cinquecentista, specialista di eresia e inquisizione, vicino alla famiglia Moro e storico “ufficiale” del Quirinale (è amico di uno dei figli di Napolitano, docente di diritto pubblico a Roma tre), oltre ad essere descritto come uno dei consiglieri più ascoltati di Bersani e addirittura “ministrabile” nel caso il centrosinistra riesca davvero a vincere le prossime elezioni.
Benché non sia uno specialista di “Contemporanea”, Gotor si è ritagliato il ruolo di storico del caso Moro, vicenda sulla quale ha pubblicato due volumi (Aldo Moro, lettere dalla prigionia, Einaudi 2008; Il Memoriale della Repubblica, Einaudi 2011) e svariati articoli.

Al giornalista di Repubblica che lo intervistava Gotor ha spiegato che fu Gallinari a battere le lettere di Moro, «Fu una lettera di Prospero Gallinari alla sorella, nel 1975, recuperata dagli inquirenti, a farmi scoprire che era stato lui, uno dei carcerieri di Aldo Moro, a redigere la versione dattiloscritta di tutte le lettere del presidente della Dc dalla ‘prigione del popolo’ di via Montalcini a Roma».
«Di quelle lettere – continua Gotor – le Br ne resero pubbliche solo una trentina, ma l’intero corpus fu battuto a macchina nel covo dove era tenuto prigioniero Moro. Il dattiloscritto, però, riportava alcuni evidenti errori di ortografia continuamente ripetuti: soprattutto l’accentazione dei pronomi personali. Quegli stessi errori sono presenti nella lettera di Gallinari alla sorella e, dunque, rendono possibile identificare l’autore del dattiloscritto».

Le parole di Gotor, forse a causa della sintesi giornalistica, sono risultate talmente ambigue da ingenerare confusione tra le lettere e il cosiddetto Memoriale e suggeriscono la singolare idea che l’autore di entrambi i testi non sia stato Moro ma uno dei militanti delle Brigate rosse che lo tenevano in consegna, ovvero Prospero Gallinari.

Tuttavia il ritrovamento nel 1990 del fascicolo con le copie fotostatiche del manoscritto del memoriale insieme alle fotocopia di altre lettere inedite e brutte copie di altri testi, smentisce palesemente una tesi del genere. Gotor voleva dire che Gallinari ha avuto il compito di ritrascivere a macchina la versione del memoriale poi ritrovata sul tavolo dell’appartamento di via Montenevoso nell’ottobre 1978.

In realtà nel suo Il Memoriale della Repubblica lo storico ha elaborato una ricostruzione di quel che avvenne molto più aggrovigliata e sofisticata, non per questo carica di velenosa perfidia. Vediamo cosa dice:

«Da questi dati oggettivi, che riguardano la materialità dei testi e la loro collazione, credo esca confortata l’ipotesi già avanzata che i dattiloscritti fossero battuti a macchina durante il sequestro – solo quelli che riguardavano temi particolarmente caldi a giudizio di Moretti e di Gallinari (50) – affinché potessero uscire dalla prigione senza che il corriere incorresse in particolari rischi, proprio perché dattiloscritti e non firmati. I fogli erano esaminati in quel formato dal comitato esecutivo delle Br per poi rientrare nel covo e venire dettati a Moro con i dovuti inserti imposti dai brigatisti o contrattati dal prigioniero, il quale trascorreva ore allucinate e febbrili a copiare e ricopiare i suoi testi fino alla loro versione definitiva, come indicano innumerevoli e inequivocabili segni grafici e sviste tipiche del copista. Questo è il «battere e levare» che segna il ritmo della scrittura perseguitata del prigioniero, un prodotto sporco, ambiguo e pattuito tra la vittima e i suoi carnefici, delimitato da un filo spinato in cui l’autorialità senza libertà di Moro si trasforma in un’incessante dialettica tra istinto di conservazione e morte. Non il monumento di un eroe, ma il simulacro di un’umanità dolente e creaturale che si esprime dentro una zona grigia, la condizione necessaria perché quel discorso non solo si pronunciasse, ma lasciasse memoria di se stesso, testimonio di una tragedia che assume la forma di una disperata battaglia tra le inesauribili possibilità del linguaggio e la logica del terrore. Evidentemente, nel caso delle due versioni dello scritto su Taviani, sempre di Moro si tratta, perché lui che scrive, ma quelle parole sono allo stesso tempo sue e non sue. Eppure non si è lontani dal vero se si afferma che gli inserti presenti nella versione pubblicizzata dai brigatisti furono inclusi in un secondo momento su specifica richiesta dei carcerieri, che di fatto costrinsero il prigioniero a sottoscrivere un verbale contro un suo compagno di partito in cui la dimensione dell’ingerenza americana doveva essere l’elemento dietrologia più pregnante e ricattatorio».

Insomma le lettere dello statista democristiano uscite dal carcere del popolo non sarebbero interamente farina del sacco di Moro ma una creazione delle Br.

Lo storico Marco Clementi, autore di una monografia, La Pazzia di Aldo Moro, Rizzoli 2008 (prima edizione 2001 presso Odradek) e di una Storia delle Brigate rosse, 2007, commentando questa tesi sul suo blog (primadellapioggia.blogspot.it, mai-muore-la-dietrologia-invece.html) ha detto che «Gotor è un dietrologo non cospiratore, nel senso che non parla di servizi segreti, come altri hanno fatto in passato. Si limita a togliere a Moro attendibilità. La stessa cosa che dicevano di quelle lettere tutti i politici italiani durante il rapimento».
La scienza storica – ha aggiunto – «è andata avanti negli ultimi 15 anni. La cosa è sfuggita a Gotor e a “Repubblica”. Una miseria per il nostro paese e per la nostra storia, continuamente inquinata purché si dimostri che in Italia non c’è mai stato uno scontro di classe, nessuno ha processato la DC e il suo presidente. E che Moro è stato lasciato solo da quelle forze politiche che egli stesso aveva messo insieme per sostenere il governo Andreotti. E’ bene ripeterlo: una miseria».

Da cosa ricava Gotor la convinzione che le parole scritte da Moro non sarebbero completamente sue? Dal fatto che esisterebbero più versioni delle lettere e delle pagine del memoriale, con aggiunte, tagli, modifiche ed attraverso una comparazione con le diverse versioni del dattiloscritto. Una considerazione che non tiene conto del fatto, se è vero che la ritrascrizione dattilografata del memoriale avvenne durante il sequestro (come racconta lo stesso Gallinari), dunque in via Montalcini e non in via Montenevoso a Milano, dove le carte di Moro arrivarono in settembre, che nel frattempo Moro continuava a scrivere, riscrivere e correggere nuove pagine.

E’ davvero singolare che Gotor finisca in qualche modo per fare da sponda a quel gioco di delegittimazione delle parole del prigioniero che fu invece propria del governo e dell’intero fronte politico della fermezza, Pci in testa, che egli stesso descrive in un altro passaggio del suo libro:

«Il governo italiano adottò una strada crudele, ma obbligata, quella di depotenziare l’attendibilità del prigioniero per diminuire l’efficacia dell’azione propagandistica dei sequestratori. Si trattava di un classico espediente di antiguerriglia psicologica che, per essere efficace – e lo fu con zelo speciale, si direbbe emotivamente partecipato – dovette contare sul sostegno delle principali agenzie di comunicazione del paese, che risposero con un coro dall’impressionante unanimità».

Una situazione d’eccezione che lo stesso Gotor in un impeto di coraggio non esita ha definire «uno spazio extragiudiziale ed extrapolitico» (pagina 67, Il Memoriale della Republica), caratteristico degli «stati di eccezione, quelli non dichiarati, [dove] le sovranità si restringono sino a farsi solitarie ed esclusive» (idem).

Nel 2006 Prospero Gallinari col il suo consueto stile asciutto aveva raccontato come erano andate le cose all’interno dell’appartamento di via Montalcini, dove era trattenuto Moro. Leggiamo di seguito la sua testimonianza che oltre ad anticipare di ben cinque anni ciò che Gotor dirà di aver scoperto nel 2011, smentisce radicalmente le ipotesi avanzate dallo storico di origine catalana.

Il PrigionieroPagine 187-188, da Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate Rosse, Bompiani 2006

La prima regola ineludibile in una istuazione come quella è il rispetto verso il prigioniero.

Le condizioni di vita sono ovviamente precarie, gli spazi ristretti, i criteri di sicurezza inderogabili. E’ in questo contesto che occorre governare i problemi che si presentano giorno dopo giorno. Abbiamo costruito un impianto di aerazione che permette il cambio dell’aria all’interno della celletta nella quale Moro vive. Ma di notte l’apparechio non può restare in funzione, perché il rumore che provoca è troppo elevato e creerebbe disturbo se non addirittura sospetti fra gli inquilini dei piani susperiori. Una cosa mal calcolata, e ci rendiamo subito conto che, durante quelle ore, Moro non riesce a respirare decentemente. La quiete della notte è però anche il momento più pericoloso per qualsiasi reazione incontrollata del prigioniero. Così si crea la prima occasione nella quale rivolgo la parola a Moro, stabilendo le condizioni di un accordo: “Io le tengo la porta aperta e lei mi garantisce il silenzio”.

Ci chiede di leggere. Gli diamo libri sul movimento operaio e sulla storia del comunismo. Ma gli facciamo avere anche la Bibbia. Si immerge in quelle pagine. Le Scritture della religione in cui crede lo aiutano ad astrarsi dalla realtà che lo circonda. Chiede di ascoltare la messa. Non possiamo rischiare di fargli sentire messaggi in diretta o notizie che non siamo in grado di controllare. Così, insieme a Laura, registrriamo la cerimonia trasmessa ogni domenica in televisione. Con una cassetta e il registratore a pile, seguirà la messa in differita risentendola continuamente.

Questo sarà il modo in cui le Brigate Rosse e Aldo Moro intraterranno i loro rapporti durante i 55 giorni del sequestro. Un modo che, seppure all’interno di una condizione estrema come quella, si rifletterà negli interrogatori (o sarebbe meglio dire nelle discussioni che Mario instaurerà con lui), negli scritti che lo stesso sequestrato redigerà, nella vita quotidiana che, giorno per giorno, avrà luogo nella base.

Inizialmenete riproduciamo tutti gli interrogatori attraverso il microfono cha abbiamo installato nella stanzetta-prigione, con audio e registratore all’esterno. Insieme a Germano, mi dedico al complicatissimo compito di sbobinare i nastri e trascriverli. Poi ci accorgiamo che, in realtà, è Moro stesso che tende a mettere per iscritto tutti i suoi ragionamenti e le riflessioni politiche emerse nelle discussioni con Mario. Di conseguenza, il nostro lavoro certosino risulta inutile. Chiudiamo con le registrazioni e distruggiamo il paio di cassette riempite. Resta la parola scritta, che appare subito importante anche per lo stesso presidente della DC. Moro si rende velocemente conto che il suo problema è tutto politico. E’ stato sequestrato in rappresentanza di un partito e di una politica che noi attacchiamo in base a considerazioni generali, e capisce che l’unico modo per favorire la sua liberazione è proprio quello di investire di responsabilità l’insieme del suo partito, chiamando in causa i maggiori rappresentanti del potere democristiano.

E’ una perspicacia che non smarrirà neppure per un attimo, nelle varie fasi di quello scontro. Avrà la lucidità di condurre questa battaglia fino alla fine, anche se, a un certo punto, si renderà conto che gli è stata fatta terra bruciata attorno, che interessi interni al suo partito, all’establishement politico generale, hanno preso il sopravvento su qualsiasi possibilità di soluzione. Anche i suoi più fedeli amici sono ormai schiaciati dalle condizioni che si sono venute a creare. Debolezze, opportunismi, piccole e grandi ragion di Stato, bloccano il quadro della situazione, comprimendolo sotto il ricatto di una cornice ferrea: quella politica delle fermezza messa in campo da una parte del suo partito e dal PCI.

La cerimonia di saluto
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri

La storia
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

Chi era Prospero Gallinari?

prospero-gallinari-2Nelle cronache televisive e giornalistiche di questi giorni la figura di Prospero Gallinari è stata descritta come quella di un personaggio ambiguo e reticente, morto portando con sé (supposti) «segreti e misteri sul caso Moro». Un’accusa che serve a sorreggere un’antica calunnia: questi silenzi sarebbero stati la merce di scambio per uscire dal carcere. Una tesi che Miguel Gotor ha largamente sostenuto nel suo Il Memoriale della Repubblica, Einaudi 2011, cadendo tuttavia in palesi contraddizioni.
Mario Moretti è da 32 anni in stato detentivo, semilibero dal 1997, anche se Gotor con una grossolana imprecisione scrive che è libero dal 1994. Un errore importante poiché su questa grave inesattezza poggia l’intera impalcatura del suo teorema.
Gallinari, come abbiamo visto (leggi qui) era agli arresti domiciliari per gravi motivi di salute che lo rendevano incompatibile alla detenzione; Rita Algranati è in carcere. Due presunti componenti del commando che operò in via Fani sono all’estero. Uno di questi, Alvaro Lojacono, ha scontato la pena in Svizzera. Tutti gli altri, a 34 anni dai fatti (una distanza senza precedenti nella storia d’Italia e nel resto d’Europa), hanno terminato le loro condanne: chi perché essendosi dissociato ha usufruito da tempo di ampi sconti di pena; chi perché alla fine del lungo percorso penitenziario ha avuto accesso alla liberazione condizionale.

A queste accuse ha risposto Francesco Piccioni in una intervista apparsa su Contropiano (leggi qui).
Altri commentatori hanno poi offerto delle raffigurazioni grottesce e caricaturali di Gallinari, dipinto come uno «stalinista», pronto a sacrificare chiunque se il disegno superiore della rivoluzione lo avesse richiesto (Andrea Colombo), personaggio spietato, sospetto agente del Kgb, adepto della scuola del comunismo sovietico (Fasanella), dove avrebbe «imparato a coniugare la durezza ideologica con la disponibilità al compromesso, la rivendicazione orgogliosa delle proprie scelte, anche quelle più tragiche, con la tendenza a scendere a patti con il diavolo» (sempre Fasanella).
Ma chi era veramente Prospero Gallinari? Senza avere la pretesa di essere esaustivo, questo scambio che ho avuto in queste ore con Andrea Colombo dopo un suo articolo apparso sul sito online de Gli Altri, può aiutare a capirne qualcosa di più

Caro Andrea Colombo,
ripeto, il tuo pezzo poteva essere bello perché capace di cogliere alcuni aspetti decisivi della personalità di Prospero Gallinari e soprattutto di ricordare come non si sia mai fatto estorcere – come ha recentemente sottolineato Scalzone – “nessuna confessione d’innocenza” di fronte all’accusa rivelatasi alla fine inesatta di essere stato l’esecutore materiale di Moro, nonostante ciò l’avrebbe probabilmente aiutato ad uscire molto prima dal carcere per le sue difficilissime condizioni di salute.
Caratteristiche che tu però hai confinato unicamente alla dimensione umana del personaggio, mentre in una sorta di chiaroscuro ne hai demonizzato quella politica, dandogli dello “stalinista”.

Cito: «era un rivoluzionario generoso e di animo buono, ma era anche uno stalinista, uno di quelli che se il partito glielo avesse ordinato ti avrebbe eliminato, con le lacrime agli occhi ma senza esitare, convinto che questo fosse il suo dovere di rivoluzionario e di soldato della guerra di classe. Quella spietatezza politica era inaccettabile, certo, ma Prospero la condivideva con migliaia e migliaia di militanti dei suoi tempi. Che non erano i nostri, perché Prospero Gallinari era davvero un uomo e un rivoluzionario e un comunista “d’altri tempi”.
Affermazione che fa il paio con quella precedente, “Con noi, ragazzi di movimento, che negli anni ’70 il Pci lo odiavamo e lo combattevamo aveva pochissimo a che spartire. […]Ci guardava con sospetto, come quasi tutti i brigatisti, operai e contadini la cui continuità con la tradizione comunista era molto più ferrea della nostra».

Mi riferivo, con tutta evidenza a questi infelici passaggi quando ho accennato a quel dizionario dei luoghi comuni nel quale alla fine sei inevitabilmente scivolato. E mi sembra che nella replica tu abbia colto perfettamente il senso della mia critica, imbarcandoti tuttavia in un tentativo di precisazione del senso che attribuivi al termine “stalinismo” che non solo non rende giustizia a Prospero, ma trasforma questa categoria in una sorta di concetto metastorico del tutto fuorviante.

Andiamo per ordine: sostieni che la risposta di Gallinari su Tienanmen sarebbe un dettaglio banale! A me non sembra proprio, al contrario la trovo dirimente. Tu invece lasci ingiustamente pensare che sia stato un escamotage intelligente per dissimulare un’identità in quel momento impopolare. E la cosa, se mi permetti, è ancora più offensiva per la memoria di Prospero perché oltre a dargli dello stalinista gli dai pure del dissimulatore.

Le Br, nel bene o nel male, hanno sempre detto quello che sono state e sono sempre state quello che hanno detto. Se avessero appoggiato il “socialismo di mercato” cinese, come accade per tutte le varie tendenze con venature rosso-brune, nazional-bolsceviche, identitarie e comunitariste, che ormai dilagano ben oltre gli ambienti veterocomunisti, in quel momento l’avrebbero sostenuto senza problemi.
Ma la loro storia ci dice che hanno tentato di rappresentare l’opposto.

Nella tua replica introduci con molta leggerezza una equivalenza tra terzointernazionalismo e stalinismo per poi affermare che “voi”, cioè noi brigatisti di più generazioni, saremmo stati gli epigoni di quella cultura politica.
Capisco che nella tua affermazione sia contenuta una carica polemica antica derivante dalla tua originaria appartenenza ad una delle componenti dell’operaismo che si è sempre narrata come l’unica legittima rappresentante di quella storia, in realtà molto complessa, e si è autoincensata come l’antitesi intelligente e moderna, rivale e alternativa alle culture considerate “vetero” presenti nel resto del movimento, anzi “esterne” al movimento come vi piaceva tanto dire delle Brigate rosse.

Per fortuna, caro Andrea, la storia è ben più complessa, articolata, carica di sfumature e sorprendenti smentite. Dovreste liberarvi, tu e i tuoi amici postoperaisti e postnegriani, da certe leggende ideologiche, uscire dalle narrazioni autocelebrative e calarvi all’interno di una visione più laica degli anni 70, che alcune ricerche sociologiche sull’origine politica-ideologica dei militanti della lotta armata, e delle Brigate rosse in particolare, già consentono.

Da tempo questi dati ci dicono che il grosso dei militanti della lotta armata viene dal filone operaista, comprese le Br che pure, a differenza di altre formazioni armate più omogenee, hanno avuto una composizione socio-ideologica molto eclettica che nei 19 anni della loro storia ha reclutato nelle aree politiche più disparate, subendo anche influenze legate al peso delle diverse generazioni che vi affluivano.

Se le Br fossero state soltanto quella sorta di cartolina di Épinal in salsa emiliana legata alla vicenda del gruppo dell’appartamento o dei trentini della facoltà di sociologia, sarebbero finite con la trappola di Girotto-frate Mitra. Quella emiliana fu una enclave mitizzata e mediatizzata a cui crede ormai solo quel cospirazionista attardato di Fasanella, anche perché per anni molti di quel gruppo hanno rappresentato la parte visibile dell’organizzazione, quella finita in carcere.

In realtà l’insediamento più grosso e strutturale stava nelle fabbriche del triangolo industriale, proveniva dall’esperienza dei Cub, era l’anima operaia, quell’operaio massa nuovo e sovversivo.
Ma ciò che ha fatto sopravvivere questo gruppo per quasi due decenni è stata la capacità di uscire anche dalla fabbrica, radicarsi nel territorio, insediarsi nelle periferie romane e milanesi, fino a Napoli.
Nelle Br non confluiscono solo ex Fgci (fatto anche generazionale. Chi era giovane nei primi anni 60 passava da lì come avvenne per alcuni fondatori di Potop), qualcuno, o pezzi del gruppo feltrinelliano, ma comunisti libertari come Faina, larghe fette di Potere operaio, meno di Lc, maoisti, quelli prima confluiti per Potop (altri ex mao confluiti in Potop fondano gruppi armati concorrenti) e altri ancora, e poi quel magma definito genericamente Autonomia, prima e dopo il 77.
Il reclutamento in una città come Roma, soprattutto nella zona periferica sud-est, si prolunga fino alla metà degli anni 80.

Che il terzointernazionalismo non sia riassumibile nello stalinismo lo si deve affermare per rispetto delle altre famiglie del comunismo internazionale. Quanto meno avresti dovuto prendere delle precauzioni periodizzando. I troskisti, i bordighisti, per citarne solo alcune, sono a pieno titolo figli di quella tradizione.
Senza dover citare Revelli, quella proiezione verso l’assoluto del fine che giustifica ogni mezzo non è propria solo dello stalinismo, che l’ha portata alla sua aberrazione massima, all’abisso senza ritorno. E’ insita in molte altre culture non solo del comunismo rivoluzionario, in quelle leniniste, nel troskismo, nella tradizione anarchica, ma e propria anche delle culture nazionaliste e fasciste, appartiene – lo sai meglio di me – alla grande avventura sionista tuttora in corso.
Aggiungo che non manca nemmeno nelle esperienze dell’operaismo armato: devo forse ricordare le gesta di Segio o le imprese di Fioroni?

Si da il caso che nella biografia di Prospero Gallinari non troverai nulla di tutto ciò!

Ecco appunto, torniamo a Prospero. La sua cultura è un must particolare, originale, che ha delle similitudini con gli altri emiliani ma non è sovrapponibile a quella di altri dirigenti brigatisti come Moretti, Curcio, Senzani, Balzerani, Guagliardo, per stare al gioco dei nomi conosciuti.

Un comunismo contadino che mette radici nell’Emilia profonda, che ha legami forti con la memoria della Resistenza in una zona segnata duramente dalla guerra civile (legami giustificati anche dalla vicinanza anagrafica), nella quale è presente la tradizione insurrezionalista, con elementi secchiani e dunque certamente di scuola “emmelle”, ma che si intrecciano pure con l’opposizione ingraiana. Un sostrato che si misura, e qui sta l’intelligenza e l’originalità del percorso di Gallinari, con le nuove culture sovversive della metropoli degli anni 70: quella operaia prima e quella delle periferie urbane dopo.

Posso capire cosa c’entra tutto ciò con lo stalinismo?

Ti sei mai chiesto come sia stato possibile che uno come Gallinari abbia di fatto installato, fatto crescere, dato basi solidissime alla colonna romana, la colonna terziaria per definizione, quella sociologicamente più negriana…. Quella dell’operaio sociale, dei disoccupati, dei borgatari, degli studenti, dei lavoratori dei servizi, dei ferrovieri.
Chi mai tra questi giovani, Gallinari avrebbe guardato con sospetto, come sostieni?

Solo una persona con una grande duttilità, una enorme capacità di ascolto e di adattamento avrebbe potuto “accudire” quel fiume di giovani che volevano entrare nell’organizzazione.

Le tue, Andrea, sono incrostazioni ideologiche, pregiudizi che non reggono alla luce dei fatti e di cui faresti bene a liberarti.

Non c’è stata organizzazione meno terzointernazionalista delle Br, questo è il punto. Forse alcuni accenti del genere riapparvero nell’aspro dibattito interno che divise quanto restava delle Br-pcc alla metà degli anni 80, ma era un momento in cui la voglia di tirare bilanci e rifondare tutto spingeva a cercare spunti ovunque. Durò poco.

La Brigate rosse, in realtà, hanno innovato, praticando un’eresia organizzativa ed ideologica. Guardavano agli esempi della guerriglia urbana metropolitana, Marighella e non il Che. Antileniniste sul piano dell’organizzazione, rifiutavano il modello del doppio livello, legale e illegale, della separazione tra direzione politica e braccio armato propugnando l’unificazione tra politico e militare, con un discorso che traeva coerenza dal rifiuto della divisione del lavoro manuale e intellettuale.

Nelle Br non esistevano i capi che mandavano i gregari a sporcarsi le mani, l’intellettuale che dava la linea e gli altri che eseguivano. Il dirigente andava in prima linea, non diceva armiamoci e partite per poi giustificarsi, come fece un certo professore, dicendo: “hanno capito male i miei libri”. Era moralismo rivoluzionario? Probabile.
Comunque si trattava di una formula organizzativa differente da quelle di altre formazioni di matrice operista ortodossa che invece praticarono senza problemi questa dualità tipicamente terzointernazionalista.

Vengo infine all’ultima parte, lì dove affermi che Prospero era uno di quelli, «che se il partito glielo avesse ordinato ti avrebbe eliminato, con le lacrime agli occhi ma senza esitare, convinto che questo fosse il suo dovere di rivoluzionario e di soldato della guerra di classe. Quella spietatezza politica era inaccettabile, certo, ma Prospero la condivideva con migliaia e migliaia di militanti dei suoi tempi».

Qui siamo alla calunnia bella e buona. Diversa solo nello stile dalle parole che ha scritto Fasanella su Panorama.
Dovresti rileggere quanto ha ricordato Lanfranco Pace in una intervista apparsa sul Foglio di questi giorni sull’atteggiamento misurato con il quale Gallinari gestì la grave crisi provocata dal modo in cui Morucci e Faranda uscirono dalle Br, rubando parte dell’arsenale militare dell’organizzazione. Un comportamento gravissimo, definito allora “banditesco” e che nella storia delle organizzazioni rivoluzionarie ha sempre provocato l’eliminazione dei responsabili.

Nelle Br esisteva una prassi che consentiva a chiunque fosse in crisi o in disaccordo di andare via dall’organizzazione se avesse voluto, ritirandosi a vita privata se era ancora possibile. Quando chi usciva era già latitante, otteneva in dotazione l’arma personale, dei soldi e un minimo di aiuto logistico, a rischio – come avvenne molte volte – di cadere in trappole micidiali tese dalla polizia. Nessuno veniva messo alla porta, gettato in strada.

Morucci e Faranda non si accontentarono di ciò, ebbero un comportamento “poco leale”, nonostante ciò quella vicenda venne ricondotta da Gallinari all’interno di una gestione politica del dissenso. Giudizi molto duri ma nessuna rappresaglia. Aggiungo che a minacciare Morucci in carcere furono altri personaggi, no sto qui a fare il nome, ma sai benissimo di chi parlo.

E visto che parliamo di Morucci ricordo – come da egli stesso raccontato nei suoi libri – che fu lui e non certo Gallinari ad intrattenere rapporti molto stretti con Feltrinelli, quando era ancora responsabile del lavoro illegale di Potere operaio (e le Br erano appena un piccolo gruppetto), fino ad avere quasi una doppia appartenenza.
Feltrinelli aveva rapporti internazionali di peso, non solo con Cuba e le guerriglie sud americane ma anche con il blocco orientale. Perché mai allora l’etichetta di stalinista non ricade su di lui ma l’appiccichi a Gallinari? E perché mai è lui che dovrebbe rispondere della leggenda del superclan come va dicendo Fasanella?

Concludo ricordando il ruolo e il comportamento tenuto da Prospero negli anni di carcere anche nei momenti di massima tensione interna alle Br o con altri gruppi (7 aprile, movimento della dissociazione), sempre improntato a ricondurre sul piano del confronto politico, anche aspro ma sempre politico, le divergenze, le rotture, lontano da qualsiasi sopraffazione fisica.

Basta leggere le sue memorie, il rammarico con cui racconta gli anni bui delle rese di conti che nel clima allucinato delle carceri speciali portò tronconi scissionisti delle Br a scagliarsi contro altri pezzi della stessa organizzazione, scatenando una guerra contro le proprie ombre, alla ricerca del capro espiatorio di turno.
Gallinari difese quelli che avevano ceduto sotto la pressione degli interrogatori o delle torture dando prova di saggezza, umanità, buon senso, grande lungimiranza politica e umana.

Un grande dirigente, il cui atteggiamento restio ad entrare nei dettagli era una questione di stile non di reticenza. Un vecchio stile comunista, misurato, asciutto, che si sforzava di trattenere i sentimenti, di mettere in avanti sempre la lucidità.

Paolo Persichetti

*  *  *  *


E’ morto il br Prospero Gallinari: era generoso, altruista, coraggioso

Andrea Colombo
Gli Altri online 14 gennaio 2013

Prospero Gallinari era una persona meravigliosa. Molti lo sanno ma temo che pochi lo scriveranno. Invece è bene che sia detto. Era generoso, altruista, coraggioso. Era uno di quelli di cui si dice “col cuore grande” e forse non è solo un caso che alla fine, dopo una lotta lunghissima, proprio il cuore lo abbia fregato.
Certo, Prospero ha sparato, Prospero ha ucciso. Tecnicamente Prospero è stato un assassino. Ma chiunque lo abbia conosciuto anche solo di sfuggita sa perfettamente che questa verità è bugiarda. Non rende neppur minimamente ragione della vita e dell’animo di Prospero Gallinari.
Era un uomo d’altri tempi. Un militante comunista di quelli che per due secoli hanno fatto la storia. Un partigiano nato per caso a guerra finita. Da ragazzo si faceva chilometri a piedi per andarsi a leggere l’Unità nel bar del paese più vicino alla fattoria in cui era cresciuto. Da uomo fatto era ancora quel ragazzo.
Con noi, ragazzi di movimento, che negli anni ’70 il Pci lo odiavamo e lo combattevamo aveva pochissimo a che spartire. «Io – mi ha detto una volta – sono sempre stato un militante del Partito comunista italiano e, anche se ti sembrerà strano, in tutte le organizzazioni di cui ho fatto parte ho sempre rappresentato l’ala moderata». Ci guardava con sospetto, come quasi tutti i brigatisti, operai e contadini la cui continuità con la tradizione comunista era molto più ferrea della nostra.
Per anni e anni Gallinari è rimasto in galera col cuore sempre più malconcio, passando da un infarto a un altro. Avrebbe avuto il diritto di scontare la pena fuori da quelle mura, con un male così grave. Non gli veniva consentito solo perché era considerato, a torto, l’uomo che aveva ucciso Aldo Moro. Avesse detto che no, non era vero, che si assumeva tutte le responsabilità di quell’esecuzione atroce ma a sparare non era stato lui, lo avrebbero tirato fuori subito. Nessuno osò mai proporgli un gesto simile. Sarebbe bastato a farsi togliere per sempre la parola.
Gallinari sarebbe morto in galera senza un fiato se Mario Moretti, nel suo libro-intervista a Riossana Rossanda e Carla Mosca, non avesse dettio che a uccidere, in quel garage di via Montalcini, era stato lui. Tutti gli impedimenti che fino a quel momento avevano reso impossibile la sua scarcerazione caddero come per miracolo.
Sia chiaro, Prospero era un rivoluzionario generoso e di animo buono, ma era anche uno stalinista, uno di quelli che se il partito glielo avesse ordinato ti avrebbe eliminato, con le lacrime agli occhi ma senza esitare, convinto che questo fosse il suo dovere di rivoluzionario e di soldato della guerra di classe. Quella spietatezza politica era inaccettabile, certo, ma Prospero la condivideva con migliaia e migliaia di militanti dei suoi tempi. Che non erano i nostri, perché Prospero Gallinari era davvero un uomo e un rivoluzionario e un comunista “d’altri tempi”.
Credo che a tutti quelli che lo hanno conosciuto, per quanto lontanissimi fossero dalle sue scelte, per quanto severamente lo possano aver criticato, mancherà moltissimo.

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Replica di Paolo Persichetti
15 gennaio 2013 at 19:52

C’è un episodio sconosciuto che vorrei raccontare: nel 1989 erano in corso nell’aula bunker di Rebibbia diversi maxi processi; l’appello del Moro ter, quello per insurrezione contro i poteri dello Stato, oltre a quello contro le Br-Udcc nel quale ero imputato. In quel momento si discuteva molto di soluzione politica, c’erano settori dello Stato che volevano chiudere la vicenda della lotta armata. L’atteggiamento dei media verso i prigionieri politici era cambiato e così accadeva che ogni tanto ci veniva offerta la parola. In una pausa delle udienze, il giornalista Ennio Remondino intervistò Prospero Gallinari e tra le diverse domande gli chiese anche con chi stessero i prigionieri delle Br: con il governo cinese, che aveva inviato i carri armati in piazza, o con i manifestanti di Tienamen? «Con gli occupanti della piazza, e con chi se no?», fu la risposta di Gallinari. Naturalmente Bruno Vespa, allora direttore del Tg1, tagliò quella frase che smontava uno dei cliché più classici e mistificatori incollati sulla pelle dei militanti della lotta armata.
Caro Andrea hai fatto la fine di Vespa. Peccato che il tuo pezzo molto bello sia alla fine scivolato nel dizionario dei luoghi comuni.

Paolo Persichetti

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Replica di Andrea Colombo
15 gennaio 2013 at 20:50

Caro Paolo, mi sono riletto il pezzo, scritto molto a caldo, per rintracciare gli eventuali luoghi comuni. Non sono sicuro che ci siano, anche se come medium internet non agevola l’approfondimento. Cmq provo a spiegarmi. Non sapevo di quella domanda di Ennio Remondino, ma non avrei avuto alcun dubbio sulla risposta di Prospero. Però, scusa, che c’azzecca? Se Prospero fosse stato con il Pcc, in quell’occasione, non sarebbe stato stalinista ma stupido, e non lo era.
Mi riferivo a qualcosa di meno banale, più tragico, per certi versi anche più funesto. Una intera generazione di comunisti, quella terzinternazionalista, ha accettato parecchie aberrazioni, sapendo che erano tali, dunque soffrendole, perché questo era l’interesse del partito e, dunque, della rivoluzione. Esempio non brigatista e non sanguinolento: quando il Pci decise di estromettere Giuliano Pajetta, la cui sola colpa era quella di aver fatto la resistenza in Jugoslavia, Giancarlo sapeva perfettamente che si trattava di una feroce ingiustizia e che suo fratello fosse oggetto di quella ingiustizia che gli rovinò la vita non lo faceva certo felice. Ma scelse di tacere perché questo chiedeva il partito, cioè la rivoluzione. Di esempi simili ce ne sono letteralmente migliaia: quello era lo stalinismo. Era atroce, era in qualche misura “inumano” ma aveva una sua altrettanto atroce nobiltà. Voi, secondo me, siete stati gli ultimi epigoni di quella cultura.
Non sarò reticente: so perfettamente che tutti gli inquilini di via Montalcini soffrirono come cani il 9 maggio del 1978. Però scesero lo stesso in garage perché ritenevano che questo chiedesse, anzi imponesse, la rivoluzione. Quella contraddizione è tragica e secondo me voi, magari non sempre essendone coscienti, la avete vissuta più di chiunque altro in quegli anni. E Prospero, credo, persino più degli altri.
Questo volevo dire, e non sono convinto, ripeto, che sia un luogo comune.

Link
Prospero Gallinari, un uomo del 900
Gallinari è morto in esecuzione pena. Dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
A Prospero Gallinari volato via troppo presto
Ciao Prospero
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili

Per saperne qualcosa di più
La biblioteca del brigatista
Il nemico inconfessabile
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Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
La révolution et l’Etat
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella

La biblioteca del brigatista

Cosa leggeva un brigatista nel settembre 1978?

Nonostante la semplicità della domanda pochi se la sono posta. Eppure la risposta avrebbe aiutato a comprendere meglio la storia di una delle componenti politiche più importanti che hanno dato vita alla lotta armata in Italia tra gli anni 70 e 80. I materiali ci sono, una documentazione immensa, repertata nelle migliaia di procedimenti penali e verbali di sequestro realizzati nel corso di oltre 20 anni di inchieste, operazioni di polizia e processi. Basterebbe andarli a cercare, leggerli, studiarli. Quanti lo hanno fatto? Io ne conosco solo due che hanno lavorato in questo modo: Marco Clementi e Miguel Gotor. Agli antipodi, ma non importa.
Cosa si ricava dal ricorso al metodo storiografico? Si smontano molte leggende, fandonie, luoghi comuni, crolla l’intera impalcatura dietrologica. La presenza di un libro della Kollontaj ridimensiona persino la critica femminista che tacciava la lotta armata di “machismo” nonostante nei gruppi armati di sinistra la presenza femminile sia stata di gran lunga più alta di qualsiasi altra formazione politica, extraparlamentare o istituzionale. Nell’appartamento di via Montenevoso 8, a Milano, c’erano i libri (sarebbe stato interessante poterli riavere tra le mani per osservarne le sottolineature, i commenti a margine, ma molto probabilmente saranno finiti al macero o forse in qualche armadio dei reparti antiterrorismo, i cui membri saccheggiavano senza scrupoli le librerie dei militanti arrestati)
impiegati come fonti per la realizzazione dei comunicati scritti durante il sequestro (il ritratto biografico-politico di Aldo Moro ripreso da un volume di Aniello Coppola, pubblicato da Feltrinelli due anni prima del rapimento) ed altri utilizzati per redigere le domande al prigioniero. Spiccano due assenze: non c’era L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato di  Engels, il libro de chevet dell’ex maoista Marco Bellocchio infilato come i cavoli a merenda in una scena demenziale del suo film (quella del mantra) sul rapimento Moro, Buongiorno notte (2003); non c’erano neanche liriche innegianti al calibro ben oliato o le bottiglie di Veuve Clicquot che riempivano i frigoriferi della case dove si nascondeva Sergio Segio.
Ancora più interesante è la genealogia della cultura politica brigatista che si può ricavare da queste letture. Certo è solo un primo elemento che andrebbe sovrapposto ad un lavoro di analisti dei testi. E’ l’inizio di una possibile, anzi utile pista di ricerca. In ogni caso è evidente come l’album di famiglia stalino-togliattiano richiamato come immagine dalla Rossanda, a dire il vero per polemizzare con chi diceva che i brigatisti erano dei “fascisti travestiti di rosso”, “agenti provocatori sotto controllo della Cia”, non era esatto. Altri dati poco studiati, le rilevazioni sociologiche sulle biografie politiche, ci dicono che la provenienza degli imputati per appartenenza alle Br non è riconducibile all’image d’Épinal del gruppo di fuoriusciti dalla Fgci di Reggio Emilia o agli studenti un po’ cattolici dell’università di sociologia di Trento. Ci sono le fabbriche milanesi, torinesi e genovesi. La diaspora di Potere operaio e di altre formazioni che operavano nelle borgate romane. L’onda lunga del 77. Pezzi di Autonomia veneta, Porto Marghera. L’area napoletana. E poi ancora le periferie romane degli anni 80.
Basta avere voglia di fare ricerca vera, libera, fuori dai preconcetti delle baronie universitarie lottizzate, dagli anatemi di re Giorgio e da chi ha messo in piedi quella rete di controllo della memoria che è il portale promosso dall’archivio Flamigni con la bendizione del Quirinale.

Ma torniamo al questito iniziale: cosa leggevano i brigatisti?

Via Montenevoso, 8: il nascondiglio segreto dietro un pannello rimosso nell’ottobre 1990 da un muratore

E’ la domanda a cui risponde Miguel Gotor esaminando con gli occhi dello storico il materiale repertato dai nuclei speciali del generale Dalla Chiesa dopo l’irruzione nell’appartamento di via Montenevoso 8, a Milano, il 1° ottobre 1978. Quella di Montenevoso era una base importante, una sorta di archivio delle Brigate rosse, scelta per conservare e preparare l’opuscolo che avrebbe dovuto raccogliere i materiali dell’interrogatorio (il cosiddetto “memoriale”) del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Al suo interno vivevano due esponenti dell’esecutivo nazionale della Brigate rosse: Lauro Azzolini e Francesco Bonisoli, entrambi “clandestini”. Il primo, trentacinquenne ex operaio della Lombardini di Reggio Emilia; il secondo, ventitreenne ed anche lui di Reggio Emilia, aveva preso parte nel marzo precedente all’azione di via Mario Fani, dove venne prelevato Aldo Moro. Insieme a loro da pochi giorni era arrivata anche Nadia Mantovani, venticinquenne, originaria di Padova e studentessa in medicina, latitante da poche settimane dopo che si era sottratta al domicilio coatto (confino) a cui era stata assegnata dopo un primo arresto. L’appartamento era stato individuato in agosto e tenuto sotto stretta sorveglianza per alcune settimane, il tempo di agganciare gli altri contatti, scoprire altre basi e farvi irruzione.

Dalle sessanta fitte pagine del verbale di sequestro, redatto dai carabinieri dei reparti speciali che occuparono l’appartamento nei  5 giorni successivi, prima di essere sloggiati con modi alquanto bruschi da altro personale dell’Arma appartenente alla struttura territoriale di Milano che faceva capo alla caserma Pastrengo (1), si ricava un interessante profilo della bibliografia brigatista che Miguel Gotor (2) descrive in questo modo (cfr. Il memoriale della Repubblica, Einaudi 2011, pp. 51-54):

Il lungo elenco consente di scattare una radiografia della vita quotidiana dei militanti delle Brigate rosse e di catalogare oggetti «comuni a un’intera generazione di giovani: non marziani, come sono diventati lentamente nel ricordo obliquo e reticente dei loro compagni di strada, man mano che costoro si separavano da quell’esperienza umana e politica che li aveva lambiti come un’onda improvvisa, senza travolgerli. Più che dalle intenzioni, spesso salvati dal puro caso: un appuntamento mancato, un amore improvviso, un figlio inatteso, la cartolina del servizio militare».

Nella base i militi «trovano centinaia di dattiloscritti fitti di analisi economiche e numerose rassegne stampa, in particolare sulla realtà industriale lungo l’asse Milano-Torino, non solo auto, ma anche chimica e siderurgia. Diari mensili riguardano lo stabilimento della Lancia di Chiasso (maggio e giugno 1978), una Relazione Fiat Mirafiori carrozzeria e presse, uno scritto intitolato La Fiat degli Agnelli, un documento politico sull’Ansaldo, il cui stabilimento è adesso a Milano uno spazio espositivo per l’alta moda (3). E poi i libri: non molti, ma ben scelti. Una piccola biblioteca portatile di edizioni recenti. Un vero e proprio campionario dell’internazionalismo rivoluzionario operaio e studentesco, oggi sopravvissuto tra le bancarelle dei bibliofili o negli scomparti virtuali di eBay a testimonianza di un’antica vitalità ormai dispersa; ieri strumenti preziosi per capire un mondo in ebollizione tra rivolte anticapitaliste, resistenze a regimi dittatoriali neofascisti e processi di decolonizzazione in atto con le loro speranze di giustizia e di riscatto: un altro socialismo sembrava ancora possibile».

Il mobiletto di via Montenevoso 8, dietro il quale si celava il pannello-nascondiglio come venne fotografato dai carabinieri nei primi giorni dell’ottobre 1978

Tupamaros, Kollontaj, Pisacane, Weather Underground, Bettelheim , Brecht, Mao…
Lotta armata in Iran di Bizhan Jazani, teorico socialista iraniano morto nel 1975;  La resistenza eritrea di Piero Gamacchio e, dentro un baule, Prateria in fiamme, ossia il programma politico dei «Weather Underground» il movimento di ispirazione marxista statunitense; Tupamaros: libertà o morte di Oscar José Dueñas Ruiz e Mirna Rugnon de Dueñas; La rivoluzione in Italia di Carlo Pisacane, eroe risorgimentale che la riscoperta resistenziale di Giaime Pintor (4) aveva riportato alla considerazione dei movimenti rivoluzionari italiani in maniera ben più radicale di quanto la scolastica Spigolatrice di Sapri avrebbe mai lasciato supporre con la sua apparentemente innocua cantilena. E poi l’edizione einaudiana del Dialoghi di profughi di Bertolt Brecht a cura di Cesare Cases e il classico del femminismo Vassilissa: l’amore, la coppia, la politica. Storia di una donna dopo la rivoluzione dell’eroina sovietica Aleksandra Kollontaj. Non manca l’attenzione al tema delle partecipazioni statali e della riorganizzazione dell’impresa pubblica italiana (Lo Stato padrone, La borghesia di Stato), al mondo della nuova televisione (L’antenna dei padroni), alla realtà delle multinazionali quando il termine globalizzazione non era ancora entrato in voga (Multinazionali: tutto il loro potere in Europa, a cura di Stephen Hugh-Jones, e Multinazionali e comunicazioni di massa del sociologo francese Armand Mattelart). In camera, in un comodino di fianco al letto, «numerose riviste pornografiche», una Settimana enigmistica, la «Lotta di classe in Urss con annotazioni» del marxista critico Charles Bettelheim e le Opere scelte di Mao Tse-tung. Occhieggia persino «un libro dal titolo Carabinieri (di barzellette)», come registra con involontario senso dell’umorismo il verbalizzante, quello illustrato da Bertellier e pubblicato da Samonà e Savelli, forse come omaggio all’abusato slogan di quegli anni: «una risata vi seppellirà» (5).

Materiali e libri che servirono da fonti per redigere i comunicati e preparare le domande a Moro
Alla luce della lettura dei comunicati brigatisti divulgati nel corso dei cinquantacinque giorni non meraviglia la presenza della biografia di Aldo Moro scritta da Aniello Coppola (6), dal momento che il profilo dell’uomo politico contenuto nel secondo messaggio sembrò agli osservatori più attenti ripreso proprio da quel libro. E neppure stupisce, se si fa riferimento alle parti dell’interrogatorio in cui Moro fu costretto a rispondere sulle attività di antigueriglia della Nato in Italia e sulla cosiddetta strategia ella tensione, il rinvenimento di una relazione sulla «Rosa dei Venti», e di una copia del libro Il sangue dei leoni, edito nel 1969 da Feltrinelli (7). Il volume pubblicava nella prima parte un lungo discorso del leader congolese Édouard-Marcel Sumbu, ma dissimulava al suo interno il ben più intrigante «Manuale delle Special Forces», in cui erano riassunte le principali tecniche di antiguerriglia e di sabotaggio messe in pratica dai «Berretti verdi» statunitensi nei quadri bellici non convenzionali della guerra fredda. Desta interesse la copia di un discorso di Umberto Agnelli del 1976, poiché una delle domande a cui Moro dovette rispondere riguardò proprio i meccanismi che portarono alla sua elezione nelle file della Dc in quell’anno. Una serie di riscontri occasionali che confermano i rapporti organizzativi  intercorsi lungo la linea Roma-Milano, via Firenze, tra il nucleo operativo che gestì il sequestro e l’interrogatorio di Moro e il comitato esecutivo di cui facevano parte anche Azzolini e Bonisoli, ossia gli occupanti di via Montenevoso.

Genealogia politico-culturale della rivoluzione brigatista: non c’erano Togliatti e Zdanov, anzi non c’era nemmeno “l’album di famiglia”, di cui scrisse Rossanda, ma le correnti del neomarxismo degli anni 60 del Novecento
Si tratta di un pachetto di libri assai lontani dall’armamentario tipico del militante comunista iscritto al Pci, piuttosto sono letture tipiche della nuova sinistra extraparlamentare di quel decennio, con suggestioni anticapitalistiche, terzomondiste, trockjiste, maoiste, guevariste, genericamente rivoluzionarie e libertarie, di sicura ispirazione antistalinista. Ben lungi quindi dall’immagine dell’«album di famiglia» – il sapore staliniano e zadnoviano degli anni Cinquanta avvertito da Rossana Rossanda nel linguaggio del secondo comunicato delle Br dopo il rapimento di Moro (8) – un’immagine che tanto consenso trasversale e duraturo ebbe presso l’opinione pubblica italiana da cui fu utilizzata per accreditare la tesi di una filiazione diretta della Brigate rosse dal Pci. La formula ebbe un successo propagandistico duplice che meriterebbe di essere approfondito nel suo sviluppo e radicamento nel dibattito nazionale: alla destra del Pci, perché amplificava una generale ossessione anticomunista e permetteva di riattualizzare lo stereotipo della doppiezza togliattiana; alla sinistra di quel partito, in quanto consentiva di rimuovere, o almeno stemperare in una vaga aria di famiglia, il nodo centrale del rapporto di contiguità culturale e generazionale tra il variegato  mondo extraparlamentare, la lotta armata e la pratica della violenza politica nel suo complesso. Un nodo intricato e scivoloso, strettosi  sempre più nel corso degli anni anche grazie  a una serie di ambiguità, reticenze, omissioni e qualche indulgente connivenza. Zdanov e il Moloch sovietico degli anni Cinquanta, in realtà c’entravano assai poco  e rischiavano di trasformarsi in un comodo alibi catarchico per non guardare in faccia la realtà[…].
Anzi , quei libri sono lì a ricordare che quel manipolo di giovani brigatisti era a modo suo, con granitica intransigenza e allucinata coerenza, dentro la cultura, le letture, le pratiche politiche e valoriali del movimento, come se le due realtà fossero attraversate da uno stesso sistema di vasi comunicanti.

Quanto accadeva in Italia rifletteva un contesto sovversivo insurrezionale di dimensione europea. Non a caso, due fitte pagine del verbale raccolgono i documenti della tedesca «Rote Armee Fraktion», ad attestare la solidità dei rapporti con le Br (9): strutture del gruppo, atti relativi al processo di Stammheim, dichiarazioni dei detenuti dell’organizzazione del 1977 fra cui Andreas Baader, lettere dattiloscritte di Ulrike Meinhof e altri, una pubblicazione in lingua tedesca datata settembre-ottobre 1977, una cartella contenente documenti relativi alla storia della Raf (memoriali, verbali dibattimentali, strategie di guerriglia), due «cassette di cui una iniziata con una voce femminile che parla lingua tedesca» (10).

Note

1. La rivendicazione della competenza sull’inchiesta, che ebbe conseguenze disciplinari interne, fece emergere le forti tensioni e rivalità tra fazioni opposte che si confrontavano dentro l’Arma dei Carabinieri e nei Servizi. Il repentino avvicendamento tra gli uomini di Dalla Chiesa e quelli della Pastrengo fu una delle probabili cause – a meno che non si voglia ritenere valida la tesi avanzata (ma non suffragata ancora da elementi totalmente convergenti) da Miguel Gotor, della mancata scoperta del nascondiglio celato dietro un pannello di gesso, a sua volta coperto da un mobiletto posto sotto il davanzale di una finestra, nel quale dodici anni dopo un muratore napoletano scoprì, mentre stava realizzando dei lavori di ristrutturazione, le fotocopie del manoscritto di Aldo Moro insieme a copie fotostatiche di altre lettere,  soldi e delle armi avvolte in giornali del 1978. Materiale, la cui “scomparsa”, la mancata verbalizzazione nel carte del sequestro giudiziario, era stata ripetutamente denunciata in sede processuale e di fronte ai magistrati nel corso degli anni successivi dai brigatisti che occupavano l’appartamento, Franco Bonisoli e Lauro Azzolini.

2. Miguel Gotor in più occasioni ha dimostrato di avere uno sguardo per nulla compiacente nei confronti della storia delle Brigate rosse e più in generale della Lotta armata e delle formazioni rivoluzionarie degli anni 70, come dimostrano i diversi libri, saggi e articoli dedicati al sequestro Moro, in particolare alla produzione scritta del dirigente democristiano (lettere e memoriale).

3. Acss, Legione carabinieri di Milano, Processo verbale di perquisizione e sequestro di via Monte Nevoso di Milano, 1° ottobre 1978, ore 10, pp. 8, 15-17, 22, 31, 42, 45.

4. Carlo Pisacane, Saggio su la Rivoluzione, a cura di Giaime Pintor, Einaudi, Torino  1942.

5. Si tratta delle seguenti edizioni: Bizhan Jazani, Lotta armata in Iran, Calusca, Milano 1977; Piero Gamacchio, La resistenza eritrea, Lerici, Cosenza 1978; Prateria in fiamme: il programma politico dei Weather Underground, Collettivo editoriale libri rossi, Milano 1977; Oscar José Dueñas Ruiz e Mirna Rugnon de Dueñas, Tupamaros: libertà o morte, isapere edizioni, Milano-Roma 1974; Carlo Pisacana, La rivoluzione italiana, a cura di Aurelio Lepre, Editori Riuniti, Roma 1975; Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi, prefazione di Cesare Cases, Einaudi, Torino 1977; Aleksandra Kollontaj, Vassilissa: l’amore, la coppia, la politica: storia di una donna dopo la rivoluzione, Savelli, Roma 1978; Pietro Guizzetti, Stato padrone. Le partecipazioni statali in Italia, Mondadori, Milano 1977; Antonio Mutti, La borghesia di Stato: struttura e funzioni dell’impresa pubblica in Italia, G. Mazzetta, Milano 1977; Francesco Siliato, L’antenna dei padroni: radiotelevisione e sistema di informazione, G. Mazzetta, Milano 1977; Stephen Hugh-Jones (a cura di), Multinazionali tutto il loro potere in Europa, Poligrafico G. Colombi, Milano 1977; Armand Mattelart, Multinazionali e comunicazioni di massa, prefazione di Ivano Cipriani, Editori riuniti, Roma 1977; Mao Tse-tung, Opere scelte, Casa editrice in Lingue Estere, Beijing 1969-75; Bertellier, Carabinieri: le più celebri barzellette sulla “Benemerita” per la prima volta raccolte e illustrate, introduzione di Sandro Medici, Savelli, Roma, Milano 1977.

6. Aniello Coppola, Moro, Feltrinelli, Milano 1976.

7. É-M. Sumbu, Il sangue dei leoni: appello politico a tutto il popolo congolese per una riscossa in massa contro la reazione Kinshasa. Discorso al Congresso culturale dell’Avana. Cultura e indipendenza nazionale. Manuale delle Special forces, Feltrinelli, Milano 1969.

8. Per l’espressione si veda Rossana Rossanda, Discorso sulla Dc, in il manifesto 28 marzo 1978, p. 1, e Id., L’album di famiglia, ivi, 2 aprile 1978, pp.1-2. Sul dibattito di quei giorni si rinvia a Gotor, Processo all’album di famiglia, pp. 53-58.

9. Sul processo, iniziato il 21 maggio 1975, cfr. Aust, Rote Armee Fraktion, pp. 283-370.

10. ACSS, Legione carabinieri di Milano, Processo verbale di perquisizione e sequestro di via mOntenevoso di Milano, 1° ottobre-5 ottobre 1978, ore 10, a firma Giovanni Scirocco e altri, ff. 7, 33-34. 39, 41, 49. 56, 58, 60 anche per le seguenti citazioni.

Problemi di storia della lotta armata per il comunismo
Brigate rosse, una storia che viene da lontano: il libro di Salvatore Ricciardi
Per amore della storia lasciate parlare gli ex brigatisti
L’eresia brigatista
Marc Lazar: “Gli anni 70 è ora di affidarli agli storici”
Steve Wright: per una storia dell’operaismo
Gli angeli e la storia
Giustizialismo e lotta armata
Neanche il rapimento Sossi fu giudicato terrorismo
Storia della dottrina Mitterrand
Enzo Traverso, années de plomb entre tabou et refoulement
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Etica della lotta armata
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi

Brigate rosse
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Vincenzo Tessandori, “Ci chiameremo la Brigata rossa
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari

Teorie del complotto
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori

Il pene della Repubblica. Risposta a Miguel Gotor

Quella che segue è la prima parte della risposta rivolta a Miguel Gotor dopo la sua replica ad un post apparso sul blog Baruda.net nel quale si riportava anche il link di una mia intervista diffusa da Radio Onda Rossa. Intervista nella quale si criticavano le affermazioni negazioniste contenute nel suo articolo uscito su Repubblica del 29 agosto 2011, dove lo storico affermava che non vi erano state torture durante le indagini e l’inchiesta giudiziaria contro i Pac e più in generale si sosteneva che la repressione contro i militanti della lotta armata per il comunismo sarebbe stata condotta sempre nel rispetto dello stato di diritto, negando il ricorso a violenze, torture e l’instaurazione di uno stato di emergenza giudiziaria


Torture con gli elettrodi sui genitali di prigionieri politici. Italia 1982

Gentile Professore,

Mi scuso se mi intrometto nella discussione, ma poiché nella sua replica al post del blog Baruda.net (Tortura e leggi speciali: botta e risposta con Miguel Gotor) lei afferma di aver «ascoltato il link di Radio Onda Rossa», mi sembra di dover intendere che le sue puntualizzazioni riguardino anche quanto da me detto nell’intervista a cui il link rinviava.
Intanto la ringrazio, e le mie non sono parole di rito, per il suo intervento che mi sembra segnali una sua apertura al confronto. Atteggiamento che non può non essere apprezzato.

Veniamo alle questioni della controversia:

Le chiedo la cortesia di poter svolgere in primis alcune considerazioni sul caso Battisti, che pure non sono l’oggetto centrale delle critiche che le rivolgevo nell’intervista a Radio Onda rossa. Ma credo che sia utile a sgomberare il terreno facilitando in seguito un confronto più chiaro.

1)   Nel suo articolo apparso su Repubblica del 29 agosto 2011 lei rivendica una sorta d’imperativo civico nel dover «rispondere colpo su colpo» alle dichiarazioni di Cesare Battisti contenute nell’intervista concessa alla rivista Istoé. Nella sua replica al post aggiunge però una precisazione molto interessante che nell’articolo apparso in prima pagina su Repubblica mancava, ovvero «per come sono state riportate dalle principali agenzie di stampa nei giorni scorsi». Una precisazione che sottolinea un dettaglio non da poco e la cui importanza non devo certo spiegare a chi esercita l’attività di storico come lei. Nella sua puntualizzazione lei riconosce di non aver letto l’originale dell’intervista rilasciata il 26 agosto 2011 alla giornalista Luiza Villanéa (ecco il link della traduzione in italiano, http://italiadallestero.info/archives/12084), ma solo alcune frasi estrapolate dai lanci delle agenzie.
Non voglio farle le pulci, professore, ma dal punto di vista del rigore giornalistico e storico non mi sembra un buon esempio, tanto più se l’intenzione annunciata era quella di voler esercitare un magistero etico-morale su una persona condannata all’ergastolo e stigmatizzata come il peggiore criminale della storia, l’icona del male attuale, ed attraverso la sua figura anatemizzare un’intera vicenda storico-politica: quella degli anni 70 e dei movimenti sociali giunti fino alla lotta armata per il comunismo.
Sottolineo tutto ciò perché credo che avrebbe fato meglio, prima di scrivere il pezzo che le è stato commissionato, a perdere un po’ di tempo su internet per scovarla e leggerla. Si sarebbe reso conto da solo che i toni non erano per nulla “tracotanti” o inopportuni, come invece purtroppo è accaduto in altre occasioni. Semmai – aggiungo – erano inconsistenti. I lanci delle agenzie hanno apertamente manipolato il senso delle risposte estrapolando piccole frasi da interi periodi. Nell’intervista Battisti annuncia propositi saggi (che mi auguro mantenga): «Non voglio creare polemiche, mettermi in mostra», quando afferma che non parteciperà alla rassegna del libro di Rio de Janeiro prevista nelle prossime settimane. Insomma l’intervista a me è parsa piuttosto noiosa, al contrario di quel che lei afferma insieme alla totalità dei commentatori ufficiali; una summa di banalità incentrate tutte su questioni di menage quotidiano: le passeggiate, i bambini, i cefali da cucinare… (bah!). E poi la geografia dei luoghi, la vegetazione (mah!)… Una lunga chiacchierata che scorre inesorabile sulla strada della mediocrità. Come possa definirsi tutto ciò un tentativo di «cesellare la propria immagine maudit», sinceramente non lo capisco. Ho la sensazione che anche lei sia caduto vittima di in un cliché costruito e alimentato dai media. Un bisogno di capro espiatorio che Cesare, per svariate ragioni tra cui anche una sua drammatica incapacità, non è in grado di scrollarsi di dosso. Non ha tutti i torti il Foglio quando in un articolo apparso sul numero del 16 luglio scorso, definisce molto di quanto è ruotato attorno a questa vicenda un «Discount degli anni di piombo». Un circo Barnum delle sottomarche dove ognuno concorre a dare il peggio di sé. Un’efficace fotografia dell’abisso in cui è sprofondata l’Italia attuale.
Nel proseguio dell’intervista, ad una domanda dell’intervistatrice Battisti lamenta di essere continuamente tallonato dai giornalisti ed accenna ad una contestazione, da lui attribuita a militanti di estrema destra, avvenuta: «davanti alla casa del mio avvocato,  Luiz Greenhalgh, dove stavo. Ho preferito lasciare la città». A quel punto la giornalista prova ad approfondire e chiede quale sia stata la nuova accoglienza della gente, e se per caso non avesse paura. E’ lì che Battisti risponde: «non ho paura di niente. Sono libero. Ho molto rispetto per le autorità brasiliane».
Cosa ci sia di strafottente in tutto ciò, vorrei capirlo. Anche perché visti certi commenti usciti sulla stampa italiana dopo la sua liberazione, la domanda non era affatto fuori luogo.
E qui torniamo al discount di cui parlavo prima. Alcuni esempi: l’onirico suggerimento presente nell’articolo di Claudio Antonelli, apparso su Libero 11 giugno 2011, che suggeriva per Battisti una soluzione all’israeliana, metodo Mossad. Cito: «i Servizi ingaggiano due liquidatori che a una settimana dalla sentenza aspettano il terrorista a un angolo di strada a san Paolo e con due Gal fanno fuoco». Spacciando l’esecuzione per un episodio di criminalità comune: «un furto degenerato». Peggio ancora si era comportato Claudio Magris sul Corriere della sera dell’11 giugno 2011. L’insigne germanista chiudeva il suo editoriale di prima pagina sulla “Vacanza dell’assassino” con un elegante invito alla forca per il terrorista che ha usurpato il nome del patriota irredentista. Per una bizzarra ironia della storia, concludeva Magris: «Si è fatta confusione tra due Cesare Battisti, il patriota di cent’anni fa e il killer di oggi, e a finire impiccato a Trento, quella volta non è stato quello che era previsto». Sublime, impicchiamo Battisti perché il Brasile non lo ha estradato! Come vede, gli argomenti utilizzati sono davvero inoppugnabili.
Oppure devo ricordare il geniale Mastella, un vero attore della commedia dell’arte e all’occasione Guardasigilli, che confessò in pubblico di aver provato a fregare i brasiliani raccontando loro la frottola dell’ergastolo virtuale. Uscito dalla dittatura il Brasile ha abolito la pena perpetua e dunque non può estradare in Paesi che mantengono questa sanzione capitale. Ma la furbizia del ministro non fu compresa dai figli di Torregiani e Sabadin che accecati dal furore vendicativo, e spalleggiati da Lega e fascisti, post e attuali, costrinsero il povero Mastella accusato di lassismo a fare marcia indietro e svelare il trucco. Tralasciamo invece il pavido Roberto cuor di leone (detto anche Saviano), che prima mise e poi, quando ormai poteva solo nuocergli all’aureola di martire, ritirò la firma da un appello, anzi negò addirittura di averla mai messa (un po’ come Scajola quando disse: «se scopro chi ha pagato a mia insaputa l’appartamento che ho davanti al Colosseo!»), un po’ troppo corporativo promosso da alcuni scrittori di noir sociale in difesa di un loro collega.
Di uscite del genere ce ne sono state una infinità. Del generone radical chick francese, come della scrittrice Fred Vargas, ho scritto in passato e non mi dilungo di nuovo, aggiungo solo le gesta del ministro della Difesa, quello che non avendo argomenti da obiettare voleva schiaffeggiare il ministro della Giustizia del Brasile Tarso Genro, credo si chiami Ignazio La Russa. Durante un comizio tenuto in una caserma dei Carabinieri spronò i giovanotti dell’Arma ad organizzare una spedizione in Brasile «per andare a riprenderci Battisti».
Ormai è chiaro: anche se Battisti annunciasse di ritirasi a vita monacale in un eremo per espiare interiormente le colpe terrene che gli vengono attribuite, i media italiani troverebbero la maniera di individuarvi atteggiamenti provocatori e arroganti, magari denunciando la pretesa di voler infangare una veste sacra come il saio.
Durante tutta la vicenda estradizionale che ha riguardato Battisti è stata sperimentata una tecnica giornalistica che consiste nell’individuare il personaggio che si presta a maggiori antipatie (l’indifendibile per antonomasia) in un determinato contesto, che in questo caso è il mondo della lotta armata, anzi dei fuoriusciti (i fuggiaschi raffigurati come jene impunite che se la ridono e se la godono), scaricando su di lui e dunque su di loro, e per estensione sull’intera storia della lotta armata, e quindi di chi è ancora in carcere e perciò non dovrà mai uscire anche dopo 30 anni di pena scontata, tutte le forzature e le falsità possibili.
Da quando il caso Battisti è salito alla ribalta delle cronache, due anni dopo la mia estradizione dalla Francia, ho sempre seguito un metodo: separare l’eventuale giudizio sulla persona dagli aspetti prettamente giuridici e storico-politici che le ripetute richieste di estradizione sollevavano.
Le questioni di principio non si affrontano sulla base di possibili simpatie o antipatie.
Dovrebbe sempre tenerlo presente professore.

Ps: Riguardo all’opera di negazionismo delle torture praticate in Italia in modo sistematico che le fa, la rinvio alla lattura del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer 2011 ed hai seguenti link:

Le torture contro i militanti della lotta armata
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Le torture della Repubblica /2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo

Paolo Persichetti


Link
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche

Cronache sulla latitanza e altre storie di esuli
Lo stato di eccezione giudiziario

 

Miguel Gotor risponde alle critiche contro il suo articolo su Battisti

Dal blog http://baruda.net riprendiamo la risposta che lo storico Miguel Gotor fornisce al post dell’autrice che aveva linkato l’intervista diffusa da Radio onda rossa a proposito di un articolo apparso su Repubblica del 20 agosto nel quale si sostenevano tesi negazioniste sulla esistenza del ricorso alla tortura e alla edificazione di uno stato di emergenza giudiziaria alla fine degli anni 70


Autore: Miguel Gotor (IP: 94.37.43.72 , dynamic-adsl-94-37-43-72.clienti.tiscali.it)

Commento:

Gentile V. P.,
ho letto le tue affermazioni che riguardano il mio articolo su Cesare Battisti, uscito su «la Repubblica» il 29 agosto 2011 e ascoltato il link di «Radio Onda Rossa». Consentimi due puntualizzazioni, a partire dal fatto che nell’articolo mi riferisco solo alle dichiarazioni di Battisti contenute nell’intervista «Istoé» per come sono state riportate dalle principali agenzie di stampa nei giorni scorsi:

1) Battisti avrebbe dichiarato che «i responsabili degli omicidi di cui è stato accusato» (ossia Santoro, Sabbadin, Torreggiani, Campagna) sono stati torturati. A me non risulta e l’ho scritto in buona fede, ma se mi sbagliassi non avrei difficoltà a fare ammenda del mio errore. A quanto ne so subirono gravi maltrattamenti un gruppo di autonomi della Barona che furono però scagionati dalle accuse e dunque non possono essere considerati i responsabili di quegli omicidi. Con questo, naturalmente, non intendo negare che nelle carceri italiane, tra gli anni Settanta e Ottanta, siano avvenuti episodi di tortura e di sevizie come mi viene attribuito impropriamente da te e dalla radio. Sarebbe impossibile farlo. Nel mio volume «Il memoriale della Repubblica» a cui si fa riferimento, cito proprio a questo proposito alle pagine 56 e 126 l’impressionante libro-denuncia a cura di Franca Rame, «Non parlarmi degli archi parlami delle tue galere» del 1984 dedicato alla tragica e umanissima vicenda di Alberto Buonoconto che contiene la foto di Cesare Di Lenardo da te riportata e altre drammatiche immagini che provano quella pratica.

2) nel mio articolo sostengo che non ci siano stati «tribunali straordinari» (ad esempio militari), il che è vero. Altra è la questione delle carceri speciali (che ci furono eccome) e delle cosiddette leggi di emergenza, la cui realtà è fuori discussione. Del resto, che in Italia ci sia stato durante il sequestro Moro uno stato di emergenza non dichiarato, è un asse portante del mio lavoro che si è proposto di indagare proprio il funzionamento di un sistema democratico-parlamentare nei cosiddetti «stati di eccezione» non formalizzati.

Ti ringrazio per l’ospitalità.

Link
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua
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