«Non ho mai visto evasione più grande di un’amnistia»

Riflessioni sull’amnistia, intervista di Giulio Petrilli a Paolo Persichetti

pubblicato da http://www.osservatoriorepressione.info e http://www.ristretti.org

Foto di Baruda

Caro Paolo, penso tu abbia letto la mia lettera nella quale sollevo il tema della liberazione degli ultimi detenuti e detenute della storia della lotta armata in Italia! Ormai alcuni di loro hanno quasi raggiunto i quaranta anni di detenzione!

Sì ho letto! In effetti Nicolò De Maria è prigioniero dal 1980, sta entrando nel suo trentottesimo anno di detenzione; Mario Moretti è in esecuzione pena dal 1981, Susanna Berardi e Cesare Di Lenardo dal 1982, e poi via via vengono tutti gli altri. Se quelli incarcerati per gli episodi del 1999 e del 2002 sono rinchiusi già da una quindicina di anni, trascorsi per tre di loro in 41 bis, tutti gli altri hanno alle spalle un periodo di detenzione che raggiunge o supera i trenta anni effettivi. E non sono i soli, perché molti di quelli che in questi ultimi anni sono riusciti ad avere un fine pena, hanno terminato la loro detenzione dopo aver superato ampiamente i 30 anni di prigionia. A questi vanno aggiunti gli esiliati, ormai da più decenni. Vorrei poi attirare l’attenzione su una circostanza mai sufficientemente sottolineata: alcuni di questi prigionieri ancora rinchiusi al momento del loro arresto hanno subito torture. Per uno di loro, Cesare Di Lenardo, il fatto è stato riconosciuto dalla magistratura. Oggi sappiamo che diverse decine di persone arrestate per banda armata vennero torturate, per quanto ne so, oltre a Di Lenardo, tra chi è ancora detenuto ci sono due persone che subirono il “trattamento”. Vi è un’ampia letteratura clinica che spiega come il misconoscimento della tortura e la mancata cura dei suoi effetti nella psiche produca sofferenze e inevitabili conseguenze sulla personalità di chi le ha subite, inquadrate in quelle che vengono definite sindromi da stress post-traumatico. Già questa semplice situazione imporrebbe la necessità di una loro immediata scarcerazione.

Credo siano gli unici prigionieri politici ancora detenuti in Europa?

Se ti riferisci alle insorgenze sociali e lotte armate di sinistra che si svilupparono a partire dagli anni 70, certamente sì. Fatta eccezione per il caso di Georges Ibrahim Abdallah, membro delle Farl libanesi, detenuto in Francia anche lui da oltre trent’anni, non ci sono più detenuti politici dell’epoca. La Germania ha chiuso il capitolo carcerario della Raf e così la Francia con Action Directe. Blair con un’amnistia ha messo fine anche alla guerra civile irlandese ed in Spagna, dove l’Eta ha deposto le armi da poco, paradossalmente non mi risulta che si siano mai raggiunte le nostre vette detentive. E’ passato talmente tanto tempo che nel frattempo nelle carceri sono comparsi un nuovo tipo di detenuti politici: se mettiamo da parte quelli di fede islamista, la riscoperta del reato di devastazione e saccheggio, risalente addirittura al vecchio codice Zanardelli e travasato nel codice Rocco, ha condotto in carcere con pene pesanti semplici partecipanti a manifestazioni di piazza; ad essi si sono aggiunti militanti di fede anarchico-insurrezionalista, il più delle volte rastrellati ricorrendo all’imputazione associativa. Ma non vorrei dimenticare anche un altro tipo di raffronto, secondo me molto significativo.

Quale?

Con il nostro passato recente, mi riferisco alle radici della storia repubblicana. Dopo solo cinque anni dalla fondazione della Repubblica con un’amnistia-indulto vennero scarcerati tutti i prigionieri fascisti che si erano macchiati di crimini durante la guerra civile. Gli errori contenuti in quel dispositivo che avvantaggiò gli ex repubblichini a scapito dei combattenti della Resistenza furono sanati nel corso degli anni successivi con ripetute amnistie e provvedimenti di grazia presidenziale. Togliatti allora Guardasigilli, con una scelta premonitrice di quella che sarà la politica del Pci negli ani 70, aveva lasciato alla magistratura il compito di qualificare la natura politica dei reati da amnistiare e indultare. La magistratura inevitabilmente interpretò l’amnistia in chiave antipartigiana. L’ultimo provvedimento di clemenza riguardò la grazia concessa nel 1965 da Giuseppe Saragat a Francesco Moranino, riparato per alcuni decenni in Cecoslovacchia. Venti anni dopo la fine della guerra civile, gli strascichi penali della guerra partigiana si chiudevano definitivamente. Il prossimo anno invece si celebrerà il quarantennale del sequestro Moro e saremo a quasi 50 anni dalla nascita della lotta armata. Mezzo secolo è un periodo immenso che dovrebbe consentire di guardare agli anni delle grandi lotte sociali che giunsero anche alle armi come un oggetto di storia, di disputa storica. Se ciò non avviene è perché quella materia porta con sé dei significati che non rendono tranquilli i poteri costituiti e li obbligherebbero a scomodi bilanci. Accade così che quel periodo è ancora strumento di speculazione politica, sempre più becera, come dimostra la presenza di una ennesima commissione parlamentare d’inchiesta che si sta distinguendo per strumentalità, mistificazione e torsione dei fatti al servizio delle vulgate dietrologiche di ultima generazione.

Descrivi una situazione inaccettabile. Non pensi si debba fare qualcosa? Insieme a Oreste Scalzone ed altre/i siete sempre stati attenti alla liberazione di tutti. Sempre capaci di far vivere un tema, quello della libertà per tutti, senza logiche di schieramenti, di storie pregresse, di settarismi! Veramente una battaglia di libertà, ma poi anche voi vi siete fermati! Non credi sia venuto il momento di rilanciare insieme questa battaglia?

La battaglia per l’amnistia non ha avuto successo. Appartengo ad una scuola politica che degli insuccessi non ha paura ma sa prenderne atto. Ciò detto, per quanto mi riguarda non ho mai smesso di pensare a questo problema. Ho terminato la mia condanna solo tre anni fa, durante la semilibertà ho lavorato nella redazione di un quotidiano dove non ho perso occasione per affrontare il tema generale delle carceri e quello specifico della prigionia politica, dell’esilio, del 41 bis. Insomma, quando ho potuto, ho sempre cercato di tenere vivo l’argomento, al tempo stesso bisogna essere molto franchi e sapersi misurare con la realtà: sulla praticabilità attuale di una battaglia per l’amnistia sono molto perplesso. Certo, posso sbagliarmi, anzi questo è uno di quei casi dove sarei ben contento di essere smentito, ma non mi sembra proprio che esistano le condizioni oggettive e soggettive per avviare un percorso del genere. Come scriveva Victor Hugo, «amnistia» è una delle parole più belle, non vorrei che andasse sperperata, al di là delle buone intenzioni, per petizioni di principio o di bandiera. Non ho mai visto evasione più grande di un’amnistia. Vorrei che continuasse ad essere questo, un fatto reale, non un tema d’agitazione.

Per me rilanciare questa battaglia è un problema di pelle! Dopo che all’età di vent’anni hai attraversato tanti carceri speciali, non dimentichi più! Poi t’accorgi che la lotta armata è finita da più decenni e allora ti chiedi perché c’è ancora qualcuno dentro, come è possibile? Per me non è un tema d’agitazione ma rompere un silenzio decennale. Questi compagni non vanno dimenticati!

Capisco Giulio, ma la generosità non basta, le battaglie devono avere delle prospettive. Quando la questione dall’amnistia, o più in generale la questione della soluzione politica iniziò ad imporsi nella seconda metà degli anni 80, all’ordine del giorno c’era il superamento dell’emergenza giudiziaria. Dichiarato chiuso il ciclo politico della lotta armata che aveva avuto inizio negli anni 70 c’era l’idea, condivisa in diversi settori del ceto politico e della società, che bisognasse mettere fine anche alla stagione della legislazione speciale e ritornare ad una situazione di normalità giuridica. Questo voleva dire eliminare quei surplus di pena, introdotti con le leggi speciali, che erano stati inflitti nei maxi processi, ripristinare criteri erga omnes, validi per tutti e per ciascuno, mettendo fine alle pratiche differenziali e premiali istituite con le leggi sui pentiti e i dissociati. L’emergenza mafia e lo tzunami delle inchieste di “Mani pulite” che si abbatté sul sistema dei partiti della prima Repubblica chiuse bruscamente questa fase di apertura. Una nuova emergenza si sostituì alla prima e quei settori che nella fase emergenziale precedente si erano costruiti influenza e potere ripresero slancio. Quella funzione di supplenza che la magistratura si era vista delegare dal sistema politico per combattere la lotta armata aveva assunto sempre più autonomia. Le procure più forti arrivarono a teorizzare e mettere in pratica la supremazia della sfera giudiziaria su quella politica. Paradossalmente, in questa prima fase, si creò in un pezzo di ceto politico che vedeva rivolgersi contro il mostro emergenzialista a cui aveva dato vita la consapevolezza che forse lo strumento amnistiale avrebbe ripristinato un più corretto equilibrio dei poteri e delle sfere di competenza tipiche dei sistemi costituzionali moderni.

In commissione giustizia della Camera venne votato l’indulto che riduceva di un terzo le pene e portava gli ergastoli a 21 anni.

Poi tutto finì lì. La partita volse in favore degli imprenditori della nuova emergenza e di chi pensò, come l’ex Pci, di forzare la situazione arrivando al potere tramite la scorciatoia giudiziaria. Come andò a finire lo sappiamo: l’azione penale fece da trampolino di lancio alla discesa in campo e alla legittimazione elettorale e politica ultradecennale del Berlusconismo, oltre ad alimentare successive e ripetute ondate giustizialiste. In quella prima fase, la presenza ancora massiccia di prigionieri politici nelle carceri speciali divenne d’intralcio. La lotta armata era finita e le priorità repressive ormai erano altre, l’apparato penale e penitenziario andava riorientato. Sepolta l’ipotesi amnistiale si aprirono i rubinetti della Gozzini, senza tante complicazioni e senza chiedere abiure si aprì la strada al lavoro esterno e alla semilibertà, prima per piccoli gruppi e poi individualmente. I prigionieri soli e divisi al loro interno hanno affrontato disuniti questa situazione. Quel settore che aveva animato la battaglia per la soluzione politica e l’amnistia accettò la Gozzini, pensando che ciò avrebbe agevolato la possibilità di rinsaldare i rapporti con la società esterna, avere maggiore agibilità politica e rilanciare quindi l’ipotesi amnistiale. Una parte di quelli ostinatamente contrari all’amnistia poco più tardi approdò alla Gozzini. Un piccolo gruppo rimase chiuso a riccio. La situazione attuale non è altro che il sedimento residuale di quel che accadde negli anni 90. Nel frattempo la società è profondamente mutata, si è modificata l’antropologia sociale e politica del Paese, il giustizialismo ha cancellato la priorità dei temi sociali a vantaggio delle soluzioni penali, il populismo si è saldamente strutturato, l’iperlibersimo ha maciullato difese e tutele sociali del mondo del lavoro, è emersa la società del precariato, senza orizzonti emancipatori il razzismo alligna come soluzione offerta dall’alto per innescare una guerra tra poveri che non disturbi più i manovratori, il paradigma berlusconiano del partito azienda si è imposto come modello di riferimento, si è tornati a concezioni oligarchiche, plebiscitarie e cesariste della politica incarnate di volta in volta da tutte le nuove formazioni che si affacciano sulla scena, più sono nuove e più camuffano questa realtà dietro la loro demagogia, siamo approdati a quella che il filosofo Jacques Rancière ha per primo definito «democrazie senza popolo». Dulcis in fundo, all’interno di tutto questo abbiamo assistito alla fine di uno degli equivoci più grossi degli ultimi decenni: la morte della sinistra politica. Oggi non vedo sponde che potrebbero appoggiare un’amnistia.

Proviamo a fare da soli!

E’ il presupposto che nel 2013 ci ha spinto a lanciare l’amnistia per le lotte sociali. Di fronte alla massiccia ondata repressiva che si stava abbattendo sui movimenti che si erano distinti negli ultimi anni, da Genova, ai No Tav, alla lotta per la casa, alle condanne per devastazione e saccheggio durante le manifestazioni di piazza. Disinnescare quell’ondata repressiva, invertire la tendenza riaprendo le maglie dell’agibilità sociale, far riapprendere quella grammatica che ha sempre nutrito la sintassi delle lotte del movimento operaio: tutelare i cicli di lotta preservando la libertà dei militanti colpiti in modo da immagazzinare esperienza e sapere per quelli successivi. L’idea era quella di innescare un percorso virtuoso, che facesse da volano per riaprire a quel punto anche il tema della prigionia politica. L’iniziale accoglienza favorevole si è arenata quando i movimenti che in primis dovevano prendere sulle proprie spalle quella battaglia non hanno fatto nulla. Poi sono arrivate le condanne, le misure di polizia, i daspo, i decreti penali, le firme, le richieste di confino, quella gabbia di provvedimenti penali e amministrativi che stanno imbrigliando l’azione politica dei movimenti di lotta. Insomma il disastro attuale, l’accerchiamento politico, la criminalizzazione con accuse di racket, la strategia di depoliticizzazione di queste istanze sociali. Amnistia è una parola stregata!

Perché?

Penso che oltre ad un evidente problema d’analfabetismo politico e giuridico ci sia qualcosa di più profondo: l’immagine delle kefieh e delle bandiere rosse venute ad applaudire il pool guidato da Borelli davanti al tribunale di Milano negli anni ruggenti di “Mani pulite” dovrebbe far riflettere sulla sostanziale impreparazione e assenza di autonomia culturale di fronte ai temi del diritto e della giustizia. Non capire che l’amnistia sia una leva che può permettere di abbassare l’asticella della legalità, ovvero aumentare la liceità delle azioni possibili, cioè delle lotte, è come credere che il salario sia una mera concessione del padrone e non il risultato di diversi fattori tra cui il rapporto di forza prodotto dalle lotte. Insomma la strada è in salita.

Dal bilancio che fai sembra di capire che i prigionieri politici rimasti ancora in carcere hanno solo perso l’occasione per uscire?

La questione è più complessa, basti pensare che anche Mario Moretti, che pure fu tra quelli che nel marzo 1987 promosse la battaglia di libertà per una soluzione amnistiale, torna in carcere ogni sera a oltre settant’anni suonati. L’applicazione della Gozzini è diventata più tormentata dopo il 2000, proprio per quella sedimentazione del giustizialismo che accennavo in precedenza. Nel momento in cui viene meno una soluzione collettiva, uguale per tutti, i percorsi individuali sono soggetti a molteplici variabili e perturbazioni, fasi politiche, culture dei singoli magistrati, orientamenti dei diversi tribunali di sorveglianza che a parità di reato, pena scontata e percorso, possono applicare criteri di valutazioni diversi. Una specie di terno al lotto. Il vero nodo però è stata la liberazione finale dei prigionieri, quando si è posto il problema dell’ammissione alla liberazione condizionale degli ergastolani. Quando i giudici hanno capito che ormai, dopo decenni, i prigionieri erano arrivati alla soglia del fine pena sono stati introdotti progressivamente criteri sempre più restrittivi. Anche qui la solitudine dei prigionieri e la disunione non ha facilitato le cose ma alla fine, nel complesso, si è costituita una giurisprudenza favorevole: non premiale, non differenziale, che non chiede abiure. Sono state fatte battaglie, sollevate questioni giuridiche. Certo bisogna avere lo stomaco per affrontare in una sorta di corpo a corpo con i professionisti della punizione che stanno lì a misurati la coscienza, una sorta di judo. Tralascio la mia esperienza fatta dopo l’estradizione, in anni molto difficili. Quando ripenso allo scontro feroce che ho affrontato capisco quelli che non vogliono nemmeno iniziarlo. Ma io avevo comunque un fine pena, anche se lungo, prima o poi sarei uscito. Ciò detto, non va dimenticato, per esempio, che a Prospero Gallinari, morto in esecuzione pena ai domiciliari per i noti problemi cardiaci, non venne mai discussa la richiesta di liberazione condizionale che aveva presentato.

Sì, ma resta il nodo dei compagni ancora rinchiusi. Diversi obiettano che i detenuti/e rimasti in carcere non sono interessati all’amnistia!

Se non sbaglio i conti, fatta eccezione per due di loro, gli altri prigionieri hanno sempre mostrato indifferenza o un’opinione negativa verso l’amnistia. Posto che ogni posizione che mostra coerenza tra l’enunciato e il comportamento merita rispetto, questa situazione mi sembra essere un altro importante elemento di difficoltà che si aggiunge a quelli precedentemente citati. Che posso dirti? Ognuno sceglie sulla base della propria etica individuale, cultura, visione della politica, senso della propria esistenza. C’è chi ritiene doveroso per la propria storia rivoluzionaria cercare di non farla ammuffire in una cella e chi la pensa in altro modo. Gli unici che in questa vicenda non hanno titolo sono quelli che chiedono ad altri di sacrificarsi perché pensano che la rivoluzione abbia bisogno di un pantheon di martiri. Per il resto sono convinto che l’enormità degli anni di detenzione raggiunti costituisca un dato che esorbita le opinioni individuali, è un qualcosa di abnorme di per sé. Ciò detto resta difficile avviare una battaglia senza il consenso o il ruolo attivo di chi dovrebbe usufruirne, anche se l’amnistia ha una valenza politica che investe altri campi.

Puoi fare qualche esempio?

La legge Fornero sulle pensioni ha stabilito al comma 2 che ai condannati per mafia e terrorismo che hanno raggiunto l’età pensionabile e non abbiano un reddito sufficiente va sospesa l’erogazione dell’assegno sociale (la vecchia pensione sociale), o qualsiasi altra prestazione tipo la pensione di invalidità (intaccando così il diritto alla salute), durante l’esecuzione pena. Questa norma viola diversi articoli della costituzione ed estende lo stato di eccezione dal campo giudiziario (penale e carcerario) a quello amministrativo. Praticamente si istituzionalizza l’esistenza di una categoria di persone minus habens, si stabilisce un criterio di assegnazione tipologica delle prestazioni invece del vecchio criterio censitario. Nonostante ciò, nessuno ad oggi ha ancora sollevato il problema. Recentemente, dopo che l’Inps ha ricevuto dal ministero della Giustizia la lista delle persone condannate, sono state sospese le pensioni anche a chi aveva terminato la pena da diversi anni. Questo perché il ministero si è guardato bene dal segnalare quelli che avevano terminato nel frattempo di scontare le condanne, con un aggravio di burocrazia sulle altre amministrazioni (gli uffici esecuzione dei tribunali devo certificare il fine pena e l’Inps deve aprire delle procedure del tutto inutili dovendo prima sospendere e poi riattivare l’erogazione), mentre nel frattempo gli ex condannati restano senza quel misero reddito. In tutto questo ci sono persone che si sono viste comunque rifiutare l’erogazione dell’assegno nonostante avessero certificato il fine pena, perché ritenuta «illegittima». Se consideriamo che la conclusione della pena non mette fine nemmeno alle pene accessorie, come l’interdizione dai pubblici uffici, la perdita del diritto di voto attivo e passivo, sancendo in sostanza l’esclusione dalla cittadinanza piena, ci rendiamo conto come, in realtà, non vi sia mai stata nessuna conclusione vera di quella fase storica ma permangano forme di sanzione ed esclusione perenni, alle quali solo una logica amnistiale avrebbe potuto mettere fine.

Un ragione ulteriore per riaprirla questa battaglia!

Sì, ma il problema resta comunque. Per quel che può contare la mia opinione, penso che sarebbe un bene se i compagni incarcerati tornassero ad immergersi nella società attuale, invece che farsela raccontare in qualche lettera, facendo il passo della semilibertà. Quanto al che fare, bisogna agire secondo le priorità: la prima è il 41 bis. Si tratta di tortura. Anche con la normativa attuale, seppur restrittiva, esistono argomenti giuridici con cui motivare una uscita dal 41 bis senza abiura o collaborazione. C’è poi la questione dei prigionieri che hanno subito torture. Si può pensare ad una battaglia sull’articolo 176 cp, che preveda la liberazione condizionale in automatico per chi abbia raggiunto il trentesimo anno di detenzione effettivo e si ripristini l’originaria dizione che non prevedeva il «ravvedimento». L’amnistia richiede ancora la maggioranza qualificata a differenza di una normale modifica legislativa. Ci vogliono delle leve, anche piccole, da cui ripartire, poi…

Approfondimenti sul tema dell’amnistia per i reati politici degli anni 70-80
Amnistia per i militanti degli anni 70
Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unita d’Italia ad oggi

L’amnistia Togliatti
Dalla-vendetta-giudiziaria-alla-soluzione-politica
Una storia politica dell’amnistia

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Vedi Paolo…

Tratto da Esilio e Castigo, retroscena di una estradizione, La città del sole, 2005

 

I passati rivoluzionari faticano a diventare storia. Adagiati nel limbo della rimozione periodicamente vedono schiudersi le porte dell’inferno che risucchia brandelli di vita, trascina esistenze sospese. Lasciti, residui d’epoche finite che rimangono ostaggio dell’uso politico della memoria. Non un passato che torna ma un futuro che manca

 

Era una calda sera d’estate quella del 24 agosto 2002 e l’Italia aveva urgente bisogno di recuperare uno di quei giovani maledetti degli anni ribelli per offrirlo in pasto all’opinione pubblica. Una grossolana impostura, escogitata con l’intento di fornire l’immagine truccata di un brillamte successo operativo dopo l’attentato mortale contro un collaboratore del governo. Marco Biagi era stato ucciso pochi mesi prima da un piccolo gruppo che aveva riesumato dal museo della storia una delle ultime sigle della lotta armata. Un Paese distratto e annoiato, persino futile, conquistato dall’avidità dell’oblio, impaurito dalla possibilità di sapere, era stato scosso dal frastuono di quegli spari improvvisi. Irritato dal brusco risveglio, aveva rovistato furiosamente in un passato ormai sconosciuto. Cercava in spazi e tempi lontani i responsabili di quei colpi senza radici. Attribuiva al passato quella che era una surreale imitazione figlia del presente. Cercava nelle figure di ieri dei colpevoli per l’oggi.

Capitolo V

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Additare al pubblico una figura da crocifiggere, un capro espiatorio su cui riversare la brigatista_persichetti_260802colpa, è parso nel settembre 2002, la soluzione più comoda, l’espediente più facile. E maledetti allora quelli che non si fossero allineati e che da sempre rompevano le righe, come Erri De Luca che conosceva molto bene i fuoriusciti. In una «Lettera a un detenuto politico nuovo di zecca», pubblicata sul Manifesto del 5 settembre, scriveva: «Vedi Paolo, questi poteri hanno bisogno di te[…] di lotta armata si sa tutto, ma si finge di non sapere ancora fino in fondo, per mantenere il fascino in un’opera al nero che ancora sobbolle[…] Tu quarantenne sei quanto di meglio offre il mercato. Sei la selvaggina allevata nella semiprigionia dell’esilio francese[…] Di recente mi hanno chiesto con sincero stupore come mai avevo scritto la prefazione al libro di Scalzone e tuo, Il Nemico inconfessabile. Oggi le parole, i libri tornano ad avere il rispettabile peso del sospetto, e una prefazione può già fornire il brivido del reato associativo. Oggi mi sento associato ai residui penali degli anni Settanta e Ottanta molto più di prima e molto più di una prefazione».

Lo «stupore» a cui accennava De Luca virò presto all’odio. Un illividito Mario Pirani, dal giornale faro di ogni emergenza, sputò fiele. «Ex-BR e ‘cretini’ di ieri e di oggi», titolava un suo fondo apparso sulla Repubblica del 9 settembre. L’articolo era una filippica contro il ritorno dei «pessimi maestri dediti ad inquinare la capacità di giudizio di larghe schiere delle nuove generazioni». Esulcerato per un editoriale di Le Monde uscito in quei giorni e schierato in difesa della dottrina Mitterand, nel quale si ricordava che «la classe politica italiana era ricorsa ad una serie di leggi eccezionali che limitavano gravemente le libertà costituzionali», Pirani rispondeva ai giornalisti d’Oltralpe citando il titolo di un articolo, «Le crétin Kanapa», scritto da Togliatti negli anni Cinquanta per sbarazzarsi dei continui attacchi che dall’Humanité gli lanciava un esponente del PCF francese, adepto dell’ortodossia staliniana, tale Jean Kanapa per l’appunto. In verità, Togliatti non fece altro che scopiazzare la formula, divenuta famosa in Francia, con la quale tempo prima Jean-Paul Sartre aveva liquidato il suo ex-allievo trasformatosi in un pedante adepto dello zdanovismo: «Le seul cretin, c’est Kanapa!». Con tutta evidenza sbagliavano entrambi per difetto, perché di cretini ce ne sono stati almeno due. I lettori non avranno certo difficoltà a capire dove si annida tuttora il secondo.

La cosa non sfuggì alla polizia di prevenzione che inviò l’articolo di De Luca alla digos romana. Quest’ultima lo segnalò addirittura al procuratore capo Italo Ormanni e al suo sostituto Salvatore Vitello. Ma il grottesco non aveva ancora raggiunto il culmine. La risposta che Persichetti invia a De Luca dalle pagine dello stesso quotidiano, il 13 settembre, suscita allarme al Viminale. Era la prima sortita pubblica dopo l’estradizione, per questo attorno alle sue parole c’era molta attenzione. Decisiva in proposito è la fotocopia di quella lettera presente negli atti dell’inchiesta preliminare. Vi si scorgono le sottolineature del funzionario addetto alla rassegna stampa. Nessuno dei passaggi dedicati alle «professioni e carriere dell’emergenza» sfugge al suo tratto di penna. Ma lasciamo la parola a Persichetti che dopo una premessa arriva al punto:

«Hai ragione Erri, hanno bisogno delle nostre apparenze. Hanno bisogno dei nostri corpi per calzarci addosso i panni dei responsabili di sostituzione che hanno ritagliato per noi. Siamo alle conseguenze del dopo 11 settembre[…], il nemico si è fatto impalpabile, agita ombre, scuote paure, per questo il ricorso a capri espiatori può avere una funzione rassicurante. Dopo Napoli e Genova, dopo Bolzaneto e la Diaz, i vertici della polizia sono stati travolti dal discredito. Le polemiche sulle scorte mancate hanno bruciato un ministro degli Interni e trasformato questori e dirigenti dell’antiterrorismo da inquirenti in indagati. Sotto schiaffo le professioni della specialità e le carriere dell’emergenza hanno dovuto reagire. Da questa bassa cucina è nata la mia estradizione.
Caro Erri, non provo dolore; ancora meno rancore. Osservo i loro gesti come guardassi dei minerali. In fondo hanno bisogno di noi come il vampiro ha bisogno della sua vittima, come il drogato del buco. Ma dalla loro parte c’è solo la forza triste della dipendenza priva d’ogni autonomia e potenza. Senza il collo della sua vittima il vampiro muore. C’è uno scarto che ci rende superiori. Noi non abbiamo bisogno di loro, dobbiamo solo scrollarceli di dosso. Ho letto su un giornale che il capo delle guardie pretoriane avrebbe telefonato per annunciare la mia cattura addirittura nel pieno d’una festa. Pare che abbiano immediatamente brindato e cantato. Sembrava una scena da basso impero, di quelle descritte nel Satyricon. Prima di congedarmi e tornare all’allegro brusio della mia cella affollata, vorrei dire ai potenti e potentati di turno[1]: stiamo tornando uno a uno[2] ma non è il caso di rallegrarvene troppo. Non scenderemo muti nel gorgo, siatene inquieti. La storia sta di nuovo accelerando.»

E qui accade qualcosa di molto particolare che mostra come i piccoli Fouché[3] del Viminale, che stavano spulciando quel testo con la lente d’ingrandimento, concepiscono il loro ruolo all’interno di quello che dovrebbe essere uno Stato di diritto. Stizziti dall’impietoso ritratto che usciva da quella prosa sferzante, vi ravvisano un imperdonabile peccato di superbia, un crimine di lesa maestà, un vero e proprio delitto linguistico. Per questo l’allora dirigente della digos romana, Franco Gabrielli, viene incaricato di segnalare alla procura il passaggio finale della lettera che, nessuno si avvede, è palesemente ispirato a una poesia di Cesare Pavese e non a un comunicato delle br. Parafrasi invertita di «scenderemo nel gorgo muti»[4], verso che il poeta aveva scritto in uno dei suoi momenti di disperazione.

In quel delirante frangente l’assenza di rassegnazione viene letta come una minaccia, un messaggio obliquo, un avvertimento mafioso, un invito alla vendetta lanciato a supposti complici, insomma un’ammissione indiretta della propria colpevolezza. Qualcosa di simile alla “prova diabolica” tanto cara al mondo superstizioso dell’inquisizione. Un classico sospetto proiettivo rivelatore non della natura dell’inquisito ma dell’animo torbido di colui che lo lancia, svelando in questo modo ciò che sarebbe stato capace di pensare e dunque di poter fare. Decisamente le frequentazioni letterarie possono rivelarsi pericolose. Il successivo 14 settembre, Persichetti viene impacchettato («preso per il collo» dicono i carcerati) e spedito in isolamento nel carcere di massima sicurezza di Ascoli Piceno, dove resterà per cinque mesi. Qui il 14 novembre riceve una strana lettera anonima, o meglio siglata in modo tale da consentire al misterioso mittente di essere identificato, «qualora decidessi di scriverle ancora». L’anonimo si presentava sotto le vesti di una «studentessa romana di medicina», informatissima sul suo passato giudiziario benché dichiarasse d’aver avuto solo «14 anni» all’epoca in cui egli incappava nel suo primo arresto (1987). L’autore o l’autrice del testo mostrava di avere buone conoscenze anche su vicende più recenti: «la dottrina Mitterand – affermava – era stata confermata da Jospin all’indomani degli accordi di Shenghen e quindi doveva continuare ad essere rispettata per tutti». Nelle quattro pagine stampate con inchiostro verde s’alternavano toni diversi che miravano a convincere il recluso, sprofondato da alcuni mesi nella solitudine dell’isolamento, a «chiedere la grazia e collaborare con la giustizia». Il testo anonimo interloquiva con una sua intervista rilasciata al quotidiano la Stampa del 25 settembre:

«Lei, in quell’intervista, criticava anche le leggi del pentitismo e della dissociazione. Però sedire qualcosa che non disse all’epoca del suo arresto può aiutarla ad uscire dal carcere quanto prima, perché non farlo? La libertà dovrebbe essere una priorità assoluta per un detenuto. Tradire qualche compagno, o, meglio ancora i mandanti di quell’omicidio (facendo così cosa gradita alla vedova Giorgieri), non sarebbe un vero tradimento ma un passo verso il reingresso nella società civile. Per lei gli anni da brigatista sono un periodo finito, nel senso che poi non si è più dedicato ad azioni terroristiche, ma questo non basta. Non basta cambiare rotta, bisogna chiudere i conti col passato, rivelandolo integralmente e soprattutto bisogna condannarlo, ammettere d’aver sbagliato. Mi rendo conto che cambiare strada sia una condanna implicita di quella che si percorreva precedentemente, ma queste cose si devono fare in modo esplicito per essere creduti fino in fondo. Non bastano le interviste a testimoniare di avere una nuova vita, di essere persone nuove, ci vogliono fatti concreti. Sempre in quell’intervista, lei auspicava un’amnistia per tutti voi ex-brigatisti. Io non so se questo è giusto, ma comunque lei sa perfettamente che il suo è un auspicio utopistico. Non ci sarà mai l’amnistia. L’Italia è un paese in cui i terroristi rossi finiscono in galera e ci rimangono e quelli neri o vengono processati dopo vent’anni oppure si godono la vita in Giappone[5]. Le questure, infatti, hanno sempre protetto quelli che seminano il terrore in nome di ideali non comunisti. La cosa è indicativa dello strapotere che le varie armi hanno ed hanno sempre avuto nel nostro Paese. In nome di tutto ciò, pertanto, io la invito, Persichetti, a sfruttare tutte le possibilità che la nostra legislazione le concede per uscire dal carcere al più presto.»

Strano paese l’Italia dove le studentesse di medicina portano lunghi baffi e parlano la lingua dei commissari di polizia. Eccentriche anche quelle domande tanto insistenti su un processo che, essendosi concluso con delle condanne, a rigor di logica avrebbe dovuto definire in modo soddisfacente la verità giudiziaria. Non era certo responsabilità degli imputati, se le motivazioni della sentenza d’appello, che aveva capovolto il giudizio ben più mite emesso dalla corte d’assise di primo grado, erano risultate talmente fragili e poco approfondite, come non mancarono di osservare gli stessi magistrati di Cassazione. Nove persone furono condannate per complicità nell’attentato Giorgieri. Tre di loro si trovavano già in carcere al momento dell’accaduto, detenute da circa due mesi. Altre due, Daniele Mennella e Claudio Nasti, collaboratori di giustizia, vennero lautamente ricompensate per le accuse infarcite di de relato, supposizioni personali, imprecisioni e falsi riconoscimenti, rivolte ai coimputati[6]. I pentiti, tra arresti domiciliari, accesso ai benefici e alle misure alternative, scontarono pochi mesi di carcere. Curioso appariva allora quell’invito a confessare retroscena e circostanze che, a norma di legge, avrebbero dovuto costituire il presupposto della condanna. «Se vuoi uscire devi confessare, fornendo in questo modo quelle prove in grado di legittimare la sentenza per cui sei stato condannato». Più o meno era questo il succo del ragionamento, o forse sarebbe meglio dire il patto infimo, che l’anonimo proponeva nella sua lettera. L’abominio totalitario invadeva quella cella sporca e spartana, una sentina della terra piena di graffiti lasciati da chi in quel luogo era stato sottoposto a lunghe quarantene per spurgare ataviche dipendenze con le droghe, oppure aveva scontato ruvide punizioni. Allungato sulla branda ripiegò i fogli anonimi e riprese in mano il libro che aveva ricevuto proprio in quei giorni. S’immerse di nuovo nella lettura di quelle pagine che descrivevano l‘angosciosa fuga di un uomo braccato dalla feroce soldatesca dei principi luterani che avevano represso nel sangue la rivolta dei contadini anabattisti di Münzer, alla quale anch’egli aveva partecipato. Allora s’accorse di una frase che prima aveva trascurato: «Cercano i reduci. Annientarli, spingerli a confessare ciò che non hanno neanche avuto il tempo di pensare».[7]


[1]D’improvviso il testo si riempie di sottolineature orizzontali e verticali.

[2] I giornali avevano pubblicato una lista di 12 estradandi dalla Francia pronti per la consegna.

[3] «De la merde dans un bas de soie», diceva di lui Napoleone che non per questo disdegnava d’impiegarlo per ogni vil bisogna.

[4] Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino, 1961.

[5] Il riferimento è a Delfo Zorzi, processato e assolto dall’accusa di aver deposto la bomba che esplose il 12 dicembre 1969 in piazza Fontana, a Milano. Zorzi da decenni vive in Giappone, dove ha acquisito la nazionalità e avviato una fiorente attività economica.

[6] Come avvenne anche nei confronti dello stesso Persichetti: «L’elemento accusatorio potrebbe essere costituito dalle dichiarazioni di Mennella – scrivevano i giudici della corte d’assise nella loro sentenza – ma a ben vedere, le affermazioni del predetto “collaboratore” non sono costanti[…] Nell’interrogatorio del 31 maggio 1987 (due giorni dopo l’arresto), il Mennella non ha fatto riferimento al Persichetti. Nello stesso giorno, sottoposto ad ulteriore interrogatorio non ha riconosciuto il Persichetti in una foto mostratagli che effigiava, invece, proprio il Persichetti. Ha dichiarato, inoltre, di avere incontrato Locusta a Corso Vittorio insieme ad un altro giovane che non conosceva. Nell’interrogatorio del 2 giugno 1987 ha ribadito di avere incontrato Locusta a Corso Vittorio, non parlando di Persichetti come accompagnatore del Locusta. Ha poi rettificato per quanto riguarda la foto n° 4, dicendo anche di conoscere Persichetti perché partecipante all’inchiesta Giorgieri. Nell’interrogatorio del 5 giugno 1987 ha raccontato degli incontri con la Gioia dopo l’omicidio Giorgieri, non facendo riferimento al Persichetti. Al dibattimento ha dichiarato di aver conosciuto solo di vista il Persichetti nel marzo 1987 e di non averlo più visto. Quest’ultima affermazione è in contrasto con l’altra secondo la quale l’avrebbe incontrato a Corso Vittorio con Locusta. È probabile che per le contraddizioni sopra evidenziate, il Mennella non ricordi esattamente sulla posizione di Persichetti anche per aver detto che lo stesso Persichetti si faceva chiamare col nome di battaglia “Eugenio” e per averlo subito negato su precisa contestazione del Persichetti». (pp. 361-362 della sentenza della 3a corte d’assise di Roma, 14 dicembre 1989).

[7] Luther Blisset, Q, Einaudi 2000.


Per approfondire
Il Patto dei bravi
24 agosto 2002
Erri De Luca, la fiamma fredda del rancore
La polizia del pensiero
Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Un kidnapping sarkozien
Bologna, l’indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi
Paolo Giovagnoli, quando il pm faceva le autoriduzioni
Paolo Giovagnoli, lo smemorato di Bologna
Negato il permesso all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto

 

 

 

 

 

Quella piccola evasione di parole, in ricordo di Sergio Manes

Leggo della morte di Sergio Manes (qui). A lui devo un libro, un libro scritto in carcere. A lui devo quella piccola evasione di parole raccolta in un volumetto di 238 pagine, Esilio e castigo. Restroscena di una estadizione. Sergio dirigeva una piccola casa editrice napoletana, La città del sole. Fu tra i pochi ad avere coraggio, darmi fiducia ed ascoltarmi in quel difficile 2005, insieme a Daniel Bensaïd che mobilitò l’editore francese Textuel. Altri pavidamente girarono le spalle. Dopo undici anni di esilio in Francia mi ritrovavo da tre anni nelle carceri italiane, “straniero in patria”, dopo una rendition avvenuta al coperto del tunnel del Monte Bianco. 
Ora che te ne sei andato, caro Sergio, ho il rammarico di non averti incontrato e abbracciato: il turbinio folle che è stata la vita sotto cronometro passata negli anni della semilibertà, venuta tre anni dopo quelle pagine, e poi quel che è succeso a Sirio mi hanno distolto. Mi angoscia questa mia mancanza, te ne chiedo scusa ora che è troppo tardi. Ciao Sergio!

Per saperne di più
Libri dal carcere e dall’esilio
Recensioni – l’ex brigatista tra esilio e castigo
Erri De Luca, “La fiamma fredda del rancore”
Vedi Paolo…
24 agosto 2002
Il Patto dei bravi
La polizia del pensiero
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Un kidnapping sarkozien
Bologna, l’indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi
Paolo Giovagnoli, quando il pm faceva le autoriduzioni
Paolo Giovagnoli, lo smemorato di Bologna
Negato il permesso all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto 24 agosto 2002

 

La fuga

Dedicato ad Oreste ed ai suoi settant’anni

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Oreste parlava mentre guardavo scorrere veloce una pianura senza fine. Il nero delle ardesie sui tetti spioventi aggiungeva qualcosa di malinconico al cielo già grigio. Era la fine di febbraio. Un tempo alluvionale aveva gonfiato i fiumi, la piena s’era riversata nelle campagne circostanti e le pianure s’erano fatte acquitrinose. Una sinfonia d’inverno accompagnava la fuga. Da molte ore oramai eravamo insieme, dopo esserci incontrati fuori Parigi. La sua presenza complice e allegra era decisiva per tenere a bada la tristezza. Mi sentivo rassicurato. Oreste era particolarmente contento, poteva finalmente evadere dalla costellazione parigina e dal suo ritmo incalzante. L’entusiasmava quella fuga, la sensazione d’immergersi nuovamente nella latitanza.
[…]
I pensieri correvano veloci, il treno anche. L’ascoltavo, mentre osservavo sempre più assorto il filo lontano dell’orizzonte. Eravamo stanchi dopo diverse giornate febbrili perse a collezionare buchi nell’acqua, dinieghi gentili e imbarazzati, e treni, navette e treni, fino a perderne il conto. Come in un film d’azione avevamo dovuto ripiegare saltando in modo rocambolesco da una vettura già in movimento per riparare in modo imprevisto, nel pieno d’una notte tragicomica, sotto un tetto amico. Al mattino fortunatamente le cose si erano messe per il meglio, ridemmo così di quanto era accaduto, miglior modo per non conservare risentimenti e andare avanti.
[…]
Fuori oramai calava la sera, un lungo fiume di parole era trascorso, e una luce dal giallo intenso s’era accesa nello scompartimento. Quell’atmosfera mi ricordava sensazioni familiari: i treni serali che dalla periferia nord di Parigi mi riportavano a casa dopo la lunga giornata passata tra aule di corsi e scaffali di biblioteca dell’università. Quei luoghi, animati da una popolazione studentesca colorata e vivace, erano divenuti per me una seconda casa. Il grigiore cupo del cielo parigino si stemperava nella confusione della grande Hall e dei caffè interni, ritrovi conviviali, luoghi d’incontro tra un corso e l’altro dove discussioni serie e meno serie, politica, deliri e corteggiamenti si mescolavano alla densa coltre di fumo. Il look delle studentesse del dipartimento di cinema e d’arte si confondeva col hijab che alcune ragazze franco-magrebine ostentavano sul capo. Una bellezza dai tratti e dai colori mediterranei disegnava quei visi e quei corpi. Al loro passaggio le discussioni s’interrompevano bruscamente, i tavolini restavano vuoti.
I treni avevano pochi passseggeri a quell’ora, solo qualche pendolare attardato, giovani delle cités mescolati agli studenti che rientravano, poche ragazze dall’aria rapida e diffidente, visi stanchi, sovrapensiero, sovente rinchiusi in quella forma attuale d’autismo sociale che è l’ascolto dei walkman, “baladeurs” come vengono definiti nei dizionari francesi.
Sconsolato vedevo il mio viso riflesso sul finestrino, la fronte inclinata sul vetro. Stavo partendo senza una destinazione chiara. L’importante era stato innanzitutto mettermi fuori portata. «Adesso, spariamo insieme — aveva detto Oreste, e poi con una pausa maliziosa aveva aggiunto — voce del verbo sparire». Ovunque, altrove, sarebbe stato migliore. Mi chiedevo, senza trovare risposte confortanti, se in questa fine di secolo, d’un secolo illusionista, potesse esistere ancora una terra di libertà disposta ad accogliere un uomo, un sovversivo condannato come “terrorista”, scacciato da alcuni e rincorso da altri. La domanda m’assillava. Un senso d’ignoto mi risucchiava. Sentivo la vertigine. La sola certezza veniva dalla caparbia volontà di non arrendermi, di fuggire comunque, dovunque. Quella stessa ragione che m’aveva mosso al momento dello sciopero della fame, intrapreso durante la detenzione, quando oramai tutto sembrava perduto, poco meno di due mesi prima. Una decisione ultima, estrema, e che avevo sentito senza ritorno. Diciotto giorni passati nel piccolo settore “d’haute securité” del reparto d’isolamento punitivo della Santé. Un’esperienza d’ascèsi, dolorosa e fortificante, viaggio solitario, confronto estenuante col corpo che se ne andava lentamente. Nel catabolismo, alla ricerca dei limiti, la misura del dolore fisico e della forza morale. Molta incomprensione ci fu per quel gesto. Alcuni me ne vollero, scorgendovi una sorta di volontà di ricatto verso il loro affetto. Ma il malinteso aveva accresciuto il mio arroccamento, rafforzato il patto con me stesso, l’accettazione della solitudine trasformata in volontà d’andare avanti comunque, anche da solo.
[…]
Tutto ciò era accaduto poco più d’un mese prima, dopo una liberazione strappata in extremis, ma già sembrava un tempo lontano. Non restava ormai che farne un saggio uso. Altre questioni occupavano i miei pensieri. Il rischio che comportava il dover varcare numerose frontiere e poi le domande piene d’inquietudine sul tragitto da fare per arrivare lontano, in un nuovo paese dove ricominciare ancora una volta da zero.
Ma c’era dell’altro: volevo fuggire, questo era certo, ma, oltre le conseguenze penali d’una parte della mia militanza politica, sfuggivo anche qualcosa ch’era dentro me stesso. C’è sempre una ragione esistenziale profonda che muove la vita d’un uomo. Pensavo che i chilometri potessero aiutarmi. Fuggivo un congedo disastroso, pieno d’incomprensione e risentimento. Le parole d’una lettera inavvertitamente crudele d’una donna oramai muta di sentimenti. Fuggivo pensando che la felicità, come la libertà, fosse altrove. Le attribuivo un luogo fisico, uno spazio geografico, dimenticavo ch’essa, come la tristezza, è uno stato psicologico, un moto dei sentimenti, una condizione dell’animo. Correvo su quel treno pensando che la soluzione fosse lontano. In realtà, non facevo che trascinare dietro di me, per intero e nell’affanno, le questioni irrisolte della mia esistenza.
Quella fuga era cominciata con una voce che mi aveva avvertito al telefono, quando la breve vacanza, in attesa del verdetto del Consiglio di Stato, volgeva a termine. Così, rigettato l’ultimo ricorso, dopo una solenne udienza pubblica, non mi restava che sparire. Quel raggio di sole era durato molto poco, neanche un mese, passato «a cento all’ora, senza fissa dimora». Dall’uscita di prigione, in una tarda serata, ancora smagrito e pallido per i postumi dello sciopero della fame, ai festeggiamenti e poi al turbinio d’appuntamenti ed incontri per continuare la battaglia contro l’estradizione e riorganizzare la vita fuori. Il ritorno all’università per ringraziare i compagni e le compagne, gli studenti, i professori e il rettore del sostegno fornitomi, per le centinaia di firme raccolte nelle petizioni e per l’elezione negli organi di rappresentanza studentesca. Una confusione ed un affollamento cosi lontani dalla quiete del carcere. Non avevo più casa e dormivo dove capitava. Camminavo sui marciapiedi di Parigi col sacco dei vestiti in spalla. Non avevo avuto modo di fermarmi, né di pensare. Ero senza fiato che già dovevo ripartire.
Fuori oramai brillavano le luci e la stazione più prossima era vicina. Dovevo separarmi da Oreste che mancava da Parigi oramai da molti giorni. La cosa poteva cominciare a divenire sospetta. Baci e abbracci raccolti in una stretta fortissima con gli occhi umidi d’emozione. La borsa in spalla, un maschera di De Filippo come viso, me lo ricordo sul marciapiede della stazione che mi lanciava l’ultimo saluto. Per un po’ non l’ho più visto, ma avevo portato con me la sua voce calda e roca. Lo sentivo e lo vedevo che mi parlava ancora. Alla prossima volta, compagno e amico.
Estratto da Senza tetto ne legge,1996, inedito

Via Fani, l’invenzione del «mistero Casimirri»

Seminare confusione, sollevare polveroni, diffondere una narrazione complottistica – poco importa se zeppa di contraddizioni e assurdità – che allontani dalla discussione dei nodi storico-politici che la vicenda Moro ancora racchiude in sé, è l’ultimo disperato compito che si è data la commissione Moro presieduta da Giuseppe Fioroni. Da diversi mesi i suoi consulenti si stanno occupando di Alessio Casimirri, militante della colonna romana delle Br, presente in via Fani il 16 marzo alla guida della 128 bianca che fece da cancelletto superiore, allontanatosi dalla organizzazione nel 1980, riparato successivamente in Francia e poi in Nicaragua, dove ormai vive da decenni. Intense indagini, conferite alle forze di polizia, si stanno sviluppando da diversi mesi attorno alla storia di Casimirri, la sua famiglia, gli ambienti vaticani (il padre era un importante funzionario della Santa Sede).
Il blog La pattumiera della Storia ha da poco pubblicato una fulminante decostruzione (subito rilanciata dal giornale comunista online Contropiano) di una (presunta, a questo punto) intervista ad Alessio Casimirri, apparsa sulle colonne del magazine Sette, allegato del venerdì al Corriiere della Sera, che ci aiuta a comprendere come il «caso Casimirri» sia stato negli anni artificialmente costruito e ingigantito per dare vita all’ennesima puntata del serial dietrologico sugli anni 70

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Come t’intervisto il brigatista

Fanelli

Un nuovo mistero nel caso Moro
Il caso Moro è divenuto ormai quasi per antonomasia un coacervo di ‘misteri’. Malgrado i numerosi processi, che hanno condannato tutti i responsabili delle Brigate Rosse a decine di ergastoli, viene sistematicamente presentato come un ‘cold case’, un caso irrisolto e sul quale va indagato. I misteri vengono enumerati dagli ‘esperti’, che, a piacere, ne possono scegliere ed esporre pubblicamente uno secondo le necessità del momento.
Gli esperti sono un insieme di professionisti che, nel corso dei quasi quattro decenni trascorsi dal fatto, si sono profilati come conoscitori del caso, per averne scritto e discusso pubblicamente. Sono magistrati in funzione o in pensione, giornalisti, politici di ogni tendenza che hanno partecipato a Commissioni d’inchiesta o ancora ‘consulenti’.
Sotto questa élite, che sul caso ha sviluppato una piccola industria, si trovano gli aspiranti esperti, tra cui spiccano una frazione di vecchi pentiti e dissociati brigatisti – Franceschini, Etro, Morucci, Faranda – che pur vantando conoscenze dirette, possono essere messi a tacere quando dicono cose non conformi al mantenere vivo il mistero del momento.
Del momento, perché il sistema si auto-riproduce; a turno si spara una ‘rivelazione’ sul caso, un articolo accompagnato da lanci di agenzia cui seguono i commenti dei politici. Di fatto però, quando non si tratta di vere e proprie bufale, si tratta di ri-rivelazioni, affermazioni note e fatte anni addietro, spesso più volte, ciclicamente, che sono riproposte come nuove ed amputate degli elementi che in epoche passate le avevano chiarite o contraddette. Un tale vecchiume che neppure più l’autorità giudiziaria italiana, nota per aprire inchieste con la massima facilità, prende in considerazione.
Alla base della piramide c’è però un vasto pubblico, una massa crescente di gente affascinata da complotti di ogni genere, cui l’internet facilita l’illusione di poter dire la loro e di partecipare a svelarli, con il solo risultato di moltiplicare la produzione di misteri e di hoaks. Una cultura che si estende rapidamente, poiché attraversa tutti i campi dello scibile, e particolarmente tra le giovani generazioni. Se n’è reso conto il governo francese, che ha lanciato una campagna contro il complottismo, con tanto di sito web munito di qualche indicazione metodologica.

In Italia, il rubinetto di scoop, rivelazioni e misteri è sempre tenuto aperto dalla stampa mainstream. In un caso recente, la rivelazione del momento sembrava davvero nuova. Uno dei misteri più quotati del caso Moro è la presenza in via Fani, al momento del sequestro, di altri attori oltre alla squadra di brigatisti rossi in azione, e dunque all’intervento diretto di ‘servizi segreti’ nel fatto.

I fautori dei misteri si appoggiano su diverse teorie del complotto, e in Italia vengono chiamati -o addirittura si definiscono essi stessi- ‘dietrologi.’ Il neologismo viene da «chi c’è dietro?», ed ha la sua origine politica nella domanda che era sistematicamente usata dal Partito Comunista Italiano (P.C.I.) per denigrare la sinistra extraparlamentare negli anni ’70. Seguendo l’adagio staliniano (‘pas d’ennemis à gauche’) ed il suo metodo, il P.C.I. chiedeva retoricamente a chi giovasse tale o tal’altra azione di lotta, per concludere che ‘in ultima analisi’ era di destra: sicché le Brigate Rosse erano semplicemente fasciste, o comunque strumenti di quel potere che dicevano di combattere.
Appare dunque sul settimanale Oggi del 18.6.2014 un articolo, preceduto da un battage pubblicitario che lo lancia come scoop, intitolato «In via Fani non eravamo soli» e che riporta un’intervista a Raffaele Fiore.
La novità era che per la prima volta un ex-brigatista condannato per il sequestro Moro e non pentito affermava che vi fossero altri partecipanti all’azione, e quindi in qualche modo confermava la teoria del complotto.
Senonché, un articolo dell’avvocato Steccanella apparso su Il Garantista del 21.6.2014 (cfr. blog Satisfiction) rivelava la manipolazione: l’intervistato aveva parlato di due brigatisti che erano sul luogo ma che lui non conosceva personalmente; persone note e condannate ormai da anni, non ‘esterni’ o ‘terzi’ rispetto alle BR. In risposta, l’autrice dell’intervista, Raffaella Fanelli, cita in giudizio l’autore della critica.

La nuova brigatologa
Come è diventata una ‘esperta’, accolta nell’élite degli specialisti in misteri brigatisti, la Fanelli?
Dal suo sito, appare che, lavorando come free-lance, si sia specializzata nell’intervistare delinquenti e condannati per vari tipi di crimine. Raffaele Fiore l’aveva già intervistato nel 2009, senza risultati capaci di produrre clamore.
Nel 2010 però ha pubblicato su Sette, il magazine del Corriere della Sera, un’intervista ad Alessio Casimirri, che per diversi motivi un certo rilievo l’aveva. Casimirri è stato condannato, in contumacia, per il sequestro Moro, ma non è mai stato arrestato.
E per alcuni è egli stesso un ‘mistero del caso Moro’: per esempio su Il Sole 24 ore del 15.3.2008, ‘I dieci misteri irrisolti del caso Moro‘, Daniele Biacchessi classifica la ‘latitanza di Alessio Casimirri’ al decimo posto.
E non c’è soltanto la hit-parade, in precedenza Casimirri aveva rilasciato solo due interviste a giornali italiani, e sono ormai datate.
La prima è apparsa il 17.11.1988 sul settimanale Famiglia Cristiana, la seconda fu rilasciata a Maurizio Valentini e pubblicata il 23.4.1998 sul settimanale L’Espresso.
Questi due testi sono stati, nel corso degli anni, oggetto di attenzione da parte di inquirenti come di Commissioni d’inchiesta, che ne ne hanno approfondito alcuni dettagli -come le modalità di contatto, o il pagamento di una somma alla famiglia dell’intervistato. (All’intervista di Famiglia Cristiana sono dedicate le ultime tre pagine del rapporto del marzo 2005 su Casimirri alla Commissione d’inchiesta sul caso Mithrokin).
In passato, Casimirri ha risposto anche a giornalisti del suo paese, il Nicaragua, con due interviste, una a Joaquín Tórrez A. su El Nuevo Diario del 1.2.2004 ed un’altra sul Magazine di La Prensa del 12.8.2007. In precedenza, la stampa nicaraguense, come La Tribuna e il sandinista Barricada, che nel frattempo hanno chiuso i battenti, aveva pubblicato anche altri pezzi, articoli e dichiarazioni.
Sulla stampa italiana si trovano inoltre diversi pezzi che contengono dichiarazioni senza fonte, pseudo-interviste e narrazioni di incontri falliti col terribile latitante che gestisce un noto ristorante. Già dai tempi del primo ristorante di Casimirri in città (il Magica Roma a Managua), gli impavidi giornalisti italiani alla ricerca del brividino si mettevano a tavola facendo finta di nulla. Uno della RAI addirittura con una videocamera nascosta.
Una pratica mai cambiata, e benché il racconto che ne risulti sia quello delle proprie frustrazioni, si può sempre implementare con un titolo folkloristico o con qualche commento che nessuno contesterà. Un paio di esempi.
Panorama il 29.1.2004 titola ‘Nel covo di Primula Rossa‘. Giacomo Amadori e Gianluca Ferraris si dedicano calla ‘caccia al latitante’ (sic nel testo), vanno in Guatemala a vedere l’ex-moglie di Casimirri, poi un ‘ex capitano dei servizi d’informazione sandinisti’ e i ‘tassisti di Managua’ che dicono loro quel che i periodistas stranieri amano sentire (‘è un uomo pericoloso’), e da brave spie dilettanti ‘si arrampicano su una collinetta’.
La Stampa 8.3.2010 titola ‘Cena a Managua con Camillo, l’ultimo latitante di via Fani‘: Andrea Colombari e Raphael Zanotti riportano le chiacchiere di Casimirri, cui si sono presentati come semplici clienti. ‘Ma non appena si tocca l’argomento Moro, si chiude a riccio’, scrivono, appena tre mesi prima dell’intervista della Fanelli, uscita il 17.6.2010.
Per La Repubblica, Alessandro Oppes riferisce di un primo tentativo miseramente fallito di parlare con Casimirri il 18.1.2004 (‘Managua, l’ultimo dei vecchi Br tra ricette, squali e misteri‘), e raddoppia l’anno dopo, il 18.2.2005 (‘È nella terra dei sandinisti il paradiso dei fuoriusciti‘) racconta di aver ‘sbirciato’ nel cortile del ristorante attraverso una fessura.

Dunque il servizio pubblicato da Sette-Corriere della Sera ed intitolato ‘L’ultimo di via Fani – Parla Alessio Casimirri‘ ha intrinsecamente il suo peso, visto che dalle precedenti interviste italiane sono trascorsi rispettivamente 12 e 22 anni, e che nei numerosi altri articoli di stampa ci sono solo frasi rubate e discorsi basati su fonti sconosciute o dubbie.
Chiunque voglia capire qualcosa di più sul personaggio non può che basarsi sulle sole interviste ‘certificate’, a maggior ragione quando da un lato non esistono suoi verbali, lettere o comunicati e dall’altro le stesse sentenze di condanna sono state pronunciate in absentia, cioè senza che l’accusato abbia potuto esprimersi.
La produzione di informazioni si è sviluppata in occasioni diverse (quali per esempio le missioni del SISDE in Nicaragua, la extraordinary rendition dall’Egitto di Rita Algranati, ex-compagna di Casimirri, o le domande di estradizione italiane al Nicaragua) e quindi l’analisi deve contestualizzarne la lettura, ma è chiaro che il pezzo della Fanelli appartenga per così dire al rango superiore, e vada confrontato con le altre due interviste autentiche che l’hanno preceduto.
L’intervista è accompagnata da una colonna di commento di un autorevole esperto brigatologo. Giovanni Bianconi, giornalista ed autore di diversi libro sul mondo brigatista, vi esprime una condanna morale fondata sul lavoro della Fanelli, consacrandone così il valore giornalistico e documentario.

C’è del marcio in Nicaragua? o piuttosto in Italia?
Una seconda lettura non porta molto più che a deprecare la povertà di meta-informazioni, sul contesto che porta all’intervista stessa non c’è una parola.
Le altre interviste esclusive erano dovute a circostanze e contatti particolari: l’ambiente vaticano della famiglia Casimirri Labella per Famiglia Cristiana, e l’amicizia d’infanzia con Maurizio Valentini per L’Espresso. L’intervista di Valentini (qui sotto) era inoltre esplicitamente motivata dalla volontà di chiarire alcuni aspetti in difesa di Adriano Sofri nel caso Calabresi.

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Clicca qui per leggere l’intera intervista (L’Espresso Il signor X del delitto Moro)

Quella della Fanelli non lascia trasparire né perché né come sia stata decisa e realizzata.
Gli inviati in un paese lontano spesso offrono al lettore qualche tratto di colore locale accennando al clima, al luogo, al traffico, alla gente o a qualcosa che colpisce per la sua diversità. Qui niente del genere, la presentazione dell’intervistato è separata dal testo principale, che d’entrata catapulta il lettore direttamente a casa di quello che è definito «l’ultimo dei sicari Br di via Fani ancora in libertà». Sarà questione di stile.
Comunque si finisce per concentrarsi ed interrogarsi sulle risposte dell’intervistato, senza peraltro riuscire ad intuire perché abbia accettato di combinare l’intervista.
Allora, tanto vale chiederne ragione al diretto interessato.
-Alessio, che cosa intendevi dire in quell’intervista…
-Quale intervista?
-L’ultima, quella al Corriere della Sera del 2010…
-Io agli italiani ho dato solo due interviste, anni fa, una a uno che da bambini giocavamo insieme, che lavorava per l’Espresso…
-Sì, quelle del secolo scorso, la prima a Famiglia Cristiana
-Quella me l’aveva chiesta mio padre
-Sto parlando di quella più recente, con una certa Fanelli
-Con la stampa nicaraguense anche, è ovvio, e non solo quella sandinista, anche altri giornali mi hanno difeso.
-No, italiana, il Corriere
-Mai data un’intervista a quel giornale.
-Ma questa è stata in casa tua, ci sono dettagli, fotografie…?
-No, proprio no.
-Tra l’altro le tue risposte sono verosimili. Magari è venuta al ristorante e si è messa a chiacchierare…
-Io parlo con tutti i clienti, è il mio mestiere; ci sono spesso italiani, ma quando il discorso gira su quello, io chiudo. No, ti dico. E una donna poi, me la ricorderei.
-Quindi mi confermi che non si è presentata come giornalista e non ti ha poi sottoposto il testo, o almeno il virgolettato, prima di pubblicare?
-Certo. Non so chi sia.

Sul momento, viene da pensare alle regole deontologiche della professione, spesso calpestate in Italia. Ma i dubbi non se ne vanno.
La questione è semplice ma grossa: com’è possibile? Ci si può inventare un’intervista?
Per rispondere, l’unica è fare un lungo ed acribico lavoro di debunking, cercando e controllando la possibile fonte di ogni dettaglio. Si tratta di capire se le informazioni portate dal reportage di Sette fossero pubblicamente note o altrimenti accessibili prima del giugno 2010.
Quella che segue è la sintesi dei risultati d’analisi per il testo principale (introduzione, corpo domande/risposte, conclusioni), le fotografie, il riquadro ed il commento.
Prima ancora, il testo completo, così come impaginato:

corriere

 

Clicca qui per leggere l’intervista su Sette Corriere Della Sera

L’Insieme
L’intervista firmata da Raffaella Fanelli è composta da una dozzina di domande e risposte abbastanza stringate ed è accompagnata, oltre che dalla colonna di commento di Bianconi, da numerose fotografie, nonché da un riquadro informativo siglato dalla stessa autrice. Gli elementi sono strettamente collegati tra loro, le didascalie delle foto rimandano al testo e viceversa, ad esempio avvertendo che era possibile fotografare l’esterno del ristorante «soltanto alle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso».
Un copyright sigla i testi, ma non le immagini, le cui didascalie non menzionano l’origine né accreditano l’autore delle foto.
L’insieme produce un forte effetto di verità; al più ci si può chiedere come mai così poche domande, visto che le pagine sono occupate per la maggior parte da immagini.

L’introduzionecasimir
L’incipit descrive Casimirri «Seduto in poltrona, in jeans e camicia azzurra…». Non che questa sia un’informazione cruciale, Casimirri è un uomo pubblico e vederlo in un tale abbigliamento non ha niente di particolare.
Il buffo è che è esattamente come se lo immagina chiunque abbia visto la foto pubblicata da Repubblica nel 2004 (vedi qui accanto).
Si passa poi alla «casa grande con pareti gialle e infissi in legno, situata al dodicesimo chilometro della
Carretera sur, quella che dalla capitale, Managua, porta a El Crucero, cento metri a sud del Monte abor.»
L’indirizzo non solo è pubblico e facilmente reperibile (già da Facebook), ma è noto da molto tempo ed è menzionato – e anche commentato nelle sue varianti- da molti articoli italiani. Già nell’intervista di Valentini (L’Espresso 1998) figura come incipit.
Se poi si cerca l’indirizzo su google maps, si troverà una foto (Panoramio) con una casa gialla. Non è affatto detto che sia quella giusta, ma è l’unica immagine che c’è in prossimità dell’indirizzo, uno se la può immaginare così.
Se invece per ‘pareti gialle’ s’ha da intendere quelle interne, la cosa è ancora più semplice, risulta da una immagine, menzionata in seguito nel paragrafo fotografie.

Il corpo di domande/risposte
1 e 2 Era in via Fani? –R.: No, quel giorno ero a scuola come insegnante. Le stesse affermazioni Casimirri le ha fatte più volte; figura addirittura nel titolo dell’intervista al Nuevo Diario del 2004.

3 Morucci ha descritto il suo ruolo –R.: Morucci «Confermò che nell’azione di via Fani c’erano anche due esponenti del gruppo Fronte della controinformazione.» Casimirri non ha mai fatto in precedenza tale affermazione. In effetti un «gruppo Fronte della controinformazione» non risulta mai essere esistito in Italia, né dentro né fuori le BR.

4 Ci sono altre dichiarazioni che… –R.: Etro, la frase sui due in moto, non ho mai detto niente del genere. Questa smentita non ha un precedente specifico noto. Nell’intervista all’Espresso (1998) si legge: “Etro lo ricordo come il compagno più giovane, un po’ il cucciolo della colonna romana delle Br, caratterialmente chiuso, non godeva di grande stima e considerazione. Era un br, certo, ma non di prima categoria. Insomma uno a cui non si facevano confidenze del genere.”

5 Lei sa guidare una moto? –R.: So ballare, so cucinare… Che Casimirri sappia ballare lo si sa dal Magazine La Prensa (2007), che con le parole «Eccellente ballerino…» apre il suo servizio.

6 Etro ha mentito anche su Calabresi? –R.: «Certo.» Casimirri ha fatto questa smentita nel 1998, Valentini andò a intervistarlo per L’Epresso proprio per sentirlo in proposito.

7 Allora perché si è rifiutato di rispondere ai magistrati di Milano? –R.: «È stato il governo del Nicaragua a respingere la richiesta di rogatoria». Casimirri non sembra aver fatto tale dichiarazione in precedenza. L’affermazione è però storicamente corretta, che la domanda di rogatoria fosse stata respinta dal governo cui era stata indirizzata venne riportato più volte dalla stampa (ad es. AGI 30.1.2003). Quando un governo decide di non entrare nel merito, per motivi costituzionali, della domanda di un altro governo, la persona interessata non è neppure interpellata.

8 Lei ha mai lavorato per i servizi segreti? – R.: Mai conosciuto Delfino, mai fatto parte del Sismi e mai collaborato con i servizi. Volevano invece sequestrarmi… Una smentita precedente sotto la medesima forma non risulta; sulla medesima sostanza, senza i nomi Delfino e SISMI invece sì: Casimirri ha menzionato di essere stato considerato come colluso con un generale dei Carabinieri che lo avrebbe poi protetto e i tentativi di sequestro nell’intervista (2007) a Magazine La Prensa.

Il sequestro con narcosi e pulmino era già stato ricordato più volte, così ad esempio Giuseppe Rolli sull’Unità del 3.5.2004: “Non dimentico – aveva detto al quotidiano El Nuevo Diario – quello che ho passato negli ultimi undici anni: molti tentativi da parte della autorità italiane e diplomatici di questo paese, alcuni dei quali corrotti, di mettere in atto azioni contro la legge. Come il tentativo di sequestrarmi, narcotizzarmi mettermi in una cesta e portarmi con un pulmino alla frontiera. Ho i nomi di coloro che organizzarono questo nel 1996.”

9 Per questo ci sono guardie armate fuori dalla sua casa? –R.: «Managua non è una città sicura …» Casimirri non conferma esplicitamente l’esistenza di guardie armate. Lo afferma la Fanelli, presentandola come una (sua) osservazione diretta. (su questo punto si ritorna in seguito)

10 Ma lei può contare su potenti amicizie, anche su quella con Daniel Ortega. -–R.: «Ho lavorato per il governo, e con Humberto Ortega, imprenditore in Costa Rica» Non risulta che Casimirri abbia dichiarato in precedenza di aver lavorato con Humberto Ortega. Questi, ex-ministro della difesa e fratello di Daniel Ortega capo del governo, è noto invece che abbia attività imprenditoriali in Costa Rica. Viene indicato come ‘prospero imprenditore in Costa Rica’ da Wikipedia come da diversi media (cfr. bitacora, nacion.com, el Nuevo Diario).

11 Qualcuno dice che lei ha addestrato le teste di cuoio del Nicaragua. –R.: Ho addestrato i sommozzatori della Croce Rossa.
La fonte della domanda (‘qualcuno dice’) si ritrova nel Corriere della Sera del 9.4.1996 ‘Esilio dorato per ex brigatisti’, dove si legge che è un “vicino di casa” a dire che Casimirri “ha addestrato le nostre teste di cuoio”.

Domanda e risposta, ben più precise e chiare, figuravano nell’intervista dell’Espresso (1998): «Per addestrare le truppe speciali sandiniste? È vero che lei è stato istruttore degli incursori dell’ex presidente Daniel Ortega? Io sono un istruttore di sommozzatori. È stato un lavoro volontario che ha riguardato prevalentemente i sub della Croce Rossa e dei pompieri. Fra gli altri allievi, confermo che ho avuto alcuni uomini del ministero dell’Interno di Managua. Non credo che ci sia nulla di scandaloso. Lo ripeto: ho molti amici fra i sandinisti, per ragioni politiche e umane, ma non sono mai stato un agente sandinista. Pensi che come cittadino nicaraguense – sono stato naturalizzato nel 1988 – debbo ancora fare il servizio militare. La coscrizione, qui, è obbligatoria fino a 60 anni: io ne compio 47 il prossimo 2 agosto, e prima o poi mi toccherà andare sotto le armi. Ricordo anche che ormai in Nicaragua i sandinisti sono all’opposizione: hanno avuto la meglio le forze moderate, e io sono lealmente obbediente ai governi di destra che hanno vinto le elezioni.»

12 Adesso mi dirà che ha fatto il volontario tra i poveri e non ha mai fatto parte delle BR? –R.: Ho chiesto asilo politico ed ho comunicato all’Immigrazione la mia appartenenza alle Brigate Rosse; perseguitato per 10 anni; mi hanno offerto 300mila dollari per accusare altri.

L’asilo, l’ottenimento della cittadinanza, l’uso del nome Guido Di Giambattista, sono notizie già ripetute spesso dalla stampa, poiché sono, almeno dal 1993, al centro delle contese legali e non, sfociate nel 2004 in una decisione della Corte Costituzionale nicaraguense. L’offerta di 300mila dollari appare nell’intervista del 2007 sul Magazine La Prensa.

In conclusione del testo
—«…a pochi chilometri dalla sua casa bunker, a sud di San Juan, ha un’altra residenza costruita direttamente sulla spiaggia».
L’informazione è nota e diffusa da tempo, compare in diversi articoli pubblicati in Italia dal 2004 in poi, tra cui i pezzi menzionati sopra, di Amadori per Panorama e di Colombari per La Stampa, oltre che nell’intervista al Nuevo Diario (2004, tradotta in italiano da ReporterAssociati, cfr. Carmillaonline).
—«da anni ha aperto un ristorante, La Cueva del Buzo (la grotta del sub), un caseggiato in mattoni rossi che è possibile fotografare solo alle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso…»
Quella del ristorante, è una notizia talmente nota da non dover essere ricercata. È però seguita dalla frase sul gruppetto di uomini armati, che si ritrova anche alla domanda 9 e nella didascalia delle foto. Maurizio Blondet, ufologo e massonologo, racconta (4.2.2010 effedieffe.com) che nel 2004 tentò di intervistare Casimirri: «Ovviamente non potei vederlo neppure in faccia, fui respinto al cancello della villa da certi individui».

La Newsletter Misteri d’Italia del 13.4.2005 scriveva che Casimirri «E’ difeso da un doppio sistema: guardie armate e gente del posto pronta a difenderlo».

Le fotografie

La foto pubblicata su Sette

La foto pubblicata su Sette

La giornalista racconta di essere stata accolta in casa dall’anziana madre di Casimirri, «Madre e figlio si assomigliano…», scrive, e lì accanto possiamo vedere una fotografia dei due nel giardino di casa.
Sembra la prova provata dell’incontro. Se è vero che sul web si trovano foto della madre ad un tavolo -fatte da clienti del ristorante che ne scrivono un commento- questa ha però un carattere particolarmente privato, quasi intimo. Sembra proprio mostrare i due nel momento dell’incontro con la giornalista.
Sembra, perché non è così. La foto è stata pubblicata sul Magazine settimanale di un altro quotidiano, La Prensa, il 12 agosto 2007.
Corredava quella intervista insieme a molte altre immagini chiaramente tratte dall’album privato dei Casimirri e quindi evidentemente concesse dagli interessati. Il giornale nicaraguense (2007) precisava che la madre aveva 80 anni e che viveva col figlio.

La foto originale su Magazine La Prensa

La foto originale su Magazine La Prensa

Da quella pubblicazione sono tratte altre immagini pubblicate su
Sette.
Il ritratto a busto di Alessio in maglietta rossa, che riempe una pagina ed è ripresa in un occhiello sulla copertina di Sette, è esattamente quella che compariva sulla copertina di La Prensa Magazine. È un’immagine in posa, che implica che il soggetto voglia farsi ritrarre, e proprio per questo i due magazine la riproducono a piena pagina: il messaggio al lettore è ‘eccolo qui come ha accettato di esporsi’.

La pRensa

Clicca qui per leggere l’articolo in integrale (Magazine La Prensa)

Ce n’è poi una in cui egli, in tenuta da sub, ha in spalla un pesce gigantesco; fa parte di una serie, altre immagini simili sono diffuse sul web (basti vedere i profili Facebook o google). Il giornale italiano ha però usato proprio quella uscita sul giornale nicaraguense e non altrove. Se ne può arguire che la Fanelli conosca bene quella pubblicazione.

l'originale su La Prensa Magazine

l’originale su La Prensa Magazine

La copia su Sette

La copia su Sette

Nella quale, in un’altra foto non ripresa da Sette, si vede l’interno dell’abitazione, con «pareti gialle ed infissi in legno» alle spalle di Alessio che ha in braccio il piccolo figlio adottivo colpito da sindrome di Down ed è seduto accanto a moglie e figlia.
Il servizio di Sette si apre con una foto di repertorio di via Fani dopo il sequestro Moro, e comprende, oltre alle quattro immagini citate prima, ancora due foto dell’esterno del ristorante, ed infine l’immagine bizzarramente intitolata ‘Scene da un matrimonio dal carcere’, che non ha alcuna relazione col servizio e pare essere stata aggiunta per semplice morbosità.
In una delle due foto di strada è visibile l’insegna ‘La cueva del buzo’, e l’immagine potrebbe effettivamente essere stata presa ‘prima delle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso’, come spiega la Fanelli in chiusura. Benchè vi appaia un gruppetto di tre uomini, si possono notare sulla strada le ombre lunghe degli alberi, come si producono dopo l’alba o prima del tramonto.

Il riquadro informativo
Occupa circa un terzo di pagina, ed intende riassumere gli eventi «Dall’attacco di via Fani alla condanna del processo Moro-ter». In apertura, afferma che Casimirri «vive in Nicaragua dal 1983, dopo un periodo trascorso in Libia e a Cuba.»
Questa di Libia e a Cuba è stata riprodotta, verosimilmente via dispaccio d’agenzia, da tutta la stampa italiana nel gennaio 2004, vedi ad.es. Corriere della Sera 14.1.2004, il Tempo 15.1.2004, La Provincia 15.1.2004, ADNkronos 16.1.2004.
Non è una notizia, ma un’affermazione gratuita, generica e senza fonte. Ripeti una bugia cento volte, e diviene una verità, diceva Goebbels. È quello che è accaduto, i giornalisti fanno del copia-incolla e nessuno si sogna di controllare, approfondire, verificare. Neppure la Fanelli, che a differenza degli altri aveva occasione di chiederlo direttamente a Casimirri.
Perché non è un dettaglio marginale: nella Libia di Gheddafi e nella Cuba di Fidel Castro non risulta essere mai sbarcato nessun ex-militante della sinistra armata italiana degli anni ’70 in esilio, quindi questo sarebbe l’unico caso, e per ben due paesi. Il periodo di cui si tratta sono gli anni 1980, un’epoca in cui gli Stati Uniti avevano dichiarato la ‘guerra ai terroristi’: proprio così Ronald Reagan, ben prima della «guerra al terrorismo» di Bush; gli stati-canaglia, allora, erano Libia, Cuba, Iran e Nicaragua.
Nella ricerca di una fonte ‘originaria’ della dis-informazione, si trova qualche articolo che fa riferimento alla Libia – data come luogo di rifugio di Rita Algranati, ex-moglie di Casimirri, che invece era in Algeria – e l’opzione Cuba la certifica il magistrato Rosario Priore, all’agenzia ADNkronos il 24.10.2000: «Si seppe che lasciò l’Europa su un aereo russo diretto a l’Havana e di lì si sarebbe rifugiato, ovviamente protetto dal regime sandinista, in Nicaragua.»
Nel 1994, sul Los Angeles Times, Tracy Wilkinson citava un ‘ex-membro dell’intelligence sandinista’ per affermare che Casimirri era arrivato nel 1983 dalla Libia. Questo tipo di fonte appare assai probabile, proprio perché si tratta di una falsa pista. Quando si vede menzionato un ‘agente segreto’ come fonte di una notizia, è chiaro che la notizia stessa non offre garanzia di fondatezza. Un agente segreto, quasi per definizione, non potrà essere sottoposto a verifica, poiché già il rivelarne l’identità lo esporrebbe al pericolo.
È quindi a priori una fonte che può dire, o alla quale si può attribuire, qualsiasi cosa. V’è solo il giornalista che può valutarne la credibilità, e che si prende la responsabilità di smerciare la notizia. Perché quel tipo di fonte non è mai qualificabile come disinteressata. Una qualche ragione per divulgare al pubblico una informazione segreta la deve avere, salvo si voglia credere che lo faccia in nome della verità e senza interesse alcuno. Sta dunque al giornalista prenderla con le pinze e non fondarci sopra il proprio discorso (il pezzo della Wilkinson, sia detto per inciso, non lo fa).
Si può ritenere che l’origine della falsa notizia di Casimirri in Libia rimonti al periodo turbolento del 1993, quando il governo di destra decise di ‘rivedere’ le cittadinanze concesse dal governo sandinista, e tentò di espellere e deportare verso l’Italia Casimirri, con una delle operazioni combinate con gli agenti italiani.
La notizia è falsa poiché Casimirri sbarcò a Managua provenendo da Mosca. Lo ha raccontato lui stesso nell’intervista all’Espresso, e questo è bastato ad alcuni per dire che ‘quindi’, era protetto dal KGB o dal GRU, i servizi segreti sovietici. Il fatto è che all’epoca per andare in Nicaragua non c’erano molte opzioni dall’Europa. L’Aereoflot, la compagnia di bandiera russa, aveva un volo diretto, che come tutti i suoi voli, partiva da Mosca. Non si poteva montare su un volo Aeroflot solo per una tratta esterna all’Unione Sovietica; niente di strano per chi volava verso Managua di arrivare a Mosca, e restare in transito – senza bisogno di visa – fino all’imbarco, come fece appunto Casimirri.
Dire che egli fosse stato prima in Libia aveva un valore di stigmatizzazione, allora la Libia di Gheddafi era vista come la patria dei peggiori terroristi del mondo, e come s’è detto, assieme a Cuba era considerato uno stato-canaglia, nemico mortale.

Il riquadro informativo della Fanelli conclude ricordando che a parte Casimirri, «Di tutti gli altri brigatisti, almeno undici, presenti in via Fani quel 16 marzo1978 nessuno è oggi ancora in carcere.»
I nomi non li fa, ma se non si devono contare Rita Algranati e Mario Moretti, che invece in galera ci stavano e ci stanno ancora oggi, siamo nel flou aritmetico.

La colonna di commento
L’opinione sull’intervista è intitolata ‘Parole insincere e senza rispetto per le vittime’ ed è firmata da Bianconi. Le vittime, nel corso di tutta l’intervista, non sono mai nominate, neppure indirettamente. Ma forse è proprio questo il rimprovero: ciò che le ferirebbe e indignerebbe, secondo l’autore, è ‘il modo sbrigativo col quale liquida quell’esperienza’. Eppure, nell’intervista non c’è ombra di domanda sull’esperienza passata.
Dopo un passaggio in cui si dichiara intristito per ‘il destino piccolo borghese nel quale s’è rifugiato l’ex brigatista’ (una critica proletaria?) l’illustre commentatore ritorna sul quello che Casimirri potrebbe dire, potrebbe raccontare, potrebbe spiegare. Certo, ma se la giornalista non lo chiede?
In basso, scrive che Casimirri ‘mostra di vivere senza troppe preoccupazioni’; due centimetri a sinistra, la didascalia delle immagini è intitolata ‘Vita super-blindata’. Sarebbe quella del latitante timoroso che si fa scortare, la bella vita ai tropici?
Bianconi conclude il suo sermone dicendo che da uno come Casimirri ‘ci si aspettava qualcosa di più’. Su questo ha senz’altro ragione. Ma allora perché inviare una giornalista che preferisce chiedergli se sa guidare una moto?
L’intervista precedente, all’Espresso, 12 anni prima, si conclude con una domanda sulle vittime ed il rimorso. Questa la risposta: «Un luogo comune italiano vuole che sia meglio vivere di rimorsi che di rimpianti. Io credo di essere la prova provata che non è vero. Preferirei sentire il rimpianto di non aver partecipato a un movimento politico che rispondeva alle mie ansie rivoluzionarie giovanili, e non essere alle prese con il rimorso che mi attanaglia oggi».
È dunque chiaro che Bianconi (che non è parte della schiera di dietrologi) fonda il suo discorso – un severo giudizio morale su Casimirri – sulle sole parole della Fanelli, e così facendo ne conferma la veridicità.

Considerazioni e commenti
Dopo aver raccolto così tante pulci, è tempo di dare una pettinata. Anticipando la conclusione, la risposta alla domanda d’origine, ‘è possibile che l’intervista sia stata fatta in casa?’, è un netto sì.
Il servizio di Raffaella Fanelli pubblicato da Sette non contiene un solo elemento di novità.
E l’effetto di verità, una volta scoperto che anche le foto non sono originali, si trasforma nel suo contrario. ‘ESCLUSIVO’, campeggia in rosso sull’apertura del servizio: eppure ben che vada è minestra riscaldata, i lettori di Sette si son visti servire informazioni già pubblicate da almeno tre anni, e la sola cosa che hanno in esclusiva è la scrittura dell’autrice.
Quanto alla qualità del servizio, anche se non è questo il punto centrale, è decisamente bassa. Errori e svarioni denotano una documentazione e una conoscenza approssimative.
L’intervista in senso stretto è risicata e minimalista, e colpisce proprio per la sua pochezza: domande e risposte coprono un paio di minuti al massimo, e davvero sembra uno scambio di battute al bar.
Le ‘domande scritte in fondo al nostro block notes, quelle più imbarazzanti che per giorni ci hanno tormentato sul come porle senza creare diffidenza’ (così la Fanelli, che usa il plurale majestatis) sono una dozzina, di cui tre ridondanti senza che producano approfondimenti, almeno un paio cui si può rispondere con un sì o un no, e l’ultima apertamente polemica.
Imbarazzante come domanda è certo la quinta, ‘Lei sa guidare una moto?’ Pare proprio che l’autrice si sia immaginata Casimirri come pilota della misteriosa Honda segnalata a via Fani da pochi testimoni, e che secondo tutti i brigatisti partecipanti all’azione non esisteva o comunque non era dei loro. Altrimenti perché una domanda così irrilevante, quando di questioni ce ne sarebbero ben altre, ad esempio quelle menzionate da Bianconi nel suo commento?

Alla domanda 8, sembra che il riferimento al capitano dei Carabinieri Delfino (morto da generale nel 2012) venga spontaneamente da Casimirri. Va ricordato che l’accusa di essere stato un infiltrato utilizzato da quel personaggio, assieme ad un mafioso calabrese, nasce nel 1995, dalle parole del magistrato italiano Antonio Marini. Questi disse che si trattava di una ‘ipotesi investigativa’ basata sulle dichiarazioni di Saverio Morabito, pentito della n’drangheta, ma da allora evitò sistematicamente di ricordare che l’ipotesi investigativa non aveva trovato nessun riscontro. La notizia, rilanciata dall’Unità il 16.4.1998, ha i tratti del depistaggio ed è stata regolarmente riprodotta come verità, atto fondativo di uno dei misteri del caso Moro.
Questo tipo di notizie, oltre a denigrare gli interessati che poi sono chiamati a difendersi senza sapere da cosa, serve anche ad altro: lo stesso magistrato Marini, ha raccontato alla Commissione parlamentare d’inchiesta che, grazie al fatto che «sulla stampa queste cose avevano avuto una risonanza eccezionale», gli erano servite per mettere sotto pressione i brigatisti (ovviamente non pronti a vedersi confusi con i mafiosi) e convincere Anna Laura Braghetti e Barbara Balzarani a testimoniare in aula. Nella stessa occasione, il 5.3.2015, il magistrato ha infine riconosciuto che quelle indagini «si sono concluse con un
nulla di fatto, perché erano del tutto infondate le dichiarazioni sulla presenza di Antonio Nirta.»

Alla domanda 9, sulle guardie armate, sono collegati altri elementi, nella parte finale del testo e nel legenda delle foto, e questo leit-motiv che attraversa tutto il servizio intende dipingere Casimirri come una sorta di boss mafioso con scorta armata, addirittura al plurale: ‘gruppi di uomini armati’. Poiché il buonsenso non sembra pesare (il livello di violenza in America Centrale è forse maggiore di quello in Europa, magari bastava guardarsi intorno, come Casimirri invitava a fare) procediamo di logica.
Casimirri ha subito un’aggressione (tempo dopo l’intervista) da una banda di 8 falsi poliziotti, che sono stati in seguito arrestati e processati per rapina; nel riferirne, il giornale Hoy del 1.5.2014, scrive che il ‘vigilante’ del locale venne immobilizzato per primo da un rapinatore armato di Kalashnikov. Sappiamo quindi da fonte sicura che c’era una guardia al locale, e di notte. Fa decisamente senso che se ci si deve organizzare una protezione, questa sia per la notte: quando c’è più pericolo, perché fa buio, e perché il locale è aperto. A che pro invece ‘schierare un drappello’ alle 7 di mattina? Casomai a quell’ora il turno di sorveglianza finisce. Cosa abbia visto la Fanelli non è chiaro, né è provato dalle fotografie.

Un’ultima nota sulle domande: la risposta alla domanda 3, s’è detto che Casimirri non può averla data. Controinformazione era una rivista degli anni ’70 che pubblicava anche materiali delle Brigate Rosse, ma non dipendeva da esse. Le BR avevano un ‘Fronte della controrivoluzione’ (o della controguerriglia) e delle ‘brigate’, non dei ‘gruppi’. La giornalista mette invece in bocca a Casimirri un inesistente «gruppo Fronte della controinformazione». Che Casimirri sia oltretutto anche incompetente sulla sua propria storia? Che lo abbia detto apposta per confondere? o piuttosto scempiaggine dell’autrice, errore dovuto all’approssimazione?

Bilancio
Dalla ricerca non è emerso alcun tipo prova, anche intrinseca ma definitiva, che la giornalista abbia fatto l’intervista, né che abbia incontrato Casimirri, e neppure che sia stata in Nicaragua.
Manca anche una prova definitiva del contrario, malgrado i molti elementi concorrenti che lo indicano.
Il servizio non comprende alcun contributo originale dell’autrice, come si è visto il contenuto riprende in particolare quello delle interviste dei giornali nicaraguensi, il Magazine di La Prensa del 12.8.2007 e El Nuevo Diario del 1.2.2004, rispettivamente della stampa italiana citata. Dal Magazine di La Prensa – che, si noti, corrisponde al magazine Sette del Corriere della Sera, poiché i due giornali sono paragonabili per importanza e posizione politica nei rispettivi paesi – sono state copiate tutte le fotografie più significative.
Che poi il Corriere le abbia comprate o piratate, non si sa, ma in ogni caso non ne menziona né l’autore né la fonte. Risulta possibile e verosimile che l’intervista sia stata composta. Tutti gli elementi repertoriati sopra sono stati raccolti con mezzi minimi -internet, posta e telefono – senza uscire di casa: un’operazione che chiunque può fare. Disponendo di maggiori risorse – mobilità, rete di contatti, denaro, accessi a redazioni, archivi ed emeroteche – la cosa sarebbe stata ancora più facile, e molto probabilmente avrebbe permesso di chiarire anche quei dettagli rimasti incerti.

declaracion(1)Ciò significa che, con la secca smentita di Casimirri, che ha fornito pure una dichiarazione firmata, risulta assai probabile che l’intervista non sia mai stata realmente fatta.
Finalmente, non cambia molto che la giornalista non sia mai andata in Nicaragua, o che ci sia stata senza intervistare Casimirri, o ancora che ci sia stata e come tanti suoi colleghi italiani abbia provato ad attaccar bottone al ristorante, la sostanza rimane. E del resto qui non è mai stata questione di giudicare Raffaella Fanelli, ma di passare sotto la lente d’osservazione una pubblicazione, sì che ogni lettore possa farsene un’idea.
Il mistero è (quasi) svelato.

L’impressione generale prodotta dall’excursus di letture è che l’incompetenza ed il pressapochismo abbiano gioco facile nelle memorie costruite su miti e misteri.
La buona notizia è che quelle memorie non saranno mai condivise. Appartengono solo a chi le produce e le usa.

da http://lapattumieradellastoria.blogspot.it/

Cesare Battisti rimesso in libertà perché «Un giudice di prima istanza non ha titolo per rimettere in discussione una decisione sovrana del presidente della Repubblica»

Il tribunale regionale federale a cui si era rivolto l’avvocato di Cesare Battisti, Igor Sant’Anna Tamasauskas, sottoposto giovedì a detenzione amministrativa presso il comando della polizia federale di San Paolo sulla base di un ordine emesso da un giudice di primo grado lo scorso 26 febbraio, ne ha ordinato l’immediata liberazione perché – come recita il provvedimento – «un giudice federale di prima istanza (una giurisdizione di rango inferiore) non ha titolo per rimettere in discussione una decisione sovrana del presidente della repubblica ratificata dal tribunale federale supremo».
Nelle scorse settimane il giudice Adverci Rates Mendes de Abreu del tribunale di Brasilia, pronunciatosi sul ricorso presentato dalla procura generale, aveva ritenuto illegittima la concessione del permesso di soggiorno permanente a Battisti, perché in violazione della nornativa brasiliana sull’immigrazione che impedisce a chi è entrato illegalmente nel Paese con documenti falsi la regolarizzazione amministrativa. Della questione si discusse lungamente all’interno del tribunale supremo federale che ritenne superata la questione perché assorbita dal rifiuto di concedere l’estradizione. Il giudice di Brasilia aveva deciso l’espulsione di Battisti verso la Francia o il Messico, dove questi era vissuto prima di arrivare in Brasile pensando di aggirare in questo modo la decisone sovrana del potere esecutivo di concedere un asilo di fatto. Misura non ritenuta in contraddizione con il rifiuto della estradizione deciso a suo tempo dal presidente della repubblica Ignacio Lula da Silva.
Nel dispositivo, il tribunale regionale federale che ha rimesso in libertà Battisti, istanza superiore a quello locale di Brasilia, riconoscendo il principio dell’habeas corpus, spiega che la decisione presa a suo tempo dal presidente della repubblica può essere sindacata solo da un istituto del medesimo rango costituzionale, come è il tribunale supremo federale, cosa già avvenuta a suo tempo. Non solo, ma il giudice entra nel merito del pronunciamento di nullità del permesso di soggiorno concesso a Battisti rilevando come esso vada contro l’articolo 63 dello Statuto dello Straniero: “non si procederà ad espulsione se questa mette in questione un’estradizione non ammessa dalla legge brasiliana”. Ora, l’estradizione – conclude il magistrato del tribunale regionale federale – non fu ammessa da Lula e cancellata dallo stesso STF, ragion per cui l’espulsione eseguita implicherebbe un’estradizione obliqua, risultando perciò contraria a volontà Lula e STF.
La sentenza, inoltre, ritiene che la messa in esecuzione della eventuale espulsione di Battisti, prim’ancora che si sia pronunciata l’istanza di appello, creerebbe un vulnus poiché susciterebbe una situazione di irreversibilità nel caso in cui la decisione di primo grado venisse smentita in sede di ricorso.
La decisione del fermo amministrativo, come la sentenza che annulla la concessione del permesso di soggiorno pemanente, appaiono sempre più un segnale dello scontro feroce tra potere giudiziario e potere politico, in atto non solo in Brasile ma un po’ in tutta l’America latina, dall’Argentina al Cile, dove si sta vivendo una sorta di stagione che ricorda l’offensiva giudiziaria di “mani pulite”. Una forzatura senza precedenti quella realizzata ieri che rischia però di trasformarsi in boomerang per i nemici di Battisti.
Intanto la notizia del fermo e le voci di una possibile espulsione verso la Francia hanno provocato le prime reazioni, l’ex presidente della repubblica francese Nicolas Sarkozy alla emittente radio Frace info ha dichiarato: «La questione dell’estradizione di Cesare Battisti riguarda anche la società italiana, che deve voltare la pagina di quegli anni terribili».

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Per saperne di più
Caso Battitsi e altre cronache dell’esilio

Devastazione e saccheggio, genealogia di un capo d’imputazione

E’ tempo di aprire una vertenza sull’amnistia a partire dai reati politici e sociali, magari prendendo a modello il progetto di amnistie sociale presentata dai senatori francesi del Pcf per annullare l’effetto dei processi, delle condanne (per reati fino a 10 anni) e delle sanzioni emesse contro sindacalisti, operai, manifestanti, attivisti antimmigrazione, che nell’ultimo decennio hanno partecipato alle lotte sociali e rivendicative, e poi votata anche se in forma emendata nel marzo scorso.
Il momento è maturo dopo la grazia concessa dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al colonnello dell’Air Force Usa Joseph Romano, comandante della base Nato di Aviano, coinvolto con altri 22 esponenti della Cia e dei vertici del Sismi nel rapimento (definito “consegna straordinaria” nei protocolli segreti dell’ammnistrazione Bush) di Abu Omar, imam della moschea di via Quaranta a Milano.
La grazia d’ufficio concessa dal presidente della Repubblica rompe un tabù che inevitabilmente contraddice le posizioni ispirate alla fermezza precedentemente assunte dal Quirinale con la lettera inviata il 16 gennaio 2009 al presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva per sollecitare l’estradizione di Cesare Battisti.
Se forme di clemenza amnistiale si dimostrano possibili, anche per reati molto gravi come quello commesso dal colonnello Romano (complicità nel sequestro di una persona, successivamente torturata in modo bestiale, per altro risultata estranea ai sospetti sollevati nei suoi confronti), sulla base di logiche di opportunità che in questo caso sono state ispirate da ragioni diplomatiche nei rapporti tra Stati alleati, perché esse restino legittime devono rispettare il criterio giuridico dell’eguaglianza dei trattamenti di fronte alla legge.
Se clemenza deve essere, essa non può che avere un carattere generale e non selettivo.
Perché dei giovani che 12 anni fa sono stati coinvolti in scontri di piazza che hanno provocato solo danni materiali debbono scontare condanne che arrivano fino a 15 anni di reclusione e il complice del rapimento di una persona poi torturata, che non ha scontato nemmeno un secondo di prigione cautelare, può essere al contrario graziato?

Devastazione e saccheggio: l’emergenza Italia e l’Italia dell’emergenza

Dal blog di giuseppearagno.wordpress.com
6 aprile 2013

Probabilmente nessuno meglio di Crispi ha mai spiegato il rapporto organico tra dissenso e legalità nell’Italia dell’emergenza. Accusato di aver calpestato la legge, proclamando lo stato d’assedio in Sicilia, l’ex mazziniano, passato dall’opposizione democratica ai monarchici e diventato più realista del re, nel marzo del 1894 non esitò a replicare: “Ai miei avversari, che mi hanno accusato di aver violato lo Statuto e le leggi dello Stato, potrei rispondere che di fronte allo Statuto c’è una legge eterna, quella che impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto”.
Un principio inequivocabile quanto eversivo, che non solo ispirava e ispira da sempre in Italia il legislatore sui temi dell’ordine pubblico e del conflitto sociale, ma dimostra come, a voler leggere la nostra storia dal punto di vista delle classi subalterne, il capitolo giustizia può essere illuminante.
A parte la Toscana, dove il codice locale rimase operante perché non consentiva la pena di morte, alla sua nascita il Regno d’Italia estese all’intero territorio nazionale il codice penale del Regno di Sardegna. Di lì a poco, nel 1862, all’alba della nostra storia, l’approvazione della legge Pica sul cosiddetto “brigantaggio”, descritta come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa” ma prorogata più volte e tenuta in vita fino al 31 dicembre 1865, aprì l’eterna stagione delle leggi speciali nella gestione e nella regolamentazione del conflitto sociale: l’alibi della crisi, la normativa emergenziale, l’indeterminatezza e la strumentale confusione tra reato comune, meglio se confuso col malaffare organizzato, e manifestazione di dissenso politico. In archivio, a Napoli, è conservato un documento inedito che, in questo senso, è molto significativo. In una desolata riflessione scritta a matita nella cella d’un carcere, Luigi Felicò, un tipografo internazionalista che aveva sperimentato i rigori della repressione borbonica e parlava perciò con cognizione di causa, non aveva dubbi: la condizione del dissidente politico nell’Italia unita era diventata di gran lunga più dura.
Con grande ritardo – entrò in vigore il 1° gennaio del 1890 – il codice Zanardelli segnò l’effettiva unificazione legislativa dell’Italia nata dal Risorgimento. Per il giurista liberale, la legge penale non poteva essere in contrasto coi diritti dell’uomo e del cittadino e non si applicava al criminale per nascita inventato da Lombroso. La repressione, quindi, doveva abbinarsi alla correzione e all’educazione. Zanardelli abolì perciò la pena di morte, introdusse la libertà condizionale, adottò il principio rieducativo della sanzione e accrebbe la discrezionalità del giudice, consentendogli di adeguare la pena all’effettiva colpevolezza dell’imputato. Egli, tuttavia, non affrontò direttamente il tema della tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale; la spinosa materia finì così per essere affidata a un “Testo unico” di Polizia, cui il giurista assicurò però la copertura d’una base teorica e strumenti efficaci quanto pericolosi. Egli, infatti, non solo introdusse un nuovo reato – il vilipendio delle istituzioni costituzionali e legislative – ma previde anche l’incitamento all’odio di classe e l’apologia di reato, crimini applicati a «chiunque pubblicamente fa apologia di un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza della legge, ovvero incita all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità». La definizione volutamente vaga e indeterminata del reato consentiva a forza pubblica e magistrati di colpire agevolmente i movimenti sociali e la dissidenza politica ogni qualvolta lo sfruttamento capitalistico produceva dissenso e proteste.
Uno Stato deciso a non dare risposte positive al crescente malessere delle classi subalterne, poteva infine colpire agevolmente le nascenti organizzazioni dei lavoratori, criminalizzando il dissenso in virtù di norme vaghe, contenitori vuoti, pronti ad accogliere le “narrazioni” strumentali di forze dell’ordine che non distinguevano tra generico malcontento e pratica sovversiva. Indeterminatezza, crisi e natura emergenziale della regola – un’emergenza non di rado costruita ad arte e più spesso figlia legittima della reazione allo sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, opposta alla giustizia sociale grazie ad apparati normativi che consentivano di adattare gli strumenti repressivi alle necessità delle classi dominanti.
Giunto al potere, il fascismo inizialmente si limitò a rendere inattive molte delle norme introdotte da Zanardelli, ma nel 1930 varò il nuovo codice firmato da Alfredo Rocco e destinato a sopravvivere al regime. Con la nascita della repubblica, infatti, si pensò inizialmente di tornare a Zanardelli, poi, in nome di una perniciosa continuità dello Stato, si volle confermare quello fascista, certamente più autoritario, ma “tecnicamente” più moderno. Eliminate le sue disposizioni più liberticide, si andò avanti così, in attesa di un nuovo codice che non s’è mai scritto. Se oggi Cancellieri, guarda caso, “tecnico” come Rocco, può tornare al reato di “devastazione e saccheggio”, si capisce il perché: la repubblica antifascista ha confermato l’apparato normativo fascista. Il problema di fondo, tuttavia, non è solo nel codice. Ci sono, infatti, “caratteri permanenti”, che attraversano trasversalmente le età della nostra storia e riguardano la natura classista dello Stato nato dal cosiddetto Risorgimento, le logiche di potere che tutelano l’ordine costituito e il salvacondotto che storicamente consente e assolve a priori condotte che non sono “deviate”, come si vorrebbe far credere, ma generate dalla indeterminatezza di norme consapevolmente discrezionali e consapevolmente madri di gravi abusi. Un meccanismo che procede su due linee parallele e complementari, un filo rosso che non si spezza nemmeno quando mutano le fasi della vicenda storica, e impedisce cambiamenti radicali anche quando di passa dalla monarchia alla repubblica e dalla dittatura alla democrazia. Un filo rosso che non ha soluzione di continuità: liberale, fascista o repubblicana, sul terreno dell’ordine pubblico l’Italia ha una identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso indiscriminato, intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica; dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a forze dell’ordine e magistratura. E’ una sorta di “stato di polizia invisibile”, di “Cile dormiente”, che il potere ridesta appena una contingenza economica negativa fa sì che per il capitale la mediazione e le regole della democrazia siano merci costose che non trova mercato. Su questo sfondo vanno inserite sia l’esplosione programmata di più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida nelle piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si inseriscono l’indifferenza complice verso la tortura, la morte per “polizia” e ogni più efferata violenza: l’innocente muratore Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Bresci sparito, Anteo Zamboni, linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini che consente il ripristino della pena di morte, e via via, fino ai nostri giorni, Cucchi, Aldovandi, Uva e i tanti morti di polizia.
Non si tratta di età della storia. Se a Napoli Crispi nel 1894, per sciogliere il partito socialista, fa affidamento sull’esperienza del prefetto per imbastire un processo che non lasci scampo – e il processo truccato va in porto –  la repubblica fa di peggio: cancella la verità col segreto di Stato. Sempre e in ogni tempo la vaghezza e la discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. A soggiorno obbligato in età liberale ti spedisce la polizia, il confino negli anni del fascismo è un provvedimento di polizia e alla discrezione delle forze dell’ordine sono affidati in piena repubblica il fermo, la decisione di sparare in piazza; il “Daspo” che la Cancellieri e Maroni, due ministri dell’Interno, vorrebbero estendere oggi ai manifestanti, è un provvedimento amministrativo. Quale sia il criterio vero che regola qui da noi il rapporto tra legalità, tribunali e dissenso è scritto in numeri che non riguardano solo l’età liberale o fascista, ma anche e soprattutto quella repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contarono da tre a sei manifestanti uccisi, nelle piazze italiane la polizia fece sessantacinque vittime. E non si chiuse lì: nove furono poi i morti nel 1960, due caddero ad Avola nel 1968 e via, senza soluzione di continuità. Nel 1968, quando una legge poté deciderlo, l’Italia scoprì che con la repubblica si erano avuti quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie che facevano invidia ai persecutori in camicia nera. E non era finita: di lì a poco, l’ennesima emergenza – il cosiddetto terrorismo – consentì la legge Reale, i morti dei quali la polizia di Stato non è stata mai chiamata a render conto e barbare leggi speciali che dovevano essere eccezionali e sono lì a dimostrare che qui da noi di eccezionale c’è stata probabilmente solo la parentesi democratica nata con la Resistenza.
Così stando le cose, non fa meraviglia se un’auto incendiata può costare a un ragazzo fino a otto anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un giovane inerme, si fa pochi mesi di prigione, esce, rimane in divisa e trova persino la vergognosa solidarietà dei colleghi. Pochi mesi sembrano infatti troppi a questi galantuomini che, dal loro punto di vista, hanno addirittura ragione: per una volta s’è rotto un patto scellerato. Lo Stato non ha garantito al suo fedele “servitore” il tradizionale diritto di uccidere a discrezione e impunemente.

Approfondimenti utili
Francia, amnistia per fatti commessi in occasione di movimenti sociali attività sindacali e rivendicative
Dopo le pesanti condanne per devastazione e saccheggio confermate dalla cassazione torniamo a parlare di amnistia (un libro per riflettere: politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità d’Italia ad oggi)
Movimento 5 stelle, non basta appoggiare la lotta no tav dovete battervi anche per l’amnistia in favore dei reati contestati durante le lotte sociali e la difesa dei territori
Stéphan Gacon, L’Amnistie, Seuil, Paris 2002, pp. 424
L’Amnistia Togliatti, Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2006, pp. 392
Une histoire politique de l’amnistie a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, pp. 263
Per l’amnistia e contro la tortura