Due pesi e due misure

Esilio e castido (due), rubrica contro le estradizioni

Ci sono due argomenti fondamentali che vengono agitati davanti all’opinione pubblica per giustificare le richieste di estradizione dei rifugiati italiani in Francia: accertare finalmente la verità e far cessare l’impunità.
Sul primo punto si potrebbe facilmente obiettare che la verità è sancita nelle sentenze passate in giudicato, perché se così non fosse allora quelle condanne sarebbero infondate e le domande di estradizione illegittime. Quanto all’impunità va detto che è relativa poiché in molti casi larghe porzioni di pena sono già state già scontate con lunghe detenzioni cautelari, circostanza che si omette troppo spesso.
Questa rivendicazione di verità e impunità crea un’asimmetria evidente con altre vicende, per esempio le torture praticate sugli arrestati per fatti di lottarmata, alcune riconosciute anche dalla giustizia, vedi sentenza di Perugia del 2013 sul waterboarding praticato da Nicola Ciocia nei confronti del tipografo delle Brigate rosse romane Enrico Triaca.
Nel caso delle torture non c’è mai stata alcuna ricostruzione giudiziaria dei fatti e permane una manifesta impunità penale, dovuta anche alle prescrizioni intervenute nel frattempo (il reato di tortura nemmeno esisteva) che invece suscitano scandalo quando intervengono per i rifugiati. Due pesi e due misure.

Moretti infiltrato? Una leggenda nera fabbricata a tavolino da Sergio Flamigni

Arrestato a Milano il 4 aprile del 1981, dopo una trappola tesa in realtà ad Enrico Fenzi da un ex detenuto divenuto informatore della polizia, Mario Moretti, 75 anni compiuti il 16 gennaio 2021, ha raggiunto il suo quarantesimo anno di esecuzione pena. E’ l’unico membro del nucleo storico e del comitato esecutivo delle Brigate rosse ad essere ancora in carcere, in regime di semilibertà, misura ottenuta nel 1997 e che ha visto in questi anni chiusure, riaperture, restrizioni.
Una circostanza che da sola dovrebbe fare giustizia dell’accusa che da più parti gli viene mossa di essere stato un infiltrato all’interno delle Brigate rosse. Nel corso dei decenni trascorsi è stata costruita sulla sua persona una leggenda nera che lo rappresenta come una figura ambigua, un doppiogiochista che ha operato per conto di imprecisati Servizi segreti la cui nazionalità, o campo di appartenenza, varia di volta in volta secondo le opinioni e gli schieramenti dei suoi accusatori. Nonostante la presenza di una ricca pubblicistica e filmografia che lo rappresenta in questo modo, prove anche minime di queste affermazioni non ne esistono. Ma in questi casi non servono, basta il brusio di fondo, il gioco di specchi e di echi reciproci dove il rimbalzo delle parole dell’uno e dell’altro diventa fonte del vero. Una macchina del fango a cui basta inchiodare la persona al sospetto, all’illazione, alla congettura.

Le diffamazioni del «Mega»
A puntare il dito contro di lui, trasformando la dialettica politica, la diversità di punti vista sul modo di fare la lotta armata in attacchi alla purezza e integrità politica personale, sono stati all’inizio due suoi ex compagni. Alberto Franceschini e Giorgio Semeria, membri del nucleo storico delle Br, con grande disinvoltura gli attribuirono la responsabilità dei loro arresti chiedendo agli altri membri dell’Esecutivo esterno di aprire un’inchiesta nei suoi confronti. Indagine che venne svolta con molta discrezione da Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, i quali coinvolsero Rocco Micaletto e Raffaele Fiore1. L’accurata verifica appurò l’infondatezza dei sospetti. I due dirigenti reggiani delle Br risposero che nulla di irregolare era emerso sulla condotta di Moretti. Ma la cosa non finì lì, il sospetto, divenuto un rovello ossessivo fino a sfociare in un delirio paranoico, lavorò nella testa di Franceschini e Semeria: durante la stagione delle torture e dei pestaggi praticati dalle forze di polizia sui militanti appena catturati, i due decretarono la caccia ai «traditori» ai quali erano state estorte dichiarazioni con l’uso della forza. In un clima di caccia alle streghe, dove le divergenze d’opinione, una diversa linea politica, il mancato allineamento alle tesi del «Mega», soprannome con cui Franceschini amava farsi chiamare con deferenza nelle carceri speciali, veniva immediatamente tacciata di «resa» al nemico, «tradimento» e «infamità», un piano inclinato che portò Semeria a macchiarsi dell’omicidio di Giorgio Soldati. 
Proveniente da Prima Linea, gruppo ormai in dissoluzione, il 12 novembre 1981 Soldati venne catturato insieme a Nando Della Corte all’interno della stazione centrale di Milano dopo un conflitto a fuoco nel quale trovò la morte un poliziotto. I due stavano allacciando rapporti con il Partito Guerriglia, formazione distaccatasi dalle Br e che dal carcere Franceschini e Semeria avevano sponsorizzato per sabotare la gestione politica delle Br incarnata proprio da Moretti. In questura, dopo un interrogatorio violento, Della Corte cominciò a collaborare, mentre a Soldati vennero estorte solo delle dichiarazioni. Giunto nel carcere di Cuneo, Franceschini e Semeria lo processarono. Abbagliati da un’allucinatoria fuga dalla realtà ritenevano che le ammissioni rese non erano parole estorte con la forza ma la prova di una resa politica, un segno di imborghesimento, un tradimento della causa.

L’arrivo del bugiardo di Stato
Terminati gli anni del furore purificatorio e clamorosamente sconfitta, tra pentimenti e torture, l’esperienza del Partito Guerriglia su cui avevano scommesso tutte le loro carte, Franceschini e Semeria si avviarono sulla strada della dissociazione. Questa nuova postura tuttavia non ha modificato il loro male di vivere, l’impasto di risentimento e frustrazione che li ha spinti, nel più classico dei transfert, ad esportare sugli altri responsabilità e fallimenti personali. Ne approfittarono per acquisire vantaggi premiali in cambio di una narrazione della loro esperienza militante subordinata agli interessi di apparati politici che fuori dal carcere li accolsero a braccia aperte. Alle abituali sentenze di morte sostituirono l’arma raffinata della diffamazione che trovava nel senatore Sergio Flamigni (Pci-Pds e successivi) un abile divulgatore. Più volte membro delle diverse commissioni parlamentari che hanno indagato sulla vicenda Moro, Il suo volume, La sfinge delle Brigate rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti, scritto per le edizioni Kaos nel 2004, raccoglie, rielabora e amplifica sotto forma di biografia nera le congetture di Franceschini contro Moretti. Quella di Flamigni è un’ossessione dichiarata, un «fatto personale», come scrive in appendice al suo volume, ma anche redditizia sul piano della notorietà e della carriera politico-parlamentare, con relativi benefit annessi. Pierluigi Zuffada, un brigatista della prima ora, formatosi all’interno della Sit-Siemens, spiega così il ritorno all’ovile di Franceschini: «Grazie al Pci di allora ha trovato una collocazione sociale e lavorativa in seguito alla sua dissociazione. Ma per portare acqua al suo mulino, Franceschini sa bene che doveva dare qualcosa in più. E il “qualcosa in più” fa parte proprio della sua personalità: lui si considerava il più intelligente e … il più furbo, proprio così. E conoscendo i suoi polli, sapendo che la sola dissociazione non era poi la carta definitiva da giocare, ecco che trova la via maestra da percorrere tutta, insieme a Flamigni e soci: grazie alla veste politica e culturale del “redento”, inizia a suggerire argomenti che sicuramente avrebbero fatto presa nei suoi interlocutori, a rafforzare cioè la ricerca e di chi sta dietro alle “sedicenti”, o “cosidette” Brigate Rosse. La risposta per Franceschini è semplice: ma sicuramente Moretti. Poiché è difficile sostenere che Moretti sia al servizio del Kgb o della Cia, Franceschini insistere su una presunta ambiguità del “capo”, lasciando poi ai suoi interlocutori/padroni il compito di ricamarci a dovere, cosa di cui sono veramente abili»2.

Il percorso politico-sindacale di Moretti
Nato a porto San Giorgio nelle Marche, orfano minorenne di padre in una famiglia con altri tre figli e una madre in difficoltà per crescerli, Moretti frequenta un convitto di salesiani a Fermo dove termina gli studi per raggiungere Milano grazie all’interessamento della marchesa Casati, sollecitata da una sua zia che aveva una portineria in un palazzo milanese della nobildonna. Questa vita di provincia è dipinta da Flamigni con toni foschi, Moretti viene descritto come un predestinato, un giovane «di destra» cresciuto in un «humus clericale» che dovrà infiltrare la sinistra (sic!), solo perché arriva alla politica e alla militanza rivoluzionaria a 22 anni, nella Milano del 1968-69, come tanti suoi coetanei. Anche il passaggio all’università Cattolica, l’unica che consentiva in quegli anni di frequentare corsi serali ad uno studente lavoratore come Moretti, che con il suo stipendio sostiene l’anziana madre e i tre fratelli, diviene la prova della sua ambiguità culturale, anche se in quella università con l’occupazione del novembre 1967 si manifestò uno degli eventi anticipatori della rivolta del 1968. In quella stessa università fece i suoi studi anche Nilde Jotti, ma a quanto pare per lei la regola di Flamigni non vale. Nemmeno la formazione politico-sindacale all’interno della Sit-Siemens, azienda che impiegava alla catena di montaggio tecnici diplomati come il giovane Moretti, placa il pregiudizio di Flamigni3. Anche il ruolo d’avanguardia nelle lotte all’interno della fabbrica, insieme a Gaio Di Silvestro e Ivano Prati, e che porta alla nascita del Gruppo di studio impiegati, contemporaneo alla formazione del primo Cub Pirelli, che poi si trasformerà nel Gruppo di studio operai-impiegati, «esperimento – racconterà lo stesso Moretti – di organizzazione autonoma dei lavoratori in fabbrica, tra il sindacato e la politica, tra la critica al modo di produzione capitalistico e il sogno di una progettualità democratica, rivoluzionaria»4, è per Flamigni motivo di maldicenza, ottusa dimostrazione della inadeguatezza culturale di un funzionario del Pci di fronte a quel che avveniva nelle fabbriche di quegli anni.


Gli arresti di Pinerolo
Ispirato dalle accuse di Franceschini, Flamigni rincara la dose attribuendo a Moretti responsabilità dirette nel primo arresto di Curcio e dello stesso Franceschini 5. Ma a smentire i due sono le stesse parole di Curcio e quelle di Pierluigi Zuffada. Alberto Franceschini sa perfettamente di essere il primo responsabile della propria cattura. Non doveva trovarsi a Pinerolo con Curcio e Moretti nemmeno sapeva della sua presenza all’appuntamento con “Frate Mitra”, glielo dirà Mara Cagol dopo il disperato tentativo di intercettare i due lungo la strada per Pinerolo. I tre si erano visti a Parma il sabato 7 settembre 1974, dove c’era un appartamento in cui si tenevano gli incontri del «Nazionale». Era definita così, in quella fase in cui non esisteva ancora un Esecutivo formalizzato, la sede di coordinamento tra le varie colonne. A Milano operava Moretti, a Torino Margherita Cagol e Curcio, Franceschini era sceso a Roma con altri membri del gruppo, Bonavita e Pelli. Terminata la riunione nel tardo pomeriggio, Moretti rientra a Milano. Sa che Curcio il giorno successivo dovrà rivedere per la terza volta Girotto a Pinerolo. Lo raggiungerà direttamente da Parma dove resterà a dormire mentre Franceschini sarebbe rientrato a Roma. In realtà, mutando i programmi stabiliti, Franceschini non va a Roma ma accompagna Curcio a Torino. I due poi la domenica partono per Pinerolo. Il venerdì sera era arrivata una telefonata ad Enrico Levati, un medico del gruppo di Borgomanero, vicino Novara, che aveva contatti periferici con le Br. Nella telefonata un anonimo diceva che la domenica successiva Renato Curcio sarebbe stato arrestato all’appuntamento con Girotto. Levati raggiunse Milano ma ebbe grosse difficoltà per riuscire a trovare il contatto giusto negli ambienti delle fabbriche milanesi e far pervenire l’informazione. Quando questa arrivò alle Br, Moretti aveva già lasciato Milano per Parma. Al suo rientro trovò ad attenderlo con la notizia Attilio Casaletti, membro della colonna milanese. Sicuro di trovare ancora Curcio, Moretti fece ritorno a Parma dove arrivò intorno alle 22 insieme a Casaletti, ma non trovò nessuno nella base. A questo punto, racconta Curcio, «Moretti tenta di rintracciarmi nella mia casa di Torino, dove era venuto una volta, ma non ricorda l’indirizzo e neppure sa come fare ad arrivarci. Allora prova a ripescare Margherita, che doveva trovarsi in un’altra casa, ma anche lei era appena partita per non so dove. Come ultima possibilità convoca, in piena notte di sabato, un gruppo di compagni di Milano e gli dice di creare dei “posti di blocco” sulle strade tra Torino e Pinerolo»6. Tentativo che Moretti racconta in questo modo: «andiamo sulla strada per Pinerolo, separandoci sui due percorsi che portano a quella cittadina, e ci mettiamo nel bordo sperando che Curcio ci noti mentre passa»7. Zuffada aggiunge altri dettagli: «i compagni partano per l’Astigiano per avvisare Mara, che conosce l’abitazione di Renato, ma non la trovano. Pensano che sia a Torino a casa di Renato, per cui da lì vanno a Torino per cercarli, sperando che un contatto del luogo potesse conoscere l’abitazione di Renato. Non trovano il contatto, e in quel momento Mario e i due compagni prendono una decisione folle, anche perché era arrivata la mattina: vanno sul luogo dell’appuntamento a Pinerolo nella speranza di avvisare Renato prima dell’incontro con Girotto, rischiando di cadere anch’essi nella trappola. Pensavano che ad accompagnarlo fosse Mara, non certo che Franceschini fosse presente all’appuntamento. Si accorgono di una situazione strana, nel senso che il luogo pullula di agenti in borghese. La trappola era già scattata, i compagni riescono a svignarsela»8. Conclude Curcio, «Moretti non sapeva che non avevo viaggiato sulle strade statali, ma su strade bianche e percorsi miei che non rivelavo a nessuno. Dunque tutti i tentativi di raggiungermi vanno a vuoto»9.
Zuffada e Moretti, smentendo Flamigni, sostengono che sulla figura di Girotto, a parte Curcio, ci fosse nel gruppo una perplessità generale, in particolare della Cagol. Secondo i piani di Curcio, l’ex frate avrebbe dovuto essere inserito nel fronte logistico in costituzione. Diffidenza rimasta anche dopo il secondo incontro a cui partecipò lo stesso Moretti (presidiato da un folto gruppo di brigatisti che controllavano la zona in armi, dissuadendo così le forze di Dalla Chiesa dall’intervenire). L’arruolamento programmato di Girotto derogava una regola ferrea, spiegherà successivamente Moretti: «nelle Br si arriva dopo una militanza nel movimento, sperimentata e verificata. Per Girotto non poteva essere così. Decidemmo almeno di essere rigidissimi sulla compartimentazione. Stabilimmo che avrebbe lavorato solo con Curcio in una struttura periferica, alla cascina Spiotta»10. Sulle successive recriminazioni di Franceschini, Zuffada fornisce alcune chiavi di lettura interessanti: «A partire dalla liberazione di Renato [nel carcere di Casale Monferrato, Ndr], Franceschini ha iniziato a imputare a Mario di non essere andato a liberarlo: la sua “visione” su Moretti è stata rafforzata dall’aver preferito Renato a lui. Non poteva prendersela con Mara, conoscendo bene come era fatta: lei non gliela avrebbe mai fatta passare. Si può dire che Franceschini abbia tratto un vantaggio dalla morte di Mara, nel senso che si è trovato un testimone in meno per contrastare la sua versione»11. Sul valore delle recriminazioni di Franceschini contro Moretti per la sua mancata evasione, Lauro Azzolini fornisce ulteriori dettagli: «Dopo la liberazione di Renato non è vero che l’Organizzazione non provò a liberare il Franceschini, anzi. Avvenne nel vecchio carcere di Cuneo; Franceschini lì era recluso e sapeva che l’Organizzazione aveva stabilito con lui la sua liberazione in altra modalità di quella di Casale. Pronto il nucleo, con Mara, e lui che pur armato fa tali errori da venire bloccato prima dell’intervento esterno. Col rischio di far pure catturare i compagni che erano pronti a “portarlo a casa”»12.

Il secondo arresto di Curcio, la trappola contro Semeria e il delatore interno alla colonna veneta
Alcuni documenti recentemente desecretati e la testimonianza del giudice Carlo Mastelloni hanno permesso di ricostruire i retroscena che portarono al secondo arresto di Curcio nella base di via Maderno a Milano, il 18 gennaio del 1976, insieme a Nadia Mantovani, all’arresto nella stessa operazione di Angelo Basone, Vincenzo Guagliardo e di Silvia Rossi, moglie di quest’ultimo che però era estranea al gruppo. Le stesse fonti hanno permesso di ricostruire anche il nome di chi portò alla trappola tesa a Giorgio Semeria due mesi dopo, il 22 marzo 1976, sulla pensilina del rapido Venezia-Torino nella stazione centrale di Milano. Semeria provò a scendere dal treno ancora in movimento ma venne catturato e colpito al torace dal brigadiere Atzori quando era già stato immobilizzato. Il tentativo di omicidio nei suoi confronti spinse Semeria, allora responsabile del logistico nella colonna milanese, a ritenere che lo si volesse uccidere per coprire l’infiltrato che lo aveva venduto. In carcere, rimuginando insieme a Franceschini sulle circostanze dell’arresto, non trovò di meglio che indirizzare i sospetti contro Moretti, con il quale avrebbe dovuto incontrarsi il giorno successivo, chiedendo all’esecutivo di indagare su di lui. Accuse riprese da Flamigni nella sua monografia dedicata a Moretti13. Il delatore era, in realtà, un operaio veneto presente nella colonna fin dai suoi inizi e che lo aveva accompagnato alla stazione di Mestre, dove Semeria si era recato per rimettere in piedi la struttura locale. Secondo quanto riferito dal giudice Carlo Mastelloni nel suo libro Cuore di Stato, Semeria una volta in carcere fu avvertito dei sospetti che pesavano sull’operaio: due militanti veneti, Galati e Fasoli, che stavano per uscire dal carcere per scadenza dei termini di custodia cautelare, gli chiesero «di poter fare gli accertamenti del caso e colpire il presunto traditore». Semeria si oppose convinto che semmai l’operaio avesse avuto un ruolo, questi faceva parte di una rete di infiltrati che faceva capo a Moretti14. L’operaio venne arrestato da Mastelloni nel corso delle indagini sulla colonna veneta, «Ricordo – scrive Mastelloni – che qualche giorno dopo si precipitò nel mio ufficio per ottenere informazioni il colonnello Bottallo, capocentro a Padova del Sismi, già appartenente al vecchio Sid». Subito dopo questo intervento l’uomo venne rimesso in libertà15. 
In un appunto del generale Paolo Scriccia, consulente della Commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, si può leggere che l’11 maggio 1993, nel corso di un esame testimoniale condotto dai pubblici ministeri romani Ionta e Salvi, il generale Nicolò Bozzo, collaboratore per il centro-nord del generale Dalla Chiesa, rivelò il nome di questo confidente: «ho notizia di un altro infiltrato nelle Brigate rosse e specificatamente di questo Tovo Maurizio che portò alla cattura di Curcio nel 1976 unitamente a Semeria Giorgio, Nadia Mantovani e Basone Angelo». Sempre nello stesso appunto troviamo un’altra testimonianza resa in commissione Stragi, il 21 gennaio del 1998, dove il generale Bozzo precisa: «noi abbiamo avuto un infiltrato, un certo Tovo Maurizio di Padova, nel 1975/1976. Questo Tovo Maurizio, Tovo o Lovo – io non l’ho mai visto e non ricordo bene – era una fonte del centro Sid di Padova. Il Sid, nella persona del generale Romeo. […] Seguendo questo soggetto siamo arrivati alla Mantovani, seguendo la Mantovani siamo arrivati al covo di via Maderno numero 10 [5 Ndr], dove la sera del 18 gennaio 1976 c’è stata un’irruzione, un conflitto a fuoco. Ferito Curcio e ferito gravemente il vicebrigadiere Prati. Sono stati catturati in due, Curcio e Mantovani. Da allora sono cessati gli infiltrati»16. In altri documenti dell’Aise, citati da Scriccia, si legge che l’infiltrato era indicato come fonte «Frillo». 
Nel l’ottobre 1990, sempre il generale Bozzo aveva rivelato in un altro interrogatorio che per quanto riguarda il Nord, i Carabinieri avevano avuto nel corso di tutta la loro attività di contrasto alle Brigate rosse, «solo tre infiltrati, tutti interni o fiancheggiatori, nessuno dei quali militare». Questi erano: «Silvano Girotto, nonché altri due, uno di Padova e uno della zona di Torino, i cui nomi sono noti ai magistrati che si interessarono delle relative vicende». Fonti – aggiunge Bozzo – che hanno collaborato «nell’anno 1974 (Girotto), nell’anno 1975/76 (quello di Padova) e nel 1979/80 (quello di Torino)». In realtà a Girotto non venne dato il tempo di infiltrarsi ma fu impiegato unicamente come esca. Dell’infiltrato torinese, parla invece il giudice Mastelloni nel suo libro: si trattava anche qui di un operaio della Fiat proveniente dal Pci che nel dicembre 1980 fece arrestare Nadia Ponti e Vincenzo Guagliardo, tornati a Torino per riorganizzare la colonna distrutta dalla collaborazione di Peci con i carabinieri di Dalla Chiesa. Contattato dalla staff di Dalla Chiesa – scrive Mastelloni – «l’uomo si accordò con i militari dietro promessa di un forte compenso economico per consegnare i due militanti clandestini, puntualmente bloccati all’interno di un bar del centro»17.

Note
1.
Testimonianza di Lauro Azzolini all’autore in data 12 aprile 2021, «Dopo le insistenze da parte di alcuni che erano incarcerati di porre attenzione al compagno Mario, anche Micaletto venne coinvolto, insieme ad altro compagno che ritenevamo di provata sicurezza, Fiore. In quei mesi Mario mostrò tutto il suo altruismo e solidarietà di comunista partecipando attivamente alle necessità della Organizzazione, come, in prima persona nel combattimento, col rischio della propria vita, per porre in salvo e cure a compagni feriti…e non solo. Per cui dopo mesi di “freno delle attività” dovute a tale voluta depistante inchiesta alla quale dammo risultanze concrete, riprendemmo a porre in essere il percorso strategico di costruzione offensiva della Organizzazione».
2.
Pierluigi Zuffada, Le bugie di Alberto Franceschini, https://insorgenze.net/2020/08/03/le-bugie-di-alberto-franceschini/, 3 agosto 2020.
3. Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate rosse, Kaos 2004, pp. 7-32.
4. Mario Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, prima edizione Anabasi p. 7.
5. Sergio Flamigni, Idem, pp. 138-142.
6. Renato Curcio, A viso aperto, Mondadori 1993, p. 103-104.
7. M. Moretti, Idem, p. 76.
8. Pierluigi Zuffada, Idem, 3 agosto 2020.
9. R. Curcio, Idem, p. 104.
10. M. Moretti, Idem, p. 73-74.
11. Pierluigi Zuffada, Idem, 3 agosto 2020: «La liberazione è stata decisa dall’Esecutivo dell’organizzazione all’interno di un programma per la liberazione dei compagni dalle galere. L’inchiesta ha portato a scegliere il carcere di Casale Monferrato come primo obiettivo, e tale scelta è stata imposta dalle allora capacità operative dell’Organizzazione, soprattutto dall’inesperienza nell’assaltare un carcere. Nella decisione di scegliere Casale hanno pesato soprattutto le argomentazioni di “Mara” Cagol. In contemporanea era stata fatta un’inchiesta sul carcere di Saluzzo, dove Franceschini era recluso, e addirittura in seguito al suo trasferimento a Pianosa, Moretti ha portato avanti inchieste per pianificare un’evasione da Pianosa. Da notare che Franceschini si è fatto beccare sul tetto di quel carcere durante una ricognizione per scappare, vanificando di fatto tutto il progetto di fuga. Se non ricordo male, né lui, né i suoi compagni di cella sono mai stati incriminati per tentata evasione, o danneggiamento delle sbarre della finestra. Ma ritornando a Casale, nella fase di pianificazione dell’azione sono stati evidenziati errori “tecnici”, per il superamento di uno di questi io sono stato chiamato da Mario Moretti: una volta corretto, ho insistito per parteciparvi attivamente, e in seguito processato e condannato».
12. Testimonianza di Lauro Azzolini all’autore in data 12 aprile 2021 che aggiunge: «Chi ha combattuto e vissuto con Mario non ha dubbi alcuno. Per quanto riguarda la Storia della Organizzazione Br e le “rotture che ha subito”, non essendo stato io in accordo con tali posizioni date, penso che il Franceschini abbia dato un forte apporto perché ciò succedesse»
13. Sergio Flamigni, Idem, 162-164.
14. Carlo Mastelloni, Cuore di Stato, Mondadori 2017, p. 223.
15. Ibidem, p. 223.
16. CM Moro 2, Doc 799/3 del 2 novembre 2016, Appunto del generale Paolo Scriccia, declassificato il 2 febbraio 2018.
17. Carlo Mastelloni, Idem, pp. 103-104.
5

La lettera del giudice Guido Salvini a Insorgenze, «non credo al complotto nel rapimento Moro, ma non tutto è chiaro»

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Il dottor Guido Salvini, attualmente Gip presso il tribunale di Milano mi ha inviato questa lettera. Autore quando era giudice istruttore della nuova inchiesta sulla strage di Piazza Fontana (Milano 1969), che ha finalmente individuato gli autori dell’attentato, e un’altra indagine sulla strage di piazza della Loggia (Brescia 1974). Esperto di quel complesso mondo di relazioni e intrecci tra destra, ordinovista e avanguardista, e apparati dello Stato, ha condotto inchieste anche sul fronte opposto: l’omicidio del militante di estrema destra Sergio Ramelli, 1975, da parte del servizio d’ordine di Avanguardia operaia e sui fatti di via De Amicis a Milano nel 1977, che portarono all’uccisone dell’agente Antonio Custra.  Il dottor Salvini contesta il giudizio negativo da noi espresso nel corso di una intervista (leggi qui) sulla sua attività di consulente della seconda commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni. Pubblico il suo testo accompagnato da una mia replica ringraziando il giudice Salvini per l’attenzione mostrata

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Vi scrive Guido Salvini giudice del Tribunale di Milano. Ho letto la vostra intervista a Matteo Antonio Albanese autore del libro Tondini di ferro e bossoli di piombo. Ho trovato interessanti le riflessioni sui rapporti tormentati che vi furono tra il Pci e il mondo delle Brigate rosse ai suoi inizi e sull’intuizione da parte di queste ultime del fenomeno della globalizzazione. In una domanda posta dall’intervistatore mi sono però attribuite, anche in modo inutilmente sgarbato, opinioni sul sequestro Moro che non ho mai avuto e che non ho mai espresso e che al più possono essere proprie di qualche parlamentare componente della seconda Commissione Moro per la quale ho lavorato in completa autonomia come consulente. Infatti non ho mai pensato né scritto, come è facile verificare, che il sequestro Moro sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60- ‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose. Queste sono opinioni di altri che l’articolo non cita

Credo tuttavia che soprattutto negli ultimi giorni del sequestro vi siano state in entrambe le parti, lo Stato e le Brigate Rosse, incertezze e imbarazzi su come affrontare la possibile liberazione dell’ostaggio da un lato e come portare a termine l’operazione dall’altro e che questa situazione, in cui i due attori dovevano necessariamente compiere scelte di interesse e forse auspicate anche da realtà esterne al sequestro, abbia in entrambi provocato in alcuni passaggi un’amputazione della narrazione di quanto avvenuto. Mi riferisco, ad esempio, per quanto riguarda lo Stato, all’incertezza se fare di tutto perché Moro fosse recuperato vivo e alla contemporanea assillante ricerca dei memoriali dello statista giudicati pericolosi per gli equilibri dell’epoca. Per quanto concerne le Brigate Rosse mi riferisco alle non convincenti versioni in merito al luogo o ai luoghi ove l’ostaggio fu tenuto prigioniero e alle modalità con le quali, mentre erano ancora in corso contatti ed iniziative, ha trascorso le ultime ore e con le quali è stato ucciso. Su questi passaggi vi sono probabilmente ancora alcune verità e forse il ruolo di alcune persone da proteggere. Spero di essermi spiegato in queste poche righe e forse la lettura del libro potrà spingermi a tornare in modo più ampio sull’argomento sul mio sito guido.salvini.it

Vi ringrazio per l’attenzione.
cordialità
Guido Salvini

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Dott. Salvini,
Registro con favore il giudizio anticomplottista da lei espresso sul sequestro Moro, cito le sue parole: «il sequestro Moro non sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60-‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose».

La mia valutazione negativa del suo lavoro di consulente nella commissione Moro 2 era tuttavia fondata sull’analisi delle sue attività: escussioni di testimoni, indagini perlustrative, proposte di piste da indagare che manifestavano un consolidato pregiudizio dietrologico. Mi riferisco all’endorsement del libro di un personaggio imbarazzante come Paolo Cucchiarelli (20 giugno 2016, n. prot. 2060 e 682/1), nel quale si individuavano almeno 4 spunti di indagine da seguire, tra cui le dichiarazioni di un pentito della ‘ndrangheta Fonti, anche lui replicante di fake news, come la presenza di Moro nell’angusto monolocale di via Gradoli in una fase del sequestro (circostanza smentita dalle evidenze genetiche delle analisi sulla tracce di Dna, condotta dalla stessa commissione), oppure su un presunto ruolo di Giustino De Vuono in via Fani e nella esecuzione del presidente del consiglio nazionale della Dc. O ancora l’articolo fiction dello scrittore Pietro De Donato apparso nel novembre 1978 su Penthause, rivista glamour notoriamente specializzata sul tema. E ancora la richiesta di sentire, protocollo 519/1, il collaboratore di giustizia, sempre della ‘ndrangheta, Stefano Carmine Serpa che nulla mai aveva detto sulle Brigate rosse e il rapimento Moro, ma in una deposizione del 2010 aveva riferito dei rapporti tra il generale dei Cc Delfino e Antonio Nirta, altro affiliato alle cosche ‘ndranghestite. L’ulteriore sostegno ai testi (28 dic 2018, prot. 2497 – e 844/1) di Mario Josè Cerenghino, autore di libri in coppia con Giovanni Fasanella, la cui ossessione complottista non ha bisogno di presentazioni, o ancora di Rocco Turi, autore di una storia segreta del Pci, dai partigiani al caso Moro, sostenitore di una tesi dietrologica diametralmente opposta alla precedente, che intravede nelle Repubblica popolare cecoslovacca una funzione promotrice dell’attività delle Brigate rosse, fino fantasticare l’addestramento in campi dell’Europa orientale dei militanti Br. Potrei continuare, ma non serve.

Nella seconda parte della lettera, contradicendo quanto affermato all’inizio, solleva nuovi dubbi sugli ultimi momenti del sequestro. Convengo con lei che da parte dello Stato, ed in modo particolare delle due maggiori forze politiche protagoniste della linea della fermezza, Democrazia cristiana e Partito comunista, vi siano ancora moltissime cose da scoprire sulla decisione ostinata e sui comportamenti messi in campo per evitare, fino a sabotare, qualsiasi iniziativa di mediazione e negoziato in favore della liberazione dell’ostaggio. Mi riferisco, per esempio, all’impegno preso e non mantenuto dal senatore Fanfani di intervenire il 7 maggio 1978, con un messaggio di apertura all’interno di una dichiarazione pubblica. 
Ritengo che da parte brigatista i dubbi da lei espressi non trovino fondamento. Cosa c’è di poco chiaro e non trasparente nella telefonata del 30 aprile realizzata da Mario Moretti alla famiglia Moro? Consapevole della necessità di uscire dal vicolo cieco in cui si era infilata la vicenda, il responsabile dell’esecutivo brigatista tentò una mediazione finale che ridimensionava le precedenti rivendicazioni, la liberazione di uno o più prigionieri politici, e chiedeva un semplice segnale di apertura, che nella trattativa che sarebbe seguita dopo la sospensione della sentenza poteva vertere nel miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri. Perché questo aspetto continua ad essere evitato, sottovalutato e poco studiato, avvalorando contorte ipotesi di trattative parallele, somme di denaro o altro, rifiutate in principio dalle Br? Forse perché la responsabilità di chi si è sottratto a tutto ciò non è ancora politicamente sostenibile?
Ed ancora, sull’ipotesi dello spostamento dell’ostaggio, la invito a studiare tutti i sequestri, politici o a scopo di finanziamento, realizzati dalle Brigate rosse. Mi dica se c’è un solo caso dove l’ostaggio viene traslocato durante la prigionia? Approntare una base-prigione è cosa molto complessa e se non si comprende qual era il modo di approntare la logistica nelle Br si può cadere in facili giochi di fantasia.
Infine, tra i temi che la commissione ha rifiutato di affrontare c’è quello della tortura, verità indicibile di questo Paese. Un commissario aveva presentato un’articolata richiesta di approfondimento della vicenda di Enrico Triaca, il tipografo di via Pio Foà arrestato e torturato il 17 maggio 1978, una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Moro, con una lista di testimoni da ascoltare, tra cui Nicola Ciocia, il funzionario dell’Ucigos soprannominato “dottor De Tormentis”, esperto in waterboarding. Sorprende che lei non se ne sia interessato sollecitando spunti d’inchiesta, audizioni o proponendo materiali e sentenze della magistratura presenti sulla questione? Dottor Salvini, ha perso davvero una grande occasione.
Cordialmente, Paolo Persichetti

Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc ?

Anche le democrazie torturano. Nel maggio 1978 la nazionale di calcio italiana era in Argentina dove stava completando la preparazione in vista del campionato del mondo che sarebbe cominciato il mese successivo, vinto alla fine dai padroni di casa. Due anni prima, nel marzo 1976, un golpe fascista aveva portato al potere una giunta militare ma nonostante ciò i mondiali di calcio si tennero lo stesso. Furono una bella vetrina per i golpisti mentre i militanti di sinistra sparivano, desaparecidos; prima torturati nelle caserme o nelle scuole militari, poi gettati dagli aerei nell’Oceano durante i viaggi della morte, attaccati a delle travi di ferro che li trascinavano giù negli abissi. Intanto i neonati delle militanti uccise erano rapiti e adottati dalle famiglie degli ufficiali del regime dittatoriale.
Nel resto dell’America Latina imperversava il piano Condor orchestrato dalla Cia per dare sostegno alle dittature militari che spuntavano un po’ ovunque nel cortile di casa di Washington. Cinque anni prima, l’11 settembre del 1973, era stata la volta del golpe fascio-liberale in Cile, dove gli stadi si erano trasformati in lager.
In Italia l’opposizione sfilava solo nelle strade. In parlamento da un paio di anni si era ridotta a frazioni centesimali di punto a causa di un fenomeno politico che gli studiosi hanno ribattezzato col termine di “consociativismo”’: ovvero la propensione a costruire larghe alleanze consensualistiche, trasversali e trasformiste, che annullano gli opposti e mettono in soffitta alternanze e alternative. Il 90% delle leggi erano approvate con voto unanime nelle commissioni senza passare per le aule parlamentari. Il consociativismo di quel periodo aveva un nome ben preciso: “compromesso storico”. Necessità ineludibile, secondo il segretario del Pci dell’epoca Enrico Berlinguer, per scongiurare il rischio di derive golpiste anche in Italia.
Dopo un primo “governo della non sfiducia”, in carica tra il 1976-77, mentre la Cgil imprimeva con il congresso dell’Eur una svolta fortemente moderata favorevole politica dei sacrifici e il Pci, sempre con Berlinguer, assumeva l’austerità come nuovo orizzonte politico, improntata ad una visione monacale e moralista dell’impegno politico e del ruolo che le classi lavoratrici dovevano svolgere nella società per dare prova della loro vocazione alla guida del Paese, nel marzo 1978, il giorno stesso del rapimento Moro, nasceva il “governo di solidarietà nazionale”, col voto favorevole di maggioranza e opposizione.
Oltre al calcio e alla folta schiera di oriundi cosa poteva mai avvicinare una strana democrazia senza alternanza, come quella italiana, ad una dittatura latinoamericana come quella argentina?
La risposta sta in una parola sola: le torture. La repubblica italiana torturava gli oppositori, definiti e trattati come terroristi

 

Paolo Persichetti
Il Garantista 10 dicembre 2014

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

Con un’accelerazione sui tempi, prima che la nuova maggioranza repubblicana in senato potesse bloccare tutto, l’amministrazione Obama ha deciso di rendere noto un rapporto, preparato dalla Commissione di controllo dei servizi segreti del senato Usa che descrive l’uso delle torture impiegate durante gli interrogatori dei prigionieri catturati dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e sospettati di appartenere ad al Quaeda. Pratica a cui mise fine Obama nel 2009. A distanza di nemmeno cinque anni dalla conclusione di quei fatti si possono conoscere le varie tecniche di tortura utilizzate (in buona parte già note), in particolare l’uso del waterboarding (l’annegamento simulato), i luoghi impiegati, le prigioni segrete fuori dal territorio nazionale, gli agenti che le praticarono, l’intero apparato messo in piedi, la filiera di comando.
In Italia, al contrario, dopo oltre 30 anni dalle torture inferte contro persone accusate d’appartenere a gruppi della sinistra armata, domina il buio pesto appena squarciato da una sentenza della corte d’appello di Perugia che un anno fa ha riconosciuto l’esistenza di un apparato parallelo del ministero dell’Interno, attivo tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, guidato da un funzionario di nome Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, specializzato nell’estorcere informazioni con la tortura durante gli interrogatori.
Il 2 ottobre scorso hanno preso avvio i lavori della nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro. Da allora sono stati ascoltati una serie di responsabili istituzionali e magistrati (Copasir, Interni, Difesa), l’ex presidente della precedente commissione Giovanni Pellegrino, uno dei suoi membri passati più influenti, Sergio Flamigni. I lavori della commissione sin qui svolti non sembrano di grande interesse storico. Vengono seguite piste già battute in passato, circostanze ultranote, sulla falsa riga di un vetusto teorema dietrologico. I commissari mostrano di essere privi di qualsiasi volontà di rinnovamento, di curiosità, totalmente disattenti alle acquisizioni storiche più recenti.
Non stupisce dunque che non vi sia alcuna volontà di fare chiarezza sulla vicenda delle torture che pure si intreccia strettamente con le indagini condotte durante il caso Moro.
C’è un’immagine che lega la vicenda delle torture, in particolare quelle esercitate contro Enrico Triaca, noto alle cronache come il “tipografo delle Br”, arrestato il 17 magio 1978, con il ritrovamento di Moro e le dimissioni di Cossiga. Nella foto che ritrae Cossiga davanti alla Renault 4 rossa, dove giace il corpo senza vita di Moro, c’è anche Nicola Ciocia (alle spalle del ministro dell’Interno), il funzionario che torturò Triaca pochi giorni dopo, come racconta lui stesso in un libro scritto da Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”, Sperling & Kupfer 2011. Ed è ancora Ciocia a rivelare di aver scortato Cossiga, subito dopo il ritrovamento del corpo del presidente della Democrazia cristiana, nella chiesa del Gesù.
Enrico Triaca denunciò di essere stato torturato mentre era nelle mani della polizia perché rendesse dichiarazioni accusatorie. Il ministro dell’Interno Cossiga si era dimesso da cinque giorni, l’interim del Viminale rimase nelle mani del presidente del consiglio Andreotti fino al 13 giugno successivo, quando si insediò Virginio Rognoni, che lasciò il posto solo nel 1983 gestendo l’intera stagione delle torture.
Dagli uffici della Digos, dove era stato condotto dopo l’arresto, Triaca fu portato nella caserma di Castro Pretorio. Qui venne a parlargli un funzionario che si presentò come un suo compaesano (Triaca è di origini pugliesi e Ciocia anche), quindi fu prelevato da una squadra di uomini travisati che lo incappucciarono e lo trasportarono in una sede ignota. Nel corso del tragitto iniziarono le minacce mentre i suoi sequestratori scarrellavano le armi. Arrivato a destinazione fu violentemente pestato ed alla fine sottoposto alla tortura dell’acqua e sale che produce una sensazione di annegamento.
Ricondotto in questura, di fronte al magistrato denunciò le torture subite ma per rappresaglia venne a sua volta incriminato per calunnia dall’allora procuratore capo di Roma Achille Gallucci.
Nel corso del processo tenutosi nel novembre successivo Triaca fu condannato ad un anno e quattro mesi di carcere per calunnia. Pena che si aggiunse a quella per appartenenza alle Brigate rosse e in un primo momento anche per il sequestro Moro. Verdetto ribadito in appello e poi in cassazione. Nel corso del processo, oltre all’allora capo della Digos romana, Domenico Spinella, sfilarono poliziotti che successivamente hanno fatto molta carriera, da Carlo De Stefano che condusse l’iniziale perquisizione nella tipografia di via Pio Foà, arrivato a dirigere la Polizia di prevenzione (denominazione assunta dall’Ucigos), poi nominato prefetto e sottosegretario agli Interni durante il governo Monti, a Michele Finocchi, promosso capo di gabinetto del Sisde, praticamente il numero due sotto la gestione di Malpica e coinvolto nello scandalo dei fondi neri per questo latitante in Svizzera dove venne successivamente arrestato dal Ros dei carabinieri. Il ruolo di Finocchi è centrale nella gestione dell’interrogatorio violento di Triaca poiché è lui che raccoglie i due fogli della “deposizione” estorta, di cui uno mai controfirmato.
Non ci sono solo poliziotti ad interrogare Triaca, arrivò anche l’allora giudice istruttore Ferdinando Imposimato, che delle torture non si curò minimamente omettendo di fare luce su tutte le circostanze che seguirono l’arresto.
Chi ordinò a Ciocia di intervenire? E chi disse ancora a Ciocia che era meglio fermarsi, perché un solo caso di tortura poteva restare coperto ma di fronte a più casi non sarebbe stato possibile?
E chi, 4 anni dopo, all’inizio del 1982, durante il governo Spadolini, nel pieno del sequestro del generale americano Dozier, decise invece che torturare in massa era possibile garantendo il massimo di copertura all’apparato speciale che fece il lavoro sporco?
Domande alle quali una commissione di indagine parlamentare – che sostiene di voler cercare la verità – dovrebbe avere il coraggio di fornire delle risposte, ma che a quanto pare non è in grado nemmeno di formulare.
La commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, e animata da Gero Grassi, più che porre nuove domande, domande scomode, sembra privilegiare risposte già confezionate, prigioniere dello schema complottista.
E’ proprio questo il punto, lì dove non c’è trasparenza alligna la dietrologia, inevitabilmente si rincorrere il gioco delle ombre, si coltiva il mito dell’occulto fino a scambiare lo scandaglio dei fatti, l’affondo verso la radice delle cose, con la ricerca di un supposto lato nascosto, invisibile.
La coltre fumogena della dietrologia è un ottimo espediente per evitare imbarazzanti domande su quello che è stato l’unico vero grande mistero mai affrontato sugli anni della lotta armata: l’impiego delle torture di Stato.

Per saperne di più
Le torture degli altri di Francesco Romeo
Le torture della repubblica
Gli anni spezzati dalla tortura di Stato

Le torture ai brigatisti raccontate da Luigi Bisignani

luigi-bisignani-uomo-sussurra-potenti-acquista-libro-online-sconto-scarica-download-pdf1Chi è Luigi Bisignani? I magistrati che lo hanno arrestato qualche tempo fa per poi concedergli i domiciliari, lo hanno descritto come un «soggetto più che inserito in tutti gli ambienti istituzionali e con forti collegamenti con i servizi di sicurezza». Uno che sa o che lascia credere di sapere, che del posseso di informazioni riservate ha fatto il suo mestiere.
Coinvolto in un’inchiesta sul mondo delle lobby, condotta dai pm napoletani Francesco Curcio e Henry John Woodcock, Bisignani si è visto contestare l’appartenenza ad un’associazione per delinquere finalizzata alla gestione di notizie riservate, appalti e nomine, in un misto, secondo l’accusa, di dossier e ricatti, anche attraverso interferenze su organi costituzionali realizzate manovrando un sistema informativo parallelo.
Trovare una definizione esatta per collocarlo è difficile: faccendiere, lobbista, uomo d’affari, addentro al mondo dell’informazione e dei servizi, capace di far circolare e orientare notizie, a suo tempo iscritto alla loggia P2, insomma un uomo di relazioni, punto di raccordo tra ambienti diversi, sempre capace di far valere i suoi rapporti influenti, la ricca agenda e la quantità di informazioni riservate in suo possesso. Un evergreen del potere discreto, che non agisce in prima fila ma dietro le quinte del palcoscenico.
In un libro-intervista, L’uomo che sussurra ai potenti, appena apparso per Chiarelettere, rispondendo alle domande del giornalista Paolo Madron, Bisignani si diverte a raccontare retroscena, piccoli segreti, gossip, lo fa con ironia, schizza ritratti velenosi di personaggi della finanza, della politica, della chiesa, della magistratura (tra i più gustosi), dei Servizi segreti, dei media, in altri casi è servile, appare un magiordomo del potere, ogni tanto rivela qualche verità. Tra queste, in una paginetta e mezza racconta delle torture condotte nel 1982 dalla squadra del professor De Tormentis, ovvero quel Nicola Ciocia che i lettori assidui di questo blog conoscono molto bene. Se un frequentatore del potere come Bisignani sapeva, quanti altri come lui sapevano?
Eccovi l’estratto, buona lettura

Bisigna 1Bisigna 2bisPer saperne di più
Chi è “Tormentis”?

Il processo di Perugia
Non erano calunnie, il tribunale di perugia riapre il processo sulle torture contro le Br
Il processo alle torture si farà. La corte d’appello di Perugia accoglie la richiesta Enrico Triaca, il tipografo delle Br sottoposto a waterboarding dal poliziotto dell’Ucigos Nicola Ciocia
A Perugia il processo alle torture di Stato di militant blog.org
Dalle torture a Bilderberg, l’ambigua posizione dell’ex magistrato Ferdinando Imposimato
Processo alle torture, il professor De Tormentis chiamato a testimoniare. Il prossimo 18 giugno la decisione della magistratura
Il brigatista torturato chiede la revisione del processo. Vuole sapere tutto sulla squadra speciale guidata da Nicola Ciocia che praticava il waterboarding
Enrico Triaca denunciò le torture ma fu condannato per calunnia. In un libro il torturatore Nicola Ciocia-alias De Tormentis rivela “Era tutto vero”. Parte la richiesta di revisione
Condannato per calunnia dopo aver denunciato le torture, Triaca chiede la revisione del-processo

Per approfondire la storia delle torture
Le torture della repubblica

“Nei secoli fedele”, il docu-film sulla morte di Giuseppe Uva

Nel film “Nei secoli fedele – Il caso di Giuseppe Uva” (di Adriano Chiarelli, regia di Francesco Menghini. Produzione Soulcrime), si racconta la morte violenta di Giuseppe Uva, un quarantaduenne di Varese deceduto in seguito a un brutale arresto. Dopo aver trascorso tre ore in una caserma dell’Arma, in balia di otto tra poliziotti e carabinieri, Giuseppe Uva viene trasportato in ospedale in condizioni critiche.
Nel volgere della notte l’uomo troverà la morte, le cui cause tuttavia restano tutte da chiarire. L’unico processo celebrato finora ha riguardato l’ipotesi di decesso per colpe mediche, ma è stato dimostrato – con sentenza di primo grado – che i medici che hanno tenuto in cura Uva dopo l’arresto non hanno alcuna colpa.
Dopo un supplemento di perizia, sempre disposto dal giudice, è stato scientificamente provato che le cause del decesso coincidono con un complesso di fattori esterni che hanno scatenato un collasso cardiaco: stato di ebbrezza, stress emotivo, lesioni. Chi lo ha ridotto così?
Allo stato attuale nessun nuovo processo è in corso, ma il giudice estensore della sentenza ha disposto ulteriori indagini sull’arco di tempo che la vittima ha trascorso in caserma e sulle reali cause di morte.
In quelle ore è racchiusa la verità.

Da Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, da Aldo Bianzino a Giuseppe Uva, la lunga lista dei morti ammazzati dalle forze dell’ordine dopo brutali pestaggi

Paolo Persichetti
Liberazione 21 marzo 2010

E’ stato rincorso e poi picchiato prima di essere caricato su una macchina delle forze dell’ordine. Giunto in caserma è stato pestato di nuovo. Un testimone racconta di un lasso di tempo lunghissimo nel quale si sentivano distintamente le urla del malcapitato provenire da un’altra stanza. Stiamo parlando del fermo di Giuseppe Uva morto il 14 giugno 2008 dopo le percosse subite in una stazione dei carabinieri e il ricovero coatto in una struttura psichiatrica. La vicenda è stata resa nota ieri da Luigi Manconi dopo che l’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha seguito il caso di Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, ha assunto il patrocinio legale a nome della famiglia. Giuseppe Uva aveva 43 anni e la sera del fermo aveva fatto le ore piccole. Alle tre di notte forse era un po’ brillo mentre si aggirava per le strade di Varese a fare “bischerate”, come in Amici miei. Ricordate il film di Mario Monicelli, girato nel 1975, dove cinque amici ormai cinquantenni si divertono a organizzare scherzi goliardici in giro per la città? Una delle ultime pellicole della commedia all’italiana dove si descriveva un paese ancora in grado di ridere di sé. Una risata piena e disperata, consapevole di una condizione umana ormai persa in un mondo senza grandi prospettive. Le «zingarate» dell’allegra brigata erano una fuga per non morire di tristezza. Un tentativo d’annegare la disillusione in un riso intriso di malinconia. In quell’Italia lì si poteva finire in caserma o in carcere per tante ragioni, spesso politiche, ma non ancora per ridere. Non erano tempi terribili e cupi come quelli dell’Italia attuale, dove un ragazzo che rientra da un concerto, com’è accaduto a Federico Aldovrandi, viene fermato sul ciglio del marciapiede di una strada di Ferrara e massacrato da alcuni poliziotti. Dove un artigiano mite che lavorava il legno come Aldo Bianzino, uno che viveva nel suo casolare umbro senza dare disturbo a nessuno, viene arrestato perché nel suo orto crescevano delle piante di marijuana che consumava solo per sé. Portato in carcere lo ritroveranno morto in cella. L’autopsia segnalerà la presenza di traumi interni, lacerazioni del fegato e degli altri organi dell’addome, manifesta conseguenza di percosse subite. A Riccardo Asman non è andata meglio. Affetto da problemi psichiatrici, mostra segni di forte euforia spogliandosi e tirando petardi dalla finestra di casa, da dove fuoriesce anche musica ad alto volume. L’intervento del 113 finisce in tragedia. L’uomo muore soffocato con le caviglie legate da fil di ferro, le pareti dell’abitazione sporche di sangue e il corpo devastato da brutali percosse praticate con oggetti contundenti. Stefano Cucchi invece è morto disidratato, segnalano i referti, nell’indifferenza e l’incuria di un ospedale penitenziario. Il suo corpo era martoriato da lesioni, fratture ed ematomi. Traumi subiti dopo il suo fermo mentre era nelle mani di chi doveva assicurarne la custodia.
Giuseppe Uva pare avesse spostato delle transenne in mezzo alla via. Non aveva commesso reati, al massimo una violazione al codice della strada. Per questa bischerata è morto. Il suo decesso ricorda quello di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico di Castelnuovo Cilento anche lui fermato per futili motivi e condotto nell’ospedale di Vallo della Lucania dove è deceduto durante un Tso. L’autopsia ha rivelato la presenza di un edema polmonare. Mastrogiovanni era rimasto legato per giorni su un letto di contenzione, lacci ai polsi, contro ogni regola. Qualcosa del genere è accaduta anche a Giuseppe Casu, l’ambulante cagliaritano fermato e poi ricoverato a forza perché non voleva lasciare la sua bancarella vicino al municipio. Sette giorni di letto di contenzione, farmaci somministrati contemporaneamente e in dosi elevate l’hanno ucciso. Queste morti hanno tutte un filo comune: colpiscono piccoli consumatori di droghe, persone con disagi psichiatrici o individui percepiti dalla comunità come “diversi”, troppo originali. Insomma segnalano un problema d’intolleranza e disprezzo verso popolazioni stigmatizzate, fasce considerate immeritevoli di rispetto e diritti. Sollevano poi l’irrisolto problema degli apparati di polizia pervasi da culture sopraffattrici, specchio di un’epoca dove la spoliticizzazione ha aumentato a dismisura il grado di violenza che pervade i rapporti sociali. Infine sollevano un paradosso: una legalità eretta a tabù che si rovescia nel suo esatto contrario.

Link
Quelle zone d’eccezione dove la vita perde valore
Violenza di Stato? Non suona nuova

Per saperne di più sul caso Uva
Caso Giuseppe Uva: dopo tre anni finalmente la superperizia
Morte di Uva, la telefonata che accusa i carabinieri
Perché Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto?
Le sevizie contro Giuseppe Uva: parla il legale Fabio Anselmo
La vendetta dei carabinieri contro Giuseppe Uva: “Il racconto choc dell’amico”

Il filo che lega le torture contro le Brigate rosse alle violenze poliziesche di Genova 2001

Dalla brigatista torturata nel 1982 alla guida della questura di Genova subito dopo il G8 da dove denunciò i giornalisti per gli articoli sul massacro alla Diaz, fino agli affari con i dittatori africani: tutte le ombre nascoste nel passato di Fioriolli

Carlo Bonini
La Repubblica 9 Gennaio 2013 (Vai alla fonte)

fioriolli_oscarROMA — Al centro della vicenda napoletana balla un prefetto in pensione la cui storia, da sola, racconta la linea d’ombra di un pezzo della storia recente della polizia Italiana. E che ha il suo incipit nel gennaio 1982. Oscar Fioriolli, classe 1947, trentino di Riva del Garda, poliziotto formato nei reparti Celere, è nelle squadre speciali dell’Antiterrorismo. Le Br-Pcc hanno sequestrato il generale americano James Lee Dozier, vicecomandante delle Forze terrestri alleate per il sud Europa. E il Viminale ha deciso che nella caccia all’ostaggio sia arrivato il momento di mettere in un canto la Costituzione. Salvatore Genova, in quei giorni funzionario della Digos di Verona, è testimone dell’interrogatorio di Elisabetta Arcangeli, arrestata come sospetta fiancheggiatrice delle Br e ritenuta possibile chiave per arrivare al covo in cui è prigioniero l’alto ufficiale. Racconta Salvatore Genova nell’aprile dello scorso anno all’Espresso: «Separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia (il compagno della Arcangeli ndr.) e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna (…) Carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale».

Di quel peccato originale, Fioriolli non vorrà mai parlare. Ma su quel peccato originale costruisce una carriera. Non ha modi né bruschi, né grevi da sbirro. Piuttosto le stimmate, la forma mentis, di quella polizia politica. Ama le belle cose e mischiarsi tra la gente che conta. Tra l’87 e il ’97, dirige la Digos di Genova, e il suo primo incarico da questore (1997) è ad Agrigento. Dove resta due anni prima della rotazione a Modena (1999-2001) e Palermo, dove resta però solo pochi mesi. Il G8 di Genova lo riporta nell’agosto 2001 nella sua città, dove è rotolata la sola testa del questore Francesco Colucci. Fioriolli è nella massima considerazione di Gianni De Gennaro, allora capo della polizia, e la sua biografia combacia come un calco con l’urgenza che, in quel momento, ha il Viminale. A Fioriolli non va spiegato quello che deve fare. E la sua prima mossa è una denuncia in Procura contro la stampa genovese accusata di “calunniare” la polizia nelle sue ricostruzioni sui fatti della Diaz. La seconda, la melina che impedisce la compiuta identificazione della “macedonia” di polizia che ha fatto irruzione nella scuola. La questura di Genova, del resto, è roba sua. A cominciare dalla Digos e dal suo dirigente Spartaco Mortola. Che come lui è nella cerchia di amici di un faccendiere siriano, tale Fouzi Hadj. Un tipo ricercato per bancarotta, da cui Fioriolli riceve un prestito di 50 mila euro e che fa balenare opachi affari in materia di sicurezza con la dittatura della Guinea Conakry.

Nel gennaio 2005, Fioriolli è a Napoli, nella questura che è stata fino a poco tempo prima di Izzo e terremotata dall’inchiesta della Procura sui fatti della caserma Raniero (prova generale del G8 genovese). Sappiamo oggi come è andata. Gli ultimi anni sono a Roma, a capo della scuola di formazione per l’ordine pubblico e alle specialità. In tempo per la pensione. E per togliere il disturbo prima che cominci a grandinare.

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Processo verso la revisione per il tipografo br torturato

Nella richiesta di revisione del processo una lunga lista di nomi saliti negli anni successivi ai vertici del Viminale e dei Servizi segreti, oltre a Nicola Ciocia, al momento dei fatti funzionario Ucigos, individuato per le sue stesse ripetute rivelazioni come il capo della squadra speciale degli “acquaiuoli”, i cinque dell’Ave Maria, il cui referente era Umberto Improta, Domenico Spinella allora capo della digos, Michele Finocchi, poi al Sisde, Carlo De Stefano attuale sottosegreario agli Interni

Sara Menafra
Il Messaggero 12 dicembre 2012

triacaROMA Lui l’aveva raccontato già nel 1978. Il 17 maggio, subito dopo essere stato arrestato, Enrico Triaca, il tipografo delle Br titolare del negozio di via Pio Foà che stampava buona parte dei documenti dei terroristi, era stato torturato, anche con il waterboarding. Allora, però, nessuno gli aveva creduto e anzi sempre nel 1978 gli era arrivata una condanna per calunnia arrivata fino in Cassazione. Ora, però, le conferme a quella storia sono diventate talmente numerose che il suo avvocato, Francesco Romeo, ha deciso di chiedere la revisione del processo. Basandosi sulle ammissioni degli stessi torturatori di Triaca che di quella storia hanno parlato in libri e interviste.
La storia di quella notte di torture è il cuore dell’istanza depositata ieri: «Verso le 23.30 – si legge nel documento Triaca veniva fatto salire su un furgone, bendato, ed arrivato a destinazione (a lui ignota) veniva legato su un tavolaccio e una volta che gli era stato turato il naso gli si versava acqua in bocca insieme ad una polverina di cui non sapeva indicare il sapore; rimaneva legato per circa 30 minuti mentre le persone intorno a lui lo incitavano a parlare; dopo questo trattamento veniva riportato – sempre bendato – in questura e trasferito in una camera di sicurezza». Il giorno dopo, Triaca firmò una confessione, ma quando provò a parlare delle torture nessuno gli credette. Smentito tra l’altro da un agente del Sisde, Michele Finocchi, che disse di essergli stato accanto mentre decideva di confessare. La prima conferma del suo racconto è arrivata molto tempo dopo, nel 2007, quando il Secolo XIX ha intervistato il «professor De Tormentis». All’interno dell’Ucigos, tra il 1978 e il 1982 ci sarebbe stata una struttura deputata a praticare la tortura. A dirigerla era appunto il dottor De Tormentis, ovvero Nicola Ciocia, oggi 78enne. E’ stato lo stesso Ciocia a confermare che la struttura aveva sperimentato la tortura dell’acqua e sale su Enrico Triaca. Anzi agli avvocati di Triaca che l’hanno contattato, ha raccontato che «il waterboarding era il sistema più leggero»: «Ciocia spiegò anche che il suo gruppo era stato creato per volontà dell’Ucigos, i suoi superiori erano i vertici dell’Ucigos e da questi veniva incaricato di trattare le persone arrestate; delle azioni del suo gruppo erano informati il capo della Polizia ed il ministro dell’Interno dell’epoca».

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Condannato per calunnia dopo-aver-denunciato le torture, Triaca chiede la revisione del-processo
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Triaca: dopo la tortura l’inferno del carcere/ seconda parte
Che delusione professore! Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis


Enrico Triaca denunciò le torture subite ma venne condannato per calunnia. In un libro il torturatore (Nicola Ciocia, alias De Tormentis) rivela, «era tutto vero». Parte la richiesta di revisione

Ora nessuno potrà più girare la testa dall’altra parte. E’ stata depositata la richiesta di revisione contro la condanna per calunnia ricevuta da Enrico Triaca dopo la denuncia delle torture subite. Non poteva essere altrimenti dopo le rivelazioni fatte dal suo stesso torturatore, l’allora funzionario Ucigos Nicola Ciocia (soprannominato professor De Tormentis per la sua abilità con la tortura dell’acqua e sale), nel libro di Nicola Rao,  Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling&Kupfer 2011.
Da sottolineare come questa richiesta di revisione sia un atto mirato ad innescare un meccanismo che porti a fare degli ulteriori passi verso l’accertamento della verità sui fatti; non chiede condanne (i reati sono prescritti), al contrario esige che venga tolta l’unica condanna erogata (e scontata) in modo scandaloso contro Enrico Triaca


[…]

Nella hall di un albergo di Napoli un sabato pomeriggio, il 12 febbraio 2011. Accompagnato dalla sua signora, che ha preferito rimanere in disparte, il «professor de tormentis» (che, dopo essere stato nominato questore, abbandonò la polizia e oggi fa l’avvocato) ha deciso di affrontare la situazione, accettando di rispondere (anche se alla sua maniera) alle mie domande.

Prima di cominciare, gli ho chiesto se avesse nulla in contrario a che il colloquio fosse registrato, e lui ha acconsentito.

Il personaggio ha una sua dignità e un suo mondo. Nel suo esordio c’è tutto: «Io sono stato un combattente, perché quella contro le Brigate Rosse era una guerra. Una vera e propria guerra». E in guerra ogni mezzo è lecito per concluderla e vincerla.

Entro subito nel merito: «Quando è stato deciso di procedere al trattamento? Quando le è stata delegata la gestione di questa pratica? Quando ha cominciato a mettere su la sua squadra? Perché solo dopo il rapimento di un generale americano e non prima?»

Ecco la sua risposta: «Lo avevamo fatto anche prima… con Triaca [esponente delle Br arrestato subito dopo il delitto Moro, N.d.A.]. Comunque il trattamento è anche una cosa molto razionale. Non solo fisica. Nel senso che, se viene davanti a te una persona arrestata che tu, per l’esperienza che hai, ritieni uno che offende la tua intelligenza, perché nega l’evidenza e magari dice evidenti cazzate, non ha senso dirgli: ‘Scusi, è stato lei a commettere quel delitto?’ Così non si ottiene niente. Allora gli chiedi: ‘Ma perché vuoi offendere la mia intelligenza? Non si offende l’intelligenza di un rappresentante dello Stato’. E allora il… ehm… come dire… il contrasto, ecco, sì, il contrasto fra noi e loro entra nella fase… importante».

Nicola Ciocia è l’uomo di spalle, basso dinstatura e con la chiera

«De Tormentis» era l’eteronimo sotto il quale si nascondeva l’identità di Nicola Ciocia, il funzionario Ucigos (oggi denominata Polizia di prevenzione) a capo della speciale squadra addetta alle sevizie, in particolare alla tecnica del waterboarding, utilizzate per estorcere informazioni durante gli interrogatori contro i militanti, o supposti tali, arrestati con l’accusa di appartenere alle Brigate rosse.
In una intervista rilasciata al secolo XIX il 24 giugno 2007, sotto anonimato, “De Tormentis” raccontava di aver prestato servizio in polizia per quasi tre decenni, dove era entrato alla fine degli anni Cinquanta uscendone con il grado di questore per poi esercitare la professione di avvocato (un vero insulto alla categoria) presso il foro di Napoli.
Sempre “De Tormentis” aggiungeva di aver lavorato in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest’ultimo, nel 1963, prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile sia all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo per approdare dopo lo scioglimento dei nuclei antitetrrosismo di Santillo all’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali), dove ha coordinato i blitz più «riservati».
Nella stessa intervista riferiva di essere raffigurato in una delle foto simbolo scattate in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla “Renault 4″ dove si trovava il corpo senza vita di Moro

Per approfondire
Triaca: “De Tormentis mi ha torturato così
Triaca: dopo la tortura l’inferno del carcere/ seconda parte
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Enrico Triaca: “De Tormentis mi ha torturato così”

Avevo chiesto ad Enrico Triaca, se ne avesse avuto voglia, di raccontare in una intervista le torture subite dopo l’arresto, nel maggio 1978. Enrico mi ha fatto pervenire questa testimonianza scritta di suo pugno dove racconta i due volti della tortura: quella immediata, il supplizio sul corpo, e quella più lunga, sottile, interminabile, realizzata attraverso l’isolamento carcerario in condizioni di detenzioni bestiali. Entrambe finalizzate ad estorcere informazioni, spingere alla delazione, distruggere la sua identità politica e personale.
Il racconto è molto lungo per questo sono costretto a suddividerlo in due parti. Non voglio togliere altro spazio a parole che lasciano il segno, aggiungo solo una cosa: “De Tormentis” ha rivelato nel libro di Nicola Rao di essere stato il torturatore di Triaca. Enrico riferisce che questo funzionario di polizia che discuteva da pari a pari con il capo della Digos romana Spinella, dunque aveva un grado elevato, gli si presenta come «compaesano». Enrico Triaca è nato a San Severo, in provincia di Foggia. Il suo torturatore era dunque pugliese come lui. Si tratta di un ulteriore dettaglio che conferma l’identità di “De Tormentis”, nato a Bitonto, provincia di Bari, il 21 gennaio 1934 (segue)