Il dogma dell’infallibilità della magistratura: solo un terzo dei risarcimenti per ingiusta detenzione viene accolto

Dalla filosofia del diritto alla teologia giudiziaria. L’istituto del risarcimento per ingiusta detenzione è disatteso nella gran parte dei casi da una magistratura aggrappata al dogma della propria infallibilità

di Paolo Persichetti

Soltanto un terzo delle richieste di risarcimento per ingiusta detenzione trovano soddisfazione. E’ quanto emerge dagli ultimi dati forniti dall’Eurispes e dall’Unione delle camere penali italiane. Su una media di 2500 domande annuali (nel 2011 ne sono state presentate 2369) appena 800 vengono accolte. Il motivo è semplice e al tempo stesso sconcertante: l’Italia è l’unico paese in Europa dove l’istituto della riparazione per ingiusta detenzione è regolato da una clausola, inserita nel comma 1 dell’articolo 314 cpp, che esclude il risarcimento nei casi in cui il ricorrente «abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave».
Secondo la norma per avere diritto al risarcimento non è sufficiente avere dalla propria parte una sentenza d’assoluzione irrevocabile, secondo una delle formule previste dal codice: il fatto non sussiste, oppure non è stato commesso o non costituisce reato o non è previsto dalla legge come tale. Non basta nemmeno che la giustizia abbia riconosciuto l’illegittimità della misura cautelare.
Chi ha ingiustamente subito il carcere deve dimostrare di non aver tenuto un comportamento tale da aver tratto in inganno i magistrati con atteggiamenti omissivi o perché non si è avvalso delle funzioni difensive, che pure restano un diritto fondamentale della persona sottoposta a indagini o imputata, ma anche sotto il profilo delle proprie frequentazioni.
Ciò vuol dire che le sentenze assolutorie non sono valutate come tali ma sottoposte ad un nuovo processo che conduce ad esaminare e giudicare sotto il profilo morale la personalità di chi è stato assolto, introducendo un criterio discriminatorio che inanella una serie impressionante di violazioni: dal ne bis in idem, all’invenzione di una sorta di quarto grado di giudizio capace di resuscitare la colpa al di là di ogni assoluzione fino all’inversione dell’onere della prova.
Nel giugno scorso, la quinta sezione penale della corte d’appello di Milano ha rigettato l’istanza di risarcimento per ingiusta detenzione di una persona assolta in via definitiva dopo aver trascorso 6 anni nelle carceri speciali, sostenendo che «nessun diritto alla riparazione spetta a chi, frequentando terroristi, o comunque soggetti appartenenti all’antagonismo politico illegale, abbia colposamente creato l’apparenza di una situazione che non poteva procurare l’intervento dell’Autorità giudiziaria. Poco importa, ai fini che qui interessano, l’esito del giudizio penale. Occorre distinguere – prosegue il collegio – l’operazione logica compiuta dal giudice del processo penale da quella, diversa, del giudice della riparazione. La reciproca autonomia dei due giudizi comporta che una medesima condotta possa essere considerata, dal giudice della riparazione come contributo idoneo ad integrare la causa ostativa del riconoscimento del diritto alla riparazione e, dal giudice del processo penale, elemento non sufficiente ad affermare la responsabilità penale».
I magistrati hanno teorizzato un doppio criterio di giudizio: il primo sottoposto alle vigenti leggi processuali; il secondo che riabilita la colpa tipologica è non si cura degli effetti legali dell’assoluzione, che seppure elimina la colpa mantiene il sospetto e soprattutto conserva la responsabilità. Siamo di fronte ad un perenne “diritto del nemico” che trasforma in un accessorio a geometria variabile la presunzione d’innocenza recepita dall’art. 27 della costituzione.
Chi viene assolto per reati avvenuti in luoghi dove è presente la criminalità organizzata, diventa responsabile del fatto di aver frequentato contesti che brulicano di pregiudicati; chi è assolto da reati di eversione, se ha frequentato luoghi di conflitto, recepito culture antagoniste, anticonformiste e irregolari secondo la norma politico-morale dominante, è ritenuto responsabile di una corrività ambientale che ha indotto la coscienza del giudice a sbagliare. E’ una colpa di natura etico-morale quella che qui viene scovata e sanzionata con il mancato risarcimento.
Non sfugge che attraverso questo dogma dell’infallibilità assoluta del giudice, come fu per il concilio Vaticano I° che nel 1870 introdusse l’infallibilità ex cathedra del pontefice, si opera il passaggio dalla filosofia del diritto alla teologia giudiziaria. Un’arrogante pretesa che spiega l’errore ricorrendo all’alibi della “colpa apparente”, giustificata non da una cattiva valutazione degli elementi probabotori a carico o discarico ma dalla doppiezza e dall’ambiguità della persona sottoposta a indagine o giudizio, alla stregua del maligno che con le sue arti malefiche confonde e trae il mondo in inganno.
Sarebbe tempo di riportare la giustizia dalle sfere della santità celeste ad una più terrestre dimensione profana.

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2 thoughts on “Il dogma dell’infallibilità della magistratura: solo un terzo dei risarcimenti per ingiusta detenzione viene accolto

  1. Non c’è dubbio: è un’infamia e, però, di che meravigliarsi? In fondo andò così anche a migliaia di antifascisti. Gli anarchici, soprattutto, che dopo aver lottato contro la “legalità” fascista, si trovarono a fare i conti con quella repubblicana e furono perseguitati per tutta la vita come “individui pericolosi alla sicurezza dello Stato”. Si spiega così che uno come Pinelli, staffetta partigiana, finì “legalmente” in mano a quella schifezza d’uomo che rispondeva al nome di Marcello Guida, uno ch’era passato difilato dalla direzione della colonia fascista di Ventotene alla poltrona di questore a Milano. Cambiata la musica, il direttore d’orchestra era sempre lo stesso e i giudici fascisti passati nei ranghi della “repubblica democratica nata dalla Resistenza”, continuarono a fare indisturbati il loro sporco lavoro. Il fatto è che la legalità non solo non ha nulla a che vedere con una sia pur anemica giustizia, ma ne è la più assoluta negazione. La “teologia giudiziaria”, come la giustamente la definisci, sublima questa idea di legalità e non.solo spiega l’errore ricorrendo all’alibi della “colpa apparente” ma, quando occorre, rovescia il ragionamento e cancella la colpa in nome della “innocenza apparente”: Così, in una linea di impressionante continuità, grazie ai nostri solerti magistrati, il Guida di Ventotene è un “innocente” questore a Milano e il De Gennaro di Genova, è sottosegretario col “liberalissimo” Monti.

  2. mi ritrovo perfettamente in ciò che ha appena detto gennaro,portando ,oltre ad argomentazioni,fatti inoppugnabili accaduti storicamente.cas’altro aggiungere,sarebbe troppo lunga la lista,uno degli ultimi fatti,accaduti a cittadini che hanno avuto la sventura di trovarsi nelle loro mani,assassine,è cucchi,oppure, aldibrandi ragazzo di 18 anni massacrato di botte ,dopo essere stato fermato da 4 luridi sbirri che nonostante la condanna ,continuano a fare i poliziotti in servizio attivo.cosi tutti quelli che parteciparono,e gli altri che ordinarono,alla macelleria messicana del g.8 a genova.un compagno ha detto che il potere risiede nella canna del fucile.credo che ha ragione.

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