«Manca il reato», il gip Savio censura l’inchiesta di Albamonte contro Persichetti

Manca «una formulata incolpazione anche provvisoria», con queste parole il gip Valerio Savio ha liquidato l’inchiesta aperta dal pm Eugenio Albamonte nei miei confronti. Lo scorso 8 giugno la polizia di prevenzione, insieme a digos e polizia postale, col pretesto di cercare materiale riservato proveniente dalla Commissione parlamentare Moro 2, che ha chiuso i battenti nel febbraio del 2018 (leggi qui), aveva sottratto il mio intero archivio storico, le cartelle sanitarie e scolastiche dei miei figli e altro materiale privato della mia famiglia (leggi qui e qui e qui).
Da cinque mesi ormai il mio materiale d’archivio e tutti i miei strumenti di lavoro (telefonino, computer, tablet, pendrive e hard disk) sono trattenuti dalle forze di polizia senza un motivo giuridicamente valido.
Non è indicato con chiarezza alcun reato, afferma il gip in risposta alla richiesta di incidente probatorio che il mio avvocato, Francesco Romeo, aveva avanzato di fronte alle intenzioni del pm di avviare per proprio conto accertamenti tecnici non ripetibili sul materiale sequestrato senza garanzie giuridiche per la difesa, che avrebbe solo potuto assistere senza poter intervenire sulla scelta delle modalità di ricerca e analisi dell’enorme materiale portato via e che solo in minima parte riguardava l’oggetto della perquisizione. Per queste ragioni, l’avvocato Romeo aveva chiesto al gip di effettuare una valutazione «con forme e secondo modalità non lesive del diritto alla riservatezza ed alla privacy personale dell’indagato nonché della sua privacy familiare» e in forma «limitata ai soli dati e documenti informatici di interesse non relazione alle ipotesi di reato oggetto di contestazione da individuare tramite chiavi di ricerca costituite da parole chiave».
L’incidente probatorio non può essere ammesso – risponde il gip – poiché «in atto contestazione non ve n’è alcuna, neanche provvisoria», motivo che impedisce l’accertamento di un eventuale reato con dispendio di inutili energie e costi a carico dell’Erario.
Dopo la risposta del tribunale del riesame, del 2 luglio scorso, che aveva già dato un colpo importante all’inchiesta della procura romana, ritenendo assenti le condotte di reato specifiche ascrivibili ai capi di imputazione indicati dal pm, ovvero il 270 bis cp (l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico) e il favoreggiamento in realzione all’ipotesi di divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, e suggerendo a questi di ricorrere ad un più idonea ipotesi di reato, la violazione di segreto politico, 262 cp, il giudice per le indagini preliminari è andato ben oltre. Per il Gip nel fascicolo dell’accusa manca una contestazione chiara, «con un minimo di delineazione» dell’ipotesi di reato.
Tre anni di indagini estremamente invasive, per giunta ancora non concluse, condotte attraverso forzature continue, clonazione di telefonini, intercettazioni telefoniche a raffica, intercettazioni ambientali e pedinamenti, intercettazione del traffico di posta elettronica, costate migliaia di euro di soldi pubblici, sono pervenute alla impossibilità di formulare una contestazione chiara e definita. Questa è la surreale storia iniziata nel gennaio del 2019 da una grottesca indagine della digos di Milano conclusasi con un’archiviazione ma subito ripresa dalla procura romana. Una caccia ai fantasmi, una pesante intromissione nella libertà di ricerca storica e lavoro giornalistico.
Il 10 novembre prossimo la cassazione dovrà pronunciarsi sulla vicenda, intanto il mio archivio e i miei strumenti di lavoro restano sotto sequestro.

Chi sequestra un archivio, attacca la libertà di ricerca, l’appello firmato da ricercatori e cittadini contro l’inchiesta della procura di Roma e della polizia di prevenzione

L’appello lanciato da storici e ricercatori contro l’inchiesta condotta dal pm Eugenio Albamonte insieme alla Polizia di prevenzione nei miei confronti (leggi qui) ha superato le 600 firme. La raccolta continua e chi volesse ancora aderire lo può fare apponendo la propria firma nello spazio dedicato ai commenti o sui social.
Lo scorso 2 luglio il Tribunale del riesame rigettando la richiesta di dissequestro del mio archivio di materiali storici e della documentazione privata della mia famiglia ha corretto le imputazioni indicate dalla procura ritenendo più adeguata la contestazione dell’art. 262 cp, «Rivelazione di notizia di cui sia stata vietata la divulgazione», anziché l’art. 378 (favoreggiamento) e il 270 bis (associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordinamento costituzionale) – leggi qui.
Come in una sorta di caccia al tesoro, con la decisione del tribunale del riesame siamo ormai alla terzo tentativo di indicare un reato che, a quanto pare, magistrati ed inquirenti non sono ancora riusciti a trovare. Nel mese di dicembre 2020, infatti, l’indagine della Polizia di prevenzione ipotizzava la rivelazione del segreto d’ufficio, art. 326 cp, ipotesi investigativa poi lievitata nell’associazione sovversiva e nel favoreggiamento.
Nei giorni scorsi gli accertamenti tecnici non ripetibili disposti dal pubblico ministero, che si sarebbero dovuti tenere sul materiale sequestrato, sono stati sospesi a seguito della richiesta di incidente probatorio davanti al Gip avanzata dal mio avvocato, Francesco Romeo. L’incidente probatorio offre infatti maggiori garanzie processuali introducendo una figura terza, ovvero il Giudice per le indagini preliminari che sul piano formale riequilibra il ruolo della procura, fino ad ora dominus di ogni atto all’interno dell’inchiesta. Questa scelta processuale allunga i tempi, ma non vi era altra scelta davanti all’atteggiamento della Procura che ha persino mancato di notificare all’avvocato il provvedimento che autorizzava la riconsegna dell’archivio amministrativo della mia famiglia e quello medico e scolastico dei miei figli. Il Gip esaminerà le carte dopo la pausa estiva.

La procura di Roma ha accusato il collega Paolo Persichetti di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Con un incredibile e ingiustificato spiegamento di forze (una pattuglia della Digos e altri agenti appartenenti alla Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, e della Polizia postale) è stata eseguita la perquisizione del domicilio di Persichetti (durata 8 ore) con contestuale sequestro di telefoni cellulari e di ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage). La polizia ha anche esaminato quantità di libri e portato via materiale archivistico raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca.
L’accusa è di divulgazione di «materiale riservato». Il materiale sequestrato riguarda documenti raccolti da anni in diversi archivi pubblici e quindi previa autorizzazione ed accordo degli stessi per l’accesso), e, secondo la procura della Repubblica, si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi: associazione sovversiva con finalità di terrorismo (ex art. 270 bis c. p.) e favoreggiamento (ex art. 378 c. p.) e il 270 bis. I reati ascritti avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015.
Più in generale e più incredibilmente, sempre secondo la procura, da 5 anni sarebbe attiva in Italia un’organizzazione sovversiva di cui però non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, soprattutto, perché senza di quelle il 270 bis non potrebbe configurarsi). È legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente per consentire un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi e intimidatori (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.
Cosa in realtà abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco rimane un mistero. Ci verrebbe però da dire che non ci interessa saperlo. È fin troppo facile, infatti, giocare sulla biografia di Paolo Persichetti, coinvolto nella stagione della violenza politica in Italia e che per questa ha «saldato i conti con la giustizia» ed oggi è un ricercatore affermato che ha collaborato e collabora con diverse testate giornalistiche oltrechè autore, insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena, del volume : “Brigate Rosse: dalle fabbriche alla “Campagna di primavera”, presso la casa editrice DeriveApprodi.

Qui, però, non si tratta di personalizzare una causa, né di santificare nessuno, bensì di fare un passo in avanti e cogliere la grave portata generale di questo evento.
Questa vicenda è solo l’ultima di una serie che dimostra l’attacco alla libertà della ricerca storica (e non solo): basti pensare alla proposta di legge che vorrebbe introdurre il reato di negazionismo sulla questione delle Foibe, contro la quale diversi studiosi e molte associazioni si stanno esprimendo da diversi mesi. Ancora, è necessario ricordare le minacce allo storico Eric Gobetti, autore di un libro sempre sulle Foibe o l’incredibile vicenda della ricercatrice Roberta Chiroli, prima condannata e poi fortunatamente assolta per aver redatto una tesi sul movimento No-TAV.
Sugli anni ‘70 (e, aggiungiamo, su qualsiasi altro periodo “scomodo”), si può e si deve fare ricerca storica: si tratta di un importante periodo della nostra storia nazionale che va approcciato senza complessi e preconcetti, bensì con i molteplici strumenti che le discipline delle scienze storiche e sociali ci forniscono e con le svariate fonti (documentali, audiovisive, orali) che si hanno a disposizione, tanto negli archivi quanto nella società.

È venuto il momento di chiudere una “tradizione”, dominante nel discorso pubblico e politico, che considera quel periodo, ormai vecchio di 50 anni, come un tabù, intoccabile e innominabile, oppure narrabile solo secondo la vulgata mainstream.
Per questo, il sequestro di materiale d’archivio assume un carattere di enorme gravità.
Lo assume sempre, ma lo assume in particolare in questo caso.
Ad oggi, un collega ricercatore non ha più il suo archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso i seguenti istituti:

·       l’Archivio centrale dello Stato;

·       l’Archivio storico del Senato;

·       la Biblioteca della Camera dei deputati;

·       la Biblioteca si storia moderna e contemporanea;

·       l’Emeroteca di Stato;

·       l’Archivio della Corte d’Appello di Roma

A ciò va aggiunta la personale raccolta di documenti reperiti presso fonti aperte, portali on line istituzionali, testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi biografici, e appunti, schemi, note e materiali con i quali stava preparando libri e progetti di ricerca, anche insieme ad altri studiosi e studiose.
Ripercorrete la lista: sono gli archivi che tanti e tante di noi conoscono e attorno ai quali gravitano.  Sono gli archivi presso i quali tante volte ci siamo incontrati e sui quali sono basati tanti libri che abbiamo nelle nostre biblioteche, soprattutto dopo le varie declassificazioni portate avanti negli ultimi anni, al netto dei tanti limiti del caso.
Cosa dobbiamo fare adesso? Cosa dovremmo fare?
Portare in salvo i nostri archivi, sperando che non ci vengano confiscati? 
Cambiare specialità e rientrare nei ranghi, studiando le cose “giuste”?§
Chiedere ai nostri dottorandi di andarci piano con la ricerca, che non si sa mai, come se già non fossero penalizzati abbastanza per il periodo di studi scelto?

Quel che succede al nostro collega Paolo Persichetti ci riguarda tutti da vicino: si tratta di un’intimidazione gravissima che deve allertarci tutti e tutte, in modo particolare chi lavora nella ricerca storica sugli anni ‘70, ma anche in tutta la ricerca.
Per questo pensiamo sia necessario manifestare una risposta civile ferma, forte e indignata contro quanto accaduto.
Una giusta battaglia di civiltà, perché pensiamo che il vero motivo per cui si insegna, si indaga, si narra la storia è perché questa fornisce un’identità, ci dice cosa siamo oggi e da dove proveniamo. Anche quando la provenienza è scomoda. Pensiamo che il passato ci strutturi come individui attivi e partecipanti in un contesto sociale, mentre l’assenza di memoria storica ci rende manipolabili.
Gli archivi devono essere dissequestrati, la storia non si imbavaglia!

Michael Lowy, Elisa Santalena, Angelo D’orsi, Marco Grispigni, Monica Galfré, Giovanni De Luna, Sergio Bianchi, Andrea Fumagalli, Isabelle Sommier, Andrea Fioretti, Marco Clementi, Barbara Biscotti, Antonello De Leo, Steve Wright, Ottone Ovidi, Giuseppe Aragno, PierVittorio Buffa, Francesca Chiarotto, Alessandro Barile, Christophe Mileschi, Elisabetta Sellaroli, Alessandro Stella, Luciano Villani, Ilenia Rossini, Mauro Ronco, Alberto Pantaloni, Guido Celli, Gabriella Piroli, Marie Thirion, Guillaume Guidon, Zapruder, Giacomo Tortorici, Gianremo Armeni, Antonio Lenzi, Sergio Bellavita, Michele Vollaro, Simonetta Stampatore, Laura Nanni, Marco Morra, Giovanna Gioli, Gigi Malabarba, Lorenzo Fazio, Vincenzo Sorella, Stefano Magni, Ugo Maria Tassinari, Associazione Bianca Guidetti Serra,, Chiara Lizzani, Michele D’Ambra, Valentina Lecca, Andrea Bellucci, Maria Grazia Meriggi, Andrea Lecca, Angela sollai, Simone Varriale, Cristina Saggioro, Manuele Gasperini, Davide Steccanella, Antonio Corso, Italo Di Sabato, Vincenzina Mercuri, Danilo Mariscalco, Edoardo Blotto, Paola Rivetti, Edoardo Todaro, Fabrizio Trullu, Barbara Meazzi, Ylenia Francesca Le Mura, Aldo Matzeu, Gennaro Gervasio, Stefano Lucarelli, Emanuela Nanni, Luca Iervolino, Ilona Wsz, Eleonora Forenza, Giorgio Del Vecchio, Stefania Mazzone, Emilio francesco Daniele, Cosimo De Benedictis, Michel Huysseune, Veronica Lacquaniti, Antonello Pizzaleo, Giuseppe Ponsetti, Nicola Erba Erba, Sandro Padula, Valentina Perniciaro, Ettore Bucci, Stefania Croci, Zaccarias Gigli, Andrea Colombo, Davide Ricco, Filippo Gianluca Callegaro, Cristina Cannizzo, Annarita Camerucci, Silvia De Bernardinis, Giacomo Pellegrini, Maria Pia Calemme, Erberto Rebora, Giuseppe Sergi, Walter Niolu, Angelo Tomassetti, Marina Salvatorelli, Marina Penasso, Monica Chiofi, Cristina Bagnato, Riccardo Quintili, Serenella Marini, Antonello Tiddia, Giancarla Rotondi, Salvatore Scuderi, Lidia Nucera, Gianluca Ricciato, Rosa Colella, Daniela Bracco, Elisa Giampieri, Luca Rafanelli, Daniela Valdiserra, Maria Cristina D’Angiolini, Lorenzo Misuraca, Laura Fresu, Melania Del Santo, Diego Ruggero, Alessandra de Luca, Angelica augusta Martini, Pino Casamassima, Francesca Valagussa, Marzocchi Silvana, Ivanka Gasbarrini, Gemma Busana, Susana Roitman, Miki De Benedictis, Giampiero Fabiani, Riccardo Tomassetti, Elena Storti, Cristina Cecchini, Mimmo Sambuco, Cristina Accornero, Nadia Bagni, Tito Faraci, Mattia Gallo, Giovanni Scognamiglio, Isa a, Gaetano Musto, Michela Mari, Gaia Martina Grimaldi, Maria Ricciardi, Stefano di Iorio, Anna Lucia Tomelleri, Tanja Golisano, Francesco Schiro, Chiara Quargnolo, Isa Salis, Sabrina Pusceddu, Linda Bargellini, Francesco costa, Santa D’alio, Lorenzo Alberti, Massimo, Cicchinelli, Claudio Moratto, Claudio Serafini, Laurence Bourguignon, Andrea Mencarelli, Cesare Cavallari, Maria Orsola Chiattella, Franco Barbero, Emilio Bagnoli, Annalisa Corno, Elio Limberti, Romilda De Santis, Diego Pellizzari, Silvia Di Fonzo, Angelo Guerriero, Claudio Vecchiola, Roberto Evangelista, Giulio Petrilli, Roberta Ciribilli, Alberto di Vincenzo, Valentina Magnanti, Angela Di leo, Diana di Lollo, Anna Maria Molinari, Remo Pancelli, Irène Bonnaud, Caterina Marassi, Luigina Dorigo, Stefano Chiesa, Donatella Tirelli, Elena Orsini, Giuseppe Tiano, Paolo Favarin, Riccardo De Angelis, Annalisa Capriotti, Susanna Bernoldi, Claudia Pinelli, Valerio Minnella, Elvira Maria Guenzi, Dario Alserio, Luca Nigro, Mariarosaria La Porta, Sandra Dolente, Giulio De Leo, Umberto Spallotta, Monica Maglia, Nicol Klatt, Dario Furnari, Amelia Zarrella, Maria Enrica Pennello, Andrea Fogli, Giovanni Russo, Christian Di Stefano, Andrea De Vito, Usb Pisa, Marinella Fiume, Stefano du Bois, Antonio Vicente, Carrillo Paños, Sandra Berardi, Maurella Carbone, Diego Robotti, Cristina Campanile, Pierpaolo Ascari, Giovanni Di Leo, Diana Cavaliere, Manuela Anna Margherita Anselmo, Lorenzo Villani, Alfredo Toppi, Giovanni Monti, Alfredo Toppi, Graziano Bergonzini, Massimo Luciani, Marco Mais, Biagio Barbaro Benedetta Rossini, Gaia Dall’Ara, Laura Celano, Riccardo Pagliarini, Vittorio Oratino, Giorgio Trinchero, Michele Armando Carbone, Paolo Ciaravino, Francesco Marchi, Cecilia Gnocchi, Martina Di Pasquale, Manuela Di Giacomo, Maria luisa Renzi, Chiara Cogoni, Francesco Di Dato, Maria Raffaella Naitza, Nico Vox, Valerio Guizzardi, Alessio Caperna, Braulio Rojas, Marco Mucciarelli, Diego D’Amario, Rossana Tidei, Danilo Sidari, Valeria Sanzone, Rosella Roselli, Federica Bordoni, Titti Mazzacane, Monica Quaresima, Stefania Guastella, Antonella Coloru, Maurizia Nichelatti, Gabriele Donato, Maria Zampini, Silvia Longo, Roberto Chiarelli, Marina Grulovic, Germana Pennica, Claudia Zudini, Franck Gaudichaud, Leonardo Casalino, Olivier Kraif, Giovanni Croce, Marco Noris, Giuseppe Leo, Anna Maria Romeo, , Rossana Meloni, Antonio Andreotti, Domenico Tangolo, Nereo Santella, Irene Galuppo, Antonia Cascio, Gabriele Giraudo, Matteo Molinaro, IIaria Bracaglia, Marianna Melis, Filippo Bozzano, Ernesto Nieri, Valentine Pillet, Pier Lisi, Maurizio Milanese, Francesco Giordano, Sergio Falcone, Danilo Maramotti, Francesco Lembo, Isabella Cellerino, Tiberio Crivellaro, Francesco Russo, Noémie de Grenier, Paolo Morpurgo, Elisa Romani, Giovanna Russo, Valeria Forte, Jacopo Ricciardi, Maria Belladonna, Anna Cabras, Barbara Bernardini, Martina Battaglia, Rosario Maria Romeo, Raffaele Di Francia, Catherine Carpentier, Maddalena Tiburzio, Lorenzo Brigida, Luigia De Biasi, Valentina Donati, Brunella Bartolini, Nastasia Tennant, Maria Teresa Catania, Claudio Venza, Nicolas Kìuzik, Silvia Boverini, Costanza Curro’, Christiane Vollaire, Mirco Di Sandro, Stefano Santaniello, Gianfranco Santacaterina, Franco Ventriglia, Enzo Bistoni, Valentina Mitidieri, Tania Maria Preste, Caterina Soprana, Giancarlo Scotoni, David Gigli, Mariangela Sacchi, William Gambetta, Nadia Menengee, Vincenzo Gargano, Maurizio Conte, Beppe Battaglia, Emilio Prosperi, Paola Caruso, Natalina Farris, Giulio Zanchi, Vania Borsetti, Samantha Pescari, Maya Alexandra Seppecher, Olivier Le Trocquer, Giovanni Consorti, Roberto Scorza, Agnese Forte, Carmela Maddalena, Michela Forte, Gianfranco Criscenti, Tiziana Leoni, Alessandra Cecchi, Graziella Mascheroni, Fiorenzo Fedeli, Primo Dorigo, Agata Castello, Lorenzo Mizzi, Uberto Crivelli, Pasquale Piscitelli, Francesca de Rossi, Leonardo Pacetti, Roberto Budini Gattai, Roberta Gaeta, Sandra Lombardi, Cristina Volpe,, Salvatore Francesco (detto Totò) Caggese, Emilia Andreou, Patrizia Togna, Christian Drouet, Isabelle Parion Rosa Cristina Lamberti Fresa, Irène Villa, Elena Della Pietra, Nicola Pannelli, Fausto Carotti, Riccardo Silva, Claudia Lai, Emma Contini, Fabrizio Portaluri, Sara Cassai, Giovanna Cilento, Caterina Arfè, Barbara Ragone, Filippo Kalomedis, Leo Donnarumma, Brianna Cordell, Marco Bartoli, Roberta D’andrea, Franco Ferrara, Luigina Creta, Alessandro Pallassini, Marco Pellegrino, Antonio Grilli, Xavier Lambert, Raffaele Cirone, Antonella Beccaria, Labey Marion, M.Elena Tomassini, Paola Di Paolo, Pierre Stambul, Barbara Croce, Vincenzo Pallara, Giacomo Mattiello, Giulia Leone, Mariela Ortiz, Igina Ierardi, Riccardo Rossi, Fernanda Filippi, Sandro Turdo, Stefano Gallo, Claudia Santoro, Daniela Bandini, Silvia Capata, Rosa Maria De Cambourg, Katja Besseghini, Luigi Lorusso, Donatella Quattrone, Francesco Cirillo, Alessia Peca, Luciana Capata, Mirta Mattina, Paola Lanteri, Gian Luca Pittavino, Francesca Tuscano, Alessandro D’Ansembourg, Elisabetta Faffuzzi, Mario Salvatore Gravina, Annalena Di Giovanni, Francesco Comisi, Maria Grazia Prudenzano, Sabina Paladini, Franco Barracchia, Carla Dovini, Viviana Duca, Martina La Stella, Sabatina Ragucci, Valentina Spera, Cinzia Cavini, Mauro Nicolicchia, Annalisa Pannarale, Fabiola Schneider Graziosi, Vittorio Morfino, Ivan Bianchini, Stefano Pasetto, Tania La Tella, Roberto D’Angiò, Giuseppe Pugliese, Daniela Micheli, Claudia De Angelis, Simona Musolino, Stefania Zuccari, Francesca Usala, Rossana Canfarini, Manueka Tedeschi, Francesca Lombardozzi, Daniela Usala, Anella Cerolla, Gabriella Frangiotta, Marianna Rosa, Anna Maria Costa, Luigia Mangili, Claude Pourcher, Maria Mazzarella, Chiara Di Croce, Carla Pastori, Simonetta Facioni, Mariateresa Salvi, Lara Garlaschelli, Lina Sortino, Ivan Romanò, Alberto Prunetti, Gianluca Andreozzi, Carmela Petrone, Giovanna Perretti, Chiara Cerruti, Mariamargherita Scotti, Argia Simone, Marina Bosco, Stefano Fiorin, Loretta Bertolotti, Raoul Villano, Claudio Tribuzi, Michela Mioni, Silvana Miradoli, Valeria Mercandino, Alejandro Roberto Pannocchia, Simone Cristini, Patrick Carre, Mathilde Epifanie, Kevin Kouakou, Coeli Gianluca, Agata Creanza, Marc Damestoy, Sonia Doronzo, Elisabetta Martinazzoli, Fabienne Mergaux, Jean François Wolff, Claudio Edgardo Palombella, Valeria Fiore, Alessia Stelitano, Mario Bucci, Marie Contaux, Antonino Ansaldo Patti, Cavarra Simona, Mario Orabona,Arthur Barbaras, Elena Gaetti, Jean Courtiou, Tea Cernigoi, Ambra Floris, Catherine Bolly, Rosalba Ciranni, Luisa Gaetti, Gerardina Vavala’, Antonio Scalia, Balzer Shimano, Pino Pannuti, Lorenzo Dossi, Armelle Girinon, Clara Mogno, Marco Codebo, Giorgio Casiello, Ornella Beltramme, Daniele Lauri, Flavia Fasano, Danielle Mainfray, Luciana Storri, Rocco Lerose, Patrizia Pisanu, Marco Sozzi Sozzi, Paola di Michele, Luigi Flagellin, Rachele Colella, Maurizio Vito, Teresa Mecca, Giuseppe Giannini, Giulia Pezzella, Umberto Spallotta, Alina Rosini, Rita Fiori, Luigi Casinelli, Clemente Manzo, Eugenia Magnaghi, Maria Mucci, Marco Bersani, Elena Guaraglia, Francesco Paolo Caputo, Antonio Di Giuda, Davide Rompietti, Italo Poma, Diego Graziola, Francesca Figari, Alessandro Lentini, Marco della Rocca, Adeline Picaud, Oriana Cartaregia, Christian Tarting, Olivier Rodier, Florence Rigollet, Jean-Marc Bernard, Modesta Suárez, Danièle Restoin, Serge Martin, Patrice Petit, Henri Raynaud, Francesca Cogliati Dezza, Paolo Boido, Fabia Andreoli, Isabelle Krzywkowski, Germain Coudert, Pascale Carpentier, Francesca Pulice, Francesca Fortuzzi, Lucio Terracciano, Sauthier Françoise, Claude Guillon, Mila Milanesi,Giorgio Frau, Eric Poirier, Michel Mosca, Manuela Stella, Anne Marcadelli, Robert Chassin, Ottone Ovidi, Giulia Betti, Dominique Rebeix, Alessandra Marigo, Delphine Moritz, Chiara Birattari, Christine Maynard, Gabriella Spada, Daniela Antonelli, Marie Christine Laporte, Sabrina Lanzi, Jean-Pierre Olivier, Auzou Martine, Patrizia Cuonzo, Anna Borini, Gian Luigi Longo, Francesco Montanari, Christian Larose, Andrea Bonzi, Marco Gabellini, Jean-Marie Viguie, Luigi Rotili, Anna Cepollaro,Serena Rampietti, Franco Piersanti, Carlo Premoselli, Giancarlo Calidori, Anna Di Vittorio, Gianluca Collini, Marco F. Martirava, Giovanni Savino, Guido Stori, Ivano Bisson, Marina Mini, Angelo Caforio, Michele Mikis Mavropulos, Giovanni Spreafico, Andrea Benati, Livio Milan, Pietro Terzan, Umberto Passigatti, Eva Mantelli, Pier Paolo Lisi, Flavio Guidi, Mimì Burzo, Giorgia Rocca, Chiara Siano, Fausto Giudice, Nicola Guarneri, Mario Macaluso, Oberdan Cappa, Luca Donadelli, AnnaMaria Alfonsi, Gioele Giuseppe Talami, Nicola Lofoco, Giancarlo Mammarella, Jaime Vigliano Girando, Michele Pontolillo, Fabia Andreoli, Sisto Bragalone, Stefano Bonacina, Stefano Di mitrio

Hanno firmato:

La raccolta di firme è ancora aperta, potete aderire lasciando la vostra firma qui sotto!

Qui confisque des archives attaque la liberté de la recherche, l’appel signé par des chercheurs et des citoyens contre l’enquête du parquet de Rome et de la police de la prévention

Le parquet de Rome a accusé notre collègue, Paolo Persichetti, de « divulgation de matériel confidentiel acquis et/ou élaboré par la Commission parlementaire d’enquête sur l’enlèvement et l’assassinat d’Aldo Moro ». Avec un déploiement de forces disproportionné et injustifié (une patrouille des Renseignements généraux et d’autres agents appartenant à la Direction centrale de la Police de Prévention, et de la Police postale), la perquisition du domicile de M. Persichetti (pendant 8 heures), a abouti à la saisie de plusieurs téléphones portables ainsi que de tout le matériel informatique domestique (ordinateurs, tablettes, notebooks, smartphones, disque dur, pendrive, supports magnétiques, optiques et vidéo, appareils photo et caméras vidéo et zones de cloud storage). La police a également examiné de nombreux livres et emporté des documents d’archives recueillis après des années de recherches patientes et laborieuses (lire ici son témoignage).

L’accusation porte sur une soi-disant divulgation de « matériel confidentiel ». Le matériel saisi concerne des documents recueillis pendant des années dans diverses archives publiques (et donc après autorisation et accord de ces archives pour pouvoir y accéder). Selon le Ministère Public, il s’agirait des délits suivants : association subversive à des fins de terrorisme (ex art. 270 bis du code pénal) et complicité (ex art. 378 code pénal). Les délits reprochés auraient commencé le 8 décembre 2015.

Selon le Parquet, une organisation subversive serait active en Italie depuis 5 ans ; on en ignore toutefois le nom, les programmes, les textes et déclarations publiques, et in fine les actions concrètes (et surtout violentes, car sans elles, l’article 270 bis ne pourrait s’appliquer). Il est légitime, à ce stade, de se demander si la référence à l’article 270 bis n’est pas un expédient pour légitimer l’utilisation plus facile d’instruments d’investigation invasifs et intimidants (filatures, interceptions, perquisitions et saisies), couplée à une moindre protection du suspect.

Ce qui a réellement justifié un tel déploiement des forces de police reste un mystère. On pourrait cependant dire qu’il nous importe peu de le savoir. Il est en effet trop facile de jouer sur la biographie de Paolo Persichetti, impliqué il y a bien longtemps dans les années de révolte italiennes, et qui pour cela a « réglé ses comptes avec la justice ». M. Persichetti, après s’être acquitté de sa « dette » est devenu aujourd’hui un chercheur reconnu qui a collaboré et collabore avec différents journaux et auteur, avec Marco Clementi et Elisa Santalena, du volume : Brigate Rosse: dalle fabbriche alla “Campagna di primavera”, sorti en 2017 pour la maison d’éditions DeriveApprodi (ici).

Il ne s’agit pas de personnaliser une cause, ni de faire de quiconque un martyr, mais plutôt de faire un pas en arrière et de saisir la portée générale de cet événement.

Cet événement n’est que le dernier d’une série qui démontre l’atteinte à la liberté de la recherche historique (et pas seulement) : il suffit de penser à la proposition de loi qui voudrait introduire le délit de négationnisme sur la question des Foibe, contre lequel plusieurs chercheurs et de nombreuses associations s’expriment depuis des mois. Il faut rappeler les menaces à l’encontre de l’historien Eric Gobetti, auteur d’un livre sur les Foibe, ou l’histoire de la chercheuse Roberta Chiroli, d’abord condamnée puis heureusement acquittée pour avoir écrit une thèse sur le mouvement No-TAV.

Sur la période historique des années 1970 italiennes (et, ajoutons-nous, sur toute autre période « gênante » pour la doxa officielle), on peut et on doit faire de la recherche historique : c’est une période importante de notre histoire nationale qui doit être abordée sans préjugés et sans a priori, avec les nombreux outils que les disciplines des sciences historiques et sociales nous fournissent, en utilisant toutes les sources (documentaires, audiovisuelles, orales) dont nous disposons, tant dans les archives que dans la société.

Le temps est venu de mettre fin à une « tradition », dominante dans le discours public et politique, qui considère cette période, aujourd’hui ancienne de 50 ans, comme un véritable tabou, intouchable et inavouable, et racontée uniquement selon la vulgate officielle.

Pour cette raison, la saisie d’archives revêt un caractère de gravité préoccupant. À ce jour, un collègue chercheur ne dispose plus de ses archives, constituées au prix d’années de patience et de travail minutieux, recueillies en étudiant les fonds présents dans les institutions suivantes :

– les Archives centrales de l’État ;

– les Archives historiques du Sénat ;

– la bibliothèque de la Chambre des Députés ;

– la bibliothèque d’histoire moderne et contemporaine ;

– l’Emeroteca de l’État ;

– les Archives de la Cour d’appel de Rome.

À cela s’ajoute une collection personnelle de documents trouvés dans des sources ouvertes, des portails institutionnels en ligne, des témoignages oraux, des expériences de vie, des parcours biographiques, ainsi que des notes, des ébauches et du matériel avec lesquels il préparait des livres et des projets de recherche, en collaboration avec d’autres chercheurs.

Parcourez à nouveau cette liste  : ce sont les archives que nombre d’entre nous, chercheurs et chercheuses, fréquentons régulièrement, et à partir desquelles nous élaborons patiemment nos travaux. Ce sont les archives où nous nous sommes rencontrés à de nombreuses reprises et sur lesquelles se fondent de nombreux ouvrages que nous avons dans nos bibliothèques, notamment après les différentes déclassifications effectuées ces dernières années, malgré leurs nombreuses limites.

Que devons-nous faire maintenant ? Que devrons-nous faire dans l’avenir ?

Mettre nos archives en sécurité, en espérant qu’elles ne seront pas confisquées ?

Changer de spécialité et réintégrer les rangs, en étudiant les « bons » sujets, ceux qui ne dérangent personne ?

Demander à nos doctorants de mener leurs recherches avec prudence et circonspection – au cas où – on ne sait jamais –, comme s’ils n’étaient pas déjà assez pénalisés dans leur carrière pour la période d’étude qu’ils ont choisie ?

Ce qui arrive aujourd’hui à notre collègue Paolo Persichetti nous concerne tous : il s’agit d’un acte d’intimidation très grave qui doit tous nous alerter. C’est pourquoi nous pensons qu’il est nécessaire d’exprimer une réponse civile ferme, ainsi que notre indignation contre ce qui s’est passé, en défendant la liberté de la recherche contre toute tentative de bâillonnement.

C’est une bataille pour la civilisation, car nous pensons que l’histoire est une pierre angulaire de la citoyenneté : c’est la raison pour laquelle elle est enseignée, étudiée et doit être racontée. Elle éclaire ce que nous sommes aujourd’hui en nous racontant d’où nous venons.

Même lorsque – parfois – ce récit devient trouble, complexe et gênant.

Nous pensons que la connaissance du passé nous structure en tant qu’individus actifs et autonomes au sein de la société. L’absence de mémoire historique, au contraire, nous rend manipulables et fragiles.

La mise sous séquestre des archives de Paolo Persichetti doit être levée : on n’étouffe pas l’histoire à l’aide d’interventions policières !

Michael Lowy, Elisa Santalena, Angelo D’orsi, Marco Grispigni, Monica Galfré, Giovanni De Luna, Sergio Bianchi, Andrea Fumagalli, Isabelle Sommier, Andrea Fioretti, Marco Clementi, Barbara Biscotti, Antonello De Leo, Steve Wright, Ottone Ovidi, Giuseppe Aragno, PierVittorio Buffa, Francesca Chiarotto, Alessandro Barile, Christophe Mileschi, Elisabetta Sellaroli, Alessandro Stella, Luciano Villani, Ilenia Rossini, Mauro Ronco, Alberto Pantaloni, Guido Celli, Gabriella Piroli, Marie Thirion, Guillaume Guidon, Zapruder, Giacomo Tortorici, Gianremo Armeni, Antonio Lenzi, Sergio Bellavita, Michele Vollaro, Simonetta Stampatore, Laura Nanni, Marco Morra, Giovanna Gioli, Gigi Malabarba, Lorenzo Fazio, Vincenzo Sorella, Stefano Magni, Ugo Maria Tassinari, Associazione Bianca Guidetti Serra,, Chiara Lizzani, Michele D’Ambra, Valentina Lecca, Andrea Bellucci, Maria Grazia Meriggi, Andrea Lecca, Angela sollai, Simone Varriale, Cristina Saggioro, Manuele Gasperini, Davide Steccanella, Antonio Corso, Italo Di Sabato, Vincenzina Mercuri, Danilo Mariscalco, Edoardo Blotto, Paola Rivetti, Edoardo Todaro, Fabrizio Trullu, Barbara Meazzi, Ylenia Francesca Le Mura, Aldo Matzeu, Gennaro Gervasio, Stefano Lucarelli, Emanuela Nanni, Luca Iervolino, Ilona Wsz, Eleonora Forenza, Giorgio Del Vecchio, Stefania Mazzone, Emilio francesco Daniele, Cosimo De Benedictis, Michel Huysseune, Veronica Lacquaniti, Antonello Pizzaleo, Giuseppe Ponsetti, Nicola Erba Erba, Sandro Padula, Valentina Perniciaro, Ettore Bucci, Stefania Croci, Zaccarias Gigli, Andrea Colombo, Davide Ricco, Filippo Gianluca Callegaro, Cristina Cannizzo, Annarita Camerucci, Silvia De Bernardinis, Giacomo Pellegrini, Maria Pia Calemme, Erberto Rebora, Giuseppe Sergi, Walter Niolu, Angelo Tomassetti, Marina Salvatorelli, Marina Penasso, Monica Chiofi, Cristina Bagnato, Riccardo Quintili, Serenella Marini, Antonello Tiddia, Giancarla Rotondi, Salvatore Scuderi, Lidia Nucera, Gianluca Ricciato, Rosa Colella, Daniela Bracco, Elisa Giampieri, Luca Rafanelli, Daniela Valdiserra, Maria Cristina D’Angiolini, Lorenzo Misuraca, Laura Fresu, Melania Del Santo, Diego Ruggero, Alessandra de Luca, Angelica augusta Martini, Pino Casamassima, Francesca Valagussa, Marzocchi Silvana, Ivanka Gasbarrini, Gemma Busana, Susana Roitman, Miki De Benedictis, Giampiero Fabiani, Riccardo Tomassetti, Elena Storti, Cristina Cecchini, Mimmo Sambuco, Cristina Accornero, Nadia Bagni, Tito Faraci, Mattia Gallo, Giovanni Scognamiglio, Isa a, Gaetano Musto, Michela Mari, Gaia Martina Grimaldi, Maria Ricciardi, Stefano di Iorio, Anna Lucia Tomelleri, Tanja Golisano, Francesco Schiro, Chiara Quargnolo, Isa Salis, Sabrina Pusceddu, Linda Bargellini, Francesco costa, Santa D’alio, Lorenzo Alberti, Massimo, Cicchinelli, Claudio Moratto, Claudio Serafini, Laurence Bourguignon, Andrea Mencarelli, Cesare Cavallari, Maria Orsola Chiattella, Franco Barbero, Emilio Bagnoli, Annalisa Corno, Elio Limberti, Romilda De Santis, Diego Pellizzari, Silvia Di Fonzo, Angelo Guerriero, Claudio Vecchiola, Roberto Evangelista, Giulio Petrilli, Roberta Ciribilli, Alberto di Vincenzo, Valentina Magnanti, Angela Di leo, Diana di Lollo, Anna Maria Molinari, Remo Pancelli, Irène Bonnaud, Caterina Marassi, Luigina Dorigo, Stefano Chiesa, Donatella Tirelli, Elena Orsini, Giuseppe Tiano, Paolo Favarin, Riccardo De Angelis, Annalisa Capriotti, Susanna Bernoldi, Claudia Pinelli, Valerio Minnella, Elvira Maria Guenzi, Dario Alserio, Luca Nigro, Mariarosaria La Porta, Sandra Dolente, Giulio De Leo, Umberto Spallotta, Monica Maglia, Nicol Klatt, Dario Furnari, Amelia Zarrella, Maria Enrica Pennello, Andrea Fogli, Giovanni Russo, Christian Di Stefano, Andrea De Vito, Usb Pisa, Marinella Fiume, Stefano du Bois, Antonio Vicente, Carrillo Paños, Sandra Berardi, Maurella Carbone, Diego Robotti, Cristina Campanile, Pierpaolo Ascari, Giovanni Di Leo, Diana Cavaliere, Manuela Anna Margherita Anselmo, Lorenzo Villani, Alfredo Toppi, Giovanni Monti, Alfredo Toppi, Graziano Bergonzini, Massimo Luciani, Marco Mais, Biagio Barbaro Benedetta Rossini, Gaia Dall’Ara, Laura Celano, Riccardo Pagliarini, Vittorio Oratino, Giorgio Trinchero, Michele Armando Carbone, Paolo Ciaravino, Francesco Marchi, Cecilia Gnocchi, Martina Di Pasquale, Manuela Di Giacomo, Maria luisa Renzi, Chiara Cogoni, Francesco Di Dato, Maria Raffaella Naitza, Nico Vox, Valerio Guizzardi, Alessio Caperna, Braulio Rojas, Marco Mucciarelli, Diego D’Amario, Rossana Tidei, Danilo Sidari, Valeria Sanzone, Rosella Roselli, Federica Bordoni, Titti Mazzacane, Monica Quaresima, Stefania Guastella, Antonella Coloru, Maurizia Nichelatti, Gabriele Donato, Maria Zampini, Silvia Longo, Roberto Chiarelli, Marina Grulovic, Germana Pennica, Claudia Zudini, Franck Gaudichaud, Leonardo Casalino, Olivier Kraif, Giovanni Croce, Marco Noris, Giuseppe Leo, Anna Maria Romeo, , Rossana Meloni, Antonio Andreotti, Domenico Tangolo, Nereo Santella, Irene Galuppo, Antonia Cascio, Gabriele Giraudo, Matteo Molinaro, IIaria Bracaglia, Marianna Melis, Filippo Bozzano, Ernesto Nieri, Valentine Pillet, Pier Lisi, Maurizio Milanese, Francesco Giordano, Sergio Falcone, Danilo Maramotti, Francesco Lembo, Isabella Cellerino, Tiberio Crivellaro, Francesco Russo, Noémie de Grenier, Paolo Morpurgo, Elisa Romani, Giovanna Russo, Valeria Forte, Jacopo Ricciardi, Maria Belladonna, Anna Cabras, Barbara Bernardini, Martina Battaglia, Rosario Maria Romeo, Raffaele Di Francia, Catherine Carpentier, Maddalena Tiburzio, Lorenzo Brigida, Luigia De Biasi, Valentina Donati, Brunella Bartolini, Nastasia Tennant, Maria Teresa Catania, Claudio Venza, Nicolas Kìuzik, Silvia Boverini, Costanza Curro’, Christiane Vollaire, Mirco Di Sandro, Stefano Santaniello, Gianfranco Santacaterina, Franco Ventriglia, Enzo Bistoni, Valentina Mitidieri, Tania Maria Preste, Caterina Soprana, Giancarlo Scotoni, David Gigli, Mariangela Sacchi, William Gambetta, Nadia Menengee, Vincenzo Gargano, Maurizio Conte, Beppe Battaglia, Emilio Prosperi, Paola Caruso, Natalina Farris, Giulio Zanchi, Vania Borsetti, Samantha Pescari, Maya Alexandra Seppecher, Olivier Le Trocquer, Giovanni Consorti, Roberto Scorza, Agnese Forte, Carmela Maddalena, Michela Forte, Gianfranco Criscenti, Tiziana Leoni, Alessandra Cecchi, Graziella Mascheroni, Fiorenzo Fedeli, Primo Dorigo, Agata Castello, Lorenzo Mizzi, Uberto Crivelli, Pasquale Piscitelli, Francesca de Rossi, Leonardo Pacetti, Roberto Budini Gattai, Roberta Gaeta, Sandra Lombardi, Cristina Volpe,, Salvatore Francesco (detto Totò) Caggese, Emilia Andreou, Patrizia Togna, Christian Drouet, Isabelle Parion Rosa Cristina Lamberti Fresa, Irène Villa, Elena Della Pietra, Nicola Pannelli, Fausto Carotti, Riccardo Silva, Claudia Lai, Emma Contini, Fabrizio Portaluri, Sara Cassai, Giovanna Cilento, Caterina Arfè, Barbara Ragone, Filippo Kalomedis, Leo Donnarumma, Brianna Cordell, Marco Bartoli, Roberta D’andrea, Franco Ferrara, Luigina Creta, Alessandro Pallassini, Marco Pellegrino, Antonio Grilli, Xavier Lambert, Raffaele Cirone, Antonella Beccaria, Labey Marion, M.Elena Tomassini, Paola Di Paolo, Pierre Stambul, Barbara Croce, Vincenzo Pallara, Giacomo Mattiello, Giulia Leone, Mariela Ortiz, Igina Ierardi, Riccardo Rossi, Fernanda Filippi, Sandro Turdo, Stefano Gallo, Claudia Santoro, Daniela Bandini, Silvia Capata, Rosa Maria De Cambourg, Katja Besseghini, Luigi Lorusso, Donatella Quattrone, Francesco Cirillo, Alessia Peca, Luciana Capata, Mirta Mattina, Paola Lanteri, Gian Luca Pittavino, Francesca Tuscano, Alessandro D’Ansembourg, Elisabetta Faffuzzi, Mario Salvatore Gravina, Annalena Di Giovanni, Francesco Comisi, Maria Grazia Prudenzano, Sabina Paladini, Franco Barracchia, Carla Dovini, Viviana Duca, Martina La Stella, Sabatina Ragucci, Valentina Spera, Cinzia Cavini, Mauro Nicolicchia, Annalisa Pannarale, Fabiola Schneider Graziosi, Vittorio Morfino, Ivan Bianchini, Stefano Pasetto, Tania La Tella, Roberto D’Angiò, Giuseppe Pugliese, Daniela Micheli, Claudia De Angelis, Simona Musolino, Stefania Zuccari, Francesca Usala, Rossana Canfarini, Manueka Tedeschi, Francesca Lombardozzi, Daniela Usala, Anella Cerolla, Gabriella Frangiotta, Marianna Rosa, Anna Maria Costa, Luigia Mangili, Claude Pourcher, Maria Mazzarella, Chiara Di Croce, Carla Pastori, Simonetta Facioni, Mariateresa Salvi, Lara Garlaschelli, Lina Sortino, Ivan Romanò, Alberto Prunetti, Gianluca Andreozzi, Carmela Petrone, Giovanna Perretti, Chiara Cerruti, Mariamargherita Scotti, Argia Simone, Marina Bosco, Stefano Fiorin, Loretta Bertolotti, Raoul Villano, Claudio Tribuzi, Michela Mioni, Silvana Miradoli, Valeria Mercandino, Alejandro Roberto Pannocchia, Simone Cristini, Patrick Carre, Mathilde Epifanie, Kevin Kouakou, Coeli Gianluca, Agata Creanza, Marc Damestoy, Sonia Doronzo, Elisabetta Martinazzoli, Fabienne Mergaux, Jean François Wolff, Claudio Edgardo Palombella, Valeria Fiore, Alessia Stelitano, Mario Bucci, Marie Contaux, Antonino Ansaldo Patti, Cavarra Simona, Mario Orabona,Arthur Barbaras, Elena Gaetti, Jean Courtiou, Tea Cernigoi, Ambra Floris, Catherine Bolly, Rosalba Ciranni, Luisa Gaetti, Gerardina Vavala’, Antonio Scalia, Balzer Shimano, Pino Pannuti, Lorenzo Dossi, Armelle Girinon, Clara Mogno, Marco Codebo, Giorgio Casiello, Ornella Beltramme, Daniele Lauri, Flavia Fasano, Danielle Mainfray, Luciana Storri, Rocco Lerose, Patrizia Pisanu, Marco Sozzi Sozzi, Paola di Michele, Luigi Flagellin, Rachele Colella, Maurizio Vito, Teresa Mecca, Giuseppe Giannini, Giulia Pezzella, Umberto Spallotta, Alina Rosini, Rita Fiori, Luigi Casinelli, Clemente Manzo, Eugenia Magnaghi, Maria Mucci, Marco Bersani, Elena Guaraglia, Francesco Paolo Caputo, Antonio Di Giuda, Davide Rompietti, Italo Poma, Diego Graziola, Francesca Figari, Alessandro Lentini, Marco della Rocca, Adeline Picaud, Oriana Cartaregia, Christian Tarting, Olivier Rodier, Florence Rigollet, Jean-Marc Bernard, Modesta Suárez, Danièle Restoin, Serge Martin, Patrice Petit, Henri Raynaud, Francesca Cogliati Dezza, Paolo Boido, Fabia Andreoli, Isabelle Krzywkowski, Germain Coudert, Pascale Carpentier, Francesca Pulice, Francesca Fortuzzi, Lucio Terracciano, Sauthier Françoise, Claude Guillon, Mila Milanesi,Giorgio Frau, Eric Poirier, Michel Mosca, Manuela Stella, Anne Marcadelli, Robert Chassin, Ottone Ovidi, Giulia Betti, Dominique Rebeix, Alessandra Marigo, Delphine Moritz, Chiara Birattari, Christine Maynard, Gabriella Spada, Daniela Antonelli, Marie Christine Laporte, Sabrina Lanzi, Jean-Pierre Olivier, Auzou Martine, Patrizia Cuonzo, Anna Borini, Gian Luigi Longo, Francesco Montanari, Christian Larose, Andrea Bonzi, Marco Gabellini, Jean-Marie Viguie, Luigi Rotili, Anna Cepollaro, Serena Rampietti, Franco Piersanti, Carlo Premoselli, Giancarlo Calidori, Anna Di Vittorio, Gianluca Collini, Marco F. Martirava, Giovanni Savino, Guido Stori, Ivano Bisson, Marina Mini, Angelo Caforio, Michele Mikis Mavropulos, Giovanni Spreafico, Andrea Benati, Livio Milan, Pietro Terzan, Umberto Passigatti, Eva Mantelli, Pier Paolo Lisi, Flavio Guidi, Mimì Burzo, Giorgia Rocca, Chiara Siano, Fausto Giudice, Gioele Giuseppe Talami, Boudjemaa Sedira, Nicola Guarneri, Oberdam Cappa, Mario Macaluso, Luca Donadelli, AnnaMaria Alfonsi, Nicola Lofoco, Giancarlo Mammarella, Jaime Vigliano Girando, Michele Pontolillo, Fabia Andreoli, Sisto Bragalone, Stefano Bonacina, Stefano Di mitrio

Se fare storia è un reato

Paolo Persichetti

La libera ricerca storica è ormai divenuta un reato. Per la procura di Roma sarei colpevole di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Per questa ragione martedì 8 giugno dopo aver lasciato i miei figli a scuola, da poco passate le nove del mattino, sono stato fermato da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della polizia di Stato: Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale. Ho contato in totale 8 uomini e due donne, ma credo ce ne fossero altri rimasti in strada. Una tale dispiegamento di forze era dovuto alla esecuzione di un mandato di perquisizione e contestuale sequestro di telefoni cellulari e ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage), con particolare attenzione per il rinvenimento delle conversazioni in chat e caselle di posta elettronica e scambio e diffusione di files, nonché ogni altro tipo di materiale. Decreto disposto dal sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma Eugenio Albamonte che ha dato seguito ad una informativa della Polizia di Prevenzione del 9 febbraio scorso. La perquisizione è terminata alle 17 del pomeriggio e ha messo a dura prova lo stesso personale di polizia estenuato dalla quantità di libri e materiale archivistico (scampato pochi mesi fa a un incendio), raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca. Singolare il fatto che non risultino effettuate perquisizioni in casa di quei giornalisti “confidenti” della Commissione, o direttamente al libro paga, che ricevevano informazioni di prima mano e diffondevano veline di stampo dietrologico.
La divulgazione di «materiale riservato» (sic!), secondo la procura della Repubblica si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi, il favoreggiamento (378 cp) e l’immancabile 270 bis, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015. Da cinque anni e mezzo, secondo la procura, sarebbe attiva in questo Paese un’organizzazione sovversiva (capace di sfidare persino il lockdown) di cui nonostante le molte stagioni trascorse non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, senza le quali il 270 bis non potrebbe configurarsi). E’ legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente, il classico “reato passepartout”, che consente un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.
L’8 dicembre del 2015 era un martedì in cui cadeva la festa dell’immacolata. In quei giorni la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni discuteva ed emendava la bozza finale della relazione che chiudeva il primo anno di lavori, approvata appena due giorni dopo, il 10 dicembre. Copie di quella bozza finale erano pervenute in tutte le redazioni d’Italia ed io presi parte, per conto di un quotidiano con il quale collaboravo, alla conferenza stampa di presentazione.
Cosa abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco, il saccheggio della mia vita e della mia famiglia, la perquisizione della casa, la sottrazione di tutto il mio materiale e dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile di cui mi occupo come caregiver, la spoliazione dei ricordi della mia famiglia, foto, appunti, sogni, dimensioni riservate, la nuda vita insomma, non so ancora dirvelo. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni, quando la procura a seguito della richiesta di riesame avanzata dal mio difensore, avvocato Francesco Romeo, dovrà versare le sue carte.

Quello che è chiaro fin da subito è invece l’attacco senza precedenti alla libertà della ricerca storica, alla possibilità di fare storia sugli anni 70, di considerare quel periodo ormai vecchio di 50 anni non un tabù, intoccabile e indicibile se non nella versione quirinalizia declamata in queste ultime settimane, ma materia da approcciare senza complessi e preconcetti con i molteplici strumenti e discipline delle scienze sociali, non certo penali e forensi.
Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi. Mi sono state sottratte le tonnellate di appunti, schemi, note e materiali con i quali stavo preparando diversi libri e progetti. Ho dovuto rinunciare in queste ore a un libro che dovevo consegnare nel corso dell’estate, perché i capitoli sono stati sequestrati. Forse qualcuno ha pensato di ammutolirmi relegandomi alla morte civile. Quel che è avvenuto è dunque una intimidazione gravissima che deve allertare tutti in questo Paese, in modo particolare chi lavora nella ricerca, chi si occupa e ama la storia.
Oggi è accaduto a me, domani potrà accadere ad altri se non si organizza un risposta civile ferma, forte e indignata.

Due pesi e due misure

Esilio e castido (due), rubrica contro le estradizioni

Ci sono due argomenti fondamentali che vengono agitati davanti all’opinione pubblica per giustificare le richieste di estradizione dei rifugiati italiani in Francia: accertare finalmente la verità e far cessare l’impunità.
Sul primo punto si potrebbe facilmente obiettare che la verità è sancita nelle sentenze passate in giudicato, perché se così non fosse allora quelle condanne sarebbero infondate e le domande di estradizione illegittime. Quanto all’impunità va detto che è relativa poiché in molti casi larghe porzioni di pena sono già state già scontate con lunghe detenzioni cautelari, circostanza che si omette troppo spesso.
Questa rivendicazione di verità e impunità crea un’asimmetria evidente con altre vicende, per esempio le torture praticate sugli arrestati per fatti di lottarmata, alcune riconosciute anche dalla giustizia, vedi sentenza di Perugia del 2013 sul waterboarding praticato da Nicola Ciocia nei confronti del tipografo delle Brigate rosse romane Enrico Triaca.
Nel caso delle torture non c’è mai stata alcuna ricostruzione giudiziaria dei fatti e permane una manifesta impunità penale, dovuta anche alle prescrizioni intervenute nel frattempo (il reato di tortura nemmeno esisteva) che invece suscitano scandalo quando intervengono per i rifugiati. Due pesi e due misure.

Il mercato della verità

La richiesta di una verità ancora mancante è stata una delle giustificazioni più richiamate nell’orgia di commenti che hanno accompagnato la notizia della retata degli esuli degli anni 70 a Parigi. Tra le voci più autorevoli si è distinta quella del nuovo ministro della Giustizia Marta Cartabia, accompagnata da numerosi esponenti del partito delle vittime. La pagina storica degli anni 70 non può ancora essere chiusa – sostengono questi nuovi soldati della verità – senza che prima non sia fatta chiarezza sui fatti della lotta armata. Di pari passo questo accertamento della verità non può essere separato dalla esecuzione della pena, unico modo – par di comprendere – per arrivare alla verità. Affermazione dalla portata inquietante: ritenere che la verità sia ontologicamente legata alla punizione apre scenari totalitari che non sembrano tuttavia aver creato allarme. Chi chiede verità in questo modo non sta promuovendo un percorso di conoscenza ma semplicemente una conferma, per giunta autoritaria, del proprio pregiudizio. Una verità precostituita a cui i colpevoli dovrebbero adeguarsi. L’esatto contrario della verità storica che invece è un processo libero da condizionamenti, dove si scava alla ricerca di fonti nuove e si rielaborano e si confrontano nello spazio pubblico quelle note. Quello che invece viene proposto dalle milizie della verità punitiva è un mercato della verità, il mercato delle verità contrapposte, verità che cambiano col cambiar delle maggioranze e dei colori politici.La cosa più assurda è vedere la massima autorità della Giustizia promuovere la richiesta di estradizioni, per giunta utilizzando tutti i sotterfugi possibili per aggirare le prescrizioni lì dove l’inesorabile decorso del tempo le ha già sancite (vedi l’invenzione della delinquenza abituale), sulla base di sentenze che ricostruiscono una verità giudiziaria con pesanti conseguenze penali, e subito dopo sentir dire che quei colpevoli devono ancora dire la verità, una verità che dunque non può che essere diversa da quanto sancito nelle sentenze. Ma se così stanno le cose, che legittimità hanno delle richieste di estradizione fondate su sentenze che non dicono il vero?
In carcere, dopo la mia estradizione, rivolsi la stessa domanda al magistrato di sorveglianza che erigendosi a quarto grado di giudizio mi chiedeva la verità, altrimenti si sarebbe sempre opposta alla concessione di qualsiasi misura alternativa. «Se lei mi fa questa domanda – risposi – vorrei sapere in base a quale verità giudiziaria sono stato condannato?». Sembrava una di quelle pagine di Lewis Carrol in Alice e il paese delle meraviglie, «prima la condanna poi l’accertamento dei fatti». Ovviamente finì nel peggiore dei modi. Chi dice che ci sono ancora misteri abbia almeno la coerenza di pretendere l’annullamento delle vecchie condanne e dei vecchi processi. Non può al tempo stesso chiedere una nuova verità e confermare quelle vecchie colpe.

Rossana Rossanda, «Perché non sono più garantista»

Rossana Rossanda se n’è andata dal secolo che non le apparteneva. Ragazza del Novecento, come lei stessa si era definita. Lo ha fatto in punta di piedi, senza disturbare ma anche senza voler esser disturbata dal brusio inutile che il nuovo millennio diffonde. E’ stata ricordata in una piazza di Roma da anziani esponenti del partito che l’aveva cacciata. Immagine orwelliana di nuovo millennio dove la reinvenzione del passato è divenuto il miglior modo per ipotecare il futuro. Ricordi anestetizzati hanno cercato di addolcire le parti più aspre e oggi indicibili del suo pensiero, di quel che scrisse e volle capire. Il percorso di conoscenza su quel che accadde in Italia negli anni 70, per esempio, e che fu per lei  lungo e accidentato. Mosso da un iniziale pregiudizio, anche arcigno, costellato da errori ma sempre animato da una sincera spinta a comprendere e non aver paura della realtà. Di lei conservo un ricordo personale. Nel settembre del 1991 mi ricevette nel suo ufficio al manifesto. Conoscevo da un po’ di tempo quella redazione che avevo cominciato a frequentare all’uscita dal carcere, nel dicembre del 1989. Rossana sapeva già di cosa dovevamo parlare: mi ricevette con fare circospetto, fece uscire tutti dall’ufficio, staccò il telefono e chiuse a chiave la porta, poi si avvicinò con la sedia. L’estate delle picconate cossighiane si era conclusa, la proposta di grazia per Renato Curcio con il corollario di una soluzione di tipo amnistiale per i reati politici degli anni 70 era sfumata. A settembre, il governo Andreotti col sostegno del Pci aveva messo definitivamente la pietra tombale su ogni apertura. Non c’erano più margini politici per restare in Italia, salvo accettare lunghi anni di galera. Ero lì per discuterne con Rossanda. Lei mi appoggiava, anzi sollecitava da «vecchia comunista» la mia partenza. «Mettiti in salvo, poi si vedrà!». Rimanemmo d’accordo che se qualcosa fosse andata male sarebbe intervenuta sulle pagine del suo giornale per difendere la mia scelta e mettere a tacere qualsiasi strumentalizzazione della magistratura. Tutto filò liscio. Arrivai a Parigi dove iniziai la mia nuova vita di rifugiato. Tre anni dopo, quando ero nella prigione parigina della Santé sotto procedura estradizionale e il mio futuro sembrava segnato, ricevetti una sua lettera: mi chiedeva scusa. Aveva provato a sollecitare ambienti della sinistra francese, senza esito. In Italia aveva vinto Berlusconi e vedeva tutto nero

Paolo Persichetti

«Perché non sono più garantista» fu il titolo di un clamoroso articolo scritto da Rossana Rossanda nell’estate del 1979. Un acceso dibattito sul garantismo si svolse sulle pagine del manifesto tra il luglio e l’agosto 1979 a seguito della retata del 7 aprile 1979 contro l’Autonomia e più in generale la differenziata area politica proveniente dall’ex Potere Operaio. Una operazione giudiziaria che rappresentava un salto di qualità nella risposta repressiva dello Stato, con l’impiego per la prima volta su larga scala delle nuove norme previste dalla legislazione speciale, il ricorso a prove logiche e teoremi accusatori, e l’irruzione sulla scena di un forte protagonismo giudiziario, apertamente combattente, investito di un dichiarato potere di supplenza politica contro la sovversione. In alcuni ambienti assai ristretti della sinistra non emergenzialista e in alcuni settori “democratici”, piuttosto circoscritti, sensibili al problema delle garanzie e delle tutele previste in uno Stato di diritto, e non ancora assuefatti o velocemente logorati dall’emergenza, vennero sollevate critiche e una prima timida riflessione si aprì sulle forme di risposta da fornire all’offensiva giudiziaria.
Una discussione che partì fin dai suoi inizi col piede sbagliato. Rossana Rossanda fu una delle protagoniste di quel confronto: dopo una tavola rotonda tra diversi magistrati e giuristi (Misiani, Saraceni, Rodotà e Ferrajoli, il manifesto del 15 luglio 1979), scrisse un corsivo intitolato «Perché non sono più garantista» il manifesto 17 luglio 1979, polemizzando contro i termini di un «neogarantismo» che esulava dai confini del garantismo classico. Riproponendo uno degli atteggiamenti tradizionali della cultura sostanzialista più qualificata del movimento operaio, quella che poggiava su un uso strumentale del formalismo giuridico borghese, lì dove preservava alcune garanzie di libertà personale e di tutela nel processo penale, la Rossanda criticava gli eccessi di un radicalismo garantista (da lei definito «garantismo politico») che rischiavano di ricondurre, a suo avviso, unicamente su un terreno – non certo neutro e che occulta le differenze reali – quale quello dell’egualitarismo astratto del formalismo borghese, per finire col confondere la democrazia con lo Stato di diritto.
La diffidenza rispetto a un utilizzo radicalmente estremo della tematica delle garanzie, sospettata di eccessive influenze e ambiguità con la cultura giuridica borghese, venne criticata da Oreste Scalzone con un intervento scritto dal carcere di Rebibbia, dove era rinchiuso, qualche tempo dopo e che potete leggere qui: Cara Rossanda sbagli, serve una radicale critica neogarantista

Dal manifesto del 17 luglio 1979, Rossana Rossanda:
«Credevo di essere una garantista di ferro. La tavola rotonda apparsa domenica sul manifesto mi ha fatto cambiare idea. “Garantismo», mi ero detta, è semplicemente coscienza che allo stato attuale dei rapporti istituzionali e del diritto, siamo costretti – pena abusi maggiori in una democrazia già largamente imperfetta – a valerci di norme classiche del diritto borghese e della sua tendenziale riduzione alla sfera dell’inviolabilità di alcune prerogative dell’individuo. Sapendo, senza illusione alcuna, che di diritto borghese e di difesa del livello individuale si tratta.
Ero garantista lo stesso. Giacché non conosco altro diritto che borghese; il quale peraltro lascia non solo “aperto”, ma irrisolto, anzi tende e rendere irrisolvibile ogni forma di “società regolata” che pretenda ad esempio sconvolgere le basi della proprietà (dalla terra alle case sfitte). Non solo ma, per sua natura, esso frena una vera “critica del diritto”, attraverso la quale non solo magistrati e filosofi ma anche le masse pongano mano all’embrione di nuove fonti, non abusive e di pochi, di legittimità […]
Ero garantista sapendo tutto questo. E altresì che, oltre ad essere borghese, il garantismo è quell’aspetto specifico della norma che difende l’individuo non solo dallo “Stato” ma in qualche misura da “tutta la società”, in quanto il suo movimento leda alcune sue storicamente acquisite – ma non per questo eterne né pregevoli – libertà. Esso protegge infatti i diritti attuali largamente ineguali. E quindi meno l’individuo debole e isolato, che quello forte e organizzato: essi sono in grado assai diverso da coprirsi con quelle prove che il garantismo esige. Questo una volta lo imparavamo tutti con l’abbici del marxismo […] Il prezzo che paghiamo al garantismo è l’inafferrabilità del mafioso, l’impossibilità di inchiodare giuridicamente il mandante di Portella della Ginestra o quella di sciogliere il MSI. E quindi anche di colpire qualche appena strutturata organizzazione terroristica, quando questa sceglie la clandestinità (non tutto il terrorismo la sceglie, come in Italia) […]
Ma non nascondendomi a quale prezzo. Sapendo e dicendo che, più garantisti si è, più si deve avvertire e dichiarare il limite pauroso del diritto borghese come strumento reale d’una democrazia politica, per non parlare d’una società in via di rivoluzionamento. Sapendo, per dirla con Brecht, come la legge sia “ingiusta”, perché applicata a soggetti inuguali; e quindi usandola col senso acuto del suo possibile uso ambiguo […] C’è una responsabilità politica – e non solo ideologica ma fattuale, in quanto l’ideologia modelli dei comportamenti e li induca – che sfugge al diritto; il quale quindi becca, quando becca, il picchiatore fascista di liceo e assolve Pino Rauti, o cattura, se cattura, quella che si chiama la manovalanza delle BR ma non inchioderà mai, salvo delazioni o casi straordinari di “fortuna” inquisitoria, i capi. E naturalmente e giustamente libera di responsabilità qualsiasi idea e scritto, che non si trovi direttamente vincolato al fatto commesso. Chi non vede allora la distanza fra “garantismo” e un’idea della giustizia non derivata dal diritto formale, dunque inuguale? Così, “la democrazia si difende con la democrazia” non è la stessa cosa di “la democrazia si difende con le istituzioni del formalismo borghese”? […]
Io, dunque, garantista sul terreno processuale, non lo sono su quello politico […] del garantismo denuncio il limite formale dunque ingiusto, l’incapacità politica, la povertà. E vedo l’uso che il terrorismo ne fa, o coloro che terroristi non sono, ma considerano il terrorismo un’insorgenza di sinistra, da difendere o da attaccare come pure errore tattico, forma di rivoluzione imperfetta. In verità, la cultura garantista ci copre scarsamente sia dalle deviazioni autoritarie, sia dalle conseguenze del terrorismo. Giacché se questo prevalesse – quello centralizzato, cui, non si capisce in base a quali elementi crede Gallucci(1), o quello decentrato cui, non so in base a quali argomenti, crede Misiani – o anche solo esplodesse in quella forma di guerra civile che Calogero(2), lui solo, già vede in atto, mentre  alcuni leaders o testi dell’autonomia vagheggiano come forma “aurorale” della loro rivoluzione, sarebbe spazzata via ogni garanzia dallo scontro tra apparati prima, o dal gruppo che finirebbe col prevalere poi, il quale sicuramente chiuderebbe ogni forma di mediazione istituzionale. Ne risulterebbe infatti, fosse la destra a vincere o fossero le BR o il “partito armato”, una forma burocratica e coatta di Stato; il solo che possa produrre sia una reazione classica sia una forma militarizzata di “eversione” (questa è la contraddizione di fondo dell’idea di comunismo dell’autonomia) […]
La democrazia, come terreno conflittuale aperto, e il movimento operaio sono dunque messi in pericolo sia da una deviazione autoritaria e illiberale della magistratura, rispetto alla quale il garantismo offre argini modesti, sia dalla teoria e pratica dell’eversione, rispetto alla quale non ne offre alcuno. Quando si fa un discorso politico questo va detto. E non per aggiungere al giuramento per la libertà un giuramento rituale antiterrorista, ma per fare un passo avanti nella definizione delle cause sociali del terrorismo (tutto ha cause sociali, anche il fascismo), e nel giudizio sulla sua valenza politica per il movimento di classe e per la democrazia […]
Allora limitarsi a essere “garantisti puri” significa regredire a prima di Marx, lasciare il campo libero – perché quel diritto non può vederli – ai meccanismi di lotta politica che non garantiscono nessuno, perché prescindono duramente dal diritto, il quale a sua volta se ne lava le mani. Questo “garantismo come teoria” non come tecnica processuale, per formazione culturale e per posizione politica non mi va e non mi basta».

Fonte, Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Odradek 1999, ristampa 2007, pp. 123-136 Appendice 1

Note
1
. Achille Gallucci, giudice istruttore del tribunale di Roma, firmò l’ordinanza di rinvio a giudizio nella quale si configurava, tra gli altri, il reato di«insurrezione armata contro i poteri dello Stato» per gli imputati arrestati nel corso dell’operazione 7 aprile 1979.
2. Pietro calogero, magistrato della procura di Padova protagonista dell’inchiesta 7 aprile diretta contro militanti e dirigenti dell’Autonomia.

La storia della nascita del giustizialismo, da mani pulite ai populisti passando per i girotondi

Breve storia del giustizialismo

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Paolo Persichetti, Il Riformista 12 febbraio 2020

È con il referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati che l’azione della magistratura si impone come uno dei temi centrali della lotta politica. Dopo un decennio di consenso pressoché unanime attorno alla gestione della “emergenza giudiziaria” contro i movimenti sociali e i gruppi della sinistra rivoluzionaria armata, il protagonismo raggiunto dal sistema giudiziario comincia a essere messo in discussione. Il “caso Tortora” incrina l’unanimità del sistema politico di fronte a un’azione penale che era andata oltre la delega ricevuta oltrepassando i binari della sola repressione dei gruppi antisistema. Tuttavia questi tentativi di contrasto non indeboliscono la magistratura che, trovando una solida sponda in una parte del sistema politico (il Pci), può accrescere il proprio bagaglio di legittimità sociale erigendosi a unica istituzione integra del Paese, dopo il rovinoso effetto domino provocato dalla caduta del muro di Berlino sulle fondamenta della Prima Repubblica. Non a caso la centralità dell’azione penale si afferma definitivamente nel decennio successivo con l’avvio del ciclo d’inchieste denominate “Mani pulite”, per restare nel ventennio che segue il perno attorno al quale ruota l’agenda politico-istituzionale e si mobilitano i repertori ideologici delle nuove formazioni politiche populiste che si succedono nel frattempo: Lega, Girotondi, Idv, Popolo Viola, Rivoluzione civile, Fratelli d’Italia, M5s.

Giudiziarizzazione della società
Per descrivere questa nuova realtà fu coniato un neologismo, giudiziarizzazione, un fenomeno descritto da autori come Neal Tate e Torbjorn Vallinder in un volume del 1995 che ha fatto scuola, The Global Expansion of Judicial Power, poi divulgato in Europa dai lavori di Antoine Garapon e Denis Salas. Le radici italiane della giudiziarizzazione risalgono agli anni 60, quando le porte della magistratura si aprono a ceti sociali prima esclusi favorendo lo svecchiamento della cultura giuridica. Fu allora che si mise in discussione la mancata applicazione di buona parte del dettato costituzionale, congelato da una sentenza della Corte di Cassazione negli anni in cui questa svolgeva il ruolo di supplenza della Consulta non ancora istituita. La Suprema Corte aveva suddiviso la costituzione in norme immediatamente attuabili e norme programmatiche che il legislatore avrebbe dovuto completare successivamente. Tra queste ultime si trovavano le parti a più alto contenuto innovativo in materia economico-sociale e dei diritti.

Per modificare questa situazione la corrente di sinistra della magistratura cominciò a elaborare la cosiddetta “teoria dell’interferenza”, attraverso la quale – racconta Giovanni Palombarini nel suo Giudici a sinistra, 2000 – si cerca di ripristinare la completezza del dettato costituzionale attraverso un uso dell’interpretazione e delle fonti che riconosce un carattere immediatamente normativo a tutta la Costituzione. Il reintegro del dettato costituzionale con gli strumenti della “creazione giuridica”, di fronte all’inerzia o al sabotaggio legislativo della politica, fa emergere una innovativa concezione del ruolo del magistrato come “guardiano della Costituzione”: non più mero organo burocratico asservito alle gerarchie dello Stato-apparato ma «soggetto istituzionale indipendente, operante come momento di raccordo fra lo Stato e la società civile». Questa nuova funzione interventista, contrapposta alla vecchia immagine conservatrice della casta preposta a funzioni di tutela degli interessi più forti e di salvaguardia dell’ideologia dominante, raggiunge la sua maturità intorno alla metà degli anni Settanta.

La repressione emancipatrice
È questo il decennio in cui si afferma il singolare ossimoro ideologico della repressione emancipatrice, il magistrato si autopromuove avanguardia politica che interpreta i bisogni della società civile, demistifica valori e privilegi delle classi dominanti, tutela dagli abusi i ceti meno abbienti e lavora alla realizzazione di una via giudiziaria per la costruzione di una società più giusta. Il vecchio rivoluzionario di professione passa alla professione di magistrato, una contraddizione in termini che ripristina forme di Stato etico e di moralismo giudiziario, per giunta portando a invertire il rapporto tra costituzione materiale e costituzione legale, tale da indurre a credere – per esempio – che lo Statuto dei lavoratori fosse il risultato dell’azione dei «pretori d’assalto» e non delle lotte operaie.

Nella seconda parte degli anni Settanta, di fronte alla contraddizione introdotta dalla spinta sociale dei movimenti rivoluzionari, si esaurisce la battaglia protesa ad abolire la sopravvivenza di leggi e codici arcaici ereditati dal vecchio Statuto albertino o fascista per sostituirli con le norme inattuate della Costituzione. Si sgretola il terreno della difesa dei diritti, delle garanzie e degli obiettivi di innovazione sociale a tutto vantaggio di una rivalorizzazione e di un ulteriore inasprimento della normativa fascista, che sanziona i reati politici e sottopone a uno Stato di polizia le libertà pubbliche.  Per l’originaria concezione critica e garantista della funzione giurisprudenziale suona il de profundis, come aveva spiegato Luciano Violante, magistrato passato alla politica, sull’Unità del 27 settembre 1979: «La giurisprudenza alternativa poteva di per sé avere un significato di rottura dieci anni fa; ma oggi?».

La delega totale che il mondo politico aveva concesso alla magistratura per liquidare militarmente la dissidenza dei movimenti più radicali, porta all’affermazione del “giudice sceriffo”. Negli anni Novanta il processo di legittimazione sociale che investe una magistratura sempre più combattente, uscita dai tribunali e scesa – come i generali golpisti – nelle piazze, nei posti di lavoro, nelle scuole, fa affiorare la percezione degli enormi spazi che l’azione penale può aprire davanti a sé. Prende forma la teoria della supplenza «del potere giudiziario, in caso di assenza o di carenze del legislativo», che rivendica per sé un ruolo politico decisivo e una competenza illimitata che mina i parametri classici della tripartizione dei poteri. Si chiude così la parabola avviata decenni prima. Di fronte al richiamo della statualità l’originario impianto della teoria dell’interferenza escogitato con iniziali intenti progressisti si risolve nel suo contrario: un efficiente apparato concettuale impiegato per definire modelli di regolazione disciplinare della società.

Da dove ripartire… c’è bisogno di un movimento antipenale

La Costituzione italiana è stata scritta da fior fior di pregiudicati,
ex galeotti, ex latitanti ed ex sorvegliati speciali con tanto di confino.
Tra questi pregiudicati si contano ben due presidenti della Repubblica

 

L’estenuante richiamo al principio di legalità presente nel dibattito pubblico impone un bilancio ed una decostruzione del concetto. Da tangentopoli in poi, oltre a non aver impedito ma in qualche modo favorito l’ascesa del berlusconismo, la legalità è servita da legittimazione al passaggio brutale dallo stato sociale a quello penale. I suoi effetti nel campo politico-giudiziario sono stati gli stessi dell’ultraliberismo in materia economico-sociale: un contesto dove i forti sono diventati ancora più forti e i deboli più fragili. Cominciamo col dire che la violazione della legalità in determinati contesti storico-politici oltre ad essere un dovere, rappresenta un valore, una prassi da apprendere. Le lotte sociali e politiche, per esempio, hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future e dunque impatta quelle presenti. La legalità è la risultante degli attriti tra costituzione legale e costituzione materiale, tra le fissità e i ritardi della prima e l’instabilità e il movimento della seconda. Non a caso quando ancora i regimi politici attuali non si percepivano come la «fine della storia», ed il conflitto era percepito come un fattore fisiologico con cui governi e le società in qualche modo dovevano misurarsi, le amnistie erano ritenute strumenti della politica penale necessari ad aggiornare i livelli di giuridicità: quella normale discordanza di tempi presente in ogni mutamento effettivo o tentato. Ragion per cui, sul versante opposto, le organizzazioni del movimento operaio, i movimenti sociali e i gruppi rivoluzionari hanno sempre fatto ricorso alla rivendicazione di amnistie per tutelare le proprie lotte, salvaguardare i propri militanti e le proprie componenti sociali salvaguardando la loro capacità di riprodurle in futuro.
Questa concezione storicamente relativa della legalità è andata persa negli ultimi decenni a vantaggio di una sua sacralizzazione che l’ha eletta a feticcio di una modello di giustizia e statualità profondamente ipocrita, ingiusto e spietato con gli ultimi.
Se vogliamo cominciare a capovolgere questa situazione è arrivato il momento di mettere in campo un movimento antipenale.

Il carattere esemplare dell’abolizione del 41 bis
Partiamo da un punto che recentemente è stato oggetto di accese discussioni: l’abolizione del 41 bis, ferro di lancia del pacchetto giustizia presente nel programma elettorale di una formazione politica, “Potere al popolo”, insieme all’abolizione dell’ergastolo, all’amnistia e indulto per i reati sociali e il sovraffollamento delle carceri, la radicale riforma del codice Rocco, l’abolizione della legislazione speciale e dei Daspo urbani (per una visone completa leggi il punto 15 del programma).
Formula, la cui nitidezza – va ricordato per completezza d’informazione – è stata attenuata nel corso della campagna elettorale con una postilla che prevede «al suo posto misure di controllo, per i reati di stampo mafioso, allo stesso tempo efficaci ed umane, che non permettano la continuità di rapporto con l’esterno». Una rettifica che spiega le molte difficoltà, reticenze e resistenze presenti nella cultura politica diffusa tra dirigenti, militanti, simpatizzanti e potenziali elettori della sinistra, per altro spesso ignari del fatto che il sistema carcerario prevede già, in automatico, regimi differenziali ristrettivi di Alta sicurezza per i reati di criminalità organizzata.
Il 41 bis, l’ergastolo, le norme ostative contenute nell’ordinamento penitenziario, che vanno ad aggiungersi alla vecchia legislazione speciale varata alla fine degli anni 70 e prima metà degli 80, sono un combinato disposto che serve a tenere in piedi un modello giudiziario e carcerario d’emergenza. O si ha il coraggio di prendere di petto questo dispositivo multiplo, senza se e senza ma, per farlo saltare e riaprire una nuova stagione, con tutte le implicazioni che ciò comporta a livello di cultura politica, di critica dell’ideologia malsana della legalità, del populismo penale, dell’emergenza giudiziaria, penitenziaria e poliziesca, oppure la partita nemmeno inizia. Questo deve essere chiaro. Non ci sono mezze misure.
Bisogna spiegare con chiarezza alcune verità: il 41 bis non serve a interrompere la comunicazione con l’esterno delle élites mafiose. I suoi compiti principali sono altri: legittimare la funzione del carcere come strumento per estorcere informazioni o indurre a comportamenti di abiura. La formulazione finale adottata nel 2003 stabilisce questo: se ne esce solo se si da prova di una totale acquiescenza con i voleri delle autorità, non certo se si dimostra che non sussistono più rischi di legami con l’esterno. Circostanza, quest’ultima, che ormai non è più demandata all’autorità giudiziaria proponente la misura restrittiva ma, con un paradossale capovolgimento dell’onere della prova, al detenuto ricorrente. Inevitabilmente questa filosofia ricade sull’intero sistema penitenziario, ispirando inevitabilmente tutti gli altri regimi detentivi, come la presenza dell’ergastolo serve da parametro per l’erogazione delle altre pene.
Altra funzione secondaria è quella di pena di morte differita, utilizzata come vendetta privata voluta dalla corporazione giudiziaria contro gli autori non collaboranti degli omicidi di Falcone e Borsellino.

Il mito dell’azione penale e la deriva giustizialista
La crisi terminale della sinistra italiana nasce, tra l’altro, dalla incapacità di ripensare il decennio 90 del secolo scorso (che a sua volta mette radici in quel che accadde negli anni 70, e nel modo in cui si conclusero). Eppure l’intera fisionomia di quel poco che resta della sinistra di oggi nasce da lì, da come il Pci reagì alla caduta del muro cambiando nome e dal quel che accadde subito dopo.
Merita di esser indagata meglio questa significativa rimozione perché gli anni 90 hanno forgiato in buona misura l’identità della sinistra attuale, nelle sue differenti versioni: riformista, radicale, antagonista, di classe, per usare definizioni e autodefinizioni.
L’illusione giustizialista ha cullato la sinistra nell’idea che il fenomeno berlusconiano fosse sorto dal mancato compimento della missione purificatrice di Tangentopoli e non sia stato invece una sua diretta conseguenza. Lo tsunami giudiziario, che ha investito il sistema politico-istituzionale nel corso della prima metà degli anni novanta non ha lavato la politica e ancora meno moralizzato la cosa pubblica. In realtà, travolgendo le figure tradizionali (i «corpi intermedi» come si usa dire) della mediazione, istituzionale e politica, fuoriusciti dal dopoguerra, ha semplificato le linee di comando, ridotto le zone intermedie, portando a compimento l’instaurazione del meccanismo maggioritario, marginalizzando i gruppi sociali più deboli e favorendo l’accesso diretto alla politica dei nuovi quadri direttamente espressi dal mercato, dalla società commerciale, dalle aziende, dai meetup.
La  rivoluzione conservatrice avviata negli anni 80 ha raggiunto tutti i suoi obiettivi e il partito impresa ha trovato la strada spianata verso la sua ascesa al governo. A questo risultato hanno contribuito l’ideologia della repressione emancipatrice, il mito dell’azione penale, la «teoria dell’interferenza», divenuta patrimonio di larghi settori della magistratura. Come era prevedibile fin dall’inizio «Mani pulite» non ha eliminato i meccanismi della corruzione, ha semplicemente liquidato per via giudiziaria una parte del vecchio ceto politico della Prima repubblica la cui attività regolatrice costituiva oramai un intralcio troppo costoso rispetto ai nuovi parametri della competitività internazionale. La sua funzione è stata eminentemente politica, un vero capolavoro: realizzare un Termidoro evitando la presa della Bastiglia. Reazione preventiva ad una rivoluzione mai avvenuta.
Così il giudiziario, da strumento di tutela reciproca tra classi dominanti, si è trasformato per un certo periodo in luogo di conflitto anche tra élites, ricorrendo a pratiche tradizionalmente riservate alle sole classi pericolose o ai nemici interni.

«Siamo tutti sbirri»
Lentamente l’oppio giudiziario ha contaminato buona parte delle culture presenti nella sinistra, mutandone profondamente l’universo simbolico, insieme a quello dei movimenti, ed ai vari repertori che giustificavano l’azione collettiva.
L’ambizioso progetto che un tempo animava i propositi di cambiare il mondo è reclinato verso la modesta pretesa di giudicarlo. Alla costruzione d’ideali carichi di prospettive e speranze si è opposto il culto della vendetta, del risentimento e del vittimismo, la furiosa libidine dell’azione penale. L’ideologia giudiziaria è apparsa come una risposta al disincanto di un mondo ormai percepito come decaduto e corrotto.
La politica ha mutato attori, tecniche e contenuto. Cacciata dai posti di lavoro, emarginata dalle piazze, sottratta agli stessi emicicli, è passata prima nelle corbeilles e poi nelle procure, infine nei meetup. Chi un tempo occupava le strade ha cominciato a sedersi sui banchi della parte civile e chi ha continuato a farlo ha finito per vestire i panni della nuova icona del male, il black bloc, il terrorista urbano.

Non c’è tema di classe che possa decollare senza critica del penale
L’abbassamento generale del livello di garanzie giuridiche ha portato unicamente pregiudizio alle classi più deboli che da sempre hanno minori mezzi e strumenti di difesa, riempiendo le carceri e contribuendo ad edificare una legislazione sempre più minacciosa.
La fonte della legittimità proviene dalla legalità o dal suffragio, arrivarono a chiedersi alcuni pasdaran della soluzione penale (Flores D’arcais su MicroMega).
Senza un radicale mutamento di paradigma politico che si liberi una volta per tutte dell’ideologia giudiziaria e penale non si riuscirà a ricostruire nulla, anche la ripresa di eventuali temi di classe avrebbe le ali piombate.

 

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Oggi l’ideologia della società civile è il nuovo embrione dello Stato etico

Non può esserci teoria e prassi critica senza una serrato regolamento di conti con le ideologie che si richiamano alla società civile, al cittadinismo, alla teoria de valori, a concezioni penali e legalitarie della politica

Da circa tre decenni a questa parte l’impiego nel dibattito pubblico del termine «società civile» è divenuto sempre più insistente. Tuttavia il richiamo a questo concetto non appare sempre in sintonia con le definizioni che di esso hanno dato filosofi e teorici della politica. Sempre meno strumento concettuale d’analisi e sempre più tema mobilizzatore iscritto a pieno titolo nel repertorio dei nuovi riferimenti ideologici legittimi dell’azione collettiva.

All’inizio degli anni Ottanta con l’affermarsi dell’ideologia della fine delle ideologie la società civile è stata proposta come il luogo dove emergevano opzioni innovative, non ideologizzate e depoliticizzate, rispetto al tradizionale sistema dei partiti che avevano accompagnato la nascita della Repubblica e delle correnti ideologiche del Novecento. Erano le prime avvisaglie di quelle forme di populismo che prenderanno l’avvento nel decennio successivo, quando assisteremo al crollo della Prima Repubblica ed alla fine di quel sistema dei partiti che difronte ai primi segni di crisi, apparsi nel crogiolo degli anni 70, avevano cercato un argine nei patti consociativi.

L’emergere della nozione di società civile è un processo della modernità che descrive, anzi sarebbe più corretto dire riempie, popola, la sfera dello spazio pubblico formatosi con il recedere progressivo della sfera totalitaria del potere monarchico-feudale venuto a occupare per intero lo spazio sociale che oltrepassava la sfera privata (Habermas).

Il Leviatano era la societas civitas che Hobbes opponeva al primordiale stato di natura; la burgerliche gesellshaft, dove burgerliche sta per borghese nel senso di civile, è la definizione kantiana che riassume società politica e Stato contrapposti allo stato di natura o alla società religiosa.

Dobbiamo ad Hegel, invece, la radicale separazione tra società civile, luogo dell’immediatezza degli interessi di ogni individuo e dell’organizzazione dei bisogni e della vita familiare, e lo Stato momento separato e autonomo. Una contrapposizione insufficiente secondo Marx, che riteneva necessaria anche l’anatomia della società civile per individuarvi quelle relazioni sociali e quei rapporti economici che animano i molteplici conflitti tra gruppi e classi con finalità per nulla armoniche. Questo perché la società civile non è un organismo compatto ma un conglomerato d’interessi contrapposti, in alcuni casi inconciliabili.

Non deve stupire dunque se la natura antinomica di questo concetto, che nel pensiero filosofico-politico – come abbiamo visto – si è dato per contrapposizione, ne ha fatto da sempre una categoria utilizzata a scopi polemici per affermare, ad esempio – come spiegava Norberto Bobbio in una celebre definizione – «che la società civile si muove più rapidamente dello Stato, che lo Stato non è in grado di cogliere tutti i fermenti che provengono dalla società civile, che nella società civile si forma continuamente un processo di delegittimazione che lo Stato non sempre è in grado di arrestare», al punto che «nei momenti di rottura si predica il ritorno alla società civile, come i giusnaturalisti predicavano il ritorno allo stato di natura».

La novità che abbiamo visto emergere a partire dagli anni Novanta non è dunque l’apparire di nuovi movimenti dall’interno della società civile (caratteristica perfettamente sistemica): dal popolo delle partite iva, alle rivolte antifiscali del nord leghista, ai family day, al ceto medio riflessivo di volta in volta raccoltosi nei Girotondi, nei raduni del Palascharp o nel popolo viola, fino al fenomeno dei Cinque stelle; quanto la volontà, espressa con sfumature e forza diverse da ognuna di queste realtà, di parlare a nome di una società civile compatta, anzi di essere la società civile tout court. Una circostanza che permette di dire che con alcuni di questi movimenti nasce un’ideologia propria della società civile.

In passato i movimenti politici, ideologici, economici, sociali o categoriali, pur se interpretati come espressione di settori consistenti della società civile non si muovevano in nome di questa. In uno dei momenti in cui è stata più alta la mobilitazione dei gruppi sociali, “movimenti e soggetti” come si definivano negli anni Settanta, quei gruppi avevano ben chiara quale era la geografia delle relazioni sociali, l’asimmetria dei rapporti economici e di dominazione. Ciò gli impediva di parlare a nome di un’ipocrita interclassismo, di una trasversalità che non c’era e non poteva esserci. Per questo rivendicavano percorsi di liberazione, nuovi diritti e conquiste sociali e politiche, in taluni casi la stessa presa del potere politico.

Chi oggi agita l’ideologia della società civile come richiamo ad una fonte pura e incontaminata, lo fa schermando conflitti e rapporti di dominazione in nome di un interesse comune che non esiste. Questa tendenza, che in genere ha la pretesa di presentarsi come a-ideologica, ha avuto nel tempo declinazioni diverse: nel decennio 90, per esempio, era d’uso corrente il riferimento al “gentismo”, inteso come “la gente”. Oggi invece prevale una sorta di “cittadinismo”, imbevuto di un’ideologia normativa che somma in modo confuso tematiche diverse e di segno opposto: tutela dei territori, in taluni casi accenno ai beni comuni, insieme a posizioni xenofobe e fobiche contro le economie criminali. Il tutto condito da un’“ideologia dell’indignazione” verso il cinismo diffuso e il minimalismo etico messo in mostra dal ceto politico (vedi la polemica “anticasta” che tende ad addossare ad un ceto politico, ormai spoliato di sovranità reale dalle dinamiche del capitalismo finanziario, tutte le colpe. Un diversivo che non intacca minimamente i gestori del potere reale: imprenditori, banche, corporation, il sistema della finanza globale). Una pulsione ideologica che spinge verso concezioni disciplinari della società animate dalla tirannia dei valori, da forme di Stato etico e legalitarismo claustrofobico che non a caso individuano nella magistratura, ovvero in una delle componenti essenziali dell’apparato statale, una sorta di portavoce, di rappresentante delle proprie istanze purificatrici. Operazione che muove nei due sensi e trova nella compagine giudiziaria settori che teorizzano apertamente questa funzione guida. In questo modo la società civile si fa Stato, una milizia dello Stato.

Se è vero, come spiegava il già citato Bobbio, che la società civile dovrebbe essere «anche tutto ciò su cui non si esercita il potere statale: non-statale come pre-statale (associazioni), anti-statale (nel significato assiologico di gruppi per l’emancipazione del potere politico, contropoteri), post-statale (nel significato insieme assiologico e cronologico di ideale che sorge dalla dissoluzione dello Stato)», il fatto che oggi ogni forma di critica antisistema non sia più percepita da questi nuovi teorici della società civile come una fisiologica produzione interna alla società ma esterna ad essa, non solo quindi extralegem, ma al di fuori addirittura della stessa umanità, per questo bandita fin da subito come terrorista, il richiamo alla società civile in chi lo esercita assume connotati normativi molto chiari e paradossali, in totale contrasto con il significato originario del termine.

In questo modo la società civile viene a coincidere con una sorta di Stato dei cittadini in azione, un embrione dello Stato etico.